ELISA DI EUSANIO

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Istinto e verità

 

Dalla nuova serie ambientata sull’Appennino al lavoro con i giovani attori, l’attrice amatissima di “Doc” racconta un percorso fatto di libertà, disciplina e continua ricerca interiore: «Se non sei a fuoco come essere umano, non sarai a fuoco come artista»

TESTO

Che avventura è stata sull’Appennino insieme allo “sbirro” Vasco Benassi?

È stata un’esperienza incredibile, credo di non aver mai riso così tanto su un set. Claudio è davvero irresistibile, una scoperta umana oltre che artistica. Ogni scena diventava quasi un’impresa per noi “seri”, perché l’atmosfera era sempre piena di leggerezza. Si è creato un gruppo talmente affiatato che sembrava davvero una vacanza tra colleghi che si volevano bene. Abbiamo poi ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte della gente del posto, è stato tutto all’insegna del divertimento.

Chi è Gaetana e cosa rappresenta per lei questo personaggio?

Gaetana è la cugina di Vasco, un’ispettrice di polizia profondamente legata al territorio, molto radicata nella realtà che la circonda. È una donna autentica, pratica, diretta, concreta, che si divide tra il lavoro in commissariato e la gestione del bar di famiglia, famoso per i suoi tortellini. Ama profondamente la sua famiglia, soprattutto il figlio – Macchio, interpretato in maniera perfetta dal bravissimo Jacopo Dei -, con cui ha un rapporto complesso.

Sul set tanti giovani attori: cosa rivede in loro rispetto ai suoi inizi?

Mi fanno una tenerezza incredibile. Oggi li vedo molto più centrati rispetto a come ero io alla loro età. Io ero confusa, incerta, mentre loro hanno spesso idee molto chiare. È bello accompagnarli anche nel percorso formativo, di cui mi occupo spesso quando non recito. Quando li incontro nei laboratori, nei workshop, magari arrivano con alcune domande, ma poi scoprono che le domande più importanti devono farsele da soli.

Cosa ha significato per lei confrontarsi con un cast “importante”?

È una grande occasione di crescita. Il confronto con attori di livello ti stimola a dare sempre il meglio e ti arricchisce continuamente. Quella di “Uno sbirro in Appennino” è stata un’esperienza molto formativa, anche perché, questa volta, sono entrata in questo progetto “dalla porta principale”, con un ruolo già forte.

Quanto c’è di lei in Gaetana?

Sicuramente la praticità e la schiettezza. Anche io sono una persona diretta, che va dritta al punto senza troppi filtri. In questo ci somigliamo molto.

Cosa spera arrivi al pubblico da questa storia?

Spero che arrivi l’energia che abbiamo vissuto sul set. C’era un’unione molto forte, un clima positivo e luminoso. Credo che quando un progetto nasce così, qualcosa arrivi sempre anche a chi guarda, poi è una serie ricca di elementi diversi, capace di parlare a tanti.

Nel suo lavoro di formazione, cosa chiedono oggi i giovani attori?

Spesso arrivano con il desiderio di diventare famosi, ma poi scoprono che il percorso è molto più profondo. Noi li aiutiamo a capire cosa vogliono davvero. Essere artisti significa scavare dentro se stessi: se non sei a fuoco come persona, non puoi esserlo nemmeno come attore.

Le regole aiutano o limitano un artista?

Le regole sono fondamentali, bisogna conoscerle perfettamente, ma proprio per questo, a un certo punto, vanno anche superate per difendere la propria unicità. Le personalità più interessanti sono spesso quelle meno “educate”, ma in senso costruttivo.

Con l’esperienza, l’emozione sul palco cambia?

Peggiora (ride)! Ho acquisito controllo, ma sento ancora più responsabilità verso il pubblico. Non riuscirò mai a entrare in scena con leggerezza, ogni volta è come ricominciare, con una grande tensione emotiva.

Ha ricevuto dei “no” importanti nella sua carriera?

Sì, uno in particolare molto recente. Ero arrivata in finale per un ruolo importante in un film significativo, e non essere scelta mi ha fatto male. Però è stato anche costruttivo, perché ho capito che stavo andando nella direzione giusta e che certe decisioni non dipendono solo da te. Inoltre, da quel momento sono arrivate altre opportunità importanti. I “no” vanno capiti e metabolizzati.

Come costruisce un personaggio?

All’inizio lo osservo da fuori, lo immagino, gli associo immagini e musiche. Poi arriva il confronto con il regista e si trova un punto comune e, a quel punto, lascio spazio all’istinto: sul set il personaggio prende vita davvero, cambia, cresce. È fondamentale restare aperti e non irrigidirsi su idee preconcette.

Riesce mai a “staccare” dal lavoro?

È difficile, la mente creativa lavora sempre, però sto imparando a fermarmi, soprattutto grazie ai miei cani. Con loro ho riscoperto il valore del presente, dell’ozio, della semplicità. È una forma di equilibrio molto importante per me.

Cosa può dirci del suo futuro prossimo?

Posso dire che ci saranno nuovi progetti, ma alcuni non sono ancora annunciabili. Posso anticipare che ci sarà una nuova serie e continuerò a portare in giro “Club 27”, uno spettacolo a cui tengo moltissimo, dedicato a grandi artisti come Janis Joplin, Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Robert Johnson. È un progetto molto personale, che intreccia le loro storie con la mia.

Chi è Elisa fuori dal lavoro?

Una persona in divenire, come tutti. So cosa mi fa bene e cosa no, e cerco di prendermi cura del mio tempo e delle relazioni. Sono selettiva, amo la tranquillità, gli affetti veri. Non mi interessa apparire: preferisco una vita più autentica, lontana dal rumore.

Che ruolo hanno oggi gli artisti nella società?

Credo che possano ancora avere un ruolo importante. Gli artisti sono un ponte con il pubblico e possono contribuire al cambiamento. Esporsi è un rischio, ma a volte necessario. Viviamo un momento difficile, ma proprio da questi momenti può nascere qualcosa di nuovo. Io spero che ci siano sempre più voci coraggiose.

CHIARA CELOTTO

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In scoperta

 

Un mix di thriller e storie ispirate a fatti reali, un personaggio femminile lontano dagli stereotipi, «buona, ma non dolce, certamente indipendente» e capace di muoversi tra intuito, determinazione e fragilità. L’attrice protagonista accanto a Claudio Bisio di “Uno sbirro in Appennino” – il giovedì su Rai 1 – si racconta al RadiocorriereTv

 

 

Facciamo un salto in Appennino… Innanzitutto, cosa l’ha convinta immediatamente della storia e del suo personaggio?

Mi ha immediatamente incuriosito che si trattasse di un poliziesco, un thriller, un genere che mi piace sempre molto. E soprattutto mi affascinava l’idea che i casi fossero ispirati a vicende realmente accadute in Appennino. Ovviamente nella serie sono stati romanzati, però partono da fatti veri, scritti molto bene in sceneggiatura, con intrecci tali che è difficile arrivare alla soluzione fino alla fine, lo spettatore deve rimanere “attento” fino alla fine. Diciamo che non è il classico “è stato il maggiordomo”! Poi, certamente ha influito il cast: sapere che avrei lavorato accanto a un gruppo di professionisti come questo è stato per me incredibile, così come la regia di Renato, di cui ho visto i film e che stimo moltissimo. Per quanto riguarda il personaggio, Amaranta mi ha attratta subito perché è una donna atipica rispetto ai ruoli più romantici che spesso mi sono stati affidati. Ha un lato romantico anche lei, è vero, ma non è dolce, è buona, di animo buono. È una ragazza molto indipendente, e questo è stato un elemento interessante da mettere in scena, perché la rendeva diversa dai ruoli affrontati finora.

Una delle cose che viene sempre sottolineata, al cinema come nella serialità, è la questione femminile/maschile. Pensa che sia arrivato il momento di superare questa distinzione?

Spero di sì. Io non credo che, per quanto riguarda le emozioni, si possa parlare di genere maschile o femminile. Dipende piuttosto dalla reazione individuale: dal carattere, dal vissuto, dall’esperienza, non certo dal fatto di essere uomo o donna. Continuare a sottolineare questa distinzione, secondo me, finisce quasi per rafforzarla, come se il femminile fosse in qualche modo più debole. Invece i due personaggi, Vasco e Amaranta, pur con età diverse, sono molto simili: e questo può contribuire a scardinare questa visione. Le emozioni sono fluide, attraversano tutti. È una cosa che ho sperimentato anche in altri lavori e, al di là dell’epoca o del genere, il modo di sentire non cambia mai davvero. Cambia la persona, non il genere.

A livello professionale, che poliziotto è Amaranta?

È molto determinata, ha una grande passione per il suo lavoro. È acuta, intuitiva, risolutiva. Cerca sempre di arrivare alla verità, anche forzando le regole, un po’ come Vasco. È curiosa, ma anche diffidente: non accetta mai la prima soluzione. Vuole dimostrare sempre di essere all’altezza, di essere “sul pezzo”. Infatti, ha sempre con sé un taccuino su cui annota tutto: è un elemento molto caratteristico.

Cosa si sono “scambiati” Amaranta e Vasco a livello umano?

Bella domanda. Credo che Amaranta risvegli in Vasco una certa dolcezza e un senso di cura verso l’altro: lui la accoglie, la protegge, sviluppa un senso di responsabilità che forse aveva represso. Vasco, invece, risveglia in lei il desiderio di legame, di appartenenza. In fondo si restituiscono la stessa cosa: la possibilità di legarsi a qualcuno, che entrambi avevano in qualche modo soffocato.

Quando la fragilità diventa un punto di forza?

Credo che succeda nel momento in cui si accetta di essere fragili. Quando lo fai, riesci ad accogliere meglio quello che ti accade e diventi anche più comprensibile agli altri, perché sei trasparente. Nel mio lavoro questo è fondamentale: la fragilità mi rende vulnerabile, e questa vulnerabilità mi permette di scavare più a fondo nelle emozioni. Certo, a volte il corpo fa resistenza, ma quando riesci a lasciarti andare diventa una risorsa enorme. Per Amaranta, invece, la fragilità emerge soprattutto alla fine: è lì che si lascia andare davvero. E proprio questo la rende più forte, perché crea un’apertura autentica verso l’altro.

Com’è stato lavorare con Claudio Bisio?

È stato un incontro meraviglioso, un grande regalo. A parte la prima settimana in cui ci siamo un po’ “annusati”, poi è nata subito una grande sintonia. Abbiamo instaurato un rapporto di grande serenità e parità: lui cercava sempre il mio parere, mi coinvolgeva nelle scelte. È nata una stima sia umana che professionale, e tutto è stato molto naturale. Non ho mai sentito il peso del suo nome, e questo è merito suo, perché mi ha accolta con grande generosità, quasi come una figlia.

Che ruolo ha l’Appennino in questo racconto

È un vero protagonista. Venendo da una realtà completamente diversa, per me è stato sorprendente vivere in quei luoghi per diverse settimane. Nel racconto emerge la natura incredibile, la vastità degli spazi, ma anche la vita quotidiana dei paesi, le tradizioni, il carattere delle persone. Non è solo paesaggio: è proprio un mondo, che si respira in ogni episodio.

C’è stato spazio per l’improvvisazione? E cosa significa per lei improvvisare?

Sì, abbiamo improvvisato molto. Io ho imparato a farlo grazie a Massimiliano Gallo, con il quale ho recitato in “Vincenzo Malinconico”. All’inizio è stato spiazzante, ma poi ho scoperto quanto sia liberatorio. Per me improvvisare significa dare ancora più vita alla scena, possibile solo se c’è grande ascolto: devi essere davvero presente, reagire in modo autentico. E questo rende tutto più vero.

Cosa l’ha spinta verso la recitazione?

Ero una ballerina professionista, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di un altro linguaggio espressivo, e così ho iniziato il percorso in accademia. È stato un passaggio anche doloroso, perché ho dovuto lasciare la danza, ma lo vivo come un’evoluzione. Come attrice mi sento ancora in scoperta, ogni lavoro è diverso e mi mette alla prova in modo nuovo. Ed è proprio questo che amo di più.

C’è un ruolo che le piacerebbe affrontare?

In questo momento mi piacerebbe interpretare un ruolo più vicino alla mia età reale, più adulto. Spesso, per caratteristiche fisiche, mi vengono affidati ruoli più giovani, ma sono pronta a esplorare una dimensione più matura, più legata al vissuto di una donna. È una sfida che sento molto in questo momento.

Prossimi lavori in cantiere?

Sì, qualcosa bolle in pentola… ma non posso ancora dire troppo!

ALESSIO LAPICE

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In cerca di leggerezza


Una serie luminosa ambientata a Sorrento che, sotto un “profumo di limone”, racconta fragilità, conflitti e crescita. L’attore napoletano, amatissimo dal pubblico nel ruolo di Calogiuri in “Imma Tataranni”, svela il cuore del suo personaggio e il senso più profondo del racconto: «Non è una leggerezza superficiale, è una leggerezza bella, difficile da raggiungere». La serie “Roberta Valente. Notaio in Sorrento” è in onda la domenica alle 21.30 su Rai 1

 

 

 

Un ottimo inizio per una serie che potremmo definire “al profumo di limone” e che aiuta il pubblico a respirare un’aria deliziosa. Cosa ne pensa?

È un’immagine perfetta, che ben restituisce l’atmosfera del nostro racconto: tra limoni ed emozioni, direi che è una sintesi efficace, una descrizione molto giusta. Per me questa serie è davvero una delizia. Non vorrei spingermi a dire “una delizia al limone” per non esagerare, ma in qualche modo lo è davvero: è ambientata a Sorrento, una terra meravigliosa, e i limoni fanno parte di quell’immaginario. Quella sensazione si percepisce quasi attraverso lo schermo. È una chiave di lettura ironica, ma anche reale, perché Sorrento diventa quasi un personaggio del racconto. È una storia leggera, fresca, familiare, che in un momento storico così pesante rappresenta una boccata d’aria. Non si tratta di una leggerezza superficiale, ma una leggerezza “bella”, come planare su un’acqua calma in una giornata primaverile. Ci ricorda il desiderio di stare bene, di andare al mare, di vivere cose semplici. E non è poco, anzi: raggiungere quella leggerezza è spesso molto difficile.

Leggera, ma non superficiale. Cosa dobbiamo aspettarci andando avanti?

Con leggerezza e scenari meravigliosi racconta la vita di questi ragazzi, ma andando avanti le cose cambiano: accadono eventi che mettono in crisi i personaggi. Emergono i loro lati più fragili e vulnerabili, che li costringeranno ad agire, a fare scelte, spesso non perfette. Ed è proprio lì che la storia si fa più interessante.

Quando ha letto per la prima volta la storia e il suo personaggio, Stefano, che impressione ne ha avuto?

Quello che mi ha colpito è che Stefano, all’apparenza, sembra avere una vita perfetta: famiglia benestante, amici, stabilità. Ma dietro questa facciata c’è molto altro. Mi interessava raccontare proprio quello che non si vede: i conflitti interiori, i lati più oscuri, le fragilità. È un ragazzo che cerca di piacere a tutti, ma finisce per non piacere a se stesso. Questo lo rende un personaggio complesso, spesso solo, incapace di comunicare davvero. Ha tanti livelli, tanti “pulsanti” emotivi, ed è stato un materiale umano molto stimolante su cui lavorare.

Al di là del finale, dove potrebbe arrivare una personalità come quella di Stefano? Quali sono i suoi sogni, le sue aspirazioni?

È una bella domanda. Le “zavorre” che si porta dietro possono essere un limite, ma anche una spinta. Gli ostacoli sono necessari, non ce ne liberiamo mai davvero, e Stefano dovrà capire se quelle zavorre sono esterne o interne. Spesso pensiamo di liberarci di qualcosa e poi scopriamo che, al contrario, era tutto dentro di noi. Il punto non è solo superare gli ostacoli, ma anche abbracciarli: sono il motore che ci spinge avanti. Senza, forse, la vita sarebbe troppo piatta.

Parliamo del rapporto con Roberta: che dinamica si crea tra loro?

È un rapporto complesso, lei è una persona molto preparata, metodica, sempre un passo avanti a tutto e a tutti. Stefano si sente spesso “sulle spine”, come se camminasse sulle uova (ride). Da attore questa è una situazione molto divertente perché mi permette di lavorare su sguardi, pause, sottotesti. Per Stefano, invece, è davvero tosta, povero. Prova continuamente una sorta di sudditanza psicologica verso Roberta. Le vuole molto bene, ma è un bene un po’ disfunzionale, perché si sente sempre giudicato e poco sostenuto, un po’ come accade anche con i suoi genitori. Questo lo porta a sentirsi solo.

E invece com’è stato lavorare con Maria Vera Ratti, l’attrice che interpreta Roberta?

Direi totalmente all’opposto del rapporto tra i personaggi. Sul set c’è stato un grande lavoro di squadra, di fiducia e di ascolto. Ci siamo confrontati spesso, anche fuori dal set per costruire meglio le scene. Maria Vera è un’attrice che stimo molto e insieme abbiamo costruito qualcosa di bello, ottima sintonia e supporto reciproco.

Dopo esperienze come “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, qui si trova accanto a un altro personaggio femminile forte. Che differenze vede tra Roberta e Imma?

Sono due personaggi molto diversi, anche se entrambe possono essere definite donne forti. Imma è una forza già compiuta, strutturata nel tempo: la sua “scorza” nasce da un percorso lungo, da esperienze che l’hanno resa così solida e determinata. Roberta, invece, si trova in una fase diversa: quella scorza la sta costruendo adesso. È all’inizio del suo cammino, sia professionale sia personale, e la sua forza è ancora in formazione. C’è però un elemento che le accomuna in profondità: entrambe, in modi diversi, si sono dovute conquistare qualcosa di fondamentale, anche sul piano affettivo. È questa origine, in qualche modo “da guadagnarsi”, a renderle forti. Le differenze emergono soprattutto nel modo di essere. Imma è istinto puro, “genio e sregolatezza”: agisce di impulso, è diretta, a tratti ruvida, ma sempre autentica. Roberta, al contrario, è costruita sul controllo: è metodica, precisa, ordinata, tutto in lei segue uno schema quasi matematico. Questo bisogno di controllo attraversa ogni aspetto della sua vita, non solo il lavoro ma anche le relazioni e la sfera privata. La sua non è una forza irruente, bensì lucida, trattenuta, studiata. Non esplode, ma incide: è una forza più affilata che impetuosa. Proprio per questo, però, è anche un personaggio che può sorprendere. Dietro questa struttura così rigorosa, non è escluso che emergano momenti più istintivi, perfino inattesi. È una figura in evoluzione, e nei prossimi episodi potrebbe rivelare lati ancora inesplorati.

Lei viene da Castellammare di Stabia: quanto cambia, secondo lei, l’identità tra Napoli e Sorrento?

Cambia tantissimo, anche nel giro di pochi chilometri. Io mi sono ispirato proprio a una certa “tipologia” sorrentina: il ragazzo di buona famiglia, elegante, preciso, con un accento napoletano più leggero. Sono dettagli reali di una borghesia attenta all’immagine, al modo di vestirsi, di parlare, di porsi. Napoli, invece, è molto più variegata, cambia continuamente da quartiere a quartiere.

Ha un rapporto molto forte con il pubblico. Come vive il fatto che spesso non venga separato dal personaggio?

Lo vivo con affetto e gratitudine. Senza il pubblico, il nostro lavoro non esisterebbe o non avrebbe senso. Se le persone si immedesimano così tanto da confondere attore e personaggio, per me è un complimento, vuol dire che il mio lavoro è arrivato. Cerco sempre di accogliere quell’affetto con rispetto e riconoscenza, perché è qualcosa di prezioso.

Un’ultima cosa: cosa si sente di dire a chi la segue e magari si è affezionato ai suoi personaggi precedenti?

Capisco la nostalgia, ma ogni nuovo progetto è un nuovo viaggio, un racconto a sé. Sono felice se il pubblico sceglie di seguirmi anche in questa nuova storia, sono convinto che, piano piano, si affezioneranno anche a Stefano. E io sarò felice di accompagnarli in questa nuova storia.

 

DOCUFICTION

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Vespucci, il viaggio più lungo

 

 

Due prime serate su Rai 3 – il 17 e il 24 aprile – per raccontare il viaggio epico intorno al mondo, a bordo dell’Amerigo Vespucci, la nave più bella mai costruita

 

 

Nave Amerigo Vespucci, nave scuola della Marina Militare, custode da oltre novant’anni delle più antiche tradizioni navali e marinare, è uno dei simboli più conosciuti dell’Italia nel mondo. Ispira da sempre sentimenti di orgoglio nazionale, sogni di epoche passate e avventure marinaresche. Navigando tra queste emozioni, la docuserie racconta – tramite lo sguardo dei protagonisti, degli allievi ufficiali, dell’equipaggio e del suo Comandante, capitano di vascello Giuseppe Lai – il progetto “Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia”. Si tratta di un’impresa epica tutta italiana, compiuta dalla nave più bella del mondo insieme al “Villaggio Italia”, un’esposizione pluriennale itinerante del Made in Italy che ha riunito le “nazionali delle eccellenze italiane”. A Los Angeles, Tokyo, Darwin, Singapore, Mumbai, Abu Dhabi, Doha e Jeddah, l’Italia si è presentata con uno spazio attraverso il quale ha dialogato, ospitato e accolto non solo gli italiani nel mondo, ma anche cittadini e visitatori locali. Il tutto attraverso cultura, arte, creatività, ricerca, innovazione, sport, sostenibilità e valorizzazione del patrimonio paesaggistico italiano. Il progetto nasce da un’idea del Ministro della Difesa Guido Crosetto. È sostenuto dalla Difesa e da dodici Ministeri, realizzato e prodotto da Difesa Servizi in partenariato pubblico–privato con l’agenzia Ninetynine. L’obiettivo: trasformare il giro del mondo in un’espressione unitaria dei valori nazionali, ma anche in una vetrina del Made in Italy e un motore per l’economia e la diffusione culturale italiana. L’Amerigo Vespucci e il Villaggio Italia hanno portato nel mondo cultura, storia, innovazione, enogastronomia, scienza, ricerca, tecnologia e industria: elementi che rendono l’Italia un Paese apprezzato a livello globale. Il racconto parte dall’Accademia Navale di Livorno, dove gli allievi si preparano alla navigazione che li renderà marinai ancora prima che ufficiali. Contemporaneamente, dalle coste messicane, il Vespucci salpa verso Los Angeles, punto d’incontro per l’imbarco degli allievi e del primo Villaggio Italia. Questa è l’ultima tratta “comoda”: l’equipaggio conta circa 250 persone, che diventano 400 con gli allievi, su una nave lunga 101 metri. A bordo, il lavoro è continuo: manutenzione degli alberi, controllo delle cime, lucidatura degli ottoni. Tutto per far splendere “la nave più bella del mondo”. Quando il Vespucci disormeggia, lo fa con il suo stile unico. Gli allievi, appena imbarcati, affrontano subito il primo impegno ufficiale: il saluto alla Voce. Schierati sui pennoni in uniforme storica, salutano l’America gridando secondo tradizione, pronti per la traversata del Pacifico verso Tokyo. La prima alba a bordo segna l’inizio della formazione: sveglia dura, ritmi serrati, poco sonno. Gli allievi, accolti dal Comandante, iniziano un percorso intenso che li porterà a conoscere il mare e a confrontarsi con condizioni estreme. Durante la traversata del Pacifico toccheranno Hawaii, Tokyo, Manila e Darwin. La mancanza di sonno diventa una costante: si dormono in media tre ore a notte per testare la resistenza psicofisica. Si studiano rotte, venti, correnti e navigazione astronomica, ma soprattutto si naviga a vela. La prima salita sugli alberi per mollare i matafioni è un momento indimenticabile: un misto di timore, eccitazione e libertà. Gli allievi imparano a interpretare i fischi dei nocchieri, fondamentali per impartire ordini. I nocchieri, consapevoli del loro ruolo formativo, non fanno sconti: preparano futuri comandanti capaci di conoscere ogni dettaglio delle operazioni. Durante la navigazione, momenti di goliardia aiutano a sviluppare qualità essenziali come pazienza, empatia, tolleranza e perseveranza. Eventi come il passaggio dell’antimeridiano, le gare di nodi e il teatro di bordo rafforzano lo spirito di comunità. Prima dell’arrivo a Darwin, arriva il momento degli esami. La Sala Consiglio si trasforma in aula universitaria: gli allievi affrontano la prova finale davanti agli ufficiali. Superarla significa conquistare il numero “II” e accedere alla seconda classe dell’Accademia Navale. La sera è carica di emozione: soddisfazione, felicità e nostalgia si intrecciano. Ripartito da Darwin, il Vespucci riprende i suoi spazi. Dopo Singapore, Mumbai e Doha, arriva ad Abu Dhabi, dove l’equipaggio celebra Natale e accoglie il 2025. È il momento dei bilanci. Il Comandante Lai ricorda con emozione il passaggio di Capo Horn, destinato a restare nella storia della Marina Militare. Ma una nuova sfida attende: lo stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso. La navigazione in queste acque è rischiosa. Per sicurezza, vengono imbarcati i fucilieri della Brigata Marina San Marco e il Vespucci è affiancato dal cacciatorpediniere Caio Duilio e dalla fregata Alpino. Superato lo stretto, la rotta prosegue verso il Canale di Suez, attraversando quasi 200 km nel deserto. Si entra così nel Mediterraneo: il “Mare Nostrum”. L’aria di casa si fa sentire. Ultima tappa prima di Trieste è Alessandria d’Egitto, durante il Festival di Sanremo. Il Vespucci partecipa come ospite d’eccezione, collegandosi in diretta con Carlo Conti. Il giorno dopo, il tono cambia: visita al Sacrario di El Alamein, dove riposano circa 5200 soldati italiani. La cerimonia rafforza il senso di appartenenza e il valore del servizio alla patria. Il 1° marzo 2025, a Trieste, l’Italia accoglie il Vespucci con un abbraccio collettivo in Piazza Unità d’Italia. L’ingresso in porto è accompagnato da centinaia di imbarcazioni. Tra emozione e ricongiungimenti familiari, la nave si prepara all’ultima tappa: Genova, dove il 10 giugno si celebrerà la Giornata della Marina. Il Tour Mediterraneo sarà accompagnato dal Villaggio IN Italia, uno spazio che permetterà agli italiani di rivivere il viaggio della nave più bella del mondo.

 

Il regista Flavio Maspes racconta…

«Raccontare il Vespucci è semplice e complicato allo stesso tempo. La nave scuola è leggenda e realtà, tutti la conoscono e questo è al contempo una fortuna, è adorata dal pubblico e – una sfida – è stata narrata innumerevoli volte. “Il Viaggio più lungo” ci ha dato l’opportunità di esplorarne la personalità e di raccontarne molte sue prime volte: il passaggio di Capo Horn, il tratto di navigazione più temuto dai marinai, i Villaggi Italia, spazi espositivi che hanno portato in giro per il mondo le eccellenze del Paese, la temuta traversata del Mar Rosso, evitato da molte navi commerciali per possibili attacchi Huthi e naturalmente l’imbarco degli allievi ufficiali. Per coglierne appieno lo spirito, la narrazione è stata affidata principalmente ai protagonisti. Il comandante, gli ufficiali, i nocchieri, ad ogni nuova operazione ne spiegano la funzione, la tecnica e la storia mentre gli allievi ufficiali condividono le loro emozioni per un’avventura che resterà impressa per sempre nella loro memoria. La voce fuori campo invece è stata utilizzata per puntellare i luoghi visitati dall’equipaggio e raccontarne la storia. Sono sempre stato attratto dalla contaminazione culturale che generano i viaggi. Apprendi, assorbi, diffondi e trasmetti. Il periplo del globo è stata un’occasione irripetibile per mettere in pratica questi concetti. L’Italia, la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura disseminate durante gli ormeggi nei porti dei sei continenti tramite i suoi migliori ambasciatori, il Vespucci, il veliero che diffonde il nostro spirito e riporta a casa l’alito del mondo e il Villaggio Italia.»

 

IL TOUR MONDIALE VESPUCCI

A vent’anni dall’ultima circumnavigazione (2002-2003), la Nave Scuola Amerigo Vespucci ha preso il largo per un nuovo, straordinario viaggio intorno al mondo. Salpato il 1° luglio 2023, il veliero più bello del mondo ha attraversato i mari per 20 mesi, nel corso dei quali ha raggiunto 5 continenti, 30 Paesi, 35 porti e ha percorso oltre 46.000 miglia nautiche. Il progetto “Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia” ha unito la tradizionale attività di addestramento e di Naval Diplomacy della Nave Scuola della Marina Militare con la promozione delle eccellenze del Made in Italy. L’epico viaggio di Nave Amerigo Vespucci è stato accompagnato nel mondo dal Villaggio Italia (8 tappe all’estero e 9 italiane con il Villaggio IN Italia), una produzione in partenariato pubblico-privato di Difesa Servizi S.p.A. e Ninetynine. Il Villaggio Italia, mini expo itinerante pluriennale ha promosso e raccontato le eccellenze del Made in Italy portando in giro per il mondo la cultura, la creatività, la ricerca e l’innovazione, lo sport, la gastronomia, la scienza, i progetti di sostenibilità, il patrimonio paesaggistico italiano e l’industria che fanno dell’Italia un Paese universalmente apprezzato: a Los Angeles, Tokyo, Darwin, Singapore, Mumbai, Abu Dhabi, Doha, Jeddah, l’Italia si è presentata con uno spazio innovativo attraverso il quale ha dialogato, ospitato e accolto non solo gli italiani in giro per il mondo, ma anche i cittadini e i visitatori delle città raggiunte dal Vespucci; un luogo che nel corso del tour mondiale è diventato una piattaforma multidisciplinare, ponte tra culture, espressione, insieme a Nave Amerigo Vespucci, dei valori dell’intera Nazione ed elemento propulsivo per la nostra economia e per la divulgazione della nostra cultura oltre che un’opportunità importante anche per le realtà imprenditoriali italiane. Tra le eccellenze italiane nel Villaggio Italia: l’Italian Opera Academy del Maestro Riccardo Muti, i musicisti dell’Accademia Teatro alla Scala, “La David” dell’artista Jago, i film della Mostra del cinema di Venezia. Presenti le Frecce Tricolori, le bande e le Fanfare delle Forze Armate. Nel corso del Tour Mediterraneo il Villaggio Italia è diventato Villaggio IN Italia, un luogo di racconto che ha reso partecipi tutti gli italiani dell’esperienza vissuta da Nave Amerigo Vespucci nel mondo. Il Villaggio IN Italia è stato allestito a Trieste, Venezia, Ortona, Brindisi, Taranto, Reggio Calabria, Napoli, Civitavecchia e Genova. Sono stati oltre 1,2 milioni di visitatori complessivi che hanno raggiunto Nave Vespucci e il Villaggio Italia tra 5 continenti, 33 Paesi e 53 porti di cui 20 nel Mar Mediterraneo. E il progetto Tour Mondiale Vespucci – Villaggio Italia ha generato anche un vero e proprio fenomeno di costume, il “fenomeno Vespucci”, con una eco mediatica di oltre 38.000 pubblicazioni tra quotidiani, siti, tv, radio e agenzie nazionali e internazionali, 1,3 miliardi di visualizzazioni sui canali social del Tour Vespucci e oltre 120 milioni di interazioni. L’iniziativa del Tour Mondiale Vespucci – Villaggio Italia è stata promossa dal Ministero della Difesa e sostenuta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – con il Ministro per la Protezione civile e le Politiche del Mare e il Ministro per lo Sport e i Giovani; dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; dal Ministero dell’Economia e delle Finanze; dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy; dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste; dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; dal Ministero della Cultura; dal Ministero del Turismo; dal Ministero per le Disabilità.

SERIE TV

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La buona stella

 

Una storia che parla a tutti, perché è una storia di rinascita. Stella e Simone sono due personaggi che sbagliano ma che, nonostante tutto, lottano per riparare agli errori e dimostrare il proprio valore, mai da soli, ma con il supporto delle persone che hanno accanto. Tre prime serate su Rai 1 da lunedì 13 aprile

 

 

 

Come ci si rialza dopo essere caduti? Servono forza, volontà e coraggio, ma anche una Buona Stella. Simone ha un matrimonio fallito alle spalle, sacrificato sull’altare di una carriera di calciatore mai decollata e che ora sembra al capolinea. Stella, poliziotta ribelle, vuole rimettersi in piedi dopo aver tragicamente perduto l’uomo che amava. A unire i due destini è una borsa piena di soldi. Simone la ruba dalla scena di un crimine sul quale Stella dovrà indagare. Per un gioco del destino quei soldi, che sembravano essere la fortuna di Simone, si trasformano nella sua condanna a morte, i criminali a cui li ha sottratti sono sulle sue tracce e sono pronti a tutto pur di recuperarli. Simone, con l’ex moglie Alessia e la figlia Giada, si trova costretto a scappare, in una fuga continua e piena di imprevisti che si snoda lungo le coste della Calabria (toccando Crotone, Isola Capo Rizzuto, Cutro, Botricello e Lamezia Terme). L’unica speranza per Simone è Stella: solo lei, infatti, indagando, può ricostruire il filo degli eventi e provare a salvarlo. Per la poliziotta, però, sono indagini che riaprono ferite del passato mai chiuse e che la obbligano a lavorare fianco a fianco con Valerio, dirigente degli Affari Interni, che fa di tutto per ostacolarla, accecato da un antico odio. Mentre Simone e famiglia cercano di sfuggire ai propri inseguitori, Stella deve fare i conti con le insidie del lavoro e le conseguenze di un amore che non ha mai dimenticato.

 

Personaggi

Simone (Filippo Scicchitano)

Interpretato da Filippo Scicchitano, Simone è un uomo che per inseguire il sogno di diventare un calciatore famoso ha sacrificato tutto, incluso l’amore della sua vita, Alessia. Convinto che la sfortuna l’abbia preso di mira, non si rende conto che, nonostante il suo buon cuore, spesso è proprio lui la causa dei propri guai. Quando, però, sarà la sua famiglia a essere in pericolo, Simone scoprirà di avere il coraggio che gli è sempre mancato.

Stella (Miriam Dalmazio)

Interpretata da Miriam Dalmazio, Stella è una poliziotta abituata a combattere contro tutto e tutti. Riesce a risolvere indagini nelle quali i suoi colleghi getterebbero la spugna grazie all’istinto da investigatrice e alla giusta dose di noncuranza verso le regole. Quella stessa intraprendenza, però, l’ha portata a vivere un periodo buio, segnato dalla morte dell’amore della sua vita e dalla perdita della custodia del figlio. Ora Stella è pronta a rimettersi in piedi, tanto nel lavoro quanto nella vita. Per farlo, però, deve capire che non sono gli altri a dover credere in lei, ma è lei stessa che deve fidarsi delle proprie capacità.

Valerio (Francesco Arca)

Interpretato da Francesco Arca, Valerio è una persona che vive schiacciata dal peso del passato. Dopo la morte del fratello si è ritrovato da solo a dover gestire un padre anziano, malato di Alzheimer, che non si ricorda di lui e lo chiama costantemente col nome del figlio che non c’è più. Assorbito dal dolore del padre, Valerio non ha mai elaborato la propria di sofferenza, che riversa su Stella. Sarà proprio l’incontro con quella poliziotta ribelle e opposta a lui che scuoterà le certezze granitiche di Valerio, costringendolo a buttarsi nell’azione e nella vita come non faceva da tempo.

Alessia (Laura Cravedi)

Interpretata da Laura Cravedi, Alessia è una giovane donna alla quale la vita ha insegnato che può contare solo su sé stessa. Dopo la fine del matrimonio con Simone, infatti, si è ritrovata a crescere una figlia completamente da sola. Pensa che dagli errori fatti si possa solo imparare ed è per questo che, quando Simone torna a bussare alla sua porta, Alessia lotta con tutte le sue forze per non farsi stravolgere l’esistenza. Ma, soprattutto, cerca di proteggere Giada da tutti i pericoli ai quali vengono esposti per colpa di Simone. La battaglia più grande, però, la deve combattere contro il proprio cuore perché, nonostante tutto, c’è ancora una parte di lei che è innamorata di Simone.

 

Le puntate

PRIMA SERATA

Simone, dopo una visita dal medico sportivo, si convince di avere un tumore al cervello. Più tardi, quello stesso giorno, è testimone di una violenta sparatoria di cui rimane l’unico superstite. Sulla scena del crimine trova una borsa piena di soldi e la prende: finalmente potrà fare qualcosa per la sua famiglia. Stella, al suo primo giorno di lavoro sul campo dopo un anno di stop forzato, si trova a indagare proprio su quella sparatoria e, nel farlo, si scontra con Valerio, fratello del suo defunto amore e suo acerrimo nemico. Simone, raggiunta la famiglia in Calabria, capisce di aver commesso un errore fatale nel portargli quei soldi rubati. Simone e Alessia devono scappare da due poliziotti corrotti, Ezio e Bruno, che vogliono riprendersi i soldi rubati. Nella fuga i due portano con loro anche la figlia, la piccola Giada. Intanto a Roma Stella scopre un dettaglio importante sulla sparatoria. Basterà a convincere Valerio a lasciarla indagare sul caso?

SECONDA SERATA

Simone riesce a rubare un camper, sul quale si mette in viaggio assieme ad Alessia e Giada. Stella, invece, viene convocata da Valerio: le darà una possibilità di dimostrare che ha ragione, indagheranno assieme. Alessia inizia ad avere dubbi soprattutto per i pericoli ai quali sta esponendo Giada. Simone, Alessia e Giada sono prigionieri di Ezio e Bruno e non sanno cosa sarà del loro destino. A Roma Stella indaga su un suicidio che si rivela collegato alla sparatoria. Alessia è costretta ad un gesto estremo per mettere in salvo la propria famiglia.

TERZA SERATA

Stella e Valerio interrogano un testimone legato al passato di entrambi. Simone, Alessia e Giada trovano ospitalità in campeggio, dove vengono protetti da una famiglia calabrese. Eppure, la minaccia dalla quale fuggono riesce a trovarli anche lì dove si sono nascosti. Simone, Alessia e Giada sono costretti nuovamente a fuggire e Simone decide di sacrificarsi per la sicurezza della sua famiglia. Stella e Valerio sono sulle tracce di Simone ed arrivano in Calabria. Riusciranno a trovarlo in tempo prima dei suoi inseguitori?

 

Il regista Luca Brignone racconta…

«Quello che considero importante del mio lavoro è raccontare principalmente il movimento emotivo dei personaggi, andare dentro ogni loro sfaccettatura, vederli e sentirli. In questa ricerca l’attore si ritrova a scavare dentro di sé per fare emergere quella verità che serve al racconto. Le scene così acquistano spessore e profondità, meritando la fiducia dello spettatore che entra immediatamente in empatia con i personaggi. In questa serie, il viaggio non è solo geografico — da Roma alla Calabria — ma è una discesa dentro i drammi della vita. Ogni scena deve avere il sapore della realtà, mi piace sapere che lo spettatore possa sentirsi vicino al respiro affannoso di Simone durante una crisi e al silenzio nostalgico di Stella mentre guarda le foto di suo figlio, che possa compartecipare alle preoccupazioni e alle ingenuità di Alessia, giovane madre, che si scopre a tratti impreparata a crescere una figlia da sola, fino a osservare con sguardo tenero e sospeso la rabbia di Valerio che non riesce ad accettare la morte di suo fratello. Solo scavando dentro il buio dei personaggi, le sequenze quindi acquistano quello spessore che trasforma un semplice crime in un’esperienza empatica e totale. Chi osserva non deve solo guardare, deve restare impigliato nel destino dei personaggi, vivendo ogni loro piccola gioia come un miracolo e ogni caduta come uno schianto personale. Cosa succede quando il destino decide che sei il suo bersaglio preferito? Questa è la domanda che anche io mi sono posto durante le riprese della serie. Per me, girare “La Buona Stella” ha significato esplorare il momento esatto in cui la disperazione diventa coraggio. Ho scelto di assecondare la verità di ogni personaggio con inquadrature mai troppo strette per non soffocarli ma permettendogli di esprimersi anche nella loro fisicità. Stella e Simone sono su due binari, ma destinati a scontrarsi. Stella è una donna distrutta dal suo senso di colpa e il suo obiettivo è riportare alla luce la verità. Diventa così non un’eroina imbattibile, ma una donna che trema, inciampa e cade, ma non indietreggia. E la malattia di Simone non vuole essere un espediente melodrammatico, ma con inquadrature instabili, sdoppiate e suoni ovattati ho voluto far sentire allo spettatore la sua fragilità fisica. Quando ruba quella borsa, non è un ladro: è un uomo che cerca di pareggiare i conti con il destino. Il peluche pieno di soldi è l’immagine che mi ha perseguitato fin dalla prima lettura. È la sintesi perfetta della serie: l’innocenza (la figlia Giada) contaminata dal male (i soldi sporchi). Ezio e Bruno, i poliziotti corrotti, quasi come fossero figure mitologiche, presenze inarrestabili e sgradevoli che rompono l’intimità ritrovata di questa famiglia in fuga. Il mio obiettivo non è solo raccontare la sfida, ma se alla fine della corsa, sotto il cielo della Calabria, Stella e Simone riusciranno a guardare di nuovo in alto senza aver paura di ciò che le stelle hanno in serbo per loro. Sarà un viaggio rotto dagli imprevisti e per questo profondamente umano, e il camper diventa così quel personaggio che rappresenta l’instabilità di un domicilio nella ricerca della salvezza.»

NUOVA STAGIONE

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Valli, Pasolini, Montanelli, Petrolini, protagonisti del Novecento

 

 

Quattro personaggi fuori dal comune, i loro pensieri, le loro azioni al centro della nuova stagione di “Inimitabili” con Edoardo Sylos Labini. Da domenica 19 aprile su Rai 3

 

 

Alida Valli, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Ettore Petrolini. Edoardo Sylos Labini conduce gli spettatori alla scoperta di quattro vite straordinarie nella terza stagione di “Inimitabili”, il programma di Rai Cultura in onda da domenica 19 aprile in seconda serata su Rai3. Un viaggio, che intreccia il documentario storico all’interpretazione teatrale, nella vita di quattro protagonisti della cultura italiana del Novecento raccontati nelle pieghe della loro vita interiore attraverso interviste, brani di recitazione e documenti inediti. Quattro “atti unici” intessuti dalle interpretazioni di Sylos Labini, che dà vita agli “Inimitabili”, attraverso le loro parole e i passaggi cruciali delle loro esistenze fuori dall’ordinario. Un racconto arricchito dalle riprese dei luoghi dove gli “Inimitabili” hanno vissuto e agito e dalle interviste a storici ed esperti.

A vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 22 aprile del 2006, la prima puntata celebra la vita e la carriera di Alida Valli, diva anticonformista che attraversa il cinema internazionale e la storia d’Italia tra successi, scandali e rinascite artistiche, da Cinecittà a Hollywood fino al cinema d’autore. Pier Paolo Pasolini, vita e opera del poeta, scrittore e regista tra i più controversi e lucidi intellettuali del Novecento. Ne emerge, nella seconda puntata, il ritratto di un artista libero e provocatorio che ha raccontato senza compromessi le contraddizioni dell’Italia contemporanea. Tra storici reportage, polemiche, e scelte controcorrente, la terza puntata attraversa la vita del più importante giornalista italiano, Indro Montanelli, cronista e testimone di un secolo.  Ribelle, geniale, irriverente: Ettore Petrolini ha rivoluzionato la comicità trasformandola in arte. L’ultima puntata di questa stagione ripercorre la vita e l’avventura artistica di un protagonista inimitabile del teatro italiano.

 

 

 

ESCLUSIVA

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Happy Holidays

 

Sulla piattaforma Rai il secondo lungometraggio del regista Scandar Copti, candidato al Premio Oscar con la sua opera prima “Ajami”. Il film è vincitore nella sezione Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura alla 81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Biennale di Venezia

 

 

Un’opera intensa e contemporanea che intreccia storie familiari, ambientate nella città di Haifa, restituendo uno sguardo lucido e profondo sulle dinamiche sociali, sui legami personali e sulle scelte che mettono alla prova i suoi protagonisti. Ambientato tra le complessità delle relazioni interculturali e intergenerazionali, Happy Holidays” segue quattro personaggi le cui esistenze si incrociano in modi inaspettati.  La storia racconta di un Israele precedente agli eventi del 7 ottobre 2024, in cui tuttavia le tensioni fra arabi ed ebrei risultano già evidenti. In questo scenario, le difficili relazioni tra i protagonisti si sviluppano in un contesto sociale fortemente patriarcale, con conseguenze che limitano soprattutto la libertà delle donne. Rami, giovane palestinese di Haifa, deve fare i conti col fatto che la sua ragazza ebrea ha improvvisamente cambiato idea sull’interruzione della gravidanza. Hanan, madre di Rami, affronta una crisi finanziaria e si ritrova invischiata in complicazioni quando chiede il risarcimento per l’incidente della figlia Fifi. Miri si confronta con la depressione di sua figlia adolescente, mentre cerca di aiutare a risolvere la gravidanza di sua sorella, incinta di Rami. Fifi si dibatte con i suoi sensi di colpa nel nascondere un segreto che mette a repentaglio la reputazione della sua famiglia e la sua nascente relazione sentimentale con il Dr. Walid. “L’idea di questo film – racconta il regista Scandar Copti – nasce da una conversazione ascoltata casualmente in gioventù, che ha rivelato quanto profondamente radicati siano nelle persone certi valori sociali e culturali. Con ‘Happy Holidays’ il mio obiettivo – prosegue Copti – è esaminare criticamente questi meccanismi e il loro impatto sui valori degli individui attraverso due storie che si intrecciano, ma raccontate da quattro prospettive diverse. In questo modo spero di stimolare conversazioni sui valori e le convinzioni che plasmano le nostre vite e di incitare gli spettatori a ripensare le proprie norme di vita. Nessuno è veramente libero finché le donne non sono libere, e nessuno è veramente libero finché non siamo tutti liberi”. Scritto e diretto da Scandar Copti è prodotto da Fresco Films, Red Balloon Film, Tessalit Productions e Intramovies. Nel cast: Manar Shehab, Wafaa Aoun, Meirav Memoresky, Toufic Danial.

 

UMBERTO BROCCOLI

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Raccontare il Novecento oggi

 

Dalla radio alla televisione, passando per più linguaggi e piattaforme, il maestro costruisce un racconto della memoria fondato su materiali autentici e chiarezza narrativa. Da “Successo. Storie e voci dal Novecento” su Rai Radio 1 ai progetti televisivi su RaiNews24, Rai Italia, Rai 2 e Rai Storia, tra cui “Amarcord” con Alessandra Solarino e il nuovo “Questa è la Storia”, emerge un metodo: ricostruire il passato per capire il presente, senza nostalgia e con rigore

 

 

Partiamo da “Amarcord” su RaiNews24, insieme a Alessandra Solarino: cos’è oggi, in televisione, il racconto della memoria?

Non è nostalgia, né celebrazione del passato. È una ricostruzione storica. Utilizziamo documenti, filmati d’epoca, materiali delle teche per raccontare cosa accadeva davvero in quegli anni, quali erano i contesti culturali e produttivi. Non prendiamo un frammento per dire “quanto era bello”, ma lo inseriamo in un racconto che aiuta a capire il Paese. È un lavoro di selezione e di responsabilità, perché ogni immagine, ogni sequenza, deve essere contestualizzata. Senza questo passaggio, il rischio è di trasformare la memoria in un’operazione nostalgica, mentre il nostro obiettivo è esattamente l’opposto: restituire complessità.

Quanto è importante, oggi, tornare alle immagini originali per comprendere davvero la nostra storia?

È fondamentale. Non facciamo ricostruzioni, ma utilizziamo immagini originali: i telegiornali dell’epoca, i materiali autentici. Quelle immagini restituiscono il punto di vista di allora, il modo in cui i fatti venivano raccontati. Guardare quelle immagini significa entrare dentro un tempo, capire non solo cosa è accaduto, ma come veniva percepito. È un passaggio decisivo per chi vuole leggere davvero la storia e non limitarsi a una sintesi superficiale.

Arriviamo a “Questa è la Storia. Il Novecento a 45 giri”, prossimamente su Rai Storia, nato anche dal suo libro: perché scegliere la musica come chiave per raccontare un secolo?

Perché la musica racconta perfettamente il tempo in cui nasce. Le canzoni sono una chiave di lettura straordinaria: dentro ci sono le contraddizioni, i cambiamenti, le emozioni di un’epoca. Non sono solo intrattenimento, ma veri strumenti di interpretazione. Una canzone riesce a restituire il clima di un periodo in modo immediato, diretto, spesso più efficace di molte altre forme narrative.

Le canzoni possono diventare veri e propri documenti storici?

Assolutamente sì. Pensiamo al 1978: dopo anni di forte tensione politica, emerge il cosiddetto “riflusso” e la musica lo racconta chiaramente. Oppure “Nel blu dipinto di blu”, che simbolicamente apre al boom economico. Le canzoni intercettano e restituiscono il clima di un tempo, spesso meglio di altri documenti, perché parlano alle emozioni collettive e ne diventano una traccia riconoscibile.

In studio con lei Ada Nardacchione e Simona Vanni: che tipo di racconto state costruendo e quale ritmo avrà il programma?

È un racconto costruito a più voci. Confrontiamo uno stesso anno da prospettive diverse e utilizziamo le canzoni come punto di partenza per ricostruire tutto il resto: fatti storici, costume, società. Il ritmo è quello di un viaggio dentro un anno preciso, che prende forma attraverso suoni, immagini e testimonianze originali. È un racconto dinamico, ma sempre fondato su una struttura solida.

Se dovesse scegliere una canzone simbolo per raccontare il Novecento, da dove partirebbe?

Partirei da “In cerca di te”. È un brano che racconta bene lo spirito del Novecento: una ricerca continua, un’umanità che attraversa le difficoltà e prova comunque ad andare avanti. Dentro c’è il desiderio di ricostruire, di ritrovare qualcosa, l’amore, un senso, una direzione. È una sintesi perfetta di un secolo fatto di crisi, ma anche di ripartenze.

Torniamo alla radio: “Successo. Storie e voci dal Novecento” su Rai Radio 1. Cosa può fare ancora oggi la radio che altri mezzi non riescono a fare?

La radio ha un’immediatezza unica. Arriva ovunque, in tempo reale, ed è un mezzo estremamente dinamico. Ma soprattutto è autentica: non ha bisogno dell’immagine. Conta quello che dici, non come appari. È una forma di comunicazione diretta, senza filtri, che lascia spazio all’immaginazione e crea un rapporto molto forte con chi ascolta.

Se dovesse sintetizzare il filo che unisce questi progetti, qual è oggi, secondo lei, il modo più efficace per raccontare la storia?

Essere semplici. E attenzione: semplice non significa facile. La semplicità richiede studio, selezione, capacità di sintesi. Devi conoscere a fondo ciò che racconti per renderlo comprensibile a tutti, anche ai più giovani. È questa la vera sfida: mantenere rigore e profondità senza perdere chiarezza.

Con Rai Italia è seguito anche molto all’estero. Che valore assume portare il racconto della memoria agli italiani nel mondo?

È un valore enorme. Gli italiani all’estero hanno un legame fortissimo con la nostra storia e la nostra cultura. Raccontare il Novecento anche per loro significa mantenere vivo quel legame, offrire strumenti per riconoscersi e ritrovare le proprie radici, anche a distanza. È un modo per continuare a sentirsi parte di una comunità, anche quando si è lontani.

CLAUDIO BISIO

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Attore come sostantivo, comico come aggettivo

 

Un personaggio costruito su misura che unisce ironia e fragilità, tra sfide attoriali, legame con il territorio e passione per la comicità, il RadiocorriereTv incontra il protagonista di “Uno sbirro in Appennino”, il giovedì su Rai 1

 

 

 

Vasco Benassi è un uomo che sbaglia ma resta profondamente umano. Cosa l’ha affascinata di questa sua “umanità imperfetta”?

È la prima volta che interpreto un commissario protagonista in una serie così lunga, per di più su Rai 1: una bella responsabilità, ma anche una grande sfida. La cosa interessante è che il personaggio è stato costruito su di me: è una storia originale, che non è tratta da nessun romanzo. Con un pizzico di orgoglio posso dire che lo sceneggiatore, Fabio Bonifacci, mi conosce molto bene, abbiamo lavorato insieme a diversi film e ha scritto Vasco tenendo conto del mio carattere, delle mie corde, persino delle mie passioni. Per esempio, io sono cintura nera di karate, uno sport che ho praticato quando ero ragazzino, e lo è anche Vasco. Ma soprattutto ha inserito aspetti del mio modo di essere: l’ironia, la leggerezza, ma anche storie forti e più drammatiche.

Quindi anche nelle puntate successive il tono cambia?

Sì, le storie diventano più intense: si va da vecchi casi irrisolti a vicende più cupe, come quelle legate ai serial killer. Però tutto resta filtrato da una certa ironia, che è anche il mio modo di vedere la vita.

Se dovesse descrivere Benassi con un difetto che le appartiene?

Direi la tendenza a fare gaffe. Mi succede spesso anche nella vita reale (ride). Lo si capisce fin dalla prima puntata, durante l’incontro con Amaranta, la giovane poliziotta interpretata da Chiara Celotto, e con altri personaggi in questura, oggetto di tutta una serie di supposizioni sbagliate… Ecco, questa è una situazione “alla Bisio”.

La serie è ambientata nell’Appennino. Cosa racconta questa scelta?

Racconta qualcosa di molto attuale: il ritorno dei giovani nei piccoli borghi. Secondo Bonifacci, che conosce molto bene quelle zone, in particolare quella dove abbiamo girato la serie, dopo lo spopolamento del dopoguerra oggi c’è una riscoperta di questi luoghi. Circa il 60% degli italiani vive in piccole realtà come il nostro “Muntagò”. E nella serie lo vediamo, per esempio, con il giovane figlio della sindaca, il Magico, che decide di tornare a vivere in campagna, nella vecchia casa abbandonata dai genitori, scegliendo così le radici e una vita più autentica.

Cosa rimane addosso a Benassi di questa terra?

All’inizio la odia: torna lì quasi per punizione o per dare spazio a un collega “raccomandato”, il mio rivale interpretato da un bravissimo Antonio Gerardi, nella vita un pezzo di pane, in scena credibilissimo nel ruolo dell’antipatico (ride). Benassi arriva a Muntagò, suo paese d’origine, arrabbiato e deluso, con un passato pesante e sensi di colpa, come si intuisce già nella prima puntata, nella quale si accenna che sua sorella è morta in un incidente stradale mentre lui era alla guida. Pian piano qualcosa cambia e, come spesso accade, quello che inizialmente rifiuti può diventare ciò che impari ad amare. Mi ricorda un po’ il mio personaggio in “Benvenuti al Sud”, Alberto Colombo, prima diffidente e carico di pregiudizi verso il Meridione, poi completamente conquistato dal luogo. Lo stesso accade a Vasco, folgorato dalla bellezza di quelle colline, dei tramonti… e questa non è finzione, è la realtà.

Se Benassi dovesse giudicare Claudio Bisio?

Credo che gli starei simpatico. Ci incontreremmo nel gusto per le battute ciniche, se possibile, e nella ricerca di un’ironia mai scontata, banale o retorica. Come Benassi, anche io amo dire quello che penso.

Ha attraversato teatro, cinema, TV e comicità. Dove si sente più a suo agio oggi?

Mi definisco prima di tutto un attore. La comicità è parte di me, non vi rinuncerei mai: è il mio imprinting, anche se rientra in qualcosa di più grande. Anche quando conduco, come a Zelig, interpreto un ruolo, quello del “bravo conduttore”, come diceva Nino Frassica ai tempi della TV di Renzo Arbore. Qualcuno ogni tanto mi chiede se abbia voglia di mettermi alla prova anche in ruoli drammatici: magari sarebbe una sfida interessante, ma a me piace così tanto far ridere (ride). Direi: attore come sostantivo, comico come aggettivo. Io amo nel profondo gli attori – e le attrici ancora di più (ride) – amo il mio mestiere. Quando a Zelig qualcuno fa una battuta e porta a casa il risultato, io godo proprio. Ho avuto la fortuna di non provare né subire l’invidia, e questo mi piace molto.

Si fida più dell’istinto o dell’esperienza?

Dell’istinto: andando a memoria, mi sembra non mi abbia mai tradito. Ogni tanto provo a uscire dalla mia comfort zone, anche su consiglio di persone fidate, ma quando lo faccio poi me ne pento subito (ride). Ma poi, se questa è la mia caratteristica e mi riesce anche abbastanza bene, perché dovrei farlo?

NOVITÀ

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Attenzione… c’è Uno sbirro in Appennino!


Una serie poliziesca “alla nostra maniera”, come racconta il regista Renato De Maria, che intreccia il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Al centro lo “sbirro” Claudio Bisio, volto e anima del nuovo racconto Rai che, per la prima volta, ci porta nel cuore dell’Appennino, la spina dorsale dell’Italia. Dal 7 aprile in anteprima su RaiPlay, e dal 9, per quattro giovedì, in prima serata Rai 1

 

 

Un poliziesco che combina mistero, dramma e relazioni, ambientata nel suggestivo scenario di Muntagò, un paese immaginario che rappresenta l’intero Appennino, con la sua bellezza, le tradizioni, l’anima popolare e il fenomeno dello spopolamento. Dopo aver risolto brillantemente un caso in modi non proprio ortodossi, il commissario Vasco Benassi viene trasferito nel suo paesino d’origine nell’Appennino bolognese. Il trasferimento diventa l’occasione per affrontare ferite dolorose, recuperare vecchi rapporti e costruirne di nuovi, mentre si destreggia tra casi di omicidio che lo mettono di fronte a difficili scelte etiche.

La storia

Il commissario Vasco Benassi, conosciuto a Bologna come “il miglior sbirro”, viene trasferito a Muntagò in seguito a un errore. Il ritorno nel paese natale, che aveva lasciato anni prima, riapre ferite mai davvero rimarginate. Le indagini lo condurranno a confrontarsi con il proprio passato e a riscoprire le sue radici, in un percorso di lenta “riapertura del cuore” che lo renderà meno solitario e più disposto a creare legami. Intorno a lui si muove una rete di relazioni complesse: la cugina Gaetana, ispettore di polizia; suo marito Bruno, un tempo suo rivale; e il giovane agente Fosco, che lo affianca con sincera ammirazione. Determinante è anche il ritorno di Nicole Poli, amore platonico della sua giovinezza, oggi sindaca di Bologna. Parallelamente si sviluppa la vicenda dei più giovani: Macchio, figlio di Gaetana, e Magico, figlio di Nicole, entrambi innamorati della nuova agente Amaranta. Proprio Amaranta diventa una figura centrale anche per Benassi: tra loro nasce un rapporto profondo e sfumato, sospeso tra mentorship e una sorta di intensa, inattesa “genitorialità dell’anima”.

I personaggi

Vasco Benassi (Claudio Bisio)

Commissario sessantenne, esperto ma impulsivo, poco incline alle regole. Il ritorno a Muntagò lo costringe a confrontarsi con il proprio passato.

Amaranta Palomba (Chiara Celotto)

Giovane agente ambiziosa e determinata. Nonostante l’inesperienza, dimostra grande intuito e coraggio.

Nicole Poli (Valentina Lodovini)

Sindaca di Bologna, forte ma vulnerabile. Madre preoccupata, spesso in conflitto con Benassi.

Il Magico (Lorenzo Minutillo)

Figlio di Nicole, idealista e inquieto. Sogna un Appennino sostenibile ma si avvicina ad attività illegali.

Gaetana (Elisa D’Eusanio)

Cugina di Benassi e collega. Pragmatica e diretta, è una figura di sostegno ma anche critica.

Fosco (Michele Savoia)

Agente giovane e timido, ma preciso e affidabile. Cresce molto nel corso della serie.

Bruno (Ivan Zerbinati)

Marito di Gaetana. Gestisce un bar, punto nevralgico della vita del paese e osservatorio privilegiato.

Macchio (Jacopo Dei)

Figlio di Gaetana e Bruno. Sensibile e curioso, alla ricerca della propria identità.

 

La storia inizia così…

Episodio 1 – Delitto o pregiudizio?

Benassi arriva a Muntagò, vivendo il trasferimento come una punizione, che riaccende ricordi dolorosi. Indaga sulla morte sospetta di Renato Pinardi, anziano trovato morto nella sua casa. La principale sospettata è la badante Karina, donna bielorussa dal passato oscuro. Nel frattempo, si riavvicina a Nicole, che lo coinvolge nei problemi del figlio Magico.

I segreti del pozzo

Amaranta si avvicina a Magico fingendo interesse e scopre una piantagione di marijuana nei boschi. Lo arresta, creando tensioni tra Benassi e Nicole. Le indagini sulla morte di Renato prendono una piega inaspettata.

 

Il regista Renato De Maria racconta…

«”Uno sbirro in Appennino” è una serie poliziesca interpretata da Claudio Bisio. Lo sbirro è Claudio di cui ho cercato di sfruttare e possibilmente ampliare le doti di attore empatico, sincero, emotivo, imprevedibile e un po’ folle. Ho usato il carisma e la sapienza recitativa costruita in anni di cinema, tv e palcoscenico per ridefinire in chiave pop una figura atipica di poliziotto. Poliziotto sì, ma alla nostra maniera. E quindi, anche “Uno sbirro in Appennino” va letta come una serie poliziesca certo, ma “alla nostra maniera”. La sceneggiatura di Bonifacci offre una scrittura a strati che include diversi generi: il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Ma quello che mi ha sorpreso di più e mi ha affascinato è l’amore e la conoscenza profonda per una terra cinematograficamente sconosciuta: l’Appennino. Non a caso è la parola che completa il titolo e dà un significato e un tono preciso al nostro lavoro. L’Appennino è un territorio ricco di storia e miracolosamente intatto. La civiltà lo ha graziato scegliendo di devastare le pianure. In Appennino esiste una spettacolare e incredibile bellezza intatta, dove lo sguardo può correre verso l’infinito incontrando solo boschi, laghi, fiumi e creste che lambiscono il cielo. Piccoli paesini punteggiano le valli senza mai disturbare lo sguardo, tutto è immerso in un’armonia naturale e spettacolare. Abitato dai tempi degli etruschi, territorio di passaggio, le tradizioni qui non sono svanite e resistono al tempo. La mia regia ha cercato di rispettare i miei due protagonisti allo stesso modo. Lo sbirro e l’Appennino. L’uomo e lo scenario naturale. Trattandosi di un poliziesco con momenti comedy è chiaro che intorno a Claudio andava costruita una squadra di attori bravi, empatici, con i tempi naturali per competere con Claudio. Sono molto orgoglioso del cast: in ogni ruolo c’è un attore credibile e un personaggio forte, vero, umano. Anche in quei ruoli minori che devono raccontare il territorio, ho avuto la fortuna di incontrare e scegliere attori locali di ottimo livello. Insomma, il cast prima di tutto, ma poi è stato importante anche il lavoro visivo: la fotografia con viste ampie, colori caldi, e capace di cogliere il racconto delle facce e del territorio come un unico quadro. Le musiche di Pivio e De Scalzi hanno seguito questo andamento tra il western e il folk, declinato con ironia in una chiave stile “Appennino”. Ho cercato ispirazione nel racconto popolare proprio della tradizione dei cantastorie e nel cinema ambientato in territori di frontiera, come il nostro Appennino.»