Benvenuti nel 1958!

Posted on

Tra novità e conferme, al via la settima edizione del format che quest’anno porta i giovani studenti negli anni ’50, quando in Italia sta arrivando “il miracolo economico” e tutti cantano “Volare”. La voce narrante è di Nino Frassica. Da martedì 18 ottobre alle 21.20 su Rai 2

Da martedì 18 ottobre parte su Rai2, alle 21 20, la settima edizione del “Il Collegio” che, solo per questa settimana, raddoppia l’appuntamento con una seconda puntata prevista il giorno successivo, mercoledì 19 ottobre sulla stessa rete e sempre in prima serata.

Il programma, realizzato in collaborazione con Banijay Italia, quest’anno porta i protagonisti e gli spettatori negli anni ’50. I giovani studenti, infatti, lasceranno le proprie famiglie, i social network e l’inseparabile telefono per vivere nel 1958.

Accanto alle conferme del cast, si registrano anche delle new entry e non mancheranno le sorprese a scombussolare le giornate dei giovani collegiali. La prima novità di questa edizione è la voce narrante di Nino Frassica, che accompagnerà il racconto delle avventure dei 20 protagonisti. Dagli scontri con il Preside e il corpo docenti, alle simpatie e le antipatie verso gli altri collegiali, fino alle gite fuori dal convitto. La narrazione si animerà nell’atmosfera tipica degli anni in cui l’Italia inizia ad assaggiare il “miracolo economico”, quando le industrie dell’automobile e degli elettrodomestici vivono una crescita senza precedenti: la Cinquecento, il frigorifero e la lavatrice sono gli emblemi del boom dei consumi.

Il 1958 è un anno di grande ottimismo e spinta verso la crescita, ma è anche un momento di forti migrazioni interne, di svuotamento delle aree rurali e di espansione delle città: due «Italie» si ritrovano così faccia a faccia. Sono anni in cui in Italia cresce anche la domanda di scolarizzazione e il boom della produzione industriale inizia a richiedere figure specializzate: avvocati, operai e ragionieri diventano richiestissimi. Non a caso, nel decennio 1948-1958 gli iscritti all’istruzione media raddoppiano e s’incrementa la scuola secondaria, specie quella tecnica e professionale. Al contempo però restano ancora alti i numeri dell’esclusione: nel 1958 il 65% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni non frequenta alcuna scuola secondaria di 1° grado, mentre il 35% residuo è diviso tra scuola media col latino e l’avviamento professionale. Il Ministro della Pubblica Istruzione di questo periodo è Aldo Moro. Nel 1958 le infrastrutture cominciano a unire l’Italia: viene inaugurato il primo tratto di un’autostrada, l’A1 da Milano a Parma. La Comunità Economica Europea si riunisce per la sua prima seduta; a Sanremo trionfa Modugno con «Il blu dipinto di blu»; Paul Anka e i Platters sono in alto nelle hit parade, mentre Elvis si arruola. Poi ancora in tv va forte «Canzonissima»; la Rai lancia il programma «Telescuola» per l’insegnamento tramite tv ai ragazzi che vivono in posti privi di scuola secondaria; viene pubblicato «Il Gattopardo» di Tomasi di Lampedusa; al cinema escono «Vertigo» di Hitchcock e «I soliti ignoti» di Monicelli, che fra i suoi interpreti consacra Marcello Mastroianni. Tra le delusioni di quell’anno c’è la Nazionale di calcio che non si qualifica ai Mondiali in Svezia, dove si afferma la stella di Pelè e il mondo scopre il Brasile, che vince il suo primo titolo.

In questo contesto storico si svolgeranno – per otto settimane – le lezioni in vista dell’esame di terza media del 1958. Ad ospitare i giovani studenti sarà, per il terzo anno consecutivo, il Collegio Regina Margherita di Anagni, dove vigeranno le regole di sempre: preside, professori e sorveglianti rappresentano l’autorità. Vanno dunque ascoltati e rispettati. Massima è, infatti, la severità per il rispetto delle norme, con giornate scandite da studio e attività ricreative.

Su Rai Play sono disponibili i provini più divertenti e tutte le back stories dei partecipanti.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.41

Prepariamoci al futuro

Posted on

Ambiente, clima, energia: come sarà il nostro domani e come potremo esserne virtuosi protagonisti? Un programma in sedici puntate dedicato ai giovani, il venerdì alle 15.00 su Rai 3 e sulla piattaforma Rai Play. L’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes: «Prepararsi al futuro è il vero testamento di Piero Angela»

“Piero Angela pensava al futuro all’età di 93 anni, è un esempio per tutti noi”, il suo “è un lascito straordinario che fa alla nostra televisione e un esempio unico di devozione al Servizio Pubblico”, è l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, a presentare alla stampa “Superquark – Prepararsi al futuro”, il ciclo di 16 puntate ideato e condotto dal celebre divulgatore prima della scomparsa avvenuta il 13 agosto scorso. Parlare con tutti i telespettatori, unendo il rigore scientifico a un linguaggio facilmente accessibile, facendo proprio il motto “ludendo docere” (insegnare divertendo), questo l’obiettivo del più grande divulgatore italiano.  “In modo semplice e speriamo non noioso – dice Piero Angela in apertura della prima puntata – affronteremo i problemi che l’umanità deve affrontare, legati al cambiamento climatico e alla ricerca di nuove fonti di energia, ma anche il ruolo della scienza e della tecnologia nella società moderna”. Una dichiarazione d’intenti e al tempo stesso un monito. “È un caso unico al mondo – ha proseguito Fuortes – la Rai gli deve essere sempre grata”. “Piero Angela ha lavorato con passione e con rigore fino all’ultimo giorno – ha ricordato la direttrice di Rai Cultura, Silvia Calandrelli – si tratta di una grande eredità e di una grandissima sfida. Sedici grandi lezioni rivolte alle giovani generazioni. Angela, con uno spirito straordinario e capacità di innovazione, aveva deciso di dedicare questo lavoro ai ragazzi, parlando di ambiente, di clima, di energia, con una capacità e una lungimiranza di comprendere da sempre i problemi del mondo, del futuro”. Comprendere le difficoltà per individuare le soluzioni, senza mai nascondere la testa sotto la sabbia: “Io ho fatto il liceo classico tanti anni fa e la gran parte del programma era rivolta a studiare il passato – racconta Angela – c’erano anche le materie scientifiche, ma forse sono stato sfortunato, non ho avuto dei professori che mi abbiano fatto amare la scienza: erano noiosi, pedanti, poco coinvolgenti. L’ho capito dopo, grazie al mio lavoro da giornalista, che mi ha aiutato a comprendere come alcune cose non mi fossero state insegnate, per esempio il metodo della scienza, le regole, l’etica, il piacere di scoprire, la filosofia della conoscenza. A quel punto ho iniziato a leggere libri, riviste e a realizzare programmi di scienza e tecnologia. Se vi ho raccontato questa vicenda personale è perché mi sono chiesto quanto sarebbe stato importante, per voi giovani, avvicinarvi alla scienza e alla tecnologia, in un mondo che è in costante cambiamento”. Regista del programma, in onda il venerdì alle 15.00 su Rai 3, Alessandro Morbioli: “Fin dall’inizio, quando Piero mi ha incaricato di fare la regia, avevo chiara l’intenzione di ciò che volevo fare. Anche Piero era preoccupato un po’ per questa incertezza su dove sta andando il mondo. Ho lavorato grazie alla grafica, alla musica, alla scenografia, a creare un’atmosfera di sospensione, non sapremo come sarà il mondo fra venti, dieci o cinque anni, Piero voleva che lo spettatore avvertisse questo, questa incertezza e che facesse la sua parte, responsabilizzandosi in ogni sua azione quotidiana”.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.41

Signori, Vincenzo Malinconico

Posted on

L’avvocato di insuccesso che vive nei romanzi di Diego De Silva (Einaudi) è protagonista della nuova serialità coprodotta da Rai Fiction, in onda da giovedì 20 ottobre in prima serata su Rai 1. Con Massimiliano Gallo, Denise Capezza, Francesco Di Leva, Teresa Saponangelo, Lina Sastri. La regia è di Alessandro Angelini: «In quel carnevale sgangherato che è la sua vita – afferma– Malinconico riesce a stare in piedi solo con l’autoironia e il giusto distacco di chi pensa che in fondo, in ogni situazione, poteva anche andare peggio»

Simpatico e sbadato, saggio e al tempo stesso eterno fanciullo. Vincenzo Malinconico è avvocato, ma alle cause vinte a tutti i costi preferisce essere se stesso. La sua vita è caotica, le difficoltà non mancano in famiglia come sul lavoro e altrettanto disordinati sono i suoi pensieri. A salvarlo sono l’ironia e la capacità di leggere il mondo e la sua stessa vita con filosofia. Protagonista dei romanzi di Diego De Silva, è pronto a incontrare la grande platea televisiva. A portarlo sullo schermo, uno degli attori più popolari e amati, Massimiliano Gallo: “Malinconico lo sento molto mio – afferma – ma è un antieroe che non si preoccupa di vincere. È un precario della vita, sul lavoro, nei sentimenti, come padre, ma molto amato anche dalla ex suocera. Ha sempre un pensiero fuori tema per la testa, non lo dice a nessuno, ma ha anche un amico immaginario. Questo la dice lunga sul suo animo puro e fanciullesco”. Trentacinque anni di gavetta e ora, per Gallo, un ruolo da protagonista assoluto nella serie diretta da Alessandro Angelini: “Dopo tanto teatro, il cinema, la Tv, ora c’è questa grandissima gioia. È un progetto che ho voluto da subito, l’ho cucito addosso e vissuto. Ho aggiunto la valigetta che lui tiene al petto come una coperta di Linus”. Nel cast della serie in quattro serate, Denise Capezza, Francesco Di Leva, Teresa Saponangelo, Lina Sastri. “Il mondo delle libere professioni (in questo caso, quella forense) è, da tempo, in difficoltà. Il perdurare della crisi economica, la penuria di lavoro e l’immissione di un numero spropositato di professionisti su un mercato al limite della saturazione hanno fatto dell’avvocato contemporaneo un nuovo precario, ben lontano dalla solidità e dalla reputazione sociale di un tempo… Vincenzo Malinconico, napoletano, quarantatré anni portati non benissimo, è uno di questi – dice Diego De Silva, autore dei romanzi pubblicati da Einaudi – il suo portafoglio clienti ha un profilo decisamente low: difende più che altro amici e parenti, che si rivolgono a lui per contenziosi non particolarmente impegnativi e non sempre porta a casa delle vittorie. Non è famoso, né fra i colleghi né fra i magistrati. Faremo la conoscenza del suo mondo professionale come della sua vita privata. Conosceremo l’umanità che afferisce al contenzioso ordinario, quello che non fa notizia e non va in tv e tuttavia rappresenta uno spaccato di società interessantissimo e vero”. Per Alessandro Angelini Vincenzo Malinconico non è solo un “avvocato d’insuccesso” ma soprattutto un acrobata dei sentimenti: “In quel carnevale sgangherato che è la sua vita, riesce a stare in piedi solo con l’autoironia e il giusto distacco di chi pensa che in fondo, in ogni situazione, poteva anche andare peggio”. Nel passaggio dalla pagina scritta alla realizzazione, “il cast ha arricchito e valorizzato quanto di prezioso esisteva – prosegue il regista – Massimiliano Gallo si è calato nei panni di Vincenzo Malinconico con grande cura, facendo suoi i vizi e le nevrosi del personaggio letterario per contagiarlo con la sua simpatia, la sua bravura, tutta la sua irresistibile umanità. Per il mondo di Malinconico, in cui il rovesciamento dalla commedia al drammatico avviene alla velocità della luce, Massimiliano è l’attore perfetto al posto giusto! Lina Sastri, straordinaria signora delle scene italiane, e Michele Placido, autentico mattatore sulla scena e fuori, non solo hanno reso indimenticabili i loro personaggi ma hanno capitanato con grazia ed esperienza un gruppo di formidabili attori che ha saputo mettersi in gioco fino in fondo”.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.41

PRIX ITALIA 2022

Posted on

Tutti i vincitori

Categoria per categoria i premi assegnati nel corso della 74esima edizione del premio della Rai svoltosi a Bari

Tv

A conquistare il premio nella categoria Tv Drama è la storia di una bambina di 9 anni che viene sistematicamente espulsa da qualsiasi struttura in cui viene inserita: “Systemsprenger” della tedesca ZDF. Nella categoria Performing Arts si aggiudica il premio “Quinte & Sens: une symphonie pour les éléments”, una traiettoria musicale disegnata dall’Orchestra di Parigi percorrendo dal seminterrato al tetto la sede della Filarmonica. Menzione speciale in questa categoria a “Lene Marie oder Das wahre Gesicht der Anorexie” della tedesca Ard, una storia drammatica, ma anche di rinascita, su una donna che esce dalla trappola dell’anoressia attraverso la fotografia e in particolare l’autoritratto. La svedese SVT vince nella categoria Tv Documentary con “Sabaya”, in cui Mahmud, Ziyad e altri volontari dello Yazidi Home Center salvano le sabaya, le donne yazide tenute prigioniere da Daesh.  Menzione speciale a “F@ck this Job” della Ard, che racconta delle difficoltà di una giovane donna che decide di lanciare una stazione televisiva indipendente nella Russia di Putin.

Radio

Un serie musicale che abbraccia tutti i continenti, i generi e le epoche, trovando collegamenti sorprendenti tra i più diversi tipi di musica, i cui brani vengono analizzati nel corso della trasmissione. “Add to Playlist” (Aggiungi alla playlist) della Bbc è il vincitore della sezione Radio Music.
Menzione speciale invece a “Nasza kołysanka” (La nostra ninna-nanna) della radio pubblica polacca PR, storia di un brano musicale che si fonde con i rumori di un macchinario che tiene in vita una bambina. Nella categoria Radio Drama vince “803” della norvegese NRK. Menzione speciale a “Endless Second” (Secondo senza fine) della Bbc, in cui si tratta di un caso di stupro in un college e si riflette attraverso la narrazione sul tema del consenso sessuale. Va alla tedesca ARD il premio della sezione Radio Documentary and Reportage per “Babys für die Welt – Das Geschäft mit ukrainischen Leihmüttern” (Bambini per il mondo – Il business delle madri surrogate ucraine), che esplora il tema delicato e drammatico della gestazione per altri. Menzione speciale a “Gilles, ma sœur et moi” (Gilles, mia sorella e io) di Arte France, storia familiare in cui due sorelle si ritrovano vicine nel capire e scoprire di più della sindrome di Tourette di cui soffre la maggiore.

Web Factual

Nella categoria vince “On The Morning You Wake – To the end of the world” di ARTE sui lunghi 38 minuti di paura vissuti alla Hawaii nel 2018 quando si pensava fossero in volo dei missili diretti sull’arcipelago statunitense.  Menzione speciale a “What’s Happening in Myanmar?” della giapponese NHK, che ha messo in piedi un sito web per raccogliere i video e le informazioni inviate dal Myanmar mentre i militari cercavano di non far trapelare nulla di ciò che accadeva nel Paese. Per le Web Fiction viene premiata “@IchBinSophieScholl” di Ard: nel giorno del suo centesimo compleanno, il profilo Instagram @IchBinSophieScholl trasporta la combattente della resistenza ai nazisti Sophie Scholl dal 1942 nel presente.  Menzione speciale a “Entä jos päättäisit?” della finlandese YLE, un gioco interattivo che combina narrazione audio, chat fiction e gameplay, tra un susseguirsi di scelte e ipotesi a partire da una domanda: e se…?  Premio della categoria Web Interactive a “Schackmästaren vs Sverige”, della SVT, emittente svedese, un livestream di 6 ore in cui il pubblico sfida collettivamente un grande maestro di scacchi, il miglior giocatore svedese: Nils Grandelius.  La menzione speciale viene assegnata a “Stolpersteine NRW – per non dimenticare” di Ard: grazie a un’app per smartphone e un sito web, Stolpersteine NRW offre un approccio innovativo e interattivo al tema del nazionalsocialismo.

I premi speciali

Premio speciale in onore del Presidente della Repubblica a “Charlie Chaplin, le génie de la liberté” di France 3, il primo documentario interamente dedicato a Charlie Chaplin, con scene da antologia tratte dai suoi capolavori più conosciuti e sequenze a volte sconosciute. Due le menzioni speciali: una a “I’ll Send You Butterflies”, un documentario crudo e emotivo su una donna e la sua famiglia che affrontano una diagnosi di malattia terminale, e una a “Lotta per il trono di Futureking” dell’emittente pubblica giapponese NHK, quiz show in VR in cui gli spettatori imparano a conoscere questioni ambientali come il riscaldamento globale e l’inquinamento da plastica. Questo progetto web interattivo si aggiudica anche la menzione speciale, a pari merito con “Djanet, le condizioni sanitarie delle popolazioni nomadi Tuareg” della emittente algerina EPRS, del premio speciale Prix Italia- Ifad-Copeam, che sceglie come lavoro vincitore “Sarayaku” di France Television, dedicato a un popolo che abita a nord del Rio delle Amazzoni e difende la propria cultura e il suo territorio dai tentativi di estrazione del petrolio. Il Premio Speciale Signis è stato assegnato a “Comment l’agrochimie a tué les insectes ?” di ARTE G.E.I.E della sezione Tv Documentary, un lavoro che punta i riflettori sulla massiccia scomparsa di insetti a causa di insetticidi, con ripercussioni su tutto l’ecosistema. “What’s Happening in Myanmar?” della giapponese NHK si assicura anche il riconoscimento della Giuria degli Studenti, composta da giovani universitari coinvolti nel progetto Ylab. I ragazzi hanno assegnato la menzione speciale a “Ser o no ser” della spagnola RTVE, Web Fiction percorso di formazione di un ragazzo transessuale.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.40

Si torni a essere poeti e sognatori

Posted on

ALESSANDRO SPERDUTI

È tra gli interpreti più apprezzati del nostro cinema. L’attore romano è Dante nel film che Pupi Avati ha dedicato all’Alighieri. «Oggi è venuta un po’ a mancare la capacità di immaginare, di illudersi, anche in amore – afferma – Dante racconta di aver pianto per disperazione, di essere svenuto per l’emozione. Questa cosa è bellissima»

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di prendere parte a questo film?

È stato un momento molto forte. La mia agenzia mi ha chiamato dicendomi che Pupi voleva incontrarmi per parlarmi del progetto. Avevo letto tanto tempo prima di come lui stesse lavorando al film “Dante”, e avevo pensato che sarebbe stato bello prendervi parte. Quello che non mi aspettavo, però, era che mi proponesse di interpretare il personaggio del Sommo Poeta. Quando accadde rimasi senza parole, pur fingendo tranquillità. Arrivato a casa non riuscii a guardare la sceneggiatura perché mi sentivo in soggezione. Poi presi coraggio e cominciai a leggere. La tensione iniziale era legata principalmente al fatto che i miei ricordi di Dante erano quelli scolastici, al di là di qualche lettura personale fatta negli anni successivi.

Che ricordo ha del suo primo incontro con Dante sui banchi di scuola?

Ricordo una certa inquietudine. Ero affascinatissimo, come tutti, dall’Inferno, tanto che mi immedesimavo molto in ciò che leggevo. L’inferno così dark mi creava una certa agitazione. Nel cinema mi piacciono molto l’horror, il gotico, e c’è tanto di questo nelle immagini che Dante ci racconta. Anche per questo, crescendo e rileggendolo, ho imparato ad apprezzarlo diversamente.

Il film l’ha portata a scoprire un Dante differente…

Partivo dall’immagine di un Dante un po’ austero, legato alla debolezza di non riuscire a soddisfare il bisogno d’amore. Certo, c’è anche questo aspetto. Ma ci sono molti lati meno conosciuti della sua personalità che invece sono decisi e consapevoli. Penso ad esempio al fatto che Dante ha scritto la Divina Commedia, tra le varie ragioni, per ritornare a Firenze ed essere fatto poeta, è un segno della consapevolezza del suo enorme talento. Era ambizioso. Dante era anche la persona che scelse di tradire la sua più grande amicizia per seguire la strada politica.

Quanto rimane di attuale della visione dantesca di amore e amicizia?

Oggi c’è bisogno di poesia, è venuta un po’ a mancare la capacità di immaginare, di illudersi, anche in amore. Siamo molto cauti nell’affrontare i rischi nelle relazioni, sono cambiati i tempi. Però è anche vero che si sono persi quel gioco e quella sofferenza tipiche di un amore insoddisfatto, della fatica di amare e di farsi amare. È tutto un po’ più cauto, meno poetico. Più che fare un paragone, c’è l’auspicio che ritorni la poesia, che sia tutto meno materiale, più sognato.

Il Dante che ha portato sullo schermo non è solo spirito, ma è un uomo molto passionale…

Anche questa è una caratteristica che a scuola non emergeva. Per avvicinarci un po’ di più anche alle sue opere è bello conoscere altri aspetti della sua personalità, tra cui la sua passionalità. Cosa che abbiamo scoperto da Boccaccio, un aspetto quasi mai raccontato.

Cosa le ha insegnato Dante?

Tante cose, è stata un’esperienza che sotto molti aspetti devo ancora metabolizzare. Leggendo la sceneggiatura e rileggendo le opere dantesche ho trovato forza nelle stesse parole del Poeta, nella sua determinazione nell’esprimere i sentimenti in modo così libero. Nel rileggere “La Divina Commedia” o “La Vita Nova”, mi ha stupito vedere la mancanza di imbarazzo. Se oggi mostri le tue fragilità non sempre vengono lette così bene, noi pensiamo di essere liberi nell’esprimere i nostri sentimenti, ma c’è una tendenza a uniformarci. Dante racconta di aver pianto per disperazione, di essere svenuto per l’emozione. Questa cosa è bellissima.

Sul proprio personaggio mai nessun giudizio…

Bisogna capirlo, nonostante talvolta sia complesso farlo. Ricordo che a proposito dei lati oscuri di Dante, ho faticato ad accettare come abbia fatto a votare per l’esilio del suo miglior amico, come un’amicizia così profonda possa essere finita in quel modo. Pupi mi ha detto: è umano, in quel momento era più forte la sua ambizione.

Non è nuovo a immergersi nella storia, da “I Medici” a “Leonardo”, ora “Dante”. Cosa le hanno lasciato queste esperienze?

Negli ultimi anni sono salito un po’ sulla macchina del tempo. Sicuramente ho avuto modo di approfondire, di immergermi letteralmente in altre epoche con tutte le scarpe. In Dante c’è tanta Italia vera che è oggi come all’ora.

Giovane e con una carriera importante. Cosa significa essere un attore?

Una domanda difficile (sorride). Ci sono ragioni che riguardano solo me e altre le persone che vedranno il mio lavoro. Fare l’attore mi dà la possibilità di immergermi in realtà che non conosco e questo mi aiuta anche a capirmi meglio. Penso anche che si sia creata una sorta di fusione tra l’aspetto personale e quello lavorativo. Ogni personaggio, infatti, è stato un’occasione per scoprire qualcosa di me. E poi c’è la grande soddisfazione di arrivare alle persone che si immedesimano nel personaggio che hai interpretato.

Se guarda al futuro cosa pensa e cosa prova?

Vorrei essere speranzoso. Viviamo tempi difficili, complicati per tutti. La mia speranza è che si vada in qualche modo a migliorare. Che si ritorni a essere un po’ più poeti e sognatori.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.40

Atuttocalcio

Posted on

SPORT

Jacopo Volpi conduce il nuovo appuntamento sportivo di Rai 2: la cronaca, i commenti, i personaggi, la voce dei tifosi: «Raccontiamo il calcio con serietà ma sempre con il sorriso sulle labbra»

Il venerdì sera, quando il fine settimana calcistico sta per prendere il via, su Rai 2 arriva “Atuttocalcio”…

Ci regala un po’ di continuità, abbiamo deciso di non dare tregua agli appassionati di calcio che non hanno neanche un giorno libero, ormai si gioca tutti i giorni (sorride). Mi piace ispirarmi a un programma che facevo vent’anni fa che si chiamava “Sportivamente” nel quale cercavo di fare il rotocalco d’attualità. Facciamo grande attenzione alle partite che si giocano il sabato, sperando anche che le nostre squadre vadano avanti nelle coppe europee. C’è uno studio fisso con Eraldo Pecci e Sebino Nela, che sono due finti anziani, sempre aggiornatissimi, leggono, studiano, e poi c’è Giulia Stronati che apre la finestra sul mondo del calcio attraverso i social. Ogni settimana cerchiamo di raccontare una storia, nella prima puntata ci siamo occupati di Zaccheroni, per cercare di capire come mai un allenatore così bravo non allena più. Nella seconda della Lazio dello scudetto, venerdì scorso sono stati i cento anni di Tommaso Maestrelli. Di contrasto con l’amarcord ci sono le interviste, le conferenze stampa. E poi la voce della gente comune, anche attraverso i social, per parlare del campionato più atipico del mondo, che sarà interrotto dal Mondiale e che riprenderà a gennaio. Il programma è divertente, con l’aiuto del direttore Alessandra De Stefano, mi sono costruito una bella squadra, sono contento del gruppo.

Che cosa significa raccontare il calcio oggi?

Per quanto ci riguarda e finché ci sarò io il calcio, pur riconoscendone l’importanza anche in termini economici, verrà sempre raccontato con serenità e con il sorriso sulle labbra. Il calcio va raccontato bene, i social e la Var sono importanti, ma non hanno la verità assoluta. Facciamo un racconto di cronaca insieme ai commenti di Pecci e Nela. Ci saranno anche puntate meno divertenti perché dovremo parlare di arbitri, di squadre che falliscono, di financial fair play, ma cercheremo di occuparci il più possibile di come le squadre giocano in campo.

Come vedi questa prima fase del campionato?

Molto equilibrata. I pronostici sino a ora sono stati smentiti, quasi tutti abbiamo detto Inter e Juventus, Juventus e Inter, invece sto vedendo un grandissimo Napoli, che arriva ai risultati tramite il gioco e questa è una cosa bellissima. Il Napoli di Spalletti sta facendo buone cose, in campionato e a livello internazionale. E poi c’è un grande equilibrio, l’Inter e la Juve si riprenderanno, il Milan è la squadra che ha vinto lo scudetto, ha problemi di infortuni, ma gioca sempre un bel calcio. E poi ci sono bellissime realtà come l’Atalanta, che ha un allenatore fantastico, e l’Udinese, che sta nelle prime posizioni della classifica in modo meritato. Un campionato un po’ atipico, ma molto equilibrato e divertente da raccontare.

Molti colleghi giornalisti dicono che oggi nei calciatori ci sia meno umanità, che facciano fatica a lasciarsi andare, tu come la vedi?

Non c’è meno umanità, è il discorso della comunicazione che ci riporta, in qualche modo, ai social. Quando ebbi la fortuna di iniziare a fare questo mestiere e scrivevo per “Il Tempo”, diretto allora da Gianni Letta, seguii per cinque anni la Roma dello scudetto. Incontravo tutti i giorni tutti i giocatori, Pruzzo, Falcao, Di Bartolomeo, c’era un rapporto diretto. Adesso la comunicazione è bloccata, se c’è un giocatore intelligente, che vuole dire cose intelligenti, che vuole lasciarsi un po’ andare, che vuole fare un’intervista approfondita, non ce la fai. Vai in sala stampa, ti portano un giocatore, una domanda per uno e se ne vanno. Anche i giocatori più intelligenti sembrano persone aride. Da questo punto di vista il calcio non si fa una bella propaganda.

Cosa ti aspetti dai Mondiali?

Se dovessi scommettere non saprei che fare. C’è la Francia campione del mondo, c’è l’Argentina, che ha giocatori importanti in attacco, il Brasile è sempre il Brasile, e poi ci sono altre squadre che possono arrivare, il Belgio di solito i grandi appuntamenti li fallisce, e poi c’è l’incognita di Cristiano Ronaldo, grande calciatore del Portogallo che sta invecchiando mestamente in panchina perché non è nelle condizioni di entrare. Ci aspettano tante belle partite che la Rai trasmetterà giorno e notte.

Mi regali un aggettivo per i tuoi compagni di viaggio, Pecci, Nela e Stronati?

Pecci geniale, Nela pragmatico e Giulia ottimista, un bel sorriso in studio aiuta sempre.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.40

Sulla notizia, anche il sabato e la domenica

Posted on

GIUSI SANSONE

Correttezza, completezza e grande passione sono le caratteristiche con cui la giornalista conduce Agorà Weekend, l’approfondimento di politica e attualità di Rai 3

Ogni fine settimana approfondimenti di politica e attualità. Com’è partita questa nuova stagione?

Venendo da una bellissima stagione, quella dello scorso anno, abbiamo cercato di mantenere la nostra identità che è molto forte. Abbiamo seguito il solco già tracciato da “Agorà”, un marchio che ha successo da molti anni.  Già dallo scorso anno, quindi, abbiamo occupato anche la stessa fascia oraria il sabato e la domenica con una proposta ben articolata. Abbiamo continuato a credere in un’offerta di informazione e di approfondimento, da servizio pubblico. Ripartiamo da questa sfida premiata dal pubblico.

Continuare a parlare di politica e di attualità nel fine settimana vuol dire tenere alta l’attenzione sui fatti più importanti e stare sulla notizia sette giorni su sette…

Nel pieno spirito del servizio pubblico, siamo la prima finestra informativa su Rai 3 perché il primo telegiornale il sabato e la domenica arriva più tardi. Però dobbiamo offrire qualcosa di più. Oltre alla prima notizia, dobbiamo dare anche uno spaccato sulla realtà che ci circonda, in una fase storica di grandi cambiamenti. E’ ciò che ci chiede il nostro pubblico che è esigente e molto strutturato dal punto di vista culturale.

Il nubifragio nelle Marche, il caro bollette, le elezioni ma anche la guerra, i funerali della Regina. I temi che si è trovata davanti sono stati davvero tantissimi. Un inizio particolarmente impegnativo?

Non direi, almeno rispetto alla scorsa stagione no, se pensiamo che c’era il Covid e che poi è arrivata la guerra. Insomma, negli ultimi due anni abbiamo passato momenti che sono già storia. Per chi fa informazione è una grande avventura questa, perché ci siamo ritrovati nell’occhio del ciclone mentre il ciclone stava avvenendo. Davanti a una notizia noi giornalisti ne diventiamo testimoni e dobbiamo spiegarla. Ad “Agorà Weekend” lo facciamo con l’aiuto di tanti professionisti ospiti della nostra piazza greca, bellissima metafora. Sempre con correttezza, completezza e grande passione, così com’è la Rai.

Quali sono le chiavi di lettura di “Agorà Weekend” dei fatti che accadono quotidianamente nei territori?

Vengo dal Tg3 e mi porto dietro la grande esperienza del telegiornale in una rete che è proprio vicina alla gente. Per questo abbiamo scelto un modo di raccontare che parte dalle storie delle persone, dai fatti che accadono anche nelle piccole città, in territori dimenticati. Le periferie del mondo e quelle italiane sono una nostra tradizione. Portiamo questa esperienza nella piazza di Agorà e cerchiamo sempre di essere vicini ai territori, come è accaduto per il terremoto, per la crisi economica delle periferie o dei piccoli centri, per le problematiche delle famiglie e dei pensionati. Una lettura a strati che ci permette di andare un po’ più a fondo, per cercare le motivazioni. Mi piace partire dalle storie raccontate nei collegamenti per poi tornare in studio a ragionare con gli ospiti, sempre variegati.

Entri nelle case degli italiani sempre con toni pacati e riflessivi. Quanto è importante il garbo nella comunicazione di oggi?

I toni pacati e riflessivi sono una mia caratteristica che mi riconoscono in molti. A me piace parlare con le persone in televisione come se entrassi a casa loro, con educazione e sensibilità, lo facevo anche nei telegiornali. Questa è una caratteristica che permette di creare empatia sia con i protagonisti delle storie sia con la gente a casa. Ci sono momenti in cui ti senti dentro al racconto.

La sveglia ha iniziato a suonare di nuovo molto presto il fine settimana. Come sono gli altri giorni?

Il fine settimana è un trauma! (ride) Mi sveglio alle 4.20, mi preparo e alle 5.15 sono in Rai a Napoli, che è un centro di produzione meraviglioso. Sono napoletana e tornare nella mia città è un’esperienza bellissima. Gli altri giorni della settimana, in particolare il lunedì, la sveglia continua a suonarmi nella testa e quando, verso il giovedì e il venerdì, inizio ad abituarmi a svegliarmi più tardi, ecco che arriva il sabato… Ma c’è anche un bell’aspetto, perché svegliandomi molto presto ho la sensazione di avere davanti una giornata lunghissima.

Quali sono le tue passioni che non vediamo in televisione?

Amo molto camminare e la mattina, quando posso, faccio tanti chilometri. Guardo tanto davanti a me e scruto il cielo, le nuvole, gli alberi. Quando cammino immagino e fantastico. Mi piace trascorrere il tempo con mia figlia, spiegarle le cose che accadono nel mondo. Mi piacciono l’arte e la lettura. Ho passioni abbastanza comuni. Ma il più grande sogno che ho realizzato è il mio lavoro. Ero una ragazza con la valigia, con la speranza di diventare giornalista. Quello di oggi è un gran lavoro di squadra e l’amore che ci metto è stato anche coltivato grazie alle persone con cui ho lavorato e che me lo hanno trasmesso. Nella vita bisogna avere passione!

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.40

La vita tra tragedia e commedia

Posted on

BARBARA RONCHI

Ha studiato archeologia, ma sognava di fare l’attrice. Al RadiocorriereTv confida: «Felice di avere incontrato Diana, quello di “Imma Tataranni” è davvero un viaggio speciale». E svela: «Girare la serie mi ha fatto amare Matera e scoprire i peperoni cruschi, che non mancano mai sulla mia tavola». Giovedì 13 ottobre su Rai 1

Partiamo da Diana De Santis, com’è stato l’incontro con il suo personaggio?

È iniziato quattro anni fa ed è stato scandito dalla nascita e dai primi anni di mio figlio. Quando feci i provini per fare Diana ero incinta di Giovanni, durante le riprese della prima stagione a Matera lui aveva appena tre mesi e lo allattavo sul set. Anche quando siamo tornati in Basilicata per la seconda stagione, ed eravamo in lockdown, mio figlio era con me. È stato ed è un viaggio speciale, fortemente legato alla mia amicizia con Vanessa. Eravamo amiche da prima di “Imma Tataranni”, poi ci siamo ritrovate a fare Diana e Imma sul set, ed è stato bellissimo.

Nel corso delle puntate abbiamo visto Diana cambiare…

Penso che Diana sia un personaggio molto bello, mi sembra che il percorso che gli sceneggiatori hanno scelto per lei sia abbastanza chiaro. Lei è una donna legata al suo paese, alle convenzioni e a convinzioni. All’inizio pensa ad esempio che una donna non sia completa se non sta con un uomo, o che quando affronti un divorzio e hai una figlia non puoi permetterti di vivere un’altra storia d’amore, per ciò che potrebbero pensare gli altri. Ma nel corso della serie Diana si emancipa, prende consapevolezza cercando di vivere la propria vita da sola.

Diana è un po’ il controcanto della stessa Imma, cosa le accomuna?

L’amicizia, il bene che nutrono l’una per l’altra. Diana è una di quelle persone che Imma si porta dietro da tutta la vita. È la compagna di banco che non ha mai lasciato, che la conosce da quando era piccola, che l’ha vista sposarsi, avere dei figli, con cui condivide il lavoro. Il fatto divertente è che l’unica cosa che Diana non capisce è ciò che è sotto gli occhi di tutti: la storia tra Imma e Calogiuri. E questo crea il leitmotiv comico.

I suoi compagni di viaggio parlano della serie con grande affetto, cosa le sta lasciando questa esperienza?

A me lascia un gruppo di lavoro incredibile. Vanessa, Alessio Lapice, Massimiliano Gallo sono stati compagni di viaggio meravigliosi. E poi l’incontro con il regista, Francesco Amato, che ha diretto il tutto in maniera magistrale. Le serie sono progetti molto complicati, quelle molto lunghe possono anche venire a noia, e non è questo il caso, non per noi che la facciamo, come cast artistico, né per gli spettatori che la guardano e che l’hanno aspettata per tanto tempo. Il pubblico ci vuole bene e ci ripaga, e il bene è reciproco.

Romana ma con l’accento lucano impeccabile…

Abbiamo lavorato con una coach, Lia Trevisani, che ha seguito tutti gli attori non materani della serie. È bravissima come coach ed è anche un’attrice molto in gamba: è riuscita a coniugare il lavoro dell’accento e del dialetto, dandoci anche l’interpretazione.

A Matera come è andata?

Matera l’abbiamo vissuta in diversi momenti e non perde mai il suo fascino, sia nel silenzio più totale sia quando la gente la anima. Sembra che in città ci sia sempre qualcosa di sospeso, che non cambia mai.

Un territorio dalla storia millenaria che avrà sollecitato la sua passione per l’archeologia, disciplina nella quale è laureata…

Giravamo dal lunedì al sabato e la domenica si andava alla scoperta di Matera e dei suoi dintorni, a partire dalle chiese rupestri, del sasso Barisano, dal sasso Caveoso. Gite storico-archeologiche, ma anche enogastronomiche…

Quali sapori ha scoperto?

Vabbè, su tutti i peperoni cruschi, che anche adesso ho sempre in casa (sorride). Non c’è un piatto sul quale non li metta. Adoro anche la purea di fave e cicoria, altro piatto della tradizione lucana.

Quando nasce la sua passione per la recitazione?

L’ho scoperta sin da piccola, con le recite scolastiche. Poi sono arrivati i laboratori teatrali pomeridiani, i testi scritti con il mio gruppo di teatro, le scenografie realizzate da noi. Ne frattempo andava avanti il mio percorso di studi. La svolta ci fu quando a un nostro spettacolo vennero ad assistere dei professori dell’Accademia, che al termine mi chiesero se avessi mai pensato seriamente di fare l’attrice da professionista. A dire il vero ci avevo pensato, ma avevo paura, mi vergognavo di dirlo. Una volta laureata mi dissi: provaci adesso, datti una possibilità. Mi piacevano la storia e l’archeologia ma volevo qualcos’altro, sentivo di non essere fatta per quel tipo di ricerca. Arrivò tutto al momento giusto.

Come vive il rapporto con una popolarità crescente?

Con molta serenità. Le persone che mi guardano, che mi riconoscono e mi fermano per la strada lo fanno sempre con molta grazia. Quelli che vedo intorno a me sono tutti gesti d’affetto e questo mi fa molto piacere, anche il quartiere in cui vivo a Roma sembra partecipare alla mia felicità. Mi capita dal macellaio sotto casa, con il giornalaio e il fioraio, con i miei vicini.  È divertente e fa piacere.

La cifra della commedia le appartiene, così come quella drammatica, quali sono i personaggi che si sente meglio addosso?

I personaggi e le storie che riescono a coniugare gli aspetti del tragico e della commedia, una sorta di commedia umana.

Un attore dona energia ai propri personaggi, come ricarica le batterie?

Non è sempre facile, poi quando hai un figlio piccolo tutte le energie che ti rimangono sono per lui, ho imparato però a dosare bene il tempo. L’energia la recupero al mare, la faccio mia durante l’estate e la porto con me per tutto l’anno. Amo l’isola de La Maddalena, è il mio posto del cuore, il luogo in cui desidererei, un giorno, trasferirmi, invecchiare, rimanerci. Anche nel corso dell’anno cerco di scappare in qualche posto di mare, per guardare l’orizzonte, per fare una passeggiata, per leggere un libro sulla spiaggia.

Cosa significa essere un attore?

Avere la possibilità di portare te stesso e qualcun altro in un’altra storia. L’attore ti fa conoscere verità diverse da quelle che hai sempre considerato, ti mostra altri modi di vivere e di essere.

Tanta fiction e tanto cinema, il suo è uno dei volti che più piacciono agli spettatori, dove la vedremo nei prossimi mesi?

Sarò alla Festa del cinema di Roma con “Era ora” di Alessandro Aronadio con Edoardo Leo. Ho finito di girare “La Conversione” di Marco Bellocchio e sto girando in questo periodo il film di Maria Sole Tognazzi. E poi, con l’anno nuovo, gireremo la terza stagione di Imma.

Cosa la rende felice?

Mio figlio, l’amore della mia vita. Qualsiasi sua piccola conquista quotidiana mi dà gioia.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.40

Il mare è desiderio, paura e speranza

Posted on

LINO GUANCIALE

L’attore abruzzese, tra i protagonisti di “Sopravvissuti” al RadiocorriereTv: «Ogni passeggero dell’Arianna è reso uguale agli altri dal non avere più niente, è il dato per combattere e sopravvivere». Lunedì 10 ottobre le nuove puntate della serie di Rai 1 diretta da Carmine Elia

Il naufragio, la morte e la disperazione. Quindi il ritorno a casa dei superstiti e per loro un grande segreto da proteggere…

Credo che ci si possa immedesimare tanto nella vicenda di queste persone che ci somigliano molto. L’equipaggio è variegatissimo e rappresenta un po’ un campione statistico, con classi e provenienze diverse, del nostro Occidente privilegiato. Ognuno di loro si trova però democraticamente reso uguale agli altri dal non avere più niente, è il dato per combattere e sopravvivere. Di fronte a tutto questo la scelta è molto difficile e altrettanto chiara: che cosa sei disposto a sacrificare, di quello in cui credi, moralmente, per sopravvivere? Anche chi come il mio personaggio, Luca Giuliani, si trova a difendere fino in fondo ciò che ci rende umani davvero, ed è guidato dal desiderio di tornare a casa, punto e basta, si trova davanti questo muro, perché restare umani costa moltissimo. Chi ci seguirà fino al 12° episodio vedrà davanti a quali scelte e dubbi, che sono quelli della nostra vita quotidiana, si troveranno i personaggi. Il filo d’Arianna è questo, la catena di scelte che fai per tornare a casa.

Il mare, così come il viaggio o la sopravvivenza. Questa vicenda è ricca di elementi simbolici, a quali si sente più vicino?

Al mare, cosa che non avrei detto fino a qualche anno fa. Non sono nato in un luogo con il mare a disposizione, non sono cresciuto con il mare nel mio paesaggio o come sfondo fisiologico dell’orizzonte, però sono cresciuto con il mare come orizzonte della mente. Da bambino, poi da ragazzo, sono stato appassionato di romanzi d’avventura, da Stevenson a Verne, a Salgari, e lì il mare c’è sempre, lo respiri anche quando non c’è. Ho sempre contemplato il mare all’interno dei miei pensieri come simbolo del desiderio, della paura e anche della speranza. Niente ti fa sperare di più se non vedere l’orizzonte lontano del mare. Anche negli spettacoli che ho fatto negli ultimi anni il mare c’è sempre stato, e ora c’è “Sopravvissuti”, in cui c’è tanto. Sono contento che questa serie mi abbia dato la possibilità, umana prima ancora che professionale, di approfondirne la conoscenza da un punto di vista tecnico. Questo gesto primitivo, se si vuole, ma decisivo che l’uomo fa da millenni, di solcare il mare con le vele, è una cosa di enorme fascino. Essere in grado, adesso, di orientarmi meglio in quel linguaggio, mi ha dato come l’impressione di avere imparato davvero una lingua nuova con una letteratura molto appassionante…

Un rapporto divenuto più consapevole…

mi sono sentito come se potessi, d’un tratto, leggere correntemente il giapponese e tutta la meravigliosa letteratura medievale giapponese. È stata la stessa sensazione, potere leggere meglio che cosa significhi andar per mare.

Tra i protagonisti di questa avventura ci sono quattro giovani sceneggiatori. Che valore aggiunto hanno portato?

Questo è un progetto enorme sin dal concept, che è tutto loro. Sono stati poi capacissimi di tradurre un’ottima idea iniziale, un ottimo soggetto, in una sceneggiatura completa, complessa, stratificata, che ha dato tanto materiale a noi attori e che ci ha consegnato soprattutto la bellezza di poter lavorare non tappando dei buchi o “accontentandoci” dello script. Ho trovato poco di già letto, perché anche lì dove ti trovavi a esplorare situazioni di conflitto di coppia, di conflitto intergenerazionale, di dinamiche action, già sperimentate in racconti più classici, il contesto era talmente nuovo che acquisiva un altro valore. Un lavoro importante parte sempre dalla scrittura, la chiave di tutto, insieme ai mezzi che hai per sognare la serie nel momento in cui la scrivi.

Trovare equilibrio in un racconto corale non è spesso facile, soddisfatto del risultato raggiunto?

Credo che le narrazioni seriali moderne più forti siano quelle corali, in cui magari c’è un personaggio che fa da chiave d’accesso privilegiata per fare entrare lo spettatore nella storia, ma in cui poi i protagonisti sono tanti. Sono costruiti così tantissimi successi degli ultimi anni, “Madmen” ha Don Draper, ma vogliamo dire che gli altri siano dei comprimari? Sono dei protagonisti della narrazione. Stessa cosa che accade in “Euphoria”, con Rue. Sono tutti quanti protagonisti di ciò che accade, nessuno è un personaggio secondario. Anche se poi il protagonista è leggibile, in realtà la sua sovranità è negoziata con il desiderio di restituire allo spettatore uno scenario il più ricco possibile, con tante diverse figure in cui riconoscersi, specchiarsi od oggettivare qualcosa di distante da sé. Le grandi storie sono fatte così, ti offrono tante cose davanti per godere di più del racconto a cui assisti. Non sono mai stato un fan delle narrazioni con un protagonista verticistico.

Genova città di mare, com’è andata?

Benissimo, l’abbiamo vissuta in un periodo estremamente particolare perché eravamo in piena seconda ondata ed è durata otto mesi. Abbiamo vissuto tanto chiusi in albergo, tanto nelle piazze della città con capienza ridotta, in virtù delle fasce gialle o rosse in cui molto spesso la Liguria e la città di Genova finivano. Nonostante queste difficoltà l’abbiamo vissuta come uno scenario ideale. È un paesaggio cinematografico estremamente ricco, che ti restituisce sia l’implacabile freddezza di alcune architetture, funzionale per un certo tipo di racconto, sia il calore di altri scorci, come quelli della città vecchia, che allo stesso tempo si portano dietro un carico di bellezza e potenziale claustrofobico che sono l’ideale per una narrazione come la nostra. Genova è versatilissima e si consegna, nelle mani di chi gira lì una storia, abbastanza trasversalmente rispetto ai generi da ambientarci.

Lino Guanciale protagonista ancora una volta sullo schermo e adesso anche in libreria con un libro al quale tiene particolarmente, com’è andato questo debutto?

Il 20 settembre è uscito in libreria “Inchiostro”, un lungo racconto illustrato che ho pubblicato con Round Robin, una bellissima casa editrice indipendente, e con le illustrazioni di Daniela Volpari, disegnatrice meravigliosa. La storia è concepita per essere letta tutta d’un fiato, difficile anche lì parlare di inquadramento di genere. Chi l’ha letto, e lo ha amato, ha parlato di una specie di solco da Piccolo Principe intrapreso da questa scrittura, e ne sono lieto. Questo racconto io l’ho visto un po’ crescermi fra le mani durante il lockdown. Ho sempre scritto tanto, però funzionalmente al lavoro, come ritratti di personaggi che dovevo interpretare. Questa volta mi è nata una storia che ambiva a finire nelle mani di qualcuno che la leggesse, e così ho dato soddisfazione a un bisogno. Chi lo legge mi dice come sia molto facile riconoscersi nella protagonista nonostante l’assurdità di ciò che le capita: i suoi tanti tatuaggi impazziscono, prendono vita propria e cambiano continuamente posizione sul suo corpo finché lei non capisce che vogliono dirle qualcosa e comincia a seguirli. Sono loro a indicarle la strada verso un cambiamento importante. Essere alle prese con cambiamenti o sconvolgimenti importanti, torniamo anche a “Sopravvissuti”, è una cosa in cui ci si riconosce. Tutti noi siamo sempre o in procinto di attraversare, o stiamo attraversando, o abbiamo appena attraversato, delle soglie importanti nelle nostre vite, con tutto quello che costa farlo.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.40

Con Dante per riscoprire il Per Sempre

Posted on

PUPI AVATI

Il grande regista racconta il lato umano del Sommo Poeta nel film di Rai Cinema: «Ho cercato di proporre un Dante estremamente umano, con cui l’identificazione possa essere totale»

Un progetto, quello del suo “Dante”, che viene da lontano. Cosa prova oggiche questo film è diventato realtà, che ha raggiunto il grande schermo?

Una trepidazione dopo una rincorsa di vent’anni che è stata anche piacevole, e che ha fatto sì che la mia conoscenza di Dante, del mondo dantesco, del rapporto del Poeta con la cultura del suo tempo, soprattutto con Boccaccio, crescesse. Penso alle mie varie ricerche che in qualche modo si disseminano nell’arco della narrazione, alla collaborazione con i tanti dantisti che hanno partecipato come consulenti a questa scrittura: un periodo anche felice, in cui Dante è stato qui con me, con Boccaccio, forse per troppi anni. L’attesa, a un certo punto, induceva anche alla rassegnazione, ma io sono una persona caparbia e avevo la sensazione che fosse un film, come ha scritto un illustre intellettuale di recente, necessario. Dante andava risarcito, cinematograficamente o televisivamente parlando.

Un vuoto da colmare con un’opera capace di raggiungere una grande platea…

Si è trascurato l’italiano al quale dobbiamo di più, più celebre e tradotto nel mondo, e che ha avuto una vita avventurosa e dolorosa. La scuola ha un approccio diverso nei riguardi della sua vita e della sua opera. Andava in qualche modo supportata da un tipo di racconto che intervenisse sugli aspetti umani di questo personaggio. Attingendo da quell’opera indispensabile che è “La Vita Nova”, questo diario che Dante stesso ci ha lasciato all’indomani della morte di Beatrice, e dal trattatello di Boccaccio che è la prima biografia che abbiamo dell’Alighieri. C’erano delle premesse, dei presupposti, tra i quali il viaggio che Boccaccio fece da Firenze a Ravenna per andare a conoscere la figlia di Dante e portarle un modesto risarcimento di dieci fiorini d’oro, come se fossero sufficienti a risarcire del tanto male che i fiorentini avevano fatto al padre.

Che ricordo ha del suo primo incontro con Dante al tempo della scuola, della lettura de “La divina commedia”?

Penso alla curiosità che poteva indurti quel mondo ultraterreno, soprattutto l’Inferno, penso alla fascinazione che dà a un ragazzo il fatto che quell’aldilà venga descritto con una dovizia di particolari straordinaria. La spettacolarità dell’Inferno non poteva non sedurti. Tuttavia, l’autore di quell’opera, colui che l’aveva immaginata, rimaneva sempre sfocato, in campo lungo, senza una spiegazione sufficiente o una seduttività che un autore deve produrre nel fruitore, che sia un lettore o uno spettatore cinematografico. Ho cercato di proporre un Dante estremamente umano, con cui l’identificazione possa essere totale.

Quanta attualità c’è in Dante?

Dante è vissuto in un mondo in cui la sacralità prevaleva su tutto. È evidente che il mondo di oggi è estremamente distante, lo dimostra il fatto stesso che si sia affidato, per comunicare la sua visione delle cose, a uno strumento così elevato come la poesia. Sappiamo bene come oggi il poeta sia totalmente anacronistico, al di fuori di qualunque contesto. Il poeta vive di sue urgenze personali, scrive e cerca di pubblicare poesie ma consapevole che difficilmente gli daranno la gloria, difficilmente lo arricchiranno. Tra gli strumenti dell’espressione del sé la poesia è sicuramente quello più puro, meno contaminato dal commercio, quindi quello più distante da noi.

Racconta un Dante che non è solo spirito, ma anche un uomo che si confronta con le proprie passioni…

Non ho immaginato o inventato niente di più di quello che ha raccontato Boccaccio e che si desume da “La Vita Nova”, sono gli aspetti della sua quotidianità. Ad esempio, un Dante lussurioso, che amava le donne, un Dante che è inimmaginabile, lo si pensa sempre legato a quell’amore fatto di puro spirito per Beatrice, che certamente c’è, esiste, che lo accompagna per tutta la sua vicenda umana. Simultaneamente Dante continua a essere anche un essere umano, che tenta una carriera politica, con molti problemi, pieno di debiti, che accattona la sopravvivenza di signoria in signoria dove di volta in volta viene poi anche allontanato, un uomo che ha paura di combattere a Campaldino. Queste componenti lo avvicinano tantissimo. Quando lui incrocia il suo sguardo in quello di Beatrice, prima una bambina, poi una ragazza, che diventerà una donna e sposerà un altro e morirà, abbiamo la sensazione che in quello sguardo ci sia un’emozione universale.

Cosa ci insegna Dante?

La bellezza dell’idea che ci sia un sempre, questa locuzione avverbiale che è uscita dal nostro lessico. Vengo da un’Italia remota che, fino agli anni Sessanta, credeva in questo per sempre, era applicabile all’amore come all’amicizia, alle tue passioni di quel momento. Vivevi nella convinzione di poterti impegnare con le cose per sempre. Adesso tutto è volatile, volubile, destinato a durare un niente, in tutti gli ambiti. Tutto è perituro tranne la morte, l’unico momento della nostra esistenza al quale possiamo applicare questa locuzione. Dante ha una visione ancora diversa, sacrale in quel capolavoro che è “La Commedia”, che lo impegna per vent’anni, scritto nelle condizioni più punitive, più negative nelle quali si possa scrivere, perché scappando corre il rischio di essere bruciato vivo, decapitato. Scrive un capolavoro che si conclude con questa sua autocertificazione: “E io ch’al fine di tutt’i disii”, è il momento in cui, depurato da quelle che sono le tentazioni, i ricatti della vita, arriva a incontrare “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, Dio. Insieme alla sua opera si conclude la sua vita. Non possiamo non immaginare che questo libro non sia un testo sacro.

Ha un ricordo che le è particolarmente caro dei due mesi trascorsi sul set?

I momenti in cui io non riuscivo a dire stop alla scena, quelli in cui Beatrice incrocia il suo sguardo con quello di Dante. In quei momenti sarei restato lì per sempre. Lo sguardo di lei è di una profondità e di un’intensità assolute, mi sono perduto in quello sguardo diventando il giovane Dante. Pur nel dolore, pur scambiando quello sguardo nell’istante in cui lei si sta sposando con un altro. È totalmente appagante e ti dice quanto Beatrice sia consapevole di essere Beatrice. Non è una barbie. Non è una bella ragazza e basta, è molto di più.  Questi sono stati i momenti più alti della lavorazione.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.39