Tinto Nicola Prudente

Posted on

Uno di loro

Dopo anni di viaggi e racconti dell’Italia, il conduttore di “Linea Verde”, insieme a Margherita Granbassi, racconta il suo legame con il territorio, le persone e il valore delle storie autentiche che incontra ogni giorno grazie al programma. Tra borghi, agricoltura, tradizioni e incontri umani, ricorda come il vero patrimonio del Paese siano soprattutto le persone: «Il tesoro nascosto dell’Italia sono le persone». La domenica alle 12.20 su Rai 1

 

Dopo tanti viaggi, oggi come vive questo lavoro?

Oggi, a parte magari un po’ di nostalgia di casa, posso dire che faccio un lavoro bello, interessante. È qualcosa che non cambierei mai. Ho avuto anche la fortuna, durante alcune trasferte quando facevo “Camper”, di poter portare con me i miei figli: sono esperienze che ti arricchiscono. Ho girato praticamente tutta Italia e mi piacerebbe un giorno fare lo stesso in Europa. Sarebbe bello, anche professionalmente.

Una “Linea Verde… in Europa” …

Sarebbe davvero interessante, ma è chiaro che a livello produttivo sarebbe un impegno enorme. Un conto è andare a Terracina, un altro è organizzare una produzione a Londra o in altri Paesi. Però le idee camminano, magari un pezzettino alla volta. Intanto continuiamo con quello che facciamo con “Linea Verde”: raccontare il bello del nostro Paese.

Dopo tanti viaggi, qual è secondo lei il vero tesoro nascosto dell’Italia?

Su questo non ho dubbi: le persone. È la gente che rende unico il nostro Paese e, in un’epoca fatta di intelligenza artificiale e algoritmi, dove tante cose sono teoriche e lontane, tu puoi ancora stringere la mano a un agricoltore e toccare con mano la fatica, la creatività e la passione del suo lavoro. Ogni trasferta per me non è mai solo stanchezza, perché incontro persone straordinarie. La settimana scorsa eravamo a Siracusa, in un’azienda che produce miele, e volevano addirittura farci restare a cena.  Noi non siamo conduttori che arrivano con il van, il camerino e creiamo una distanza dal pubblico. Il nostro approccio è diverso, sembriamo “uno di loro”. Ed è il modo migliore per stare vicino alle persone e comprenderle davvero.

C’è un incontro umano che l’ha colpito più degli altri?

Ce ne sono tantissimi. Ti racconto dei ragazzi che ho conosciuto in Sicilia, che hanno cambiato completamente un luogo comune, quello secondo cui un giovane deve studiare, andare all’università, fare carriera in una grande città. Io mi sono laureato nel 2000, in quegli anni sembrava quasi naturale pensare alla city, alla pubblicità, alla carriera. Loro invece hanno scelto un’altra strada: hanno guardato alla terra.

Durante la pandemia hanno capito che il loro futuro non era nella metropoli, ma in un’agricoltura nuova. Hanno recuperato terreni che un tempo erano abbandonati e hanno creato un’azienda moderna, usando anche internet, l’e-commerce e tecnologie come droni e innovazione agricola. Coltivano pomodori di Pachino, ma anche avocado, mango, papaya: colture che fino a qualche anno fa sembravano impensabili in Sicilia. Mi ha colpito la loro energia, il coraggio e soprattutto la gioia nei loro occhi.

Questo le fa guardare al futuro con più fiducia?

Sì. L’Italia è fatta di grandi città, ma soprattutto di piccoli borghi. Io sono una persona curiosa, mi piace lasciarmi sorprendere dai luoghi. Quando arrivo in un paese non sono uno che prende il telefono e guarda solo la mappa. Preferisco parlare con qualcuno per strada, magari con un anziano del posto. Gli chiedo: “Come va? Mi sa indicare questa strada?”. Da lì nasce un incontro. La tecnologia spesso tende a isolarci, invece io ho bisogno dell’energia delle persone, quella che mi nutre davvero.

C’è ancora la magia della televisione nei piccoli paesi?

Assolutamente sì. Nei piccoli borghi quando arriva una troupe televisiva, le persone si emozionano ancora, perché esiste ancora un rapporto speciale con chi racconta le loro storie.

Ha incontrato anche stranieri che hanno scelto di vivere in Italia. Come ci vedono?

Vedono soprattutto la parte bella del nostro Paese: la storia, il paesaggio, la cultura, il patrimonio enorme che abbiamo. Ho conosciuto una famiglia svizzera che negli anni Settanta ha recuperato un casale in Toscana e già allora parlava di sostenibilità. Oggi sembra normale parlare di agricoltura sostenibile, ma farlo tanti anni fa era una scelta coraggiosa. Poi certo, anche loro incontrano le difficoltà italiane, la burocrazia, le complicazioni. Però alla fine la passione per il bello supera tutto.

La cucina italiana è patrimonio UNESCO. Qual è il gusto che sente più suo?

La cucina semplice. Ho avuto la fortuna di mangiare dai più grandi chef stellati, da Massimo Bottura a Chicco Cerea e Carlo Cracco, ma tutti alla fine riconoscono una cosa: la vera cucina italiana nasce dalle case, dalle nonne, dai piatti poveri e di recupero. La carbonara, le orecchiette con le cime di rapa, la pappa al pomodoro: sono piatti che hanno attraversato il tempo. Sono come un paio di jeans che non passano mai di moda. Il vero patrimonio è qualcosa che appartiene a tutti, non solo ai grandi chef. È la cucina delle nostre famiglie.

Fuori dalle telecamere, chi è Tinto nel quotidiano?

In realtà sono molto simile a quello che vedete in televisione. A casa sono il pazzerello della famiglia. Ho due figli, Davide ed Eleonora. Lei mi somiglia molto, è creativa e quest’anno andrà al liceo artistico. Davide invece è più riflessivo e andrà al classico. Mia moglie non fa parte del mondo dello spettacolo, insegna spagnolo, è molto riservata ed è completamente diversa da me. Io sono quello che vedete a “Linea Verde”: spontaneo, curioso, espansivo. Mi piace la semplicità, non cerco cose sofisticate. Vivo una vita normale, mi piace stare con la famiglia, cenare insieme, leggere un libro e bere un bicchiere di vino.

Per essere “Tinto” ha bisogno di molta energia. Dove la trova?

Una volta Monica Caradonna ha detto che quando entro in una stanza la illumini con la mia energia. Dove la trovo? Probabilmente dal rapporto con le persone (ride). Ho lavorato con tanti colleghi e con tutti è nato un rapporto di affetto e amicizia: da Roberta Morise ad Alessia Mancini, Monica Caradonna, Carolina Rey, fino a Federico Quaranta, che considero quasi un fratello. Con tutti ho sempre cercato di creare un clima positivo, non sono mai stato interessato alla visibilità o a essere al centro dell’inquadratura. Dove mi metti, sto.

Qual è il luogo per ritrovarsi e ricaricarsi?

La mia ricarica naturale sono mia moglie e i miei figli. Nel lavoro viaggio tantissimo: treni, aerei, macchine. Quando torno a casa cerco l’opposto. Mi godo la cena, il pranzo in famiglia, un libro, un momento tranquillo. Anche in vacanza difficilmente torno nei posti dove ho lavorato, perché altrimenti non stacco mai.

Cosa vuol lasciare al pubblico dopo una puntata di “Linea Verde”?

Vorrei arrivasse l’autenticità dell’Italia. Esiste ancora il cibo genuino, ma bisogna avere voglia di cercarlo. Quando vai direttamente dal produttore, in un mercato o in una bottega, c’è un rapporto umano che non trovi nei grandi sistemi. È quella la forza dell’Italia: il saluto, la piazza, il mercato, il produttore che ti conosce. Questa è una cosa che all’estero spesso fanno fatica a comprendere.

Come vive questa nuova esperienza con “Linea Verde”?

È un anno molto particolare per me. Ho perso mio padre prima di Natale e a settembre compirò 50 anni. Mi sento diventato adulto in tutti i sensi. Condurre “Linea Verde” è stato un regalo, un’opportunità con un significato speciale. Quando ero piccolo mio padre mi regalò un trattore. In qualche modo penso che gli avrebbe fatto piacere vedermi oggi raccontare questo mondo. È una soddisfazione che avrei voluto condividere con lui.

FarWest Speciale

Posted on

Scam – L’industria della truffa

Inchiesta sulla rete internazionale delle frodi digitali. Conduce Salvo Sottile, in onda domenica 28 giugno, in seconda serata su Rai 3

Un viaggio tra Italia, Cipro, Romania e Israele nel cuore dell’industria globale dell’inganno digitaleFarWest” torna con una puntata speciale dedicata al fenomeno delle truffe online e al sistema internazionale che ne alimenta la diffusione. L’appuntamento è per domenica 28 giugno in seconda serata su Rai3 con un’inchiesta che documenta dall’interno il funzionamento di organizzazioni attive nel trading fraudolento e nelle criptovalute. Il racconto si apre con le testimonianze di alcune vittime italiane e delle loro famiglie, attirate da false promesse di investimento e indotte, attraverso tecniche di manipolazione, a trasferire ingenti somme di denaro verso conti esteri. Seguendo il flusso dei soldi, l’inviato di “FarWest” arriva a Cipro per infiltrarsi in un call center con sede a Limassol, operando sotto copertura per documentarne l’attività. Le immagini raccolte mostrano una struttura organizzata e altamente specializzata. Nel corso dell’indagine emerge il nome di Yaniv Pintsev, detto “Moshikò”, ritenuto la figura centrale di una rete attiva tra Cipro, Romania e Israele. L’inchiesta prosegue a Bucarest, tra i principali hub europei delle frodi finanziarie online, e in Israele, dove sembra aver sede il vertice di questa piramide. Un’inchiesta che ricostruisce meccanismi, responsabilità e dimensioni di un fenomeno in continua espansione, capace di operare su scala globale e di colpire tutti.

NOVITA’

Posted on

Edmondo e Lucy +

In esclusiva su RaiPlay, in collaborazione con Rai Kids, 13 brevi episodi che ampliano l’universo dell’amata serie animata con contenuti dedicati alla scoperta della natura e dell’ambiente

Protagonisti del cartone animato diretto da François Narboux sono Edmondo, il curioso scoiattolo, e Lucy, la dolce orsetta, che accompagnano i piccoli spettatori in un viaggio fatto di osservazione, domande e meraviglia. Attraverso situazioni semplici e coinvolgenti, i due amici esplorano i fenomeni naturali che caratterizzano la vita della foresta, aiutando i bambini a comprendere il mondo che li circonda in modo immediato e divertente. Con l’aiuto del loro papà Harry e di una speciale enciclopedia pop-up, Edmondo e Lucy spiegano temi fondamentali come il ciclo delle stagioni, il ciclo dell’acqua, l’importanza delle api e dell’impollinazione, il ruolo dei funghi nell’ecosistema, la vita degli animali durante l’inverno e tante altre curiosità legate alla biodiversità. Ogni episodio affronta un argomento specifico con un linguaggio semplice e accessibile, trasformando la scoperta della natura in un’esperienza educativa e coinvolgente. Dalle zanzare agli animali notturni, dalle foglie degli alberi all’orto e ai suoi piccoli abitanti, la serie invita i bambini a osservare l’ambiente con attenzione e rispetto, imparando quanto ogni elemento della natura sia importante e interconnesso.

CHE CI FACCIO QUI

Posted on

Tutta la vita che ho

Appuntamento con la seconda puntata del programma di Domenico Iannacone in onda martedì 23 giugno alle 21.15 su Rai 3

“Tutta la vita che ho” ci porta nell’esistenza di un bambino la cui vita si consuma in un tempo senza orizzonti. Domenico Iannacone attraversa la storia del piccolo Roberto, affetto dalla sindrome di Cockayne, una rara malattia genetica che accelera l’invecchiamento e ne anticipa il declino. Accanto a lui, una madre e un padre che hanno scelto di restare, senza arretrare dentro questo tempo breve che rimane. Il corpo di Roberto segue una traiettoria diversa, in cui l’infanzia convive con una progressiva e inesorabile perdita delle funzioni vitali. È un racconto sul tempo, sulle emozioni e su ciò che rimane quando il futuro si accorcia. Le giornate si dilatano, si liberano del superfluo e acquistano una nuova essenzialità. Non c’è un domani da immaginare, ma un presente da vivere fino in fondo. È qui che prende forma una domanda inevitabile: cosa significa vivere quando il tempo è breve? Con uno sguardo che resta, “Che ci faccio qui” dà voce a storie che interrogano, trasformando il racconto in un esercizio di ascolto e responsabilità. L’appuntamento con la seconda delle quattro puntate di “Che ci faccio qui” è per martedì 23 giugno in prima serata su Rai 3.

JOHN VIGNOLA

Posted on

Miles Davis, l’artista che portò la musica altrove

In “Esercizi di metamorfosi”, edito da Rai Libri, il giornalista, critico musicale e conduttore di “La nota del giorno dopo” su Radio 1, racconta un gigante capace di attraversare cool jazz, jazz modale, rock, elettronica e pop senza perdere la propria identità sonora. Un viaggio divulgativo e appassionato dentro le svolte decisive di Davis, arricchito dalle testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso, per mostrare quanto il suo insegnamento resti ancora oggi radicalmente contemporaneo

 

Quando è nato il suo incontro personale con Miles Davis? C’è stato un disco, un brano, un momento preciso in cui ha capito che quella musica avrebbe continuato ad accompagnarla?

C’è stato un concerto nel 1987, a Umbria Jazz, in cui mi è capitato di vederlo dal vivo. Davis era ormai nella fase finale della carriera e, nello stesso ambito, suonava anche Gil Evans, musicista che aveva collaborato a lungo con lui. Era il periodo in cui Miles aveva virato verso il pop, almeno secondo i puristi del jazz: aveva realizzato una cover di un brano di Michael Jackson e una di Cyndi Lauper. La sua salute era certamente precaria, ma dal palco emanava un magnetismo incredibile. Era Miles in purezza. Poi, da ragazzino, ho ascoltato parecchio jazz, un po’ per via della mia famiglia e un po’ perché in edicola uscivano dei fascicoli settimanali con disco allegato, monografie dedicate ai grandi del jazz. Tra queste ce n’era anche una su Miles Davis. Mi interessò subito il fatto che non fosse soltanto un jazzista, ma un artista capace di allargare i confini del genere. Il punto di partenza, per me, è stato proprio quel fascicolo dei “Giganti del jazz” e poi quel concerto del 1987.

Il titolo del libro parla di “metamorfosi”. Perché Miles Davis può essere considerato uno degli artisti che più di altri ha fatto della trasformazione una forma di identità musicale?

Perché, di decennio in decennio, Miles Davis ha cambiato orizzonti. Non lo ha mai fatto in maniera traumatica rispetto a se stesso, ma rispetto all’ambito musicale che attraversava sì. Non è stato un avanguardista in senso puro, eppure ha cambiato tutto. La tromba, per lui, non era uno strumento con cui esibire virtuosismo, ma un mezzo per cercare il suono, la nota giusta, un’identità sonora precisa. Questa ricerca lo porta verso linguaggi che prima non esistevano: il cool jazz, più rarefatto e compassato, il ritorno a certe radici del jazz con i grandi quintetti, fino agli anni Settanta, quando incontra il rock e arriva ad amplificare la tromba con un pedale usato per la chitarra elettrica. Sono metamorfosi continue, ma il suono resta sempre quello di Miles: riconoscibile, essenziale, più concentrato sulla nota che sul virtuosismo.

Che tipo di racconto ha scelto per avvicinare il lettore alle molte vite musicali di Davis?

Ho scelto la strada della divulgazione. L’idea è spiegare al lettore che magari non mastica jazz, anzi soprattutto a lui, che Miles Davis è un artista trasversale, capace di attraversare la musica grazie alla sua forza creativa. Per certi aspetti, anche per lo stile di vita e per il modo in cui suona, Davis può essere considerato una rock star prima ancora che il rock esista come grande fenomeno discografico. Fu il primo ad avere un contratto milionario con una grande casa discografica. Era un uomo nero proveniente da una famiglia benestante, incontrò il jazz per passione e costruì una figura fuori dai canoni: le relazioni tumultuose, la passione per le auto sportive, per la boxe, per un certo modo di stare nel mondo. Il tentativo del libro è raccontare un Miles Davis assolutamente contemporaneo, capace di parlare anche a chi pensa di non amare il jazz.

A completare il racconto ci sono le testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso. Che cosa aggiungono due grandi trombettisti italiani alla lettura di un gigante come Davis?

Aggiungono quello che conta: il punto di vista di due grandi musicisti. Nel caso di Fabrizio Bosso c’è lo sguardo di un trombettista che, come Miles Davis, non ha paura di attraversare anche il mondo del pop e di fare della tromba uno strumento aperto, libero, contemporaneo. Nel caso di Enrico Rava, forse il nostro trombettista più importante nella storia del jazz italiano, c’è invece il racconto di un amore profondo nei confronti di Miles Davis. È una testimonianza preziosa, perché aiuta a capire quanto Davis non sia stato semplicemente un musicista jazz, ma un artista in senso pieno.

Oggi, in un tempo in cui la musica mescola continuamente linguaggi e generi, quanto è ancora contemporaneo il suo insegnamento?

È contemporaneo in maniera impressionante. Miles Davis usa la tecnologia con la tromba: pensiamo al wah-wah, ma anche al lavoro in studio con un produttore come Teo Macero. Alcuni suoi dischi sono il risultato di un lavoro di montaggio, di taglio e cucitura di momenti diversi, qualcosa che poi diventerà centrale anche in altri linguaggi musicali, dall’hip hop alla musica elettronica. Sono sicuro che Miles sarebbe stato molto curioso anche oggi rispetto all’uso della tecnologia. Non so se avrebbe usato l’autotune, ma credo che gli sarebbe appartenuta questa relazione con tutto ciò che è tecnologico come strumento per portare la musica altrove. Anche per questo resta estremamente contemporaneo.

Su Radio 1 conduce “La nota del giorno dopo”, un titolo che suggerisce ascolto, riflessione, tempo per capire. Quanto è importante, oggi, tornare sulla musica dopo il primo impatto, per coglierne davvero il senso e il valore?

È fondamentale. La storia di Miles Davis, come quella di altri grandi artisti, dimostra che la musica non finisce nel momento in cui viene ascoltata, pubblicata o consumata nell’arco di pochi mesi. Ricordo sempre che quando uscì “Bohemian Rhapsody” dei Queen molti critici la stroncarono, scrivendo su una famosa rivista musicale inglese che quella canzone non avrebbe avuto futuro. Decenni dopo, “Bohemian Rhapsody” è ancora lì a farci compagnia. Lo stesso accade con la musica di Miles Davis. La musica ha una longevità essenziale per il suo valore, ed è proprio quella longevità che va considerata. Nel mio programma cerco di raccontare queste storie lasciando però il giudizio finale su ciò che si ascolta al vero editore della musica: gli ascoltatori.

Lei racconta la musica da anni attraverso la radio, la critica e la scrittura. Che cosa significa oggi fare divulgazione musicale in un tempo in cui l’ascolto è sempre più veloce e frammentato?

Significa tornare, in qualche modo, a quelle che una volta erano le note di copertina degli album, dove si spiegava chi suonava, che cosa suonava, dove era stato registrato un brano. Più che formulare una critica intesa come giudizio, credo sia importante offrire a chi ascolta la possibilità di capire da dove arriva una canzone, una storia, un artista, e dove vorrebbe andare. Divulgare significa dare strumenti. Non soltanto rallentare il ritmo, perché quella è una scelta personale di chi ascolta musica, ma aiutare a capire meglio la filiera: perché un artista si esprime in un certo modo, con chi suona, quali sono le sue intenzioni artistiche. Secondo me, oggi, se si fa critica musicale, è questo il lavoro da fare.

PEPPONE CALABRESE

Posted on

Nell’Italia delle osterie

Su Rai 1, dal lunedì al venerdì alle 12.00, il viaggio di Peppone Calabrese racconta l’Italia delle province e delle comunità locali: luoghi dove il cibo diventa memoria, accoglienza, economia di vicinanza e gesto d’amore verso il territorio

Che Italia state raccontando in questa stagione?

Raccontiamo l’Italia della provincia, che passa attraverso la cucina italiana come patrimonio culturale dell’umanità, attraverso le sue osterie e quello che le osterie rappresentano dentro un territorio. C’è la loro economia, che è un’economia circolare, di vicinanza verso chi produce, verso gli artigiani, e poi resta l’Italia della vacanza, con i servizi che raccontiamo. L’osteria è interessante perché noi le abbiamo portate in studio, ma con i nostri quattro inviati siamo andati anche nei territori, a conoscere quello che fanno, la loro comunità. È un racconto olistico della cucina nell’osteria, dei produttori e dei viaggi legati alla vacanza degli italiani.

Quanto conta entrare nelle case degli italiani proprio nel momento in cui si pensa al pranzo, alla convivialità, alla pausa?

Il cibo è convivio, è stare insieme, è condivisione. È anche il desiderio di compiere un gesto d’amore verso chi si siede a tavola. Cucinare è un gesto d’amore anche rispetto al territorio, perché quando cucini e quando fai la spesa decidi se una persona può restarci o meno, in maniera felice. Fare la spesa è un atto politico, non partitico: significa decidere se alimentare o meno l’economia di un territorio.

Cosa rappresenta per lei l’osteria italiana?

Io sono un oste, ho un’osteria. Per me l’osteria è una finestra su un territorio. È un modo per raccontare un luogo, perché la prima domanda che fanno i visitatori e i turisti quando arrivano è: dove posso mangiare qualcosa di tipico? L’osteria è una finestra, ma dentro ci sono anche le persone che devono raccontare quel territorio. È un modo per vederlo davvero. Nell’osteria ci sono le persone che si incontrano e lì si racconta anche uno stile: il linguaggio, il dialetto, il paraverbale, la cultura. Quando si parla di cibo e di osteria non si parla soltanto dell’atto del mangiare, ma di una narrazione. La provincia italiana è anche questo. È un’arte e, come tale, deve essere celebrata, come la letteratura, la musica, la storia.

Che cosa la emoziona di più quando incontra queste realtà?

Riuscire ad ascoltare e a far parlare quelle persone che normalmente non hanno voce, perché sono impegnate a far parlare le loro mani. Questo è ciò che mi interessa di più. Hanno desiderio di raccontarsi ma sono troppo impegnate a lavorare. Quando arriviamo noi, se riusciamo a fare un passo indietro per far raccontare loro quello che fanno, restituiamo valore a un sapere che viene tramandato di padre in figlio. Loro sono i padri del territorio: con il loro lavoro hanno disegnato quei paesaggi, li hanno coccolati, li conoscono, li preservano e li tutelano. Sono veri testimonial, oltre che custodi. Conoscono i fatti, i soprannomi, quello che succede e perché succede. Bisogna affidarsi a loro per raccontare davvero un luogo.

In un tempo in cui si parla tanto di turismo esperienziale, quanto può essere potente una tavola apparecchiata per far conoscere davvero un borgo, una costa, una comunità, una valle?

Per fare turismo esperienziale bisogna conoscere il territorio. Per farlo in maniera autentica, senza spettacolarizzare, serve una conoscenza profonda. Serve anche la capacità di raccontarlo senza edulcorare, perché l’autenticità viene sempre a galla. Se provi a costruire qualcosa ad arte, ci si accorge subito che è finto. Bisogna essere orgogliosi e consapevoli. Per costruire orgoglio e consapevolezza bisogna essere felici sul proprio territorio, e per esserlo serve sostenibilità: culturale, ambientale, ma soprattutto economica. L’intento deve essere questo: essere autentici, evitare la spettacolarizzazione e portare valore, economia e giusto prezzo.

C’è una storia incontrata in questi viaggi che le è rimasta particolarmente addosso?

Ce ne sono tante, alcune le ho raccontate anche nel mio libro (“L’Italia che ho visto”, Rai Libri). Quella che mi viene in mente adesso è la storia di alcuni ragazzi di Tramonti, in Costiera Amalfitana, che stanno portando avanti la musica popolare. Nella musica popolare c’è tanto racconto: c’è quello che siamo e come siamo. C’è, per esempio, questa tammurriata che è sostanzialmente un inno alla difesa del territorio. Arrivavano le navi e loro battevano sui tamburi, cantando per intimidire e per far sentire questo messaggio: stiamo arrivando, stiamo difendendo il territorio. Immaginate che scena evocativa.

Che cosa vorrebbe che restasse agli spettatori dopo questo viaggio quotidiano dentro l’Italia delle osterie?

Vorrei che restasse l’idea che si può viaggiare in maniera consapevole. La bellezza dei territori passa anche dai racconti e dalle mani delle persone che quel territorio lo vivono. C’è il viaggio di chi resta: un viaggio di chi non subisce il territorio in maniera passiva, ma inverte il paradigma e lo vive in modo proattivo. È un’attitudine al voler bene al proprio territorio.

Musicultura 2026

Posted on

I vincitori della 37esima edizione

Dal 16 al 20 giugno a Macerata il Festival della Canzone Popolare e d’Autore, il 19 e il 20 giugno le finali allo Sferisterio

La fase finale della 37esima edizione di Musicultura si svolgerà a Macerata dal 16 al 20 giugno. Main media partner della prestigiosa manifestazione è la RAI, che seguirà l’evento attraverso Rai 1, Rai Radio1, TgR, Rainews24, Rainews.it, Rai Italia, RaiPlay, RaiPlay Sound, Rai Pubblica Utilità. La conduzione delle due serate conclusive di spettacolo, in scena il 19 e 20 giugno, è affidata per il secondo anno consecutivo a Carolina Di Domenico e a Fabrizio Biggio.

Rosita Brucoli, Milano – “Agente!”; Claudio Covato, Siracusa – “Chiddu ca ma resta”; 
DDUMA, Lecce – “Fimmine de guerra”;
MEZZANERA, Bologna – “Piume”; Narratore Urbano, Torino – “Il mio coinquilino vuole uccidermi”; Isabella Privitera, Bologna – “Eya”;
Giovanni Toscano, Pisa – “Emma”; Giulia Trovò, Treviso – “Se non dovessi più tornare”.

Ospiti sul palco dello Sferisterio saranno Brunori Sas, Tosca, Planet Funk, Le Vibrazioni, Maria Antonietta & Colombre, Riccardo Rossi, Santamarea, Giampaolo Morelli, Alan Sorrenti.

I vincitori e le vincitrici di Musicultura escono da una lunga selezione cominciata nel novembre scorso con il vaglio delle 2.656 canzoni (record assoluto) iscritte al Concorso. Gli ascolti hanno richiesto oltre tre mesi di tempo, le 60 proposte apparse più meritevoli sono state convocate per esibirsi dal vivo di fronte al pubblico nel corso delle Audizioni Live: 10 serate sold out al Teatro Lauro Rossi di Macerata (5.000 spettatori), con oltre 2 milioni di visualizzazioni degli streaming. Al termine la direzione artistica di Musicultura ha proclamato e presentato ufficialmente i 16 artisti finalisti nell’ambito di due concerti al Teatro Persiani di Recanati, trasmessi in diretta da Rai Radio1 e in streaming da Rainews.it. La compilation dei brani finalisti è ora disponibile su tutte le principali piattaforme digitali.

ANTONINO MONTELEONE & ADELE GROSSI

Posted on

I fatti prima di tutto

Dal mondo a casa nostra, un viaggio in diretta che lega politica, cronaca, economia. Torna “Filorosso”, l’approfondimento del lunedì di Rai 3. «Un programma dinamico che si plasmerà sull’attualità» dice Adele Grossi. Antonino Monteleone promette «un confronto tra idee, tutte tranne quelle violente, che invece negano il dibattito»

 

Quella che stiamo per vivere sarà sotto molti aspetti l’estate più calda e difficile degli ultimi anni. Dove ci porterà “Filorosso”?

ADELE: Racconteremo l’attualità, stiamo lavorando alla costruzione delle prime puntate, pronti a rivedere le scalette fino all’ultimo istante, per poter raccontare tutto ciò che accade. Siamo in un momento difficilissimo, soprattutto sul piano internazionale, ma anche sulla cronaca, sulla politica interna. Stiamo preparando un programma dinamico che si plasmerà sui fatti.

 

ANTONINO: Se poi vuoi vederla sul piano filosofico, perché la trasmissione si chiama “Filorosso”, proviamo a tenere insieme piani apparentemente scollegati tra loro, che vanno dagli eventi esteri alla politica economica interna, toccando il mondo della cronaca nera, la giustizia, proponendo l’approfondimento su temi che stanno molto a cuore all’opinione pubblica. Ci occuperemo di Garlasco come di altre storie strettamente legate alla cronaca, che aiutano anche a sentire la temperatura del Paese sui temi della giustizia, sul modo in cui si svolge la vita di tutti i giorni. Penso al caso di Pierina Paganelli, una storia molto forte, con un unico indiziato: io ero convinto che ci fosse un pregiudizio negativo su Louis Dassilva, non voglio dire a sfondo razziale, ma è stato dipinto come latin lover, traditore seriale, e da questo suo comportamento, chiamiamolo così, poco commendevole, si faceva discendere la possibilità, l’elevata probabilità, che fosse anche un assassino. Questa è una cosa che il pubblico oggi vuole capire, c’è una fetta importante di persone che non ci sta a questo gioco, per cui un aspetto della personalità viene utilizzato, viene scagliato addosso, per dimostrare che sei anche altro. Vorremmo dimostrare che un conto è ciò che si è, altra cosa è ciò che si fa. La giustizia deve essere il luogo in cui si giudica quello che si fa.

 

ADELE: Poi vogliamo raccontare una realtà internazionale estremamente incandescente, e per quanto si possa dire che il pubblico della Tv italiana non è appassionato di esteri, gli italiani vogliono sapere in che modo la nostra politica interna si relazioni agli eventi esteri, quanto questi siano distanti geograficamente e quanto siano invece vicini al portafoglio delle persone.

 

ANTONINO: Fino a qualche settimana fa non sapevamo se saremmo andati in vacanza, se avremmo potuto imbarcarci su un aereo ad agosto perché il carburante era a rischio. Ora c’è un timido segnale di ripresa, per cui forse viene scongiurato il blocco delle forniture e così gli italiani potranno partire. Quello che indaghiamo è un filo sottile, si spezza e si paralizza il mondo.

 

Volgendo lo sguardo a casa nostra, cosa ci dobbiamo aspettare sul fronte politico dai prossimi due mesi?

ANTONINO: Ci sono due fenomeni. Uno molto importante a destra che si chiama Roberto Vannacci, che ha dalla sua il vento in poppa di chi si presenta come duro e puro verso quella fetta di elettorato. Vannacci potrebbe anche essere l’uomo che farà perdere le elezioni a una coalizione che fino all’altro ieri era convinta, malgrado il referendum, di potersi presentare all’appuntamento elettorale molto compatta e molto centrata sugli obiettivi conseguiti. Nemmeno a sinistra manca il subbuglio, anche il Partito Democratico sta vivendo le sue piccole scosse di terremoto. L’uscita di Pina Picerno è un tentativo, l’ennesimo, di una fetta importante del centro che guarda a sinistra, che ci dice che nel 2027 nulla è scontato. Chi era dato per perdente potrebbe recuperare e chi veniva messo in discussione non è detto che non mantenga un feeling con l’elettorato. Destra o sinistra, c’è un tema che sta sopra tutti gli altri, sono i soldi.

 

ADELE: Abbiamo l’esigenza di fare crescere l’economia del Paese perché solo se cresce paghi gli interessi sul debito, aumenti l’occupazione, puoi aumentare i salari e stare su un mercato che oggi è spietato. L’Italia ha una serie di vantaggi e beneficia di alcune rendite di posizione anche per la propria posizione geografica.

 

La politica riesce ancora a intercettare le esigenze dei cittadini?

ANTONINO: C’è un segnale molto positivo che è arrivato dall’ultimo referendum che dimostra che quando la domanda politica è chiara allora l’elettorato risponde. E te lo dice uno che ha votato sì, e poi ha vinto il no. Le persone vanno a votare quando la partecipazione si traduce in un fatto politico concreto e apprezzabile. Quando invece l’offerta politica è deludente, l’elettore è scoraggiato in partenza. Penso che la politica debba comunicare come partecipare sia il primo passo necessario per il cambiamento.

 

ADELE: Anche noi dovremmo fare uno sforzo nel racconto del Paese per accendere i riflettori sulle cose che non vanno, sulle ingiustizie, sulle diseguaglianze, ma anche su come si intende agire, facendo capire che contano le soluzioni.

 

ANTONINO: È importante che ai problemi si contrappongano le soluzioni, siano queste di destra o di sinistra, ma la gente deve sapere che ci sono. Puoi scegliere il colore, la temperatura e il tipo di soluzione.

 

Cosa significa raccontare i fatti nella loro complessità e farlo in televisione?

ANTONINO: Personalmente sono contrario alla demonizzazione della semplificazione. La sfida di spiegare le cose complesse si vince attraverso la scelta del linguaggio, credo si debba smettere di avere la puzzetta sotto il naso e di voler spiegare le cose a chi già le sa. Dobbiamo invece avere l’umiltà, la voglia e l’entusiasmo di spiegarle a chi non le sa e farlo in modo semplice, assumendoci la responsabilità di eliminare il superfluo da una discussione, da un racconto, e resistere alla tentazione di imporre, a chi ci guarda, la nostra visione delle cose. Al pubblico non interessa la mia interpretazione delle cose, o quella di Adele, e quando sente le lezioncine cambia canale.

 

ADELE: In un’epoca in cui tutto è disintermediato, in cui il leader politico non va più a fare l’intervista ma apre una diretta sui social e parla direttamente al suo elettorato, il lavoro del giornalista è sempre più quello dell’artigiano. Tu vai a ficcare il naso in un fatto, in una cosa che sta succedendo, e ti incarichi di semplificarla e di proporla a una platea che sia la più ampia possibile. Nel nostro “Filorosso” l’esigenza di semplificazione di cui parla Antonino si sposa con l’approfondimento e quindi con i servizi, con il racconto degli inviati.

 

Quale può essere il valore aggiunto di una conduzione a due?

ADELE: La doppia conduzione è un valore aggiunto, ci sono due sguardi e nessuno dei due nega l’altro. Se su alcune cose siamo in sintonia, su altre siamo su posizioni completamente diverse.

 

ANTONINO: Serve un confronto tra idee, tutte tranne quelle violente, che negano il dibattito. Ognuno ha il diritto di esprimersi, siamo in onda su Rai 3, e la Rai è uno spazio aperto a tutti. Ma questo a una sola condizione, che si accetti la sfida di mettere a confronto la propria idea con quella dell’altro. Lo scambio aiuta il lettore a comprendere la complessità.

 

Strettissima attualità a parte, cosa prevede la prima scaletta?

ADELE: Ci occuperemo di quello che è accaduto in questi giorni nel Regno Unito, dove sono aumentate le tensioni sul tema della convivenza. C’è un governo che è sotto fortissima pressione, noi cercheremo di capire perché.  Sul fronte interno parleremo anche delle polemiche aperte dopo le dichiarazioni di Erri De Luca: in bilico fra la libertà d’espressione e l’esigenza di prese di posizione nette davanti a quanto accade a Gaza o in Libano.

 

ANTONINO: Torneremo anche ad occuparci della strage di braccianti ad Amendolara, che ci insegna come per avere abbassato il costo della manodopera siamo oggi chiamati a una sfida di legalità, di rispetto delle regole. In assenza di una cornice di regole presidiate dalle autorità questi lavoratori finiscono nelle mani dei caporali e poi, per avere chiesto il riconoscimento di un diritto, che può essere non dormire in una topaia o ricevere lo stipendio, vengono arsi vivi dentro una macchina.

 

DON DAGLOW

Posted on

Il pioniere che ha dato umanità al videogioco

A Cartoons on the Bay, dove ha ricevuto il Pulcinella Career Award, il famoso creator ha raccontato la nascita di un’industria oggi globale, il rapporto con il cinema, il valore dell’innovazione e la responsabilità creativa di chi costruisce mondi digitali

 

Ha attraversato da protagonista la storia dei videogiochi ed è considerato uno dei grandi pionieri di questo mondo. Guardandosi indietro, di che cosa è più orgoglioso?

Prima di tutto dei miei figli. Prima ancora di essere artisti, siamo persone. Anche nel lavoro creativo credo sia fondamentale non perdere mai il senso della propria umanità e ricordare che tipo di persona si vuole essere. Poi, se penso alla carriera, mi sento molto fortunato. Mi considero un insegnante che amava creare giochi e che, quasi per caso, ha avuto la possibilità di trasformare quella passione in un mestiere. È qualcosa che ancora oggi mi sorprende e per cui cerco di dire grazie ogni mattina.

A Cartoons on the Bay ha ricevuto il Pulcinella Career Award. Che valore ha per lei un riconoscimento che celebra una carriera così importante?

È bello guardare al passato e ricevere un riconoscimento per il lavoro fatto. Sono momenti preziosi, perché ti permettono di fermarti e capire quanta strada è stata percorsa. Allo stesso tempo, però, credo che un artista debba concentrare il proprio orgoglio soprattutto sul presente, sul lavoro che sta facendo adesso. È lì che bisogna mettere energia, desiderio e attenzione.

Le è capitato di capire subito quando un progetto sarebbe diventato importante?

Non sempre, anzi, spesso accade il contrario. Quando finisci un lavoro hai un’idea, ma poi la risposta del pubblico può sorprenderti. Puoi pensare che un progetto sia piccolo, divertente, destinato a vendere poche copie, e invece diventa qualcosa di molto più grande. Oppure puoi essere convinto che un altro progetto sarà enorme e poi scoprire che non funziona come immaginavi.

Oggi qual è il progetto che sente più vicino?

Il gioco di cui sono più orgoglioso è quello a cui sto lavorando adesso. Siamo una piccola squadra di quattro persone impegnata in un progetto indipendente. Lo sto vivendo giorno per giorno, con momenti belli e momenti difficili, come accade sempre nei processi creativi. Per me il presente conta quanto il passato, forse anche di più.

Lei appartiene a una generazione che ha aperto strade nuove. Quanto è difficile restare in contatto con i tempi presenti e con i giovani creatori?

Ogni generazione vive esperienze molto diverse ed è formata da ciò che accade intorno. È come trovarsi dentro una grande tempesta: alcune cose cambiano, altre vengono spazzate via, e il punto è capire cosa accade dopo. Oggi un giovane che vuole entrare nell’industria dei videogiochi si trova davanti un settore vastissimo, più grande di cinema, televisione e musica messi insieme.

Questo rende più difficile innovare?

Sì, perché molte grandi aziende sono quotate in Borsa e i loro dirigenti vengono giudicati ogni tre mesi sui risultati economici. Le grandi compagnie hanno bisogno di prevedibilità, ma l’innovazione non è prevedibile. Anzi, l’innovazione più interessante spesso nasce proprio dall’imprevisto. Per questo le grandi aziende tendono a rischiare meno.

Quanto è cambiato il settore rispetto agli inizi?

Moltissimo. Negli anni Novanta molte aziende entrarono nei mercati finanziari e da quel momento l’industria cambiò profondamente. Prima la comunità era più piccola, ci si conosceva, alcuni accordi nascevano anche con una stretta di mano. Quando lavorammo a “Neverwinter Nights”, l’accordo iniziale con Steve Case nacque proprio così: ci stringemmo la mano e poi formalizzammo tutto in seguito. Oggi sarebbe molto più difficile.

Lei lavora anche con studenti e giovani autori. Che cosa cerca di trasmettere loro?

Considero un privilegio poterli aiutare e consigliare. Cerco di incoraggiarli a trovare la propria voce. Quando qualcuno sente dentro di sé una storia, una passione, qualcosa che chiede di essere espresso, quella forza va sostenuta. Anche se all’inizio nessuno la vede, anche se non porta subito risultati.

Il rapporto tra videogiochi e cinema è sempre stato molto forte. Come legge questo dialogo tra i due mondi?

Le compagnie di videogiochi hanno sempre desiderato essere anche compagnie cinematografiche. Come industria, spesso abbiamo sentito di non avere lo stesso riconoscimento del cinema. Ho lavorato a diversi progetti legati al cinema, fin dai tempi di “Tron”, quando ero direttore del game design per Intellivision alla Mattel. Ho visto spesso quello che chiamo l’effetto della “polvere magica di Hollywood”: il fascino del cinema spinge alcune persone, anche dentro le aziende di videogiochi, a voler diventare qualcosa che non sono.

Che cosa può dare l’Europa all’industria globale del videogioco?

Una grande ricchezza culturale. Ogni cultura possiede elementi che non possono essere tradotti perfettamente in un’altra. È come accade con le lingue: alcune parole non hanno un equivalente preciso. Allo stesso modo, ogni cultura porta con sé esperienze, sensibilità e modi di raccontare unici.

Come ci si sente a essere Don Daglow, una delle persone che hanno contribuito a definire le regole del videogioco?

Quando ero un ragazzo che lavorava quasi da solo non mi sentivo speciale. Non pensavo a me stesso in questi termini. Credo che spesso non percepiamo davvero ciò che stiamo costruendo mentre lo stiamo facendo. Oggi mi sento molto fortunato, perché ho potuto fare ciò che amo. Mi sono trovato nel momento giusto, con le persone giuste e con buoni insegnamenti alle spalle.

Il cambiamento è stato una costante della sua carriera?

Sì. Nei momenti in cui tutto cambia intorno a te, ci sono sempre due possibilità: cercare di trattenere le cose così come sono oppure capire che qualcosa sta andando via e provare a creare qualcosa di nuovo. All’inizio degli anni Novanta, con l’arrivo del 3D, avevamo CD, processori più veloci e computer più potenti. Si iniziava a intravedere un mondo nuovo, anche se non eravamo ancora completamente pronti.

In quel passaggio le fu utile anche lo studio dell’animazione classica?

Moltissimo. Avevo studiato Disney, Max Fleischer e le tecniche dell’animazione classica. Quando lavorammo a “Stronghold”, cercavamo di ottenere un effetto tridimensionale usando ancora tecnologie bidimensionali. Pensai agli sfondi a parallasse usati dagli animatori fin dagli anni Trenta. In pratica, non creammo un vero gioco in 3D, ma un gioco che sembrava in 3D, simulando la profondità con il movimento degli sfondi. Ancora oggi molte persone lo ricordano.

Poi però il 3D è diventato inevitabile. Come affrontò quel cambiamento con la sua squadra?

A un certo punto tutti i produttori cominciarono a dire che ogni cosa doveva essere in 3D. Avevamo circa trentacinque artisti, tutti formati in modo tradizionale. Dissi loro che dovevamo essere onesti: se volevamo continuare a lavorare dovevamo imparare il 3D. Ma dissi anche un’altra cosa: non volevo sostituirli con nuovi artisti, volevo loro. Così organizzammo un programma di formazione interno. Non tutti riuscirono a fare quel passaggio, ma la maggior parte sì. Quell’esperienza mi ha insegnato che il cambiamento non è solo un atto creativo individuale: può essere anche un atto collettivo, qualcosa che si fa insieme, proteggendo il lavoro ma anche le persone.

I videogiochi sono stati spesso accusati di alimentare la violenza. Possono avere anche una funzione educativa o sono soltanto intrattenimento?

Come ogni forma di espressione creativa, anche i videogiochi possono andare in direzioni diverse. Possono sostenere valori positivi, ma possono anche raccontare aspetti negativi o distruttivi. Dipende dalle scelte degli autori. Nel mio studio sono arrivati progetti che non ho voluto associare al nostro lavoro, perché non mi riconoscevo in quel tipo di contenuto.

Dunque il problema non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa?

Esattamente. I film possono essere violenti, i libri possono esserlo, la televisione può esserlo, e lo stesso vale per i videogiochi. Il punto non è il mezzo in sé, ma la responsabilità di chi crea e di ciò che decide di mettere nel mondo. Il mio rapporto con l’educazione nasce prima dei videogiochi: quando andavo a scuola, l’industria dei videogiochi non esisteva. Mi ero formato per insegnare e ho sempre avuto un forte interesse per l’educazione. Per questo, nel corso della mia carriera, ho realizzato anche molti programmi educativi.

Lorella Boccia

Posted on

Sul palcoscenico delle emozioni

Tra televisione, musica e nuovi progetti, la conduttrice napoletana racconta un’estate intensa e ricca di emozioni: «Voglio vivere quello che faccio, far arrivare chi sono davvero, senza troppe sovrastrutture. Il successo più grande è continuare a fare questo mestiere con curiosità ed entusiasmo». Protagonista del sabato di Rai 1 in diretta con “UnoMattina Weekly” alle 8.35, condotto con Marco Gallo e Giulia Bonaudi, e con “Musica Mia” insieme a Marco Conidi alle 17.05

 

Possiamo affermare con certezza che la sua estate non sarà all’insegna dell’ozio… come sta andando?

Bene, sono molto contenta. C’è tanto da fare e, a proposito di ozio, devo dire che l’estremo relax non fa per me, perché ho sempre bisogno di fare, di avere qualcosa che mi stimoli. Non sono mai ferma, ho sempre questa voglia di mettermi in gioco. Quindi questo periodo è molto in linea con la mia personalità e con il mio modo di vivere. Mi piace questo mestiere, quando arrivano momenti così intensi sono felice, sia per come stanno andando i programmi (Musica Mia e UnoMattina Weekly), sia per il rapporto che si è creato con i miei colleghi.

A proposito di colleghi: che squadra siete?

Quello della squadra è per me un tema estremamente importante, che arriva sicuramente anche dal mio passato professionale. Nasco come ballerina e ho lavorato tanto in gruppo, per questo la squadra viene ancora prima del contenuto che portiamo. È una cosa in cui ho sempre creduto e devo dire che lavoro con due squadre meravigliose, sia con “Musica Mia”, sia con “UnoMattina Weekly”. I miei colleghi sono persone con cui ho creato un legame forte, ci ritroviamo, lavoriamo insieme per ore, siamo in diretta il sabato e la domenica, viviamo gli stessi momenti. Magari finiamo tardi, poi si continua a parlare, nasce un’idea da un’altra idea. Tra noi c’è tanto rispetto, ma soprattutto tanto lavoro di gruppo. Secondo me questa unione poi arriva anche sul palcoscenico, perché il pubblico la percepisce.

A proposito di “Musica Mia”, attraverso la musica raccontate tante storie e ripercorrete grandi momenti della nostra musica. Che cosa racconta invece di lei la musica che ascolta in questo periodo?

In realtà è più la musica che mi chiede di essere ascoltata in questo periodo. Viaggiando con “Musica Mia” abbiamo incontrato tanti artisti, siamo andati nei luoghi in cui sono nati, cresciuti, abbiamo cercato di capire da dove arrivassero quelle canzoni e quelle storie. Quelle canzoni sono diventate un po’ la colonna sonora del programma, ma la cosa bella è entrare nella vita di un artista e capire perché ha scritto determinate cose. La musica, alla fine, fa proprio questo: i grandi autori raccontano la loro storia, ma quella storia diventa anche la nostra. Siamo miliardi di persone nel mondo, eppure viviamo emozioni simili. Puoi essere chi vuoi, fare qualsiasi lavoro, avere qualsiasi vita, ma alcune emozioni ci uniscono tutti. È un filo che annoda gli esseri umani, e andrebbe ricordato spesso, perché ci renderebbe più vicini.

Dopo tanti viaggi e tanti incontri, che cosa resta davvero delle persone che ha conosciuto?

Restano sensazioni difficili da replicare. Ho incontrato tante persone che non conoscevo e con cui, dopo pochi minuti, sembrava di parlare con qualcuno che conoscevo da sempre. Quando senti la passione di una persona, quando percepisci il suo entusiasmo e la sua voglia di raccontarsi, nasce qualcosa di speciale. Sono sensazioni che porti con te a casa, custodisci con cura e ricordi con piacere perché ha lasciato un segno importante.

Il sabato, invece, c’è l’emozione della diretta… come gestisce il momento in cui si accende la lucina rossa?

Prima di iniziare ho sempre un mio piccolo rituale, soprattutto in esterna, che non confesserò per scaramanzia (ride). Faccio dei vocalizzi, cerco di concentrarmi. La diretta ha sempre quella parte di adrenalina che mi piace.

La televisione ha tanta scrittura, il lavoro degli autori è fondamentale, però poi arriva quel momento in cui tutto prende vita. Quanto spazio concede all’improvvisazione, anche nella vita?

Tanto direi, però per me è fondamentale la preparazione, sapere bene cosa fare e di cosa sto parlando. Io sono una persona che si informa molto, mi piace conoscere la storia di chi ho davanti, capirne il percorso, anche se alla fine il rapporto umano trasforma tutto. Quelle informazioni servono per capire chi hai davanti, il suo vissuto, serve a preparare il dialogo, poi, però, anche se il terreno è stato preparato, insieme decidiamo dove andare, lasciando aperta la possibilità di cambiare percorso.

La televisione crea un legame con il pubblico. Qual è l’immagine di se stessa che vorresti lasciare?

Vorrei semplicemente arrivasse quello che sono, non penso troppo alla telecamera o a costruire un’immagine perfetta. Ho bisogno di godermi quello che faccio, se non vivo un momento, se non lo sento, si vede immediatamente. Io desidero vivere il presente, far arrivare chi sono davvero, senza troppe sovrastrutture. Ci sono anche le imperfezioni, certo, ma fanno parte di me.

C’è stato un momento in cui ha capito che il suo percorso sarebbe andato in questa direzione?

In realtà continuo sempre a mettermi in discussione. Non penso mai “sono arrivata, questa è la mia strada”. Cerco ogni volta di conquistarmi quello che faccio. Credo molto nella gavetta, nel fare ogni passo necessario, nel concentrarmi sul presente e dare il massimo.

La RAI custodisce un patrimonio enorme nelle sue Teche. Guardando alla televisione del passato, c’è qualcuno che considera un modello?

Probabilmente Raffaella Carrà, per il suo modo di raccontarsi e di porsi. Era già avanti su tante cose. Essendo il mio passato legato alla danza, lei era una persona completa: riusciva a unire tante forme artistiche. Però è anche vero che il tempo cambia e bisogna avere il coraggio di sperimentare e, per esempio, “Musica Mia” è un programma coraggioso perché mette al centro la musica pura, senza sovrastrutture. È qualcosa di cui sono molto fiera.

Ha un sogno artistico o un obiettivo che si è prefissata?

Non me lo fisso, sono sincera, perché cambio continuamente. Penso sia un po’ la natura dell’essere umano, magari tra un mese farei questa intervista in modo diverso, perché anche io nel lavoro continuo a cambiare. Quello che posso dire è che voglio migliorarmi sempre, rimanendo però fedele a me stessa. Una cosa che amo molto nel mio lavoro sono le interviste, dei momenti preziosi in cui incontri una persona che non conosci: ci si siede e inizia il racconto, il confronto. È un atteggiamento molto umano, come sedersi su una panchina al parco e iniziare una conversazione. In un periodo in cui forse manca un po’ di empatia, ascoltare davvero qualcuno secondo me è una cosa bellissima.

Chi è Lorella lontano dalle telecamere?

Più o meno la stessa persona. Mi piace vivere ogni momento della giornata. Ho bisogno della famiglia, degli amici, dell’aria aperta, di parlare con le persone, mi piace stare in mezzo alla gente, vivere le giornate. Poi certo, ci sono anche momenti miei, in cui ho bisogno di stare da sola, pensare e godermi i miei pensieri.

Quando una persona ha davvero successo?

Dipende da cosa significa successo per ognuno di noi. Questa parola ha tante sfumature, per me il successo è poter fare quello che mi piace, lavorare a programmi che mi stimolano, che mi insegnano qualcosa. Se esco da un’esperienza con qualcosa in più, allora significa che quella cosa mi ha lasciato qualcosa. “Musica Mia” mi ha insegnato tanto: sulla musica, sugli autori, sulle storie delle persone. Mi ha insegnato anche il rapporto con gli altri, l’ascolto e la condivisione. Secondo me il successo più grande è continuare a fare questo mestiere con curiosità ed entusiasmo.

Chiudo con la danza, il primo linguaggio artistico che le ha messo le ali. Che posto occupa nella sua vita oggi?

La danza avrà sempre un posto speciale, mi ha formata e mi ha resa la persona che sono. Prima comunicavo soprattutto con il corpo, poi è arrivata la parola, è arrivata la voce. Forse oggi sto imparando anche a lasciarmi andare un po’ di più, sono sempre stata molto precisa, alla ricerca della perfezione, ma sto imparando a vivere di più il momento. Spero un giorno non troppo lontano di riuscire a unire tutte queste cose: la voce, il corpo, il racconto. Un po’ come si faceva una volta, quando lo spettacolo era davvero un insieme di linguaggi.

Ti ringrazio Lorella, è stato davvero piacevole parlare con lei. Si percepisce una cosa: il sorriso racconta molto…

Grazie, questo è un bellissimo complimento. Credo che alla fine sia proprio questo: essere presenti, vivere quello che si fa e condividere qualcosa di vero con gli altri.