Un bellissimo viaggio di otto mesi

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EMMA VALENTI

Dopo essere approdata nel cast di “Don Matteo”, l’attrice è entrata a far parte di quello di “Che Dio ci aiuti 7”, la seguitissima serie di Rai1. Ruoli che la stanno facendo apprezzare e conoscere. Il suo personaggio è Ludovica Perini, una ragazza che fugge dalla famiglia e che, inizialmente, si presenta con freddezza. Con il tempo riuscirà a farsi amare nella serie e dal pubblico.

Ha già interpretato ruoli di spessore in serie tv amate dal pubblico. Com’è stato recitare in “Che Dio ci aiuti”?

La mia prima esperienza è stata “Don Matteo”, sempre con la famiglia Lux, dove sono entrata come in una macchina già avviata. Poi è arrivato il ruolo in “Che Dio ci aiuti”, dove mi sono sentita accolta come in una famiglia.

Data anche la sua giovane età, possiamo dire che “Don Matteo” è stata un’ottima palestra?

La mia prima cosa importante. Non pensavo di essere pronta per affrontare un personaggio nella serie dato che in quel momento mi trovato in un percorso formativo. Sono tornata a casa, dopo averlo girato, con un bagaglio gigante. Devo tanto a tutti.

Che personaggio è oggi Ludovica Perini?

Ha iniziato il suo percorso nella serie con un fare antipatico. Però gli stessi spettatori si sono resi conto subito che in lei c’era qualcosa che la rendeva così fredda. Senza spoilerare nulla, posso però dire che la madre di Ludovica, che è anche la sua eroina, è in carcere per frode. Un punto di riferimento per lei che viene a mancare improvvisamente. Ecco perché è introversa e non vuole legare con nessuno. Fa praticantato in uno studio legale solo per cercare di tirare fuori dal carcere sua madre. Inizierà ad avere una storia, a provare affetto anche per le altre ragazze del convento, cambierà atteggiamento. Il pubblico amerà questo personaggio.

Come si è sentita in questo particolare ruolo?

Mi sono divertita ad interpretare l’antipatica che ha battute taglienti nei confronti di Azzurra.

Nella fiction sono presenti attrici di grande talento e molto apprezzate come Elena Sofia Ricci e Francesca Chillemi. Che rapporto avete creato?

Ho avuto la sfortuna di non lavorare tanto con Elena Sofia Ricci che ha girato con me poche scene. Non ho potuto trascorrere con lei molto tempo, ma ho constatato che è veramente come ognuno di noi se la immagina. Super ospitale, con me e con tutti. Nella prima scena insieme, abbiamo parlato e condiviso una passione comune, la danza. Ha iniziato a parlarmi di ballerine e ci siamo subito trovate. Il rapporto con Francesca è stato graduale. Ci siamo prima studiate e poi è nato qualcosa, come nei nostri personaggi, come tra Ludovica e Azzurra. Adesso è vero affetto, io le voglio molto bene.

La danza diceva, è la sua passione…

Mi ha accompagnato sin da quando ero piccolina, quando praticavo danza classica. Ho dovuto smettere per un incidente, ma adesso che mi sono rimessa in sesto e ho terminato anche gli studi al Centro Sperimentale, voglio iniziare di nuovo a ballare. Fa parte di me e mi manca tanto. E’ una disciplina che, secondo me, anche gli attori dovrebbero praticare per percepire il proprio corpo e i propri istinti. E’ fondamentale secondo me fare un percorso del genere.

Cosa c’è di Ludovica, il personaggio che interpreta, che le appartiene?

La sua sensibilità. Più avanti si scoprirà che ha un cuore grande e poi mi ritrovo anche nel valore che dà all’amicizia, alla famiglia e all’amore. Credo che molte ragazze potranno rispecchiarsi in questo personaggio. A me è successo. L’importante è che venga compreso.

Attiva sui social, condivide spesso anche immagini dal set. Come definisce questi momenti?

Un viaggio bellissimo di otto mesi. Abbiamo vissuto tanto, tutti insieme, abbiamo fatto tanti backstage, quindi perché non condividere anche questo. Il dietro le quinte è sempre affascinante.

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Sempre noi stessi

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RICCHI E POVERI

Con le loro hit fanno e hanno fatto cantare e ballare centinaia di milioni di persone. Ora sono tra i giudici di “The Voice Senior”. Il RadiocorriereTv li ha intervistati

THE VOICE SENIOR

Come state vivendo il ruolo da coach a “The Voice Senior”?

Angela: Stiamo vivendo un’esperienza meravigliosa perché ci divertiamo, spesso dimentichiamo anche il ruolo che abbiamo talmente stiamo bene con gli altri coach. Profonde e belle anche le storie dei protagonisti.

Angelo: Quando ci giriamo verso il pubblico, in attesa di ascoltare le canzoni, facciamo due chiacchere con gli altri coach e ci sembra di stare nel salotto di casa con gli amici.

Cosa vi aspettate da questa nuova avventura?

Angela: Non abbiamo aspettative, noi facciamo le cose che ci piacciono e ci divertono. Naturalmente abbiamo progetti di lavoro e ci fa sempre piacere fare cose nuove. Nonostante abbiamo tanti anni di esperienza e gavetta, c’è sempre da imparare dagli altri.

Angelo: Impariamo anche da noi stessi, perché ci si mette sempre alla prova.

Quale tipo di voce vi emoziona di più?

Angelo: Mi emoziona tanto Mengoni, penso sia molto bravo, così come Giorgia.

Angela: A me piacciono quelli che si emozionano mentre cantano, perché mettono anima e cuore. Si può fare un’esecuzione perfetta, ma senza cuore non arriva al pubblico.

Siete sempre d’accordo tra voi sulle scelte e sulle voci?

Angelo: No.

Angela: No, a volte ci diamo anche le gomitate ma non si vede. Poi ci guardiamo e ci ritroviamo sempre. Alla fine arriviamo alle stesse conclusioni. Siamo così anche nella vita, esattamente come a “The Voice”.

Che sensazione avete provato nel guardare prima la trasmissione dal televisore per poi viverla sulle famose poltrone girevoli?

Angelo: Per me è stato molto diverso, da spettatore esterno noti altre sfumature.

Angela: Sono due cose differenti, in studio vivi la magia del momento, sei coinvolto.

Come è il rapporto con gli altri coach?

Angelo e Angela: Siamo affiatati, stiamo benissimo insieme. C’è affetto e stima.

Nonostante abbiate scalato le classifiche italiane e internazionali, vi presentate sempre con la stessa semplicità e ironia. È anche questo il segreto del vostro successo?

Angela: Penso di si, per noi è come se fosse sempre la prima volta. Il pubblico ci dispensa tanto affetto perché coglie l’autenticità della nostra emozione.

Angelo: Il pubblico percepisce la nostra complicità. Non recitiamo: sul palco siamo noi stessi.

Quanto contano le storie dei senior, la parte emotiva del programma…

Angela: Al 50 per cento, quando i cantanti hanno storie particolari e forti scatta l’empatia.

Angelo: Se conoscessimo le storie personali prima dell’esecuzione forse daremmo giudizi diversi ma noi giudichiamo la voce, la performance ed è giusto che sia così.

Ci raccontate il giorno più bello della vostra carriera?

Angela: Quando ci siamo conosciuti. Angelo ancora non cantava, quando abbiamo sentito la sua voce bellissima e lui ha deciso di cantare con me ero felicissima, anche perché eravamo ragazzini. Poi sono arrivati Franco e Marina e si è formato il gruppo, il prosieguo lo conoscete tutti.  

Angelo: Io da ragazzino ero molto più timido, è stata Angela ad incoraggiarmi con la sua verve.

Quali sono i vostri prossimi progetti musicali?

Angela: Subito dopo “The Voice” abbiamo il tour in Australia e poi ci aspetta la sala d’incisione con nuovi progetti.

Angelo: Per noi è come il primo giorno, ci entusiasmiamo sempre per i progetti da realizzare.

“The Voice Senior” è un altro appassionante viaggio nella vostra incredibile carriera. C’è qualcosa che non avete ancora fatto?

Angela: Un film o un musical, una fiction, per il resto abbiamo fatto tutto.

Angelo: Nella nostra carriera abbiamo sperimentato anche il teatro con mostri sacri come Walter Chiari, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.

Angela: Queste esperienze ci sono rimaste nel cuore. Il teatro ti rimane addosso, e poi chissà…

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La notte di Napoli, la voglia di ripartire

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RESTA CON ME

In onda la domenica su Rai 1 la serie di Rai Fiction – Palomar tratta da un’idea di Maurizio De Giovanni e diretta da Monica Vullo. Ottimo riscontro di pubblico per la prima puntata, seguita da…. spettatori per uno share di…

Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo. Nella foto Francesco Arca, Mario Di Leva e Alex Vandamme. Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito. Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo. in the picture Francesco Arca, Mario Di Leva and Alex Vandamme. Photo by Gianni Fiorito This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film. The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.

È una Napoli notturna e diversa quella narrata da “Resta con me”, la serie con Francesco Arca e Laura Adriani diretta da Monica Vullo in onda la domenica in prima serata su Rai 1. “‘Resta con me’ è stato un viaggio lungo ed emozionante, una sfida che mi ha permesso di spaziare nei toni e nei generi – afferma la regista – la storia, infatti, contiene in sé molti sapori: quello che all’apparenza è un poliziesco procedural classico, man mano acquista mille sfumature e lambisce generi diversi, dal family alla commedia, passando per il racconto sociale”. Un arco di racconto lungo, che segue i protagonisti nel corso di un’indagine ma soprattutto li accompagna nella loro ricerca della verità di sentimenti fondanti come l’amore, l’amicizia, la famiglia e la solidarietà. “I protagonisti della serie formano un coro mosso da un forte senso del dovere – prosegue Monica Vullo – impaurito dalla sofferenza, bisognoso di amore, che mi ha dato l’occasione di raccontare stati d’animo, atti di vero e proprio eroismo e la necessità di ricostruire sé stessi e una propria famiglia, fino a comporre un racconto sfaccettato, divertente e mai scontato. Dal punto di vista registico, poi, tornare a Napoli e raccontarla prevalentemente di notte è stata un’altra importante sfida”. La serie, coproduzione Rai Fiction e Palomar, è tratta da un’idea di Maurizio De Giovanni, e vede nel cast anche Antonio Milo, Arturo Muselli, Chiara Celotto, Mario Di Leva e Maria Pia Calzone. “Una serie caratterizzata da una ibridazione di generi, una storia che parte da un uomo, un poliziotto che fa un errore che fa “saltare” in aria due famiglie e dovrà affrontare una rincorsa continua per riannodare i fili di un amore distrutto”, dice Francesco Nardella, vice direttore di Rai Fiction.  A fargli eco è il produttore Carlo Degli Esposti (Palomar): “Ne vado fiero! Scrittura, regia, ma anche recitazione e interpretazione impeccabili. Un gruppo irripetibile con racconto avvincente”.

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Per Naditza è stato amore a prima vista

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VALENTINA ROMANI

L’attrice è tra i protagonisti della serie in onda il mercoledì in prima serata su Rai 2 e disponibile su RaiPlay: «La speranza va nutrita perché spesso ci aiuta a spingerci oltre i nostri limiti»

La prima volta a tu per tu con le storie di “Mare Fuori”… cosa ha provato nel leggere la sceneggiatura?

Ho capito subito di avere fra le mani una grande responsabilità. La serie fa da lente d’ingrandimento a una realtà troppo spesso dimenticata; quella delle carceri intesi come luoghi di reinserimento nella società. Di Naditza mi sono innamorata fin da subito, è una giovane donna grintosa e coraggiosa, molto in ascolto con se stessa. 

Qual è l’insegnamento di Naditza?

Naditza insegna l’amore incondizionato, l’amore senza misure. Insegna che per sentirci veramente liberi l’unica chiave è ascoltare ciò che abbiamo dentro e da questo farci guidare. Assecondare le nostre emozioni senza temere di sbagliarci. 


Com’è cambiato questo personaggio nell’arco narrativo delle tre stagioni?
Se prima poteva permettersi di non pensare troppo a cosa fosse giusto e/o sbagliato, adesso sa che le scelte che si fanno hanno un peso e ovviamente delle conseguenze. Questo inevitabilmente la porta a crescere moltissimo.

L’anteprima degli episodi su RaiPlay della serie ha registrato numeri impressionanti. Provi a spiegare l’amore che lega il pubblico a questo progetto…
Credo che la grande fortuna di “Mare Fuori” risieda nel fatto che è una serie che abbracciando più generi, abbraccia tanto pubblico. In “Mare Fuori” ci sono la storia d’amore, l’action, il thriller. E in più è una serie che a suo modo racconta l’adolescenza, la fase più delicata della vita, che per qualcuno può essere nostalgica, per altri il presente e quindi forse, aiuta a sentirsi meno soli. 

Partendo dalla storia personale di Naditza, il suo “esempio” come può indurre gli spettatori più giovani a una riflessione più profonda?

Nad è l’unica detenuta che sceglie di ritrovarsi in carcere pur di evadere dalla condizione troppo dolorosa che ha in casa. Per lei l’IPM è un luogo sicuro, dove i mostri del suo vivere non sono ammessi. L’esempio, forse, risiede proprio nella sua capacità di riconoscere ciò che è giusto per lei, stando molto in ascolto con se stessa. Credo che la connessione con noi stessi sia un esercizio difficile ma necessario e Nad in questo è una brava maestra. 

Esiste un prima e dopo “Mare Fuori” nel suo rapporto con il pubblico e nella carriera artistica?

Devo riconoscere che “Mare Fuori” è stata per noi tutti una grande fortuna. Per quanto mi riguarda oggi, nel mio dopo “Mare Fuori”, riconosco l’importanza di essere, nel mio piccolo, un esempio per le giovani donne che hanno amato con passione il personaggio di Naditza, riconoscendone la forza, la tenacia e l’estremo senso di libertà; tutti valori che sono arrivati anche a me interpretandola e che rimarranno per sempre parte di me.

Qualcuno ha definito le storie dei ragazzi dell’IPM “necessarie”. È d‘accordo?
Assolutamente si. Questa serie fa luce su una realtà dimenticata che ha un grande bisogno di essere raccontata perché se è vero che si vogliono cambiare le cose, il primo passo per mettere in moto un cambiamento è conoscere questi mondi da vicino. 

È possibile “confondere” attore e ruolo quando ci si confronta con progetti così aderenti alla realtà?

È possibile, ma bisogna fare attenzione e prendere le giuste misure. Il personaggio chiede in prestito la tua vita e non puoi tirarti indietro. Ma evitare di con-fondersi con la sua vita è davvero importante, non snaturarsi. 

A un certo punto nella serie si dice, “l’amore è libertà”. Come vive il suo personaggio e cosa rappresenta questo sentimento, nel senso più assoluto, nella tua vita?

La libertà per me risiede nell’ascolto e questo penso che me lo abbia insegnato proprio Naditza. Là dove c’è ascolto, c’è il vero amore libero.

Che cos’è per lei il “mare fuori”?

La speranza.

Le è mai capitato di vivere in un tempo sospeso come quello in cui si trovano i ragazzi dell’IPM?

Non si può dire proprio come il loro ma credo che la condizione di lockdown che abbiamo vissuto tutti è stata una dura messa alla prova anche in termini del nostro senso di libertà di cui ci siamo sentiti privati, anche se per una buona causa.

Qual è per lei il valore della speranza?

La speranza va nutrita perché spesso ci aiuta a spingerci oltre i nostri limiti, non considerando troppo gli ostacoli ma imparando a superarli per raggiungere un obiettivo. 

Si è chiusa definitivamente “La porta rossa”… proviamo a fare un bilancio di questo lavoro?

È difficile. La porta rossa è uno dei progetti a cui sono più legata in assoluto, ci sono cresciuta. È stata un’esperienza straordinaria. Credo che un gruppo di lavoro così affiatato sia davvero raro, abbiamo girato a Trieste, una città che ho amato e continuo ad amare moltissimo. Mi sento di dire che mi ci vorrà del tempo per metabolizzare tutto questo, intanto quello che posso dire è che è stata un’esperienza indimenticabile.

Cosa spera accada nel suo “domani” professionale?

Spero tante cose, spero soprattutto di continuare a nutrire la mia curiosità e il mio entusiasmo che oggi mi hanno portata fino a qui. 

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Caro Festival, ti scrivo

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Il saluto affettuoso e ironico del direttore artistico Amadeus alla 73esima edizione, apprezzata da molti milioni di italiani

SANREMO 07 FEBBRAIO 2023 1 SERATA DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA NELLA FOTO AMADEUS

Permettetemi ora di poter dedicare un pensiero a questo indimenticabile 73esimo Festival di Sanremo. Hai accolto per la prima volta il nostro amato Presidente della Repubblica e ci hai messo di fronte alla Costituzione Italiana, portandoci a riflettere; la tua musica ha fatto sì cantare, ma ha anche parlato alle nostre vite. Questo palcoscenico ha visto rose spezzate, rifiorire; cantanti e ospiti, scendere le scale…. Entrare, ma mai uscire di scena. Hai ricordato, reso omaggio e dato un’opportunità in una società che purtroppo delude, dimentica ed esclude. Con i tuoi SUPEREROI hai sconfitto ancora una volta il MOSTRO dei cattivi ascolti, facendoci fare l’ALBA con UN BEL VIAGGIO nel MADE IN ITALY e oltrepassare DUEMILAMINUTI di FURORE. Nonostante il MARE DI GUAI in cui versa il mondo con la POLVERE e la CENERE di guerre e Diritti Umani negati che dividono in DUE e portano a dare L’ADDIO a troppe vittime innocenti… NON MI VA di pensare che IL BENE NEL MALE, quando TI MANCA IL FIATO, siano PAROLE DETTE MALE, che STUPIDO fanno sentire. SE POI DOMANI farai SPLASH, riemergi sempre e SALI sopra tutte le difficoltà, perché a passo di TANGO, smetterai di inseguire le CAUSE PERSE. E poi che dirti? Grazie a tutti i protagonisti che ti hanno dato vita, rendendoti unico; nessuno è stato EGOISTA. Io mi sono fatto in “quattro”, ma posso affermare con orgoglio che sei più che mai VIVO. Non a caso la LETTERA 22 dell’alfabeto internazionale è la V di Vittoria… quindi caro Festival LASCIAMI dire con un TERZO CUORE in gola, che DUE VITE non bastano a me, per ringraziarti Sanremo 2023.

Tuo Direttore Artistico.

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“Tramite amicizia”… tutto è possibile

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AL CINEMA

Dal 14 febbraio nelle sale il nuovo film di Alessandro Siani, regista e interprete di una commedia che unisce divertimento, ironia e tenerezza. Nel cast del film coprodotto da Rai Cinema, Max Tortora, Matilde Gioli, Maria Di Biase

L’amicizia che c’è e l’amicizia che manca, l’amicizia tradita, quella che dura una vita e quella di pura convenienza. Alessandro Siani indaga e fotografa l’amicizia con la sua nuova commedia coprodotta da Rai Cinema, nelle sale dal 14 febbraio. Un film che regala sorrisi e spunti di riflessione, partendo da uno dei mali più diffusi dell’era moderna: la solitudine. «‘Tramite amicizia’ non è solo un grido di dolore, nel nostro Paese se cerchi un lavoro, oppure un posto per ricoverarti in ospedale, lo puoi trovare solo tramite amicizia… – dice Siani – ma è soprattutto una riflessione su un sentimento che insieme all’amore e alla felicità resta la più grande condizione di affetto di cui non possiamo fare a meno mai».

Come è nata l’idea di questa storia?

Avevo letto diverso tempo fa un articolo che parlava di un’agenzia che procurava amici in affitto a Tokyo. Questa notizia mi aveva sempre lasciato un forte desiderio di indagare più a fondo e così dopo il lockdown ho deciso di scrivere un copione sull’argomento in collaborazione con Gianluca Ansanelli e Fabrizio Testini. Avevo già affrontato in alcuni miei film precedenti certi temi come la felicità (“Mister Felicità”), i miracoli (“Si accettano miracoli”) e l’amore (“Il principe abusivo”) e questa volta ho tenuto presente l’esigenza di parlare di amicizia cercando di dare spazio ai momenti brillanti, ma anche lasciando grandi margini ai sentimenti. In questa occasione mi sono trovato ancora una volta nella duplice veste di regista e interprete, ma essendo un attore che doveva fare recitare altri colleghi, ho cercato sempre di dare il meglio di me e di far venire fuori il meglio da tutti gli altri, soprattutto quando ero in scena insieme a loro.

Che cosa ha scelto di raccontare questa volta?

Una storia ambientata a Ferrara in cui si seguono le vicende di  Lorenzo, il proprietario di un’agenzia chiamata “Tramite amicizia” che offre amici a noleggio a chi ha bisogno di conforto, di compagnia o solo di un consiglio per lo shopping. Si presenta affabile, premuroso e gentile, sempre in grado di rappresentare l’amico perfetto… Un giorno si rivolge all’agenzia sua cugina Filomena (Maria Di Biase) molto preoccupata perché suo marito (Yari Gugliucci) rischia di essere licenziato dalla florida fabbrica di dolciumi in cui lavora: il suo capo, Alberto Dessè (Max Tortora) vuole lasciare tutto e vendere l’azienda, non tanto per motivi economici, ma perché si sente un uomo solo, infelice e scoraggiato. Lorenzo viene così spinto ad avvicinarsi ad Alberto per offrirgli la sua amicizia, ridargli fiducia e ottimismo, spingerlo a vincere la sua depressione e a ripristinare la funzionalità della fabbrica per garantire agli operai un lavoro per loro determinante. Tra Lorenzo e Alberto nascerà col tempo un rapporto di vicinanza e di familiarità reale e non costruito.

Come entrano in scena i personaggi interpretati da Matilde Gioli, Cecilia Dazzi e Maria De Biase?

Matilde Gioli recita la parte di Maya, una sorta di “vagabonda” che prova mille espedienti per andare avanti nella vita e che per un caso si ritroverà a collaborare con Lorenzo con conseguenti piccoli risvolti sentimentali. Matilde ha una forte personalità, il suo non era un ruolo da commedia, ma lei lo ha affrontato e reso con grinta e anche con dolcezza rivelandosi perfetta per il suo personaggio. Cecilia Dazzi interpreta invece un’amica di adolescenza di Alberto che era andata a vivere a Parigi e che lui vorrà di nuovo incontrare a distanza di tanti anni. È un’attrice con cui avevo sempre voluto lavorare senza mai trovare un ruolo che fosse adeguato a lei: questo film mi ha permesso finalmente l’occasione di iniziare una collaborazione con lei che è sempre molto brillante e molto spiritosa, un vero asso nella manica. Quanto poi a Maria De Biase ho ritrovato un’amica, avevamo già lavorato insieme in passato e ci siamo ritrovati felicemente, è un incredibile talento comico.

Come si è trovato con Max Tortora?

Avevo già lavorato con lui anni fa nel programma tv “Bulldozer”, è stato bello ritrovarsi, è un attore che può contare sia su corde comiche che su quelle drammatiche e si è rivelato subito perfetto, è un vero animale da commedia, un interprete completo in grado di passare dai film brillanti con Carlo Verdone a quelli drammatici come quello dei fratelli D’Innocenzo o di Vincenzo Marra. Per il personaggio di Alberto era necessaria una presenza scenica importante e Max aveva il “phisique du role” perfetto.

(intervista da portale 01 Distribution-Rai Cinema)

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Edoardo? Lo conosco bene

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MATTEO PAOLILLO

Nella serie di Rai 2 è il rampollo della famiglia camorrista Conte. L’attore campano è tra i protagonisti più amati di “Mare Fuori” sin dalla prima stagione. Da mercoledì 15 febbraio in prima serata

Come ha vissuto il ritorno a “Mare Fuori” in questa terza stagione?

È stato un po’ come tornare a casa, questa volta con un po’ di malinconia in più perché nel cast c’erano dei grandi assenti e ho sentito la loro mancanza. E poi, per tutti noi, il regista Ivan Silvestrini è un punto di riferimento, è un po’ il padre di una grande famiglia. Nel cast sono arrivati nuovi ragazzi con cui abbiamo legato molto, si sono inseriti bene. Abbiamo passato tanto tempo con loro, soprattutto in casa, visto che è diventato abbastanza complicato girare tutti insieme per le strade di Napoli.

La serie come ha cambiato la sua vita?

Sono grato a “Mare fuori” per avermi dato l’opportunità di avere un ruolo da protagonista, sul quale ho potuto lavorare, che ho potuto approfondire. Ma il cambiamento vero è avvenuto con la messa in onda della serie, quando mi sono  confrontato con l’attenzione del pubblico, quando in strada hanno cominciato a riconoscermi. Trovarsi gli occhi addosso delle persone, che ti guardano come se ti conoscessero da sempre, non è mai semplice da gestire, all’inizio mi sentivo un po’ in imbarazzo, ma con il tempo ho trovato equilibrio.

Com’è cambiato, nel tempo, il rapporto con il suo Edoardo Conte?

All’inizio ci fu una fase di conoscenza, poi entrammo in sintonia. In questa terza stagione l’ho trovato un po’ in crisi. Da attore ho cercato di trovare qualcosa di nuovo in lui, sono andato a scavare sempre più a fondo. Ho conosciuto una parte più fragile di Edoardo, sta diventando adulto ma al tempo stesso vorrebbe restare ragazzo. Si trova a crescere e per lui non è facile.

Le è capitato di trovarsi in disaccordo con il suo personaggio?

Non posso mai approcciarmi a un personaggio prendendo le distanze da quello che è. Per me ha sempre ragione. Anche quando ha atteggiamenti nei quali non mi ritrovo, da attore cerco di capire. Diventiamo un po’ i loro avvocati difensori, anzi, andiamo oltre. L’avvocato difende, l’attore dà anche  corpo e voce. Edoardo ha il suo modo di pensare, agisce in rapporto a ciò che sente.

Cosa significa portare in scena Napoli?

Da salernitano è stata una bella sfida, ho cercato di osservare la città e le sue dinamiche, di capire la sua gente. Ho studiato l’atteggiamento delle persone, l’ho fatto per le strade come nei bar, ho ascoltato, trovando una città dai mille colori.

La sigla di “Mare fuori”, di cui è autore, è molto popolare tra tutti i telespettatori…

Anche tra chi non ha visto la serie (sorride).

Come sono nati testo e musica?

La musica accompagna da sempre la mia vita. Venivo da un lavoro approfondito sul personaggio di Edoardo, giravamo da circa un mese e un giorno, facendo la doccia, mi è uscito il ritornello. Ne parlai con il mio producer, che lavorò alla base, e così nacque la struttura poi riarrangiata da Stefano Lentini. Dopo qualche giorno, feci sentire la canzone ai ragazzi e a loro piacque, quindi arrivò al regista che mi disse che il brano sarebbe diventato la sigla della serie.             

Cosa ha imparato da questa esperienza?

Lo capirò meglio e lo metabolizzerò nel tempo. Ho sicuramente imparato che con il lavoro e con il sacrificio arrivano risultati che vanno anche fuori la nostra immaginazione. Ho imparato che il legame con gli altri attori, l’affiatamento di scena, è sempre positivo. E che la qualità fa la differenza.

Cosa c’è dentro al suo cassetto dei desideri?

Ci sono tanti progetti. Sto crescendo, ho voglia di raccontare anche nuovi personaggi, di trasmettere emozioni attraverso la musica. Spero anche di ritornare a teatro. Ma c’è soprattutto voglia di continuare a sognare.

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I casi di Teresa Battaglia

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FIORI SOPRA L’INFERNO

La profiler della polizia, già amata protagonista del romanzo omonimo di Ilaria Tuti, sta per incontrare il pubblico di Rai 1 e di RaiPlay nella serie in partenza il 13 febbraio. Il RadiocorriereTv ha incontrato la scrittrice, l’interprete principale, Elena Sofia Ricci, e il regista Carlo Carlei

Ilaria Tuti

Dal romanzo alla serie Tv, che viaggio è stato?

Un viaggio fantastico e molto fortunato, che mi ha cambiato la vita portando cose meravigliose. Il libro è nato da un personaggio, quello di Teresa Battaglia. Da lettrice sentivo il bisogno di raccontare una donna un po’ diversa da quelle che solitamente si trovano nei romanzi di genere. Ero abituata a leggere di donne giovani, molto belle e attraenti, che giocavano su questo potere di attrazione, e volevo proporne una diversa. Così è nata Teresa, commissaria di polizia quasi sessantenne, malata di diabete, fuori forma, per nulla attraente e che non fa nulla per esserlo, una donna che ha tanto da dire, come le donne mature che ho incontrato nella mia vita che hanno avuto tanto da dire e tanto da dare perché forti di un’esperienza eccezionale.

Teresa Battaglia porta con sé un grande segreto…

Nasconde un passato di dolore. Il thriller è un plot che ho usato per parlare di tante cose diverse, tra cui la violenza di genere, quella che si consuma dentro le case, nelle famiglie. Teresa è una donna che ha sofferto, che è stata abusata dal marito, che ha pagato un prezzo altissimo per essere libera e che si porta queste ferite dentro. Per raccontarle amo citare Alda Merini: queste ferite sono diventate un fuoco di dolore che in qualche modo le ha rese incandescenti e trasformate in amore per gli altri. Teresa usa la compassione per capire le vittime e per capire anche i carnefici.    

I telespettatori ritroveranno la stessa Teresa narrata dal romanzo?

Nel personaggio televisivo c’è tutta Teresa. Ci sono la sofferenza, la grandissima empatia, sono state rispettate e portate con grande bravura da Elena Sofia Ricci, che ha amato e capito il personaggio da subito, con grande intelligenza e sensibilità. Accettare di portare la compassione nella propria vita significa accettare anche di soffrire, perché compassione vuol dire sentire il dolore degli altri e farlo proprio. Ecco perché si chiama “Fiori sopra l’inferno”, da una citazione di Kobayashi Issa, importantissimo poeta giapponese del passato. Noi abbiamo dei filtri mentali che ci permettono, nella vita, di accantonare il dolore, le paure e andare oltre. Non vediamo l’inferno su cui tutti, chi più chi meno, stiamo camminando, ma vediamo i fiori sul terreno. Teresa va oltre, accetta di far cadere questi filtri per capire gli altri e vede l’inferno che c’è sotto. Si fa carico del dolore degli altri per aiutarli e per andare avanti.

Carlo Carlei

Com’è avvenuto il suo incontro con questa storia?

Per me è stata una storia d’amore che non si è realizzata immediatamente. Avevo letto il romanzo quando era uscito, mi era piaciuto tantissimo, volevo prendere i diritti ma erano già stati presi. Dopo tre anni, il progetto era di nuovo libero e quando l’ho saputo mi ci sono buttato sopra. È stato un incontro magico, sapevo già come adattarlo. Ho sempre pensato che potesse diventare una serie di grande successo, ci ho trovato tutti gli elementi necessari: un bel personaggio protagonista, due co-protagonisti tra loro agli antipodi ma che si integravano perfettamente, e quattro bambini di undici anni, elemento fondamentale per fare avvicinare la protagonista alla verità.

Chi è Teresa Battaglia?

Teresa, arrivata alle soglie dei sessant’anni, come tutti noi si porta dentro delle ferite che sono più o meno laceranti. La sua professione è fatta soprattutto di intuito, di perseveranza, di un’intelligenza sopraffina, che purtroppo vengono messi in pericolo da un’incipienza di Alzheimer, ancora agli inizi, ma che Teresa comincia a sentire proprio nel momento in cui sta affrontando il caso più spinoso della sua carriera. È fondamentale il timing di questo racconto: vediamo Teresa in difficoltà, fa affidamento a tutte le sue qualità per venire a capo di un caso terribile, quello di un serial killer che si aggira per le montagne e punisce adulti che in un certo senso si sono macchiati di un peccato capitale, che è quello di abusare l’infanzia.

Da regista cosa ha chiesto a Elena Sofia Ricci?

Più che chiederglielo io, la volontà, in questo momento della sua carriera, era quella di resettarsi, di fare tabula rasa di tutte le piccole sicurezze che a poco a poco si affastellano nel momento in cui fai un personaggio per tanti anni. La volontà di Elena Sofia era di calarsi nei panni di un personaggio che a poco a poco risente di uno sfasamento con la realtà. Lei è stata eccezionale, l’equivalente di un attore americano che usa il metodo Stanislavskij. Ha sorpreso tutti, non perché non conoscessimo il suo talento. Elena è un’attrice che ha vinto dei David di Donatello ed è una professionista esemplare.

Elena Sofia Ricci

Che tipo di rapporto ha avuto con il romanzo?

Quando inizialmente mi chiamarono per questo progetto confesso che non avevo letto i romanzi, ma me ne avevano parlato tante amiche. Mi sono sentita subito ignorantissima e mi sono precipitata, e mi sono innamorata come tutti di Teresa Battaglia. Ho capito perché Ilaria Tuti abbia avuto così tanto successo, in Italia e all’estero. Il personaggio è entusiasmante perché è diverso, controverso, ruvido, a tratti antipatico, virile, tranne con i bambini e con il killer. Esprime la sua parte più femminile quando ha a che fare con i bambini e con quell’omicida che deve essere stato un bambino ferito, con delle forti fragilità. Usa la sua mente, il suo cuore, per cercare di capire chi possa essere e trovarlo. L’altro tratto è l’altro mostro con il quale si trova a dover combattere, che non è più quello fuori di sé, ma la malattia della quale comincia a soffrire. Per una donna che ha scelto una solitudine quasi forzata, l’Alzheimer diventa un mostro difficile da combattere.

Nel nostro vivere scegliamo spesso di vedere i fiori e non l’inferno, come cammina Teresa?

Si cammina sull’inferno. A volte si decide di andarci dentro e di scoprirlo, altre, su questi ghiacci, si vede solo il riflesso del cielo o di un fiore senza andare in fondo. Teresa va in fondo, dopo avere conosciuto il suo di inferno. Sa bene di cosa parla, per questo è così capace di vedere e comprendere l’inferno altrui, di averne quasi cura. Chiaramente dovrà prendere il killer, dovrà capire che cosa è successo, ma lei va dentro.

La storia giusta al momento giusto?

Queste storie sono sempre giuste. Perché chi di noi non ha un inferno dentro di sé, chi non ha attraversato momenti bui, difficili? Il personaggio di Teresa è estremo, veramente spigoloso, duro. Si nasce soffrendo, si cresce soffrendo, è anche attraverso il dolore che si evolve nella vita.

La profiler della polizia, già amata protagonista del romanzo omonimo di Ilaria Tuti, sta per incontrare il pubblico di Rai 1 e di RaiPlay nella serie in partenza il 13 febbraio. Il RadiocorriereTv ha incontrato la scrittrice, l’interprete principale, Elena Sofia Ricci, e il regista Carlo Carlei

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A mio agio nella commedia

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FEDERICA PAGLIAROLI

Dalla borgata romana al convento di “Che Dio ci aiuti” su Rai 1. La sua Sara, che ha esordito nella settima stagione della serie, è già entrata nel cuore dei telespettatori. Al RadiocorriereTv l’attrice parla del suo personaggio: «Ho trovato piacevole la sua leggerezza, il suo voler essere libera» e del suo futuro extraprofessionale: «Voglio pensare anche alle cose più concrete della vita, come prendere la patente»

“Che Dio ci aiuti” porta da anni il sorriso nelle case degli italiani. Come è stato confrontarsi con il registro della commedia?

Quando scegli questo lavoro la cosa che ti auguri di più è di poter fare sempre cose totalmente diverse le une dalle altre. Mi è sembrato di essere stata molto fortunata perché il personaggio di Sara è bellissimo, sfaccettato, è un po’ una boccata d’aria fresca. Lei non ha sovrastrutture, è come la vedi. Certamente ha dei segreti, ha un passato oscuro, cose che si scopriranno verso la fine della stagione. Il desiderio di essere felice e la gioia di vivere la portano a nascondere il passato.

Cosa ha pensato di Sara alla prima lettura del copione?

I nuovi personaggi all’inizio erano molto caratterizzati, sono entrati a gamba tesa. Il pubblico ha capito da subito chi fossero. Sara è romana, un po’ eccentrica, ama curare la propria immagine, è un po’ naif, genuina. Io, essendo molto “pesantona” ho pensato che ci sarebbe stato molto da lavorare per lasciarmi andare (sorride). Poi, entrando nel personaggio, ho trovato piacevole la sua leggerezza, il suo voler essere libera.

Sara è una ragazza determinata, è un tratto distintivo che vi accomuna?

Lo vedo di più in lei, anche perché ha una storia diversa. Sara è orfana, ha dovuto trovare la forza in se stessa, non ha avuto una famiglia al suo fianco. La sua bellezza è data anche dalla sua determinazione. Anche io sono stata molto determinata per poter fare questo mestiere.

Come nasce la passione per la recitazione?

Da bambina i miei genitori mi portarono a vedere uno spettacolo musicale, era “Aggiungi un posto a tavola” di Garinei e Giovannini, e mi innamorai totalmente di ciò che vidi. A sette anni chiesi poi di fare teatro, ed ebbi la fortuna di incontrare un’insegnante pazzesca che mi ha cresciuta per un decennio quasi come una figlia, curando la mia artisticità. Dopo il liceo riuscii ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Amavo il fatto di poter essere lì con tante classi diverse, c’era chi faceva costume, chi fotografia, chi sceneggiatura. Stare in mezzo a quell’arte, a quell’aria di cinema, era pazzesco. Sono stati tre anni di grande crescita, artistica e personale, nonostante dal secondo anno in poi il covid abbia in parte condizionato le attività di gruppo, quelle più fisiche

Che significato ha la parola talento?

Ci si nasce, è una fortuna ma non una garanzia, da solo non basta, bisogna aiutarlo. È certamente importante ma deve essere sostenuto dal lavoro.

Per crescere un attore deve anche “rubare il mestiere” ai colleghi di maggiore esperienza, cosa le hanno insegnato Elena Sofia Ricci e Valeria Fabrizi?

Mi ha colpito il gioco. Elena Sofia e Valeria sono incredibili, fanno cose anche molto buffe senza giudicarsi. Al Centro Sperimentale ci dedicavamo per molte ore al “gioco dell’attore”, che per me era la cosa più difficile. Ci misi quasi un anno per sciogliermi e capire che cosa significasse. Con Elena ho fatto una delle prime scene, mi ha aiutato a lasciarmi andare. Valeria ha un’energia incredibile e mi ha trasmesso la felicità di fare questo mestiere, il nostro è un lavoro dinamico, ti consente di imparare ogni volta qualcosa di diverso.

Come ci si prepara a un nuovo personaggio?

L’approccio cambia di volta in volta, dipende da quali mie corde tocca, da quanto gli sono vicina o gli sono lontana. A volte vado più di empatia, altre cerco distacco. Nel caso di Emma in “Mental”(serie realizzata da RaiPlay) ho lavorato sulla sua forza, tenendo dentro l’emotività. Con Sara gli elementi sono invece quelli dell’esplosività, del gioco. Lei è energia pura.

Ha dei modelli ai quali si ispira?

Rubo. Ci sono attrici, penso a Kate Winslet, che insegnano in ogni loro film. Guardi la tecnica, il metodo, percepisci emozioni.

Un attore è chiamato a dare molto di se stesso, dove ricerca nuovi stimoli?

Quello di avere alti e bassi è un po’ il cliché degli attori, c’è il momento un po’ depressivo in cui pensi sia tutto fermo e c’è quello di euforia. La ricerca è sempre l’equilibrio. Mi sono data degli obiettivi e spero di mantenerli: voglio ricominciare a fare canto, danza, e poi le cose più concrete della vita, come prendere la patente, perché ancora non ce l’ho (sorride).

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A Sanremo è già domani

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Premiata dagli ascolti e dalla critica. La 73esima edizione del Festival vinta da Marco Mengoni ha visto i giovani ancor più protagonisti, sul palco e tra il pubblico. Secondo e terzo sul podio Lazza e Mr.Rain. A Colapesce Dimartino il premio della Critica “Mia Martini” e quello della sala stampa “Lucio Dalla”

SANREMO 07 FEBBRAIO 2023 1 SERATA DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA NELLA FOTO GIANNI MORANDI – AMADEUS – CHIARA FERRAGNI

Un Festival che legge il presente e guarda con attenzione al futuro, nei testi delle canzoni, negli stili musicali, nei momenti di spettacolo e di riflessione. Il quarto Sanremo di Amadeus conferma la solidità di un progetto che vede in campo l’intera Rai in piena condivisione con il mondo discografico. Obiettivo, mantenere il rapporto già consolidato con il pubblico televisivo, ed aprirsi sempre più nei confronti dei giovani, anche attraverso il web e i social media.  Perché la musica uscita dal Festival conquisterà le hit nel giro di pochi giorni per portarci fino all’estate e oltre. Il podio ben racconta come Sanremo abbia già imboccato una nuova via: sul gradino più alto Marco Mengoni con “Due vite”, quindi Lazza con “Cenere” e Mr. Rain con “Supereroi”. Nella cinquina che ha affrontato la sfida finale al televoto anche Ultimo, quarto con il brano “Alba”, e Tananai, quinto con “Tango”.  Assegnato dalla Sala Stampa il Premio della Critica “Mia Martini” alla canzone “Splash” di Colapesce Dimartino. A loro 29 voti dei giornalisti accreditati. Al secondo posto Gianluca Grignani con 23 voti, al terzo Coma_Cose con 11. A premiare i due musicisti siciliani anche la Sala Stampa “Lucio Dalla”. Il Festival 2023 ha conquistato sera dopo sera il pubblico televisivo, quello radiofonico e i tantissimi che hanno seguito la gara su RaiPlay. Nella serata conclusiva Sanremo ha avuto un ascolto complessivo di 12 milioni 256 mila spettatori con uno share del 66 per cento tra le 21.25 e l’1.59. La prima parte (21.25 – 23.54) è stata seguita invece da una media 14 milioni 423 mila spettatori, con uno share del 62.7 per cento. Il picco di ascolti si è registrato alle 22.01 con 15 milioni e 674 mila quando sul palco si esibivano i Depeche Mode. Grande anche il successo della piattaforma della Rai, la diretta streaming della serata conclusiva ha generato 2,6 milioni di visualizzazioni, in crescita del 26% rispetto al 2022. Boom di ascolti anche tra il pubblico giovane per tutti i programmi che nel corso della settimana hanno raccontato il Festival e i suoi protagonisti: da “Uno Mattina” a “Oggi è un altro giorno”, da “La vita in diretta” a “BellaMa” e a “Italia Sì”. «Il Festival di Sanremo ci ha raccontato un universo giovanile che sta attraversando una fase di dirompente fermento creativo – ha dichiarato Carlo Fuortes, amministratore delegato della Rai – ha fatto esprimere voci di una generazione che si è messa in movimento per crescere, per dimostrare di avere potenzialità enormi, per fare in modo che l’Italia sia sempre più protagonista in Europa e nel mondo con la musica e la cultura. Un patrimonio enorme che dobbiamo saper usare nella maniera migliore. Sanremo 2023 ha messo in scena questo patrimonio con un’ampiezza mai vista prima. Il numero dei cantanti che hanno partecipato al Festival, come concorrenti, come ospiti, come protagonisti di mille iniziative parallele è stato eccezionale. Perché quest’anno, come non mai, tutta la musica italiana è stata protagonista del Festival, con star di ieri e di domani che sono diventate, per una settimana, tutte star di oggi». Il ruolo della Rai si conferma fondamentale. «Il patrimonio costruito in oltre settant’anni di lavoro sta dando, ancora una volta, come e meglio di ciò che è accaduto nella storia del Festival, frutti notevoli per effetto del lavoro dell’Azienda, la quale ha sempre reso Sanremo uno dei punti centrali della sua programmazione» ha concluso.

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