CARTOONS ON THE BAY

Posted on

La grande festa dei trent’anni

Il Festival dell’animazione e dei linguaggi transmediali promosso da Rai e organizzato da Rai Com, ha celebrato a Pescara i suoi trent’anni con la forza dell’animazione, dei videogiochi e dei nuovi linguaggi del racconto. Premi alla carriera a Kirk Wise e Don Daglow, Digital Award a Pera Toons, Belgio Paese ospite, mostre dedicate a Tolkien, Corto Maltese e Dylan Dog, il Village nel cuore della città e gli spettacoli di Carl Brave, Ema Stokholma e Cristina D’Avena

Trent’anni di immagini, storie, personaggi, visioni e mondi possibili. “Cartoons on the Bay” ha raggiunto la sua edizione numero trenta e ha scelto ancora una volta Pescara per celebrare un compleanno importante, capace di guardare alla storia del Festival e, nello stesso tempo, al futuro dell’animazione, dei videogiochi e dei linguaggi transmediali. Promosso dalla Rai e organizzato da Rai Com, con la direzione artistica di Adriano Monti Buzzetti, in collaborazione con la Regione Abruzzo e il Comune di Pescara, l’International Animation and Transmedia Festival si è svolto dal 27 al 30 maggio con un programma ampio, costruito per tenere insieme industria, creatività, scuola, spettacolo, formazione e territorio. La trentesima edizione ha confermato la vocazione internazionale di una manifestazione nata intorno all’animazione e cresciuta negli anni fino a diventare un osservatorio privilegiato sui nuovi modi di raccontare. “Cartoons on the Bay” ha portato a Pescara autori, registi, illustratori, produttori, studenti, professionisti e appassionati, trasformando la città in un grande laboratorio della fantasia contemporanea. Una fantasia sempre più concreta, fatta di competenze, tecnologia, scrittura, disegno, suono, progettazione, lavoro di squadra e capacità di parlare a pubblici diversi, dai bambini agli adulti. Il cuore professionale del Festival è stato l’Aurum, sede degli incontri, dei panel, del programma cinema e delle attività dedicate alle scuole. Ma “Cartoons on the Bay” è uscito anche dai luoghi tradizionali del confronto tra addetti ai lavori per entrare nel centro della città, tra Piazza Salotto e Corso Umberto I, con il Cartoons on the Bay Village, pensato come spazio di gioco, incontro e partecipazione per famiglie, ragazzi, appassionati e curiosi. Una scelta che ha raccontato bene lo spirito dell’edizione: una manifestazione internazionale, ma anche una festa popolare capace di attraversare le generazioni e di portare il linguaggio dei cartoni, dei fumetti e dei videogiochi dentro la vita quotidiana della città. Per Adriano Monti Buzzetti, il direttore artistico del festival, il trentennale è stato prima di tutto “un’occasione per fare festa” e per celebrare un cammino di crescita. Il tema scelto, “Fantasia 2.0”, ha indicato la volontà dell’evento di aggiornarsi, interpretando uno scenario in continua trasformazione, nel quale animazione, videogiochi, fumetto, racconto audiovisivo e prodotti transmediali dialogano sempre più tra loro. L’obiettivo è stato fare uno scatto in avanti, rafforzando il rapporto con le scuole, con i giovani talenti e con i mestieri della creatività digitale: doppiatori, sceneggiatori, animatori, illustratori, autori, tecnici del suono, professionisti che trasformano un’idea in un’opera collettiva. In questo senso, Cartoons ha raccontato anche il presente di un settore che cambia rapidamente, ma che continua ad avere bisogno di creatività umana, artigianato, visione e capacità narrativa. L’innovazione tecnologica, l’intelligenza artificiale, le piattaforme immersive e i mondi digitali non cancellano il valore del talento, ma lo sfidano a trovare nuove forme. Ed è proprio qui che il Festival ha costruito uno dei suoi punti di forza: mettere in dialogo la tradizione dell’animazione con le prospettive più avanzate del racconto contemporaneo, senza perdere di vista il pubblico, le nuove generazioni e la dimensione culturale del Servizio Pubblico. Sono state 325 le opere iscritte ai Pulcinella Awards 2026, nelle sette categorie in concorso, da artisti e studi provenienti da 53 Paesi. L’edizione del trentennale ha assegnato i Pulcinella Career Award a due protagonisti internazionali: Kirk Wise, regista di capolavori Disney come “La bella e la bestia”, “Il gobbo di Notre Dame” e “Atlantis – L’impero perduto”, e Don Daglow, autore di videogiochi e figura di riferimento nel mondo dei giochi di simulazione e di ruolo. A Pera Toons è andato il Pulcinella Digital Award, consegnato dal Direttore della Comunicazione Rai Fabrizio Casinelli, mentre Roblox ha ricevuto il Pulcinella Immersive Award. Tra gli altri riconoscimenti, il premio Studio of the Year a Cartobaleno, l’International Studio of the Year alla belga Peyo Company, il Pulcinella Diversity Award al videogioco “Bye Sweet Carole” di Chris Darril e il Pulcinella Transmedia Award a Pokémon. Un passaggio particolarmente significativo è arrivato anche dall’intervento di Roberto Genovesi, per sedici anni alla direzione di “Cartoons on the Bay” e oggi alla guida di Rai Kids, che proprio al Festival ha anticipato una trasformazione profonda dell’offerta dedicata ai ragazzi. Una nuova visione che guarda alla Rai come realtà sempre più capace di muoversi tra televisione lineare, RaiPlay, contenuti digitali e piattaforme diverse, con un linguaggio unitario e contemporaneo. Il successo di fenomeni come Pera Toons, capace di ottenere risultati importanti su Rai Gulp e su RaiPlay, conferma quanto l’animazione italiana possa essere competitiva, intercettare pubblici nuovi e parlare alle giovani generazioni con codici freschi, immediati e riconoscibili. In questa prospettiva, Rai Kids ribadisce anche una scelta chiara: l’intelligenza artificiale può essere uno strumento di supporto, ma la creatività umana resta al centro. Perché raccontare ai bambini e ai ragazzi significa costruire immaginari, responsabilità, sensibilità e futuro. E in questo campo, l’etica viene prima della scorciatoia tecnologica. Il Belgio è stato il Paese ospite dell’edizione, con panel e proiezioni dedicate. Una presenza che ha permesso di rendere omaggio a una scuola creativa riconoscibile e influente, capace di unire tradizione e innovazione. Il riferimento alla Peyo Company, legata all’universo dei Puffi, è diventato così il punto di partenza per raccontare una delle realtà più durature e forti dell’immaginario globale, confermando la capacità del Festival di tenere insieme memoria, industria e futuro. “Cartoons on the Bay” è stato anche un percorso tra grandi mostre e icone della cultura popolare. All’Aurum sono state allestite “Oltre le Terre di Mezzo: visioni tolkieniane” di Angelo Montanini, curata da Emanuele Vietina in collaborazione con Lucca Comics, e “Corto Maltese, un mare infinito”, dedicata al leggendario marinaio creato da Hugo Pratt. Lungo Corso Umberto I spazio invece a “Quarant’anni di sogni e incubi con Dylan Dog”, realizzata in collaborazione con Sergio Bonelli Editore. A celebrare simbolicamente il trentennale anche il manifesto firmato da Francesca Ghermandi, con una sirena che emerge dal mare Adriatico indossando cappello e maschera di Pulcinella.

Nel programma hanno avuto un ruolo centrale anche gli studenti delle scuole primarie e secondarie, coinvolti in incontri mattutini all’Aurum tra spettacolo, gioco e divulgazione. Ad animare gli appuntamenti sono stati volti noti della tv e della radio, da Armando Traverso con il pupazzo Krud al trio Dodò, Laura e Andrea de “L’albero azzurro”, fino al doppiatore Fabrizio Vidale. Una dimensione importante, perché ha mostrato ai ragazzi cosa c’è dietro le storie che amano: lavoro, competenza, collaborazione, disciplina creativa. I cartoni animati, i videogiochi e i prodotti digitali migliori nascono da una visione, ma anche da una filiera di professionalità che il Festival ha scelto di raccontare da vicino. A completare la festa sono stati gli eventi serali in Piazza della Rinascita. Sul palco di Piazza Salotto si sono alternati Carl Brave, con un live acustico, il dj-set di Ema Stokholma, Cristina D’Avena feat. Gem Boy e il dj-set di Claudio Cannizzaro. Appuntamenti a ingresso libero e gratuito, pensati per coinvolgere la città e rendere il trentennale una celebrazione condivisa, capace di unire il pubblico del Festival, le famiglie, i giovani e i visitatori arrivati a Pescara per vivere l’atmosfera di Cartoons on the Bay. Main partner del Festival sono stati RaiPlay, Rai Kids, Rai Radio2 e Rai Radio Kids. Rai Kids ha portato a Pescara una presenza articolata tra divulgazione, intrattenimento e confronto professionale, con anteprime, spettacoli, laboratori, un corner espositivo all’Aurum e un panel istituzionale. RaiPlay ha proposto un’offerta esclusiva interamente dedicata all’evento, mentre Rai Radio Kids, No Name Radio e Radio Tutta Italiana hanno accompagnato il pubblico negli spazi del Village e del Corso, contribuendo a costruire un racconto Rai diffuso, vicino alle persone e ai diversi pubblici del Festival. “Cartoons on the Bay” ha confermato così la sua identità: un festival internazionale, ma anche un luogo di incontro. Un osservatorio sui linguaggi che cambiano, una vetrina per l’industria dell’immaginario, un ponte tra professionisti e nuove generazioni, tra creatività e territorio. Nel trentesimo anniversario, Pescara è diventata il palcoscenico di una festa che ha parlato a chi i cartoni li guarda, a chi li crea, a chi li studia e a chi continua a credere che ogni grande storia cominci sempre da un disegno, da un’idea, da una scintilla di fantasia.

NUOVA STAGIONE

Posted on

Camper Osteria Italia

Nuova formula per il programma del mezzogiorno estivo condotto da Peppone Calabrese. In scena ogni settimana la sfida tra due osterie italiane: lunedì al venerdì alle 12 su Rai 1

Da lunedì 1° giugno, a partire dalle 12 fino al 4 settembre, torna la nuova stagione di “Camper”, il programma quotidiano condotto da Peppone Calabrese che accompagna il mezzogiorno di Rai 1 per tutta l’estate. Con una grande novità a partire dal titolo, che al marchio “Camper” aggiunge “Osteria Italia”. Infatti, ogni settimana si sfideranno in studio due osterie provenienti da diverse parti del nostro Paese, che racconteranno agli spettatori, attraverso un meccanismo di gioco, l’enorme ricchezza e varietà che connota la cucina italiana e che gli ha consentito di ricevere, nel 2025, il riconoscimento di Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. La cucina italiana è infatti storia, tradizioni, cultura, convivialità, famiglia, identità, e racconta, nelle sue infinite sfaccettature, quanto attraverso un piatto può emergere lo spirito di un territorio e di intere comunità. Ogni giorno Peppone racconterà, attraverso i collegamenti con i paesi delle osterie, il contesto sociale e culturale in cui le materie prime vengono prodotte, restituendo al pubblico lo spirito di ogni territorio. Una giuria di qualità, composta da tre appassionati del “buon cibo” valuterà i piatti in gara, decretando alla fine della settimana il vincitore del titolo di Osteria Italia. Il programma continuerà a raccontare la nostra nazione anche aldilà della cucina. Come ogni anno, gli inviati sul territorio porteranno il pubblico a scoprire borghi e luoghi d’arte, siti archeologici e storiche botteghe artigiane. Gli stessi spazi in studio manterranno la loro matrice di allegria e intrattenimento, con ospiti, musica e rubriche che faranno compagnia ai telespettatori per l’intera estate.

CARTOONS ON THE BAY

Posted on

Alla festa di Cartoons

L’International Animation and Transmedia Festival compie trent’anni e festeggia a Pescara con i premi alla carriera a Kirk Wise e a Don Daglow, il Digital Award a Pera Toons, le mostre dedicate a Tolkien, Corto Maltese, Dylan Dog, il Cartoons on the Bay Village e gli spettacoli di Carl Brave, Cristina D’Avena, Ema Stokholma

Mondo dell’animazione in festa per i 30 anni di Cartoons on the Bay. L’International Animation and Transmedia Festival, promosso dalla Rai e organizzato da Rai Com con la direzione artistica di Adriano Monti Buzzetti, in collaborazione con la Regione Abruzzo e il Comune di Pescara, spegne le trenta candeline dal 27 al 30 maggio nella città abruzzese, aprendo i lavori all’Aurum, che ospiterà i programmi professionale, cinema e scuole, e nel cuore della città (Piazza Salotto e Corso Umberto I), dove andrà in scena il programma pubblico e si svolgeranno le attività del Cartoons on the Bay Village.  Sono 325 le opere iscritte al Pulcinella Awards 2026 nelle sette categorie (Preschool Tv Show, Upper Preschool Tv Show, Kids Tv Show, Youth Tv Show, Interactive Animation, Short Film, Feature Film) di artisti e studi provenienti da 53 paesi nel mondo. L’edizione del trentennale di Cartoons on the Bay assegnerà i Pulcinella Career Award al regista Kirk Wise, noto al grande pubblico per avere diretto capolavori Disney come “La bella e la bestia”, “Il gobbo di Notre Dame”, “Atlantis – L’impero perduto” e all’autore di videogame Don Daglow, maestro in video giochi di simulazione e di ruolo. Pera Toons sarà premiato con il Pulcinella Digital Award, la piattaforma di gioco online Roblox con il Pulcinella Immersive Award. Il riconoscimento Studio of the Year andrà a Cartobaleno, l’International Studio of the year alla belga Peyo Company, il Pulcinella Diversity Award al videogioco Bye Sweet Carole (di Chris Darril), il Pulcinella Transmedia Award a Pokémon. Sarà il Belgio il paese ospite dell’edizione 2026, al quale il Festival dedicherà panel e proiezioni. Il regista Alessandro Rak riceverà il premio Sergio Bonelli, realizzato in collaborazione con Sergio Bonelli Editore, giunto alla quinta edizione. Ospiti di Cartoons nomi di primo piano del mondo del disegno e dell’animazione, gli illustratori di Magic Domenico Cava e Katerina Ladon, la fumettista e scrittrice Barbara Baraldi, lo scrittore e sceneggiatore Pierdomenico Baccalario. Tre le mostre organizzate da Cartoons a Pescara: “Oltre le Terre di Mezzo: visioni tolkeniane” di Angelo Montanini, curata da Emanuele Vietina in collaborazione con Lucca Comics, “Corto Maltese, un mare infinito” sul leggendario marinaio avventuriero di Hugo Pratt e curata da Patrizia Zanotti e Marco Steiner, entrambe allestite nei saloni dell’Aurum, e quella lungo Corso Umberto I, “Quarant’anni di sogni e incubi con Dylan Dog” in collaborazione con Sergio Bonelli Editore. A celebrare il traguardo del trentennale è anche il manifesto disegnato da Francesca Ghermandi, che raffigura una sirena con cappello e maschera di Pulcinella che emerge dalle acque del mare Adriatico. Protagonisti di Cartoons on the Bay anche gli studenti di classi primarie e secondarie di primo e secondo grado. Ad animare gli incontri mattutini all’Aurum, che alterneranno momenti di spettacolo, gioco e divulgazione, saranno popolari personaggi della tv e della radio, da Armando Traverso e il pupazzo Krud al trio Dodò, Laura e Andrea de “L’albero azzurro”, al doppiatore di cinema e Tv Fabrizio Vidale. Pescara al centro del Festival anche con il Cartoons on the Bay Village, quest’anno allestito in Piazza Salotto, che consentirà al pubblico di ogni età di sperimentare giochi e attività dalle dieci del mattino a mezzanotte e di incontrare ospiti speciali del mondo dell’animazione. A completare il programma, due serate di grande spettacolo. A esibirsi sul palco allestito in Piazza della Rinascita (Piazza Salotto) alle ore 21.00 saranno Carl Brave, con un live acustico, e a seguire il dj-set di Ema Stokholma (venerdì 29 maggio) e Cristina D’Avena feat. Gem Boy, seguita dal dj-set di Claudio Cannizzaro (sabato 30 maggio). Gli eventi saranno a ingresso libero e gratuito. Main partner di Cartoons on the Bay sono RaiPlay, Rai Kids, Rai Radio2, Rai Radio Kids.  Rai Kids porta a Cartoons una presenza articolata, che intreccia divulgazione, intrattenimento e confronto professionale: anteprime, uno spettacolo live, un laboratorio, un corner espositivo all’Aurum e un panel istituzionale. RaiPlay propone un’offerta esclusiva interamente dedicata all’evento, con contenuti legati ai temi portanti dell’edizione, disponibile all’indirizzo: https://www.raiplay.it/cartoonsonthebay.  Anche Rai Radio Kids, No Name Radio, Radio Tutta Italiana a Pescara. Oltre agli spettacoli di Radio Kids inseriti nel programma scuole, la Direzione Radio Digitali Specializzate e Podcast sarà presente con le playlist di No Name Radio e Radio Tutta Italiana, che accompagneranno il pubblico negli spazi del Village e del Corso.

NUOVA STAGIONE

Posted on

Due settimane per un sogno

Torna “Playing Memories”. Su RaiPlay dal 20 maggio quattro nuovi episodi con la partecipazione di Marco Liorni

Dopo il successo riportato tornano i nuovi episodi di Playing Memories, il programma di Rai Contenuti Digitali e Transmediali con l’amichevole partecipazione di Marco Liorni, disponibile su RaiPlay. Un’ esperienza innovativa con giovani talenti provenienti in gran parte dai migliori Istituti di alta formazione artistico-musicale italiani insieme ad altri talenti internazionali. Ospitati in quattro residenze artistiche italiane, i quattro team di artisti, hanno a disposizione due settimane per ideare, allestire e portare in scena uno spettacolo inedito guidato dalla visione di un leader creativo. Ogni team è composto da circa quindici artisti di discipline diverse – musica, danza, fotografia, scenografia, pittura, disegno, visual art, recitazione e regia – chiamati a confrontarsi con il repertorio della musica italiana, tra brani tradizionali e contemporanei, editi e inediti. Gli spettacoli vengono presentati due volte: una nella città che ospita la residenza artistica e una successivamente all’estero. Tra gli ospiti delle nuove puntate Mirkoeilcane, Michele Bravi, Dardust e Roy Paci.

NOVITA’

Posted on

Tribù

Dal 25 maggio, dal lunedì al venerdì alle 20.10 su Rai 3, il nuovo programma factual condotto da Raffaele Di Placido, un viaggio antropologico attraverso il Paese alla scoperta di gruppi e realtà che si riconoscono in valori condivisi, codici identitari e rituali collettivi

In un mondo di individualismi, di persone sempre più chiuse in sé stesse, di comunità sempre più virtuali e digitali, c’è ancora chi si riunisce e si raccoglie intorno a esperienze vive e concrete, formando delle vere e proprie tribù, con i loro linguaggi, i loro codici, i loro riti. Dai sommergibilisti della Marina Militare italiana ai “Sorcini” – come si definiscono i fan di Renato Zero – passando per la comunità dei freestyler che ha inventato un vero e proprio linguaggio, fino ai butteri della Maremma che hanno fatto del loro lavoro d’altri tempi una ragione di vita. Nel corso delle venti puntate “Tribù” propone ogni volta un racconto diverso, costruito attraverso un’immersione totale del conduttore all’interno della comunità protagonista. Raffaele Di Placido trascorre un’intera giornata, dall’alba al tramonto, condividendo esperienze, ritmi e momenti di vita con i membri della “tribù” di puntata, dando vita a una narrazione corale e sfaccettata. Il percorso di scoperta culmina nella partecipazione a un evento significativo per la comunità, momento centrale che ne sintetizza i valori, le dinamiche e l’identità. Al termine di questa immersione curiosa e mai giudicante, emerge una domanda chiave, quasi una verifica emotiva e culturale del viaggio compiuto: si sentono davvero una tribù? Nella prima puntata andremo alla scoperta della “tribù dei sommergibilisti” all’interno dell’Arsenale Militare Marittimo di Taranto, il cuore della tradizione subacquea italiana. Qui i futuri sommergibilisti imparano tutto ciò che serve per vivere e lavorare in un ambiente unico e impegnativo: la navigazione in immersione, la gestione dei complessi sistemi di bordo, la sicurezza e la collaborazione indispensabile in spazi ristretti. Raffaele Di Placido racconterà cosa significa essere un sommergibilista, che stile di vita richiede e soprattutto che relazioni si creano tra persone che vivono per settimane in un ambiente ristretto e in un costante stato di allerta e concentrazione. In onda dal 25 maggio, dal lunedì al venerdì alle 20.10 su Rai 3.

 

 

LORENZO RICHELMY

Posted on

La parte più vera di sé

Una star di successo costretta a fare i conti con il proprio passato e con le maschere costruite nel tempo, ma anche una attenta riflessione sul mestiere dell’attore e sull’importanza di restare fedeli a sé stessi: «A volte l’uomo non è all’altezza del ragazzo». Un dialogo con il protagonista della commedia “Meglio tardi che mai”, tra carriera, fragilità e speranza, dove il cambiamento viene visto come un’opportunità di crescita: «La speranza è continuare a credere che il futuro possa riservarti colori migliori»

Iniziamo con la presentazione di Marco e in quale momento della sua vita lo incontriamo?

È un giovane attore italiano di grande successo, per quanto si possa essere “giovani” nel panorama italiano, che vive un momento di forte notorietà. Lo incontriamo probabilmente all’apice della sua carriera, in un momento di fama, ma anche di grande narcisismo, di strafottenza, di arroganza, un atteggiamento che a volte si ritrova in chi fa il mestiere dell’attore. Forse, però, sono atteggiamenti che vanno di pari passo, una persona più è sola, più tende a essere arrogante.

Una conseguenza o un rischio?

Secondo me vanno a braccetto, non credo che una sia causa o conseguenza dell’altra. Se scegli la strada del narcisismo arrogante, si spalanca la strada della solitudine, e più si è soli e sempre più è facile rimanere in questa condizione. Sono due vasi comunicanti. Nella mia esperienza personale, quando mi è capitato di sentirmi troppo pieno di me stesso, ho avuto la fortuna di avere accanto persone care che me lo hanno fatto notare, aiutandomi a ritrovare equilibrio.

Marco, nel film, si confronta con il proprio passato. Da dove nasce questa presa di coscienza?

In realtà non nasce da una scelta volontaria, perché gli arriva addosso una vera e propria tempesta mediatica. All’inizio lui non pensa davvero a fare pace con il proprio passato, vuole piuttosto sfruttarlo per uscire da quel momento difficile. Poi però, nel corso della storia, si rende conto che le sue radici rappresentano molto di più della maschera che si è costruito negli ultimi anni. Ha rinnegato una parte autentica di sé, le sue radici, poi scopre che proprio quella parte era ciò che lo faceva stare bene. L’immagine che si è creato per lavoro, invece, è ciò che lo ha portato a stare male e, in qualche modo, anche alla rovina. All’inizio sembra una crisi solo professionale, ma andando avanti capisce che è qualcosa di molto più profondo.

Che cosa rivela a Marco il nuovo incontro con Arianna?

Gli dà la possibilità di ritrovare sé stesso, di confrontarsi con il ragazzo che era stato: con i suoi sogni, il suo carattere, il modo in cui guardava il mondo da adolescente. C’è una frase molto bella che Arianna gli dice: “A volte l’uomo non è all’altezza del ragazzo.” Siamo abituati a pensare che crescere significhi migliorare, diventare una versione più completa di noi stessi. Però non sempre è così, a volte la vita ci indurisce, ci rende più cinici, più freddi. Ragazzi pieni di cuore diventano adulti molto diversi da ciò che erano. Marco, grazie ad Arianna, ha l’occasione di riconciliarsi con quel sé adolescente e di capire quanto se ne fosse allontanato.

Questa storia l’ha portata a riflettere anche sul mestiere dell’attore?

Assolutamente sì. È uno dei motivi per cui ho accettato questo ruolo, giocare sul tema dell’attore, mettersi a nudo, tra l’altro per me per la prima volta in commedia romantica, e affrontare temi sociali importanti, come quello del carcere. E per quanto riguarda il lavoro dell’attore, sono riflessioni che mi toccano personalmente, come dicevo prima, ho avuto la fortuna che le persone vicine mi hanno fatto capire la brutta piega che stavo prendendo.

Quando se n’è accorto, che cosa ha provato?

La prima reazione è sempre il rifiuto. Ti dici: “Non è vero, sono gli altri che sbagliano, sono invidiosi.” È istintivo provare a scaricare fuori da sé la responsabilità. Quando riesci a vivere del lavoro che hai sempre sognato, inevitabilmente nasce anche un certo orgoglio. Il rischio è trasformarlo nell’idea di fare una vita migliore degli altri, ma poi, crescendo capisci che questo mestiere è molto più complesso, fragile e complicato di quanto sembri. Ti rendi conto di quanto sia difficile avere una serenità mentale stabile, soprattutto nel lungo periodo. All’inizio, quando sei giovane, tutto sembra facile, quando sei nel momento della tua vita in cui senti la necessità di una vita più stabile, tranquilla, vorresti creare una tua famiglia, è pesante dipendere sempre dalle decisioni di altri. Fortunatamente amici di cui mi fidavo molto mi hanno aiutato ad aggiustare il tiro (ride).

Prendendo spunto dal suo personaggio, come reagirebbe, nella vita, agli imprevisti del destino?

Ne ho avuti parecchi, in passato tendevo a chiudermi, a nascondermi. Poi ho capito che il segreto è continuare a camminare. Qualunque cosa accada, anche la più grave, restare fermi nella preoccupazione non cambia nulla, il cosiddetto “piangere sul latte versato” non dà la soluzione. Bisogna darsi il tempo di metabolizzare quello che succede, senza reagire in modo impulsivo, ma poi bisogna andare avanti. Prima mi sarei vergognato, avrei abbassato lo sguardo, oggi cerco di guardare avanti, di continuare il mio percorso, magari più lentamente, ma senza fermarmi.

Che cosa le sta insegnando questo lavoro?

Che si vive sempre su una montagna russa, ma che non si smette mai di imparare e che non puoi mai sentirti arrivato. Se trasli questo concetto nella vita, è un lavoro che mi ha insegnato ad assumere sempre la postura dello studente. C’è sempre qualcuno da ascoltare, qualcosa da capire.

Ha fatto molto teatro, una profonda scuola di umanità. Come si confronta con quest’arte?

Per me il teatro è terapeutico, quello che raccontiamo nel film io ci credo tantissimo. Viviamo in un’epoca in cui tutto è filtrato dai social, dall’immagine, dal bisogno di apparire sempre perfetti, al contrario il teatro ti spoglia, costringendo a mostrarti per quello che sei. Gli spettacoli più belli sono estratti di vita vera, e sono spesso dolorosi. E la forza terapeutica del teatro sta proprio nel fatto che ti fa capire che nessuno ce l’ha davvero con te, non esistono il cattivo assoluto o il buono assoluto. Le persone fanno del male perché hanno le loro fragilità, le loro ferite, non perché siano “cattive” per natura. Il teatro aiuta a comprendere questo e ti obbliga a confrontarti con gli altri. Alla fine, quasi sempre, ne esci più sereno e con uno sguardo più fiducioso verso il mondo.

“Purché finisca bene” racconta storie che ruotano attorno al lieto fine. Che cosa le piace di questo tipo di racconto?

È la prima volta che faccio una vera commedia romantica. Ho interpretato tanti personaggi cupi, oscuri, thriller, stavolta invece mi sono ritrovato dentro una favola, una storia che porta leggerezza, ma che affronta anche temi importanti. Ed è proprio questa, secondo me, la forza del film: parlare di questioni profonde senza appesantirle. È una chiave narrativa molto potente.

Concludo chiedendole che valore ha la speranza nella sua vita?

Per me la speranza è diversa dalla fede. La fede implica aspettare qualcosa dall’alto; la speranza invece è più concreta, più umana. È scegliere di credere che le cose possano migliorare. Per me il cambiamento è quasi sempre positivo, anche quando all’inizio fa paura. La speranza è continuare a immaginare che il futuro possa ancora sorprenderci con colori nuovi, magari persino migliori di quelli che conosciamo oggi.

Mariana Lancellotti

Posted on

Quando l’arte cura l’anima

Un racconto intenso di rinascita, seconde possibilità e libertà interiore. L’attrice, protagonista con Lorenzo Richelmy del film “Meglio tardi che mai”, titolo della collana “Purché finisca bene”, riflette sul valore del teatro come strumento di salvezza personale e sull’importanza di restare fedeli a se stessi: «Il teatro ci insegna a metterci nei panni degli altri e a capire meglio anche noi stessi.» Domenica 31 maggio in prima serata Rai 1

Chi è Arianna e in quale momento della sua vita la incontriamo?

Arianna è una ragazza che si è fidata tanto, e che continua a fidarsi fino a quando, grazie anche al teatro che ritroviamo nel film, riesce finalmente a guardarsi dentro e a trovare delle risposte concrete. Capisce davvero chi è e riesce a salvarsi. A un certo punto della storia dice: «Adesso voglio decidere io per me. Voglio riprendermi le redini della mia vita.» Ed è lì che Arianna si rivela per quella che è davvero.

Quali sono gli elementi che la portano, almeno all’inizio, ad avere una forte diffidenza verso le persone e verso la vita?

Lei si è fidata, ma si è sentita tradita. Si ritrova in carcere, anche se poi nel film scopriremo che le cose non sono esattamente come sembrano. Per questo inizia a chiudersi in se stessa. Inoltre, aveva già vissuto un tradimento anni prima, da parte di una persona che riteneva importante e speciale. La troviamo quindi in un momento molto buio della sua vita, in un posto che non sente adatto a lei, con certezze spezzate e sentimenti non ricambiati — o forse ricambiati, ma non nel modo in cui lei avrebbe voluto. È come se le mancasse la terra sotto i piedi.

Come reagisce Mariana a un tradimento o a un imprevisto del destino?

Io sono molto impulsiva. Il sentimento arriva subito, di pancia. Poi, però, cerco sempre di fermarmi un attimo, respirare e riflettere sulle cose che succedono. Dopo quel primo impatto emotivo, elaboro la situazione e cerco di capire come reagire.

Nel vostro lavoro vi trovate spesso davanti a dubbi e scelte. Come supera la diffidenza di fronte a un personaggio o a un progetto?

È vero, anche noi attori a volte siamo diffidenti, ma succede anche nella vita quotidiana. Ho imparato però che la diffidenza rischia di bloccarci e di impedirci di andare avanti. Con i personaggi faccio quello che provo a fare anche con le persone: tengo la guardia bassa. Accolgo il personaggio per quello che è, senza giudicarlo, cercando di comprenderlo fino in fondo.

Torniamo alla coppia Marco e Arianna. Cosa rivelerà questa storia al pubblico?

Che è importante concedersi delle seconde possibilità. È una storia che parla di riscatto: personale, sociale e anche sentimentale. A volte la vita non va come ce l’eravamo immaginata, ma questo non significa che tutto sia perduto. Credo che il messaggio più importante sia proprio questo: avere il coraggio di ricominciare.

Lei crede nelle seconde possibilità?

Sì, soprattutto nelle relazioni importanti e con le persone a cui tengo. Può capitare di fraintendersi o di non capirsi, ma la cosa fondamentale è fare chiarezza e ascoltare davvero ciò che abbiamo nel cuore.

Nel film il carcere e il teatro diventano strumenti di rinascita. Quanto può essere salvifica l’arte?

Per me l’arte è sempre salvifica. La lettura è salvifica. Il teatro nasce proprio dalla lettura, così come il cinema nasce dalla sceneggiatura. Nelle storie ci ritroviamo sempre, perché i sentimenti umani restano universali. Cambiano le epoche e le situazioni, ma l’essere umano rimane lo stesso. Il teatro, in questo senso, è una forma di terapia. Attraverso un personaggio possiamo capire meglio anche noi stessi: chiederci come reagiremmo in quella situazione, oppure osservare punti di vista diversi dal nostro. Credo che il teatro sia fondamentale perché ci insegna a metterci nei panni degli altri. E questo ci rende anche più predisposti all’ascolto. Oggi vedo tanta violenza in giro, una società che reagisce immediatamente e spesso con aggressività. Se imparassimo tutti a fare un lavoro interiore attraverso il teatro, forse saremmo più empatici.

Quindi un buon corso di teatro farebbe bene a tutti?

Assolutamente sì. Lo inserirei persino nelle scuole.

Si è mai chiesta come avrebbe reagito se quello che accade ad Arianna fosse successo a lei?

Sì, inevitabilmente me lo sono chiesta. Arianna ha un istinto di sopravvivenza molto forte. In situazioni del genere è facile perdere completamente la testa o lasciarsi andare. Lei invece riesce a resistere, anche grazie alla convinzione della propria verità. È quello che le permette di non perdersi.

La sua è anche una ricerca di libertà. Lei invece dove si senti davvero libera?

È una bella domanda, perché in fondo non siamo mai completamente liberi. Io mi sento libera soprattutto a casa mia e con le persone che amo. Con loro posso essere davvero me stessa, senza vergognarmi di ciò che provo. A volte quando le persone stanno male o piangono tendono a nascondersi. Io invece sono felice di avere un posto sicuro dove poter essere fragile.

Questa è una storia destinata al lieto fine. Lei ama i finali felici?

Moltissimo, sono una romanticona. Quando vedo un film che finisce male ci resto malissimo anche dopo essere tornata a casa. Per me il cinema, come la lettura, ha qualcosa di salvifico e il lieto fine lo pretendo.

Che spettatrice è?

Adoro i film romantici, ma amo molto anche le storie che raccontano la vita di grandi personaggi. E poi adoro il fantasy. Mi piacerebbe tantissimo lavorare un giorno in un film di questo genere, perché ti porta in mondi lontani dal nostro, pieni di magia e immaginazione. Sono cresciuta con “Le Cronache di Narnia” e “Il Signore degli Anelli”. Quel mondo continua ad affascinarmi tantissimo.

Da quello che racconta si capisce che è anche una grande lettrice. Com’è arrivata alla recitazione?

Ci sono arrivata da ragazzina. Sono cresciuta negli anni ’90 con i film Disney e consumavo le videocassette: guardavo gli stessi film continuamente, imparando a memoria dialoghi e canzoni. Giocavo con le mie sorelle: loro facevano le registe e io l’attrice. Poi sono arrivate le recite a scuola, quelle in parrocchia e infine un corso di teatro nella mia città. Da lì ho iniziato a studiare seriamente. Dopo il corso entrai in una compagnia teatrale che stava preparando una tragedia greca. Interpretavo Fedra e girammo diversi teatri e siti archeologici. Alla fine di quell’esperienza mi sono resa conto che non potevo più lasciare il teatro. Così ho iniziato a cercare accademie, mi sono trasferita a Roma e ho continuato a studiare.

Che cosa ha scoperto di sé grazie alla recitazione?

Ho scoperto che posso essere tante cose diverse e che mi piace sperimentare. Attraverso i personaggi puoi vivere aspetti di te che nella vita quotidiana magari non emergono mai: interpretare qualcuno di più aggressivo o più tranquillo, fare scelte che nella realtà non faresti. È un perfetto corso di esplorazione di sé.

Dove la vedremo prossimamente?

C’è qualcosa che bolle in pentola, ma per ora non posso ancora dire nulla. Intanto il 31 maggio andrà in onda su Rai 1, intorno alle 21:30, questo nuovo progetto. Nessuno deve mancare (ride).

LAURA CHIMENTI

Posted on

Talento e passione

Un viaggio che ripercorre le storie di grandi imprenditori, insigniti dal Capo dello Stato dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, che con le loro attività hanno contribuito alla crescita del Paese. Il martedì, in seconda serata su Rai 3 c’è “Onore al merito”. «Raccontiamo aziende che danno occupazione a tantissime persone, che esportano nel mondo in un momento storico difficile – racconta la giornalista al RadiocorriereTv – per loro è una vera e propria sfida»

Sin dal titolo il programma propone una riflessione sul concetto di merito, di capacità, di impegno. Ci racconti il viaggio che state facendo con questa seconda edizione?

È una seconda edizione bellissima, ancora più ricca della precedente, perché anziché raccontare un unico imprenditore a puntata, ne raccontiamo due. Sono 16 Cavalieri del Lavoro, uomini e donne che io definisco dei motivatori, perché con il loro saper fare, il saper vedere, il saper costruire, danno un esempio bellissimo a chi vuole fare impresa, a partire dai giovani. Non parliamo di semplici imprenditori, è giusto definirli Cavalieri del Lavoro anche per la nobiltà d’animo, per il loro essere generosi nei confronti del territorio, della comunità. Hanno un fortissimo senso di responsabilità etica e morale.

 

Imprenditori la cui azione va oltre il semplice profitto…

Sono imprenditori e ovviamente pensano al profitto, ma lavorano con un obiettivo ancora più nobile, quello di fare di più per chi sta con loro, per chi lavora con loro. Tutti mi raccontano di come sentano i loro collaboratori parte della loro famiglia. Parlo di aziende che hanno anche molte migliaia dipendenti.

 

Che Italia emerge dai ritratti che proponi?

Un’Italia bella, del fare, che ce la fa per i propri meriti, per le proprie capacità. È un’immagine positiva del Paese, raccontiamo aziende che danno occupazione a tantissime persone, che esportano nel mondo in un momento storico difficile. Per loro è una vera e propria sfida. Lo scorso anno abbiamo fatto 647 miliardi di export, più 3,3 per cento sull’anno precedente. Nonostante tutto, questi imprenditori sono stati capaci di diversificare, di andare in altri paesi. Di fronte a una difficoltà il grande imprenditore deve trovare la via d’uscita.

 

Al di là delle motivazioni istituzionali, quali tratti comuni riconosci tra questi imprenditori?

Li unisce la passione per il lavoro, sono sempre sul pezzo. Alle 8 di mattina sono i primi a entrare in azienda e alla sera gli ultimi a uscire.

 

Tra le tante storie di vita imprenditoriale che propone il programma, ce n’è una che ti ha colpito più delle altre?

Quella di Fabrizio Di Amato, proprietario del Gruppo Maire. A 19 anni aprì una società di impiantistica, lo fece da solo non ereditando l’azienda di famiglia, oggi ha 11 mila dipendenti ed è presente in 89 paesi. Certo, ci vuole anche fortuna, devi capitare al momento giusto, nel posto giusto, però la capacità è determinante. Se non hai quel quid, se non hai talento, può passarti davanti qualsiasi treno e tu non lo prendi.

 

Chi è, in sintesi, un Cavaliere del Lavoro?

Un imprenditore speciale, che ha fatto qualcosa di bello o di buono.

 

Come si trasferisce ai giovani, ai nostri ragazzi, il concetto di impegno?

Sicuramente va insegnato, ma personalmente mi fido del detto “dubito di quello che dici, mi fido di quello che fai”. Quando un figlio vede un genitore che lavora, che porta a casa un risultato, che è una persona stimata, avrà un esempio da seguire. L’insegnamento nei confronti dei giovani deve essere pratico, concreto. Esempi concreti come quelli che proponiamo con il programma. Se un ragazzo sogna di fare l’imprenditore e vede Giampaolo Dallara che ha creato un impero delle macchine, può pensare, “allora mi impegno pure io”.

 

Che cosa significa essere giornalista del Servizio Pubblico?

Fare il giornalista è sempre fare Servizio Pubblico, significa raccontare quello che vedi e sai, arricchendoti di quello che impari. Il giornalista è per me il più grande specchio della realtà, un bravo giornalista ti fa vedere la realtà in maniera coerente.

 

Cosa pensi di aver imparato in questi quasi trent’anni di giornalismo?

Mi sono fatta le ossa e continuo a farmele tutti i giorni. Ti capita sempre qualcosa di nuovo con cui confrontarti, quella del giornalista è una professione che ti avvicina alle persone.

 

Se potessi ricominciare professionalmente, rifaresti tutto da capo?

Sì. Con tutti sì che ho detto e tutti i no che ho detto. Rifarei tutto ciò che ho fatto.

 

Da 30 anni in Rai, che cosa rappresentano per te il Tg1 e quest’azienda? L’azienda è casa, cioè mamma Rai, il Tg1 pure. Ho avuto tante proposte lavorative fuori dal telegiornale ma ho sempre detto di no perché sono nata qui, sono affezionata alla mia relazione, al mio direttore. Tu cambieresti madre? (sorride).

 

Cosa rappresenta e quanto vale per te il consenso del pubblico?

Quando vado in giro e le persone mi fermano, mi fanno i complimenti, sono contenta. Quando possibile cerco di entrare nelle case dei telespettatori con il sorriso, capita poi ci siano occasioni in cui, per le notizie trattate, non puoi farlo. Credo nell’empatia e sono felice quando il pubblico la ritrova nel mio modo di pormi.

 

ADRIANO MONTI BUZZETTI

Posted on

Trent’anni di fantasia e futuro digitale

Dall’animazione ai videogiochi, dalla creatività digitale al rapporto con le scuole, fino al dialogo con Pescara e con il Belgio, paese ospite. Il nuovo direttore artistico di Cartoons on the Bay racconta l’edizione del trentennale. Al centro, un messaggio forte per i giovani: dietro ogni grande storia ci sono talento, lavoro di squadra e competenze vere

Che significato assume il traguardo dei trent’anni per un festival nato intorno all’animazione e oggi sempre più aperto ai nuovi linguaggi?

È un compleanno, quindi prima di tutto un’occasione per fare festa e per celebrare un cammino di crescita ed esperienza. Stiamo cercando di sottolinearlo in vari modi: dal restyling grafico del logo al tema fondante di quest’anno, “Fantasia 2.0”, che è anche uno slogan programmatico. Racconta la voglia del Festival di aggiornarsi continuamente e di interpretare uno scenario, quello dell’animazione, dei videogiochi, dei prodotti transmediali e crossmediali, che cambia senza sosta. Questo anniversario diventa anche l’occasione per fare uno scatto in avanti e irrobustire alcune caratteristiche dell’evento, ascoltando anche le sollecitazioni del territorio e della Regione Abruzzo.

Quale impronta ha voluto dare a questa edizione?

Abbiamo lavorato su tre direttrici principali. La prima è il rapporto con le scuole, che vogliamo potenziare molto. Già dall’edizione invernale 2025, e ancora di più in questa, stiamo costruendo incontri, masterclass e workshop rivolti a ragazzi che vanno dalla scuola primaria fino all’ultimo anno della secondaria di secondo grado. L’idea è di farli incontrare con grandi professionisti e talenti del settore: doppiatori, sceneggiatori, storyboarder, animatori, illustratori, ingegneri del suono. Vogliamo creare una sorta di grande accademia, un momento di confronto con i mestieri della creatività digitale, che per i ragazzi più grandi può diventare anche uno spunto per il futuro professionale.

Cartoons guarda con sempre maggiore attenzione al gaming. Quanto è cambiato il confine tra animazione, narrazione e gioco?

C’è un’apertura forte verso il mondo degli appassionati del gaming, inteso non solo come videogioco, ma anche come giochi da tavolo, giochi di carte, giochi di ruolo, war games, action figure, miniature da collezione. È un universo ludico che dialoga con l’animazione e con il videogioco, ma anche con le grandi fan base e con le convention europee e internazionali. Da quest’anno Lucca Comics & Games, con il direttore Emanuele Vietina, che è anche nella nostra giuria, diventa partner ufficiale. L’obiettivo è creare nel centro della città un village, un luogo d’incontro dove si potrà giocare, incontrare sceneggiatori, disegnatori, protagonisti del fumetto e designer di giochi, che racconteranno anche il dietro le quinte del loro lavoro.

Pescara sarà ancora una volta il cuore dell’evento, con l’Aurum e diverse location cittadine. Quanto conta il rapporto tra il Festival e la città che lo ospita?

Conta moltissimo. Il terzo elemento su cui abbiamo lavorato è proprio l’apertura alla cittadinanza, anche a chi magari non ha un interesse specifico per i temi del Festival. Pescara e l’Abruzzo ci ospitano, e abbiamo voluto rendere omaggio a questo territorio creando occasioni capaci di coinvolgere pubblici diversi. In questo senso nasce anche il programma spettacolare di palco, con artisti noti al grande pubblico, alcuni dei quali arrivano da Sanremo e una figura come Cristina D’Avena, che ha un legame naturale con il mondo dell’animazione grazie alle tante sigle storiche dei cartoni animati. È un modo per creare un ponte con la città, con le famiglie, con i bambini, con i ragazzi e con i genitori che quelle sigle le hanno cantate e amate.

Il Belgio è il Paese ospite di questa edizione. Che tipo di dialogo si apre tra la tradizione creativa belga e il percorso internazionale di Cartoons on the Bay?

Il primo omaggio è a Peyo, lo studio belga per eccellenza, portabandiera di un certo modo belga di fare fumetto. Il Belgio rappresenta a tutti gli effetti una scuola specifica e molto riconoscibile nella storia dell’animazione. Peyo prende il nome dallo pseudonimo di Pierre Culliford, creatore dei Puffi: quando si pensa al Belgio, oggi, il pensiero va immediatamente anche a quell’immaginario. Parliamo di una scuola espressiva e creativa che ha generato una delle proprietà transmediali più durature e forti dell’immaginario globale. Vogliamo riconoscere ciò che il Belgio ha rappresentato e rappresenta nei percorsi dell’animazione: la capacità di guardare alla propria tradizione, alla linea chiara, al proprio modo di disegnare e animare i personaggi, ma anche la capacità di innovarsi continuamente.

Animazione e videogiochi. Che cosa rappresentano oggi questi due linguaggi nel racconto contemporaneo?

Rappresentano la vocazione alla transmedialità che oggi hanno tutte le storie. Viviamo in un mondo completamente interconnesso, dove una storia può partire da un libro, diventare un videogioco, poi un film, poi un cartone animato e magari prendere ancora altre strade, fino ai giochi da tavolo. Il racconto contemporaneo è una linea spezzata che attraversa piattaforme e modalità mediatiche molto diverse. Videogioco e animazione sono cugini di primo grado e oggi sono sempre più vicini, anche perché la resa estetica del videogioco è cambiata moltissimo rispetto agli anni Ottanta. Oggi la fluidità delle immagini e la qualità degli ambienti sono tali da far sembrare il videogioco quasi un cartone animato che possiamo comandare.

Che cosa può nascere da questa interazione sempre più forte tra spettatore, giocatore e racconto?

Si va verso una sinergia sempre maggiore. Forse un domani avremo cartoni animati i cui sviluppi potranno essere decisi dallo spettatore attraverso le sue scelte. Lo spettatore non sarà più soltanto un soggetto passivo, ma potrà interagire con la storia. Sono percorsi già allo studio e dimostrano quanto animazione e videogioco siano ormai mondi interconnessi, capaci di offrire un modo efficace, coinvolgente ed empatico di entrare nella narrazione.

In un tempo segnato dall’intelligenza artificiale, qual è il messaggio più importante che questa edizione vuole lasciare?

Il messaggio più importante, soprattutto nel rapporto con le scuole e nel dialogo tra professionisti e ragazzi, è ricordare che tutto quello che vediamo — questa grande industria dell’intrattenimento, del divertimento, della passione e dell’entusiasmo — nasce da un duro lavoro. Nell’era dell’intelligenza artificiale può esserci la tentazione di pensare che basti chiedere qualcosa e che una sorta di genio della lampada elettronico crei tutto automaticamente. Non è così. Le storie migliori, i cartoni animati migliori, i videogiochi migliori e i prodotti più significativi della creatività digitale nascono da un lavoro impegnativo, collettivo, di squadra. Diverse professionalità si incontrano, dialogano e collaborano. Collaborazione, impegno e sinergia tra i saperi sono la base per creare un prodotto di eccellenza.

VIRGINIA BOCELLI

Posted on

Stella, una ferita da ascoltare

L’interprete di Stella racconta l’ingresso in “Mare Fuori” attraverso un personaggio fragile, riservato e segnato da un fatto grave. Nel percorso dentro l’IPM, il carcere diventa uno strumento di redenzione: uno spazio duro, ma anche capace di aprire una possibilità nuova, dove il pubblico è chiamato a guardare oltre la colpa e a riconoscere la persona

 

Interpreta un personaggio complesso come Stella: cosa l’ha colpita subito di lei?

La prima cosa che ho sentito, leggendo la sceneggiatura, è stata un senso di protezione nei suoi confronti: Stella porta dentro di sé esperienze durissime e, insieme, conserva una parte molto vera, molto sensibile, molto “pulita”. Ho capito subito che per avvicinarmi a lei non avrei dovuto giudicarla per quanto ha fatto ma provare a capire come si sente e quanto sia ferita dentro.

Stella entra in IPM da un contesto completamente diverso: quanto è stato difficile entrare nella sua storia?

Per fortuna Stella viene da un contesto fatto di ombre e di scelte incomparabilmente più dure. Però ho cercato di partire da qualcosa che sento mia. Potrei definirla “riservatezza”. Stella non si racconta subito, trattiene molto. Da lì ho cominciato a capirla davvero, a pensare come lei, a immaginare cosa stesse attraversando in ogni scena. Una volta dentro il suo mondo, le situazioni cominciano ad avere un senso diverso.

Il suo personaggio si macchia di un crimine ed è molto solo: come hai lavorato su questa fragilità?

Cercando di essere sincera, soprattutto nelle scene più dure. Quando un personaggio soffre così tanto, il rischio è di forzare l’emozione, di mostrare la sofferenza invece di sentirla davvero. Ho cercato di lasciare spazio a quello che Stella stava vivendo, senza aggiungere niente di mio che non c’entrasse. Non è stato semplice, ma avere un set sereno mi ha aiutata tanto.

Viene dal mondo della musica: recitare in una serie così intensa è stato davvero “un salto nel vuoto”?

Non proprio nel vuoto, ma è stato un salto grande. La musica la conosco da sempre, ci sono cresciuta dentro. Il set ha tempi completamente diversi: c’è l’attesa, il silenzio, e soprattutto ogni scena si costruisce pezzo per pezzo. All’inizio ero molto in soggezione: la paura più grande era non riuscire a piangere quando la scena lo richiedeva, non saper trasmettere emozioni a comando. È un modo di esprimersi diverso, e non sapevo se ne fossi capace. Però mi hanno accolta subito, mi hanno messo a mio agio, e questo ha fatto la differenza.

In questa stagione canta anche: si è sentita più sicura con la musica accanto alla recitazione?

In un certo senso sì. Quando Stella canta ho trovato qualcosa di familiare, un punto fermo dentro una storia molto intensa. E poi crescere nella musica mi ha insegnato ad ascoltare, a non avere fretta nemmeno delle pause. Sul set ho scoperto che serve la stessa cosa: anche una scena ha il suo respiro, i suoi tempi.

Racconta di essere cresciuta guardando “Mare Fuori”: che effetto le fa passare da spettatrice a protagonista?

È strano da spiegare. La guardavo con mia mamma fin dall’inizio, era di casa, seguivamo la serie insieme appena uscivano gli episodi. Poi mi sono trovata lì, in mezzo a quei corridoi, con le telecamere a poca distanza dal viso. La cosa più difficile non è stato il set in sé, ma sentire quell’obiettivo vicinissimo che aspetta la tua reazione, il tuo sguardo. Però è stato anche molto bello, proprio perché la conoscevo e ci tenevo davvero.

Lei è una grande fan del personaggio di Rosa Ricci: com’è stato trovarsi sul set con lei e con gli altri attori?

Rosa Ricci è un personaggio che cambia, che si mette in discussione. Ha strati che si scoprono uno alla volta. Quando sono arrivata sul set ero l’ultima entrata, gli altri si conoscevano già tutti, e mi sentivo un po’ in soggezione. Poi l’attrice che la interpreta mi ha chiamata al tavolo: “Tu sei Stella? Vieni a sederti con noi!” Non me lo aspettavo, ed è stato il momento in cui ho tirato un bel respiro.

Ha iniziato prestissimo tra musica, danza e studio: come riesce a tenere insieme tutto?

Ho imparato che se ti impegni seriamente in una cosa, poi quell’abitudine la ritrovi anche nelle altre. La danza e lo sport mi allenano a concentrarmi: quando sei in pedana o in sala prove, non puoi avere la testa altrove, e alla fine questo vale anche nello studio e sul set. Per la scuola cerco di restare in pari: faccio i compiti anche quando sono fuori, li mando ai professori. Quest’anno ho iniziato le superiori, ho anche il latino, che richiede una certa pazienza.

Dopo esperienze come “Doc – Nelle tue mani” e ora “Mare Fuori”, sente che la recitazione sarà parte del tuo futuro?

Lo sto ancora scoprendo e mi piace che sia così. La musica c’è sempre stata, è una presenza quotidiana. La recitazione mi ha aperto un modo diverso di esprimermi: entrare in una storia, attraversarla cercando di renderla vera. Ma non sento il bisogno di scegliere adesso. Adesso la priorità è studiare e crescere con calma, lasciando che le scelte arrivino quando sarà il momento giusto.

Cosa spera arrivi al pubblico di Stella, al di là della sua storia?

Spero che chi guarda riesca a non chiuderla subito in un’etichetta, non ridurla a “quella che ha sbagliato”. Stella ha fatto qualcosa di grave, e questo resta. Ma dietro certi gesti c’è spesso qualcosa che non è stato ascoltato in tempo. Se riuscissi a trasmettere anche solo questo, sarei molto contenta: l’idea che guardare le persone con più attenzione, senza fermarsi all’errore, possa fare davvero la differenza.