Serena Iansiti
Il bello di mettersi in gioco
Dalla magia di Villa Borghese al ritorno alla vita di Veronica: Serena Iansiti racconta una serie che ribalta gli stereotipi sul mondo della polizia e mette al centro ascolto, fragilità e seconde possibilità
Allora, iniziamo da Buonvino. Dopo l’abbraccio di Napoli e quello della Sicilia, che continua ancora oggi, arriviamo a Villa Borghese. È al centro di questo racconto: partiamo proprio da qui. Come vi ha stupito questo luogo e che ruolo ha nella storia?
Villa Borghese è la vera protagonista della storia, un luogo in cui accadono molte cose, non sempre legate ai casi investigativi, ma anche alle dinamiche personali dei protagonisti. È un microcosmo, una città dentro la città di Roma. Non viene raccontata solo per la sua bellezza – questo enorme giardino che un tempo i romani vivevano quasi come fosse il proprio giardino di casa – ma anche con uno sguardo diverso. Dentro questo spazio convivono storie e relazioni, proprio come in una città: si sviluppano dinamiche sociali complesse, che coinvolgono anche i poliziotti protagonisti. Sono personaggi che spesso si sentono invisibili, lasciati indietro, abituati a un giudizio superficiale che finisce per definirli. E questo giudizio, interiorizzato, si trasforma in un’immagine deformata di sé. Abbiamo girato all’inizio della primavera e vedere Villa Borghese rifiorire ha aggiunto ulteriore valore visivo ed emotivo. Ma ciò che è davvero interessante è osservare le relazioni all’interno della squadra di polizia.
Villa Borghese segna anche l’inizio della nuova vita di Veronica. Come entra questo luogo nel suo percorso? E come ha accolto questo personaggio?
Veronica è un personaggio che mi è piaciuto moltissimo da subito: è empatica, dolce e sensibile, ma anche determinata e risoluta. Ha una grande capacità analitica ed è una poliziotta scrupolosa. È una donna moderna che, nonostante un lutto recente, decide di riprendere in mano la propria vita. Anche grazie all’arrivo di Buonvino, suo ex compagno di Accademia, trova la forza di ripartire. All’inizio sceglie il commissariato di Villa Borghese perché lo percepisce come un ambiente meno impegnativo, quasi una “bolla protettiva” dopo il trauma vissuto. Ma proprio il suo lavoro – e la vita stessa – le insegnano che rischiare è fondamentale: può portare sofferenza, ma anche crescita. Ho trovato molte similitudini con Veronica, soprattutto nella capacità di ascolto e nell’empatia. È interessante anche il rapporto con questo commissario: entrambi hanno un’intuizione molto istintiva nella risoluzione dei casi e, nonostante si fossero persi di vista, ritrovano una forte sintonia.
Questa serie ribalta un po’ l’immaginario collettivo legato ai poliziotti…
Sì, perché spesso si dimentica che dietro una divisa ci sono persone con storie diverse e motivazioni profonde, non solo legate all’uso della forza. In questo caso troviamo anche una figura maschile moderna: Buonvino è un commissario che non sovrasta, ma ascolta. È un “passatista”, amante del vintage e delle cose belle, un po’ malinconico, a tratti cinico. Sono caratteristiche insolite per un personaggio di questo tipo, ed è proprio questo a renderlo interessante.
Parliamo dell’ascolto: nella serie è centrale, ma nella nostra società sembra una qualità sempre più rara. Perché secondo lei?
Viviamo in una società occidentale molto orientata alla performance, dove siamo spinti all’ego e alla competizione. Dobbiamo apparire sempre al massimo, mostrando il meno possibile le nostre fragilità. Questo porta a chiuderci, a costruire corazze. Ma alla lunga tutto ciò esplode. La capacità di ascolto si perde proprio perché siamo sempre di corsa, sempre proiettati in avanti. Negli ultimi tempi, però, si sta tornando a dare più attenzione al benessere emotivo. Ascoltare se stessi e gli altri è fondamentale, è una forma di cura. L’empatia ci aiuta a sentirci meno soli e a comprendere meglio le azioni degli altri, prevenendo conflitti e sofferenze.
La serie parla anche di seconde possibilità. Lei è più brava a concederle a se stessa o agli altri?
Forse agli altri, ma sto imparando a concederle anche a me stessa. Non è sempre facile, perché ci sono momenti in cui l’autostima vacilla. Però è importante ricordarsi chi si è, dare e darsi una seconda possibilità è anche un modo per lasciare spazio alla vita di sorprenderci. Questa storia parla proprio di rinascita: i personaggi sono tutti un po’ “stropicciati”, segnati da dolori irrisolti, ma non vogliono restarne schiacciati. Nonostante le loro asperità, sono tutti capaci di empatia.
La serie nasce anche da una intuizione letteraria di Walter Veltroni. Qual è, secondo lei, la sua forza?
La forza sta nel raccontare, attraverso il commissariato di Villa Borghese, la vita di persone assolutamente normali, con le loro fragilità, ma anche con la volontà di superarle. Inoltre, è interessante la fusione tra linguaggio cinematografico e serialità. C’è anche un forte omaggio a Roma, non solo nei luoghi ma nella cultura cinematografica: richiami a film come Bellissima e Mamma Roma arricchiscono il racconto.
In ambito professionale, qual è stata l’intuizione che l’ha portata fino a qui?
Più che un’intuizione, direi un’attitudine: la perseveranza. Quello dell’attore è un mestiere fatto di alti e bassi, dove l’imprevedibilità gioca un ruolo importante. Credo sia fondamentale non mollare, restare il più possibile fedeli a se stessi, anche nel modo di recitare. Credo sia importante cercare la propria originalità, la propria verità, evitare di omologarsi.
Se questo momento della tua vita fosse un film, quale sarebbe?
Il film che mi rappresenta adesso è sicuramente “Il robot selvaggio”, una bellissima favola.
Su cosa sta lavorando adesso?
Sto girando la quinta stagione di “Makari”, è il mio terzo anno in questo progetto. Tornare in questi luoghi meravigliosi, nella splendida riviera trapanese, è qualcosa di speciale. In primavera è tutto ancora più magico: la luce, il mare, il vento… sono elementi che influenzano molto anche il lavoro dell’attore. L’ambiente, come un costume, entra nel personaggio e contribuisce a definirlo.