E’ uno dei protagonisti
della nuova stagione della fiction “Il Paradiso delle Signore”. «Il personaggio
che interpreto è un uomo che fa le sue scelte, – spiega l’attore – ma emerge
anche la sua profonda insicurezza perché ha avuto una vita difficile e ha dovuto
costruirsi una corazza fortissima»
L’arrivo di Tancredi
che impatto ha avuto sulla narrazione?
Molto grande. La serie si trasforma, l’intero assetto viene
messo in discussione attraverso Tancredi, che diventa un motore di trasformazione.
Perché hanno scelto lei
per il ruolo di Tancredi?
Ho sempre svolto ruoli romantici, principeschi, positivi e
leggeri. Invece, penso di avere una vena di ambiguità e pericolosità che è
stata riconosciuta e sfruttata. Credo abbiano avuto una buona intuizione nel
pensarmi per Tancredi.
Tancredi è visto come
un cattivo, ma anche come un personaggio dai mille strati. Lei come lo vive?
L’ho affrontato così anch’io. Credo che sia il rappresentante
del romanticismo in entrambe le sue facciate. Si tratta di un uomo che fa le
sue scelte per amore e questo è romantico. Emerge anche il suo lato di
insicurezza profonda perché ha avuto una vita difficile e ha dovuto costruirsi
una corazza fortissima. Il suo modo di essere è il risultato di quel confine labile
che c’è tra l’amore e l’ossessione.
Quanto conta il passato
di Tancredi nel suo modo di essere oggi?
Tancredi è cresciuto facendo le veci del padre sin da giovane
e si è preso cura della famiglia. Ha dovuto farsi forza e crearsi una corazza
per poter avere a che fare con quelli che sono gli squali della finanza e
dell’editoria torinese. Questo sicuramente lo ha indurito e gli ha creato delle
insicurezze. Noi tutti siamo come degli alberi. Se cresciamo davanti al vento
della costa, è chiaro che cresceremo piegati dal vento, anche se proveremo a
raddrizzarci. Purtroppo, la vita ci piega e la maturità è proprio quella di
imparare a fare i conti con questo vento e a farlo diventare una forza.
Tancredi è più fragile
o più manipolatore?
Io credo che sia entrambe le cose. Tutto penso nasca da una
sua fragilità, ma evidentemente questa cosa ha preso una deriva manipolatrice,
perché è il modo più facile di ottenere quello che vuole senza esporre le sue
fragilità.
Il suo personaggio ha
rischiato la vita per Matilde, lo rifarebbe? E invece, cosa sarebbe disposta a
fare lei per lui?
Una bella domanda! Lui lo rifarebbe. Lei lo ama, ma ha dei
dubbi perché non è che sia un personaggino facile Tancredi. Matilde prova un
amore che mette in discussione per nuove prospettive, nuovi obiettivi, nuove
persone. Lui l’ha tenuta per anni chiusa
e segregata, impedendole di sbocciare nella sua carriera. Ma non appena lei ha
potuto, ha iniziato a recuperare tutto quello che ha perso.
Il bastone accompagna
Tancredi ovunque. Racconta anche di un’anima che necessita di essere sorretta?
Certamente. Il bastone è un pezzo integrante di Tancredi, la
manifestazione della sua fragilità che è anche fisica, ma anche una
dimostrazione del suo potere. Quel bastone spiega la sua natura precisa: un
uomo che si appoggia al bastone, ma che usa il bastone come scettro del potere.
Lui ha molto del Riccardo III di Shakespeare, un uomo di grande fascino,
manipolatore e zoppicante.
Qual è stata la
difficoltà più grande nel recitare nella serie?
Imparare a memoria tutto quello che dobbiamo recitare.
Abbiamo tantissimi testi. Ovviamente essendo una serie che va avanti tutti i
giorni, si può immaginare la quantità di scene che bisogna girare. Una vera
fatica arrivare sul set con una memoria di ferro, una sfida. Richiede molto
studio, però mi diverto anche …
Come vive il set di una
serie già di grande successo?
Mi è successo più volte di entrare in una serie già avviata.
Quando ho cominciato a recitare in “Un medico in famiglia” era già un enorme
successo, così come “Distretto di polizia”. Devo dire che qui l’energia si
percepisce forte, è un set impeccabile, sono tutti bravissimi, i costumi sono eccezionali.
Davvero è un set che ha grande professionalità e tanta disciplina, ma anche una
cortesia e un’attenzione al dettaglio assolutamente uniche.
L’attore veste i panni dell’aviatore, coraggioso pilota nella Prima guerra mondiale. Il Docu-film “I cacciatori del cielo”, in onda il 29 marzo in prima serata su Rai 1, è anche l’occasione per celebrare il centenario della costituzione dell’Aeronautica Militare, e racconta le imprese eroiche, la vita e l’amicizia dei pionieri del volo
“I cacciatori del cielo” ci porta
alla Prima guerra mondiale, come è stato il suo approccio al copione e al suo
personaggio, il pilota del Regio esercito Francesco Baracca?
L’approccio è stato di curiosità.
Sapevo poco di Francesco Baracca e ho avuto l’opportunità di scoprirlo, di
conoscere quel momento pionieristico della nostra aeronautica che iniziava con
i voli da guerra e che guardava al futuro. Le nuove tecniche di volo nascono
proprio in quel periodo, con quei personaggi, nasce la nuova visione del volo,
anche di quello civile.
Che cosa l’ha incuriosita di Baracca?
Il coraggio e per paradosso la
lealtà. Documenti storici ci dicono come indicasse ai suoi, in fase di combattimento,
di mirare solo ed esclusivamente all’aereo e mai al pilota, al nemico uomo,
sperando di abbattere l’aereo e di salvare l’uomo. È paradossale, si sa che applicare
questo in guerra è quasi impossibile, ma lui ci provava. La sua azione militare
finiva con l’abbattimento dell’aereo, anche se molto spesso però le vite si
perdevano ugualmente. Come accade in tutte le guerre, è la storia di giovani
che vanno a difendere la loro nazione mettendo a rischio la propria vita.
Tema particolarmente attuale
Le guerre, purtroppo, si sono sempre
somigliate e si somigliano. Speriamo che quella in corso si fermi qui. I punti
di contatto tra la storia che raccontiamo e il conflitto attuale mi hanno molto
emozionato.
Si può dire che in Baracca ci fosse
una sorta di etica della guerra?
L’etica è difficile trovarla in una
guerra. Quei soldati si aggrappavano a tutto per sperare che finisse, che si
potesse fare meno male possibile. Ma in fondo, poi, è la storia dell’uomo che
ci dice che in guerra ci va quasi sempre chi non la vuole. Erano e sono i
giovani soldati ad andare in trincea, in guerra. Le menti diaboliche, pensanti,
che le scatenavano, raramente si trovavano lì fisicamente a combattere, come
oggi del resto. Chi ne faceva e ne fa ancora le spese sono i ragazzi, gli
uomini, i padri di famiglia, i fidanzati, i fratelli, i mariti.
Che significato dà alla parola eroe?
L’eroe è colui, colei, che vive
rispettando la vita degli altri. Per essere eroi non c’è bisogno di fare un
atto eroico straordinario. Lo si è nei piccoli gesti quotidiani, rispettando la
vita e con l’amor proprio. Se rispetti molto te stesso hai uno sguardo più
attento anche verso gli altri.
Il volo cent’anni fa, che emozioni
provavano gli aviatori di allora?
Ho immaginato una sensazione costante
di adrenalina ai massimi livelli. Loro sapevano di salire su mezzi che
dipendevano esclusivamente dalle loro capacità, caricavano la mitragliatrice con
una mano mentre tenevano col ginocchio la cloche. Era tutto manuale. Oggi
l’adrenalina è probabilmente identica, ma il pilota è parte della tecnologia.
All’epoca il pilota era la tecnologia.
Che cosa sono il volo e il cielo per
Giuseppe Fiorello?
Spesso sogno di volare con il mio
corpo, di farlo a braccia aperte. Sembra un po’ una scena del film “Il grande
Lebowski” dei fratelli Coen, con Jeff Bridges, che mi ha sempre fatto
divertire. E poi non
posso non ricordare il volare di Domenico Modugno, che mi appartiene tanto, e
che ha fatto volare l’Italia negli anni del boom economico. C’è anche il
prendere l’aereo, cosa che mi intimidisce. Ho sempre trovato un po’ innaturale
che tanta roba possa galleggiare nell’aria, ma lì c’è la dimostrazione del genio
umano. Genio che svanisce in un sol colpo quando non ci accorgiamo che
centinaia di persone, bambini, annegano nei mari del nostro Paese. Questi due
estremi umani mi fanno impazzire. L’uomo è capace di far volare un aereo, ma
non di salvare delle vite umane che stanno navigando per cercare la salvezza.
Poli opposti difficili da collegare.
Il pubblico non manca di tributarle
stima e affetto, che cosa significa essere un attore, ed esserlo oggi?
A questa domanda ne aggiungo
un’altra. Sono un attore o faccio l’attore? Credo di essere un po’ l’uno e un
po’ l’altro. Farlo è dare a te stesso e agli altri un’esigenza, un motore che
ti smuove, essere attore, invece, richiude in sé tutta la parabola della tua
vita. All’interno dell’essere attore metti alcuni pezzi della tua esistenza,
per entrare in un personaggio, in una storia. E poi c’è un terzo livello, che è
la regia. Il fatto di essere un attore che sta dietro alla macchina da presa è
affascinante, nella consapevolezza di come si vive dall’altra parte. Gli attori
sono spesso persone molto fragili, molto delicate e che stanno seriamente
giocando a un mestiere molto bello.
A chi dedica questo lavoro?
Lo voglio mettere al centro
dell’attenzione del mondo politico internazionale affinché la storia della guerra,
del combattere, del difendersi, non si ripeta. Perché dobbiamo pensare di
difenderci da un Paese vicino? Perché l’umanità deve sempre difendersi da
qualcuno? So che sono discorsi utopistici e sembrano anche qualunquisti o
buonisti, non mi importa di quello che penseranno i lettori. Possono
giudicarmi. Mi piace riflettere sulle parole, sui fatti, sugli eventi. Mi pongo
sempre delle domande e mi chiedo perché non si possa vivere una convivenza,
all’interno della quale possa esserci un confronto umano, non violento.
Confrontarsi dà energia ma non deve mai sfiorare il sentimento della violenza. Dedico
questo lavoro a coloro che non hanno capito tutto questo, a quelli che possono
fermare questa guerra.
Un glass box pieno di colore e di energia in una strada (speciale) nel centro di Roma; un pubblico entusiasta che sfida il freddo e le intemperie; uno degli showmen più amati di sempre. Dietro le telecamere, un regista d’esperienza che fa incontrare il varietà della tradizione e la sperimentazione: «Con Fiorello bisogna pensare fuori dagli schemi, anticipare, ragionare anche sul più piccolo particolare»
Cosa significa fare la regia di uno show “non convenzionale”
come quello di Fiorello?
Vuol dire svegliarsi ogni mattina (anzi notte!!) e sapere
che avrai a che fare con il più grande showman italiano di tutti tempi!!!
Quindi bisogna pensare fuori dagli schemi, anticipare, ragionare anche sul più
piccolo particolare, perché gli show di Fiorello sono un grande puzzle dove
ogni pezzo compone il disegno finale. E quando lavori con lui senti la
responsabilità della buona riuscita di qualcosa che guarderanno tante persone,
in primis lui.
Quali sono le sfide tecnico-realizzative che dovete affrontare?
Fiorello non ha mezze misure, ti chiede tutto quello che hai e
anche quello che non hai. È molto attento alle nuove tecnologie, alle
contaminazioni social. Sa fino dove può spingersi, ma a volte supera quel
limite e accontentarlo diventa la sfida più interessante. Parlare con
professionisti alla ricerca della soluzione è la cosa che mi piace di più,
perché quando poi ci riusciamo, e ammetto che ci riusciamo quasi sempre 🙂
perché ho a disposizione una squadra fantastica, vedere Rosario contento e le
persone ridere di gusto ti ripaga di tutto.
Da un lato un programma con copione scritto a tavolino,
dall’altro la quota di improvvisazione che contraddistingue Fiorello, qual è il
punto di equilibrio giusto e necessario?
Abbiamo in amano una scaletta dove ci sono gli ingredienti della
puntata, ma l’ordine spesso cambia e c’è anche una grossa parte di improvvisazione.
Sono tanti anni che collaboro con Fiorello e, professionalmente parlando, lo
conosco molto bene, quindi, durante la diretta guardo la sua camera e dalle sue
espressioni riesco quasi sempre a capire cosa sta per fare, e quando non ci
riesco…:)
In sala regia, durante la diretta, c’è spazio per farsi una
risata?
Assolutamente sì!!! Ridiamo tutti di gusto, commentiamo, e anche
noi, finita la puntata, siamo felici del lavoro svolto.
Cosa le sta insegnando questa esperienza?
Questa, come tutte le esperienze che ho vissuto con Fiorello, le
considero dei master in televisione, intrattenimento e varietà. Dico sempre che
dopo qualche mese con lui non c’è nulla che non si possa fare, Rosario prova
poco perché ha bisogno della diretta e dell’adrenalina che ne scaturisce per
dare il meglio. Quindi, in alcuni casi, bisogna improvvisare. Il segreto è
guardarlo divertendosi e metterci un po’ di mestiere, il resto viene da sé.
Al via, martedì 28 marzo in prima serata su Rai 2, la seconda edizione dello show condotto da Nek. Sei puntate in cui i protagonisti delle piazze italiane, cantanti, musicisti e artisti di arte varia, si esibiscono e si raccontano davanti al pubblico televisivo e agli ospiti in studio
Da martedì 28 marzo torna in
prima serata su Rai 2 “Dalla strada al palco”,lo show televisivo condotto
da Nek, che porta in tv, in una grande festa, il variopinto mondo degli artisti
di strada. Per 6 puntate,artisti provenienti da tutte le piazze
d’Italia si esibiscono davanti al pubblico in studio e ad alcuni ospiti vip, i
cosidetti “passanti importanti”.
“Dalla strada al palco” rappresenta
una preziosa vetrina per cantanti, musicisti e artisti di strada, offrendoloro
la possibilità di esibirsi e di raccontarsi nella più grande piazza d’Italia,
quella televisiva.
Le loro performace saranno giudicate dal
pubblico e dagli ospiti in studio che insieme, alla fine di ogni puntata,
decreteranno i migliori che si sfideranno durante la puntata finale per
aggiudicarsi il premio di miglior artista di strada d’Italia.
All’interno di uno studio che ricrea per
ciascuna esibizione la gioiosa atmosfera di una piazza ogni volta diversa, Nek
conduce uno show ricco di emozioni e tanto divertimento. Gli artisti di strada
condivideranno i loro talenti legati ad ogni forma d’arte, dalla musica al
canto, dalla danza alla giocoleria, e incanteranno i telespettatori con
straordinarie esibizioni. Ma ognuno di loro, oltre al proprio talento, reca con
sé una storia personale, a volte commovente, altre volte eccentrica o
divertente, ma che non manca mai di suscitare curiosità ed emozioni in chi
l’ascolta. Ad accompagnarli sul palco la band del Maestro Luca Chiaravalli.
“Dalla strada al palco” è un’idea
originale di Carlo Conti, scritto da Emanuele Giovannini, Leopoldo Siano, Giona
Peduzzi, Maria Grazia Giacente, Simona Iannicelli. Prodotto da Rai – Direzione
Intrattenimento Prime Time in collaborazione con Stand by me, a cura di Daniela
Di Mario e Tiziana Iemmo, per Stand by me, di Francesco Sturlese. Produttore
esecutivo Rai: Roberta Bellagamba. Produttore esecutivo Stand By Me: Claudia
Santilio. La regia è di Sergio Colabona.
Sessant’anni fa nasceva il Centro di Produzione radio televisivo del capoluogo campano, luogo che ha ospitato e ospita la realizzazione di programmi cult della televisione italiana, da “Senza Rete” a “Furore”, da “Stasera tutto è possibile” a “Reazione a catena”, passando per “Made in Sud”, “Sotto le Stelle” e “Un posto al sole” con le sue oltre 6 mila puntate. Il direttore del CPTV Antonio Parlati al RadiocorriereTv: «Questo centro viene sentito dal territorio come qualcosa di proprio. Vogliamo andare sempre avanti, progredire, accettare nuove sfide»
Dal bianco e nero al colore, dagli show del sabato sera
alle fiction e all’informazione. Dal 1963 la Rai, Radiotelevisione Italiana,
realizza parte dei suoi programmi nel Centro di Produzione di via Marconi a
Napoli, a due passi dallo Stadio Diego Armando Maradona. Gli studi televisivi e
radiofonici hanno ospitato trasmissioni cult, a partire da “Senza Rete”, che
dal 1968 al 1975 fu ambito palcoscenico per i miti della canzone. L’Auditorium
Domenico Scarlatti, con la sua platea da mille posti, è stato anche sede
dell’Eurovision Song Contest del 1965, di programmi seguitissimi degli anni
Ottanta e Novanta come “Sotto le Stelle”, “Cocco” e “Pippo Chennedy Show”, e
dei più recenti “Stasera tutto è possibile” e “Made in Sud”. Intrattenimento e
approfondimento. Gli studi di Fuorigrotta hanno ospitato appuntamenti entrati nella
storia della Tv come il game show musicale “Furore” e la rubrica di medicina
“Check-Up”, ideata da Biagio Agnes e ancora in onda su Rai 2. Tra le produzioni
tutt’ora in programmazione anche “Agorà Weekend”, “Dilemmi” e il preserale
“Reazione a Catena”. Il Centro di Produzione Tv di Napoli si occupa anche della
realizzazione di tante produzioni in esterna, come i programmi in 4K di Alberto
Angela “Meraviglie”, “Stanotte a…” e “Ulisse” e numerosi altri eventi di Rai
Cultura. Il centro nacque come fabbrica specializzata costruita per il varietà,
per il teatro nelle sue diverse declinazioni, e per lo sceneggiato televisivo. La
sede di Napoli è dagli anni Novanta la casa della long fiction all’italiana “Un
Posto al Sole”, successo del quale sono state realizzate e trasmesse oltre 6
mila 150 puntate. Martedì 14 marzo i vertici della Rai, il Comune di Napoli e
la Regione Campania hanno festeggiato il sessantesimo anniversario del CPTV.
Per la consigliera d’amministrazione della Rai Simona Agnes, che ha portato il
saluto e l’augurio dell’amministratore delegato Carlo Fuortes, «l’apertura del Centro di
Produzione di Napoli nei primi anni Sessanta fu un significativo investimento strategico
per creare il ‘nuovo’ e uno dei segni più evidenti della modernità
metropolitana. Questo radicamento nel tessuto urbano e culturale della città,
unito a una solida tradizione di efficienza e produttività, rappresentano
ancora elementi peculiari della sua identità». Obiettivo della Rai è quello di «continuare a potenziare il ruolo
di rappresentanza sul territorio ed alimentare interazioni costruttive con Enti
ed Istituzioni, sia promuovendo progetti aziendali d’interesse comune, sia
supportando le iniziative meritevoli del territorio. Il tempo ha infatti
mostrato che alcune significative iniziative editoriali sono state favorite
proprio dal rapporto diretto tra Istituzioni e la sede campana della Rai». Tra
le numerose produzioni di successo realizzate a Napoli ricordiamo gli
sceneggiati “Delitto e castigo”, “Le avventure di Laura Sorm”, “Resurrezione”,
“Madame Curie”, “Sheridan Squadra omicidi”, “La fiera delle vanità”, “I ragazzi
di Padre Tobia”, tutti negli anni Sessanta. Tra i programmi di intrattenimento
anche “Paroliamo”, una delle prime trasmissioni condotte da Fabrizio Frizzi,
“Il mercato del sabato”, “Alle falde del Kilimangiaro”, “Scrupoli”, le
inchieste di Sergio Zavoli in “Nostra padrona Tv”, le ricostruzioni di Carlo
Lucarelli in “Blu notte”, e ancora “Guarda Stupisci” di Renzo Arbore,
“Convenscion”, “Famiglia Salemme Show”. «Il CPTV di Napoli rappresenta, anche con il suo comparto
radiofonico, un’identità culturale e storica per il territorio napoletano e per
l’Italia stessa, portatrice di tradizione televisiva artigianale – afferma
Paola Sciommeri, direttore della Produzione Tv della Rai – qui sono stati
realizzati famosi sceneggiati e spettacoli di intrattenimento. Ma il centro guarda al futuro, con le nuove
produzioni che continuano a essere confermate, con il game show “Reazione a
catena” che è tradizionalmente radicato qui, con la fiction “Un posto al sole”,
in onda dal 1996. Anche grazie alle dichiarazioni delle amministrazioni
comunale e regionale confidiamo di poter espandere e consolidare le produzioni». Sul futuro del CPTV è
intervenuto anche il direttore del centro Antonio Parlati: «Una bellissima giornata con tanti
amici, con l’idea che questo centro viene sentito sul territorio come qualcosa
di proprio. Obiettivo per è quello di continuare come abbiamo fatto fino a ora
con l’impegno di tutti, sottolineato anche dalle Istituzioni locali, oltre che
dai vertici aziendali: andare sempre avanti, progredire, accettare nuove sfide».
Tornano i viaggi di Federico Quaranta per
incontrare i protagonisti della sapienza artigiana italiana. Da sabato 25 marzo
alle 12.00 su Rai 1
2022,Linea Verde,Federico Quaranta
Riparte il viaggio alla scoperta dell’arte del saper fare, con “Linea
Verde Start”, otto puntate durante le quali Federico Quaranta incontrerà i
protagonisti della sapienza artigiana italiana, un susseguirsi di racconti dove
la testa, le mani e il cuore trovano la loro sintesi. Un microcosmo tanto
antico quanto moderno, dove la tradizione incontra l’innovazione, dove i
dialetti dei nostri territori parlano al mondo. Ogni puntata un viaggio nuovo,
in un territorio, una regione diversa, seguendo quel binario, in equilibrio tra
le bellezze naturalistiche più nascoste e la maestria artigianale.
Nel primo appuntamento, sabato 25 marzo alle 12.00 su Rai 1, il
racconto di Lecce.
Tra il Tg1 della sera e il game di Amadeus, dallo scorso 27 febbraio è in onda l’approfondimento di Bruno Vespa per raccontare l’Italia e il mondo attraverso i grandi temi dell’attualità con un ritmo veloce e incalzante. Il RadiocorriereTv ha incontrato il popolare giornalista: «La sfida più impegnativa della mia lunga carriera». Dal lunedì al venerdì su Rai 1
27 febbraio 2023
CINQUE MINUTI – rai1ù
con bruno vespa
Cosa è possibile raccontare in
“cinque minuti”?
Tante cose. Cinque minuti sono
lunghissimi e ogni giorno immaginiamo cosa possa interessare al pubblico, con
uno, due, tre ospiti.
Come nascono ogni giorno i suoi
cinque minuti?
L’attualità incide totalmente.
Facciamo una riunione di redazione, scambiamo le idee e cerchiamo di
interpretare quale sia il tema più interessante per il pubblico.
Cosa si aspetta dai suoi
intervistati?
Che dicano semplicemente e
rapidamente quello che può interessare alla gente.
Le è mai capitato che un intervistato
particolarmente corteggiato l’abbia delusa?
Siamo all’inizio, ancora è presto per
avere delusioni.
E nel corso della sua carriera?
Ci sono state persone più brillanti,
altre meno brillanti, ma è rarissimo che arrivi proprio uno che non sa dire
niente.
Che cosa le piace ancora del suo
mestiere?
Tutto, a partire dalla curiosità di
non sapere la mattina quello che farò la sera.
Cinque minuti è una sfida vinta. Come
vive le sfide Bruno Vespa?
Una sfida molto importante,
probabilmente la più impegnativa della mia lunga carriera perché ha un
altissimo ascolto, in un’ora importante e bisogna dire in poco tempo delle cose
che abbiano senso.
Cosa prova, dopo tanti anni di onorato
servizio, per la Rai?
La Rai è casa mia.
TITOLO BOX:
Una vita alla Rai
TESTO BOX:
Giornalista dall’età di
sedici anni presso la redazione aquilana de “Il Tempo”, Bruno Vespa entra in
Rai per concorso nel 1968 classificandosi al primo posto. Dal 1990 al 1993
dirige il Tg1. Dal 1996, la sua trasmissione “Porta a Porta” è il programma di
politica, attualità e costume più seguito. Per l’accurato racconto della scena
politica italiana e internazionale il programma, in onda in seconda serata, “Porta
a Porta” viene definito la “terza camera” dello Stato. Nel corso delle 3.290
puntate sino a oggi realizzate, Vespa ha intervistato i più importanti
esponenti della politica, della società civile, della cultura e dello sport. Il
13 ottobre del 1998 durante una puntata celebrativa del ventesimo anno di
pontificato, papa Giovanni Paolo II interviene in trasmissione collegandosi al
telefono. Tra le puntate speciali quelle dedicate al terremoto in Abruzzo del
2009, al naufragio della Costa Concordia e al Venerdì Santo.
«A “Viva Rai 2!” siamo come un’allegra famigliola che si ritrova puntualmente alle 5 e mezzo del mattino per farsi due risate e bere un caffè». Dai social al programma di Fiorello, il RadiocorriereTv incontra la giovane cantautrice: «Mi sembra di essere tornata bambina, a combattere per i miei sogni»
Il pubblico televisivo la conosce come “la ragazza dell’ukulele”, chi è
Serena Ionta?
Ciao! Mi presento, sono Serenella, la ragazza con l’ukulele di “Viva Rai 2!”,
ma sono anche Serepocaiontas, come mi chiamano da sempre i miei follower sulle
varie piattaforme social e di streaming musicale. Non esiste nella mia memoria
nessun ricordo di una Serena senza musica: già ai tempi delle scuole elementari
trascorrevo i pomeriggi cantando i brani dei miei artisti preferiti, all’epoca
Dido e Tiziano Ferro. A 7 anni ho iniziato lo studio della chitarra classica, a
14 quello del canto e qualche anno dopo del teatro. A 16 anni ho iniziato ad
apprezzare il jazz e a studiare i classici della musica americana, che si sono
poi rivelati importanti nel mio percorso da cantautrice iniziato qualche anno
più tardi.
E l’ukulele?
È entrato nella
mia vita durante il periodo universitario, trascorso a Milano. Sono originaria
di Latina, e l’ukulele è stato un compagno di viaggio fino a ora insostituibile
che mi ha seguito ovunque, anche nei cinque anni trascorsi a Londra per motivi
lavorativi. Gli ultimi mesi sono stati un susseguirsi di sorprese: dopo un
lungo e costante impegno sui social a suon di cover, singoli e tutorial, e
grazie all’aiuto del mio produttore DSonthebeat, ho ricevuto inviti per
collaborazioni importanti con Leonardo Pieraccioni, Walter Veltroni, Rosario
Fiorello e Gabriele Muccino. È stata per me la conferma che la strada era giusta,
si trattava solo di percorrerla fino in fondo!
Una laurea in economia, la passione per la musica, un ukulele che entra
nella sua vita quasi per caso, come ha vissuto l’incontro con lo spettacolo?
È stata una
sorta di liberazione. Ho sempre saputo che la mia strada “vera” avrebbe avuto a
che fare con la musica, ma il fatto di essere stata chiamata da Fiorello in
persona per entrare a far parte della sua squadra mi ha dato il coraggio di
abbandonare, senza ripensamenti, la mia vita di “digital marketer” a partire da
novembre scorso. Immagino che i ritmi, gli orari e l’esperienza in generale di
questo programma non siano esattamente lo specchio di qualsiasi esperienza in Tv,
ma per il momento per me è tutto molto bello. Mi sembra di essere tornata
bambina, a combattere per i miei sogni. Ovviamente, considerato che si tratta
di un’esperienza per me nuovissima, c’è una buona dose di ansia da prestazione
che si inserisce in questo quadro incantato. In ogni caso sono felice di farci
i conti ogni mattina e di avere ancora un bel po’ di puntate davanti per
diventare sempre più “amica” delle telecamere.
Nel suo sorriso tanta ironia, cosa la diverte di più a “Viva Rai 2!” e come
vive il rapporto con i suoi compagni di viaggio?
Il formato del programma prevede che il cast si goda le battute, che non
vengono provate in precedenza davanti a noi e che si avvalgono della capacità
di improvvisare dei conduttori. I contributi video sono sempre molto divertenti
e i momenti di varietà tanto amati da Fiorello sono davvero grandiosi.
Incredibile che si possa fare così tanto in puntate di soli 45 minuti! Il
rapporto con il cast, ma anche con tutti i tecnici e chi lavora dietro le
quinte, è molto bello: siamo come un’allegra famigliola che si ritrova
puntualmente alle 5 e mezzo del mattino per farsi due risate e bere un caffè:
niente male eh? C’è anche tanto lavoro e non ci si annoia. Una cosa di cui sono
particolarmente felice è l’aver trovato una compagna di viaggio affabile e
carina in Beatrice De Do, cantante e batterista bravissima, con cui condivido i
momenti musicali pre puntata e anche parte dei pomeriggi romani.
La sua popolarità nasce anche grazie ai social, quale punto d’incontro ha
trovato tra mondo reale e virtuale?
Senza dubbio devo ringraziare l’uso di Instagram e TikTok per essere
arrivata a fare quello che mi piace, ma mi prendo anch’io un po’ di merito
perché senza i due contenuti settimanali puntualmente pubblicati negli ultimi
due anni, siamo a più di 200 fra video di cover, tutorial e qualche inedito, e
un minimo di expertise nel mondo del digital advertising, probabilmente il
canto per me sarebbe rimasto solo un hobby. Non è semplice però portare nel
mondo “reale” quello che si fa sui social: la difficoltà più grande sta
nell’adeguare il formato. Cantare in cameretta a un pubblico immaginario è
molto più facile che non lavorare con vere telecamere ed “entrare” nelle case
della gente. La mia sfida più grande per i prossimi mesi sono i concerti: ho
alcuni inediti pronti e altri in uscita e non vedo l’ora di poterli condividere
con un pubblico vero e proprio di spettatori.
I giovani si avvicinano con difficoltà alla Tv, come le sembra quel che
succede nel mondo del piccolo schermo?
Credo, e lo dico da non amante della Tv come telespettatrice, che la
televisione vada un po’ svecchiata. Esistono tanti contenuti che con un Tone of
Voice più accattivante potrebbero attirare l’attenzione di molti più giovani.
Ricordo sempre le stesse facce in Tv, da quando ero bimba: magari un po’ di
spazio a conduttori giovani potrebbe contribuire ad abbassare anche l’età media
di chi la guarda.
Tutte le mattine su Rai 2, cosa succede delle sue giornate?
Prove, scrittura e ancora scrittura. Il mio focus principale nei pomeriggi
liberi post programma è quello di scrivere nuovi inediti da pubblicare e da
tenere in tasca per un eventuale tentativo di partecipare a Sanremo il prossimo
anno, il mio più grande sogno da sempre. In questi mesi vorrei
perfezionarmi il più possibile come cantautrice ed esplorare la mia vocalità
per rendere ancora più interessante il mio progetto di inediti.
Se Fiorello fosse una canzone, che brano sarebbe? E Biggio e
Casciari?
Vediamo, provo a pescare i brani fra i miei preferiti dell’indie italiano e
cerco un nesso con i titoli, perché con i testi sarebbe difficilissimo…
Per Fiorello, nessuno è più siciliano di lui, andrei su “ETNA” di Cimini e
Dutch Nazari. Biggio è giocoso e gentile, direi… “Chapeau” di Carl
Brave e Frah Quintale. Casciari è molto ironico ed è davvero bravissimo in
quello che fa, per lui direi “Goal!” del mio amico e bravissimo cantautore
Avincola.
E lei?
Difficile questa! Forse un po’ banale ma mi identifico con una mia canzone,
quella che ho presentato poco prima dello scorso Natale, che si intitola “Vin
brûlé”. È il brano che parla del mio cambio di vita, e lo sento molto rilevante
in questo momento.
L’attrice toscana è tra le protagoniste de“Il Paradiso delle Signore”, la nota serie del daytime di Rai1. «Il mio personaggio – spiega – era partito cattivissimo poi, durante il corso delle stagioni, e ne sono molto felice, ha subito una grande evoluzione, si è rivelato molto dolce e il suo cinismo è diventato ironico»
2022, Il Paradiso delle Signore
Nella settima stagione,
il suo personaggio si riconferma tra i più amati, ma anche in evoluzione.
Interpretare Irene Cipriani continua ad essere impegnativo?
Il mio personaggio era partito cattivissimo, poi durante il
corso delle stagioni, e ne sono molto felice, ha subito una grande evoluzione.
Da personaggio bidimensionale è diventato molto complesso nel rapporto che ha
avuto con Stefania. Irene si è rivelata molto dolce, un’amica sincera e poi il
suo cinismo è diventato molto ironico. Emerge anche la difficoltà nel lasciarsi
andare con un uomo. Insomma, è un personaggio molto complesso che a volte dice
una cosa, però sente esattamente il contrario. È interessante interpretarla
sotto questo punto di vista.
La Venere spumeggiante
porta dentro di sé delle ferite importanti e ha costruito una corazza che però
pian piano si è aperta. Perché?
Piano piano l’ha aperta, vero. In questa stagione sta
martoriando il povero Alfredo e a tratti risulta anche un po’ una bisbetica e,
per paura, mette fuori questa corazza. Chissà se sotto sotto le piace, non le
piace, ha paura o meno di lasciarsi andare. Il pubblico però ha capito che
questo suo modo di fare, è una specie di protezione nei confronti di se stessa.
Nel corso delle
stagioni, “Il Paradiso delle Signore” ha spiazzato più volte il grande pubblico
con clamorosi addii, decessi o incredibili ritorni. Cosa dobbiamo aspettarci?
I colpi di scena continuano con un grande addio.
Chi le sta mancando in
questa stagione?
Come personaggio e come collega di lavoro mi manca
Mariavittoria Cozzella che era Dora, ma anche Grace Ambrose che era Stefania,
con cui avevo legato. Irene alla fine è una persona sola, ha un rapporto
difficile con il padre, la madre è morta, e ha trovato in queste veneri una
famiglia. Mi mancano, ma per fortuna entrano nuovi personaggi e nuovi colleghi
con cui legare anche al di fuori del lavoro.
La promozione sul
lavoro di Irene è motivo per accentuare il suo lato così cinico?
In realtà per paura di fare brutta figura o di non essere
competente, fa emergere questo lato molto duro. Questo aspetto è un eccedere,
come fosse una comandante. Si tratta però di una persona che capisce, che
ragiona. Irene ha bisogno dei suoi tempi. Se capisce, si tranquillizza e diventa
malleabile e dolce.
Il pubblico ama però
Irene proprio per il suo caratterino…
Certo, perché ha un caratterino umano. Tante persone sono
come lei, piene di sfumature. Mentre all’inizio era molto cattiva, adesso il
pubblico ha capito che il suo atteggiamento è un modo di nascondere tante cose.
Fa quasi tenerezza e simpatia. Nelle amicizie è una persona onesta ed ha dei
valori forti.
Irene troverà, così
come dice, “l’uomo ricco da sposare”?
Lo spero per lei! Anzi no, lei dice molte cose che sono ambizioni,
ma alla fine neanche le sente. Tant’è che va ad infatuarsi di magazzinieri e
quello che dice non rispecchia la realtà. Ma tutto può succedere nella vita.
Che atmosfera si
respira sul set, considerati anche i ritmi molto serrati?
Questo è stato un anno molto divertente perché il mio
personaggio ha subito un’evoluzione e mi sono cimentata in un ruolo un pochino
diverso. I ritmi sono stati serrati, ma il tempo mi è passato velocemente e non
l’ho avvertito pesante perché mi sono divertita. Il gruppo è ormai unito e
affiatato, stiamo bene anche in questi ritmi e trascorriamo tantissimo tempo
insieme, è un po’ come lavorare con amici. Il carico di lavoro è importante
anche dal punto di vista mnemonico, ma c’è tanto aiuto tra noi.
Lei ama ballare e
cantare, ci saranno evoluzioni televisive per queste sue passioni?
Io lo spero tanto! Lo dico sempre ma non vengo molto
ascoltata (ride). Abbiamo fatto delle
piccole coreografie con il ballo, mi sono divertita molto, ma il mio sogno è
fare un pezzo cantato, avere insomma questa evoluzione. Però me la canto e me
la suono da sola. Per adesso è un sogno soltanto mio.
Nella settima stagione,
il suo personaggio si riconferma tra i più amati, ma anche in evoluzione.
Interpretare Irene Cipriani continua ad essere impegnativo?
Il mio personaggio era partito cattivissimo, poi durante il
corso delle stagioni, e ne sono molto felice, ha subito una grande evoluzione.
Da personaggio bidimensionale è diventato molto complesso nel rapporto che ha
avuto con Stefania. Irene si è rivelata molto dolce, un’amica sincera e poi il
suo cinismo è diventato molto ironico. Emerge anche la difficoltà nel lasciarsi
andare con un uomo. Insomma, è un personaggio molto complesso che a volte dice
una cosa, però sente esattamente il contrario. È interessante interpretarla
sotto questo punto di vista.
La Venere spumeggiante
porta dentro di sé delle ferite importanti e ha costruito una corazza che però
pian piano si è aperta. Perché?
Piano piano l’ha aperta, vero. In questa stagione sta
martoriando il povero Alfredo e a tratti risulta anche un po’ una bisbetica e,
per paura, mette fuori questa corazza. Chissà se sotto sotto le piace, non le
piace, ha paura o meno di lasciarsi andare. Il pubblico però ha capito che
questo suo modo di fare, è una specie di protezione nei confronti di se stessa.
Nel corso delle
stagioni, “Il Paradiso delle Signore” ha spiazzato più volte il grande pubblico
con clamorosi addii, decessi o incredibili ritorni. Cosa dobbiamo aspettarci?
I colpi di scena continuano con un grande addio.
Chi le sta mancando in
questa stagione?
Come personaggio e come collega di lavoro mi manca
Mariavittoria Cozzella che era Dora, ma anche Grace Ambrose che era Stefania,
con cui avevo legato. Irene alla fine è una persona sola, ha un rapporto
difficile con il padre, la madre è morta, e ha trovato in queste veneri una
famiglia. Mi mancano, ma per fortuna entrano nuovi personaggi e nuovi colleghi
con cui legare anche al di fuori del lavoro.
La promozione sul
lavoro di Irene è motivo per accentuare il suo lato così cinico?
In realtà per paura di fare brutta figura o di non essere
competente, fa emergere questo lato molto duro. Questo aspetto è un eccedere,
come fosse una comandante. Si tratta però di una persona che capisce, che
ragiona. Irene ha bisogno dei suoi tempi. Se capisce, si tranquillizza e diventa
malleabile e dolce.
Il pubblico ama però
Irene proprio per il suo caratterino…
Certo, perché ha un caratterino umano. Tante persone sono
come lei, piene di sfumature. Mentre all’inizio era molto cattiva, adesso il
pubblico ha capito che il suo atteggiamento è un modo di nascondere tante cose.
Fa quasi tenerezza e simpatia. Nelle amicizie è una persona onesta ed ha dei
valori forti.
Irene troverà, così
come dice, “l’uomo ricco da sposare”?
Lo spero per lei! Anzi no, lei dice molte cose che sono ambizioni,
ma alla fine neanche le sente. Tant’è che va ad infatuarsi di magazzinieri e
quello che dice non rispecchia la realtà. Ma tutto può succedere nella vita.
Che atmosfera si
respira sul set, considerati anche i ritmi molto serrati?
Questo è stato un anno molto divertente perché il mio
personaggio ha subito un’evoluzione e mi sono cimentata in un ruolo un pochino
diverso. I ritmi sono stati serrati, ma il tempo mi è passato velocemente e non
l’ho avvertito pesante perché mi sono divertita. Il gruppo è ormai unito e
affiatato, stiamo bene anche in questi ritmi e trascorriamo tantissimo tempo
insieme, è un po’ come lavorare con amici. Il carico di lavoro è importante
anche dal punto di vista mnemonico, ma c’è tanto aiuto tra noi.
Lei ama ballare e
cantare, ci saranno evoluzioni televisive per queste sue passioni?
Io lo spero tanto! Lo dico sempre ma non vengo molto
ascoltata (ride). Abbiamo fatto delle
piccole coreografie con il ballo, mi sono divertita molto, ma il mio sogno è
fare un pezzo cantato, avere insomma questa evoluzione. Però me la canto e me
la suono da sola. Per adesso è un sogno soltanto mio.
L’attrice toscana è tra le protagoniste de“Il Paradiso delle Signore”, la nota serie del daytime di Rai1. «Il mio personaggio – spiega – era partito cattivissimo poi, durante il corso delle stagioni, e ne sono molto felice, ha subito una grande evoluzione, si è rivelato molto dolce e il suo cinismo è diventato ironico»
Nuova stagione di Rocco Schiavone, la quinta della serie cult nata dalla preziosa penna di Antonio Manzini. «Gioca a favore del successo il suo essere un personaggio trasgressivo, non canonico per la tv generalista» racconta al Radiocorrieretv il protagonista che, tra una bella divagazione e l’altra, rivela tutto il suo affetto per il Vicequestore più amato della tv. Dal 5 aprile in prima serata su Rai 2
Per la quinta volta nei panni di Rocco Schiavone. Come è
andata?
Mi pare che, da quando tutto è iniziato, sia andata molto
bene. Sono sempre molto contento di interpretare questo personaggio, quindi è andata
come doveva andare (ride). Ormai sono abituato.
Dici Rocco Schiavone, pensi immediatamente a Marco
Giallini…
È il minimo… di questo vicequestore c’è tanto in me,
fortunatamente e anche “purtroppo”. Grazie a questo lavoro, capita
spesso di recitare parti nelle quali ci si riesce a specchiare facilmente, lo diceva
anche Marcello Mastroianni: “Sono io che faccio quello”. E poi certo, se ci
riferiamo al vissuto di Rocco, non è ovviamente tutto uguale, per fortuna.
Sul piano emotivo invece?
Lui è un po’ più “bastardo” di me, con un atteggiamento
esteriore più ruvido del mio. Non riesce proprio a suscitare immediata simpatia
in tutti, io invece ci metto decisamente più tempo ad arrabbiarmi.
Antonio Manzini e la sua scrittura umana e raffinata. Cosa le
ha lasciato l’incontro con questo autore?
Prima di questa avventura, conoscevo Antonio solo di nome,
non avevo avuto la possibilità di approfondire i suoi lavori, pur sapendo dell’esistenza
di questo Vicequestore un po’ sopra le righe che, non solo per l’età, in
qualche modo sentivo vicino. A un certo punto mi hanno chiamato ed è
immediatamente scattata una sorta di alchimia. Già dalla lettura delle prime
pagine, la mia testa si è immersa in questa storia, riuscivo a immaginare Rocco
Schiavone, le sue emozioni, le sue caratteristiche. Non è successa la stessa
cosa con i libri di Andrea Camilleri su Montalbano, non è stato così naturale,
percepivo la difficoltà per uno come me, romano, di imparare il siciliano e
“recitare” in questa lingua in una serie lunga. Per un film sarebbe stato più
facile… in questo Luca (Zingaretti), è stato impareggiabile. Con la
scrittura di Manzini, invece, sono bastate due pagine, non ci sono state tante
sorprese. Leggendo ho percepito subito i lati caratteriali dell’autore stesso.
Ora siamo diventati amici.
Possiamo parlare di una scrittura cinematografica?
Certamente! Con “Pista Nera”, per esempio, le parole sono
diventate immagini molto velocemente. E poi, per cinque stagioni mi sono
trovato in mezzo alla neve e ho pensato “cazzarola era meglio se non fossi
venuto” (ride), per dirla come Schiavone.
Il personaggio, Rocco, la serie, ormai un cult, creano nel
pubblico dipendenza umana e televisiva. Qual è la forza di questo progetto?
Sono io (ride)!
Siamo d’accordo…
Gioca a favore del successo il suo essere un personaggio
trasgressivo, non canonico per la tv generalista. Ricordiamo che la preghiera
laica di Schiavone è la canna di marijuana la mattina appena sveglio. È un
essere umano che incuriosisce. Ovviamente, l’ottima scrittura è tra i suoi
punti di forza, come abbiamo ricordato prima.
Qualcuno l’ha definita “Il dottor Divago”. Dove va nelle sue
divagazioni?
Mi hanno proprio dedicato una copertina con questo titolo… mi
ha divertito molto, perché io ho preso la laurea in divagazioni. La mia testa
funziona così, al giorno penso duemila cose contemporaneamente, anche se alla
fine ne faccio poche. Mi esercito in molti voli pindarici, con la testa vado
via un attimo, ma poi torno.
Ma a Giallini si perdona tutto… la riportiamo a noi chiedendole
se un tipo come Schiavone lo ha mai incontrato
Ma sì dai, ma non faceva il poliziotto.
Nemmeno il ladro però…
Beh, Rocco qualche cosa al limite la fa, diciamo pure fuori
legge. Alla fine per esserlo basta fermare la macchina dove non è consentito,
non è necessario ammazzare qualcuno. Schiavone è uno che si muove sulla linea
di confine, è un tipo “border”, ma lo fa sempre per il bene. Di chi non si sa (ride).
Per rispondere alla domanda precedente, prima di fare l’attore anch’io ho fatto
una vita “normale”, senza pensare a indossare i panni di qualcun altro per
mestiere. Quello dell’attore è un mestiere bellissimo, per certi versi anche
pesante, abbastanza ben retribuito, ma non sempre una passeggiata.
Rocco parte dalla borgata e arriva tra le montagne di Aosta.
Chi può aiutare quest’uomo a fare pace con il proprio passato, e quindi anche
con se stesso?
Questa è dura però… forse nessuno, lui non è un tipo che si
fa aiutare. Sta solo, chiuso nel suo mondo, ogni tanto si tuffa a capofitto in
relazioni dalle quali non sa poi come uscirne, come nel caso del suo rapporto
con Sandra (interpretata da Valeria Solarino), una giornalista con cui
trascorre del tempo, senza mai però creare un legame stretto. È un uomo che non
si apre, nemmeno con gli amici, è più predisposto ad aiutare. L’unico vero
legame, il suo luogo sicuro, è la moglie, che non c’è più, ma che Schiavone
continua a vedere e alla quale rimane ancorato per uscire dalla melma.
Queste montagne diventano una sorta di rifugio, lei dove
trova riparo nella sua vita?
Mi sento bene a casa mia. Amo stare in mezzo alla gente, ma a
volte sento di non potermi comportare così liberamente, pur apprezzando tutto
quello che la popolarità ha comportato, molto di più di quello che avrei mai
potuto sognare, sento che il rifugio dell’animo è la mia casa, dove riesco a
preservare il mio vivere quotidiano, la mia normalità.
In un momento in cui avremmo sempre più bisogno di maestri…
Ci vorrebbero i maestri veri, quelli che sanno le cose meglio
di te e sono in grado di insegnarle agli altri. Se conosci Dante lo insegni,
altrimenti potrai dire solo che aveva il naso grosso… e in questo periodo non
vediamo buoni maestri, sono tutti impegnati sui social.
Non vede di buon occhio questi strumenti?
Hanno fatto parlare troppa gente che avrebbe dovuto rimanere
in silenzio. All’inizio pensavo che indossassero tutti una maschera, invece
purtroppo c’è tanta ignoranza. E qua ci starebbe bene una chiusura alla
Schiavone (ride)…
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