LORELLA BOCCIA

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Storie che cambiano la vita

 

Un viaggio nel legame sempre più profondo tra gli esseri umani e i loro compagni di vita al centro di “Pets – Animali del cuore”, il nuovo programma del sabato mattina di Rai 2

 

 

Porta in televisione il rapporto tra esseri umani e animali: che tipo di racconto ha voluto costruire?

Tutto nasce dal legame che si crea tra noi e i nostri animali, un rapporto profondo fatto di affetto ma anche di fiducia, qualcosa che si costruisce insieme e che non va mai dato per scontato. Nel programma raccontiamo storie vere che mostrano quanto questo legame possa incidere nella vita quotidiana. Penso ai cani allerta diabete: in studio abbiamo simulato una situazione reale e ho visto in diretta come il cane riconosce il problema e attiva i soccorsi. Lo stesso accade con i cani molecolari, capaci di individuare una persona anche in condizioni difficili. Sono esempi concreti, come quelli degli anziani aiutati nella quotidianità, che raccontano quanto questi animali possano fare la differenza. È un racconto a 360 gradi, tra aspetti pratici ed emotivi, che include anche la pet therapy e storie più leggere e sorprendenti, come quella di Becco di Rame o di chi ritrova gatti smarriti anche a chilometri di distanza. Storie diverse, ma tutte piene di vita.

Nel programma emergono insieme emozione e competenza: quanto è importante trovare questo equilibrio?

Per me è fondamentale. In studio sono presenti moltissimi animali, non solo cani e gatti, ma anche gufi, aquile, insetti, serpenti, alpaca, pesci. Tutti i protagonisti delle storie sono lì, ma sempre trattati con il massimo rispetto. Sono loro il centro di tutto. L’atmosfera che si crea è davvero particolare: una serenità che nasce proprio dal contatto con gli animali, ma accompagnata da un grande senso di responsabilità. Al di là dei professionisti, dall’istruttore al veterinario, mi ha colpito l’atteggiamento delle persone, anche del pubblico. Abbiamo ospitato animali con vissuti difficili e in quei casi abbiamo evitato applausi, abbassato la musica, adattato i tempi. Ci sono animali che reagiscono in modo diverso ai rumori, ai movimenti, alle telecamere. Tutto è pensato per tutelarli.

Parla di rispetto e responsabilità: quali sono gli errori più comuni che vede nel rapporto con gli animali?

È fondamentale fare chiarezza. Al di là dei casi di maltrattamento, che purtroppo esistono e che affronteremo, c’è un aspetto molto concreto che spesso viene sottovalutato: la scelta dell’animale. Molte persone vogliono fare una cosa bella, adottare, ma non sempre sanno come orientarsi. È importante capire che tipo di animale si sta scegliendo: il carattere, il vissuto, le esigenze. Se è adatto a una famiglia, se può vivere in appartamento, ma soprattutto quale comportamento ha. Bisogna essere consapevoli che non esiste un animale “giusto” in assoluto, ma esiste quello giusto per quella persona.

Oggi gli animali sono sempre più presenti nella vita quotidiana: secondo lei cosa racconta questo cambiamento?

Racconta qualcosa di molto bello. In studio ho visto una purezza e una verità che raramente si incontrano. Gli animali ti spingono a diventare una persona diversa. È un rapporto reciproco, una storia che cresce nel tempo: non è solo l’animale a cambiare la persona, è anche la persona che cambia l’animale. Si costruisce un percorso insieme, si impara a convivere nel rispetto reciproco. Una cosa che mi ha colpito molto è che spesso chi adotta racconta di essere arrivato senza sapere cosa aspettarsi, ma di aver sentito che fosse l’animale a scegliere lui. È una sensazione immediata, quasi istintiva, che ritorna in tante storie.

Se dovesse sintetizzare in una frase il senso di questo programma, quale sarebbe?

Direi che il valore aggiunto è la purezza e la verità. In un mondo in cui tutto sembra costruito, questo è un racconto autentico, reale. Ed è proprio questo che lo rende speciale.

FEDERICA PALA

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Quella forza nascosta


«Nicole non guarisce completamente, ma riesce a cambiare mentalità» racconta la giovane attrice protagonista del film “Qualcosa di lilla”, che porta in scena su Rai 1 il percorso di crescita interiore e di consapevolezza di una ragazza nella sua battaglia contro un disturbo alimentari. Il 2 aprile in prima serata

 

 

Ci presenta Nicola, la protagonista del film?

Nicole è una ragazza di 15 anni che, nel pieno dell’adolescenza, si trova a vivere un periodo particolare. È molto introversa, non ha tanti amici, a scuola ha praticamente solo un’unica amica con cui condivide la passione per la matematica. A casa, invece, i suoi genitori sono divorziati, quindi l’ambiente familiare è abbastanza scomodo, perché Nicole non ha mai veramente accettato fino in fondo questa separazione. Ha un rapporto conflittuale con la mamma, mentre con il papà condivide ancora il gioco, come se fosse un po’ bambina, anche se, nel corso della storia, questi rapporti evolveranno e cambieranno molto. Sembra una giovane scontrosa, un po’ fredda, non sempre disposta ad aprirsi agli altri, ma in realtà nasconde una grandissima fragilità ed è, fondamentalmente, ancora molto infantile. È proprio per questo che con il papà trova una grande complicità. Questa fragilità emerge poi con l’evolversi del disturbo alimentare.

Cosa l’ha colpito di più di questa ragazza e della sua storia?

Mi ha colpito tanto la forza che la caratterizza, soprattutto nella parte del film in cui vive il suo momento più buio, quando tocca il fondo, e non è scontato. E invece affronterà la sua battaglia, contando sull’amore e sull’appoggio delle persone a lei vicine, ma soprattutto dentro se stessa. Lei non guarisce completamente, ma riesce a cambiare mentalità, a scegliere di affrontare la malattia invece di subirla.

Qual è stato l’aspetto più difficile da mettere in scena?

Io non ho mai vissuto un disturbo alimentare, non so cosa si possa provare in una situazione di questo genere. È una malattia importante e, pur avendo 18 anni, l’ho conosciuta solo attraverso esperienze vicine, per questo è stato quindi complicato rappresentare e dare credibilità a qualcosa che non mi apparteneva. Volevo farlo nel miglior modo possibile, con delicatezza. Per questo, la fragilità fi Nicole non è stata tanto difficile da interpretare, piuttosto da studiare. Poi, lavorando sul personaggio, ho trovato anche dei punti in comune tra me e il personaggio, ed è stato fondamentale.

Ha avuto modo di confrontarti con chi ha vissuto questa esperienza?

Ho avuto delle amiche che hanno affrontato questo percorso, ma è stato molto importante il confronto con Maruska Albertazzi, la sceneggiatrice del film, che ha raccontato la sua storia personale, un confronto che mi ha aiutato a comprendere meglio cosa provi una persona con un disturbo alimentare. Non è una scelta, spesso è un comportamento che viene frainteso, interpretato come un capriccio o una richiesta di attenzione, ma non è così. È una forza molto più potente della volontà della persona, è una vera malattia e serve tempo per affrontarla.

Come viene rappresentato il mondo degli adulti nel film?

Il mondo degli adulti viene mostrato nelle sue difficoltà pratiche, quasi come in un film di denuncia sociale. I genitori, come tutte le persone attorno a chi soffre di un disturbo alimentare, si sentono impotenti e anche colpevoli, quando in realtà non c’è una colpa. Nel film viene detto chiaramente: non è un tribunale. Si evidenziano anche problemi concreti, come le lunghe liste d’attesa per le visite o le difficoltà economiche, non tutte le famiglie possono permettersi cure adeguate, uno psicoterapeuta per esempio. I genitori si sentono impotenti, ma devono comunque essere un punto fermo per una ragazza che non sa dove andare.

Come ha lavorato con gli altri attori, in particolare con i “genitori” Tersigni e Rea?

Con loro ho avuto un rapporto bellissimo, si è subito creato un feeling forte, anche fuori dal set. Con Alessandro, che interpreta mio padre, non mi veniva difficile essere sua “figlia”, anche mio padre nella vita reale ha notato quanto fosse naturale questa relazione. Per me è importante osservare attori più esperti e imparare da loro, ed è stato così anche in questo caso.

E con la regista?

Mi ha affascinato molto il metodo di lavoro della regista Isabella Leoni, si è creata una forte sintonia. Abbiamo lavorato molto sull’ascolto reciproco, cercando di tirare fuori anche cose non scritte. Recitare significa ascoltare l’altro: se ci si concentra solo su se stessi, vengono fuori monologhi e si perde autenticità.

La sua famiglia come ha reagito vedendola in questo ruolo?

Sono rimasti molto colpiti e anche scossi, soprattutto dai numeri legati al disturbo alimentare. Si sono sensibilizzati molto, hanno iniziato a fare più attenzione ai dettagli, e allo stesso tempo si sono sentiti fortunati che non abbia colpito me o mia sorella.

Cosa si aspetta da questo mestiere?

Non so ancora se sarà il mio futuro, sto studiando psicologia all’università, perché credo sia importante costruirsi più strade. Certo, il mio sogno è continuare a recitare, ma ho solo 18 anni e non so cosa succederà domani. Quello del cinema è un mondo che mi affascina tantissimo, ti fa viaggiare, conoscere persone e crescere come individuo.

Cosa significa per lei mettersi alla prova con i provini?

All’inizio era difficile, soprattutto quando ero più piccola, perché sembrava sempre un giudizio su di me. Oggi ho capito che è un giudizio sul personaggio e non sulla persona, anche se resta sempre tanta agitazione: lo vivo come un esame. Allo stesso tempo è un’occasione per imparare, confrontarsi e crescere.

PRIMA SERATA

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Il Borgo dei Borghi 2026

 

 

I borghi più belli d’Italia tornano a sfidarsi domenica 5 aprile alle 20.30 su Rai 3 con il programma di Rai Cultura che anno dopo anno conduce i telespettatori alla scoperta delle piccole perle del nostro Paese. Conduce Camila Raznovich

 

 

Tutti davanti al teleschermo o su RaiPlay per prendere parte alla proclamazione del borgo più bello d’Italia. Come ormai da tradizione, Camila Raznovich è pronta a guidare gli spettatori in uno splendido viaggio, tra luoghi affascinanti e sorprendenti, capaci di rappresentare storia, cultura e meraviglie della nostra penisola. Anche quest’anno ad aspirare al titolo di “Borgo dei Borghi” sono venti località, una per ciascuna regione italiana. Venti luoghi eccezionali, selezionati per la loro bellezza, la loro architettura, per la qualità della vita. Dal nord al sud, da est a ovest, si incontreranno degli abitanti felici e fieri del proprio paese che si sono mobilitati con entusiasmo per raccontare i loro borghi storici. Nel corso della serata verrà svelata la classifica e rivedremo i borghi in gara e, al termine della competizione, verrà eletto il borgo più bello d’Italia del 2026. Tre giurati d’eccezione saranno i compagni di viaggio di Camila Raznovich. L’attenderanno in tre luoghi diversi, pronti a svelarne segreti, storie e meraviglie, accompagnandoci in un viaggio tra paesaggi sorprendenti e patrimoni unici. Tiziana D’Angelo, archeologa e direttrice del Parco Archeologico di Paestum e Velia, ci porterà alla scoperta di un territorio in cui il passato riaffiora in tutta la sua grandezza, tra vestigia antiche e racconti millenari. Con Fabio Toncelli, regista, esploratore e “cacciatore di paesaggi” del “Kilimangiaro”, raggiungeremo lo scenario suggestivo delle Dolomiti Lucane, tra Castelmezzano e Pietrapertosa, per raccontare un territorio fatto di panorami vertiginosi, borghi sospesi nel tempo e tradizioni che si intrecciano con la natura più autentica.

Lo storico e divulgatore dell’arte Jacopo Veneziani, invece, ci accompagnerà alla scoperta del lato più artistico e culturale di Altamura, facendo emergere una storia che continua a vivere nelle sue strade e nei suoi monumenti. I voti dei tre giurati si aggiungeranno a quelli già espressi dal pubblico attraverso il web, per decretare così il vincitore di questa nuova imperdibile edizione.

 

I Borghi in gara sono:

 

Arenzano (Liguria)

Baselga di Pinè (Trentino)

Battaglia Terme (Veneto)

Canossa (Emilia-Romagna)

Castellaro Lagusello (Lombardia)

Chatillon (Valle d’Aosta)

Cingoli (Marche)

Guardialfiera (Molise)

Lucignano (Toscana)

Margherita di Savoia (Puglia)

Nemi (Lazio)

Passignano sul Trasimeno (Umbria)

Realmonte (Sicilia)

Sadali (Sardegna)

San Fele (Basilicata)

San Nicola Arcella (Calabria)

Spilimbergo (Friuli-Venezia Giulia)

Villalago (Abruzzo)

Villar San Costanzo (Piemonte)

Zungoli (Campania)

 

 

FABRIZIO BIGGIO

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Ragazzi, c’è la Rai da scrollare

 

 

Nell’intervista al RadiocorriereTv i tanti colori dell’attore-conduttore che il grande pubblico della Rai ha scoperto al fianco di Rosario Fiorello, oggi alla guida di “Techegram”, il primo social show che ricorda la storia della Rai con leggerezza propria del linguaggio da social network.  Dal 31 marzo su RaiPlay, ogni martedì con nuovi episodi, e dall’8 aprile alle 8 su Rai 2

 

 

Fabrizio, come sta?

Bene e sono molto felice. Questo lavoro è fatto di alti e bassi e quando ci sono dei momenti in cui riesco a fare tutto ciò che mi dà gioia, delle cose belle, cerco di godermele sperando che rendano felici anche gli altri: “La Pennicanza” con Rosario è una gioia quotidiana, la fiction “Le libere donne” è stata un sogno che si è realizzato, se avessi dovuto scegliere una sola fiction da fare nella vita avrei scelto questa, e ora c’è “Techegram. La Rai da scrollare” su RaiPlay…

 

Ce lo presenta?

È un programmino a cui tengo moltissimo che nasce da un’idea mia e di Luca Rea, storico autore Rai che ho conosciuto quando facevo “Stracult”. “Techegram” rappresenta un po’ una missione, quella di far conoscere le teche nel mondo, di spargere la voce, il verbo (sorride). La storia della Rai è quella del nostro Paese, per capire chi siamo dobbiamo anche capire chi eravamo, cosa abbiamo fatto, chi siamo stati. Insieme a Luca siamo andati a scovare delle chicche pazzesche, che se un tempo ci fossero stati i social sarebbero diventate virali. E da qui nasce l’idea di far diventare le teche un social network, quindi “Techegram”, in cui invece di scrollare i reel che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente tutti quanti si scrollano le perle scovate nei meandri delle teche.

 

Come funziona?

Noi sperimentiamo questo nuovo social network ogni volta con un ospite diverso, ed è proprio lui ad avere il totale controllo del programma grazie a un tablet dal quale si scrollano le teche. Decide dove fermarsi, dove skippare, quando rimettere in play, e anche cosa dire, come commentare. È un po’ come due amici che sono in metro insieme, scrollano il telefonino e commentano.

 

Come ha scelto i compagni di viaggio?

Intanto ho scelto tutte persone con cui so che mi sarei divertito o che mi incuriosivano, con cui sapevo si sarebbe creato un clima caldo, da chiacchiera tra amici. Devo proprio dire che ogni puntata ha un sapore diverso.

 

Che rapporto ha con i ricordi, con ciò che siamo stati?

I ricordi ci fanno sentire vivi. A portarci indietro nel tempo ci sono gli odori, ci sono le canzoni, e poi c’è la televisione. I ricordi televisivi sono una cosa calda, una roba che ti dà malinconia ma anche di gioia, ti spinge a riprovare emozioni lontane. Penso alla prima volta che vidi “Indietro tutta” insieme a mio padre, che era un grande fan di Arbore e Frassica, fu un momento incredibile… vedevo quella cosa pazzesca. Quel programma mi fece conoscere un umorismo nuovo, totalmente folle, che adorai sin da piccolo. Quelle emozioni mi fecero venire voglia di fare questo mestiere.

 

“Techegram” parla ai giovani…

Abbiamo trasformato le teche in reel, le abbiamo “memizzate”, perché volevamo che arrivassero anche ai giovani, che sono abituati a scrollare dopo 30 secondi, che hanno una soglia dell’attenzione meno alta della nostra. E quindi speriamo che quelle cose bellissime, incredibili e dissacranti, della Tv tra gli anni Cinquanta e Novanta, entrino in contatto con loro. In quella Tv c’era voglia di sperimentare, di rompere gli schemi.

 

In un suo “Techegram” personale quali reel non possono mancare?

“Goldrake”, il primo cartone animato che vidi in televisione, come detto “Indietro tutta”, il varietà “Non stop”, dove vedevo Massimo Troisi, Carlo Verdone che si camuffava e faceva i personaggi, ma penso anche alle sigle dei “Fantastico”, quelle di Lorella Cuccarni, di Heather Parisi, con i ballerini, che ti rimanevano in testa, e poi un reel di Fiorello ce lo metto per certo, perché Fiore è nella storia della Tv.

 

Com’è cambiato nel tempo il suo rapporto da spettatore con la televisione?

Mia madre era disperata perché stavo sempre davanti alla televisione. Adesso che in Tv ci lavoro le dico che allora stavo studiando (ride). Ho questa scusa. Ero incuriosito da quello che succedeva lì dentro. Ero ammirato e stupito da quante cose si potessero fare dentro a quella scatola magica… che poi adesso non è più una scatola, ma è una specie di scatola appiattita, come le scatole dopo un trasloco… La guardo ancora, vorrei che tornasse a sperimentare, che inventasse cose nuove.

 

In questa stagione si è messo profondamente in gioco, che esperienza è stata quella della recitazione in una fiction nei panni di un personaggio nuovo, lontano dalla comicità…

Lino Guanciale, il regista Michele Soavi, tutti quelli sul set, mi hanno dato una mano a farmi scoprire le mie corde drammatiche e devo dire che è stato eccezionale. Il set è stato per tre mesi come una famiglia, ci sono ricordi che porterò con me fino alla fine dei miei giorni.

 

In futuro accetterebbe altri ruoli drammatici?

Mi piacerebbe molto, nella speranza di poter sempre lavorare in progetti in cui credo. Pensi che il primo a dirmi che dovevo fare l’attore drammatico è stato Fiorello. Mi diceva: “C’hai una tristezza negli occhi che…”. E alla fine, evidentemente, aveva ragione.

 

A proposito di “Pennicanza”, “Mattinanza”, “Sveglianza”… quest’anno tutto nasce dalla radio. Ancora una volta lei è al fianco del maestro Rosario Fiorello…

Lavorare con Fiore è prima di tutto un divertimento, perché ho la fortuna di essere con un amico. Tante volte io mi dimentico quasi che tutto ciò che lui fa diventa mediatico, che se ne parla dappertutto, che ha milioni di persone che lo ascoltano, che lo seguono. Me ne dimentico veramente (sorride). Stare con lui è una scuola continua, dopo avere imparato i ritmi televisivi ora imparo quelli radiofonici. La radio l’avevo fatta poco, quindi non ero assolutamente nella mia comfort zone.

 

Come vive la popolarità?

Ma non ci penso! Il mio scopo non è mai stato quello di diventare popolare o famoso, non mi è mai interessato. Mi dispiace quando sento i ragazzi che vogliono ballare, recitare, cantare, solo per raggiungere la fama. Come se il successo fosse uno scopo, un valore. Ecco, io penso che la fama sia una conseguenza che arriva quando tu hai voglia di fare delle cose belle, in cui credi con onestà, senza furbizia. La popolarità per me non è fine a se stessa, ma una conseguenza. Se la gente smettesse di riconoscermi per strada non avrei problemi. Ovviamente l’affetto, i complimenti e il feedback di chi ci segue fanno sempre tanto piacere. Il pubblico è un po’ il nostro capo ufficio, è lui a giudicare il nostro lavoro.

 

A proposito di complimenti, ce n’è uno che apprezza in modo particolare?

Quando una persona ti ringrazia per avergli regalato una risata, un’emozione, è impagabile.

 

TITOLO BOX:

GLI OSPITI DI TECHEGRAM

 

TESTO BOX:

Tra gli ospiti: TonyPitony, Andrea Delogu, Giulia Vecchio, Giovanni Scifoni, Riccardo Rossi, Edoardo Prati, Massimiliano Bruno, Ivana Lotito, Michela Andreozzi. E ancora Emanuela Cappello, Pierpaolo Spollon, Roberto Lipari, Francesca Fialdini, Francesco Pannofino, Nino Frassica e Max Mariola. “Techegram”, original della direzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali, direttore Marcello Ciannamea e di Rai Teche, direttore Andrea Sassano, è un programma di Luca Rea e Fabrizio Biggio, regia di Davide Emmer.

 

FILM TV

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Qualcosa di lilla

 

Con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea e con la regia di Isabella Leoni. In onda il 2 aprile su Rai 1

 

 

Nicole ha 15 anni, i genitori separati, la passione per la matematica e il peso di un’adolescenza che la fa sentire “non abbastanza”. La mamma vorrebbe vederla più matura, più “grande”, mentre Nicole è ancora saldamente ancorata all’infanzia, anche grazie al rapporto speciale col papà poliziotto, che vede ogni fine settimana. I suoi genitori, infatti, si sono separati da poco e la ragazza si sta ancora adattando a questa nuova realtà. La vita di Nicole cambia quando nella sua classe arriva Luce, una nuova compagna carismatica quanto travolgente e porta con sé tutto il disagio delle adolescenti di oggi. Come Lucignolo con Pinocchio, Luce trascina Nicole in un mondo fatto di eccessi, dove ogni cosa è spinta al massimo, dove ogni emozione deve essere assoluta. Luce soffre di bulimia da quando era piccola, sembra che la malattia faccia parte di lei, che sia una delle sue tante caratteristiche, qualcosa che non deve far paura. Così Nicole scivola nella malattia come si scivola nell’età adulta, senza accorgersene. Una malattia della mente più che del corpo, quasi un marchio generazionale, un modo per sopravvivere alle pressioni della società. La bulimia diventerà per Nicole la stampella su cui reggersi mentre tutto fuori sembra crollare. In onda giovedì 2 aprile in prima serata su Rai 1, il film tv diretto da Isabella Leoni con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea affronta il tema dei disturbi del comportamento alimentare. “‘Qualcosa di lilla’ non racconta la storia di una ragazza che guarisce, ma di una ragazza che compie un primo passo verso il cambiamento scegliendo di voler guarire – afferma la regista Isabella Leoni – il film suggerisce la necessità, per Nicole, di ritrovare la propria centralità costruendo una consapevolezza più solida, non più dipendente dallo sguardo esterno. La tensione centrale non risiede nella domanda “riuscirà a smettere?”, ma nella speranza che finalmente Nicole si lasci vedere e riesca a chiedere aiuto”. “Qualcosa di lilla” affronta la bulimia nervosa con uno sguardo che va oltre il sintomo, interpretando il comportamento alimentare disfunzionale come l’espressione di un bisogno di ascolto e riconoscimento. “In Nicole il disagio prende forma come un grido interiore trattenuto, capace di orientare la percezione di sé – conclude Leoni – I momenti di quotidianità vissuti a scuola, a casa o con gli amici rivelano quanto il suo dolore resti silenzioso e impercettibile agli altri.

I PERSONAGGI

Nicole (Federica Pala) ha 15 anni, è molto brava in matematica e molto poco nel gestire le relazioni. Ha un unico amico e una vita sociale praticamente inesistente che preoccupa molto sua madre Veronica. La separazione dei genitori, avvenuta da poco e non ancora metabolizzata, è una delle scosse telluriche che contribuiscono a farla sentire instabile, inadeguata, in bilico, insieme alla sua incapacità di integrarsi, alla difficile relazione col corpo e alla difficoltà a lasciar andare l’infanzia, rappresentata da suo padre Cristiano. Soffre di bulimia, ma ne diventa davvero consapevole solo dopo aver consolidato l’amicizia con Luce, la ragazza più bella e popolare della scuola. Luce e Nicole si legano proprio per il disturbo alimentare, ma sarà grazie alla loro amicizia che Nicole si salverà.

Cristiano (Alessandro Tersigni) è il padre di Nicole. Ispettore di polizia, uomo affettuoso e di sani principi ma molto rigido, rappresenta l’infanzia a cui Nicole fatica a rinunciare. Cristiano condivide con Nicole passioni e rituali e inconsciamente fatica ad accettare che sua figlia stia diventando grande. Si è da poco separato da Veronica e ne soffre molto, anche se cerca di non darlo a vedere. Per lui il lavoro è una missione e si traduce in frequenti assenze di cui la figlia paga le spese. Quando la bulimia irromperà nella sua vita, Cristiano si renderà conto che “fare il padre” non è solo provvedere economicamente alla famiglia e portare sua figlia a fare gite la domenica ma “esserci” anche emotivamente.

Veronica (Raffaella Rea) è la mamma di Nicole. Personal trainer, fisico mozzafiato, è lo scoglio contro il quale si infrange la fragile autostima della giovane protagonista, che la vede insopportabilmente “perfetta”. Veronica soffre per la scarna vita sociale di sua figlia e vorrebbe vederla “crescere”. Il suo modo di proteggere Nicole è opposto a quello di Cristiano: mentre lui vorrebbe che restasse bambina per evitarle le sofferenze della vita adulta, lei la vorrebbe “come le altre”, per evitarle la solitudine e lo scherno dei compagni.

Luce (Margherita Buoncristiani), compagna di classe ripetente di Nicole, è bella, bionda, popolare e va decisamente male in matematica. È la Lucignolo che trascina Nicole nel mondo adulto, fatto di abiti glamour, feste e continue trasgressioni alle regole. Luce rappresenta la follia, la sregolatezza, ma anche la spinta vitale dell’adolescenza che vuole conoscere e sperimentare.

Marco (Miguel Bonini) è il ragazzo di cui Nicole si innamora, ricambiata. È di origini filippine ed è l’unico tra i ragazzi con una famiglia unita e funzionale. Studia, lavora nel ristorante dei genitori e dà lezioni di arrampicata nella palestra in cui si allena. Il suo amore per Nicole è puro e porta con sé un romanticismo “antico”. Le resterà vicino nonostante le difficoltà e il suo amore sarà fondamentale per la scelta finale di Nicole.

 

 

 

 

 

 

NOVITÀ

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Fiore e Biggio, si ride anche in Tv

 

“La Pennicanza” diventa “La Mattinanza” per dare la sveglia al pubblico di Rai 2. Appuntamento alle 7.10 dal lunedì al venerdì

 

Da qualche giorno alle 7.10 su Rai 2 (dal lunedì al venerdì), suona la sveglia de “La Mattinanza”, versione televisiva de “La Pennicanza” il programma che Rosario Fiorello e Fabrizio Biggio conducono alle 13.45 in diretta su Rai Radio 2. “Ogni giorno per te c’è la Mattinanza, tutto il resto non ha importanza…” canta il duo dallo studio di via Asiago 10 a Roma. In replica e con contenuti inediti, il programma vede la partecipazione del maestro Enrico Cremonesi. Immancabili, nel corso dello show, le straordinarie imitazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di Papa Leone e del Camerlengo, di Jannik Sinner, del presidente della Regione Campania Roberto Fico.

Lea Gavino

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Una vita creativa


«Cerco di trasformare i sogni in progetti concreti, passo dopo passo» afferma la giovane attrice romana che, nella serie ispirata dai romanzi di Gianrico Carofiglio, interpreta Consuelo Favia, brillante, ironica e precisa praticante. “Guerrieri. La regola dell’equilibrio” con Alessandro Gassmann il lunedì in prima serata Rai 1

 

 

Com’è entrata a far parte di questo progetto?

È successo tutto molto velocemente. Mi hanno chiamata praticamente dall’oggi al domani, perché non riuscivano a trovare un’attrice per questo ruolo. Ho dovuto preparare scene molto complesse in pochissimo tempo, con tanti termini legali che non conoscevo affatto. È stata una sfida enorme, ma anche molto divertente e stimolante. Lavorare sotto pressione, sostenuti dall’adrenalina, a volte aiuta a tirare fuori più coraggio.

Come descriverebbe Consuelo?

È un personaggio piuttosto spigoloso, che può risultare antipatico a un primo impatto. È molto rigorosa, precisa, completamente dedita al lavoro. Allo stesso tempo, però, è anche molto empatica. Ha un rapporto quasi padre-figlia con Guerrieri, che è molto protettivo nei suoi confronti, come se fosse la figlia di un genitore single. Esplorare in scena questo contrasto è stato bellissimo.

Quanto c’è di lei in questa ragazza?

Ho avuto tempo per lavorarci bene durante l’estate, quindi ho potuto approfondire la sua personalità. Sicuramente c’è la mia ironia, un po’ pungente; invece, la sua disciplina e il suo perfezionismo sono aspetti che sento meno miei e che ho cercato osservando il comportamento di alcune amiche.

Ha avuto modo di confrontarsi con Gianrico Carofiglio?

L’ho incontrato verso la fine delle riprese, ma sul set eravamo seguiti da avvocati veri, che ci aiutavano con il linguaggio, i dettagli tecnici e ci suggerivano anche le movenze più corrette. A volte fermavano le scene per correggerci: una parola sbagliata poteva cambiare completamente il significato. È stato fondamentale per rendere tutto credibile.

Questa esperienza le ha fatto venire voglia di buttarsi nel mondo della giurisprudenza?

Direi proprio di no (ride), però ho capito che ci sono delle somiglianze con il lavoro dell’attore: anche un avvocato deve convincere, deve essere credibile, “recita” durante le sue arringhe e deve persuadere qualcuno. In fondo, anche questa è una forma di interpretazione.

Com’è stato lavorare con attori esperti come Alessandro Gassmann?

È stato incredibile, uno degli incontri più interessanti del mio percorso professionale. È un attore molto generoso, che gioca di squadra. Per lui è fondamentale che tutti siano concentrati e sullo stesso piano: non si pone mai con un atteggiamento di superiorità. Ama giocare in scena con l’improvvisazione e la sorpresa, basa il suo lavoro sulla condivisione ed è molto disciplinato e appassionato, preciso, non perde un colpo. Posso dire di aver imparato tanto, soprattutto sull’importanza della presenza e della relazione in scena. In mio fratello Damiano, che ha lavorato molto con Alessandro in “Un Professore”, rivedo molto di lui: è un maestro a cui ispirarsi.

In famiglia siete più di uno a lavorare nel mondo artistico. Come l’hanno presa i suoi genitori?

All’inizio con un po’ di preoccupazione, com’è normale, ma sono sempre stati molto sinceri e ci hanno lasciato liberi di coltivare le nostre passioni. Sono sostenitori cauti, mai genitori “groupie”, cosa che a me fa molta paura. Sono molto interessati al processo, più che al risultato finale. Credo che, in fondo, siano felici, anche perché ci hanno sempre permesso di coltivare le nostre passioni artistiche fin da piccoli. Alla fine, anche loro sono due artisti mancati (ride), bravissimi a raccontare storie: una delle prime capacità che chi vuole fare questo mestiere deve avere.

Nei suoi lavori interpreta spesso figure femminili forti. È una scelta?

Non sempre posso scegliere i ruoli, ma mi rendo conto che mi arrivano spesso personaggi femminili che cercano di affermarsi, donne che lottano per essere riconosciute in contesti difficili. Sono storie che mi appassionano molto.

Pensa che oggi ci sia abbastanza spazio per le donne nel vostro ambiente?

Purtroppo no, è evidente. Lo spazio è ancora limitato e il cambiamento è lento, ma ci sono tantissime artiste valide ed è importante continuare a farsi spazio, anche “sgomitando” un po’.

Attrice, ma anche cantante. Come convivono queste sue due anime?

In modo molto naturale. La musica fa parte della mia vita da sempre e ora ho deciso di condividerla di più, di renderla anche un lavoro. Le due cose si intrecciano: la recitazione aiuta nella musica e viceversa.

Dove si sente più se stessa?

Probabilmente quando canto. Nella musica racconto direttamente me stessa, anche perché scrivo le mie canzoni, mentre nella recitazione c’è sempre un filtro: il personaggio. A volte è bello nascondersi, altre sento il bisogno di essere completamente sincera.

Ha dei modelli di riferimento?

Sicuramente mia nonna. È sempre stata per me un esempio di indipendenza, di capacità di sognare e di emozionarsi. Mi ha insegnato a fermarmi e a guardare le cose con profondità. È il mio punto di riferimento più importante.

E oggi, come sogna?

Cerco di trasformare i sogni in progetti concreti. Non è sempre facile, ma provo a renderli realizzabili, passo dopo passo.

Quali sono i suoi obiettivi?

A breve termine, sicuramente realizzare un disco. A lungo termine, vivere serenamente di quello che amo fare.

RAI E RAI WAY

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Verso l’Hyperscale Data Center di Pomezia

 

Presentato il progetto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del Ministro Adolfo Urso e del Sindaco di Pomezia Veronica Felici

 

 

L’iniziativa, che ha recentemente ricevuto il permesso a costruire, rientra nel piano di diversificazione strategica ed evoluzione delle infrastrutture digitali implementato da Rai Way, in coerenza con il processo di trasformazione di Rai in una Digital Media Company. Questo percorso vede Rai impegnata anche attraverso lo sviluppo e il consolidamento delle piattaforme digitali RaiPlay e RaiPlay Sound, l’estensione della radio digitale DAB+, l’evoluzione delle modalità di produzione e distribuzione dei contenuti e l’introduzione di standard tecnologici avanzati. Per il ministro Adolfo Urso “In un’epoca in cui la gestione del dato è diventata una questione che investe sia identità culturale che sicurezza nazionale, il progetto Hyperscale segna un passo in avanti concreto nel percorso verso la piena sovranità digitale del Paese. Questo Data Center assicurerà che il patrimonio della Rai – patrimonio di tutti gli italiani – sia custodito in un’infrastruttura sicura, resiliente e radicata sul territorio nazionale. Ancora una volta il servizio pubblico dimostra di saper affrontare la sfida della modernità, coniugando la propria missione storica di broadcaster con quella di una moderna Tech Media Company”. Molte le nuove infrastrutture e le soluzioni digitali che oggi caratterizzano il posizionamento di Rai Way: una Content Delivery Network proprietaria basata su un’architettura distribuita di nodi edge interconnessi con la rete in fibra e con i data center della Società, progettata per supportare la distribuzione efficiente di contenuti audiovisivi e servizi digitali con elevati livelli di affidabilità, sicurezza, scalabilità e bassa latenza, anche a supporto delle piattaforme OTT e delle nuove modalità di fruizione dei contenuti; una rete in fibra ottica proprietaria e resiliente di oltre 6.000 chilometri ad alta capacità, destinata a crescere ulteriormente; una rete di edge data center distribuiti sul territorio, già attivi a Torino, Firenze, Genova, Venezia e Milano; un’offerta integrata di servizi infrastrutturali e cloud, che spazia dalla colocation allo storage al private cloud, con ambienti dedicati ad alte prestazioni, risorse virtualizzate scalabili e sicure e pieno controllo per la gestione e l’elaborazione dei dati. Una Rai Way moderna che, con l’ottenimento del permesso a costruire il Data Center Hyperscale di Pomezia, potrà sviluppare un nuovo asset strategico, rafforzando il proprio ruolo di player infrastrutturale in grado di supportare l’evoluzione digitale del Paese e di contribuire alla creazione di capacità cloud e di gestione dei dati distribuiti sul territorio nazionale, in una prospettiva di autonomia tecnologica e di sovranità digitale.
Il progetto, le cui modalità e tempistiche di sviluppo prevedono anche interlocuzioni con possibili operatori interessati, ha caratteristiche modulari e prevede la costruzione di un hyperscale di ultima
generazione su un’area di circa 140.000 metri quadrati, con 16.000 metri quadrati complessivi di data hall distribuiti in quattro edifici indipendenti, ciascuno articolato in quattro data hall da 1.000 metri quadrati. L’infrastruttura sarà progettata secondo standard ANSI/TIA-942 Rated-4, il livello più elevato in termini di affidabilità e resilienza per i data center, e sarà alimentata al 100% da fonti rinnovabili. Il campus potrà sviluppare quattro moduli funzionali, con una potenza IT di 8,8 MW per modulo e una capacità complessiva pari a 35,2 MW, con possibilità di ulteriore espansione. L’architettura sarà altamente flessibile per adattarsi alle esigenze dei clienti hyperscale e cloud, con configurazioni customizzabili in termini di densità, layout e sistemi di raffreddamento.
È inoltre in corso di autorizzazione un impianto fotovoltaico con una capacità iniziale di 5,5 MW, che potrà supportare parzialmente l’approvvigionamento energetico del campus. La scelta di Pomezia e dell’area romana per la realizzazione di questo nuovo asset riflette precise valutazioni strategiche. Roma rappresenta infatti un nodo centrale per lo sviluppo delle infrastrutture digitali del Paese. La vicinanza alle principali landing station dei cavi sottomarini del Mediterraneo, la presenza di un importante Internet Exchange Point locale e la disponibilità di connessioni in fibra ad alta capacità rendono il territorio un hub naturale per lo sviluppo di servizi cloud e data center di nuova generazione.
La creazione di un grande polo digitale al centro sud consente di rafforzare la resilienza del sistema nazionale e di sviluppare nuove “availability zone” per imprese e pubblica amministrazione in grado di garantire continuità operativa e soluzioni di disaster recovery. Per Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato della Rai, “L’Hyperscale Data Center nel comune di Pomezia costituisce, per Rai Way e per l’intero gruppo Rai, un traguardo importante, in linea con il processo di trasformazione dell’azienda in una moderna Digital MediaCompany e coerente con i principali obiettivi del nostro nuovo Piano Industriale, che ci renderà sempre più sostenibili, competitivi e centrali in un contesto di mercato radicalmente mutato rispetto al passato. Si tratta di un hub dal grande valore strategico non solo in termini di spinta innovativa, transizione digitale e sviluppo industriale del gruppo Rai ma anche per quanto riguarda il territorio circostante, l’indotto e la Nazione tutta poiché, andando a perfezionare e implementare la nostra offerta di servizi digitali, non farà che contribuire alla sicurezza e alla sovranità tecnologica italiana”. Roberto Cecatto, Amministratore Delegato di Rai Way ha affermato: “L’Hyperscale di Pomezia è un progetto centrale nel piano industriale di Rai Way, che rafforza il proprio patrimonio infrastrutturale e consolida il posizionamento societario quale ecosistema integrato di infrastrutture e servizi digitali, sicuro, sostenibile e interamente italiano, in grado di accompagnare imprese, istituzioni e cittadini nella transizione digitale. Gli investimenti che Rai Way sta realizzando e continuerà a realizzare sono orientati allo sviluppo di infrastrutture sempre più moderne ed efficienti, anche in favore di Rai e al servizio del sistema Paese. Operiamo con la competitività propria di un operatore di mercato, mantenendo salda la nostra vocazione di servizio pubblico e il sostegno alla Capogruppo”. Veronica Felici, Sindaco di Pomezia ha dichiarato: “Abbiamo lavorato negli ultimi anni per rendere possibile questo risultato, che oggi si concretizza in un investimento significativo sulla nostra città. Si tratta di una scelta che conferma Pomezia come un hub dinamico dell’innovazione, capace di attrarre investimenti tecnologici di rilevanza nazionale e di rafforzare il ruolo del nostro territorio nella comunicazione digitale e nelle infrastrutture avanzate. La nostra Amministrazione continuerà a collaborare con Rai Way in tutte le fasi di sviluppo, mettendo a disposizione competenze e strumenti per accompagnare un investimento che rappresenta una nuova prospettiva di crescita per la città e per l’intero territorio”.

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Carlo III e le donne della sua vita

 

Rai Libri presenta “Le donne di Carlo” di Ilaria Grillini, un viaggio nel profilo umano e istituzionale del sovrano britannico attraverso i rapporti con le figure femminili che ne hanno segnato il percorso. Un ritratto inedito tra affetti, scelte difficili e visioni moderne, che restituisce un Carlo III complesso, anticipatore sui temi ambientali e impegnato a guidare la monarchia tra tradizione e cambiamento

 

 

 

Nel suo libro emerge un Carlo III molto diverso da quello spesso raccontato dai media: qual è l’aspetto che più l’ha sorpresa durante la scrittura?

Emerge un Carlo diverso, ma non perché sia cambiato lui. Piuttosto, perché lo scopo del libro è proprio quello di far conoscere meglio una figura sulla quale, forse, in pochi si sono soffermati davvero a riflettere e a studiare. Anche perché accanto a lui ci sono sempre state donne molto forti, presenti, in alcuni casi persino ingombranti, che inevitabilmente hanno finito per sovrastarlo nel racconto pubblico. E così nessuno, o quasi, ha mai dedicato abbastanza tempo a capire davvero che uomo fosse.

Nel racconto emerge anche un lato meno visibile, più intimo e quasi anticipatore dei tempi: quanto pesa questa dimensione nel ritratto che ne viene fuori?

In realtà, Carlo è una persona estremamente intelligente. È uno che affrontava temi come l’ambiente, la sostenibilità e il cambiamento climatico già cinquantacinque anni fa, in un’epoca in cui nessuno ne parlava con la consapevolezza di oggi. Questo, secondo me, basta già a far capire quanto valga la pena fermarsi un momento su di lui. Mi auguro che chi leggerà il libro arrivi alla fine con una sensazione precisa, quasi di sorpresa, e pensi: “Ah, però… non sapevo fosse così”.

Le figure femminili sono state centrali nella vita del sovrano: quale tra queste ha avuto, secondo lei, l’influenza più profonda sul suo carattere?

Direi senza dubbio la madre. Innanzitutto perché è la madre, e già questo, per chiunque, la rende una figura decisiva. Ma nel suo caso parliamo anche della Regina, di quella che per tutti è stata la Regina per antonomasia: impeccabile, perfetta, totalmente dedita al dovere. Nel suo ordine di priorità veniva prima il ruolo, poi l’essere moglie e solo dopo l’essere madre.

Quanto ha inciso il rapporto con Elisabetta II, tra distanza affettiva e senso del dovere, nella costruzione personale di Carlo?

Probabilmente, se ci sono state delle mancanze, sono nate proprio lì, nel rapporto materno. Ma questo non toglie nulla al peso enorme che Elisabetta II ha avuto nella formazione di Carlo. Del resto, ciascuno di noi è il risultato di tante influenze, di tutte le persone con cui cresce e si confronta. E lui, nella sua vita, ha avuto accanto davvero molte donne importanti.

Quanto è stata determinante la presenza di Camilla nella vita di Carlo?

Lei è un’altra figura fondamentale. Perché è stata la donna della sua vita. L’ha amata da ragazzo, e con lei ha attraversato periodi durissimi, scegliendo alla fine di andare contro tutto e tutti pur di poterla sposare. Sappiamo bene com’è andata: il matrimonio precedente era sbagliato fin dall’inizio. Oggi, probabilmente, un’unione del genere non durerebbe quindici anni, forse nemmeno uno. Ma allora lui fece quelle scelte per ragion di Stato. Camilla, però, è rimasta sempre accanto a lui. È stata la sua roccia. Così come la Regina definiva Filippo, ecco, secondo me Camilla è stata e continuerà a essere questo per Carlo.

Quanto è cambiata nel tempo la percezione pubblica di questa figura?

Moltissimo, direi radicalmente. Per anni Camilla è stata odiata. Le tiravano oggetti nei supermercati, la insultavano sotto casa, veniva considerata la donna che aveva distrutto una famiglia e rovinato una favola. In quel racconto pubblico, Diana era la vittima assoluta, quasi una santa, mentre Camilla era il simbolo della colpa. Con il tempo, però, la percezione è cambiata. E questo è accaduto anche perché la realtà era molto più complessa di come veniva raccontata. Camilla è stata molto intelligente: non ha mai parlato. Ha scelto il silenzio, al contrario di Diana che invece ruppe gli schemi con la celebre intervista alla BBC. Camilla ha aspettato. E nel tempo le persone hanno iniziato a conoscerla meglio, a capire quanto fosse importante per Carlo e quanto il loro legame fosse autentico.

Alla luce di ciò che oggi sappiamo, come cambia il confronto tra Diana e Camilla nella percezione pubblica?

Per certi aspetti Camilla è molto più simile alla Regina di quanto non lo fosse Diana. Hanno interessi comuni, un certo senso della misura, persino passioni condivise come quella per i cavalli, che Diana invece non amava affatto. E poi, col tempo, entra in gioco anche il buon senso. Non si può pensare di costringere una persona a vivere per tutta la vita accanto a qualcuno che non ama. Quel matrimonio era sbagliato fin dall’inizio, e oggi questo lo si riconosce con maggiore lucidità.

Il rapporto con Elisabetta II appare complesso e allo stesso tempo determinante: che tipo di eredità umana e istituzionale gli ha lasciato?

Sono molto diversi, questo è evidente, ma da lei Carlo ha preso il senso del dovere e soprattutto l’esempio. Sa perfettamente come comportarsi, conosce i codici, i tempi, i limiti del ruolo. Da principe ereditario, quando ha espresso opinioni personali, gli è stato subito fatto notare che non poteva farlo, perché la famiglia reale non deve esprimere posizioni politiche. E lui rispose che ne era ben consapevole, ma che si permetteva di farlo proprio perché non era ancora sovrano. Da re non avrebbe più potuto. La madre, infatti, non si esponeva quasi mai. In tutta la sua vita lo ha fatto pochissime volte. Ricordo, per esempio, il G20 di Glasgow, quando sul clima disse: “Speriamo che non restino solo parole”. Aveva un suo linguaggio tutto particolare per comunicare: i gioielli. Le spille erano veri e propri messaggi. Quando arrivò Trump, per esempio, indossò una spilla che le era stata regalata da Obama. In altre occasioni scelse spille legate a momenti specifici, persino a un funerale. Erano messaggi chiarissimi, ma affidati al silenzio. Carlo, invece, è più diretto, più esplicito.

Anche le nuove generazioni, con Kate e Meghan, entrano nel racconto: che impatto hanno avuto sugli equilibri della monarchia contemporanea?

Hanno avuto un impatto enorme, perché rappresentano il futuro. Per molto tempo si è sperato tantissimo nella coppia formata da William e Harry, insieme a Kate e Meghan: i cosiddetti “favolosi quattro”. Sembravano il volto perfetto di una monarchia nuova, più giovane, più vicina alle persone, più internazionale. Poi, però, Meghan non ha accettato il sistema gerarchico della monarchia, le sue regole, i suoi tempi, i suoi vincoli. E Harry, che caratterialmente assomiglia molto a Diana, ha seguito quella strada. Da lì si è aperta una frattura che ha inciso molto sugli equilibri interni.

 

Oggi il futuro della monarchia è chiaramente incarnato da William e Kate, che godono di un consenso altissimo. Accanto al re ci sono anche figure solidissime come Anna, che è di fatto il suo braccio destro, ed Edoardo con Sophie, che svolgono un ruolo importante nella tenuta della famiglia reale. Questa è la monarchia di oggi, ma anche quella che si prepara a diventare la monarchia di domani.

Le tensioni familiari, soprattutto quelle che hanno attraversato negli anni la famiglia reale, quanto incidono sull’immagine pubblica e sulla stabilità della monarchia?

Moltissimo. La storia dei Windsor è stata segnata da momenti molto difficili: basti pensare all’abdicazione di Edoardo VIII o alla morte di Diana. Ricordo un’immagine che per me resta simbolica: il feretro di Diana davanti a Buckingham Palace e la Regina che abbassa il capo. Lo fece perché i sudditi lo chiedevano, perché c’era una pressione fortissima da parte dell’opinione pubblica. Anche l’ingresso di Camilla è stato a lungo un tema delicatissimo. Ma oggi, probabilmente, il problema più pesante è stato quello legato al principe Andrea, perché ha scosso in profondità le fondamenta della monarchia. Gli sono stati tolti titoli e incarichi, facendo ricorso perfino a una legge del 1917. Si è discusso della sua posizione, del danno reputazionale, dell’impatto che tutta la vicenda ha avuto sull’istituzione.

Come si inserisce in questo contesto il ruolo della Regina negli ultimi anni?

La Regina, che aveva novantacinque anni, ha affrontato quella situazione come poteva in quel preciso momento della sua vita e del suo regno. C’era anche un legame personale fortissimo, perché Andrea era il figlio prediletto. Questo elemento umano non può essere ignorato. Molte cose, peraltro, sono emerse o sono diventate più chiare dopo la sua morte. Carlo e William hanno spinto per una linea più dura, più netta, più compatibile con l’idea di una monarchia che doveva cercare di proteggere se stessa. Oggi l’obiettivo è evidentemente contenere il danno, ma il peso di tutta la vicenda resta evidente.

 

Dopo questo lavoro, qual è la chiave di lettura più corretta per comprendere davvero Carlo III e, più in generale, la complessità della monarchia oggi?

Bisogna sempre analizzare tutto con grande attenzione, senza cedere alla tentazione della semplificazione. Da fuori è molto facile giudicare, ma la realtà, soprattutto quando riguarda una famiglia e al tempo stesso un’istituzione, è sempre più complessa di quanto appaia.

Grace Kicaj

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Libere di esistere


«Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria» racconta l’attrice che nella serie di Michele Soavi interpreta Margherita. L’ultima puntata de “Le Libere donne” in onda martedì 24 marzo su Rai 1

 

 

 

Il suo personaggio entra nella storia delle “Libere donne” con un gesto molto forte e provocatorio. Cosa rappresenta questo gesto?

Quando ho letto inizialmente la sceneggiatura, mi ha subito colpito il rapporto malato con il marito di Margherita, vittima di un uomo violento emotivamente, fisicamente ed economicamente, che pensa solo a impadronirsi di tutta l’eredità di questa ragazza. Mettendosi nuda in piazza, dando scandalo proprio durante la Vigilia di Natale, penso che lo faccia per dire: “è arrivato il momento di porre fine a tutto questo”. Lei sa che è un punto di non ritorno e che così facendo lui l’avrebbe ammazzata. Questa è la conclusione alla quale siamo arrivati anche con il regista, anche se poi le cose non andranno come aveva pensato.

Margherita vive momenti di grande fragilità ma anche di grande forza. Qual è stata la sfida più grande nell’interpretarla?

Margherita è un personaggio molto complesso, perché per tutta la storia è in bilico tra la follia e l’essere presente a se stessa. Quindi c’è il dare e restituire questo senso di follia, di libertà, di tutto, però mantenendo la lucidità e la consapevolezza. Poi, dal punto di vista più personale, ci sono state tante scene di nudo nel corso della storia; quindi, questa è stata una sfida importante per me. Ma principalmente è stato proprio questo: rendere la follia mantenendo la lucidità.

Dal punto di vista emotivo, che tipo di lavoro ha fatto?

Ci ho pensato anche di recente, perché in questi tre mesi e mezzo in cui abbiamo girato la serie sono andata molto di pancia. Non ho pensato tanto, mi sono fidata del mio istinto. Ripensandoci, penso di aver lavorato con tantissima rabbia, talmente tanta che qualsiasi cosa dovessi fare, mi buttavo. È una rabbia che mi smuove fisicamente ed emotivamente, dei sentimenti che forse conoscevo. Mi ha portato anche a fare cose che non pensavo mai di poter fare.

Questa donna entra come Signora Lenzi, ma vuole uscire semplicemente come Margherita…

Vero. C’è una scena all’inizio della serie in cui lei mette proprio il punto su questa cosa: non vuole essere associata a quel cognome. Per tutta la serie andrà alla ricerca di questa libertà, riavere quello che è suo, non essere associata a questo uomo violento. È proprio un’anima pura.

Quando una donna è scomoda?

Una donna che esiste, sembra che basti questo. Una donna che esiste con una propria dignità, che abbia una vita costruita da lei, che vada alla ricerca della propria libertà, che abbia diritto al suo denaro, che si faccia sentire, che alzi la voce, che non voglia essere associata a niente se non a se stessa. È tutto attuale, ed è terribile. È il diritto di esistere.

Cosa vuol dire esprimere la propria libertà?

Avere la possibilità di scegliere della propria vita, e in questo io mi sento davvero una persona fortunata, perché ho potuto esserlo senza problemi. Non mi sono mai fatta dire cosa dovessi fare, né dalla famiglia, né dall’amore o da altro. Penso che questo sia rimanere fedeli alla propria verità, essere padroni di sé. È un discorso molto ampio, ma spero di aver reso l’idea.

Che rapporto si crea tra Margherita e il suo medico?

L’incontro con Mario Tobino, in un luogo dove sembrava impossibile, è il momento cruciale della storia. Lei arriva in manicomio piena di ferite e l’ultima cosa che vuole è fidarsi di qualcuno: tutti per lei sono dei nemici. Quando però incontra questo medico, che non dà per scontato che sia pazza, ma al contrario le dà la possibilità di esistere, si fida totalmente. Questo la travolge, perché diventa anche una storia d’amore che non pensava di poter vivere.

Com’è stato lavorare con Lino Guanciale?

È un attore che stimo molto, una fortuna lavorarci insieme. È una persona umanamente meravigliosa, generosissima. Ci siamo incontrati al provino e abbiamo lavorato subito molto bene, anche senza conoscerci. Quando siamo arrivati sul set c’era già fiducia, come tra Margherita e Tobino. Questo ha reso tutto più facile sul set, mi sono lasciata trasportare.

Cosa spera arrivi al pubblico?

Spero che arrivi consapevolezza. Prima di iniziare ho letto i diari di Virginia Woolf e Sylvia Plath, donne straordinarie, segnate da una grande sofferenza. Le loro storie, le loro parole mi hanno colpito tantissimo, così come quelle di Tobino nel suo libro. Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria.

Cosa vuole conservare di Margherita?

L’approccio con cui ho vissuto questa vita, con verità e con fiducia. Spero di conservarli sempre, perché è stato il lavoro più bello che abbia fatto finora.

Ha mai pensato cosa avrebbe fatto al suo posto?

Penso sia inevitabile. Io do molto di me al personaggio, e credo di aver dato tanto a lei e viceversa. La rabbia di cui parlavo è qualcosa di personale che è entrato anche nel personaggio.

Cosa deve colpirla in un progetto?

Un personaggio costruito bene, con una storia concreta da raccontare, per me è fondamentale avere chiaro il suo percorso. Spero di rimanere sempre curiosa e di interpretare ruoli sempre diversi.