A vent’anni dalla scomparsa, la vita e le
tante passioni di uno dei più celebri protagonisti della vita economica e sociale italiana.Venerdì
17 marzo alle 21.25 su Rai 3
La Fiat, la Juventus, il potere degli affari, il
rapporto con la politica, ma anche il gusto per la bellezza, i motori, la
Ferrari, il culto della vela e dello sci: sono i temi che hanno scandito la
vita di Gianni Agnelli, per 50 anni protagonista della vita economica e sociale
italiana e non solo.
A vent’anni dalla sua scomparsa, il documentario
“Gianni Agnelli, in arte l’avvocato”, ripercorre le tappe fondamentali della
vita di Agnelli per ricostruire soprattutto il percorso dell’uomo, tra successi
e cadute, prima ancora che quella del personaggio pubblico.
Si delinea un ritratto che riesce a far luce sulla sua
dimensione personale e intima grazie alle testimonianze originali di familiari,
amici, collaboratori, storici, operai e giornalisti, che accompagnano il
pubblico nel cuore di un racconto inedito di una vita densa, scandita da
avvenimenti cruciali. La partecipazione alla Seconda guerra mondiale, la dolce
vita in Costa Azzurra, la presa del comando in azienda, la sfida al terrorismo
con la decisione di non andarsene da Torino. Il documentario non tralascia però
le zone d’ombra, dalle scelte strategiche controverse fino al dolore per le
morti premature che hanno toccato la famiglia.
Tra le testimonianze d’eccezione nel documentario
quelle di Ezio Mauro, Paolo Mieli, John e Lapo Elkann, Jean Todt, Michel
Platini, Giorgio Chiellini, Marcello Lippi. Aprono il cassetto dei loro ricordi
personali anche Giorgio La Malfa, l’editore de La Presse Marco Durante, la
famiglia Caraceni, e due testimonial di rilievo come Marco Tronchetti Provera e
il Senatore a vita Renzo Piano, per la celebrazione di un protagonista senza
rivali della storia italiana.
Il documentario, con la regia di Emanuele Imbucci, è
in onda venerdì 17 marzo alle 21.25 su Rai 3, ed è introdotto da un
approfondimento condotto da Antonio Di Bella.
Un’edizione straordinaria di “Ballando con le
Stelle”, con ascolti davvero importanti, e ora il ritorno del “Cantante Mascherato”,
come sta vivendo questa stagione Tv?
È stato veramente un anno particolare, in cui
siamo usciti dai regolamenti covid. E non è stato una cosa da poco. Il nostro
compito è quello di essere imperturbabili, di portare allegria, serenità,
divertimento, ma con quello che succedeva era complicatissimo. C’era sempre la
spada di Damocle, sospesa su di noi, per cui quando una persona risultava
positiva altre venivano fermate in via precauzionale, ed era a rischio l’intera
produzione. Tutto naturalmente sacrosanto, ma è stato angosciante. Stiamo
vivendo l’anno della ritrovata normalità. Che gioia! È stato bello tornare a essere
realmente spensierati.
Nuovo anno e nuove maschere
In questa nuova edizione, che va in onda di
sabato ed è un po’ più lunga, abbiamo introdotto il “mascherato per una notte”,
l’ospite d’onore. Abbiamo costruito una maschera universale, che possa ospitare
i diversi tipi fisici, che andasse bene per tutti. È un grande cuore, che viene
carrellato dentro allo studio, con un personaggio o più personaggi all’interno. Si apre davanti e rivela uno
schermo retroilluminato in cui la persona, o le persone, si vedono in silhouette.
Li vedi muoversi, li senti cantare, e devi indovinare di chi si tratti. Avremo così
uno smascheramento a un terzo di trasmissione, senza dovere aspettare la fine
della puntata per avere la soddisfazione di conoscere l’identità. E poi ci sono
le dodici maschere in gara.
Ce le presenta?
Grande novità, ci sono tre maschere che hanno
un volto umano: il Cavaliere veneziano, vestito con abito del Settecento
e con la sua parrucca lunga. Stesso discorso vale per la Stella e la Rosa.
Quest’ultima ha un grande abito a forma di rosa con una testa che è una
corolla, ma all’interno, dove c’è il bocciolo, c’è un volto umano. Una novità
di scrittura rispetto alle maschere degli animali parlanti, quelle della nostra
infanzia: da “Pinocchio” con il gatto e la volpe a “Robin Hood”, che è una
volpe, e il menestrello che è un gallo. Vedremo come questa novità sarà accolta
dal pubblico. È una peculiarità dell’edizione italiana, come del resto l’ospite
d’onore.
Passiamo agli animali…
… abbiamo i Colombi, una maschera
romantica ed elegante, il Cigno, che può contenere da una a cinque
persone. È veramente grosso, come una utilitaria a forma di cigno, è fatta
apposta per confondere ancora di più le acque. C’è il Criceto, che in
realtà è una criceta e indossa il tutù da ballerina, con le collane. È quasi
una mascotte per bambini. Quindi lo Scoiattolo nero, che esiste davvero
e vive sulla Sila, in Calabria. Un vero e proprio scoiattolo italiano. Abbiamo
lo Squalo, vestito come un Dean Martin anni Cinquanta-Sessanta, gessato,
rosso, con aria un po’ beffarda. E il tenero Riccio che, al contrario, è
un animale molto timido, che si difende chiudendosi a palla. È un tenerone.
Ma non è tutto…
… c’è il Ciuchino, simpaticissimo, ed è
da rivalutare completamente. Nell’immaginario collettivo è un animale sciocco e
sfaticato, l’esatto contrario della realtà, in quanto l’asinello è intelligente
e laboriosissimo. Quindi viva il Ciuchino (sorride). L’Ippopotamo è un rocker, vestito come
Elvis anni Settanta, e c’è anche il Porcellino, animale estremamente
intelligente, spesso narrato erroneamente nelle favole come sciocco.
Novità anche in giuria, come si stanno
integrando tra loro i nuovi giurati?
Si sono incontrati per girare il promo e nel
giro di un attimo erano già amalgamati. Si conoscono da tanto tempo, così
possono scherzare senza problemi diplomatici. C’è davvero un clima molto
goliardico.
Direttamente da “Ballando con le Stelle”
arriva Iva Zanicchi
Iva arriverà, immagino, con una enciclopedia
della barzelletta. La fermano anche per strada proponendogliene alcune da dire
in televisione. In giuria ci sarà Serena Bortone, che ha una capacità
investigativa nell’animo. Vedo come sa conquistare la fiducia degli interlocutori
nelle sue interviste, i suoi ospiti le aprono il cuore, le dicono cose anche
molto personali. Lei sarà una punta di diamante della nostra investigazione.
Poi c’è Cristian De Sica, l’amico che tutti quanti vorrebbero avere a cena, per
il suo modo di leggere la realtà con ironia.
Ci sono anche due conferme
Della vecchia giuria conserviamo l’arguzia e
la profondità investigativa di Flavio Insinna, il mago di tutte le
investigazioni, perspicace e pignolo come Sherlock Holmes. Quindi Francesco
Facchinetti, con i suoi pigiamini colorati, che ha un approccio curioso: la sua
follia a volte ha messo a nudo elementi che altri giurati non avevano
considerato.
Tra tutte le maschere che state preparando
qual è quella che le somiglia di più?
Somigliarmi no, io sono la mamma di tutti. Una
mamma chioccia che mette un po’ di sé dentro a ogni protagonista…
… in cuor suo non le capita di tifare per
qualcuno?
Il mio atteggiamento è quello dell’allenatore
di una squadra di calcio che sta a bordo campo. Ecco, l’allenatore soffre o
gioisce per tutti. La gara è un trionfo collettivo.
In teatro troveremo anche due
capo-investigatrici.
Sara Di Vaira e Rossella Erra, che
raccoglieranno gli umori e i suggerimenti del pubblico in sala e del pubblico a
casa, quello della rete.
Sempre più numeroso e impegnato nelle investigazioni…
… quando sei a casa non solo hai il televisore
con un buon audio, mentre in studio c’è un po’ di confusione, ma hai anche la
possibilità di avere per le mani lo smartphone, per cercare dettagli che
possono risultare importanti.
Cosa chiede ai concorrenti nel momento dell’ingaggio?
Chiedo loro se vogliano fare un’esperienza
surreale e se abbiano anche voglia di fare un periodo di gioco di guardie e
ladri, perché l’elemento più importante è la segretezza. Ti devi nascondere,
non ti devi far beccare (sorride). Questo concetto l’hanno capito bene
tutti quanti, vedo che anche quando arrivano al primo incontro sono già molto
consapevoli del fatto che non si debba dire nulla ad anima viva. Sono tutti fan
del programma, si sono divertiti in passato nello scoprire tutto il gioco di
scatole cinesi che siamo costretti a creare. Noi diciamo bugie oneste…
Bugie bianche…
Bianchissime, candeggiate (sorride).
E poi c’è il lavoro sulla voce…
La voce parlata la modifichiamo con un plugin.
Quando i cantanti parlano, la loro voce passa da uno strumento che la
restituisce in tempo reale completamente trasformata. Ma quando cantano,
sentiamo veramente la loro voce. Certo, in parte scegliamo un repertorio
distante dal loro. Quando ci fu Al Bano, ad esempio, gli facemmo cantare brani
di Pappalardo, molto diversi dai suoi, e lui fece anche la fatica di graffiare
la voce. L’unica cosa che facciamo, quando ci sono caratteristiche così forti
che anche uno sforzo nell’interpretazione non riesce a cambiare la voce, è
schiarirla o scurirla, portandola un’ottava sopra o un’ottava sotto. Ma la voce
è la loro.
Cosa serve per rendere magica una serata in Tv?
L’emozione vera. Qualunque cosa tu faccia:
reality, emotainment, talent. Deve nascere un’emozione che deve essere
autentica. Se la cosa è procurata, scritta, non funziona. Serve un’emozione
sincera.
Sognava di fare la rockstar, ma è diventato un attore affermato. E’ tra le new entry di “Che Dio ci aiuti 7”, vanta partecipazioni in film, serie tv e nella celebre pellicola “House of Gucci”. «Ogni tanto – dice di Ettore, il personaggio che interpreta – le necessità della vita ti portano a varcare delle porte che non sono proprio le tue, esplorando ambienti che mai avresti pensato di ritrovare»
È tra le new entry nel
cast di “Che Dio ci aiuti 7”, come si è trovato nel recitare in una serie così
seguita e con un cast così importante?
È stata la prima esperienza molto grande all’interno di un
progetto, una nuova avventura. Con Lux Vide avevo già girato “Un passo dal
cielo” e quindi, per quanto riguarda l’ambiente familiare, mi ci sono
perfettamente ritrovato. Il mood del set e delle riprese è stato molto intimo, bello.
Il cast è incredibile, con persone molto sensibili e dolci. In realtà è stato
come entrare effettivamente in una famiglia.
Ettore, il personaggio
che interpreta, attira gli sguardi di tutte le ragazze. Cosa ci fa uno così in
un convento?
Bellissima domanda! Ogni tanto le necessità della vita ti
portano a varcare delle porte che non sono proprio le tue, esplorando ambienti
che mai avresti pensato di ritrovare. Ettore si trova lì per necessità.
I suoi occhi però si
posano su Ludovica, una delle nuove ragazze, aspirante avvocato. La storia non
è facile…
Assolutamente no. Lei ha ben in mente cosa deve fare. Sta
studiando giurisprudenza per diventare avvocato, appartiene ad un ceto sociale
di un certo livello. Diciamo che per Ettore non è facile riuscire a conquistare
il cuore di Ludovica per diversi aspetti, due dei quali ritengo siano proprio
il ceto sociale differente e il fatto che parlino un linguaggio inizialmente
diverso. Questo crea dell’attrito all’interno della loro relazione.
Vanta partecipazioni in
film, serie tv e nella celebre pellicola “House of Gucci”. Com’è stato
ritrovarsi in un cast stellare con Lady Gaga e Ridley Scott?
Tutto completamente inaspettato. Avevo appena terminato di
girare una serie a Torino, quando mi ha chiamato il mio agente dicendomi che a
breve avrei conosciuto Lady Gaga. Ero incredulo. In realtà avevo fatto dei self
tape precedentemente per questo film, ma non avevo più saputo niente. Invece
ero stato preso per un piccolo ruolo in un colossal. Non ci credevo proprio. Poi,
dopo le prove costume e le prove in Valle D’Aosta, posso dire che è stato
davvero assurdo, magico. Un’esperienza trascendentale, nel senso più positivo
del termine.
E’ vero che da piccolo
sognava di diventare rockstar?
Vero. Non è detto che non possa ancora esplorare questo
percorso… La musica è sempre stata la mia più grande passione. La recitazione è
venuta dopo e ha completamente preso il primo posto. Ho studiato per molti anni
musica, ma poi sono arrivati i film. Resta però una componente molto
importante.
Dal sassofono alla
chitarra, ma poi si è affermato come attore. Come ha intrapreso questo
percorso?
Tutto è avvenuto completamente per caso. Una conoscenza,
un’amica di mia madre, nel 2014 stava seguendo un casting che si teneva in
tutta Italia. Disse a mia madre di mandarmi perché poteva essere una buona
occasione, anche perché si cercavano attori senza esperienza. Andai
completamente ignaro di cosa stessi facendo, all’oscuro di tutto e, dopo una
serie di incontri con il regista, iniziai questo percorso. Penso dovesse andare
così.
Anche il teatro è una
sua grande passione?
Mi piace molto. L’ho esplorato meno, anche se ho avuto delle
esperienze molto valide. È molto diverso dal cinema, anche se sono due realtà
che si muovono sugli stessi binari. Adoro il calore del pubblico, il contatto
diretto.
Ci può raccontare un
accadimento divertente del dietro le quinte di “Che Dio ci aiuti7”?
Ho un bellissimo ricordo degli scherzi che si facevano
Pierpaolo Spollon e Francesca Chillemi che hanno un bellissimo rapporto. Questo
era molto divertente sul set, perché portava dell’energia bella. Io sono molto
tranquillo, queste cose non le faccio. Guardo, rido, mi diverto, ma non sono
uno che agisce. Cioè, devo proprio avere tanta confidenza per fare una cosa del
genere… Vivere con loro questo brio è stato molto bello e ha reso il tutto
molto umano.
Nonostante la sua giovane età, ha già ha recitato in diversi film e serie tv ed è new entry nel cast della terza stagione di “Mare Fuori”. Del suo personaggio dice: «È pimpante, non si ferma mai. Non è andato a scuola, vive sulla strada ed è omofobo. Quello che fa è sbagliato, così come lo è la sua vita. La sua voglia di vivere però è la sua positività». E su se stesso aggiunge: «Spero di continuare a fare l’attore, sul set sono felice»
Il suo personaggio è un
nuovo protagonista dell’Istituto di Pena Minorile. Ci descrive Micciarella?
Il mio personaggio si chiama Raffaele Di Meo, detto
“Micciarella”. Dal nome si può dedurre che tipo è: un piccolo diavoletto della
Tasmania che crea zizzania, guai e pasticci. Entra con suo fratello e un suo
amico, Dobermann e Cucciolo, che gli coprono le spalle, come fratelli maggiori
che lo rimettono sulla retta via quando sbaglia. Micciarella è pimpante,
elettrizzante, non si ferma mai. Questo è quello che mi affascina di questo
personaggio. Uno simile non lo avevo mai interpretato ed è stata per me una
bellissima esperienza.
Questo soprannome,
Micciarella, nella traduzione, cosa significa?
La miccia piccolina, quella della bomba.
Qual è il messaggio che
lancia al pubblico?
Micciarella è un bambino omofobo, che fa sempre cose contro
gli omosessuali. Questo è uno dei messaggi: capire che quello che fa è
sbagliato, così come lo è la sua vita. Può ancora salvarsi, ma per il momento
vive in una situazione familiare difficile.
È un ruolo diverso da
quelli che ha interpretato finora. Come ci si sente?
Mi sono divertito nell’interpretare questo personaggio perché
in fondo è anche divertente. Quando lo interpreto mi sento vivo, elettrizzato,
euforico. Ripeto, una bellissima esperienza, dato che sono abituato ad
impersonare ruoli drammatici. Mi ha dato emozioni che non mi aspettavo.
Cosa cambierebbe del suo
personaggio? E cosa invece ritiene sia una caratteristica unica e positiva?
Il fratello e Dobermann sono la sua positività al momento.
Non ha amici, queste sono le uniche persone che ha. Sono loro due a farlo
vivere abbastanza bene, perché ha un padre e una madre assenti. Micciarella non
andava neanche a scuola, viveva in strada. Anche la sua voglia di vivere è la
sua positività. Non è deprimente, non ci pensa a quello che vive. Non dà peso
alla sua brutta situazione.
Com’è stato il suo
ingresso in una serie di così grande successo?
All’inizio avevo il timore di non integrarmi bene nel gruppo.
Però, fortunatamente, ho trovato una famiglia sul set. Mi hanno accolto dal
primo momento in cui sono arrivato. Non me lo aspettavo, essendo il più
piccolino. Avevo questa paura, ma i dubbi sono spariti subito e ho trovato una
grande squadra. Ognuno aiuta l’altro, una reciprocità che mi ha facilitato
l’esperienza.
Cinema, teatro e
televisione sono presenti nella sua vita. Ma è giovanissimo…
Ho 15 anni e ho lavorato un bel po’. Nella vita voglio fare
questo e spero di poter continuare. Me lo auguro con tutto il cuore perché è
l’unica cosa che mi riesce e non perché sono bravo, ho tantissimo da imparare e
non sono nessuno, ma perché mi trovo bene nel farla. Mi sento troppo felice sul
set.
Ha iniziato la sua
carriera a tre anni e oggi ne ha soltanto quindici. Pensa quindi che questa
sarà la sua strada?
Ci proverò con tanta determinazione. Lo spero tanto e non mi
fermerò mai.
Come concilia studio,
divertimento, lavoro?
Sono un ragazzo normalissimo a cui piace recitare e adesso
sono diventato popolare per “Mare Fuori”. La mia vita sta un po’ cambiando
perché le persone mi fermano per strada. Il resto è normalissimo, studio e non
ho nessuna difficoltà.
I suoi prossimi
progetti?
Da marzo, al cinema, c’è il film “Piano Piano” per il quale
ho vinto anche il “Premio RB Casting” come “Miglior Giovane Interprete Italiano”
alla 20esima edizione di “Alice nella Città” e ne vado fierissimo, non me lo
aspettavo. Poi ci sono altre cose che non posso dire, progetti che devono
andare in porto.
Altre passioni oltre
alla recitazione?
Il calcio che uso come sfogo e che mi consente di stare con
gli amici, mi sento di volare quando sono in campo. Ma è solo un hobby, non è
come recitare.
La sua squadra del
cuore?
Sono tifoso folle del Napoli, farei di tutto per la mia
squadra!
«Bianca, come me, è una donna che se ne infischia delle voci che girano su di lei, è concreta, leale, si farebbe in quattro per una persona a lei cara, e soprattutto è capace di mettersi in gioco» racconta l’attrice napoletana a proposito del personaggio che interpreta nella seconda stagione de “Il Commissario Ricciardi”
2022, Raifiction, Il commissario Ricciardi seconda stagione
Nuova stagione per Ricciardi, nuovo ingresso femminile…
Bianca è una donna che ne ha passate tante nella vita, è
cresciuta in un ambiente sfarzoso, ha avuto un’educazione rigida nel migliore
ambiente di Napoli. È una donna dalle larghe vedute per l’ambiente che ha
frequentato. Improvvisamente, dalla ricchezza si è ritrovata a dover contare le
monete per prendere un bus. È stata una donna ferita, delusa, l’amore che aveva
trovato è appassito, ma non si piange addosso, al contrario cerca in tutti i
modi di rialzarsi e vivere per davvero. Resiliente sicuramente, forte, buona, Bianca
è sempre mossa da bei sentimenti. Dopo un primo scontro, con Ricciardi si crea
una forte intesa…
Come è arrivato a lei questo personaggio?
Sono una lettrice dei romanzi di Maurizio De Giovanni, avevo
già Bianca in testa ancor prima del provino, quando poi è arrivato ho detto “oddio
è lei” (ride). Sono partita da come la descrivevano gli altri, un cigno,
un angelo, una donna anche molto pragmatica, schietta, sincera, un bello
spirito. Io ho cercato di avvicinarmi cercando di andare indietro nel tempo
anche attraverso l’abbigliamento, le scarpe degli anni ’30 le ho portato per
mesi. Tutto questo mi ha permesso di leggere il suo animo, mi sono lasciata
ispirare anche da una musica che amo, il valzer numero 2 di Dimitri Shostakovich.
Avrei voluto portarlo in scena, ma ci sarebbe stata un’altra, bellissima musica
di sottofondo.
Cosa vi accomuna e cosa vi divide?
Come me, è una donna che se ne infischia delle voci che
girano su di lei, è concreta, leale, si farebbe in quattro per una persona a
lei cara, e soprattutto è capace di mettersi in gioco. Anche se nella serie non
viene detto, nei romanzi si spiega che da giovane avrebbe voluto essere
un’attrice, questo pensiero me lo sono portato in scena. Ci sono, infatti, delle
parti di storia in cui Bianca “recita”, è stato molto divertente.
L’universo femminile di questa storia è rappresentato da Enrica,
l’anima affine a Ricciardi, da Livia, la tentazione, l’amore più passionale…
come si posiziona Bianca e quale relazione stabilisce con un uomo così
silenzioso?
Riesce a leggere l’inquietudine del Commissario e, forse, la
spinta vitale che sta attraversando questa donna, potrà aiutare Ricciardi ad
avere il coraggio di vivere finalmente la propria vita. Bianca si risveglia in
una nuova primavera a trent’anni e sa dargli forza, diventa una sua complice,
cammina al suo fianco alla pari. Insieme riusciranno a tornare un po’ bambini.
Tra le figure femminili c’è sicuramente Napoli…
Protagonista indiscussa con la sua eleganza. A livello visivo
è tutto stupendo, non abbiamo mai dovuto faticare nel comprendere questa
bellezza, perché la si viveva attraverso gli abiti, le macchine, le scenografie,
tutto era curato nel minimo dettaglio. C’è un’ombra che cala però su questa
città, quasi un urlo soppresso. Napoli è sempre stata una città irriverente,
anche nel nostro racconto si sente come venga strozzata dal fascismo, è
qualcosa che proprio non può tenere addosso. Sembra una donna malmenata dal marito,
una bellissima donna con uno sfregio in faccia.
Cosa rappresenta per lei questa città?
Girare a Napoli è stato ovviamente bellissimo, io sono
innamorata della mia città, mi sento proprio fortunata a essere nata e
cresciuta lì. Viverla in altri tempi è stato un divertimento e un fascino mai
subito così.
Come entra nella sua vita la bellezza?
In molte forme. Per esempio, con la moda, qualcosa che ha
sempre fatto parte della mia vita. È la
prima cosa che diciamo di noi senza aprire bocca e, come dicono tanti sociologi,
è uno strumento che noi utilizziamo per sentirci parte di qualcosa e allo
stesso tempo per renderci diversi. Sono laureata in Design di moda, ho speso cinque
anni della mia vita tra triennale, master e lavorando in questo settore, ma a
un certo punto ho deciso di fare altro. Confesso che non mi piace la moda
corrente (ride). Anche nella recitazione sfrutto questa passione, avendo
un guardaroba infinito, molto vario e molto vintage, mi sono resa conto che,
anche attraverso i provini, potevo vestire qualsiasi personaggio,
caratterizzarlo con gli abiti. Mi diverto molto, do spesso una mano agli amici,
parto da un’intuizione di colori, di tessuti.
Cosa comunica invece l’outfit di Bianca?
Se Bianca fosse un tessuto sarebbe una seta, leggera ma
pregiata, elegante ma pratica, perché è una stoffa che non puzza, raramente si
graffia, è un ottimo materiale, molto antico e va trattato con cura.
Cosa l’ha spinta a buttarsi nella grande avventura della
recitazione?
In realtà è un pensiero che c’è sempre stato, fin da bambina.
A otto anni avevo iniziato a fare qualcosa in qualche serie televisiva, poi mia
madre non volle continuare, accompagnarmi ai provini in mezzo a tutte quelle mamme
esaurite non le andava proprio (ride). Al liceo ho continuato a
coltivare questa passione, poi ho iniziato a cucire e ho seguito il percorso
della moda, anche se, a dire la verità, avrei voluto dedicarmi all’arte. Nella
mia vita mi dedico a tante cose, disegno, pittura, scrittura, confezionare abiti.
Casa mia è ormai un laboratorio, mia madre non ce la fa più (ride). A un
certo punto, ho deciso che tutto questo poteva confluire nella recitazione, mi
sono trasferita a Roma per lavorare a “Domenica In”, mi sono iscritta a un
laboratorio di recitazione e ora, con il Centro Sperimentale, sono ancora più
convinta che sia la mia strada. Mi affascina come qualcosa che è nella testa di
qualcuno si materializzi, attraverso un abito, un film o un quadro. Il cinema è
stupendo perché è un lavoro di gruppo in cui tutti sono fondamentali, alla fine,
quello che fa l’uomo da sempre, è tramandare storie. Recitare è sempre stare
con l’altro, qualcosa che mi fa sentire viva, è una magia continua.
Quando si entra e si esce da un personaggio a un altro, come
si rientra in se stessi?
Un personaggio è sempre una nuova avventura, provo a godermelo
appieno, lo vivo anche fuori dal set, lo porto in giro, come ho fatto con
Bianca quest’estate perché andavo vestita come lei. Mi avvicino al carattere
del personaggio e questo fa di noi attori i peggiori compagni del mondo. Ma
fare questo mestiere è anche una ricerca, una scoperta di sé, non ho tanto
tempo per me, però amo il mio lavoro, mi appassiona questa vita. Adoro cambiare,
l’ho sempre fatto, e ogni volta ti scorre dentro un nuovo spirito, un ritmo
diverso. Questa vita è fatta per scoprire.
Il 5 marzo l’Italia intera ha celebrato gli 80 anni di un genio assoluto della musica, un innovatore, un precursore, un talento che ha ispirato generazioni di artisti: Lucio Battisti
@Tu non sai cosa sei stato capace di creare.
Grazie Lucio
Se avesse la possibilità di incontrare Battisti oggi cosa farebbe? “Lo abbraccerei… e poi avremmo ricominciato a scrivere” risponde Mogol raggiunto dalle telecamere Rai in occasione dell’anniversario della nascita dell’artista di Poggio Bustone. La coppia Battista-Mogol ha regalato alla storia molte delle più belle canzoni pop italiane, tra le quali “29 settembre”, “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, “Il tempo di morire” e molti altre. Un sodalizio che si interrompe negli anni Ottanta, ma che ha lasciato un segno indelebile nel panorama artistico e musicale del nostro Paese.
@Ogni tanto ho bisogno di ascoltarti perché mi fa star bene
Del suo privato, della sua personalità
sappiamo veramente poco, se non nulla, perché a parlare doveva essere solo la
sua musica. Rare le interviste, repentino il suo allontanamento dai riflettori,
che tanto detestava. Conosciamo Battisti esclusivamente dai capolavori che ha
consegnato all’immortalità. Artista unico, originale, un tono di voce inconfondibile,
pioniere della tecnologia musicale con l’utilizzo di sintetizzatori e
campionatori nelle sue produzioni e “influencer” di moda con il suo look lungo
e barbuto. Il 5 marzo scorso avrebbe compiuto 80 anni, ci ha lasciato in
eredità melodie indimenticabili, versi di pura poesia che hanno fatto sognare
milioni di persone.
Un sogno che ancora si tramanda di
generazione in generazione, una poetica e un sound originale, sorprendente,
fatto di tradizione, pop, rock, soul, jazz e folk.
@Ho 18 anni e ho conosciuto Lucio grazie ai miei. È il mio mito
Il più schivo di tutti, eppure il più cantato
di tutti. Il palcoscenico non era il suo “luogo”, neanche quello del Festival
della Canzone italiana a cui partecipò solo una volta nel 1969. Arrivò nono e
per lui fu il momento di “Un’avventura”, con commenti poco lusinghieri da parte
della critica. Cantava l’amore – “Non sarà un’avventura, non può essere
soltanto una primavera” -, un tema ricorrente del suo repertorio, che lasciava
spazio anche alle “emozioni e alle inquietudini” dell’essere umano. Ha
catturato l’essenza, creando immagini in musica poi entrate nell’immaginario
collettivo. Opere che si sono distinte per sensibilità sociale, con uno sguardo
sempre attento a tematiche importanti come l’inquinamento ambientale, la
povertà e la disuguaglianza sociale. Un approccio delicato e sensibile, in cui
esplodeva fantasia e l’immensa capacità di inventare a getto continuo, ancora
oggi fonte di ispirazione di molti artisti.
Poche note lo hanno reso un gigante che nascondeva se stesso per lasciarsi
condividere da tutti. E quel palco che non amava gli ha reso omaggio con Gianni
Morandi che, sulle note di Battisti, ha segnato uno dei momenti più emozionanti
dell’ultimo Sanremo.
@Battisti è eterno come Mozart, i Beatles e pochi altri
Tra i maestri di buonumore (e di ironia) di Via Asiago nel glass-box di “Viva Rai2!”. Il RadiocorriereTv incontra il conduttore e autore umbro: «Alle 7.15 accendi la Tv, vedi Fiore con la sua combriccola, ed è subito allegria»l
Il pubblico ha decretato il successo di “Viva Rai 2!”. Cos’è stato a rendere questo show del mattino qualcosa di cui non si può fare a meno?
Il successo è arrivato perché Fiorello ha pensato di fare una cosa davvero nuova: portare un morning show comico, equiparabile forse a qualcosa di fatto a quell’ora in radio, ma in Tv mai, con uno stile diverso da quello dei morning show americani o europei, quindi fatto sulla strada senza dei giornalisti impietriti dietro a un bancone. Si va in onda da questo acquario che visto dall’alto sembra un po’ una giostra, un circo, un po’ carillon. C’è poi l’atmosfera, perché Fiorello sceglie prima le persone dei personaggi e questo crea un’alchimia unica, delicata e, probabilmente, irripetibile.
Alle 7.15 date la sveglia a sempre più spettatori…
Le persone si stanno abituando, anche con il passaparola, ad aprire la giornata con il buonumore. Quello di “Viva Rai 2!” è un pubblico anche nuovo. Accendi la Tv, vedi Fiorello con la sua combriccola, ed è subito allegria. Si parte con il buonumore e lo conservi per tutta la giornata.
Com’è cambiato il tuo risveglio da quando nella tua vita è entrato Fiorello?
Paradossalmente il mio risveglio è migliorato. Prima, facendo l’early morning show su una radio nazionale privata, dalle 5 alle 7 di mattina, mi svegliavo alle 4.15. Ora, vedendo che abito proprio a fianco a Via Asiago, mi alzo alle 5.15. Ero già abituato a essere “fantozzianamente” svegliato da una serie di automatismi: parte il tostapane, si accendono lentamente le luci, la radio e la stufetta elettrica. Ero già attrezzato a un risveglio velocissimo, e Rosario lo sapeva (sorride).
Dalla radio, a “spalla” Tv di Fiorello, come stai vivendo questo nuovo corso?
La sto vivendo benissimo, aspettavo questo momento da tre anni, era una possibilità già nell’aria da prima della pandemia. Un evento che arriva prima dei miei cinquant’anni, dei capelli bianchi, ed è il massimo che potessi sperare per il mio sviluppo professionale. Ora si può solo scendere.
La leggerezza come risultato di una costruzione perfetta di chi la Tv di oggi la sa fare e immaginare. Qual è il punto di equilibrio?
Il punto di equilibrio è, secondo me, pensare che la propria nonna, la propria mamma e il proprio figlio stiano guardando il programma insieme poco dopo essersi svegliati. Devi pensare a un pubblico molto ampio. Suggerisco sempre due livelli di lettura, quello che capisce la maggior parte delle persone e un altro, se possibile, anche solo con una citazione, che capiscono solo alcuni. Vedo che il nostro programma ha un pubblico istruito, laureato, giovane rispetto a quello della Tv tutta, e altospendente. Davanti allo schermo ci sono anche tanti bambini. L’equilibrio è pensare alla famiglia, questa è la mia idea e penso sia anche quella di Fiorello. La Tv perfetta naturalmente non esiste, perché, dal mio punto di vista, la Tv è cinema fatto peggio. Dobbiamo però farla al meglio.
Una sfida quotidiana: stupire il pubblico. Da dove si parte?
Dal fatto che la creatività è una rivoluzione continua e lenta. Creatività è mettere insieme nella maniera più illusoria possibile elementi già esistenti. Stupire il pubblico significa inserire ogni tanto un piccolo elemento di cambiamento rispetto a ciò che si è già visto e fatto. Questo concetto è nella testa di Fiorello, anche troppo (sorride). Fosse per lui si stravolgerebbe tutto ogni giorno: vuole stupire noi, e ce la fa, e vorrebbe cambiare sempre tutto. Alcune cose, alcune idee, io le terrei molto più a lungo, ma c’è da dire che il passato, il presente, e probabilmente anche il futuro, danno ragione a lui. Io lo seguo e imparo.
Ad aspettarvi un palcoscenico che cambia in continuazione…
Si parte alle 7.15 da via Asiago, che è già un elemento di stupore. Al resto ci pensa Fiorello che ogni giorno prende la sua strada, al di là della scaletta e di quello che abbiamo preparato.
Dovresti essere il saggio del gruppo, ruolo non facile a “Viva Rai 2”…
In realtà il saggio non sono io bensì Ruggero, che è sempre alle nostre spalle. Io sono la spalla sinistra di Fiorello e rispetto a Biggio son più saggio, perché lui è più pazzo (ride). Saggi sono gli autori, quelli più seri, che si occupano anche di fare la scaletta, l’impaginazione, i tempi. Loro sono una sicurezza, anche se poi Fiorello, che sa sempre cosa si dovrebbe fare, fa poi sempre di testa sua. Ecco, forse la mia saggezza è capire dove sta andando Fiorello, cosa farà durante la diretta. Mi guardo intorno, cerco di capire quando sta cambiando la scaletta, intorno a Fiore siamo tutti un po’ giocolieri. In base a quello che decide di fare dobbiamo girargli intorno senza cadere in terra. Che poi, anche se cadi, lui ti riprende al volo.
In “Che Dio ci aiuti” è suor Teresa, la nuova madre superiora del Convento degli Angeli Custodi. L’attrice toscana si racconta al RadiocorriereTv: «Vengo da tanti anni di teatro di prosa, ho recitato in grandi drammi e grandi tragedie. Sono morta in scena infinite volte e ora sono felice di giocare con la commedia»
Com’è stato l’incontro con suor Teresa?
Partiamo da quando mi è stata
presentata per il provino. Come proposta è stata abbastanza spiazzante, mi
chiedevo come potessi entrare nella serie come nuova madre superiora quando
Elena Sofia Ricci era la madre superiora, quando Suor Angela era “Che Dio ci
aiuti”. Ho pensato che fosse una scommessa azzardata, sia da parte degli autori,
che nell’eventualità di prendere il personaggio.
Ma il personaggio le è stato affidato
e lei è entrata in scena…
Mi ha affascinato da subito il fatto
che “Che Dio ci aiuti” sia un mondo raccontato un po’ sopra le righe, nel quale
c’è un po’ la sospensione dell’incredulità. Non è un mondo naturalistico,
realistico, ma uno in cui i personaggi sono abbastanza caratterizzati, le cose
che succedono sono a volte un po’ paradossali. E questo permette di recitare.
La recitazione ti fa andare incontro al personaggio, ti fa costruire una
personalità contaminata da quello che tu sei ma che è anche a sé stante. Il
mondo della serie è pennellato un gradino sopra, nella direzione della commedia.
Ti consente di creare un personaggio, di trovarne i tic, il modo di muoversi,
di guardare, di parlare, di relazionarsi con gli altri, questo è stato molto
divertente.
A proposito del
genere della commedia, come se lo sente addosso?
La cosa
divertente di questo lavoro è che si possono sperimentare un po’ tutti i
registri. Vengo da tanti anni di teatro di prosa, ho recitato in grandi drammi
e grandi tragedie. Sono morta in scena infinite volte, da Shakespeare a Čechov, ero abbastanza avvezza a un linguaggio più
alto, poetico, letterario, quasi sempre nella direzione del dramma. Da qualche
anno ho avuto modo di giocare con la commedia, che è una cosa divertente e in
questo il sostegno della scrittura è indispensabile. L’interpretazione sulla
commedia deve essere calibrata sul tempo-ritmo delle battute, in modo che ci
sia un effetto di risata. Se la scrittura non ti sostiene, e una cosa non fa
ridere, non fa ridere. Credo che gli autori siano molto rodati sul linguaggio
di questa serie, ho trovato copioni e sceneggiature che sostengono molto la
possibilità di trovare effetti comici. In questo ho osservato moltissimo
Francesca Chillemi che alla sua settima stagione, aveva grande famigliarità con
questo linguaggio. Ci siamo molto divertite insieme.
Per un’attrice cosa significa vestire
i panni di una religiosa?
Si può dire che sia un personaggio
come un altro, che si porta dietro una costruzione di atteggiamento esteriore e
di emotività interiore, e poi c’è un abito che regala l’immagine del suo
personaggio. È chiaro che se devo fare una madre,
una sorella, una moglie, i vestiti sono di solito più moderni e allora si può
giocare sul colorire lo stile, che con Suor Teresa era già dettato dall’abito.
Come professionista era molto comodo avere un unico costume di scena, dal punto
di vista interpretativo invece non è facile sacrificare completamente la parte
di vanità. Non che io abbia mai puntato troppo su quella, perché la mia
preparazione è molto più culturale-intellettuale, sono un po’ una nerd da
questo punto di vista. Mi è sempre piaciuto di più lo studio “matto e
disperatissimo” sui libri che non l’esibizione di me stessa. Però è anche vero
che nel momento in cui ti vengono proposti dei costumi di scena speri sempre
che ti stiano bene, la tonaca invece è quella che è. Le scarpe sono dei
mocassini bassi che non metterei mai (sorride).
C’è qualcosa che accomuna Fiorenza a
Suor Teresa?
All’inizio pensavo non ci fosse nulla
in comune, la vedevo come un personaggio costruito in un altro universo con una
forte rigidità. Ma le maschere, i personaggi pennellati in modo deciso, spesso
sono l’esagerazione di espressioni comuni che vediamo nel mondo. In questo
senso la mia suor Teresa ha atteggiamenti di rigidità, si è costruita una
fortezza per schermare la sua parte emotiva, il suo passato, e questa penso sia
una caratteristica abbastanza comune. Lei è molto chiusa emotivamente, si
sbottona solo con il piccolo Elia. Non che io sia una persona particolarmente
chiusa o rigida, ma di sicuro mi sono
costruita degli alti muri per proteggere le parti più fragili ed esposte del
mio animo. Insegno da anni recitazione teatrale e cinematografico e dico sempre
ai miei allievi che il giro di boa di questo mestiere arriva nel momento in cui
si riesce a mettere a disposizione il proprio vissuto, la propria emotività,
con la maggiore emotività possibile ma senza farsi male. Impedendo agli altri
di saccheggiare ciò che di autentico si mette in gioco. Credo che questa sia la
soglia del professionismo.
La sua popolarità televisiva è giunta
negli ultimi anni, ma la sua carriera ha avuto inizio molto prima. Come è
cambiato il suo essere attrice?
In questo momento c’è un accesso a
una visibilità maggiore, qualche volta mi è capitato di essere riconosciuta per
strada o al supermercato ma la mia vita non è cambiata molto. Da una parte sono
grata di essere arrivata a una responsabilità professionale importante nel
momento in cui sento di avere gli strumenti per farlo. Penso che difficilmente
la popolarità possa darmi alla testa. Dall’altra mi sarebbe piaciuto ottenere una
visibilità come questa a vent’anni, quando ero molto più sicura del mio aspetto
(sorride). Nella vita quotidiana sono talmente impegnata tra lavoro e
famiglia che non c’è il tempo da dedicare a questa apparente notorietà.
Come nasce la sua passione per la
recitazione?
Ai tempi del liceo facevo un corso di
teatro a Firenze ed era il mio gioco preferito. Scoprii che immedesimandosi il
più possibile nelle vicende di un personaggio, dimenticandosi completamente di
aspetti esteriori, andando incontro a una immedesimazione vera, c’erano momenti
di viaggio: vivi per un attimo un’altra vita e questo è divertentissimo. Un po’
come un sogno. Il personaggio ti può far porre delle domande, su ciò che sei, sulle
dinamiche della società. Il teatro nasce per far vedere all’uomo se stesso e
permettergli di migliorare. “Che Dio ci aiuti” è un intrattenimento ma contiene
contenuti di amicizia, supporto, giustizia, verità, una serie di valori.
Dove trova le energie?
Non me lo sono mai chiesta. Ho sempre
pensato di essere una persona molto pigra, ma se guardo i fatti non sono mai
ferma. Nella mia vita ho preso tanti treni da non poterli contare (sorride).
Le mie energie vengono dal piacere di fare questa professione: la recitazione
diventa brutta e meccanica quando ci si dimentica quanto sia bello giocare a quel
gioco.
Un omaggio al drammaturgo premio Nobel e al suo teatro, che continua a dare voci alla contemporaneità, in tutto il mondo. In onda il 10 marzo alle 21.25 su Rai 3
“Dario Fo: l’ultimo Mistero Buffo” racconta la
storia del drammaturgo premio Nobel e del suo teatro. Il documentario, diretto
da Gianluca Rame, è una produzione Clipper Media e Luce Cinecittà con Compagnia
Teatrale Fo Rame in collaborazione con Rai Documentari e con il patrocinio di
Fondazione Fo Rame. In onda in prima visione il 10 marzo alle 21:25 su Rai 3, è
incentrato su un evento inedito: l’ultima messa in scena di “Mistero Buffo”, a
Roma il 1°agosto 2016, l’addio alle scene del suo autore e interprete, il
premio Nobel Dario Fo, scomparso soltanto due mesi dopo. Il documentario racconta
un percorso che parte dal camerino di Dario Fo, con il suo spettacolo più noto,
per percorrere insieme a lui un viaggio caleidoscopico che ci porta dalla
Turchia all’Argentina, lì dove le sue opere, dalla drammaturgia potente e
critica, infastidiscono ancora oggi lo “status quo” e il potere. Il novantenne
Dario Fo si appresta a calcare per l’ultima volta la scena. Dentro la sua mente
si accavallano i ricordi di una vita straordinaria. I suoni che giungono dalla
cavea si fondono con il ricordo di altre figure familiari: Franca Rame, con cui
Dario ha fatto coppia fissa in scena e nella vita, i loro intensi carteggi, le tante
storie vissute insieme. L’anziano attore si alza, si porta lentamente dal
camerino alle quinte e dopo un accenno di esitazione entra in scena mettendo
fine all’attesa. La magia del suo teatro si compie per un’ultima volta ancora.
Il Maestro sorride pensando alle tante compagnie che in tutto il mondo
rappresentano le sue opere. A Istanbul dove è in scena in curdo la commedia
“Clacson Trombette e Pernacchi” e a Buenos Aires dove “Muerte accidental de un
ricotero” adatta il testo su Pinelli per parlare del caso di Walter Bulacio,
assassinato dalla polizia nel 1991. Il film segue gli attori in un continuo
confronto nel quale il teatro di Dario Fo diventa spazio di riflessione sulla
condizione umana e sulle distorsioni del potere, superando differenze linguistiche,
geografiche e culturali e confermando l’attualità e l’universalità del suo
linguaggio.
L’attesissimo ritorno della regina della Tv con “Benedetta Primavera”, da venerdì 10 marzo in prima serata su Rai 1. Un viaggio in sessant’anni di spettacolo e di costume. «La malinconia non fa parte di me, mi godo ogni giorno e ogni esperienza» racconta al RadiocorriereTv: «Sono trent’anni che non ho un programma mio, ora sento il bisogno di riabbracciare il mio pubblico»
Come vive il ritorno da conduttrice
in prima serata su Rai 1?
È una specie di bisogno di
riabbracciare il pubblico. Sono trent’anni che non ho un programma mio. Ho
fatto molto teatro, non è che non avessi contatto con il pubblico, però avevo
desiderio di riprovare questa emozione, questo batticuore.
Dalle indiscrezioni sappiamo che vedremo
un grande varietà, come quelli che la Rai ha nel proprio DNA, cosa ci dobbiamo
aspettare?
“Benedetta primavera” non nasce per
celebrare me, nonostante abbia 63 anni di carriera da festeggiare quest’anno,
ma dal desiderio di fare un viaggio nel mondo dello spettacolo e del costume,
una lettura dedicata sia al passato che al presente, con ospiti sia di ieri che
di oggi. Uno scambio e un confronto tra i giovani e chi ha la mia età.
Con il titolo “Benedetta primavera” quale
messaggio ci vuole dare?
Cercavo qualcosa che mi identificasse
subito. Il “maledetta” era molto giusto per la canzone, per il momento in cui
l’ho cantata. Questa volta, andando in onda quasi a primavera, ho pensato che
sarebbe stato bello usare il termine “benedetta”. È stata una scelta
molto spontanea.
Nel ripercorrere tanti anni di una
carriera luminosissima, è possibile non rimanere vittime della malinconia?
Assolutamente (sorride). Vivo
tutto al presente, sono molto presente alla mia età, al momento attuale, alla
società, a quello che succede. La malinconia non fa parte di me, mi godo ogni
giorno e ogni esperienza.
Il suo nome è sinonimo di talento,
come coniuga questo termine con i nostri giorni?
Ai miei tempi il talento era
assolutamente necessario, poi ci volevano un briciolo di fortuna e tanta
gavetta. Io sono partita dalla Tv dei ragazzi fino ad arrivare al sabato sera. È stata lunga, mi sono dedicata al
canto, alle imitazioni, alla recitazione. Credo che i giovani di oggi abbiano
più talento di quanto non ne avessero quelli della mia generazione, la nostra
preparazione era un po’ naif. Oggi i ragazzi hanno le scuole di recitazione, di
canto, ci sono i talent. Escono con più facilità. Bisogna comunque ricordare
che il talento va coltivato, non è una cosa che dura per sempre se non lo sai
usare.
Da sempre anche imitatrice, cosa deve avere un personaggio
per essere nelle sue corde e per essere interpretato da lei?
Tutte le persone che ho imitato hanno un grande carattere,
una personalità. E poi io imito solo quelli che amo, sono un’imitatrice sui
generis.
Cosa la diverte, ancora oggi, di
questo lavoro?
Questo lavoro è la mia vita, non
posso raccontare la mia vita che attraverso il lavoro. Ho cominciato che avevo
10 anni, ora ne ho 72, molte tappe della mia vita sono legate al mio lavoro,
che è cresciuto con me. Ogni volta è un’esperienza nuova, mi arricchisco sempre
di più.
Ora le citerò alcuni momenti della
sua carriera chiedendole di associare un’emozione o un ricordo, a ognuno di
loro… partiamo dal 1968 con “La freccia nera” di Anton Giulio Maiano…
Dico una cosa un po’ buffa. Se a 18
anni non fossi stata piatta come una pialla non avrebbero mai pensato a me per
“La freccia nera”, dove dovevo passare per un maschietto. Oltre al talento è
stato dunque importante che io fossi piatta, cosa che personalmente mi faceva
un po’ male (sorride).
“Canzonissima” 1972, cantava “Vieni
via con me”, era la prima serata del Programma Nazionale…
“Canzonissima” è stata il mio
passaggio dalla prosa alla rivista, senza che io avessi mai ballato, fu una
specie di salto nel buio. È vero che Pippo Baudo, che ha sempre avuto grande naso, mi ha
scoperto cantante e imitatrice. Lui per me era una garanzia, ma pensavo anche
che quella di “Canzonissima” fosse un’esperienza una tantum e che poi sarei
tornata a recitare. Invece, facendo le imitazioni, sono riuscita a fare quello che,
come attrice, non mi avrebbero mai proposto. Avevo una faccia dolce e delicata
quindi nella prosa facevo sempre ruoli
senza carattere: la ragazza buona, povera, orfana. Con le imitazioni mi sono
divertita tanto a fare le vecchie, le brutte, le grasse, personaggi con i tic,
i nasoni. È stato un grande divertimento e ho scoperto che potevo fare qualcosa
di diverso da quello che i registi di prosa mi affidavano in quegli anni.
Sette anni dopo, è il 1979, arriva “Fantastico”,
la prima edizione di uno dei programmi più amati. Lei cantava “L’aria del
sabato sera”…
“Fantastico” è stato una specie di
consacrazione anche come conduttrice. Insieme a me c’erano Beppe Grillo ed
Heather Parisi, ma Beppe non voleva assolutamente avere il ruolo istituzionale,
dover spiegare i giochi, come votare, e così la Rai pensò bene di farmi
presentare. Quell’esperienza fu importante dal punto di vista professionale e
anche a livello di look. Venivo da un viaggio in India, da dove avevo portato
molti vestiti che non avevano nulla a che vedere con gli abiti che indossavano
le showgirl dell’epoca. Ero indiana, anche a piedi nudi, con le piume in testa.
E poi incontrai mio marito… quell’“Aria del sabato sera” non la scorderò
facilmente.
È il 1983, arriva “Loretta Goggi in
Quiz”…
Fu il mio ritorno da figliol prodiga.
Siccome in Rai non mi affidavano mai il ruolo di conduttrice da sola, ma dovevo
sempre affiancare un conduttore, me ne andai a Canale 5, che allora era una
piccolissima rete e feci “Hello Goggi”. Fu una consacrazione, con Enzo Trapani
alla regia, Tony De Vita alle musiche, Diego Dalla Palma per il trucco, Gianni
Brezza come primo ballerino e coreografo, andai “armata”. Sulla quantità di
pubblico non potevo sperare, ma sulla qualità di quello che facevo sì, tanto fu
che la Rai mi chiamò e mi propose questo quiz dedicato allo spettacolo, in cui
cantavo, ballavo, facevo le imitazioni. Andò molto bene: è stato l’unico
programma che feci per due anni di seguito perché sono solita non fare mai per
due volte la stessa cosa.
Nel 1988 c’è la fascia di mezzogiorno
con “Via Teulada 66”…
Venivo da un grande successo che era
“Ieri, Goggi e domani”, con il quale avevamo vinto tanti Telegatti. La Rai mi
propose il programma di mezzogiorno ed ero sicura di non essere il personaggio
giusto: sono una che parla veloce, che scherza, ironica, non mi sentivo molto
adatta a quella fascia. Mi dissero di voler cambiare e inserirono temi come gli
scavi di Pompei, l’AIDS, il buco nell’ozono, il Telefono rosa, il Telefono
azzurro e gli ascolti non erano più quelli dei giochi telefonici. Il programma
era all’avanguardia, ma il salto fu troppo netto. Ricordo “Via Teulada 66” come
l’ultima cosa che ho fatto in Rai quando ho capito che si andava verso una
televisione un po’ diversa e che non mi somigliava più tanto.
Dieci anni in giuria a “Tale e Quale
Show”…
Sono una persona che non giudica
nessuno molto volentieri. Quando Carlo Conti mi chiamò gli dissi di non essere
in grado di farlo, che non sarei mai stata in grado di giudicare un mio
collega. Ecco, facendo “Tale e Quale Show” ho scoperto che si possono dire le
cose in modo molto garbato, e se sono tecniche, e non riguardano il privato
della persona, ci si può esprimere con sincerità. Quel programma è stato anche
una scuola e mi ha ridato popolarità. Dopo la morte di mio marito non avevo più
intenzione di fare niente, con “Tale e Quale” mi sono riaffacciata a una platea
di milioni di persone. È stato piacevole. Devo dire che sono stata un po’ vigliacca perché
ho fatto televisione senza farla (sorride). C’ero, ma il programma non
era mio e non mi sentivo responsabile di niente.
Ma senza mai
abbandonare il suo pubblico…
Mai,
e devo tutto a lui. Non ho fatto niente per farmi ricordare, ho fatto il mio
lavoro e basta. Non ho avuto tessere di partito, non ho lasciato spazio al
gossip. Sono stata un po’ orsetta (sorride). Stefano Coletta dice che è il pubblico a
desiderare che io torni. E io gli ho creduto, ecco perché sono qua.
Che cosa le dà gioia nella vita?
Intanto la vita. È un bene immenso, bella in tutte le sue
sfaccettature. Fatta di gioie e di dolori, ma anche di momenti in cui metterti
alla prova per cercare di dare un senso al perché ci sei.
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