ALESSIO LAPICE

In cerca di leggerezza


Una serie luminosa ambientata a Sorrento che, sotto un “profumo di limone”, racconta fragilità, conflitti e crescita. L’attore napoletano, amatissimo dal pubblico nel ruolo di Calogiuri in “Imma Tataranni”, svela il cuore del suo personaggio e il senso più profondo del racconto: «Non è una leggerezza superficiale, è una leggerezza bella, difficile da raggiungere». La serie “Roberta Valente. Notaio in Sorrento” è in onda la domenica alle 21.30 su Rai 1

 

 

 

Un ottimo inizio per una serie che potremmo definire “al profumo di limone” e che aiuta il pubblico a respirare un’aria deliziosa. Cosa ne pensa?

È un’immagine perfetta, che ben restituisce l’atmosfera del nostro racconto: tra limoni ed emozioni, direi che è una sintesi efficace, una descrizione molto giusta. Per me questa serie è davvero una delizia. Non vorrei spingermi a dire “una delizia al limone” per non esagerare, ma in qualche modo lo è davvero: è ambientata a Sorrento, una terra meravigliosa, e i limoni fanno parte di quell’immaginario. Quella sensazione si percepisce quasi attraverso lo schermo. È una chiave di lettura ironica, ma anche reale, perché Sorrento diventa quasi un personaggio del racconto. È una storia leggera, fresca, familiare, che in un momento storico così pesante rappresenta una boccata d’aria. Non si tratta di una leggerezza superficiale, ma una leggerezza “bella”, come planare su un’acqua calma in una giornata primaverile. Ci ricorda il desiderio di stare bene, di andare al mare, di vivere cose semplici. E non è poco, anzi: raggiungere quella leggerezza è spesso molto difficile.

Leggera, ma non superficiale. Cosa dobbiamo aspettarci andando avanti?

Con leggerezza e scenari meravigliosi racconta la vita di questi ragazzi, ma andando avanti le cose cambiano: accadono eventi che mettono in crisi i personaggi. Emergono i loro lati più fragili e vulnerabili, che li costringeranno ad agire, a fare scelte, spesso non perfette. Ed è proprio lì che la storia si fa più interessante.

Quando ha letto per la prima volta la storia e il suo personaggio, Stefano, che impressione ne ha avuto?

Quello che mi ha colpito è che Stefano, all’apparenza, sembra avere una vita perfetta: famiglia benestante, amici, stabilità. Ma dietro questa facciata c’è molto altro. Mi interessava raccontare proprio quello che non si vede: i conflitti interiori, i lati più oscuri, le fragilità. È un ragazzo che cerca di piacere a tutti, ma finisce per non piacere a se stesso. Questo lo rende un personaggio complesso, spesso solo, incapace di comunicare davvero. Ha tanti livelli, tanti “pulsanti” emotivi, ed è stato un materiale umano molto stimolante su cui lavorare.

Al di là del finale, dove potrebbe arrivare una personalità come quella di Stefano? Quali sono i suoi sogni, le sue aspirazioni?

È una bella domanda. Le “zavorre” che si porta dietro possono essere un limite, ma anche una spinta. Gli ostacoli sono necessari, non ce ne liberiamo mai davvero, e Stefano dovrà capire se quelle zavorre sono esterne o interne. Spesso pensiamo di liberarci di qualcosa e poi scopriamo che, al contrario, era tutto dentro di noi. Il punto non è solo superare gli ostacoli, ma anche abbracciarli: sono il motore che ci spinge avanti. Senza, forse, la vita sarebbe troppo piatta.

Parliamo del rapporto con Roberta: che dinamica si crea tra loro?

È un rapporto complesso, lei è una persona molto preparata, metodica, sempre un passo avanti a tutto e a tutti. Stefano si sente spesso “sulle spine”, come se camminasse sulle uova (ride). Da attore questa è una situazione molto divertente perché mi permette di lavorare su sguardi, pause, sottotesti. Per Stefano, invece, è davvero tosta, povero. Prova continuamente una sorta di sudditanza psicologica verso Roberta. Le vuole molto bene, ma è un bene un po’ disfunzionale, perché si sente sempre giudicato e poco sostenuto, un po’ come accade anche con i suoi genitori. Questo lo porta a sentirsi solo.

E invece com’è stato lavorare con Maria Vera Ratti, l’attrice che interpreta Roberta?

Direi totalmente all’opposto del rapporto tra i personaggi. Sul set c’è stato un grande lavoro di squadra, di fiducia e di ascolto. Ci siamo confrontati spesso, anche fuori dal set per costruire meglio le scene. Maria Vera è un’attrice che stimo molto e insieme abbiamo costruito qualcosa di bello, ottima sintonia e supporto reciproco.

Dopo esperienze come “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, qui si trova accanto a un altro personaggio femminile forte. Che differenze vede tra Roberta e Imma?

Sono due personaggi molto diversi, anche se entrambe possono essere definite donne forti. Imma è una forza già compiuta, strutturata nel tempo: la sua “scorza” nasce da un percorso lungo, da esperienze che l’hanno resa così solida e determinata. Roberta, invece, si trova in una fase diversa: quella scorza la sta costruendo adesso. È all’inizio del suo cammino, sia professionale sia personale, e la sua forza è ancora in formazione. C’è però un elemento che le accomuna in profondità: entrambe, in modi diversi, si sono dovute conquistare qualcosa di fondamentale, anche sul piano affettivo. È questa origine, in qualche modo “da guadagnarsi”, a renderle forti. Le differenze emergono soprattutto nel modo di essere. Imma è istinto puro, “genio e sregolatezza”: agisce di impulso, è diretta, a tratti ruvida, ma sempre autentica. Roberta, al contrario, è costruita sul controllo: è metodica, precisa, ordinata, tutto in lei segue uno schema quasi matematico. Questo bisogno di controllo attraversa ogni aspetto della sua vita, non solo il lavoro ma anche le relazioni e la sfera privata. La sua non è una forza irruente, bensì lucida, trattenuta, studiata. Non esplode, ma incide: è una forza più affilata che impetuosa. Proprio per questo, però, è anche un personaggio che può sorprendere. Dietro questa struttura così rigorosa, non è escluso che emergano momenti più istintivi, perfino inattesi. È una figura in evoluzione, e nei prossimi episodi potrebbe rivelare lati ancora inesplorati.

Lei viene da Castellammare di Stabia: quanto cambia, secondo lei, l’identità tra Napoli e Sorrento?

Cambia tantissimo, anche nel giro di pochi chilometri. Io mi sono ispirato proprio a una certa “tipologia” sorrentina: il ragazzo di buona famiglia, elegante, preciso, con un accento napoletano più leggero. Sono dettagli reali di una borghesia attenta all’immagine, al modo di vestirsi, di parlare, di porsi. Napoli, invece, è molto più variegata, cambia continuamente da quartiere a quartiere.

Ha un rapporto molto forte con il pubblico. Come vive il fatto che spesso non venga separato dal personaggio?

Lo vivo con affetto e gratitudine. Senza il pubblico, il nostro lavoro non esisterebbe o non avrebbe senso. Se le persone si immedesimano così tanto da confondere attore e personaggio, per me è un complimento, vuol dire che il mio lavoro è arrivato. Cerco sempre di accogliere quell’affetto con rispetto e riconoscenza, perché è qualcosa di prezioso.

Un’ultima cosa: cosa si sente di dire a chi la segue e magari si è affezionato ai suoi personaggi precedenti?

Capisco la nostalgia, ma ogni nuovo progetto è un nuovo viaggio, un racconto a sé. Sono felice se il pubblico sceglie di seguirmi anche in questa nuova storia, sono convinto che, piano piano, si affezioneranno anche a Stefano. E io sarò felice di accompagnarli in questa nuova storia.