CARTISIA SOMMA

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Senza scrupoli per salvarsi: il lato più duro di Sharon

 

Nella sesta stagione di “Mare Fuori” l’attrice dà volto a una delle new entry più intense: una ragazza che lotta senza regole per trovare la propria strada. Il carcere diventa uno strumento di redenzione. Tra ambizione, conflitti familiari e fragilità nascoste, emerge un personaggio complesso che racconta i giovani senza filtri

 

 

 

Il personaggio che interpreta entra in scena e porta subito scompiglio. Che energia ha?

Sharon è sicuramente un personaggio senza scrupoli, che non le manda a dire. Crea subito delle forti tensioni all’interno dell’IPM. Ha un carattere molto determinato, grintoso, e ostenta questa sua apparente mancanza di paura. Proprio questa attitudine la porta spesso a fare scelte sbagliate, che però, dal suo punto di vista, rappresentano l’unico modo per salvarsi da una vita che sente non appartenerle: quella legata alle sue origini, alla famiglia, al lavoro da pescivendola. È un personaggio complesso, impegnativo, che inevitabilmente crea molti equilibri instabili all’interno della storia.

Cosa le somiglia davvero di Sharon e cosa invece sente distante?

Mi somiglia sicuramente nella determinazione e nella grinta. Siamo entrambe molto forti, molto determinate, con tanta voglia di fare. Quello che invece ci allontana è il modo di pensare e di agire. Sharon è poco empatica, poco sensibile, o almeno è quello che mostra. Io invece sono l’opposto: molto empatica, mi piace mettermi nei panni degli altri, sono molto sensibile. Quindi da un lato mi ritrovo nella sua forza, dall’altro mi sento lontana dal suo modo di vivere le relazioni.

È una ragazza ambiziosa, disposta a tutto. Quanto è stato difficile entrare nella sua parte più dura?

È stata una vera sfida, perché la maggior parte delle scelte del personaggio non le condivido. La cosa più difficile è stata entrare nella testa di una persona disposta davvero a tutto, anche a trascinare nel baratro le sue stesse sorelle. Parliamo di legami di sangue, eppure vediamo Sharon avere con Marika un rapporto molto conflittuale, a tratti anche violento. Mi chiedevo spesso: com’è possibile trattare una sorella in quel modo? Poi ho capito che dovevo accettare fino in fondo la sua logica, entrare nella sua psicologia. Sharon è davvero pronta a tutto, e io dovevo interpretarla con verità.

Come vive, Sharon, il rapporto con le sorelle?

Con Annarella, la più piccola, ha un rapporto quasi materno. Sharon si sente una figura di riferimento per lei, e proprio per questo Annarella rappresenta il suo punto debole. Nei momenti più estremi, probabilmente si fermerebbe per non metterla in pericolo. È l’unico vero limite che ha, perché l’amore che prova per lei è profondo. Con Marika, invece, il rapporto è molto conflittuale, duro, quasi violento. C’è anche una forma di rivalità. Sharon, secondo me, prova una sorta di gelosia nei confronti di Marika, che ha un sogno sano e un vero talento. Sharon non ha né un sogno né una direzione chiara, e questo la destabilizza. Allo stesso tempo ha paura che Marika possa allontanarsi dalla famiglia inseguendo quel sogno, e quindi cerca, anche inconsciamente, di tenerla vicino. È un rapporto fatto di tensione continua, in equilibrio tra ambizione e amore. E a un certo punto ci si chiede fino a che punto si è disposti a spingersi per trattenere qualcuno, anche rischiando di ferirlo.

Entrando a far parte una serie amatissima che atmosfera ha trovato sul set?

Un’atmosfera davvero familiare. Entrare in una sesta stagione di un progetto così forte poteva far pensare a qualcosa di più rigido, più chiuso. Invece è stato tutto molto naturale, molto accogliente. Il cast è composto da ragazzi giovani, e si è creata subito una bellissima sintonia. Siamo diventati davvero un gruppo, quasi una famiglia. Anche la regia e la produzione sono state molto attente e disponibili. Non è scontato trovare un ambiente così, quindi è stato un ingresso davvero speciale.

Ha lavorato anche sul napoletano: è stata una sfida? Si è divertita?

Mi sono divertita tantissimo, anche perché è stata una vera sfida. Non parlavo nemmeno una parola di napoletano. Mi sono preparata con una coach e ho studiato molto: ho visto film, commedie, ho cercato di assorbire il più possibile da ogni fonte. E ho continuato a lavorarci anche durante le riprese, perché non si trattava solo di imparare le battute, ma anche di curare la pronuncia, l’accento, ogni sfumatura. È stato impegnativo, ma anche molto stimolante.

“Mare Fuori” racconta molto bene le fragilità dei giovani. Cosa l’ha colpita di più di questa stagione?

“Mare Fuori” è un progetto importante perché racconta i ragazzi per quello che sono davvero: non eroi, ma persone che sbagliano, tradiscono, amano, hanno paura. In questa stagione emergono tante fragilità, alcune più evidenti, altre più nascoste. Fragilità che a volte faticano a venire fuori, altre che si scontrano con l’ambizione, come accade nel personaggio di Sharon. È proprio questa autenticità la forza della serie: raccontare i giovani in modo vero, senza filtri. Ed è questo, secondo me, l’aspetto più bello del progetto.

NOVITÀ

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Con Buonvino Villa Borghese si tinge di giallo

 

Un errore rallenta la carriera di Giovanni Buonvino, relegato a un incarico burocratico, noioso e frustrante nel cuore verde di Roma. Inutile perdersi d’animo, meglio rimboccarsi le maniche e dare spazio alle seconde possibilità. Con Giorgio Marchesi e Serena Iansiti, “Buonvino. Misteri a Villa Borghese”, miniserie tratta dai romanzi di Walter Veltroni, giovedì 7 e 14 maggio su Rai 1

 

 

Fin da piccolo a Giovanni Buonvino è stato insegnato che la giustizia trionfa sempre, che il bene vince sul male. Per questo, da grande, ha deciso di entrare in polizia. Per realizzare il suo sogno ha rotto anche con la famiglia, che gli aveva inculcato quei principi di giustizia e pulizia morale, ma non certo perché diventasse uno sbirro. Giovanni ha fatto una bella carriera, arrivando al grado di vicequestore, ma durante un blitz per catturare un importante latitante commette un errore grave: per punizione viene relegato a un incarico burocratico, noioso e frustrante. Quando inizia la nostra storia, la vita sembra dargli una seconda possibilità: in maniera del tutto inaspettata viene trasferito dal polveroso ufficio in questura al comando di un commissariato. Ma quando scopre che la struttura che è chiamato a dirigere è quella di Villa Borghese, Buonvino capisce che non si tratta di una promozione, ma di un’ennesima punizione, anzi di un vero e proprio scherzo: nel commissariato che sorge nel grande cuore verde di Roma non accade mai nulla. Il commissario però non si perde d’animo e si rimbocca subito le maniche, convinto che questa sia davvero la sua opportunità per rimettersi in gioco. Inaspettatamente, anche per lui, l’enorme parco si rivela essere non solo un luogo immerso nella natura e dedicato allo svago, ma anche un microcosmo ricco di enigmi, misteri e segreti inconfessabili. A Villa Borghese Buonvino si ritrova a dirigere una squadra di colleghi che non brilla per efficienza e professionalità. Nessuno scommetterebbe su di loro, ma grazie al suo talento investigativo e alla sua forte umanità, riuscirà a guidarli, trasformandoli in una vera squadra. Con il nuovo incarico, Buonvino troverà – o ritroverà – anche l’amore, grazie alla sua vice Veronica Viganò. Con il suo arrivo, scopriremo che Villa Borghese non è affatto un luogo dove non accade mai niente: semplicemente, ora i misteri nascosti tra palme, pini e abeti sono destinati a essere risolti.

PRIMA PUNTATA

Buonvino e il caso del bambino scomparso

Giovanni Buonvino viene nominato primo dirigente del commissariato di Villa Borghese, il cuore verde di Roma dove non accade mai nulla. Dopo un errore commesso anni prima durante un blitz, la sua carriera sembrava essersi fermata, ma ora ha una seconda possibilità. Nel nuovo commissariato trova una squadra di colleghi poco esperti, poco operativi e poco consapevoli del proprio talento. Tra loro c’è anche Veronica Viganò, un tempo collega e oggi sua vice. Il primo caso è complesso: Girolamo Nodari sembrerebbe essersi suicidato nel laghetto di Villa Borghese. Ma Buonvino non crede al suicidio. Indagando, scopre un legame con un mistero del passato: la scomparsa del figlio di Nodari, avvenuta dieci anni prima nello stesso luogo. Grazie alla sua umanità e competenza, Buonvino riuscirà a risolvere il caso e a riscoprire i sentimenti per Veronica.

SECONDA PUNTATA
C’è un cadavere al Bioparco

Buonvino e Veronica non riescono più a parlarsi per l’imbarazzo nato tra loro: amicizia o qualcosa di più? Nel frattempo emerge un nuovo caso: un cadavere viene ritrovato al Bioparco, nella teca dell’anaconda. L’uomo è senza vestiti e senza testa. Il caso è intricato: bisogna prima identificare la vittima e poi indagare sui dipendenti del Bioparco, tutti potenzialmente sospettati. Parallelamente, Veronica decide di aprirsi a un nuovo amore dopo la morte del marito. Quando lei e Buonvino decidono di ufficializzare la loro relazione, un colpo di scena sconvolgente cambia tutto.

PERSONAGGI

Giovanni Buonvino | Giorgio Marchesi

Poliziotto brillante ma segnato da un errore passato, trova nel commissariato di Villa Borghese la sua occasione di riscatto. È intuitivo, disciplinato, rigoroso ma anche profondamente umano ed empatico. Sa valorizzare chi gli sta accanto.

Veronica Viganò | Serena Iansiti

Vedova da due anni, si trasferisce a Villa Borghese per ricominciare. È solare, empatica e capace di porre le domande giuste. Con Buonvino capirà di essere pronta ad amare di nuovo.

Pierluigi Portanova | Francesco Colella

Ispettore esperto di informatica, ha scelto Villa Borghese per stare vicino alla figlia. Ha messo da parte il suo talento investigativo mentre affronta difficoltà personali.

Daniele Cecconi | Matteo Olivetti

Agente impulsivo e diretto, “esiliato” a Villa Borghese dopo contrasti con un superiore. Leale e genuino, crede profondamente nella giustizia.

Ginevra Robotti | Daniela Scattolin

Laureata in Economia, desidera lavorare nei crimini finanziari. Determinata ma sensibile, affronta pregiudizi e cerca il proprio posto nel mondo.

 

La regista Milena Cocozza racconta

«Villa Borghese è un’anima verde, uno spazio che serba ricordi, manifesta bellezza, custodisce storie e fa respirare, letteralmente, una città meravigliosa e caotica come Roma. Ed è questa fin dal principio, la particolarità del concept di questa serie, l’ambientazione in questo luogo amatissimo dai romani che cinema e televisione non hanno mai realmente sfruttato. I gialli nati dalla penna di Walter Veltroni con protagonista Giovanni Buonvino hanno il loro fulcro in un commissariato situato all’interno di questo luogo idilliaco, apparentemente scevro dal male, dove il contrasto tra la bellezza della cornice e l’efferatezza dei delitti che vi vengono commessi crea un affascinante cortocircuito che ci dà modo di indagare la profondità dell’animo umano, in cui convivono costantemente meraviglia e orrore. Lavorare a Villa Borghese è stata una sfida registica entusiasmante: cercare di restituire la bellezza di questo luogo e del quartiere che lo circonda, di presentare la varietà di panorami, la ricchezza di vegetazione, il Bioparco e gli specchi d’acqua, le opere d’arte, raccontandola come una vera e propria isola a cui si fa sempre ritorno, è stata da subito la mia intenzione. L’intreccio di giallo e commedia umana in cui il protagonista – romano di adozione, nostalgico e colto, non in linea con i poliziotti sempre spezzati che siamo abituati a vedere in televisione – si trova a barcamenarsi, si snoda attraverso le storie, svelando segreti e misteri, attraverso l’uso della sua arma segreta, la profonda empatia che lo contraddistingue. Buonvino ama Roma, e la ama perché la cultura è la sua forza, il cinema il suo nutrimento, ed è attraverso il cinema che ci racconta questo suo amore. Il suo arrivo nel Commissariato di Villa Borghese rimette in discussione la natura del commissariato stesso e la vita dei suoi componenti. Lo fa perché questa serie parla soprattutto di seconda possibilità. Parla degli errori e della possibilità di ripararli. Parla del fatto che i difetti non sono altro che caratteristiche uniche che appartengono a ognuno di noi e che, se sfruttate appieno, possono trasformarsi in opportunità. Parla di sensibilità e capacità di valorizzare, parla di speranza e di amore. Ed è questo che ho cercato di fare, orchestrare al meglio quello che si è rivelato un gruppo profondamente affiatato. Un gruppo di interpreti favolosi e una crew che si è confermata ancora una volta una famiglia.

PAOLA BARALE

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La Tv che mi piace

 

 

La popolare conduttrice e show-girl torna alla sua grande passione, il varietà. Da inizio aprile è con Paola Perego a “Citofonare Rai 2”, in onda il sabato e la domenica alle 11.10. «Mi sembra di essere tornata un po’ alla televisione di una volta – dice al nostro giornale – quella non urlata, in cui le persone si esprimono, si divertono e non litigano. E questo per me è un bellissimo regalo»

 

 

Da poche settimane ha debuttato a “Citofonare Rai 2” nel week end della Rai, come sta andando?

Ci stiamo divertendo. Il programma è un varietà leggero e credo che in questo momento ci sia tanto bisogno di un po’ di leggerezza, di ironia: c’è voglia di ridere, di distrarsi, cosa che non significa nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi di fronte ai problemi. A capitanare il nostro gruppo scatenatissimo è Paola (Perego), io sono una new entry insieme ai Gemelli di Guidonia. Ci occupiamo di spettacolo, di gossip, di cultura, ci sono gli ospiti, e grazie al patrimonio delle Teche Rai riusciamo a rivivere momenti televisivi bellissimi del passato.

 

Il varietà è da sempre una sua passione…

… mi è sempre piaciuto, con “Citofonare Rai 2” mi sembra di essere tornata un po’ alla televisione di una volta, quella non urlata, in cui le persone si esprimono, si divertono e non litigano. E questo per me è un bellissimo regalo.

 

Che Paola porta al pubblico del daytime?

Porto sempre me stessa, non sono molto diversa dalla sera alla mattina (sorride). Questa collocazione mi riporta al varietà della domenica (con Maurizio Costanzo), allora si incominciava subito dopo pranzo, ora andiamo in onda al mattino. Ma è sempre quella Paola là, solo con qualche anno in più (sorride).

 

Come è cambiato, nel tempo, il suo vivere la luce rossa della telecamera?

La luce della telecamera è sempre quella, a essere cambiati sono invece la televisione e il pubblico che la guarda. Un tempo se seguivi un programma e non ti piaceva cambiavi semplicemente canale, oggi, invece, il pubblico è decisamente più attivo, partecipa, commenta, giudica. Anche per questo motivo chi sta davanti alla telecamera sente maggiore responsabilità, si pone più domande.

 

Il grande pubblico della Tv la conobbe a fine anni Ottanta come sosia di Madonna…

Iniziai così ma non amavo molto essere la sosia di qualcuno, perché non mi è mai piaciuto imitare le altre persone, per di più una cantante, cosa non proprio semplice. Nonostante ciò, quella somiglianza fece sì che mi notassero nel mondo dello spettacolo, lo stesso Mike Bongiorno mi volle con sé per questo motivo.

 

Con Mike lavorò per sette anni a “La ruota della fortuna”, ci regala un ricordo di quella collaborazione?

Mike era il maestro, e un maestro anche abbastanza severo. Nei suoi confronti provavo gratitudine e rispetto e mi ponevo sempre con un certo timore, anche per la grande differenza d’età che c’era tra noi e per ciò che lui rappresentava per me e per tutti.

 

C’è un consiglio di Mike che si è portata dietro nel tempo?

Mike non dava consigli ma vederlo lavorare era ogni volta una lezione. Mi fece capire come funzionava la televisione di allora, vidi da subito la serietà che metteva in ogni cosa che faceva, a partire dal rispetto della puntualità. Gli sono ancora grata, così come sono grata a Maurizio Costanzo con cui ho lavorato negli anni successivi. Mike e Maurizio erano persone tra loro molto diverse ma entrambe con uno spessore meraviglioso.

 

Tre anni fa l’abbiamo vista in pista a “Ballando con le stelle”, che esperienza è stata?

È stata una bellissima esperienza anche se non è andata proprio come avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto andare più avanti nella gara, ma la pressione che sentivo su di me non mi ha agevolata. Amo ballare, il ballo ti migliora, ti dà energia, ti fa sentire una ragazzina, almeno fino a quando non ti “rompi” (sorride). Io mi ruppi due vertebre e non fu facile, ma a distanza di tre anni posso dire che grazie al ballo ho trovato finalmente una disciplina che non mi annoia e che anche oggi mi fa stare bene.

 

Che spettatrice è oggi davanti alla Tv?

Amo la televisione capace di stupire e di fare sognare. Quella delle storie che raccontano il bene, l’arte, la bellezza, insieme alla speranza. Mi emoziono facilmente, mi è capitato recentemente guardando “Dalla strada al palco”, uno spettacolo meraviglioso dedicato agli artisti di strada. È un mondo che apprezzo e che mi appassiona, quello di chi dedica la propria vita all’arte esibendosi su una via, in una piazza, sul quale ho anche scritto un mio format Tv.

 

Che cosa c’è nella Paola di oggi della ragazzina cresciuta a Fossano?

Sono sempre io ma con un po’ di esperienza in più. insieme agli anni ci sono le nostre esperienze, ci sono i successi e gli “errori”, le cose che ti hanno dato soddisfazione e quelle che non sono andate come volevi. Tutto ti insegna qualcosa, sbagli compresi.

 

Ballo a parte, come ricarica le batterie?

Facendo le cose che mi piacciono e trascorrendo del tempo con le persone a cui tengo, con i miei amici. Non mi faccio più andare bene tutte le cose per forza. Scelgo di più. Spesso amo anche stare da sola, dedicarmi del tempo, prendermi i miei spazi.

 

Come sarebbe stata la sua vita se non ci fosse stato lo spettacolo?

Ero iscritta all’ISEF e credo che avrei fatto l’insegnante di ginnastica. L’idea mi piaceva molto.

 

Che cosa prova quando pensa al futuro?

Ho imparato a pensare di più al presente, a godermi ogni attimo. Certo, sono una persona positiva e spero che per me ci sia un futuro meraviglioso, ma cerco di non fare troppi programmi, anche perché spesso, in passato, non sono andati esattamente come avevo previsto. E così mi godo la giornata, quello che ho. Questo è per me il raggiungimento di un grande traguardo.

 

 

EDOARDO SYLOS LABINI

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Quattro vite fuori dall’ordinario nel racconto del Novecento

 

Su Rai 3 è partita la nuova stagione di “Inimitabili” programma che intreccia memoria, teatro e documentario per rileggere quattro protagonisti della cultura italiana tra identità, contraddizioni e attualità

 

 

“Inimitabili” è tornato con una nuova stagione dedicata a quattro figure centrali del Novecento: da dove nasce oggi l’esigenza di raccontare proprio queste personalità?

Siamo alla terza stagione, quindi il format è ormai consolidato: raccontare personaggi del Novecento che hanno lasciato un segno profondo nella cultura italiana. In questa serie partiamo anche da due anniversari importanti. Il primo è quello dei vent’anni dalla scomparsa di Alida Valli, a cui mi lega anche un rapporto personale: ho debuttato a teatro proprio con lei, trentun anni fa, nel suo ultimo spettacolo, e da lì è nata anche un’amicizia. Parliamo di una delle più grandi attrici italiane di sempre. Il secondo anniversario è quello dei venticinque anni dalla morte di Indro Montanelli, una firma controcorrente del giornalismo italiano. A questi si aggiungono Pier Paolo Pasolini ed Ettore Petrolini. Pasolini è stato raccontato molte volte, ma noi lo affrontiamo da una prospettiva diversa, legata al recupero dell’identità culturale: il poeta eretico che si oppone al mondo globalizzato. Petrolini, invece, è colui che rivoluziona il linguaggio teatrale, anticipando i futuristi e, in un certo senso, il teatro dell’assurdo.

Il programma intreccia documentario storico e interpretazione teatrale: come si costruisce questo equilibrio tra rigore e narrazione?

È una cifra stilistica che mi appartiene. In programmi come “Inimitabili” e “Radix” porto avanti un modo diverso di raccontare: conduco recitando. Sono contemporaneamente giornalista, divulgatore e interprete, perché do voce direttamente alle parole dei protagonisti. È proprio questo equilibrio tra rigore e interpretazione a definire il linguaggio del programma.

La stagione si apre con Alida Valli: che ritratto emerge di una diva che ha attraversato epoche e contraddizioni, tra Italia e scena internazionale?

La sua vita attraversa la prima parte del Novecento. È la diva dei “telefoni bianchi” durante il fascismo, diventa famosissima giovanissima, soprannominata “la fidanzata d’Italia”. Poi va a Hollywood, dove lavora con Orson Welles, ma decide di lasciare quel mondo, arrivando a pagare una penale pur di svincolarsi dal contratto. Torna in Italia e diventa protagonista di film fondamentali, come “Senso” di Luchino Visconti. Ma la sua storia incrocia anche la cronaca: è coinvolta come testimone nel “Caso Montesi”, uno dei primi grandi casi di cronaca nera italiana. Raccontiamo quindi non solo la grande attrice, ma anche tre capitoli cruciali della storia del Paese.

Nel caso di Pier Paolo Pasolini, figura ancora oggi divisiva, come si restituisce la sua voce senza tradirne la radicalità?

Pasolini è un eretico, ma anche un autore che costruisce consapevolmente la propria immagine. Critica il mondo della televisione, ma allo stesso tempo ne diventa protagonista; è contro i salotti, ma li frequenta. È un personaggio straordinario anche per questa contraddizione. In qualche modo ricorda Andy Warhol: costruisce la propria poetica anche attraverso la propria immagine pubblica.

La puntata dedicata a Indro Montanelli attraversa un intero secolo: che tipo di giornalista emerge e quanto è attuale oggi il suo sguardo?

È attualissimo. In un contesto in cui spesso il giornalismo è condizionato da editori o da appartenenze politiche, Montanelli ha sempre rivendicato un unico padrone: i lettori. È arrivato a lasciare i giornali che aveva fondato o in cui lavorava quando non si riconosceva più nella linea editoriale. Oggi è più difficile trovare giornalisti davvero liberi: il suo esempio resta un punto di riferimento.

In che modo il linguaggio comico di Ettore Petrolini parla ancora al pubblico contemporaneo?

Il suo linguaggio è modernissimo: da lui derivano interpreti come Totò, Alberto Sordi e Gigi Proietti. Emergono, nel programma, anche aspetti biografici poco conosciuti: da ragazzo viene mandato in riformatorio dopo una rissa. Cresce nei vicoli di Roma ed è lì che costruisce il suo teatro. Il suo rapporto con il fascismo è ambiguo: vi aderisce, ma allo stesso tempo lo sbeffeggia, come nella celebre maschera di Nerone, che diventa una caricatura del potere.

Il racconto si arricchisce di materiali d’archivio e testimonianze: quanto è importante oggi il lavoro sulla memoria nella costruzione di un prodotto televisivo?

È fondamentale. Le Teche Rai rappresentano un patrimonio straordinario della storia del nostro Paese. Spesso gli autori riescono a recuperare materiali inediti, lettere, fotografie, documenti che non sono nemmeno conosciuti dagli studiosi. Nella puntata su Petrolini, ad esempio, emergono lettere tra lui e Mussolini mai viste prima.

Dopo aver attraversato queste quattro vite fuori dall’ordinario, cosa le resta, anche a livello personale e professionale?

È stato un viaggio importante. Sto lavorando sempre più su questo confine tra teatro e televisione, anche attraverso il mio giornale “Cultura e Identità”. Cerco di restituire la memoria di quei personaggi che hanno costruito l’immaginario culturale italiano. In un certo senso mi sento un tramite: vado a recuperare le loro voci e a riportarle nel presente.

 

MARIA VERA RATTI

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Un disordine sorprendente…


«Roberta si prende troppo sul serio, ma la vita la sorprende sempre» racconta l’attrice protagonista di “Roberta Valente. Notaio in Sorrento”, la domenica su Rai 1

 

 

Maria Vera, presenta la “tua” Roberta?

Roberta è un personaggio che, oltre ad avermi molto divertito, mi è stata simpatica fin da subito: le ho voluto bene immediatamente. È una donna con una grande umanità, ma anche con lati di sé che sceglie di non ascoltare. All’inizio non è davvero in ascolto con niente e con nessuno. Ignora se stessa, la persona di cui è innamorata, la vita che la circonda. Si fissa un obiettivo e lo rincorre con ostinazione; nemmeno l’imprevisto riesce a farle cambiare rotta. È determinata, forte — o almeno apparentemente tale — molto capace, e procede dritta per la sua strada. È il notaio più giovane d’Italia, precisa, rigorosa, quasi una “secchiona”. Si prende molto sul serio, non ha grilli per la testa.

Cosa succede quando torna a Sorrento?

Succede che fa incontri decisivi. Ritrova Stefano, il ragazzo di cui è innamorata, ma comincia a guardarlo con occhi diversi. Il suo disordine, il suo modo di essere, la portano gradualmente ad aprirsi a ciò che ha intorno. Poi ci sono Vito (il personaggio di Erasmo Gensini), che inizialmente crede di conoscere bene ma che invece ha molto da insegnarle, e Leda (interpretata da Flavia Gatti): l’incontro più emotivamente potente per Roberta, perché è proprio ciò di cui ha più bisogno. È lei a smuoverla, a cambiarla in profondità e ad avvicinarla a se stessa.

Quanto c’è di Maria Vera in questo personaggio?

Credo sia impossibile prescindere da me stessa quando interpreto un ruolo. Sono il tramite di questo personaggio, quindi inevitabilmente una parte di me c’è, anche se io e Roberta siamo molto diverse: io sono ordinata nel lavoro, ma decisamente disordinata nel resto (ride). Per quanto riguarda gli stati d’animo, ci sono arrivata per empatia: il nostro lavoro è raccontare l’esperienza umana. Raccontare la crescita di una persona che, attraverso gli imprevisti della vita, si avvicina a se stessa è un privilegio enorme. E farlo entrando nelle case di tutta Italia lo rende un privilegio doppio.

E cosa succede quando decide di tornare a casa, alle sue radici?

Incontra persone che la mettono in crisi. Ed è proprio questa crisi a costringerla a guardarsi dentro, a smettere di voler controllare tutto e a iniziare a lasciarsi portare, almeno in parte, da ciò che la vita le propone.

Rigida sì, ma anche piuttosto comica…

È il suo modo di stare al mondo. Interpretarla è stato anche molto istintivo: già dal primo provino le sue battute mi facevano ridere. La comicità nasce dal contrasto tra quanto lei si prenda sul serio e le situazioni, spesso quasi paradossali, in cui la vita la mette. Ed è qualcosa di molto vero: capita spesso di prendersi troppo sul serio, e la vita risponde con una certa ironia.

Cosa l’ha divertita di più interpretandola?

Proprio questo suo prendersi così sul serio. Interpretare un personaggio del genere può essere liberatorio e anche un po’ bizzarro, perché lei non contempla alternative, non lascia spazio all’imprevisto — eppure la vita riesce comunque a travolgerla. Portare in scena questo scarto è stato molto divertente.

Che ruolo ha Sorrento nella storia?

È fondamentale. Oltre alla sua bellezza mozzafiato, introduce un elemento di disordine nella vita di Roberta. Lei arriva da Milano, una città perfettamente in linea con il suo rigore, quasi con il suo stakanovismo. Sorrento, invece, è più caotica, più vitale, e proprio per questo accende in lei qualcosa di nuovo, una scintilla. Questo “disordine bellissimo” è il cuore del suo percorso.

Com’è stato lavorare con Alessio Lapice?

C’è stato molto dialogo: è un attore preparato e preciso, e confrontarsi con lui sulle scene è stato stimolante. Si è creato uno scambio molto bello, che ci ha aiutato ad arricchire ulteriormente la storia.

AL CINEMA

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Il figlio del deserto

 

Dal regista di “Mia e il leone bianco” e “Il lupo e il leone”, una nuova avventura che promette di emozionare il pubblico di ogni età. Nelle sale da giovedì 24 aprile

 

 

Diretto da Gilles de Maistre, “Il Figlio del Deserto”, racconta la storia di Sun (Neige de Maistre), una ragazzina di dodici anni cresciuta ascoltando dal nonno l’affascinante storia del “bambino struzzo perduto nel deserto”.  La memoria orale del nonno diventa così un libro e durante una serie di presentazioni Sun viene invitata a visitare il Sahara. Per lei è sempre stata una favola, un racconto magico da tramandare, finché nel cuore del deserto, ricostruisce l’incredibile vicenda di Hadara (Nahel Tran), un bambino nato in una famiglia nomade che, a soli due anni, si smarrì durante una violenta tempesta di sabbia. Destinato a una morte quasi certa, venne invece salvato da un gruppo di struzzi che lo accolsero come parte del loro branco. Per dieci anni, gli animali gli offrirono protezione e gli insegnarono a sopravvivere tra dune e sole implacabile, finché Hadara non fu finalmente ritrovato e riconsegnato alla sua famiglia.  Il viaggio di Sun nel Sahara diventa così un percorso di scoperta e identità: un ponte tra passato e presente che rivela quanto la storia di Hadara sia profondamente intrecciata a quella di suo nonno. Girato tra Belgio e Marocco, il regista francese ha girato con animali veri senza fare uso della tecnologia. Nel cast, insieme a Neige de Maistre e Nahel Tran, anche Kev Adams (Christian), Adriane Grzadziel (Mandy), Moun Ghazali (Kharouba).

ELISA DI EUSANIO

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Istinto e verità

 

Dalla nuova serie ambientata sull’Appennino al lavoro con i giovani attori, l’attrice amatissima di “Doc” racconta un percorso fatto di libertà, disciplina e continua ricerca interiore: «Se non sei a fuoco come essere umano, non sarai a fuoco come artista»

TESTO

Che avventura è stata sull’Appennino insieme allo “sbirro” Vasco Benassi?

È stata un’esperienza incredibile, credo di non aver mai riso così tanto su un set. Claudio è davvero irresistibile, una scoperta umana oltre che artistica. Ogni scena diventava quasi un’impresa per noi “seri”, perché l’atmosfera era sempre piena di leggerezza. Si è creato un gruppo talmente affiatato che sembrava davvero una vacanza tra colleghi che si volevano bene. Abbiamo poi ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte della gente del posto, è stato tutto all’insegna del divertimento.

Chi è Gaetana e cosa rappresenta per lei questo personaggio?

Gaetana è la cugina di Vasco, un’ispettrice di polizia profondamente legata al territorio, molto radicata nella realtà che la circonda. È una donna autentica, pratica, diretta, concreta, che si divide tra il lavoro in commissariato e la gestione del bar di famiglia, famoso per i suoi tortellini. Ama profondamente la sua famiglia, soprattutto il figlio – Macchio, interpretato in maniera perfetta dal bravissimo Jacopo Dei -, con cui ha un rapporto complesso.

Sul set tanti giovani attori: cosa rivede in loro rispetto ai suoi inizi?

Mi fanno una tenerezza incredibile. Oggi li vedo molto più centrati rispetto a come ero io alla loro età. Io ero confusa, incerta, mentre loro hanno spesso idee molto chiare. È bello accompagnarli anche nel percorso formativo, di cui mi occupo spesso quando non recito. Quando li incontro nei laboratori, nei workshop, magari arrivano con alcune domande, ma poi scoprono che le domande più importanti devono farsele da soli.

Cosa ha significato per lei confrontarsi con un cast “importante”?

È una grande occasione di crescita. Il confronto con attori di livello ti stimola a dare sempre il meglio e ti arricchisce continuamente. Quella di “Uno sbirro in Appennino” è stata un’esperienza molto formativa, anche perché, questa volta, sono entrata in questo progetto “dalla porta principale”, con un ruolo già forte.

Quanto c’è di lei in Gaetana?

Sicuramente la praticità e la schiettezza. Anche io sono una persona diretta, che va dritta al punto senza troppi filtri. In questo ci somigliamo molto.

Cosa spera arrivi al pubblico da questa storia?

Spero che arrivi l’energia che abbiamo vissuto sul set. C’era un’unione molto forte, un clima positivo e luminoso. Credo che quando un progetto nasce così, qualcosa arrivi sempre anche a chi guarda, poi è una serie ricca di elementi diversi, capace di parlare a tanti.

Nel suo lavoro di formazione, cosa chiedono oggi i giovani attori?

Spesso arrivano con il desiderio di diventare famosi, ma poi scoprono che il percorso è molto più profondo. Noi li aiutiamo a capire cosa vogliono davvero. Essere artisti significa scavare dentro se stessi: se non sei a fuoco come persona, non puoi esserlo nemmeno come attore.

Le regole aiutano o limitano un artista?

Le regole sono fondamentali, bisogna conoscerle perfettamente, ma proprio per questo, a un certo punto, vanno anche superate per difendere la propria unicità. Le personalità più interessanti sono spesso quelle meno “educate”, ma in senso costruttivo.

Con l’esperienza, l’emozione sul palco cambia?

Peggiora (ride)! Ho acquisito controllo, ma sento ancora più responsabilità verso il pubblico. Non riuscirò mai a entrare in scena con leggerezza, ogni volta è come ricominciare, con una grande tensione emotiva.

Ha ricevuto dei “no” importanti nella sua carriera?

Sì, uno in particolare molto recente. Ero arrivata in finale per un ruolo importante in un film significativo, e non essere scelta mi ha fatto male. Però è stato anche costruttivo, perché ho capito che stavo andando nella direzione giusta e che certe decisioni non dipendono solo da te. Inoltre, da quel momento sono arrivate altre opportunità importanti. I “no” vanno capiti e metabolizzati.

Come costruisce un personaggio?

All’inizio lo osservo da fuori, lo immagino, gli associo immagini e musiche. Poi arriva il confronto con il regista e si trova un punto comune e, a quel punto, lascio spazio all’istinto: sul set il personaggio prende vita davvero, cambia, cresce. È fondamentale restare aperti e non irrigidirsi su idee preconcette.

Riesce mai a “staccare” dal lavoro?

È difficile, la mente creativa lavora sempre, però sto imparando a fermarmi, soprattutto grazie ai miei cani. Con loro ho riscoperto il valore del presente, dell’ozio, della semplicità. È una forma di equilibrio molto importante per me.

Cosa può dirci del suo futuro prossimo?

Posso dire che ci saranno nuovi progetti, ma alcuni non sono ancora annunciabili. Posso anticipare che ci sarà una nuova serie e continuerò a portare in giro “Club 27”, uno spettacolo a cui tengo moltissimo, dedicato a grandi artisti come Janis Joplin, Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Robert Johnson. È un progetto molto personale, che intreccia le loro storie con la mia.

Chi è Elisa fuori dal lavoro?

Una persona in divenire, come tutti. So cosa mi fa bene e cosa no, e cerco di prendermi cura del mio tempo e delle relazioni. Sono selettiva, amo la tranquillità, gli affetti veri. Non mi interessa apparire: preferisco una vita più autentica, lontana dal rumore.

Che ruolo hanno oggi gli artisti nella società?

Credo che possano ancora avere un ruolo importante. Gli artisti sono un ponte con il pubblico e possono contribuire al cambiamento. Esporsi è un rischio, ma a volte necessario. Viviamo un momento difficile, ma proprio da questi momenti può nascere qualcosa di nuovo. Io spero che ci siano sempre più voci coraggiose.

CHIARA CELOTTO

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In scoperta

 

Un mix di thriller e storie ispirate a fatti reali, un personaggio femminile lontano dagli stereotipi, «buona, ma non dolce, certamente indipendente» e capace di muoversi tra intuito, determinazione e fragilità. L’attrice protagonista accanto a Claudio Bisio di “Uno sbirro in Appennino” – il giovedì su Rai 1 – si racconta al RadiocorriereTv

 

 

Facciamo un salto in Appennino… Innanzitutto, cosa l’ha convinta immediatamente della storia e del suo personaggio?

Mi ha immediatamente incuriosito che si trattasse di un poliziesco, un thriller, un genere che mi piace sempre molto. E soprattutto mi affascinava l’idea che i casi fossero ispirati a vicende realmente accadute in Appennino. Ovviamente nella serie sono stati romanzati, però partono da fatti veri, scritti molto bene in sceneggiatura, con intrecci tali che è difficile arrivare alla soluzione fino alla fine, lo spettatore deve rimanere “attento” fino alla fine. Diciamo che non è il classico “è stato il maggiordomo”! Poi, certamente ha influito il cast: sapere che avrei lavorato accanto a un gruppo di professionisti come questo è stato per me incredibile, così come la regia di Renato, di cui ho visto i film e che stimo moltissimo. Per quanto riguarda il personaggio, Amaranta mi ha attratta subito perché è una donna atipica rispetto ai ruoli più romantici che spesso mi sono stati affidati. Ha un lato romantico anche lei, è vero, ma non è dolce, è buona, di animo buono. È una ragazza molto indipendente, e questo è stato un elemento interessante da mettere in scena, perché la rendeva diversa dai ruoli affrontati finora.

Una delle cose che viene sempre sottolineata, al cinema come nella serialità, è la questione femminile/maschile. Pensa che sia arrivato il momento di superare questa distinzione?

Spero di sì. Io non credo che, per quanto riguarda le emozioni, si possa parlare di genere maschile o femminile. Dipende piuttosto dalla reazione individuale: dal carattere, dal vissuto, dall’esperienza, non certo dal fatto di essere uomo o donna. Continuare a sottolineare questa distinzione, secondo me, finisce quasi per rafforzarla, come se il femminile fosse in qualche modo più debole. Invece i due personaggi, Vasco e Amaranta, pur con età diverse, sono molto simili: e questo può contribuire a scardinare questa visione. Le emozioni sono fluide, attraversano tutti. È una cosa che ho sperimentato anche in altri lavori e, al di là dell’epoca o del genere, il modo di sentire non cambia mai davvero. Cambia la persona, non il genere.

A livello professionale, che poliziotto è Amaranta?

È molto determinata, ha una grande passione per il suo lavoro. È acuta, intuitiva, risolutiva. Cerca sempre di arrivare alla verità, anche forzando le regole, un po’ come Vasco. È curiosa, ma anche diffidente: non accetta mai la prima soluzione. Vuole dimostrare sempre di essere all’altezza, di essere “sul pezzo”. Infatti, ha sempre con sé un taccuino su cui annota tutto: è un elemento molto caratteristico.

Cosa si sono “scambiati” Amaranta e Vasco a livello umano?

Bella domanda. Credo che Amaranta risvegli in Vasco una certa dolcezza e un senso di cura verso l’altro: lui la accoglie, la protegge, sviluppa un senso di responsabilità che forse aveva represso. Vasco, invece, risveglia in lei il desiderio di legame, di appartenenza. In fondo si restituiscono la stessa cosa: la possibilità di legarsi a qualcuno, che entrambi avevano in qualche modo soffocato.

Quando la fragilità diventa un punto di forza?

Credo che succeda nel momento in cui si accetta di essere fragili. Quando lo fai, riesci ad accogliere meglio quello che ti accade e diventi anche più comprensibile agli altri, perché sei trasparente. Nel mio lavoro questo è fondamentale: la fragilità mi rende vulnerabile, e questa vulnerabilità mi permette di scavare più a fondo nelle emozioni. Certo, a volte il corpo fa resistenza, ma quando riesci a lasciarti andare diventa una risorsa enorme. Per Amaranta, invece, la fragilità emerge soprattutto alla fine: è lì che si lascia andare davvero. E proprio questo la rende più forte, perché crea un’apertura autentica verso l’altro.

Com’è stato lavorare con Claudio Bisio?

È stato un incontro meraviglioso, un grande regalo. A parte la prima settimana in cui ci siamo un po’ “annusati”, poi è nata subito una grande sintonia. Abbiamo instaurato un rapporto di grande serenità e parità: lui cercava sempre il mio parere, mi coinvolgeva nelle scelte. È nata una stima sia umana che professionale, e tutto è stato molto naturale. Non ho mai sentito il peso del suo nome, e questo è merito suo, perché mi ha accolta con grande generosità, quasi come una figlia.

Che ruolo ha l’Appennino in questo racconto

È un vero protagonista. Venendo da una realtà completamente diversa, per me è stato sorprendente vivere in quei luoghi per diverse settimane. Nel racconto emerge la natura incredibile, la vastità degli spazi, ma anche la vita quotidiana dei paesi, le tradizioni, il carattere delle persone. Non è solo paesaggio: è proprio un mondo, che si respira in ogni episodio.

C’è stato spazio per l’improvvisazione? E cosa significa per lei improvvisare?

Sì, abbiamo improvvisato molto. Io ho imparato a farlo grazie a Massimiliano Gallo, con il quale ho recitato in “Vincenzo Malinconico”. All’inizio è stato spiazzante, ma poi ho scoperto quanto sia liberatorio. Per me improvvisare significa dare ancora più vita alla scena, possibile solo se c’è grande ascolto: devi essere davvero presente, reagire in modo autentico. E questo rende tutto più vero.

Cosa l’ha spinta verso la recitazione?

Ero una ballerina professionista, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di un altro linguaggio espressivo, e così ho iniziato il percorso in accademia. È stato un passaggio anche doloroso, perché ho dovuto lasciare la danza, ma lo vivo come un’evoluzione. Come attrice mi sento ancora in scoperta, ogni lavoro è diverso e mi mette alla prova in modo nuovo. Ed è proprio questo che amo di più.

C’è un ruolo che le piacerebbe affrontare?

In questo momento mi piacerebbe interpretare un ruolo più vicino alla mia età reale, più adulto. Spesso, per caratteristiche fisiche, mi vengono affidati ruoli più giovani, ma sono pronta a esplorare una dimensione più matura, più legata al vissuto di una donna. È una sfida che sento molto in questo momento.

Prossimi lavori in cantiere?

Sì, qualcosa bolle in pentola… ma non posso ancora dire troppo!

ALESSIO LAPICE

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In cerca di leggerezza


Una serie luminosa ambientata a Sorrento che, sotto un “profumo di limone”, racconta fragilità, conflitti e crescita. L’attore napoletano, amatissimo dal pubblico nel ruolo di Calogiuri in “Imma Tataranni”, svela il cuore del suo personaggio e il senso più profondo del racconto: «Non è una leggerezza superficiale, è una leggerezza bella, difficile da raggiungere». La serie “Roberta Valente. Notaio in Sorrento” è in onda la domenica alle 21.30 su Rai 1

 

 

 

Un ottimo inizio per una serie che potremmo definire “al profumo di limone” e che aiuta il pubblico a respirare un’aria deliziosa. Cosa ne pensa?

È un’immagine perfetta, che ben restituisce l’atmosfera del nostro racconto: tra limoni ed emozioni, direi che è una sintesi efficace, una descrizione molto giusta. Per me questa serie è davvero una delizia. Non vorrei spingermi a dire “una delizia al limone” per non esagerare, ma in qualche modo lo è davvero: è ambientata a Sorrento, una terra meravigliosa, e i limoni fanno parte di quell’immaginario. Quella sensazione si percepisce quasi attraverso lo schermo. È una chiave di lettura ironica, ma anche reale, perché Sorrento diventa quasi un personaggio del racconto. È una storia leggera, fresca, familiare, che in un momento storico così pesante rappresenta una boccata d’aria. Non si tratta di una leggerezza superficiale, ma una leggerezza “bella”, come planare su un’acqua calma in una giornata primaverile. Ci ricorda il desiderio di stare bene, di andare al mare, di vivere cose semplici. E non è poco, anzi: raggiungere quella leggerezza è spesso molto difficile.

Leggera, ma non superficiale. Cosa dobbiamo aspettarci andando avanti?

Con leggerezza e scenari meravigliosi racconta la vita di questi ragazzi, ma andando avanti le cose cambiano: accadono eventi che mettono in crisi i personaggi. Emergono i loro lati più fragili e vulnerabili, che li costringeranno ad agire, a fare scelte, spesso non perfette. Ed è proprio lì che la storia si fa più interessante.

Quando ha letto per la prima volta la storia e il suo personaggio, Stefano, che impressione ne ha avuto?

Quello che mi ha colpito è che Stefano, all’apparenza, sembra avere una vita perfetta: famiglia benestante, amici, stabilità. Ma dietro questa facciata c’è molto altro. Mi interessava raccontare proprio quello che non si vede: i conflitti interiori, i lati più oscuri, le fragilità. È un ragazzo che cerca di piacere a tutti, ma finisce per non piacere a se stesso. Questo lo rende un personaggio complesso, spesso solo, incapace di comunicare davvero. Ha tanti livelli, tanti “pulsanti” emotivi, ed è stato un materiale umano molto stimolante su cui lavorare.

Al di là del finale, dove potrebbe arrivare una personalità come quella di Stefano? Quali sono i suoi sogni, le sue aspirazioni?

È una bella domanda. Le “zavorre” che si porta dietro possono essere un limite, ma anche una spinta. Gli ostacoli sono necessari, non ce ne liberiamo mai davvero, e Stefano dovrà capire se quelle zavorre sono esterne o interne. Spesso pensiamo di liberarci di qualcosa e poi scopriamo che, al contrario, era tutto dentro di noi. Il punto non è solo superare gli ostacoli, ma anche abbracciarli: sono il motore che ci spinge avanti. Senza, forse, la vita sarebbe troppo piatta.

Parliamo del rapporto con Roberta: che dinamica si crea tra loro?

È un rapporto complesso, lei è una persona molto preparata, metodica, sempre un passo avanti a tutto e a tutti. Stefano si sente spesso “sulle spine”, come se camminasse sulle uova (ride). Da attore questa è una situazione molto divertente perché mi permette di lavorare su sguardi, pause, sottotesti. Per Stefano, invece, è davvero tosta, povero. Prova continuamente una sorta di sudditanza psicologica verso Roberta. Le vuole molto bene, ma è un bene un po’ disfunzionale, perché si sente sempre giudicato e poco sostenuto, un po’ come accade anche con i suoi genitori. Questo lo porta a sentirsi solo.

E invece com’è stato lavorare con Maria Vera Ratti, l’attrice che interpreta Roberta?

Direi totalmente all’opposto del rapporto tra i personaggi. Sul set c’è stato un grande lavoro di squadra, di fiducia e di ascolto. Ci siamo confrontati spesso, anche fuori dal set per costruire meglio le scene. Maria Vera è un’attrice che stimo molto e insieme abbiamo costruito qualcosa di bello, ottima sintonia e supporto reciproco.

Dopo esperienze come “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, qui si trova accanto a un altro personaggio femminile forte. Che differenze vede tra Roberta e Imma?

Sono due personaggi molto diversi, anche se entrambe possono essere definite donne forti. Imma è una forza già compiuta, strutturata nel tempo: la sua “scorza” nasce da un percorso lungo, da esperienze che l’hanno resa così solida e determinata. Roberta, invece, si trova in una fase diversa: quella scorza la sta costruendo adesso. È all’inizio del suo cammino, sia professionale sia personale, e la sua forza è ancora in formazione. C’è però un elemento che le accomuna in profondità: entrambe, in modi diversi, si sono dovute conquistare qualcosa di fondamentale, anche sul piano affettivo. È questa origine, in qualche modo “da guadagnarsi”, a renderle forti. Le differenze emergono soprattutto nel modo di essere. Imma è istinto puro, “genio e sregolatezza”: agisce di impulso, è diretta, a tratti ruvida, ma sempre autentica. Roberta, al contrario, è costruita sul controllo: è metodica, precisa, ordinata, tutto in lei segue uno schema quasi matematico. Questo bisogno di controllo attraversa ogni aspetto della sua vita, non solo il lavoro ma anche le relazioni e la sfera privata. La sua non è una forza irruente, bensì lucida, trattenuta, studiata. Non esplode, ma incide: è una forza più affilata che impetuosa. Proprio per questo, però, è anche un personaggio che può sorprendere. Dietro questa struttura così rigorosa, non è escluso che emergano momenti più istintivi, perfino inattesi. È una figura in evoluzione, e nei prossimi episodi potrebbe rivelare lati ancora inesplorati.

Lei viene da Castellammare di Stabia: quanto cambia, secondo lei, l’identità tra Napoli e Sorrento?

Cambia tantissimo, anche nel giro di pochi chilometri. Io mi sono ispirato proprio a una certa “tipologia” sorrentina: il ragazzo di buona famiglia, elegante, preciso, con un accento napoletano più leggero. Sono dettagli reali di una borghesia attenta all’immagine, al modo di vestirsi, di parlare, di porsi. Napoli, invece, è molto più variegata, cambia continuamente da quartiere a quartiere.

Ha un rapporto molto forte con il pubblico. Come vive il fatto che spesso non venga separato dal personaggio?

Lo vivo con affetto e gratitudine. Senza il pubblico, il nostro lavoro non esisterebbe o non avrebbe senso. Se le persone si immedesimano così tanto da confondere attore e personaggio, per me è un complimento, vuol dire che il mio lavoro è arrivato. Cerco sempre di accogliere quell’affetto con rispetto e riconoscenza, perché è qualcosa di prezioso.

Un’ultima cosa: cosa si sente di dire a chi la segue e magari si è affezionato ai suoi personaggi precedenti?

Capisco la nostalgia, ma ogni nuovo progetto è un nuovo viaggio, un racconto a sé. Sono felice se il pubblico sceglie di seguirmi anche in questa nuova storia, sono convinto che, piano piano, si affezioneranno anche a Stefano. E io sarò felice di accompagnarli in questa nuova storia.

 

DOCUFICTION

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Vespucci, il viaggio più lungo

 

 

Due prime serate su Rai 3 – il 17 e il 24 aprile – per raccontare il viaggio epico intorno al mondo, a bordo dell’Amerigo Vespucci, la nave più bella mai costruita

 

 

Nave Amerigo Vespucci, nave scuola della Marina Militare, custode da oltre novant’anni delle più antiche tradizioni navali e marinare, è uno dei simboli più conosciuti dell’Italia nel mondo. Ispira da sempre sentimenti di orgoglio nazionale, sogni di epoche passate e avventure marinaresche. Navigando tra queste emozioni, la docuserie racconta – tramite lo sguardo dei protagonisti, degli allievi ufficiali, dell’equipaggio e del suo Comandante, capitano di vascello Giuseppe Lai – il progetto “Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia”. Si tratta di un’impresa epica tutta italiana, compiuta dalla nave più bella del mondo insieme al “Villaggio Italia”, un’esposizione pluriennale itinerante del Made in Italy che ha riunito le “nazionali delle eccellenze italiane”. A Los Angeles, Tokyo, Darwin, Singapore, Mumbai, Abu Dhabi, Doha e Jeddah, l’Italia si è presentata con uno spazio attraverso il quale ha dialogato, ospitato e accolto non solo gli italiani nel mondo, ma anche cittadini e visitatori locali. Il tutto attraverso cultura, arte, creatività, ricerca, innovazione, sport, sostenibilità e valorizzazione del patrimonio paesaggistico italiano. Il progetto nasce da un’idea del Ministro della Difesa Guido Crosetto. È sostenuto dalla Difesa e da dodici Ministeri, realizzato e prodotto da Difesa Servizi in partenariato pubblico–privato con l’agenzia Ninetynine. L’obiettivo: trasformare il giro del mondo in un’espressione unitaria dei valori nazionali, ma anche in una vetrina del Made in Italy e un motore per l’economia e la diffusione culturale italiana. L’Amerigo Vespucci e il Villaggio Italia hanno portato nel mondo cultura, storia, innovazione, enogastronomia, scienza, ricerca, tecnologia e industria: elementi che rendono l’Italia un Paese apprezzato a livello globale. Il racconto parte dall’Accademia Navale di Livorno, dove gli allievi si preparano alla navigazione che li renderà marinai ancora prima che ufficiali. Contemporaneamente, dalle coste messicane, il Vespucci salpa verso Los Angeles, punto d’incontro per l’imbarco degli allievi e del primo Villaggio Italia. Questa è l’ultima tratta “comoda”: l’equipaggio conta circa 250 persone, che diventano 400 con gli allievi, su una nave lunga 101 metri. A bordo, il lavoro è continuo: manutenzione degli alberi, controllo delle cime, lucidatura degli ottoni. Tutto per far splendere “la nave più bella del mondo”. Quando il Vespucci disormeggia, lo fa con il suo stile unico. Gli allievi, appena imbarcati, affrontano subito il primo impegno ufficiale: il saluto alla Voce. Schierati sui pennoni in uniforme storica, salutano l’America gridando secondo tradizione, pronti per la traversata del Pacifico verso Tokyo. La prima alba a bordo segna l’inizio della formazione: sveglia dura, ritmi serrati, poco sonno. Gli allievi, accolti dal Comandante, iniziano un percorso intenso che li porterà a conoscere il mare e a confrontarsi con condizioni estreme. Durante la traversata del Pacifico toccheranno Hawaii, Tokyo, Manila e Darwin. La mancanza di sonno diventa una costante: si dormono in media tre ore a notte per testare la resistenza psicofisica. Si studiano rotte, venti, correnti e navigazione astronomica, ma soprattutto si naviga a vela. La prima salita sugli alberi per mollare i matafioni è un momento indimenticabile: un misto di timore, eccitazione e libertà. Gli allievi imparano a interpretare i fischi dei nocchieri, fondamentali per impartire ordini. I nocchieri, consapevoli del loro ruolo formativo, non fanno sconti: preparano futuri comandanti capaci di conoscere ogni dettaglio delle operazioni. Durante la navigazione, momenti di goliardia aiutano a sviluppare qualità essenziali come pazienza, empatia, tolleranza e perseveranza. Eventi come il passaggio dell’antimeridiano, le gare di nodi e il teatro di bordo rafforzano lo spirito di comunità. Prima dell’arrivo a Darwin, arriva il momento degli esami. La Sala Consiglio si trasforma in aula universitaria: gli allievi affrontano la prova finale davanti agli ufficiali. Superarla significa conquistare il numero “II” e accedere alla seconda classe dell’Accademia Navale. La sera è carica di emozione: soddisfazione, felicità e nostalgia si intrecciano. Ripartito da Darwin, il Vespucci riprende i suoi spazi. Dopo Singapore, Mumbai e Doha, arriva ad Abu Dhabi, dove l’equipaggio celebra Natale e accoglie il 2025. È il momento dei bilanci. Il Comandante Lai ricorda con emozione il passaggio di Capo Horn, destinato a restare nella storia della Marina Militare. Ma una nuova sfida attende: lo stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso. La navigazione in queste acque è rischiosa. Per sicurezza, vengono imbarcati i fucilieri della Brigata Marina San Marco e il Vespucci è affiancato dal cacciatorpediniere Caio Duilio e dalla fregata Alpino. Superato lo stretto, la rotta prosegue verso il Canale di Suez, attraversando quasi 200 km nel deserto. Si entra così nel Mediterraneo: il “Mare Nostrum”. L’aria di casa si fa sentire. Ultima tappa prima di Trieste è Alessandria d’Egitto, durante il Festival di Sanremo. Il Vespucci partecipa come ospite d’eccezione, collegandosi in diretta con Carlo Conti. Il giorno dopo, il tono cambia: visita al Sacrario di El Alamein, dove riposano circa 5200 soldati italiani. La cerimonia rafforza il senso di appartenenza e il valore del servizio alla patria. Il 1° marzo 2025, a Trieste, l’Italia accoglie il Vespucci con un abbraccio collettivo in Piazza Unità d’Italia. L’ingresso in porto è accompagnato da centinaia di imbarcazioni. Tra emozione e ricongiungimenti familiari, la nave si prepara all’ultima tappa: Genova, dove il 10 giugno si celebrerà la Giornata della Marina. Il Tour Mediterraneo sarà accompagnato dal Villaggio IN Italia, uno spazio che permetterà agli italiani di rivivere il viaggio della nave più bella del mondo.

 

Il regista Flavio Maspes racconta…

«Raccontare il Vespucci è semplice e complicato allo stesso tempo. La nave scuola è leggenda e realtà, tutti la conoscono e questo è al contempo una fortuna, è adorata dal pubblico e – una sfida – è stata narrata innumerevoli volte. “Il Viaggio più lungo” ci ha dato l’opportunità di esplorarne la personalità e di raccontarne molte sue prime volte: il passaggio di Capo Horn, il tratto di navigazione più temuto dai marinai, i Villaggi Italia, spazi espositivi che hanno portato in giro per il mondo le eccellenze del Paese, la temuta traversata del Mar Rosso, evitato da molte navi commerciali per possibili attacchi Huthi e naturalmente l’imbarco degli allievi ufficiali. Per coglierne appieno lo spirito, la narrazione è stata affidata principalmente ai protagonisti. Il comandante, gli ufficiali, i nocchieri, ad ogni nuova operazione ne spiegano la funzione, la tecnica e la storia mentre gli allievi ufficiali condividono le loro emozioni per un’avventura che resterà impressa per sempre nella loro memoria. La voce fuori campo invece è stata utilizzata per puntellare i luoghi visitati dall’equipaggio e raccontarne la storia. Sono sempre stato attratto dalla contaminazione culturale che generano i viaggi. Apprendi, assorbi, diffondi e trasmetti. Il periplo del globo è stata un’occasione irripetibile per mettere in pratica questi concetti. L’Italia, la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura disseminate durante gli ormeggi nei porti dei sei continenti tramite i suoi migliori ambasciatori, il Vespucci, il veliero che diffonde il nostro spirito e riporta a casa l’alito del mondo e il Villaggio Italia.»

 

IL TOUR MONDIALE VESPUCCI

A vent’anni dall’ultima circumnavigazione (2002-2003), la Nave Scuola Amerigo Vespucci ha preso il largo per un nuovo, straordinario viaggio intorno al mondo. Salpato il 1° luglio 2023, il veliero più bello del mondo ha attraversato i mari per 20 mesi, nel corso dei quali ha raggiunto 5 continenti, 30 Paesi, 35 porti e ha percorso oltre 46.000 miglia nautiche. Il progetto “Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia” ha unito la tradizionale attività di addestramento e di Naval Diplomacy della Nave Scuola della Marina Militare con la promozione delle eccellenze del Made in Italy. L’epico viaggio di Nave Amerigo Vespucci è stato accompagnato nel mondo dal Villaggio Italia (8 tappe all’estero e 9 italiane con il Villaggio IN Italia), una produzione in partenariato pubblico-privato di Difesa Servizi S.p.A. e Ninetynine. Il Villaggio Italia, mini expo itinerante pluriennale ha promosso e raccontato le eccellenze del Made in Italy portando in giro per il mondo la cultura, la creatività, la ricerca e l’innovazione, lo sport, la gastronomia, la scienza, i progetti di sostenibilità, il patrimonio paesaggistico italiano e l’industria che fanno dell’Italia un Paese universalmente apprezzato: a Los Angeles, Tokyo, Darwin, Singapore, Mumbai, Abu Dhabi, Doha, Jeddah, l’Italia si è presentata con uno spazio innovativo attraverso il quale ha dialogato, ospitato e accolto non solo gli italiani in giro per il mondo, ma anche i cittadini e i visitatori delle città raggiunte dal Vespucci; un luogo che nel corso del tour mondiale è diventato una piattaforma multidisciplinare, ponte tra culture, espressione, insieme a Nave Amerigo Vespucci, dei valori dell’intera Nazione ed elemento propulsivo per la nostra economia e per la divulgazione della nostra cultura oltre che un’opportunità importante anche per le realtà imprenditoriali italiane. Tra le eccellenze italiane nel Villaggio Italia: l’Italian Opera Academy del Maestro Riccardo Muti, i musicisti dell’Accademia Teatro alla Scala, “La David” dell’artista Jago, i film della Mostra del cinema di Venezia. Presenti le Frecce Tricolori, le bande e le Fanfare delle Forze Armate. Nel corso del Tour Mediterraneo il Villaggio Italia è diventato Villaggio IN Italia, un luogo di racconto che ha reso partecipi tutti gli italiani dell’esperienza vissuta da Nave Amerigo Vespucci nel mondo. Il Villaggio IN Italia è stato allestito a Trieste, Venezia, Ortona, Brindisi, Taranto, Reggio Calabria, Napoli, Civitavecchia e Genova. Sono stati oltre 1,2 milioni di visitatori complessivi che hanno raggiunto Nave Vespucci e il Villaggio Italia tra 5 continenti, 33 Paesi e 53 porti di cui 20 nel Mar Mediterraneo. E il progetto Tour Mondiale Vespucci – Villaggio Italia ha generato anche un vero e proprio fenomeno di costume, il “fenomeno Vespucci”, con una eco mediatica di oltre 38.000 pubblicazioni tra quotidiani, siti, tv, radio e agenzie nazionali e internazionali, 1,3 miliardi di visualizzazioni sui canali social del Tour Vespucci e oltre 120 milioni di interazioni. L’iniziativa del Tour Mondiale Vespucci – Villaggio Italia è stata promossa dal Ministero della Difesa e sostenuta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – con il Ministro per la Protezione civile e le Politiche del Mare e il Ministro per lo Sport e i Giovani; dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; dal Ministero dell’Economia e delle Finanze; dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy; dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste; dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; dal Ministero della Cultura; dal Ministero del Turismo; dal Ministero per le Disabilità.