ELENA RADONICICH
Con Marta racconto la forza di essere fuori dagli schemi
Nel film tv “Purché finisca bene – Cercasi Tata disperatamente”, in onda domenica 24 maggio su Rai 1, l’attrice interpreta una donna in cerca della propria strada, divisa tra vita reale, comicità e una sorprendente identità da tata. L’intervista del RadiocorriereTv
Che cosa l’ha colpita subito del suo personaggio?
Marta mi ha offerto molte chiavi. È un personaggio che si traveste e che, in qualche modo, fa quello che faccio io: c’è una specie di specchio nella finzione. La vediamo nella sua vita reale, poi quando si trasforma in tata e infine quando sale sul palco come comica di stand-up. Sono tre zone diverse della sua identità. Quando ci si mostra al pubblico, come accade nella stand-up, si cerca un personaggio, anche se più si è vicini a se stessi e più si crea un legame vero con chi ascolta. È qualcosa che Marta scopre nel corso della storia. Quando invece indossa i panni della tata, vive la libertà che ti può dare una maschera. Paradossalmente diventa più libera proprio perché non usa le sue abitudini espressive. Questo mi ha permesso di giocare moltissimo. Probabilmente, per la prima volta, ho avuto tra le mani un personaggio così libero, inusuale, giocoso, con un lato infantile molto spiccato. Mi ha entusiasmata e mi ha permesso di fare cose nuove.
Quanto è importante raccontare oggi donne che non hanno tutto sotto controllo ma trovano comunque una strada?
È importantissimo, anche perché donne che hanno tutto sotto controllo, o uomini che hanno tutto sotto controllo, io non ne ho ancora incontrati. Esiste questa aspettativa sociale, questa pressione, ma non corrisponde e non può corrispondere alla vita di nessuno. Più vengono raccontati esempi di normalità, più si può mostrare quanto questa pressione sia sbagliata quando ci porta lontano dall’autenticità. Le storie possono aiutare anche a sciogliere dentro di noi alcune convinzioni. Io, personalmente, vivo nel caos da sempre. Anche se ho una figlia e quindi sono madre, non ho mai sentito fortissima questa pressione, probabilmente anche per il tipo di lavoro che faccio. Credo però che sia molto importante raccontare che il caos non è necessariamente un problema. Anzi, può portare a scoprire cose nuove di sé stessi. Può diventare anche uno strumento di curiosità, naturalmente se non si viene schiacciati: è sempre una questione di misura.
Marta inventa un personaggio per farsi assumere come tata. Quanto si è divertita a giocare con questa doppia identità?
Tantissimo. Abbiamo costruito un personaggio buffo, in cui però Marta finisce sempre per uscire fuori. Siamo partiti da uno stereotipo, quello di Mary Poppins, della tata perfetta, con una nota tedesca da signorina Rottermeier, che in qualche modo dovrebbe garantire la disciplina. Naturalmente è un preconcetto. Poi lo abbiamo portato un po’ oltre, lo abbiamo reso umano, ed è stato divertentissimo. In scena ho avuto davvero la possibilità di giocare. Questa volta il verbo “giocare” è reale: ho giocato con i bambini, abbiamo improvvisato, creato situazioni partendo dalla scrittura e poi ci siamo evoluti cercando strade per costruire una comicità peculiare, non generica. Ci abbiamo provato.
Come avete lavorato sulla dimensione comica del personaggio?
La ricerca della comicità è un esercizio quasi matematico. Da una parte c’è qualcosa di profondamente istintivo, dall’altra c’è un calcolo molto preciso di montaggio, inquadrature e tempi, oltre naturalmente all’efficacia delle battute e alla scrittura. Anche interpretare le parti di stand-up è stato un esercizio molto interessante. Non mi era mai capitato di lavorare in maniera così analitica su questo aspetto e credo che abbia portato risultati positivi, almeno per me che l’ho fatto. Mi sono anche distanziata dall’idea che avevo di me e questo è sempre molto positivo. Quando si pensa di sapere qualcosa di sé, è bello scoprire che non era esattamente così. Soprattutto se la scoperta è positiva. In questo caso lo è stata, e ne sono particolarmente felice.
Il film è ambientato e girato in Trentino. Quanto i luoghi hanno inciso sull’atmosfera della storia?
Trento è una città bellissima, come tutto il Trentino. Mi era già capitato di girare anni fa anche in Alto Adige. La natura lì incombe, sovrana e splendida. Abbiamo girato in autunno, che è una stagione perfetta. Il luogo partecipa alla storia con una meravigliosa pulizia delle immagini e delle linee. C’è un’atmosfera salubre, quasi fiabesca, che si sposa bene con il film, perché in qualche modo anche questa storia è una fiaba. Io ho trovato Trento incantevole
“Purché finisca bene” è una collana molto amata dal pubblico di Rai 1. Secondo lei qual è la forza di questo racconto?
Credo che sia un racconto capace di rasserenare e di dare calore a chi lo guarda. Facendo parte di questa collana, ha lo scopo di accompagnare gli spettatori in una serata piacevole, senza obbligarli a grandi riflessioni. L’idea è lasciare un sorriso sulle labbra e, allo stesso tempo, permettere qualche riflessione in modo dolce, senza chiedere uno sforzo eccessivo. La cosa che mi piace molto del nostro film è che quello che accade non è scontato. Lo svolgimento è sorprendente, ci sono molti argomenti e vengono sviluppati in maniera piuttosto originale. L’arco narrativo è evidentemente rassicurante, e quindi lo spettatore sa che, in qualche modo, finirà bene e che non accadrà nulla di terribile ai protagonisti. Però, allo stesso tempo, il film è costruito in modo da incuriosire e divertire il pubblico in maniera, secondo me, inaspettata. Abbiamo cercato di renderlo un po’ più croccante. Credo che Laura Chiossone ci sia riuscita e sono particolarmente felice della misura trovata all’interno di questa collana.
Che cosa le piacerebbe arrivasse al pubblico attraverso Marta?
Marta è una donna, certamente non più una ragazzina, che però si sta ancora confrontando con la vita. Non ha seguito le tappe che spesso la pressione sociale impone: a una certa età, intorno ai trent’anni, dovresti avere le idee chiare su chi sei e su cosa vuoi. Lei non le ha. Nessuno dovrebbe essere costretto a capire chi è entro certi limiti di tempo, con il rischio, altrimenti, di sentirsi ai margini della società. Non dovrebbe essere così e credo sia importante dirselo. Marta è ancora in un percorso, anche se apparentemente sembra tardi. In realtà non lo è. È bella perché cerca di essere profondamente sé stessa, al di là dei canoni. Non significa che non soffra, ma prova a liberarsi da ciò che le viene richiesto. Uno dei messaggi del film, nemmeno troppo nascosto, è che Marta inizia davvero a trovare se stessa quando fa cadere le sue maschere.