Quel suo profondo rispetto della vita

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LINO GUANCIALE

Per la seconda volta nei panni del Commissario Ricciardi, personaggio iconico nato dalla penna di Maurizio De Giovanni, autore che ha saputo generare «questa mirabile invenzione», l’attore racconta al RadiocorriereTv il profondo legame con quest’uomo, capace di «trovare una via per affrontare la complessità dell’esistenza e della realtà, nel rispetto più profondo possibile degli altri»

Come nascono i rari sorrisi del Commissario?

Un po’ lo dice Bruno Modo, quando sorride Ricciardi è un evento. In questa seconda stagione succede più spesso, le crepe della diga che abbiamo visto apparire nella prima si aprono inesorabilmente, nonostante egli voglia continuare a mantenere una distanza di sicurezza che protegga gli altri da se stesso, non il contrario. Ricciardi è ormai “vittima” di una forza più grande di lui, ha assaggiato cosa sia il contatto più prossimo con gli altri e non riesce più a farne a meno. Dalla prima all’ultima puntata si vedrà proprio un incremento progressivo dell’apertura verso i propri affetti e la realtà esterna in generale. Questa è una delle cose che amo di più di questa figura, ogni sua manifestazione emotiva o relazionale è autentica, non è certo uno che dispensa sorrisi di cortesia. Per me, da questo punto di vista, è un esempio da seguire perché, come tutti quanti, anch’io non sempre riesco ad avere questa profonda e umanissima schiettezza.

Che esempio di essere umano sarebbe Ricciardi se vivesse nei giorni nostri?

Credo che farebbe lo stesso mestiere, è il modo in cui riesce a mettere a frutto il proprio dono, a dare un senso alla propria resistenza umana e sociale. Ricciardi decide di darsi alla giustizia perché trova che sia quella la maniera per dare sollievo alle manifestazioni che lo perseguitano e che, in qualche modo, infestano la sua vita, rendendola impossibile. Creando giustizia trova che invece, non solo può dare sollievo agli altri, ma anche a se stesso. La sua occupazione sarebbe la stessa, immagino però un Riccardi molto impegnato sul fronte umanitario, magari proprio su cause dedicate all’inclusione, alla sorte degli ultimi della lista. In questo momento, forse, migranti e rifugiati.

Cosa rende questo personaggio così attraente?

La cosa impressionante è il suo enorme senso etico. Ricciardi non è uno distante dagli altri, è in profonda connessione con gli altri. Di tutti i personaggi che ho incrociato sulla mia strada, dalla versione letteraria di Maurizio (De Giovanni, autore dei romanzi dedicati al Commissario Ricciardi), che ha generato questa mirabile invenzione, a tutti quelli di cui ho esperienza, lui è certamente quello più umano di tutti, quello che ha costruito la propria esistenza sul trovare un modo per relazionarsi con il suo dolore e con quello di tutti. Lo fa, però, sempre con un rispetto profondo della vita degli altri, astenendosi dal dare facili giudizi, dalla superficialità e dalle semplificazioni. È questo, forse, che gli rende possibile resistere in un momento storico molto portato a semplificare, a costruire la realtà attraverso slogan, decisamente costruito sull’annichilimento della complessità. È un uomo che, al contrario, riesce a trovare una via per affrontare la complessità dell’esistenza e della realtà, nel rispetto più profondo possibile degli altri. Questa è una grandissima lezione.

Esistono dei punti di contatti tra lei e Ricciardi?

Ci sono, anche se io non sono vittima di una maledizione come quella che è toccata a lui (sorride). Alcune sfumature del mio modo di approcciarmi agli altri, quel rispetto di cui parlavo, in Ricciardi così macroscopico, corrisponde a quello che tento di mettere in pratica nella mia esistenza. In questa forma di discrezione e di attenzione agli altri sta un ponte, un punto di contatto forte tra me e quest’uomo, che è un’idealizzazione dell’antieroe veramente geniale e fulminante. Caratterialmente siamo senz’altro diversi, al dispetto delle apparenze, soffro di un’impulsività maggiore rispetto a quella che Ricciardi evidentemente doma con la forza della ragione (sorride).

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La forza della giustizia

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MAYA SANSA

23 febbraio 2023 SEI DONNE- IL MISTERO DI LEILA con maya Sansa

«Per Anna tutto gira intorno alla sincerità, nel privato come nella professione» racconta al RadiocorriereTv la protagonista della nuova e attesissima serie tv “Sei donne”, un racconto corale al femminile in tre puntate, su Rai 1 e in streaming su RaiPlay

Partiamo dal suo personaggio: chi è la PM Anna Conti?

Anna è una donna che si è fatta strada da sola, alle spalle una storia personale piena di problemi che non le ha impedito di rialzarsi, ricostruire la propria esistenza, studiare, laurearsi, creare una famiglia con l’uomo di cui si è innamorata e che credeva fosse un compagno complice, amico per sempre. Il pubblico la conoscerà, invece, nel momento in cui tutta questa sicurezza, che era stata in grado di costruire, crolla, lasciandola sola e in grande difficoltà. Nel suo lavoro è spinta da passione, è dotata di un grande intuito, di istinto che vedremo in azione ancora di più quando, sulla sua scrivania, arriva il caso della scomparsa misteriosa di una ragazzina, Leila, e di suo padre. Mentre tutti cercano di dissuaderla, Anna intuisce che sotto c’è qualcosa di poco chiaro per cui vale la pena indagare, spinta quasi da un senso di immedesimazione verso questa ragazza, come se, salvando Leila, volesse salvare se stessa dalla sua infanzia difficile.

Quale viaggio intraprende la sua Anna?

Incontra molte persone, soprattutto donne, dalle quali si aspetta aiuto e complicità e, al contrario, riceve una chiusura totale, forse dovuta anche al suo atteggiamento un po’ brusco, chiuso, duro. Non potevamo però “imbrogliare” il pubblico nascondendo una sofferenza sotto una finta dolcezza, è una donna che ha sofferto e che sta soffrendo, dovevamo rimanere fedeli alla scrittura e alla verità. Per Anna tutto gira intorno alla sincerità, al senso di giustizia, nel privato come nella professione.

Con “Sei donne” arriva il debutto alla regia televisiva di Vincenzo Marra. Com’è andata?

Da Vincenzo ho ricevuto una fiducia totale, è stato lui a offrirmi questo ruolo e io ho accettato con entusiasmo perché è un professionista con cui avevo voglia di lavorare, un autore dotato di un linguaggio visivo, di una grammatica narrativa molto personale. A volte per un attore è stimolante affrontare numerosi provini, scoprire il personaggio un po’ alla volta, confrontarsi con il regista, altre, invece, percepire che in te viene immediatamente riconosciuto qualcosa di quel personaggio, può essere anche molto liberatorio, perché si lavora solo sulle sfumature o su alcune specificità.

La scrittura di Ivan Cotroneo e Monica Rametta è una garanzia…

Con Marra abbiamo lavorato in sottrazione perché nel testo c’era già tutto. La scrittura di Cotroneo e Rametta è molto chiara, il mio personaggio è stato ben delineato subito nella sceneggiatura, non si doveva aggiungere molto altro. Confesso, però, che l’inverno scorso avevo dovuto affrontare dei provini per  ruoli da giurista e, alle riprese, sono arrivata con molto studio alle spalle. E poi, ho più volte consultato uno zio giudice dei minori, adesso in pensione, tartassandolo di telefonate perché volevo capire tutto di quel mondo. Alla fine, ero diventata più pignola di lui (ride).

Una serie e un set corali…

Con il cast si è creata una relazione davvero molto bella, ma non è stato un set facile. Vincenzo è un bravissimo regista, molto esigente e serio, a noi attori ogni tanto veniva invece un fou rire necessario per allentare la tensione di una storia complessa, ma anche del caldo sofferto. Abbiamo girato d’estate, in una Taranto che segnava 40°, è stato naturale creare dei momenti di svago e di distrazione. Ricordo con piacere il tempo trascorso con l’aiuto regista che la mattina ci faceva ripetere la scena in un contesto più rilassante, poi si tornava come soldati sul set, dove dovevamo rigare dritto. Credo però che la stessa serie girata d’inverno avrebbe avuto un sapore diverso. Nonostante tutto, il caldo e il torpore, ovviamente stancanti, ci hanno ben accompagnati.

Taranto, città poco nota al grande pubblico televisivo, in che modo entra nella storia?

Il luogo più presente nella serie è in assoluto la procura di Taranto, un palazzo bellissimo, importante, che ha qualcosa di caratterizzante. Il mare è molto presente, ci sono dei passaggi in macchina in cui si vedono delle zone bruciate dal sole, tra le quali si scorge il lato industriale della città. Non si parla però della città turistica, tra l’altro molto bella, perché non interessava restituire al pubblico una cartolina. 

Quali sono le sfide di questo giallo psicologico?

Raccontare correttamente un universo femminile complesso, vario. È un thriller, certo, c’è tanto mistero, tutto ruota intorno a questo, ma i personaggi sono raccontati nelle loro diverse sfaccettature. Rispetto al passato si propongono molte più storie al femminile e il titolo di questa serie pone proprio l’attenzione su un racconto di donne che non devono sostituirsi agli uomini, o trasformarsi in essi, soprattutto se occupano posizioni di potere. Anna ha una tenuta molto sobria, sarebbe stato assurdo farle sfoggiare altri abiti, è rigorosa, è un giudice impegnato, non ha tempo di occuparsi di altro. Al di fuori di questo, però, tutto il suo universo emotivo è prettamente femminile, al lavoro funziona con un intuito e un approccio di donna.

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Fuori la voce ragazzi!

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THE VOICE

Al via l’edizione KIDS del talent show condotto da Antonella Clerici. In giura Loredana Bertè, Gigi D’Alessio, Clementino e i Ricchi e Poveri. Da sabato 4 marzo in prima serata su Rai 1

Dopo lo straordinario successo di “The Voice Senior”, arriva dal 4 marzo in prima serata su Rai1, “The Voice Kids”, la versione junior del talent show che premia le più belle voci del Paese tra i sette e i quattordici anni. Alla guida del programma ritroviamo Antonella Clerici che ci accompagnerà alla scoperta delle storie dei piccoli protagonisti. Confermata anche la giuria di coach che ha decretato il successo del talent: Loredana Bertè, Gigi D’Alessio, Clementino e i Ricchi e Poveri. Due imperdibili puntate che si apriranno sabato 4 marzo con un’unica sessione di “Blind Audition”, la tradizionale “audizione al buio” distintiva del programma. I giudici, di spalle, ascolteranno i piccoli concorrenti di “The Voice Kids” senza poterli vedere. Sarà solo la loro voce a doverli conquistare e, in quel caso, il coach potrà voltarsi per aggiudicarsi il concorrente in squadra. Se più coach si volteranno, invece, sarà il concorrente a decidere a chi affidare il proprio percorso. Al termine della puntata scopriremo quali saranno i 3 giovani concorrenti per ciascun team che si esibiranno nel gran finale, in onda sabato 11 marzo sempre in prima serata su Rai1, dove sarà il pubblico in studio a decretare il primo vincitore di “The Voice Kids”. La regia è di Sergio Colabona. “The Voice Kids” andrà in onda sabato 4 e 11 marzo in prima serata su Rai 1; sempre disponile on demand su RaiPlay e visibile all’estero su Rai Italia.

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Che Dio ci aiuti scalda il cuore

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ILEANA D’AMBRA

Nella serie di Rai 1 è Catena, la giovane ospite del convento degli Angeli custodi determinata a diventare una cantante. Al RadiocorriereTv parla degli esordi a teatro e nel cinema e di una passione nata da bambina: «Avevo quattro anni quando dissi a mia mamma di volere vincere l’Oscar, due anni più tardi lei mi iscrisse a un corso di recitazione»

Dal 2020 a oggi nella sua vita professionale sono successe tante cose, con quale aggettivo definirebbe questo periodo?

In continuo cambiamento e mai uguale. Ho sempre cercato, e lo farò anche in futuro, di variare il più possibile le mie scelte professionali. Lo trovo stimolante.

Come nasce in lei la passione per la recitazione?

Sono sempre un po’ a disagio quando mi si fa questa domanda perché non c’è stato un momento vero e proprio. Dico sempre che è un po’ il mestiere a essere venuto da me (sorride). Avevo quattro anni quando dissi all’improvviso a mia mamma di volere vincere l’Oscar, due anni più tardi lei mi iscrisse a un corso di recitazione e da allora non ho mai smesso. A diciotto anni è arrivato il vero lavoro con una compagnia teatrale.

Ricorda il debutto?

A Roma, nel 2015, con “Cattivi ragazzi” al Teatro della Cometa, il protagonista era Francesco Montanari. Fu emozionante vedere il mio nome in cartellone. Finite le tre settimane di recite mi guardai allo specchio in camerino e capii di voler continuare.

E come andò?

Uscita dal liceo feci il provino in tutte le accademie, ma non venivo mai presa, pur arrivando molto vicina all’obiettivo. Provai per quattro anni senza mollare. A un certo punto cominciai a pensare che non fosse la mia strada. Ma mi rimboccai nuovamente le maniche fino a quando venni scelta per “Favolacce” dei fratelli D’Innocenzo. Stavo facendo un workshop con il casting director di quel film, Davide Zurolo, e arrivò la sua proposta. Il mestiere è venuto da me, ma io l’ho voluto fortemente. Credo che la fatica ripaghi.

Cosa significa essere un’attrice oggi?

Avere ancora più incertezze di ieri perché quello dell’attore è un mestiere sempre più precario. E poi avere una responsabilità umana e sociale importante.

Da qualche settimana è impegnata in Tv su Rai 1, come ha vissuto l’incontro con “Che Dio ci aiuti”?

Benissimo. L’ho voluto fortemente. Riavvolgo il nastro e torno allo scorso anno, avevo finito di girare due film molto impegnativi: “La prima regola”, di Massimiliano D’Epiro, e “Il maledetto” di Giulio Base, film drammatici. Dopo quelle esperienze ho pensato che avrei voluto divertirmi, puntando sulla vena comica che sentivo di avere. Con “Che Dio ci aiuti” mi sono divertita sin dal provino, ho svuotato la mente e ricaricato le batterie. Una nuova bellissima sfida.

Cos’ha pensato alla prima lettura del copione?

L’ho letto e ho detto: ci azzecco (sorride). Era tutto divertente e facile da raggiungere perché vicino alla mia personalità.

Della sua Catena ha apprezzato subito tutto?

Catena crede nella fortuna e nella sfortuna, nelle quali io invece non credo assolutamente, perché penso che siamo noi a muovere tutto. Ho avuto difficoltà ad accettare questo suo modo di pensare. Nel corso dei mesi mi sono poi affezionata anche a questa sua caratteristica.

Elena Sofia Ricci e Valeria Fabrizi sono due colonne della serie, come è andata con loro?

Ho avuto la fortuna di lavorare con Elena Sofia e la prima volta che ho fatto la scena con lei mi tremavano le gambe. La sua presenza scenica è magnifica. Valeria mi ha dato molti consigli, in modo affettuoso, sono state entrambe molto accoglienti.

Cosa le ha chiesto il regista Francesco Vicario?

È stato lui a insegnarmi a rendere comica Catena, ad azzeccare i tempi, che è una cosa molto complessa.

Cosa ci insegna “Che Dio ci aiuti”?

Scalda il cuore. È un prodotto profondamente onesto e porta un po’ di leggerezza d’animo. È quasi una coccola, è rassicurante e credo che questa sia una cosa molto bella.

C’è un consiglio che darebbe alla sua Catena per farle vivere al meglio la sua permanenza in convento?

Le direi di fidarsi di più di Azzurra, alla quale nasconde qualche piccola verità. E poi la inviterei a pensare di essere la padrona della propria vita.

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Un racconto corale al femminile

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SEI DONNE – IL MISTERO DI LEILA

Un giallo psicologico nel quale la ricerca della verità si incrocia con le storie delle protagoniste, rappresentative di un universo femminile contemporaneo. Dal 28 febbraio su Rai 1 tre prime serate all’insegna del mistero

La scomparsa di una ragazzina, Leila, e del suo patrigno Gregorio, è il mistero attorno al quale si sviluppa “Sei Donne – Il mistero di Leila”, serie creata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta, diretta da Vincenzo Marra (Tornando a casa, L’ora di punta, L’equilibrio), al suo debutto nella serialità. Un giallo psicologico in tre puntate nel quale la ricerca della verità si incrocia con le storie di sei donne di oggi – Anna, Michela, Alessia, Viola, Aysha, Leila– ciascuna con un proprio vissuto e con i propri segreti, rappresentative di un universo femminile contemporaneo, tra determinazione e fragilità, amore e odio, costrizioni e libertà. 

Un mistery avvincente che indaga la psicologia di personaggi complessi e sfaccettati, con particolare attenzione al tema del riscatto femminile, già sperimentato in acclamate serie Rai come “Un’altra vita”, “Sorelle”, “Mentre ero via”

Un titolo innovativo e corale che unisce un cast di grandi nomi a un approccio produttivo e narrativo autoriale. Protagonista Maya Sansa, nel ruolo del Pubblico Ministero di Taranto Anna Conti, stimata e autorevole professionista con un problema di alcolismo, riaffiorato dopo la fine del suo matrimonio, che la rende dura nei rapporti interpersonali, soprattutto con il nuovo ispettore Emanuele(Alessio Vassallo), appena arrivato in Procura. Trovando nella sparizione di Leila (Silvia Pacente) delle analogie con il suo passato, Anna si butta senza tregua nella risoluzione del caso, inizialmente sottovalutato dalla Procura come un semplice allontanamento volontario, ma sul quale sembrano aleggiare bugie, incongruenze e testimonianze poco convincenti. Intorno al “mistero di Leila” ruotano le altre donne della serie: Michela (Ivana Lotito), la zia materna, chirurgo ortopedico, Alessia (Denise Tantucci), l’allenatrice di atletica, Aysha (Cristina Parku), la migliore amica di Leila e Viola (Isabella Ferrari), la vicina di casa. Arricchiscono il cast Maurizio Lastrico nel ruolo di Gregorio, il patrigno di Leila, Pier Giorgio Bellocchio nei panni di Roberto, l’ex marito di Anna, e Gianfelice Imparato, che interpreta il Procuratore capo Marcello Trifoni, molto vicino ad Anna, con lei duro e protettivo allo stesso tempo.

Nulla è scontato e prevedibile in questo intreccio noir che si dipana, puntata dopo puntata, offrendo allo spettatore indizi, conferme, confessioni, inaspettati risvolti e giochi di ruolo capaci di condurlo, senza rassicurazioni né retorica, alla verità.

Realizzata con il contributo di Apulia Film Fund della Fondazione Apulia Film Commission, la serie restituisce la fotografia di una Taranto inedita e contemporanea, a fare da cornice a un racconto corale dove le storie dei protagonisti si intrecciano con un tessuto territoriale lontano da stereotipi.

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Si riparte dalla vita

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RESTA CON ME

Una serie che spazia tra toni e generi diversi, presentando al pubblico una storia dai molti sapori. Non un semplice poliziesco, ma un “romanzo” in cui all’esaltazione della forza si preferisce l’indagine sulle fragilità umane. La domenica in prima serata su Rai 1 e in streaming su RaiPlay. Il RadiocorriereTv ha incontrato i protagonisti

Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo. Nella foto Francesco Arca, Laura Adriani e Mario Di Leva. Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito. Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo. in the picture Francesco Arca, Laura Adriani and Mario Di Leva. Photo by Gianni Fiorito This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film. The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.

FRANCESCO ARCA

La firma di De Giovanni in una serie che il pubblico ha già dimostrato di amare molto…

La scrittura di un autore così importante come Maurizio De Giovanni e lo sviluppo della sceneggiatura di Donatella Diamanti hanno permesso a noi attori di entrare immediatamente dentro i personaggi. Erano scritti in maniera sapiente, noi abbiamo solamente lavorato sulla profondità e sulle loro fragilità.

Parliamo di questa Napoli notturna…

Una notte che non diventa buio perché, anche durante le riprese, abbiamo incontrato allegria, energia, ma soprattutto solidarietà. Tantissimi sono stati gli incontri con persone che, come angeli, si muovono nel silenzio per regalare ad altri un po’ di conforto.

Il piccolo e il grande schermo ci hanno abituati a vedere personaggi che esaltano la forza. In “Resta con me” si punta il faro sulla fragilità umana

Il pubblico ha incontrato Alessandro nel momento più bello della sua vita, sia dal punto di vista professionale sia familiare. L’evento drammatico che cambia la rotta della sua vita, di cui in qualche modo è responsabile, produce ulteriori situazioni drammatiche che lo costringono a prove sempre più dure. È qui che deve inevitabilmente fare i conti con le sue debolezze e contraddizioni. L’ingresso di Diego nella storia però è una scossa per i protagonisti, costretti a relazionarsi con le loro emozioni più profonde.

Gli inciampi della vita costringono l’uomo a continue ripartenze. In che modo accade ai protagonisti di questa storia?

La vita mette sempre davanti a nuove sfide che, per sopravvivere, devono essere affrontate. Da tutto questo ne puoi uscire bene o a pezzi, come accade ad Alessandro e Adriana. Il loro rapporto viene messo su un banco di prova interessante, la loro storia è un’altalena emozionale che li porta verso un profondo cambiamento.

Chi è alla fine Alessandro?

Me lo sto chiedendo tutt’ora, dopo tutti i mesi in cui “siamo stati insieme”, e non avrei voluto lasciarlo andare. Sono molto affezionato a lui, abbiamo cercato di lavorare su quelle fragilità che anch’io avevo bisogno di tirare fuori. È stato bello, emozionante.

Cos’ha colpito il pubblico di questa serie?

La lunghezza del racconto ha aiutato ad andare in profondità dei personaggi, a sviscerare ogni aspetto, permettendo allo spettatore di stabilire un legame. C’è una varietà bellissima di anime, con colori e sfumature diversissime nelle quali ci si può immedesimare.

Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo. Nella foto Francesco Arca e Laura Adriani. Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito. Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo. in the picture Francesco Arca and Laura Adriani. Photo by Gianni Fiorito This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film. The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.

LAURA ADRIANI

Com’è stato l’incontro con la sua Paola?

All’inizio semplice. Ricordo quando ho cominciato a leggere la sceneggiatura durante il provino, è entrata dentro di me facilmente, l’ho capita, sono subito entrata in empatia con lei. Poi, come avete potuto seguire dalla storia, è stato tutto molto travagliato.

La scrittura di Maurizio De Giovanni e la narrazione televisiva…

Gli scrittori sono le fondamenta di tutto. Se hai una buona sceneggiatura, una bella storia, dei personaggi che colpiscono per il mondo di cui si fanno portatori, come accade per ogni essere umano, quando vedi un’opera così piena di personaggi sui quali non si è fatto un lavoro approssimativo, ma si è voluto andare a fondo, allora si è già a metà dell’opera. Questo è importante anche per noi attori che arriviamo con qualcosa di ben definito. Se manca, siamo costretti a crearlo noi, facendo però il lavoro di qualcun altro.

Come entra Napoli in questa storia?

Spero che si percepisca una città familiare, una città che accoglie. Una Napoli che è casa, che può essere una casa.

Quando nelle vite dei protagonisti tutto si fa complesso, arriva un bambino…

Diego, come tutti i bambini, porta la verità. Se li ascoltassimo un pochino di più saremmo tutti degli esseri umani migliori.

Qual è il sentimento che vorrebbe questa serie lasciasse allo spettatore?

Serenità, nonostante tutto quello che in questa vicenda accade. La serenità di capire che, anche una disgrazia, può portare a una liberazione, a una leggerezza. In me ha lasciato una gran voglia di vivere e un forte desiderio di amore.

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Vogliono tutte ballare con me

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FABRIZIO BIGGIO

Mercoledì 22 febbraio 2023. È da poco passato mezzogiorno quando raggiungiamo al telefono il compagno d’avventura di Fiorello a “Viva Rai 2!”, programma rivelazione della stagione Tv. La sua voce è squillante, il tono è accogliente, nonostante la sua giornata sia iniziata molte, ma molte, ore prima

ROMA 7 DICEMBRE 2022 PUNTATA DI “VIVA RAI2” IN ONDA DAL LUNEDI AL VENERDI ALLE ORE 07 00 SU RAIDUE. NELLA FOTO FABRIZIO BIGGIO – ROSARIO FIORELLO

Ciao Fabrizio, come stai?

Bene, un po’ assonnato, ma appena riattacco con te vado a letto (sorride).

“Viva Rai 2!”, da una scommessa a un successo… come stai vivendo questo momento della tua carriera?

Mi diverto e questa è una cosa preziosa. Quando puoi fare il tuo lavoro divertendoti è un privilegio. Non è cosa scontata. A “Viva Rai 2!” si è creato un clima di amicizia, di amici al bar, perché tutto è nato al bar. Si ride in trasmissione, ma questo è soltanto la punta dell’iceberg, perché continuiamo a divertirci e a scherzare per tutta la mattinata mentre cerchiamo le idee per il giorno dopo. C’è davvero un bel clima. Certo, se non fosse alle cinque del mattino sarebbe tutto perfetto… (sorride).

Che cosa stai scoprendo delle prime ore dell’alba, anzi della fine della notte, che prima non sapevi?

Esco sempre alle 5.25 in punto dal residence in cui vivo a Roma e a quell’ora c’è pochissima gente in giro. E così incontro sempre le stesse persone, chi attraversa la strada sempre al solito incrocio, la stessa ragazza che fa jogging, il furgone del pane di fronte alla panetteria parcheggiato allo stesso modo. Sembra il giorno della marmotta che si ripete sempre identico. Quando le persone in giro sono poche, le loro abitudini si notano facilmente. E poi è bello che alle 8 del mattino abbiamo già fatto la performance e abbiamo tutto il giorno davanti.

Le persone vi amano così tanto da sopportare di essere svegliate presto… una bella dimostrazione d’affetto…

C’è tanta gente che ha cambiato le proprie abitudini per vederci, che mette la sveglia alle 7.15 per stare con noi. Questo ci fa un piacere enorme, oltre ai tanti che vengono in via Asiago tutte le mattine e ci riempiono il cuore. Pensa se arrivassimo un giorno e trovassimo la strada vuota. Voglio dire grazie a tutti quelli che passano a trovarci, ci danno un sacco di energia.

Quando hai capito che la formula “2 + allegra brigata” sarebbe stata quella giusta per uno show del mattino?

Già dal bar di Roma dove cominciammo a novembre con “Aspettando Viva Rai 2!” su RaiPlay. Non c’è un momento esatto, è stato tutto molto graduale. Rosario crea un clima molto bello in cui sono tutti felici di essere lì, a partire da chi viene a pulire il glass box alle 5 del mattino con il sorriso. Siamo come una grande famiglia, felici di essere dentro questa grande avventura.

Come questo show ha cambiato la tua vita?

La mia vita è cambiata perché sono un dormiglione, posso svegliarmi a mezzogiorno senza nessun senso di colpa. Non mi sembra di sprecare la vita quando dormo. Inoltre, mi sono trasferito a Roma, quindi la famiglia, i bambini, li vedo meno. Però è bello mancarsi e nel week-end, quando ci ritroviamo, apprezziamo di più lo stare insieme. Ci sono tante belle cose che sono venute fuori da  questo programma.

Ricordi il tuo primo incontro con Rosario?

Tre anni fa ero andato a trovare l’amica Andrea Delogu in via Asiago mentre lui stava facendo “Viva RaiPlay!” nel glass. Andrea, amica comune, ci presenta e si comincia a parlare. A un certo punto Fiore mi chiede di seguirlo nel glass e mi fa sedere accanto a sé. Ci conoscevamo da appena tre minuti ed eravamo in onda insieme. Ci siamo divertiti e così mi ha chiesto di fare con lui anche le altre puntate. Lo scorso anno, con “Viva Rai 2!”, mi ha richiamato.

Cosa ti ha insegnato Fiore?

Tante cose. È un po’ come giocare a calcio. Tu sei un buon calciatore, poi capiti in squadra con Maradona. Lo vedi giocare e dici… ma come fa! Un po’ di cose le osservi e basta, e niente, le può fare solo lui. Io rubo, rubo, vedo il ritmo che Rosario riesce a dare, i suoi tempi, il mestiere, la preparazione. Ho imparato che per questo mestiere bisogna sempre prepararsi, perché è un mestiere e bisogna onorarlo. Si va in onda essendo preparati, poi, sulla preparazione, nascono l’improvvisazione e il cazzeggio. Si prova, si pensa, si studia, quando si è in diretta c’è il risultato di tutto quell’impegno. La cosa bella è che in Tv passa la leggerezza, come se fosse tutto semplice. Come quando vedi giocare Maradona o Roberto Baggio (sorride).

Niente male il tutù o la tutina da ballo, come sei arrivato a osare così tanto?

È colpa sua (Fiorello). Un giorno ha detto di volermi vedere ballare nudo in strada con zero gradi, questo per la goliardia che c’è tra di noi. E così, ospite di una puntata Elena D’Amario, mi sono cimentato con lei. Ha funzionato, era divertente e da lì è nata la gag che tutte le grandi ballerine vogliono danzare con me.

Nessun precedente di Biggio-ballerino?

Le volte che ho ballato in vita mia le puoi contare a “Viva Rai 2!”, perché sono solo quelle (sorride).

Tu di “Viva Rai 2!” sei anche autore, quanto ci potrete ancora stupire?

Ci chiediamo ogni giorno, con tante puntate ancora da fare, come potremo mantenere l’asticella così alta. E poi ci sono gli ospiti, le ricorrenze. Chiacchierando, le cose vengono fuori.  Anche noi ci stupiamo. Finché dura siamo contenti.

Dall’altro lato del tavolo (e di Fiorello), c’è il buon Mauro Casciari…

Mauro è una persona stupenda, meravigliosa. Fa parte del buon umore, tante trovate sono le sue. Magari in onda è più silenzioso, ma è indispensabile.

Alle vostre spalle si anima all’improvviso Ruggero… cosa provi di fronte alla sua energia?

Gli chiedo spesso come faccia. Nelle puntate notturne di “Viva Rai 2… Viva Sanremo!” eravamo tutti distrutti. Quando Rosario andava in onda nei collegamenti con il Festival e faceva quello stanco, era una gag fino a un certo punto, lui era veramente distrutto. L’unico sveglio, con gli occhi aperti e pimpante, era Ruggero. A 83 anni è rinato, va in onda, firma gli autografi, fa le foto. Ha un’energia invidiabile.

Andare a ruota libera, quali rischi si corrono?

Con Rosario nessuno. Ti tiene sotto la sua ala protettrice, finché c’è la sua intelligenza nel fare le cose, che è il suo marchio, sei tranquillo. Se io o Casciari dovessimo dire una cosa sbagliata, lui rimedierebbe in qualche modo.

Nel tuo cassetto dei sogni che cosa c’è dentro?

Un mio film, che è già scritto e che mi piacerebbe riuscire a realizzare. Chissà, intanto sta nel cassetto.

Fabrizio Biggio è un uomo felice?

Madonna! Felice perché la vita è difficile, faticosa però sorprendente. Lasciarsi sorprendere è forse un po’ il segreto per essere felici.

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Mare fuori mi ha cambiato la vita

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ARTEM

«Io e Pino? Come gemelli siamesi. Ma lui ha avuto maestri sbagliati». L’attore parla del suo personaggio e del successo ottenuto nella serie di Rai 2

Come ha vissuto il ritorno a “Mare Fuori”?

Con grande entusiasmo e spensieratezza, sapendo che “Mare Fuori” avrebbe “spaccato” (sorride). I risultati delle prime due stagioni facevano prevedere un buon successo della terza.

Come questa esperienza ha cambiato la sua vita?

L’ha cambiata in modo positivo. Lavorare significa imparare, confrontarsi con gli altri. Significa formarsi da un punto di vista artistico, personale e spirituale. La vita è magnifica e bisogna crescere, avendo sempre gratitudine nei confronti di ciò che ci viene dato, delle possibilità che ci vengono offerte. Sono grato a Dio, ai produttori, alle persone con cui collaboro.

Pensi ad Artem prima di “Mare fuori”, che ragazzo ricorda?

Un ragazzo che aveva fame, che voleva lottare in qualsiasi modo pur di raggiungere il suo sogno.

Com’è cambiato nel tempo il rapporto con Pino, il suo personaggio?

Oggi lo vedo molto più maturo, più a suo agio nell’amore, nelle amicizie. Pino è più sereno, e questo mi fa piacere, da un certo punto di vista stiamo crescendo insieme. Certo, lui non ha avuto una guida, non ha saputo convogliare nel modo giusto le proprie energie e si è fatto trascinare dal contesto in cui è vissuto, ha avuto maestri sbagliati.

Si dice che un attore non debba mai giudicare il proprio personaggio, ma che debba viverlo e basta. Lei a Pino è arrivato a volere bene?

Lo adoro. Ormai fa parte di me e io faccio parte di lui. Siamo due gemelli siamesi.

Che cos’è Napoli per lei?

La mia casa, il mio tempio, è il luogo in cui sono diventato uomo. Vorrei che ci fossero meno pregiudizi nei suoi confronti e al tempo stesso che potesse offrire maggiori opportunità. Napoli ha grandi potenzialità ed è anche una città ricca di talenti.

Quando nasce la sua passione per la recitazione?

Dopo l’uscita della prima stagione di “Mare Fuori”, lì è accaduto qualcosa, un boom interiore che mi ha fatto capire che la strada era quella giusta. Tutto è nato per caso, per gioco, per speranza. Lavoravo in un autolavaggio e cercavo di mettere da parte i soldi per realizzare quello che era il mio sogno all’epoca, diventare pugile, campione del mondo. Oggi sono contento e grato per avere scoperto la recitazione.

Pronto a mettersi alla prova anche con altri personaggi?

Quando metti disciplina e amore in ciò che fai, tutta la tua anima, puoi interpretare personaggi diversi. L’attore è come il musicista, che con sette note può creare tantissime composizioni. Bisogna credere nella propria evoluzione, nelle proprie capacità.

Cosa la rende felice?

La vita.

Cosa si dice in famiglia di questa sua affermazione?

Gli occhi di mia madre parlano da soli, vederla orgogliosa di me è la felicità più grande. Sono sempre stato concentrato sui miei obiettivi, sono felice che arrivino i frutti.

Come vede il suo futuro?

Non temo il futuro perché sto costruendo bene il mio presente. Non ho paura nemmeno di smettere di lavorare, di un eventuale declino, di cadere, anche perché vengo già dal basso. Al tempo stesso guardo la vita con ottimismo.

Nel cassetto dei sogni?

C’è l’Oscar. Per dimostrare che anche se vieni dal basso, ma hai la testa sulle spalle e tanta volontà, puoi arrivare al riconoscimento più grande.

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All’ombra della montagna

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FIORI SOPRA L’INFERNO

Gianluca Gobbi e Giuseppe Spata sono i protagonisti del thriller psicologico con Elena Sofia Ricci, in onda il lunedì su Rai 1 e in streaming su RaiPlay

24 gennaio 2023 FIORI SOPRA L’INFERNO : Rai1 con Giuseppe Spata, Elena Sofia Ricci, Gianluca Gobbi

GIANLUCA GOBBI

Tutto nasce da un caso letterario…

Il romanzo di Ilaria Tuti ha davvero conquistato tutti, non so quante traduzioni ha concretizzato in Europa. Sull’onda di questo successo, speriamo di replicare anche noi con la serie.

Qual è il suo ruolo in “Fiori sopra l’inferno”?

Sono l’Ispettore Capo Giuseppe Parisi, l’ombra di Teresa Battaglia in questo crime-thriller molto “freddo”. Mi piace definire questa storia come un quadro di Hopper, c’è sempre un lume di candela all’interno di un enorme buio. Tutto si svolge a Travernì, immaginario paesino tra Italia e Austria, la cui tranquillità viene sconvolta da un serial killer. Parisi segue passo dopo passo le indagini con Teresa, una donna alla quale vuole molto bene e che sente di dover proteggere.

Quali sono i punti di forza di questo thriller psicologico?

Probabilmente la società oggi ha bisogno di questo tipo di storie, un thriller “accogliente”, qualcosa di molto teatrale che tiene sempre qualcosa di caldo in mezzo al buio, alle ombre e al freddo della neve. È lì che troviamo una speranza, la solita e vecchia luce.

TITOLO:

GIUSEPPE SPATA

TESTO:

Come entra il romanzo di Ilaria Tuti nella storia?

Questo libro è stato un punto di riferimento assoluto fin dalla preparazione, si passava dalla sceneggiatura al romanzo per catturare quante più suggestioni possibili. È grazie alla penna strepitosa della Tuti che tutto questo progetto è nato, le sue montagne, il suo immaginario, i suoi personaggi… Un testo che andava assolutamente rispettato.

Chi è Massimo Marini?

Un giovane ispettore che viene assegnato alla sezione omicidi di Travernì sotto il comando di Teresa Battaglia. In questi luoghi si ritrova a cominciare da zero la sua vita, deve tagliare i ponti con il proprio passato e ripartire dal proprio mestiere, che è l’unica cosa in cui crede fermamente. Il suo è un cammino verso la ricerca della felicità. È un personaggio molto fragile e, allo stesso tempo, coraggioso.

Sulle montagne di questo paese immaginario l’incontro con Teresa Battaglia…

All’inizio è stato piuttosto difficile, condizionato dal retaggio un po’ provinciale di Marini. È un giovane che vuole immediatamente dimostrare di saper fare bene il proprio mestiere ma, grazie a Teresa, scopre l’enorme differenza tra la teoria e la pratica nella gestione delle indagini. Impara, dunque, a stimare questa donna prima professionalmente e, verso la fine, anche umanamente.

Quale rapporto sì instaurato con i suoi colleghi di set?

Molto bello, un bel viaggio con tutti. Elena Sofia Ricci, poi, mi ha restituito con estrema semplicità e generosità la sua esperienza enorme, tra teatro, tv e cinema, lavorare con lei è stato un privilegio, un motivo di crescita.

Cosa colpisce di questo racconto?

È imprevedibile, avvincente, insolito. Un racconto dai toni molto scuri, con la montagna che incombe con il suo fascino già nel romanzo, un luogo che cela un “inferno” sotto, restituisce dei cadaveri, nasconde killer, ma lo fa in uno scenario meraviglioso. i cosiddetti “fiori sopra l’inferno”. 

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Sanremo, la luce più forte

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#SANREMO2023

Il RadiocorriereTv incontra Amadeus, direttore artistico del 73° Festival della Canzone Italiana: «Orgoglioso dei miei giovani, fanno bene alla musica»

SANREMO 11 FEBBRAIO 2023 SERATA FINALE DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALANA DI SANREMO. NELLA FOTO AMADEUS GRUPPO MUSICALE ANTYTILA

È calato il sipario su Sanremo 2023, cosa rimane nel suo cuore?

È un cuore affollato di gioia, di sentimenti, di canzoni, di emozioni. Cinque giorni che mi sono sembrati quasi il triplo, talmente tante sono state le cose accadute in così poco tempo, che normalmente accadono in un anno intero (sorride).

Ventotto canzoni che raccontano quello che siamo, la nostra società. Soddisfatto, a Festival concluso, della sua scelta musicale?

Assolutamente soddisfatto, felice. Sono ventotto canzoni che rispecchiano intanto la storia, l’umore, quello che volevano portare in gara i cantanti. Poi, chiaramente, rispecchiano il sentimento di molte persone, di molti giovani.

È alla quarta conduzione, come è cambiato il suo modo di vivere e sentire Sanremo?

L’emozione è la stessa. Dal primo al quarto festival il mio atteggiamento non è mai cambiato, mai mi sono sentito più tranquillo o sicuro. Diciamo che, ovviamente, conosco di più la macchina. L’esperienza ti aiuta a conoscere meglio tutto il mondo Sanremo anche se, per assurdo, rispetto al primo anno oggi ci lavoro di più perché con il tempo bisogna affinare la perfezione.

Come è cambiata la musica nel nostro Paese?

È cambiata totalmente. Ma la cosa bella è che c’è una presenza di giovani notevole, con musica attualissima, internazionale, mantenendo però lo stile della musica più tradizionale. Al tempo stesso i nomi più tradizionali, anche musicalmente, si stanno adeguando a un suono attuale. I giovani fanno bene a tutti.

Soddisfatto dei sei giovani che ha portato sul palco dell’Ariston?

Sono orgoglioso di loro.

Ci regala una frase con la quale ama descrivere il Festival?

Sanremo è la luce più forte che illumina lo spettacolo, la musica, l’arte, i sentimenti e la libertà di espressione. Tutto questo è Sanremo e tutto questo non può più tornare indietro.

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