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La buona stella

 

Una storia che parla a tutti, perché è una storia di rinascita. Stella e Simone sono due personaggi che sbagliano ma che, nonostante tutto, lottano per riparare agli errori e dimostrare il proprio valore, mai da soli, ma con il supporto delle persone che hanno accanto. Tre prime serate su Rai 1 da lunedì 13 aprile

 

 

 

Come ci si rialza dopo essere caduti? Servono forza, volontà e coraggio, ma anche una Buona Stella. Simone ha un matrimonio fallito alle spalle, sacrificato sull’altare di una carriera di calciatore mai decollata e che ora sembra al capolinea. Stella, poliziotta ribelle, vuole rimettersi in piedi dopo aver tragicamente perduto l’uomo che amava. A unire i due destini è una borsa piena di soldi. Simone la ruba dalla scena di un crimine sul quale Stella dovrà indagare. Per un gioco del destino quei soldi, che sembravano essere la fortuna di Simone, si trasformano nella sua condanna a morte, i criminali a cui li ha sottratti sono sulle sue tracce e sono pronti a tutto pur di recuperarli. Simone, con l’ex moglie Alessia e la figlia Giada, si trova costretto a scappare, in una fuga continua e piena di imprevisti che si snoda lungo le coste della Calabria (toccando Crotone, Isola Capo Rizzuto, Cutro, Botricello e Lamezia Terme). L’unica speranza per Simone è Stella: solo lei, infatti, indagando, può ricostruire il filo degli eventi e provare a salvarlo. Per la poliziotta, però, sono indagini che riaprono ferite del passato mai chiuse e che la obbligano a lavorare fianco a fianco con Valerio, dirigente degli Affari Interni, che fa di tutto per ostacolarla, accecato da un antico odio. Mentre Simone e famiglia cercano di sfuggire ai propri inseguitori, Stella deve fare i conti con le insidie del lavoro e le conseguenze di un amore che non ha mai dimenticato.

 

Personaggi

Simone (Filippo Scicchitano)

Interpretato da Filippo Scicchitano, Simone è un uomo che per inseguire il sogno di diventare un calciatore famoso ha sacrificato tutto, incluso l’amore della sua vita, Alessia. Convinto che la sfortuna l’abbia preso di mira, non si rende conto che, nonostante il suo buon cuore, spesso è proprio lui la causa dei propri guai. Quando, però, sarà la sua famiglia a essere in pericolo, Simone scoprirà di avere il coraggio che gli è sempre mancato.

Stella (Miriam Dalmazio)

Interpretata da Miriam Dalmazio, Stella è una poliziotta abituata a combattere contro tutto e tutti. Riesce a risolvere indagini nelle quali i suoi colleghi getterebbero la spugna grazie all’istinto da investigatrice e alla giusta dose di noncuranza verso le regole. Quella stessa intraprendenza, però, l’ha portata a vivere un periodo buio, segnato dalla morte dell’amore della sua vita e dalla perdita della custodia del figlio. Ora Stella è pronta a rimettersi in piedi, tanto nel lavoro quanto nella vita. Per farlo, però, deve capire che non sono gli altri a dover credere in lei, ma è lei stessa che deve fidarsi delle proprie capacità.

Valerio (Francesco Arca)

Interpretato da Francesco Arca, Valerio è una persona che vive schiacciata dal peso del passato. Dopo la morte del fratello si è ritrovato da solo a dover gestire un padre anziano, malato di Alzheimer, che non si ricorda di lui e lo chiama costantemente col nome del figlio che non c’è più. Assorbito dal dolore del padre, Valerio non ha mai elaborato la propria di sofferenza, che riversa su Stella. Sarà proprio l’incontro con quella poliziotta ribelle e opposta a lui che scuoterà le certezze granitiche di Valerio, costringendolo a buttarsi nell’azione e nella vita come non faceva da tempo.

Alessia (Laura Cravedi)

Interpretata da Laura Cravedi, Alessia è una giovane donna alla quale la vita ha insegnato che può contare solo su sé stessa. Dopo la fine del matrimonio con Simone, infatti, si è ritrovata a crescere una figlia completamente da sola. Pensa che dagli errori fatti si possa solo imparare ed è per questo che, quando Simone torna a bussare alla sua porta, Alessia lotta con tutte le sue forze per non farsi stravolgere l’esistenza. Ma, soprattutto, cerca di proteggere Giada da tutti i pericoli ai quali vengono esposti per colpa di Simone. La battaglia più grande, però, la deve combattere contro il proprio cuore perché, nonostante tutto, c’è ancora una parte di lei che è innamorata di Simone.

 

Le puntate

PRIMA SERATA

Simone, dopo una visita dal medico sportivo, si convince di avere un tumore al cervello. Più tardi, quello stesso giorno, è testimone di una violenta sparatoria di cui rimane l’unico superstite. Sulla scena del crimine trova una borsa piena di soldi e la prende: finalmente potrà fare qualcosa per la sua famiglia. Stella, al suo primo giorno di lavoro sul campo dopo un anno di stop forzato, si trova a indagare proprio su quella sparatoria e, nel farlo, si scontra con Valerio, fratello del suo defunto amore e suo acerrimo nemico. Simone, raggiunta la famiglia in Calabria, capisce di aver commesso un errore fatale nel portargli quei soldi rubati. Simone e Alessia devono scappare da due poliziotti corrotti, Ezio e Bruno, che vogliono riprendersi i soldi rubati. Nella fuga i due portano con loro anche la figlia, la piccola Giada. Intanto a Roma Stella scopre un dettaglio importante sulla sparatoria. Basterà a convincere Valerio a lasciarla indagare sul caso?

SECONDA SERATA

Simone riesce a rubare un camper, sul quale si mette in viaggio assieme ad Alessia e Giada. Stella, invece, viene convocata da Valerio: le darà una possibilità di dimostrare che ha ragione, indagheranno assieme. Alessia inizia ad avere dubbi soprattutto per i pericoli ai quali sta esponendo Giada. Simone, Alessia e Giada sono prigionieri di Ezio e Bruno e non sanno cosa sarà del loro destino. A Roma Stella indaga su un suicidio che si rivela collegato alla sparatoria. Alessia è costretta ad un gesto estremo per mettere in salvo la propria famiglia.

TERZA SERATA

Stella e Valerio interrogano un testimone legato al passato di entrambi. Simone, Alessia e Giada trovano ospitalità in campeggio, dove vengono protetti da una famiglia calabrese. Eppure, la minaccia dalla quale fuggono riesce a trovarli anche lì dove si sono nascosti. Simone, Alessia e Giada sono costretti nuovamente a fuggire e Simone decide di sacrificarsi per la sicurezza della sua famiglia. Stella e Valerio sono sulle tracce di Simone ed arrivano in Calabria. Riusciranno a trovarlo in tempo prima dei suoi inseguitori?

 

Il regista Luca Brignone racconta…

«Quello che considero importante del mio lavoro è raccontare principalmente il movimento emotivo dei personaggi, andare dentro ogni loro sfaccettatura, vederli e sentirli. In questa ricerca l’attore si ritrova a scavare dentro di sé per fare emergere quella verità che serve al racconto. Le scene così acquistano spessore e profondità, meritando la fiducia dello spettatore che entra immediatamente in empatia con i personaggi. In questa serie, il viaggio non è solo geografico — da Roma alla Calabria — ma è una discesa dentro i drammi della vita. Ogni scena deve avere il sapore della realtà, mi piace sapere che lo spettatore possa sentirsi vicino al respiro affannoso di Simone durante una crisi e al silenzio nostalgico di Stella mentre guarda le foto di suo figlio, che possa compartecipare alle preoccupazioni e alle ingenuità di Alessia, giovane madre, che si scopre a tratti impreparata a crescere una figlia da sola, fino a osservare con sguardo tenero e sospeso la rabbia di Valerio che non riesce ad accettare la morte di suo fratello. Solo scavando dentro il buio dei personaggi, le sequenze quindi acquistano quello spessore che trasforma un semplice crime in un’esperienza empatica e totale. Chi osserva non deve solo guardare, deve restare impigliato nel destino dei personaggi, vivendo ogni loro piccola gioia come un miracolo e ogni caduta come uno schianto personale. Cosa succede quando il destino decide che sei il suo bersaglio preferito? Questa è la domanda che anche io mi sono posto durante le riprese della serie. Per me, girare “La Buona Stella” ha significato esplorare il momento esatto in cui la disperazione diventa coraggio. Ho scelto di assecondare la verità di ogni personaggio con inquadrature mai troppo strette per non soffocarli ma permettendogli di esprimersi anche nella loro fisicità. Stella e Simone sono su due binari, ma destinati a scontrarsi. Stella è una donna distrutta dal suo senso di colpa e il suo obiettivo è riportare alla luce la verità. Diventa così non un’eroina imbattibile, ma una donna che trema, inciampa e cade, ma non indietreggia. E la malattia di Simone non vuole essere un espediente melodrammatico, ma con inquadrature instabili, sdoppiate e suoni ovattati ho voluto far sentire allo spettatore la sua fragilità fisica. Quando ruba quella borsa, non è un ladro: è un uomo che cerca di pareggiare i conti con il destino. Il peluche pieno di soldi è l’immagine che mi ha perseguitato fin dalla prima lettura. È la sintesi perfetta della serie: l’innocenza (la figlia Giada) contaminata dal male (i soldi sporchi). Ezio e Bruno, i poliziotti corrotti, quasi come fossero figure mitologiche, presenze inarrestabili e sgradevoli che rompono l’intimità ritrovata di questa famiglia in fuga. Il mio obiettivo non è solo raccontare la sfida, ma se alla fine della corsa, sotto il cielo della Calabria, Stella e Simone riusciranno a guardare di nuovo in alto senza aver paura di ciò che le stelle hanno in serbo per loro. Sarà un viaggio rotto dagli imprevisti e per questo profondamente umano, e il camper diventa così quel personaggio che rappresenta l’instabilità di un domicilio nella ricerca della salvezza.»

NUOVA STAGIONE

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Valli, Pasolini, Montanelli, Petrolini, protagonisti del Novecento

 

 

Quattro personaggi fuori dal comune, i loro pensieri, le loro azioni al centro della nuova stagione di “Inimitabili” con Edoardo Sylos Labini. Da domenica 19 aprile su Rai 3

 

 

Alida Valli, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Ettore Petrolini. Edoardo Sylos Labini conduce gli spettatori alla scoperta di quattro vite straordinarie nella terza stagione di “Inimitabili”, il programma di Rai Cultura in onda da domenica 19 aprile in seconda serata su Rai3. Un viaggio, che intreccia il documentario storico all’interpretazione teatrale, nella vita di quattro protagonisti della cultura italiana del Novecento raccontati nelle pieghe della loro vita interiore attraverso interviste, brani di recitazione e documenti inediti. Quattro “atti unici” intessuti dalle interpretazioni di Sylos Labini, che dà vita agli “Inimitabili”, attraverso le loro parole e i passaggi cruciali delle loro esistenze fuori dall’ordinario. Un racconto arricchito dalle riprese dei luoghi dove gli “Inimitabili” hanno vissuto e agito e dalle interviste a storici ed esperti.

A vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 22 aprile del 2006, la prima puntata celebra la vita e la carriera di Alida Valli, diva anticonformista che attraversa il cinema internazionale e la storia d’Italia tra successi, scandali e rinascite artistiche, da Cinecittà a Hollywood fino al cinema d’autore. Pier Paolo Pasolini, vita e opera del poeta, scrittore e regista tra i più controversi e lucidi intellettuali del Novecento. Ne emerge, nella seconda puntata, il ritratto di un artista libero e provocatorio che ha raccontato senza compromessi le contraddizioni dell’Italia contemporanea. Tra storici reportage, polemiche, e scelte controcorrente, la terza puntata attraversa la vita del più importante giornalista italiano, Indro Montanelli, cronista e testimone di un secolo.  Ribelle, geniale, irriverente: Ettore Petrolini ha rivoluzionato la comicità trasformandola in arte. L’ultima puntata di questa stagione ripercorre la vita e l’avventura artistica di un protagonista inimitabile del teatro italiano.

 

 

 

ESCLUSIVA

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Happy Holidays

 

Sulla piattaforma Rai il secondo lungometraggio del regista Scandar Copti, candidato al Premio Oscar con la sua opera prima “Ajami”. Il film è vincitore nella sezione Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura alla 81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Biennale di Venezia

 

 

Un’opera intensa e contemporanea che intreccia storie familiari, ambientate nella città di Haifa, restituendo uno sguardo lucido e profondo sulle dinamiche sociali, sui legami personali e sulle scelte che mettono alla prova i suoi protagonisti. Ambientato tra le complessità delle relazioni interculturali e intergenerazionali, Happy Holidays” segue quattro personaggi le cui esistenze si incrociano in modi inaspettati.  La storia racconta di un Israele precedente agli eventi del 7 ottobre 2024, in cui tuttavia le tensioni fra arabi ed ebrei risultano già evidenti. In questo scenario, le difficili relazioni tra i protagonisti si sviluppano in un contesto sociale fortemente patriarcale, con conseguenze che limitano soprattutto la libertà delle donne. Rami, giovane palestinese di Haifa, deve fare i conti col fatto che la sua ragazza ebrea ha improvvisamente cambiato idea sull’interruzione della gravidanza. Hanan, madre di Rami, affronta una crisi finanziaria e si ritrova invischiata in complicazioni quando chiede il risarcimento per l’incidente della figlia Fifi. Miri si confronta con la depressione di sua figlia adolescente, mentre cerca di aiutare a risolvere la gravidanza di sua sorella, incinta di Rami. Fifi si dibatte con i suoi sensi di colpa nel nascondere un segreto che mette a repentaglio la reputazione della sua famiglia e la sua nascente relazione sentimentale con il Dr. Walid. “L’idea di questo film – racconta il regista Scandar Copti – nasce da una conversazione ascoltata casualmente in gioventù, che ha rivelato quanto profondamente radicati siano nelle persone certi valori sociali e culturali. Con ‘Happy Holidays’ il mio obiettivo – prosegue Copti – è esaminare criticamente questi meccanismi e il loro impatto sui valori degli individui attraverso due storie che si intrecciano, ma raccontate da quattro prospettive diverse. In questo modo spero di stimolare conversazioni sui valori e le convinzioni che plasmano le nostre vite e di incitare gli spettatori a ripensare le proprie norme di vita. Nessuno è veramente libero finché le donne non sono libere, e nessuno è veramente libero finché non siamo tutti liberi”. Scritto e diretto da Scandar Copti è prodotto da Fresco Films, Red Balloon Film, Tessalit Productions e Intramovies. Nel cast: Manar Shehab, Wafaa Aoun, Meirav Memoresky, Toufic Danial.

 

UMBERTO BROCCOLI

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Raccontare il Novecento oggi

 

Dalla radio alla televisione, passando per più linguaggi e piattaforme, il maestro costruisce un racconto della memoria fondato su materiali autentici e chiarezza narrativa. Da “Successo. Storie e voci dal Novecento” su Rai Radio 1 ai progetti televisivi su RaiNews24, Rai Italia, Rai 2 e Rai Storia, tra cui “Amarcord” con Alessandra Solarino e il nuovo “Questa è la Storia”, emerge un metodo: ricostruire il passato per capire il presente, senza nostalgia e con rigore

 

 

Partiamo da “Amarcord” su RaiNews24, insieme a Alessandra Solarino: cos’è oggi, in televisione, il racconto della memoria?

Non è nostalgia, né celebrazione del passato. È una ricostruzione storica. Utilizziamo documenti, filmati d’epoca, materiali delle teche per raccontare cosa accadeva davvero in quegli anni, quali erano i contesti culturali e produttivi. Non prendiamo un frammento per dire “quanto era bello”, ma lo inseriamo in un racconto che aiuta a capire il Paese. È un lavoro di selezione e di responsabilità, perché ogni immagine, ogni sequenza, deve essere contestualizzata. Senza questo passaggio, il rischio è di trasformare la memoria in un’operazione nostalgica, mentre il nostro obiettivo è esattamente l’opposto: restituire complessità.

Quanto è importante, oggi, tornare alle immagini originali per comprendere davvero la nostra storia?

È fondamentale. Non facciamo ricostruzioni, ma utilizziamo immagini originali: i telegiornali dell’epoca, i materiali autentici. Quelle immagini restituiscono il punto di vista di allora, il modo in cui i fatti venivano raccontati. Guardare quelle immagini significa entrare dentro un tempo, capire non solo cosa è accaduto, ma come veniva percepito. È un passaggio decisivo per chi vuole leggere davvero la storia e non limitarsi a una sintesi superficiale.

Arriviamo a “Questa è la Storia. Il Novecento a 45 giri”, prossimamente su Rai Storia, nato anche dal suo libro: perché scegliere la musica come chiave per raccontare un secolo?

Perché la musica racconta perfettamente il tempo in cui nasce. Le canzoni sono una chiave di lettura straordinaria: dentro ci sono le contraddizioni, i cambiamenti, le emozioni di un’epoca. Non sono solo intrattenimento, ma veri strumenti di interpretazione. Una canzone riesce a restituire il clima di un periodo in modo immediato, diretto, spesso più efficace di molte altre forme narrative.

Le canzoni possono diventare veri e propri documenti storici?

Assolutamente sì. Pensiamo al 1978: dopo anni di forte tensione politica, emerge il cosiddetto “riflusso” e la musica lo racconta chiaramente. Oppure “Nel blu dipinto di blu”, che simbolicamente apre al boom economico. Le canzoni intercettano e restituiscono il clima di un tempo, spesso meglio di altri documenti, perché parlano alle emozioni collettive e ne diventano una traccia riconoscibile.

In studio con lei Ada Nardacchione e Simona Vanni: che tipo di racconto state costruendo e quale ritmo avrà il programma?

È un racconto costruito a più voci. Confrontiamo uno stesso anno da prospettive diverse e utilizziamo le canzoni come punto di partenza per ricostruire tutto il resto: fatti storici, costume, società. Il ritmo è quello di un viaggio dentro un anno preciso, che prende forma attraverso suoni, immagini e testimonianze originali. È un racconto dinamico, ma sempre fondato su una struttura solida.

Se dovesse scegliere una canzone simbolo per raccontare il Novecento, da dove partirebbe?

Partirei da “In cerca di te”. È un brano che racconta bene lo spirito del Novecento: una ricerca continua, un’umanità che attraversa le difficoltà e prova comunque ad andare avanti. Dentro c’è il desiderio di ricostruire, di ritrovare qualcosa, l’amore, un senso, una direzione. È una sintesi perfetta di un secolo fatto di crisi, ma anche di ripartenze.

Torniamo alla radio: “Successo. Storie e voci dal Novecento” su Rai Radio 1. Cosa può fare ancora oggi la radio che altri mezzi non riescono a fare?

La radio ha un’immediatezza unica. Arriva ovunque, in tempo reale, ed è un mezzo estremamente dinamico. Ma soprattutto è autentica: non ha bisogno dell’immagine. Conta quello che dici, non come appari. È una forma di comunicazione diretta, senza filtri, che lascia spazio all’immaginazione e crea un rapporto molto forte con chi ascolta.

Se dovesse sintetizzare il filo che unisce questi progetti, qual è oggi, secondo lei, il modo più efficace per raccontare la storia?

Essere semplici. E attenzione: semplice non significa facile. La semplicità richiede studio, selezione, capacità di sintesi. Devi conoscere a fondo ciò che racconti per renderlo comprensibile a tutti, anche ai più giovani. È questa la vera sfida: mantenere rigore e profondità senza perdere chiarezza.

Con Rai Italia è seguito anche molto all’estero. Che valore assume portare il racconto della memoria agli italiani nel mondo?

È un valore enorme. Gli italiani all’estero hanno un legame fortissimo con la nostra storia e la nostra cultura. Raccontare il Novecento anche per loro significa mantenere vivo quel legame, offrire strumenti per riconoscersi e ritrovare le proprie radici, anche a distanza. È un modo per continuare a sentirsi parte di una comunità, anche quando si è lontani.

CLAUDIO BISIO

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Attore come sostantivo, comico come aggettivo

 

Un personaggio costruito su misura che unisce ironia e fragilità, tra sfide attoriali, legame con il territorio e passione per la comicità, il RadiocorriereTv incontra il protagonista di “Uno sbirro in Appennino”, il giovedì su Rai 1

 

 

 

Vasco Benassi è un uomo che sbaglia ma resta profondamente umano. Cosa l’ha affascinata di questa sua “umanità imperfetta”?

È la prima volta che interpreto un commissario protagonista in una serie così lunga, per di più su Rai 1: una bella responsabilità, ma anche una grande sfida. La cosa interessante è che il personaggio è stato costruito su di me: è una storia originale, che non è tratta da nessun romanzo. Con un pizzico di orgoglio posso dire che lo sceneggiatore, Fabio Bonifacci, mi conosce molto bene, abbiamo lavorato insieme a diversi film e ha scritto Vasco tenendo conto del mio carattere, delle mie corde, persino delle mie passioni. Per esempio, io sono cintura nera di karate, uno sport che ho praticato quando ero ragazzino, e lo è anche Vasco. Ma soprattutto ha inserito aspetti del mio modo di essere: l’ironia, la leggerezza, ma anche storie forti e più drammatiche.

Quindi anche nelle puntate successive il tono cambia?

Sì, le storie diventano più intense: si va da vecchi casi irrisolti a vicende più cupe, come quelle legate ai serial killer. Però tutto resta filtrato da una certa ironia, che è anche il mio modo di vedere la vita.

Se dovesse descrivere Benassi con un difetto che le appartiene?

Direi la tendenza a fare gaffe. Mi succede spesso anche nella vita reale (ride). Lo si capisce fin dalla prima puntata, durante l’incontro con Amaranta, la giovane poliziotta interpretata da Chiara Celotto, e con altri personaggi in questura, oggetto di tutta una serie di supposizioni sbagliate… Ecco, questa è una situazione “alla Bisio”.

La serie è ambientata nell’Appennino. Cosa racconta questa scelta?

Racconta qualcosa di molto attuale: il ritorno dei giovani nei piccoli borghi. Secondo Bonifacci, che conosce molto bene quelle zone, in particolare quella dove abbiamo girato la serie, dopo lo spopolamento del dopoguerra oggi c’è una riscoperta di questi luoghi. Circa il 60% degli italiani vive in piccole realtà come il nostro “Muntagò”. E nella serie lo vediamo, per esempio, con il giovane figlio della sindaca, il Magico, che decide di tornare a vivere in campagna, nella vecchia casa abbandonata dai genitori, scegliendo così le radici e una vita più autentica.

Cosa rimane addosso a Benassi di questa terra?

All’inizio la odia: torna lì quasi per punizione o per dare spazio a un collega “raccomandato”, il mio rivale interpretato da un bravissimo Antonio Gerardi, nella vita un pezzo di pane, in scena credibilissimo nel ruolo dell’antipatico (ride). Benassi arriva a Muntagò, suo paese d’origine, arrabbiato e deluso, con un passato pesante e sensi di colpa, come si intuisce già nella prima puntata, nella quale si accenna che sua sorella è morta in un incidente stradale mentre lui era alla guida. Pian piano qualcosa cambia e, come spesso accade, quello che inizialmente rifiuti può diventare ciò che impari ad amare. Mi ricorda un po’ il mio personaggio in “Benvenuti al Sud”, Alberto Colombo, prima diffidente e carico di pregiudizi verso il Meridione, poi completamente conquistato dal luogo. Lo stesso accade a Vasco, folgorato dalla bellezza di quelle colline, dei tramonti… e questa non è finzione, è la realtà.

Se Benassi dovesse giudicare Claudio Bisio?

Credo che gli starei simpatico. Ci incontreremmo nel gusto per le battute ciniche, se possibile, e nella ricerca di un’ironia mai scontata, banale o retorica. Come Benassi, anche io amo dire quello che penso.

Ha attraversato teatro, cinema, TV e comicità. Dove si sente più a suo agio oggi?

Mi definisco prima di tutto un attore. La comicità è parte di me, non vi rinuncerei mai: è il mio imprinting, anche se rientra in qualcosa di più grande. Anche quando conduco, come a Zelig, interpreto un ruolo, quello del “bravo conduttore”, come diceva Nino Frassica ai tempi della TV di Renzo Arbore. Qualcuno ogni tanto mi chiede se abbia voglia di mettermi alla prova anche in ruoli drammatici: magari sarebbe una sfida interessante, ma a me piace così tanto far ridere (ride). Direi: attore come sostantivo, comico come aggettivo. Io amo nel profondo gli attori – e le attrici ancora di più (ride) – amo il mio mestiere. Quando a Zelig qualcuno fa una battuta e porta a casa il risultato, io godo proprio. Ho avuto la fortuna di non provare né subire l’invidia, e questo mi piace molto.

Si fida più dell’istinto o dell’esperienza?

Dell’istinto: andando a memoria, mi sembra non mi abbia mai tradito. Ogni tanto provo a uscire dalla mia comfort zone, anche su consiglio di persone fidate, ma quando lo faccio poi me ne pento subito (ride). Ma poi, se questa è la mia caratteristica e mi riesce anche abbastanza bene, perché dovrei farlo?

NOVITÀ

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Attenzione… c’è Uno sbirro in Appennino!


Una serie poliziesca “alla nostra maniera”, come racconta il regista Renato De Maria, che intreccia il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Al centro lo “sbirro” Claudio Bisio, volto e anima del nuovo racconto Rai che, per la prima volta, ci porta nel cuore dell’Appennino, la spina dorsale dell’Italia. Dal 7 aprile in anteprima su RaiPlay, e dal 9, per quattro giovedì, in prima serata Rai 1

 

 

Un poliziesco che combina mistero, dramma e relazioni, ambientata nel suggestivo scenario di Muntagò, un paese immaginario che rappresenta l’intero Appennino, con la sua bellezza, le tradizioni, l’anima popolare e il fenomeno dello spopolamento. Dopo aver risolto brillantemente un caso in modi non proprio ortodossi, il commissario Vasco Benassi viene trasferito nel suo paesino d’origine nell’Appennino bolognese. Il trasferimento diventa l’occasione per affrontare ferite dolorose, recuperare vecchi rapporti e costruirne di nuovi, mentre si destreggia tra casi di omicidio che lo mettono di fronte a difficili scelte etiche.

La storia

Il commissario Vasco Benassi, conosciuto a Bologna come “il miglior sbirro”, viene trasferito a Muntagò in seguito a un errore. Il ritorno nel paese natale, che aveva lasciato anni prima, riapre ferite mai davvero rimarginate. Le indagini lo condurranno a confrontarsi con il proprio passato e a riscoprire le sue radici, in un percorso di lenta “riapertura del cuore” che lo renderà meno solitario e più disposto a creare legami. Intorno a lui si muove una rete di relazioni complesse: la cugina Gaetana, ispettore di polizia; suo marito Bruno, un tempo suo rivale; e il giovane agente Fosco, che lo affianca con sincera ammirazione. Determinante è anche il ritorno di Nicole Poli, amore platonico della sua giovinezza, oggi sindaca di Bologna. Parallelamente si sviluppa la vicenda dei più giovani: Macchio, figlio di Gaetana, e Magico, figlio di Nicole, entrambi innamorati della nuova agente Amaranta. Proprio Amaranta diventa una figura centrale anche per Benassi: tra loro nasce un rapporto profondo e sfumato, sospeso tra mentorship e una sorta di intensa, inattesa “genitorialità dell’anima”.

I personaggi

Vasco Benassi (Claudio Bisio)

Commissario sessantenne, esperto ma impulsivo, poco incline alle regole. Il ritorno a Muntagò lo costringe a confrontarsi con il proprio passato.

Amaranta Palomba (Chiara Celotto)

Giovane agente ambiziosa e determinata. Nonostante l’inesperienza, dimostra grande intuito e coraggio.

Nicole Poli (Valentina Lodovini)

Sindaca di Bologna, forte ma vulnerabile. Madre preoccupata, spesso in conflitto con Benassi.

Il Magico (Lorenzo Minutillo)

Figlio di Nicole, idealista e inquieto. Sogna un Appennino sostenibile ma si avvicina ad attività illegali.

Gaetana (Elisa D’Eusanio)

Cugina di Benassi e collega. Pragmatica e diretta, è una figura di sostegno ma anche critica.

Fosco (Michele Savoia)

Agente giovane e timido, ma preciso e affidabile. Cresce molto nel corso della serie.

Bruno (Ivan Zerbinati)

Marito di Gaetana. Gestisce un bar, punto nevralgico della vita del paese e osservatorio privilegiato.

Macchio (Jacopo Dei)

Figlio di Gaetana e Bruno. Sensibile e curioso, alla ricerca della propria identità.

 

La storia inizia così…

Episodio 1 – Delitto o pregiudizio?

Benassi arriva a Muntagò, vivendo il trasferimento come una punizione, che riaccende ricordi dolorosi. Indaga sulla morte sospetta di Renato Pinardi, anziano trovato morto nella sua casa. La principale sospettata è la badante Karina, donna bielorussa dal passato oscuro. Nel frattempo, si riavvicina a Nicole, che lo coinvolge nei problemi del figlio Magico.

I segreti del pozzo

Amaranta si avvicina a Magico fingendo interesse e scopre una piantagione di marijuana nei boschi. Lo arresta, creando tensioni tra Benassi e Nicole. Le indagini sulla morte di Renato prendono una piega inaspettata.

 

Il regista Renato De Maria racconta…

«”Uno sbirro in Appennino” è una serie poliziesca interpretata da Claudio Bisio. Lo sbirro è Claudio di cui ho cercato di sfruttare e possibilmente ampliare le doti di attore empatico, sincero, emotivo, imprevedibile e un po’ folle. Ho usato il carisma e la sapienza recitativa costruita in anni di cinema, tv e palcoscenico per ridefinire in chiave pop una figura atipica di poliziotto. Poliziotto sì, ma alla nostra maniera. E quindi, anche “Uno sbirro in Appennino” va letta come una serie poliziesca certo, ma “alla nostra maniera”. La sceneggiatura di Bonifacci offre una scrittura a strati che include diversi generi: il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Ma quello che mi ha sorpreso di più e mi ha affascinato è l’amore e la conoscenza profonda per una terra cinematograficamente sconosciuta: l’Appennino. Non a caso è la parola che completa il titolo e dà un significato e un tono preciso al nostro lavoro. L’Appennino è un territorio ricco di storia e miracolosamente intatto. La civiltà lo ha graziato scegliendo di devastare le pianure. In Appennino esiste una spettacolare e incredibile bellezza intatta, dove lo sguardo può correre verso l’infinito incontrando solo boschi, laghi, fiumi e creste che lambiscono il cielo. Piccoli paesini punteggiano le valli senza mai disturbare lo sguardo, tutto è immerso in un’armonia naturale e spettacolare. Abitato dai tempi degli etruschi, territorio di passaggio, le tradizioni qui non sono svanite e resistono al tempo. La mia regia ha cercato di rispettare i miei due protagonisti allo stesso modo. Lo sbirro e l’Appennino. L’uomo e lo scenario naturale. Trattandosi di un poliziesco con momenti comedy è chiaro che intorno a Claudio andava costruita una squadra di attori bravi, empatici, con i tempi naturali per competere con Claudio. Sono molto orgoglioso del cast: in ogni ruolo c’è un attore credibile e un personaggio forte, vero, umano. Anche in quei ruoli minori che devono raccontare il territorio, ho avuto la fortuna di incontrare e scegliere attori locali di ottimo livello. Insomma, il cast prima di tutto, ma poi è stato importante anche il lavoro visivo: la fotografia con viste ampie, colori caldi, e capace di cogliere il racconto delle facce e del territorio come un unico quadro. Le musiche di Pivio e De Scalzi hanno seguito questo andamento tra il western e il folk, declinato con ironia in una chiave stile “Appennino”. Ho cercato ispirazione nel racconto popolare proprio della tradizione dei cantastorie e nel cinema ambientato in territori di frontiera, come il nostro Appennino.»

PAOLA SEVERINI MELOGRANI

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Con responsabilità e sorriso

 

Un viaggio di oltre quattrocento puntate per raccontare la disabilità, nel segno della solidarietà, dell’inclusione e del Servizio Pubblico. L’ideatrice e conduttrice di “O anche no!” al RadiocorriereTv: «Lo facciamo usando il buon senso e bandendo il sensazionalismo, sempre pronti ad abbassare il microfono e a spegnere le telecamere di fronte al dolore». L’appuntamento con la trasmissione è la domenica alle 10.15 su Rai 3  

 

 

 

Il racconto della disabilità in Tv è un viaggio che parte da lontano…

Questo lavoro la Rai lo ha cominciato negli anni Sessanta, la nostra azienda è stata la battistrada. È un percorso di inclusione, di conoscenza, a partire dai termini, che la televisione pubblica ha largamente anticipato. Quello che facciamo ogni giorno è un lavoro impegnativo e gratificante, nel quale è indispensabile avere le giuste competenze, oltre alla sensibilità di un giornalista che fa bene il proprio mestiere.

Come e quando nasce “O anche no!”?

Nasciamo a settembre del 2019 grazie a una scelta coraggiosa di Carlo Freccero, allora alla guida di Rai 2. Fu lui a decidere di scommettere su di me e sui miei collaboratori con “O anche no!”. Ed è proprio il caso di dire che il nome racchiude il senso del programma stesso. Ti aspetti che una persona sia in un certo modo, o anche no. Da allora abbiamo realizzato circa 400 puntate, praticamente senza mai fermarci. Nessuna televisione in Europa ha mai fatto uno sforzo di questo genere.

Dalla trasmissione madre sono nati numerosi spin-off…

Come i talk in occasione delle Paralimpiadi (Tokyo 2021, Parigi 2024, Milano Cortina 2026) e gli spazi di “Stravinco per la vita” all’interno di “Uno Mattina”, in questo caso per fornire a chi ci seguiva gli strumenti necessari per affrontare i problemi dati dalla disabilità, che è un grande imbuto nel quale prima o poi finiamo tutti. Ci siamo occupati di caregiver, di badanti, di diritti e difficoltà, sempre con un forte senso di responsabilità. Tra i tanti speciali che abbiamo realizzato ci sono quelli sulla Giornata mondiale dell’handicap, sulla Giornata nazionale dell’autismo e su quella delle persone con trisomia 21 (sindrome di Down). Siamo stati oltre confine per raccontare cosa fanno gli italiani all’estero per il sociale, la disabilità, i diritti, le persone fragili. Siamo andati in Kosovo, nel Kurdistan iracheno con Emergency, e in Senegal dove abbiamo costruito una scuola per bimbi disabili, siamo stati in Palestina, in Ucraina. Abbiamo anche valorizzato il lavoro del nostro esercito di pace, dei nostri ETS (Enti terzo settore), delle ONG (Organizzazioni non governative), dei soldati, dei carabinieri. Tra gli spin-off c’è anche il Festival del Calcio Comunità Educante, con tutto il mondo dello sport sociale, dagli oratori alla Lega di Serie A, partito nel 2024 e quest’anno in programma a settembre. Lo sport, il calcio in particolare, è grande strumento di inclusione.

Il suo incontro con il mondo del sociale ha radici profonde e lontane…

Risale agli anni Ottanta, tutto è partito dalla radio, con Adriano Mazzoletti, poi è arrivata la televisione, dove i miei maestri sono stati Sergio Zavoli, Luciano Rispoli, Gianfranco Funari. “O anche no!” è il punto d’arrivo di un lungo percorso.

Sociale e disabilità sono temi sempre più attuali…

I disabili, se li volessimo contare, sarebbero la terza nazione del mondo, dopo la Cina e l’India. L’talia è il paese più vecchio d’Europa. I nostri vecchi diventano dei grandi disabili, persone che hanno bisogno di aiuto.

Qual è il linguaggio più giusto per raccontarli?

Dobbiamo evitare le iperboli, non creare supereroi, stigmatizzando al tempo stesso l’ipocrisia. Il linguaggio si adegua alla realtà, alle diverse situazioni che ti trovi ad affrontare e a raccontare. Regola della nostra squadra è bandire sempre il sensazionalismo, senza mai rincorrere lo share, agire invece nel segno del rispetto, del buon senso. Siamo sempre pronti ad abbassare il microfono e a spegnere le telecamere di fronte al dolore.

La disabilità è una materia che prevede preparazione, competenza. Un presidio da difendere?

Lo studio e il lavoro sul campo ti forniscono le chiavi per affrontare con equilibrio e rispetto una materia complessa e delicata, le tematiche sociali, la disabilità, i diritti fondamentali. L’improvvisazione è un errore grave, ed è sempre estremamente pericolosa: capita di vedere talk-show con opinionisti che credono di sapere tutto, ma che in realtà non sono preparati e fanno danni incommensurabili. Su questi temi servono regole rigide e immensa cautela. Anche questo significa fare Servizio Pubblico.

Uno sguardo che non si ferma alla disabilità quello di “O anche no!”. È di novembre scorso lo speciale sulle cure palliative, su cosa significa accompagnare una persona nella fase più fragile, quella della malattia e del fine vita…

Quello speciale, che è ancora oggi disponibile su RaiPlay, è motivo di grande soddisfazione per tutto il nostro gruppo di lavoro. Si tratta di un racconto che dà voce a chi ogni giorno tutela la dignità delle persone, rendendo più umano il percorso della malattia. Dopo la messa in onda il programma è stato utilizzato come strumento di tutoraggio per i formatori degli hospice. Abbiamo ricevuto il ringraziamento di medici e infermieri e questo ci dà gioia.

È possibile raccontare la disabilità anche attraverso l’arte, cosa accaduta a Sanremo con il maestro Ezio Bosso…

… che portai al Festival grazie a Carlo Conti, facendolo incontrare con la grande platea Tv, cambiando in quel modo il paradigma. L’anno successivo tornammo al festival di Carlo con i Ladri di carrozzelle, nella certezza che il sorriso e la musica possono essere grandi alleati nella comunicazione di messaggi importanti.

Cosa chiede il sociale a “O anche no!”?

Le persone ci scrivono oltre duecento mail a settimana, ci fermano per strada. Ci chiedono risposte e ci sottopongono emergenze. Siamo diventati un po’ uno sportello del cittadino, ma con tutta la buona volontà non ci possiamo sostituire allo Stato, alle amministrazioni. Noi siamo pochi, vorremmo essere molti di più, e per questo motivo cerchiamo di stimolare la crescita di reti e di associazioni di famiglie. Ci diamo da fare anche attraverso la nostra rete territoriale e gli “Amici di O anche no!” che ci supportano sui social. Siamo una grande famiglia.

SERIE TV

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Roberta Valente Notaio in Sorrento

 

Roberta, giovane notaia segnata da un trauma, cerca di controllare ogni aspetto della sua vita. A Sorrento, tra lavoro complesso e incontri inattesi, dovrà affrontare sorprese che metteranno in discussione le sue certezze e la costringeranno a confrontarsi con i propri fantasmi. Con Maria Vera Ratti e Alessio Lapice da domenica 12 aprile su Rai 1

 

 

 

Roberta, profondamente segnata da una tragedia in giovane età, vive un’ansia da controllo che la porta a pianificare ogni aspetto della propria vita, nell’illusione di mettersi al riparo dalle brutte sorprese. Ha sempre primeggiato a scuola e all’università ed è stata la prima anche nel concorso notarile, potendo così scegliere come destinazione Sorrento, dove è nata e dove vive Stefano, il fidanzato storico che sogna di sposare. Arrivata nell’incantevole cornice di Sorrento, tra limoneti profumati e scorci mozzafiato, Roberta incontrerà delle persone che segneranno la sua vita: fra tutti, Leda, la radiosa cameriera di un bar, e il suo ex fidanzato Vito, un giovane pescatore dai modi apparentemente bruschi. La giovane notaia dovrà misurarsi con una serie di casi notarili molto particolari, intriganti e appassionanti, che sgretoleranno il falso luogo comune per cui il lavoro del notaio sarebbe privo di imprevisti e che porranno di frequente Roberta in situazioni scomode, dalle quali verrà fuori solo grazie alla sua invidiabile professionalità. Ma la vita non va mai come ci si aspetta e così Roberta dovrà confrontarsi con delle scoperte destabilizzanti che metteranno a dura prova le sue certezze e i suoi progetti per il futuro costringendola ad affrontare i propri fantasmi.

 

La storia inizia così…

Torna a Surriento

Roberta, brillante e ambiziosa, è arrivata tra i primi al concorso notarile e ha scelto di tornare nella sua Sorrento, dove l’attendono le zie che l’hanno cresciuta e il fidanzato storico, Stefano. Nello studio del notaio Carrano, che la accoglie come associata, Roberta muove i primi passi tra nuovi colleghi e un’assistente inflessibile. Fuori dallo studio incontra Leda, barista solare e irriverente, e Vito, giovane pescatore con mille lavori sulle spalle. Il suo primo incarico riguarda una misteriosa eredità: una figlia illegittima di cui non si conosce l’identità. Per Roberta, è l’inizio di una nuova vita e di una sfida professionale.

48, Morto che parla

Mentre Roberta è immersa nei preparativi per il suo imminente matrimonio con Stefano, una scoperta inaspettata sconvolge il fragile equilibrio della sua vita. Divisa tra il desiderio di costruire un futuro e la necessità di fare i conti con il passato, Roberta si trova anche a sostenere il suo fidanzato, deciso a lasciarsi alle spalle le attività della sua famiglia per avviare un’attività con Massimo, suo caro amico d’infanzia. Ma dietro l’entusiasmo per il nuovo progetto, si cela una realtà ben diversa da quella che Stefano immagina.

 

PERSONAGGI

ROBERTA (Maria Vera Ratti)

Determinata, Roberta non ama le incertezze, è metodica e pianificatrice. Il suo carattere spigoloso non è che una forma di autodifesa dopo la perdita dei genitori, avvenuta quando aveva solo 5 anni. Tutti i suoi progetti così accuratamente preparati, tra cui il matrimonio con Stefano, sono destinati a traballare quando scoprirà alcuni sconvolgenti segreti di famiglia.

STEFANO (Alessio Lapice)

Fidanzato con Roberta praticamente da sempre, è il classico ragazzo benestante ingabbiato dalla famiglia. Sogna di costruirsi un’attività propria, ma lavora nell’agenzia assicurativa del padre. Nutre un grandissimo affetto per il fratello minore Enrico, per il quale vorrebbe una vita più libera e spensierata della sua. È affascinante, simpatico e socievole, ama il ballo e la bella vita, ma di fronte al carattere predominante di Roberta è fatalmente soccombente. L’avvicinarsi del matrimonio, da lui percepito come una trappola, e l’incontro con Leda, avranno un impatto dirompente su di lui. Che sia giunto il momento di prendere in mano le redini della propria vita?

LEDA (Flavia Gatti)

Leda non ha mai conosciuto i propri genitori ed è stata sballottata tra varie famiglie affidatarie. È bellissima, seducente, solare, altruista, comunicativa e ama ballare più di ogni cosa. Non sopporta le ingiustizie e, forse a causa della sua infanzia travagliata, non ha ancora trovato il proprio baricentro esistenziale. Si barcamena tra lavori e situazioni sentimentali precarie, dopo aver lasciato Vito senza avergli mai dato una spiegazione.

VITO (Erasmo Genzini)

All’attività di pescatore affianca mille lavoretti per supportare la famiglia da quando il padre è rimasto invalido, in particolare per sostenere gli studi della sorella Lucia. Ha un carattere schietto e burbero, ma un gran cuore. Da quando Leda lo ha lasciato, sembra non riuscire a rassegnarsi e tenterà di riconquistarla ma l’incontro con Roberta, dapprima nemica, poi alleata nel tentativo di riconquistare Leda, potrebbe cambiare qualcosa.

ACCORDO

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Rai e Disney+ una nuova collaborazione

 

Firmato un accordo innovativo tra Rai e Disney+ che porterà agli abbonati Disney+ alcuni tra i più iconici titoli Rai

 

 

Rai e Disney+ hanno firmato un accordo che porterà agli abbonati Disney+ alcuni tra i più iconici titoli Rai. Questo accordo innovativo tra uno dei più importanti broadcaster pubblici in Europa, attraverso la controllata Rai Com, braccio commerciale della TV pubblica, e uno dei principali servizi di streaming globali amplia il pubblico Rai ed espande il catalogo di Disney+, rafforzando il rapporto di lunga data tra le due società. Nell’ambito di questa iniziativa, “Belve”, il celebre e coinvolgente talk show condotto da Francesca Fagnani, e “The Floor – Ne rimarrà solo uno”, l’avvincente game show che quest’anno sarà condotto da Paola Perego e Gabriele Vagnato, saranno disponibili in streaming per gli abbonati Disney+ dal giorno successivo alla messa in onda su Rai 2. Inoltre, Disney+ amplierà l’offerta di contenuti locali di alta qualità con una selezione di imperdibili titoli Rai tra i più recenti, come le amate fiction “Braccialetti rossi”, “Mina Settembre”, “L’amica geniale”, “Un passo dal cielo” e “Màkari”, oltre al docu-reality diventato un vero e proprio cult generazionale “Il Collegio” che saranno raccolti prossimamente in una collezione dedicata su Disney+. Questi titoli si aggiungeranno a quelli Rai già presenti su Disney+ (“Don Matteo”, “I Bastardi Di Pizzofalcone”, “Un Medico In Famiglia”, “Doc – Nelle Tue Mani”, “Il Commissario Ricciardi”, “Le Indagini di Lolita Lobosco”), integrando l’offerta di produzioni italiane firmate Disney+ come “I Leoni di Sicilia”, “Le Fate Ignoranti”, “Avetrana – Qui non è Hollywood”e “Boris 4”. Rai, attraverso Rai Com, entra a far parte di un prestigioso gruppo di emittenti free-to-air con cui Disney+ collabora in tutta Europa, da Atresmedia e RTVE in Spagna, a ITVX nel Regno Unito, ARD e ZDF in Germania e SIC in Portogallo, a testimonianza di un impegno comune nel promuovere e sostenere la narrativa locale. Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato Rai: “Per la Rai, Disney è un partner strategico di lungo corso. Con questa intesa, il Servizio Pubblico entra a far parte di un prestigioso network europeo caratterizzato da una visione comune orientata alla valorizzazione della narrativa locale all’interno di ecosistemi digitali internazionali. In questi anni RaiPlay ha rappresentato il punto di riferimento della trasformazione in Digital Media Company di Rai: i quasi 23 milioni di account attivi (53% della digital total audience italiana), gli oltre 7000 titoli di cataloghi (superiori alla BBC), le quasi 800 milioni di ore di tempo speso nel 2025 nella fruizione dei contenuti live e on demand, rappresentano una case history internazionale quasi unica. Abbiamo ritenuto di affiancare allo straordinario ruolo di RaiPlay una ulteriore opportunità coerente con la funzione di Servizio Pubblico: accompagnare contenuti iconici della Rai verso pubblici e modalità di fruizione differenti, amplificandone la visibilità e rafforzando in modo strutturale la presenza digitale dell’Azienda e la riconoscibilità del brand Rai, in uno scenario sempre più competitivo e interconnesso”. Karl Holmes, General Manager, Disney+ EMEA: “Questa collaborazione con Rai porterà agli abbonati Disney+ in Italia una selezione ancora più ampia di contenuti locali incredibilmente iconici. Rai vanta una profonda connessione con il pubblico e un’eredità pluridecennale di narrazioni di alta qualità, e siamo orgogliosi di poterle proporre al nostro pubblico su Disney+. Forte di oltre 40 anni di collaborazione tra Disney e Rai in Italia, questa iniziativa si allinea anche al nostro approccio globale di collaborazione con le emittenti free-to-air in tutta Europa, aiutandole a portare le loro storie a un pubblico più ampio e più giovane, offrendo al contempo agli abbonati Disney+ un intrattenimento locale ancora più straordinario e nuovi modi per godersi i loro show più amati”.

PAOLA PEREGO

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Fedele a me stessa

 

Il debutto in Tv a soli sedici anni, una carriera piena di successi, tanta voglia di sperimentare nel segno della sincerità e dell’ironia. A pochi giorni dal suo sessantesimo compleanno, il Radiocorriere Tv incontra la popolare conduttrice in onda su Rai 2 con due programmi molto amati dal pubblico, “Citofonare Rai 2” e “The Floor” in prima serata dal 6 aprile

 

 

Come si sta preparando a questa intensa primavera in video?

Con grande entusiasmo e tanto lavoro. Sono felice del raddoppio di “Citofonare”, che va in onda anche il sabato mattina, ma in una versione un po’ diversa da quella domenicale, e per la nuova esperienza di “The Floor”, programma molto divertente e che il pubblico di Rai 2 conosce già bene, in onda il lunedì in prima serata.

 

Cento concorrenti in gara, un grande tabellone da conquistare casella dopo casella, un montepremi da vincere. Ma “The Floor” è una sfida anche per Paola Perego…

Una sfida divertentissima, ti consente di giocare mentre lo conduci, rendendoti davvero partecipe, e poi professionalmente ho sempre bisogno di mettermi in gioco, di vivere nuove esperienze. Sono terrorizzata dalla noia e dalla ripetitività, condurre “The Floor” mi dà grande energia.

 

A proposito di tabelloni, che rapporto ha con quelli cartacei, con i giochi di società?

Li ho sempre adorati: Risiko, il Monopoli, il Gioco dell’oca. Oggi ci gioco con i miei nipoti, basta lanciare i dadi e la partita ha inizio. Servono strategia e fortuna e sono davvero molto divertenti. Sono giochi che uniscono le famiglie proprio come fa “The Floor”, programma che possono guardare insieme, davanti al video, sia la nonna che il nipote, magari sfidandosi tra loro da casa. Quando riesci a fare una trasmissione che è trasversale alle diverse generazioni, proprio come la nostra, puoi essere soddisfatto.

 

A giocare con i 100 concorrenti non sarà sola…

C’è Gabriele Vagnato, un ragazzo veramente molto talentuoso che io ho scoperto in questa esperienza. A dire il vero lui mi tratta un po’ da anziana signora, da boomer (sorride), ma ha l’età dei miei figli ed è giusto che sia così: insieme ridiamo veramente tanto.

 

Veniamo a “Citofonare Rai 2”, cosa la lega al programma?

Intanto un affetto immenso per Ludovico Di Meo, l’allora direttore, che purtroppo non c’è più, e che ho stimato tantissimo. Fu Ludovico a chiamarmi durante il lockdown e a chiedermi di scrivere un programma per la domenica mattina. Lo feci con Serena Costantini, che è la mia autrice, ci mettemmo al lavoro a distanza ed è nato “Citofonare Rai 2”. Il programma lo sento un po’ come una mia creatura, nel tempo siamo arrivati a toccare il 7-8 per cento di share. La soddisfazione è tanta, con il gruppo di lavoro siamo diventati una grande famiglia.

 

Che ruolo sociale ha per lei la televisione?

Per tante persone è sinonimo di compagnia. Ci sono gli anziani, c’è chi è solo. Al tempo stesso la tv è svago, un’occasione di evadere dalla quotidianità, proprio per questo con “Citofonare Rai 2” abbiamo voluto fare una sorta di varietà della mattina con l’intento di strappare una risata a chi ci segue.

 

Quanto c’è del suo percorso professionale e di vita nella donna che è oggi?

Tutto, nella vita di tutti i giorni sono come mi si vede in tv (sorride). Sono come sono, attraverso le mie esperienze di dolore e di rinascita, di sofferenza e di gioia, di vita. La vita ha tante sfaccettature.

 

Si è mai chiesta come sarebbe stata la tua vita se non avesse incontrato lo spettacolo?

Sì, perché io vengo dalla provincia, da una famiglia molto umile e probabilmente avrei fatto la segretaria a Brugherio. Ho ottenuto molto di più di quello che avrei potuto sognare da ragazza.

 

Che cosa sognava?

All’inizio di fare la parrucchiera, l’estetista, di avere un lavoro sicuro. Papà faceva il falegname, noi eravamo in quattro e mamma doveva essere a casa per noi. Quindi già trovare un posto fisso e portare a casa uno stipendio sarebbe stata una cosa straordinaria. Per un certo periodo pensai di studiare architettura ma poi arrivò la moda. Mi proposero un lavoro che accettai nell’intento di guadagnare qualche soldo. Da lì a poco arrivarono le prime esperienze in televisione.

 

Tv e non solo, di lei si dice che instancabile…

Diciamo che ho molti interessi. A partire dal mio podcast che si intitola “Poteva andare peggio”… Siamo abituati, e in certi periodi della mia vita l’ho fatto anch’io, a guardare ciò che poteva andare diversamente, a ulteriori obiettivi che avremmo potuto raggiungere, quindi a lamentarci. Ecco, oggi che sto per compiere sessant’anni (17 aprile), sono più orientata a vedere il bicchiere mezzo pieno, ad essere grata per ciò che ho. Di questo parlo con i miei intervistati, cercando di andare oltre il personaggio e di raccontare la persona. E quando si è tra persone bere, allora ci si riesce. Il mio podcast è uno spazio in cui si può e si deve essere se stessi.

 

Ad aprile sarà anche in libreria…

Con “A modo mio” (Sperling & Kupfer) nel quale ho raccolto 60 lezioni che ho imparato dalla vita. Non voglio dare consigli, non amando per di più chi li dà quando non sono richiesti, ma condivido le mie cadute, le mie fragilità, mi confronto su temi ritenuti tabù, dei quali spesso si preferisce non parlare. Lo faccio con sincerità e ironia. Quando arrivi alla mia età hai ancor di più l’esigenza di essere te stessa.

 

Paola è una donna felice?

La felicità è fatta di momenti, io sono molto serena. Con alti e bassi, come tutti.

 

Nella vita ha sempre fatto tutto a modo suo?

Sì, rimanendo sempre fedele a me stessa, e imparando anche a rimettermi in piedi dopo i momenti difficili. Se non ti poni delle domande vai avanti per inerzia. Se ti interroghi invece su chi sei, su cosa avresti potuto fare in maniera diversa, su cosa ti manca, ti metti in discussione e non ti annoi (sorride).