JOHN VIGNOLA
Miles Davis, l’artista che portò la musica altrove
In “Esercizi di metamorfosi”, edito da Rai Libri, il giornalista, critico musicale e conduttore di “La nota del giorno dopo” su Radio 1, racconta un gigante capace di attraversare cool jazz, jazz modale, rock, elettronica e pop senza perdere la propria identità sonora. Un viaggio divulgativo e appassionato dentro le svolte decisive di Davis, arricchito dalle testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso, per mostrare quanto il suo insegnamento resti ancora oggi radicalmente contemporaneo
Quando è nato il suo incontro personale con Miles Davis? C’è stato un disco, un brano, un momento preciso in cui ha capito che quella musica avrebbe continuato ad accompagnarla?
C’è stato un concerto nel 1987, a Umbria Jazz, in cui mi è capitato di vederlo dal vivo. Davis era ormai nella fase finale della carriera e, nello stesso ambito, suonava anche Gil Evans, musicista che aveva collaborato a lungo con lui. Era il periodo in cui Miles aveva virato verso il pop, almeno secondo i puristi del jazz: aveva realizzato una cover di un brano di Michael Jackson e una di Cyndi Lauper. La sua salute era certamente precaria, ma dal palco emanava un magnetismo incredibile. Era Miles in purezza. Poi, da ragazzino, ho ascoltato parecchio jazz, un po’ per via della mia famiglia e un po’ perché in edicola uscivano dei fascicoli settimanali con disco allegato, monografie dedicate ai grandi del jazz. Tra queste ce n’era anche una su Miles Davis. Mi interessò subito il fatto che non fosse soltanto un jazzista, ma un artista capace di allargare i confini del genere. Il punto di partenza, per me, è stato proprio quel fascicolo dei “Giganti del jazz” e poi quel concerto del 1987.
Il titolo del libro parla di “metamorfosi”. Perché Miles Davis può essere considerato uno degli artisti che più di altri ha fatto della trasformazione una forma di identità musicale?
Perché, di decennio in decennio, Miles Davis ha cambiato orizzonti. Non lo ha mai fatto in maniera traumatica rispetto a se stesso, ma rispetto all’ambito musicale che attraversava sì. Non è stato un avanguardista in senso puro, eppure ha cambiato tutto. La tromba, per lui, non era uno strumento con cui esibire virtuosismo, ma un mezzo per cercare il suono, la nota giusta, un’identità sonora precisa. Questa ricerca lo porta verso linguaggi che prima non esistevano: il cool jazz, più rarefatto e compassato, il ritorno a certe radici del jazz con i grandi quintetti, fino agli anni Settanta, quando incontra il rock e arriva ad amplificare la tromba con un pedale usato per la chitarra elettrica. Sono metamorfosi continue, ma il suono resta sempre quello di Miles: riconoscibile, essenziale, più concentrato sulla nota che sul virtuosismo.
Che tipo di racconto ha scelto per avvicinare il lettore alle molte vite musicali di Davis?
Ho scelto la strada della divulgazione. L’idea è spiegare al lettore che magari non mastica jazz, anzi soprattutto a lui, che Miles Davis è un artista trasversale, capace di attraversare la musica grazie alla sua forza creativa. Per certi aspetti, anche per lo stile di vita e per il modo in cui suona, Davis può essere considerato una rock star prima ancora che il rock esista come grande fenomeno discografico. Fu il primo ad avere un contratto milionario con una grande casa discografica. Era un uomo nero proveniente da una famiglia benestante, incontrò il jazz per passione e costruì una figura fuori dai canoni: le relazioni tumultuose, la passione per le auto sportive, per la boxe, per un certo modo di stare nel mondo. Il tentativo del libro è raccontare un Miles Davis assolutamente contemporaneo, capace di parlare anche a chi pensa di non amare il jazz.
A completare il racconto ci sono le testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso. Che cosa aggiungono due grandi trombettisti italiani alla lettura di un gigante come Davis?
Aggiungono quello che conta: il punto di vista di due grandi musicisti. Nel caso di Fabrizio Bosso c’è lo sguardo di un trombettista che, come Miles Davis, non ha paura di attraversare anche il mondo del pop e di fare della tromba uno strumento aperto, libero, contemporaneo. Nel caso di Enrico Rava, forse il nostro trombettista più importante nella storia del jazz italiano, c’è invece il racconto di un amore profondo nei confronti di Miles Davis. È una testimonianza preziosa, perché aiuta a capire quanto Davis non sia stato semplicemente un musicista jazz, ma un artista in senso pieno.
Oggi, in un tempo in cui la musica mescola continuamente linguaggi e generi, quanto è ancora contemporaneo il suo insegnamento?
È contemporaneo in maniera impressionante. Miles Davis usa la tecnologia con la tromba: pensiamo al wah-wah, ma anche al lavoro in studio con un produttore come Teo Macero. Alcuni suoi dischi sono il risultato di un lavoro di montaggio, di taglio e cucitura di momenti diversi, qualcosa che poi diventerà centrale anche in altri linguaggi musicali, dall’hip hop alla musica elettronica. Sono sicuro che Miles sarebbe stato molto curioso anche oggi rispetto all’uso della tecnologia. Non so se avrebbe usato l’autotune, ma credo che gli sarebbe appartenuta questa relazione con tutto ciò che è tecnologico come strumento per portare la musica altrove. Anche per questo resta estremamente contemporaneo.
Su Radio 1 conduce “La nota del giorno dopo”, un titolo che suggerisce ascolto, riflessione, tempo per capire. Quanto è importante, oggi, tornare sulla musica dopo il primo impatto, per coglierne davvero il senso e il valore?
È fondamentale. La storia di Miles Davis, come quella di altri grandi artisti, dimostra che la musica non finisce nel momento in cui viene ascoltata, pubblicata o consumata nell’arco di pochi mesi. Ricordo sempre che quando uscì “Bohemian Rhapsody” dei Queen molti critici la stroncarono, scrivendo su una famosa rivista musicale inglese che quella canzone non avrebbe avuto futuro. Decenni dopo, “Bohemian Rhapsody” è ancora lì a farci compagnia. Lo stesso accade con la musica di Miles Davis. La musica ha una longevità essenziale per il suo valore, ed è proprio quella longevità che va considerata. Nel mio programma cerco di raccontare queste storie lasciando però il giudizio finale su ciò che si ascolta al vero editore della musica: gli ascoltatori.
Lei racconta la musica da anni attraverso la radio, la critica e la scrittura. Che cosa significa oggi fare divulgazione musicale in un tempo in cui l’ascolto è sempre più veloce e frammentato?
Significa tornare, in qualche modo, a quelle che una volta erano le note di copertina degli album, dove si spiegava chi suonava, che cosa suonava, dove era stato registrato un brano. Più che formulare una critica intesa come giudizio, credo sia importante offrire a chi ascolta la possibilità di capire da dove arriva una canzone, una storia, un artista, e dove vorrebbe andare. Divulgare significa dare strumenti. Non soltanto rallentare il ritmo, perché quella è una scelta personale di chi ascolta musica, ma aiutare a capire meglio la filiera: perché un artista si esprime in un certo modo, con chi suona, quali sono le sue intenzioni artistiche. Secondo me, oggi, se si fa critica musicale, è questo il lavoro da fare.