CHIARA CELOTTO
In scoperta
Un mix di thriller e storie ispirate a fatti reali, un personaggio femminile lontano dagli stereotipi, «buona, ma non dolce, certamente indipendente» e capace di muoversi tra intuito, determinazione e fragilità. L’attrice protagonista accanto a Claudio Bisio di “Uno sbirro in Appennino” – il giovedì su Rai 1 – si racconta al RadiocorriereTv
Facciamo un salto in Appennino… Innanzitutto, cosa l’ha convinta immediatamente della storia e del suo personaggio?
Mi ha immediatamente incuriosito che si trattasse di un poliziesco, un thriller, un genere che mi piace sempre molto. E soprattutto mi affascinava l’idea che i casi fossero ispirati a vicende realmente accadute in Appennino. Ovviamente nella serie sono stati romanzati, però partono da fatti veri, scritti molto bene in sceneggiatura, con intrecci tali che è difficile arrivare alla soluzione fino alla fine, lo spettatore deve rimanere “attento” fino alla fine. Diciamo che non è il classico “è stato il maggiordomo”! Poi, certamente ha influito il cast: sapere che avrei lavorato accanto a un gruppo di professionisti come questo è stato per me incredibile, così come la regia di Renato, di cui ho visto i film e che stimo moltissimo. Per quanto riguarda il personaggio, Amaranta mi ha attratta subito perché è una donna atipica rispetto ai ruoli più romantici che spesso mi sono stati affidati. Ha un lato romantico anche lei, è vero, ma non è dolce, è buona, di animo buono. È una ragazza molto indipendente, e questo è stato un elemento interessante da mettere in scena, perché la rendeva diversa dai ruoli affrontati finora.
Una delle cose che viene sempre sottolineata, al cinema come nella serialità, è la questione femminile/maschile. Pensa che sia arrivato il momento di superare questa distinzione?
Spero di sì. Io non credo che, per quanto riguarda le emozioni, si possa parlare di genere maschile o femminile. Dipende piuttosto dalla reazione individuale: dal carattere, dal vissuto, dall’esperienza, non certo dal fatto di essere uomo o donna. Continuare a sottolineare questa distinzione, secondo me, finisce quasi per rafforzarla, come se il femminile fosse in qualche modo più debole. Invece i due personaggi, Vasco e Amaranta, pur con età diverse, sono molto simili: e questo può contribuire a scardinare questa visione. Le emozioni sono fluide, attraversano tutti. È una cosa che ho sperimentato anche in altri lavori e, al di là dell’epoca o del genere, il modo di sentire non cambia mai davvero. Cambia la persona, non il genere.
A livello professionale, che poliziotto è Amaranta?
È molto determinata, ha una grande passione per il suo lavoro. È acuta, intuitiva, risolutiva. Cerca sempre di arrivare alla verità, anche forzando le regole, un po’ come Vasco. È curiosa, ma anche diffidente: non accetta mai la prima soluzione. Vuole dimostrare sempre di essere all’altezza, di essere “sul pezzo”. Infatti, ha sempre con sé un taccuino su cui annota tutto: è un elemento molto caratteristico.
Cosa si sono “scambiati” Amaranta e Vasco a livello umano?
Bella domanda. Credo che Amaranta risvegli in Vasco una certa dolcezza e un senso di cura verso l’altro: lui la accoglie, la protegge, sviluppa un senso di responsabilità che forse aveva represso. Vasco, invece, risveglia in lei il desiderio di legame, di appartenenza. In fondo si restituiscono la stessa cosa: la possibilità di legarsi a qualcuno, che entrambi avevano in qualche modo soffocato.
Quando la fragilità diventa un punto di forza?
Credo che succeda nel momento in cui si accetta di essere fragili. Quando lo fai, riesci ad accogliere meglio quello che ti accade e diventi anche più comprensibile agli altri, perché sei trasparente. Nel mio lavoro questo è fondamentale: la fragilità mi rende vulnerabile, e questa vulnerabilità mi permette di scavare più a fondo nelle emozioni. Certo, a volte il corpo fa resistenza, ma quando riesci a lasciarti andare diventa una risorsa enorme. Per Amaranta, invece, la fragilità emerge soprattutto alla fine: è lì che si lascia andare davvero. E proprio questo la rende più forte, perché crea un’apertura autentica verso l’altro.
Com’è stato lavorare con Claudio Bisio?
È stato un incontro meraviglioso, un grande regalo. A parte la prima settimana in cui ci siamo un po’ “annusati”, poi è nata subito una grande sintonia. Abbiamo instaurato un rapporto di grande serenità e parità: lui cercava sempre il mio parere, mi coinvolgeva nelle scelte. È nata una stima sia umana che professionale, e tutto è stato molto naturale. Non ho mai sentito il peso del suo nome, e questo è merito suo, perché mi ha accolta con grande generosità, quasi come una figlia.
Che ruolo ha l’Appennino in questo racconto
È un vero protagonista. Venendo da una realtà completamente diversa, per me è stato sorprendente vivere in quei luoghi per diverse settimane. Nel racconto emerge la natura incredibile, la vastità degli spazi, ma anche la vita quotidiana dei paesi, le tradizioni, il carattere delle persone. Non è solo paesaggio: è proprio un mondo, che si respira in ogni episodio.
C’è stato spazio per l’improvvisazione? E cosa significa per lei improvvisare?
Sì, abbiamo improvvisato molto. Io ho imparato a farlo grazie a Massimiliano Gallo, con il quale ho recitato in “Vincenzo Malinconico”. All’inizio è stato spiazzante, ma poi ho scoperto quanto sia liberatorio. Per me improvvisare significa dare ancora più vita alla scena, possibile solo se c’è grande ascolto: devi essere davvero presente, reagire in modo autentico. E questo rende tutto più vero.
Cosa l’ha spinta verso la recitazione?
Ero una ballerina professionista, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di un altro linguaggio espressivo, e così ho iniziato il percorso in accademia. È stato un passaggio anche doloroso, perché ho dovuto lasciare la danza, ma lo vivo come un’evoluzione. Come attrice mi sento ancora in scoperta, ogni lavoro è diverso e mi mette alla prova in modo nuovo. Ed è proprio questo che amo di più.
C’è un ruolo che le piacerebbe affrontare?
In questo momento mi piacerebbe interpretare un ruolo più vicino alla mia età reale, più adulto. Spesso, per caratteristiche fisiche, mi vengono affidati ruoli più giovani, ma sono pronta a esplorare una dimensione più matura, più legata al vissuto di una donna. È una sfida che sento molto in questo momento.
Prossimi lavori in cantiere?
Sì, qualcosa bolle in pentola… ma non posso ancora dire troppo!