Dal lunedì al venerdì,
su Rai Isoradio e poi su RaiPlaysound, conduce con Max Locafaro la nuova
stagione del programma che tiene compagnia agli ascoltatori all’insegna del
buonumore
Com’è ripartito “In
viaggio con Elisabetta”?
Molto bene, perché quella di marzo è stata una serie numero
zero, come una specie di grande prova in diretta. Per me era la prima volta.
Questo programma è un mio progetto, è un’ora di leggerezza, per far sorridere
gli italiani che sono in viaggio. Abbiamo rubriche per coinvolgere i
radioascoltatori e anche le dediche, come mi piaceva fare da ragazzina quando
chiamavo la radio per dedicare una canzone a un’amica o al mio primo fidanzato.
Al 348731010 ci lasciano un vocale canticchiando la canzone che poi
programmeremo in diretta.
Prima volta per lei in
radio, ma programma riconfermato…
Sì, sono stata riconfermata, ne sono davvero felice. Mi sono
rimessa in gioco perché avevo fatto la mamma a tempo pieno e, quando mio figlio
è andato a studiare a Madrid, ho voluto ricominciare. Anche la conferenza
stampa di presentazione è stato un bel momento perché la direttrice ha speso
belle parole per me, per questa idea.
Quali sono le più belle
avventura e disavventura in viaggio che le sono state raccontate in radio?
Mi ha fatto molto ridere un viaggio di Claudia Gerini che era
capitata a Panarea nella settimana in cui c’erano tutti ragazzi molto giovani e
con le figlie furono giorni al cardiopalma. Invece Maria Grazia Cucinotta mi ha
raccontato del suo più bel viaggio, quello del cuore, quando torna nella sua
terra con la sua famiglia. Anche mia madre (Mara
Venier) ha raccontato un viaggio particolare, quello del ritorno nella sua
Venezia dopo tanti anni, a seguito della perdita di sua madre, mia nonna. Ma
poi ci sono le disavventure che ci fanno tanto ridere. Alessandro Basciano, mio
amico, ha raccontato che la sua più grande disavventura è quella di percorrere
il Raccordo di Roma ogni giorno per tornare a casa e trovarsi imbottigliato nel
traffico. Anche la routine quotidiana spesso può diventare un viaggio.
Quali sono i luoghi del
cuore?
Ci tengo tantissimo a questo spazio del programma, è il
viaggio del cuore dei nostri ospiti, personaggi conosciuti, che raccontano
viaggi che non vogliono più ripetere. Da lì prendiamo spunto e parliamo della loro
carriera. Devo dire che nei primi tre mesi del programma, quella che prima ho
definito prova, abbiamo avuto ospiti circa cinquanta star. Anche mia madre è
stata generosa, venendo direttamente in radio e rimanendo per tutta la puntata
insieme a noi.
E se non fossimo in
radio, in viaggio con Elisabetta, dove andremmo?
Alle Maldive. Avrei voglia di fare un viaggio lungo, cosa che
non faccio da molto tempo per una serie di ragioni, ultima il Covid.
Lei ama viaggiare in
macchina?
Viaggio molto in macchina e mi piace tanto. Butti tutto
dentro e parti. Vorrei farlo molto di più.
Il viaggio del cuore che
le piacerebbe fare?
Vorrei andare a fare un safari con mio figlio. Anche se è
grande ormai, ma credo sia sempre affascinante vivere questo tipo di
esperienza.
Lo scrittore e sceneggiatore napoletano parla del suo avvocato d’insuccesso, protagonista della nuova serie di Rai 1: «Si ride addosso, e ride del mondo. E piace alle donne perché inciampa da fermo»
Le
vicende di Vincenzo Malinconico arrivano in Tv, cosa prova lo scrittore De
Silva?
Sono
molto contento, è stato un lungo percorso. Abbiamo lavorato tre anni alla
sceneggiatura e poi c’è stato l’incontro con il regista Alessandro Angelini,
che ha fatto un lavoro egregio, e con Massimiliano Gallo…
…
che ha dato volto, anche nella sua mente, al personaggio…
…
sono uno scrittore che non descrive mai né i suoi personaggi né i luoghi,
perché secondo me la descrizione imbriglia l’immaginazione del lettore. Così
per cinque libri non sapevo chi fosse Malinconico, non avevo idea delle sue
fattezze estetiche. Ora, anche per me, il volto dell’avvocato Malinconico è quello
di Massimiliano Gallo e non potevo essere più fortunato. Lui è una persona
deliziosa e un attore con una pluralità di registri che controlla perfettamente,
è riuscito a rendere il personaggio in tutte le sue variazioni umorali.
Quando
inventò Malinconico immaginava che avrebbe ottenuto un consenso letterario così
ampio?
È stata una sorpresa. Era tra
l’altro la prima volta che scrivevo in prima persona e mi prendevo delle
libertà che in terza persona non mi consentivo. Quando scrivi in terza devi
raccontare l’essenziale, ciò che è funzionale alla storia, scrivendo in prima
mi rendevo conto di essere più libero, innanzitutto nella digressione (sorride).
Nei libri di Malinconico sono fortemente digressivo, perché io stesso ho quel tipo di carattere. Quando mi
faccio prendere da una congettura difficilmente cambio strada, e rimango
continuamente attratto da altre cose che capitano. Mi accadeva anche ai tempi
della scuola.
Con
il rischio di andare fuori tema…
L’insegnante
di filosofia mi diceva che andare fuori tema non avrebbe rappresentato un problema se avessi portassi la narrazione
in un posto in cui valesse la pena andare. Questo è rimasto il mio faro.
Definisce
il suo Malinconico un “perdente” e non un “fallito”. Che differenza c’è?
La
figura del loser, come la chiamano in America, ha una sua poesia. La grande
narrativa, anche comica, è piena di perdenti. Per quanto ci riguarda, da un
punto di vista sia editoriale che culturale penso a Massimo Troisi, la sua
figura è quella del perdente, ma nessuno di noi penserebbe a lui e al suo
ruolo, come a dei falliti. Era semplicemente un uomo a disagio che affrontava
la vita con tutti i suoi limiti. Malinconico è uno di noi. È
uno che si sente a disagio nei ruoli che la vita gli assegna di volta in volta:
è a disagio come avvocato, come genitore, come amante, come ex marito. Fa la
battaglia che facciamo tutti per mantenerci in vita con dignità e possibilmente
cercando di farci amare. Malinconico riesce a essere amato, anche se poi le
donne lo lasciano e non è che gli vada molto bene nella vita. È
una persona che non deve vincere per essere felice, questo credo che sia anche
un bel messaggio.
Il
suo è un entusiasmo quasi fanciullesco…
Che
nasce dal trovare la vita sempre incantevole, ossia in grado di provocare
incanti. Questo soprattutto per una ragione che più che poetica è filosofica:
la vita è incomprensibile, ed essendo tale, l’unico modo che abbiamo per
cercare di chiuderla in uno schema logico è raccontarla, o almeno, cercare di
farlo.
Ha
mai provato, da scrittore, la paura di rimanere intrappolato in un suo personaggio?
Sicuramente
sì, è un problema che ti poni proprio quando un personaggio funziona. Ma Malinconico
per me è una voce, è come suonare uno strumento su cui mi trovo particolarmente
bene, è un modo attraverso il quale penso, e questo mi facilita moltissimo la
scrittura. La sua voce mi viene naturale, ha una sua autenticità, è una sorta
di sdoppiamento della mia mente come se io parlassi con me stesso, e attraverso
la voce di Malinconico trovassi la realtà, sempre un po’ ridicola. Malinconico
si ride addosso, e ride del mondo, essendo sempre parte della scena ridicola.
Non ridicolizza mai nessuno, e se accade parte sempre da sé. Questo è anche un
principio della migliore comicità, che non è mai quella che deride qualcuno. I
grandissimi comici sono sempre i primi a tirarsi da soli i pomodori in faccia.
Ha
parlato di Malinconico come di uno strumento,
a quale si riferisce?
La
chitarra, che è il mio strumento. Ai tempi dell’università avevo anche una
band. Non ho più il tempo di suonare ma mi circondo ugualmente di chitarre, la
musica è importante, è presente nei miei romanzi, ne parlo spessissimo.
Malinconico è una chitarra, il più femminile degli strumenti, anche dal
punto di vista della forma, della corporeità. Tutti gli strumenti sono erotici
e sensuali, la chitarra ha una forma, una sensualità, molto femminile.
Malinconico
come vede le donne?
Ha
un rapporto di grandissima devozione, ma è anche per un fatto generazionale.
Siamo cresciuti nell’ammirazione quasi biologica del femminile. L’idea che una
donna potesse mettere gli occhi addosso a te, potesse degnarti della sua
attenzione, del suo amore, era un dono immenso, come se quest’essere alieno e
meravigliosamente bello potesse posare gli occhi su un terrestre. Lui non è un
adone, non è un seduttore, ma riesce a sedurre proprio con il suo senso del
limite, con il suo sentirsi inadatto. La cifra di autenticità e fragilità attira
una donna sensibile. Mi diverto sempre a dire che Malinconico forse piace alle
donne perché è il tipo di uomo che inciampa da fermo, la mia opinione è che
alle donne piacciono gli uomini che inciampano da fermi (sorride).
Quali
sono stati i paletti al di fuori dei quali ha chiesto che la serie non andasse?
Quando
si parla di una trasposizione bisogna sempre essere disponibili e non difendere
stupidamente e ostinatamente il testo dal quale si parte. Nel momento in cui
accetti devi capire che nell’altro settore ci sono altre regole, altri principi
e altri obiettivi. Mi piace molto considerare il mio mestiere come artigianato,
se scrivo un libro, una commedia, un articolo di giornale, una sceneggiatura, faccio
cose diverse. La scrittura si muove a seconda degli ambiti in cui la eserciti. La
cosa fondamentale è che si rispetti la complessità del personaggio, Malinconico
è un personaggio molto facile da macchiettizzare, se vuoi semplificare puoi
anche far ridere, ed è un po’ il problema di molta commedia fatta male, ma è un
errore. Ridere per ridere non ha senso, bisogna costruire un ragionamento,
un’opinione, una prospettiva sul mondo che possa incontrare la sensibilità del
lettore e dello spettatore. Devi attirare l’attenzione e lo fai attraverso una
scrittura molto affilata, una recitazione alta, e la mente di un regista, in
modo da organizzare la scena e dare un’ottima direzione. Devo dire che in
questo sono stato molto fortunato.
Malinconico
molto racconta del nostro Sud, ha mai pensato a come se la caverebbe a Milano?
Malinconico
a Milano? Non è male (sorride). Ci starebbe con molto disagio perché è
difficile trovarsi in una realtà in cui tutto funziona. È
come se una persona abituata a vivere in una città molto piovosa si trasferisse
a Napoli, ecco, la prima settimana sarebbe rincoglionito dal sole.
Al
suo Malinconico ha dedicato un libro di “massime”, o meglio, di “minime” (“Le
minime di Malinconico”, Einaudi), ce ne regala una?
Una
che amo moltissimo è “dicono che la felicità si trova nelle piccole cose,
sapeste l’infelicità!”
Un’altra
ancora…
“Le
volte in cui mi capita di avere ragione sono sempre solo”. Hai un’illuminazione
rispetto a una discussione avvenuta tempo prima e ti dici: se avessi potuto
dire questa cosa al momento giusto! È un po’ il problema della vita,
che ti coglie impreparato. Spesso la letteratura serve a dare la risposta
giusta quando non serve più.
Meno politica e più società civile, con uno sguardo sfaccettato sul mondo. “Che c’è di nuovo” è l’appuntamento con l’approfondimento di Rai 2. «In queto momento storico c’è bisogno più che mai di serietà e di grande competenza» dice la conduttrice che al nostro giornale confida: «Tornare in Rai è come tornare a casa». Dal 27 ottobre in prima serata
2022, Ilaria D’Amico
Ilaria, “che c’è di nuovo”?
Un mondo che ci sta cambiando sotto
gli occhi, sia all’interno del nostro Paese sia all’esterno. Vediamo
ridisegnarsi i riferimenti che abbiamo
avuto per tanto tempo, a partire dalle leadership mondiali, si stanno
ribaltando tanti canoni e tutto va raccontato con uno sguardo privo di
pregiudizi, giorno dopo giorno con curiosità.
In onda il giovedì, nel bel mezzo
della settimana politica, che tipo di narrazione farete?
Cercheremo di raccontare le cose con uno
sguardo sfaccettato, facendo emergere le contraddizioni o le suggestioni
sentimentali di un tema, oppure provando a raccontarlo sotto un aspetto insolito.
Cercheremo anche di proporre una seconda verità. Più si cresce e più è difficile
pensare che ci sia un’unica verità delle cose, è difficile immaginare che non
si possa empatizzare con le varie facce delle realtà del racconto.
Torni in Rai dopo molto tempo e con
un bagaglio professionale importante, come vivi questo momento?
Come un ritorno a casa. Mi capita di
girare per i corridoi degli studi di via Teulada a Roma e di incontrare le
sarte e i truccatori che conobbi quando ci lavoravo a 23, 24 anni. Mi sembra di
essere tornata in uno di quei posti che conosci perché ci sei cresciuta, in cui
hai imparato delle cose. È una bella sensazione.
Credo che la Rai, soprattutto se fa informazione, abbia la missione di
incuriosire e fare Servizio Pubblico. Lo fa già bene con vari programmi, se
riuscissimo ad assolvere a questa funzione con “Che c’è di nuovo”, sarebbe per
me una grandissima soddisfazione, proprio perché siamo sulla Tv di Stato che
appartiene a tutti noi.
La forte astensione elettorale ben
racconta la frattura tra gli italiani e la politica, cosa può fare
l’informazione televisiva per ridurre il gap?
Per esempio, avere meno politica e
più società civile, dando spazio ai politici quando si sta approfondendo una
parte tecnicamente politica, o facendoli parlare dei fatti concreti e non delle
questioni di palazzo, dei partiti, delle correnti. C’è bisogno di serietà e
grande competenza. Spero che il nuovo governo riesca a pescare competenze
all’interno della politica.
Come nasce una buona intervista?
Con l’ascolto. Bisogna preparare un
percorso fatto di domande ideali per poi saperci rinunciare quando la persona
in carne e ossa, in diretta, ti sta fornendo altre occasioni. Quelle occasioni
le cogli soltanto se non hai in testa solo lo schema che avevi inizialmente disegnato.
Dall’ascolto nasce la capacità di carpire le emozioni sincere o le
contraddizioni che l’intervistato ti sta offrendo. Le mie interviste migliori sono
nate dall’idea di fare dieci domande, per poi porne solo tre di queste e
proseguire sulla pista dell’interlocutore.
Come reagisci se ti accorgi che un
ospite ti sta mentendo?
L’intervistato non va processato. Se
sta mentendo l’unica cosa che puoi fare è provare a mettere in evidenza la
menzogna, a renderla più palese possibile, ma rispettando la scelta
dell’intervistato di mentire. Non siamo
dei giudici, non c’è la condanna.
C’è una domanda che non faresti mai?
Tendenzialmente non mi interessano le
domande pruriginose personali.
Social e racconto televisivo, qual è
il punto d’incontro?
Penso che i social siano una
grandissima occasione per chi fa informazione per aprire lo sguardo sui mondi
con cui non siamo direttamente in contatto o non lo saremmo. Sono un gigantesco
ponte sul pensiero dei ragazzi, dei giovani giornalisti, dei giovani pensatori.
Da giornalista e conduttrice, tra
politica e sport, chi vince?
Sono due facce di una medaglia che
racchiude al cento per cento il mio interesse, e in entrambe le cose c’è un
filo conduttore: fanno parte di una passione che muove le viscere. La politica
perché riguarda il tuo quotidiano, ci sono i tuoi amministratori, è la storia
che stai scrivendo della tua vita come italiano. Dall’altra parte c’è lo sport,
dove c’è una rappresentazione fantastica del merito e della capacità di essere
primi per le qualità che possiedi.
In diretta e in esclusiva tutte le 64 partite della Coppa del Mondo di calcio, in televisione, alla radio e sul web. Fischio d’inizio domenica 20 novembre con Qatar-Ecuador
ROMA 21 OTTOBRE 2022 PRESENTAZIONE DEL PALINSESTO RAI PER I MONDIALI IN QATAR “VISIONE MONDIALE.QATAR 2022”
NELLA FOTO YURI CHECHI – ALESSANDRA DE STEFANO – SARA SIMEONI
Un’avventura
lunga un mese, che da domenica 20 novembre ci porterà alle soglie del Natale, il
18 dicembre, quando allo stadio Lusail, poco a nord di Doha, si giocherà la
finale della 22esima edizione della Coppa del Mondo di calcio. Un Mondiale che,
in seguito alla mancata qualificazione della Nazionale di Mancini, vedrà
l’Italia e gli italiani tifare sportivamente per le altre squadre della
competizione dagli spalti mediatici attraverso la Rai. Si parte con Qatar-Ecuador, il primo dei 64 match in programma.
“La Rai ce l’ha messa e ce la metterà tutta – afferma l’amministratore delegato
dell’Azienda Carlo Fuortes, nella sede di Viale Mazzini vestita a festa con i
colori della Coppa del Mondo – il Mondiale è uno degli eventi, insieme alle
Olimpiadi più importante a livello internazionale. Ed è molto importante che Rai
lo faccia suo e faccia il massimo sforzo per portarlo in modo gratuito in tutte
le case degli italiani. È un pezzo del servizio pubblico, tutti lo considerano
patrimonio universale ed è così. Sono molto felice di avere tutto in casa Rai”.
Saranno 37 le partite in onda su Rai 1, 19 su Rai 2 e 8 su Rai sport HD.
Quelle trasmesse da Rai 1 saranno anche in altissima definizione 4K, ricevibili
via satellite e in modalità ibrida con un ricevitore di ultima generazione
connesso alla rete. Un Mondiale che saprà stupire per la qualità dell’immagine
e della realizzazione tecnica, che vedrà al lavoro 34 telecamere per ogni
match, il numero più alto mai utilizzato. “La Rai proporrà un racconto dei
Mondiali declinato in tutte le possibili fruizioni”, sottolinea Marcello
Ciannamea, direttore del Coordinamento Editoriale Palinsesti Televisivi. “Quando l’Italia è stata eliminata, c’è stato il buio – dice Alessandra
De Stefano, direttore di Rai Sport – poi abbiamo reagito anche noi. Il Mondiale
è un’opportunità di crescita sociale, culturale, antropologica, sociologica.
Noi ci saremo e vi daremo anche quello che non vedrete. Siamo una squadra, vi
faremo divertire”. Il racconto
televisivo di Rai Sport sarà affidato a telecronisti, commentatori, conduttori e inviati coordinati dalla team
leader Donatella Scarnati. A condurci in campo saranno Stefano Bizzotto, Luca
De Capitani, Dario Di Gennaro e Alberto Rimedio, in compagnia di Lele Adani,
Antonio Di Gennaro, Claudio Marchisio e Sebino Nela. Quattro, invece, gli
inviati, che avranno il compito di arricchire il racconto delle partite:
Alessandro Antinelli, Marco Lollobrigida, Simona Rolandi e Jacopo Volpi. La
squadra di otto radiocronisti di Rai Radio porterà invece nelle nostre case le
voci, i racconti, i suoni e le emozioni del calcio per un Mondiale vissuto
minuto per minuto. “Le voci del calcio accendono
la magia – dice Andrea Vianello, direttore di Rai Radio 1 e Rai Radio 1 Sport –
Ciotti, Ameri, Martellini, che hanno segnato la storia di tutti noi, sono
lì a dimostrare quanto la radio sia importante nel racconto di questo
sport”. Il commento tecnico delle
radiocronache è affidato a Fulvio Collovati, Beppe Dossena, Massimo
Orlando, Sebino Nela e Katia Serra.
Calcio giocato ma non solo, i Mondiali del Qatar saranno anche sinonimo
di approfondimento e intrattenimento. Ogni sera, al termine della partita delle
20, Alessandra De Stefano, Sara Simeoni e
Jury Chechi, daranno vita su Rai 1 a “Il circolo dei Mondiali”, spin-off
calcistico de “Il Circolo degli Anelli” in onda in occasione dell’ultima
Olimpiade. Per chi preferirà l’approfondimento radiofonico l’appuntamento sarà,
alle 22.05, con “Torcida Mundial”. Al microfono, il caporedattore della
redazione sportiva Filippo Corsini e Guido Ardone.
La Coppa del Mondo di calcio godrà
della massima visibilità su RaiPlayche, oltre a ospitare le
dirette delle partite, avrà anche una sezione dedicata all’on demand, nella
quale troveranno spazio, subito dopo la conclusione, gli highlights del match e
le interviste. Ogni partita sarà disponibile, dal fischio finale alla
conclusione del Mondiale, anche in forma integrale e on demand, per chi non avesse
avuto la possibilità di seguirla in diretta. Su RaiPlay spazio anche
all’approfondimento, con un programma original dedicato ai Mondiali del
passato: dieci clip di tre minuti realizzate interamente con immagini di
repertorio delle Teche Rai. Per ognuno dei 29 giorni del Mondiale in campo
troveremo anche Rai News24, con Sport 24 alle 12.30 e alle 19.30 e Rainews.it,
che proporrà gli HL delle partite, le interviste, e contenuti esclusivi.
Dal lunedì al venerdì alle 19.50 conduce “Una scatola al giorno”, il preserale di Rai 2. «È un giochetto pazzo – dice il conduttore – servono intuizione e fantasia, ma la strategia è solo una, quella del divertimento»
Una grande scatola a sorpresa e un
gioco tutto nuovo nel preserale di Rai 2, come sta andando?
Benissimo! È una scatola che ha in sé tante sorprese,
al suo interno ci sono un oggetto o una persona conosciuta. La scatola ci
fornisce ogni sera cinque indizi e io e il mio ospite dobbiamo indovinarne il
contenuto. Ad aiutarci, o forse meglio a complicarci simpaticamente la vita,
c’è il comitato tecnico-scientifico formato da Francesca Manzini e Marco
Marzocca.
Conduttore e al tempo stesso
concorrente, ha capito quale strategia adottare per vincere?
È un giochetto pazzo che mi diverte
tanto e spero che diverta anche il pubblico che ci segue da casa. Servono
intuizione e fantasia, ma la strategia è solo una, quella del divertimento.
Puoi indovinare oppure perdere, ma devi assolutamente divertirti.
Che rapporto ha con il gioco?
Da sempre bellissimo, amo il gioco inteso
come sport, a partire dal calcio, così come i giochi da tavolo. Mi piacciono il
Risiko, il Monopoli, Indovina Chi, un po’ meno i giochi di carte, anche se non
mi sottraggo mai a una partita con gli amici. Al di là del gioco che fai,
l’aspetto importante è l’aggregazione, lo stare insieme.
Quando gioca è competitivo?
Da morire. Voglio vincere sempre,
anche se gioco a “tappini”, altrimenti che si gioca a fare (sorride)?
Se va male, per così dire… “rosica”?
Dipende, se ho l’avversario che mi
prende in giro rosico eccome (sorride). L’ultima volta che ho giocato è
stato questa estate sulla spiaggia di San Rossore in Toscana. Io e alcuni amici,
coetanei, abbiamo fatto una gara con le biglie di plastica, quelle che
all’interno hanno le immagini dei ciclisti.
Chi ha vinto?
Io, ma agli ultimi due tocchi. È stato in testa un amico per tutta la
gara, sul finire l’ho superato e ho vinto.
Che figurina c’era all’interno della
biglia?
Gianbattista Baronchelli, correva
negli anni Settanta e Ottanta. Ricordo che da bambino giocavo con la biglia
raffigurante Miro Panizza, sempre in maglia nera. La sfida era quella di
portarlo alla vittoria.
C’è un gioco della storia della televisione che ricorda con affetto?
Non era propriamente un gioco ma uno
dei programmi più amati della Tv, parlo di “Portobello”. Venivano presentati
oggetti curiosi, ma l’impresa vera e propria era quella di fare parlare il
pappagallo (sorride).
Alle otto di sera, quando non lavora,
cosa è solito fare?
Se non vado in palestra sono a casa.
Esco sempre di meno, forse sto invecchiando (sorride). Mi piace stare
nella mia dimensione, leggere, stare al computer, disegnare…
Passione per il disegno?
Ho fatto la scuola d’arte,
abbandonata al terzo anno e ripresa a 28 anni per prendere la maturità. Il
disegno è sempre stato la mia passione.
Cosa disegna?
I cavalli, le loro teste con le
criniere. Mi piace moltissimo.
Come alimenta la sua curiosità?
Non ho un modo in particolare ma sono
curiosissimo, osservo le persone, le cose. È un modo per acchiappare la vita, fa parte un po’ del mio carattere. Mio
nonno mi chiamava “arruffamondo”, colui che mette in confusione il mondo,
perché facevo tutto e non portavo a termine niente. Non finivo le cose, ma ero
consapevole di saperle fare. Faccio il conduttore, il teatro, la fiction, mi
piace ancora far tutto. Non so dire se faccio bene o male, ma sento che la
strada mi appaga.
Cosa le piace della Tv che cambia?
Accetto i cambiamenti delle mode,
tutto quello che ai giovani piace, altrimenti si rischia di diventare come i
nostri nonni, che dicevano “noi, ai nostri tempi”, anche se non è che avessero
poi tutti i torti (sorride)…
Vive il passato con nostalgia?
Accolgo tutto quello che viene dal
presente, ma guardo con nostalgia il passato. Mi sono sempre piaciute le cose
dei grandi. Nel mio spettacolo “La prima volta” c’è un episodio in cui dico che
da ragazzo guardavo gli adulti perché i miei coetanei mi annoiavano, andavano a
suonare i campanelli, tiravano i sassi sui vetri, io, invece, ascoltavo e
guardavo mio nonno e mio padre. Sono sempre stato un pochino vecchio, ma non
avevo poi così torto. Se penso alla musica del passato, degli anni Quaranta,
Cinquanta come dei Sessanta o Settanta, rimane ancora oggi. E’ eterna. Quella
di oggi, invece, è un pochino usa e getta.
Protagonista di “Sopravvissuti”, il lunedì in prima serata su Rai 1, e “Mare fuori” si racconta al RadiocorriereTv: «Quello dell’attore è un mestiere che ti permette di sfidare il tempo e di rimanere bambino». Il suo futuro? «Un misto di ansia e desiderio» ma anche di nuove serie per la Rai e di ruoli al cinema. «A novembre mi vedrete in “Diabolik” e riuscirò anche a farvi sorridere»
Giacomo, come è
stato l’incontro con Lorenzo?
Molto
particolare, una sfida ardua. Venivo da Ciro di “Mare fuori”, un mondo molto
napoletano e di violenza, un mondo con poca consapevolezza, e mi sono trovato a
fare un personaggio di dieci anni più grandi della mia età reale, perché
Lorenzo ha 34 anni. Lui ha vissuto, ha sofferto, ha fatto la galera e ha un
rapporto complicato con il fratello, è un uomo abbastanza segnato. L’ho
preparato in parecchio tempo, anche da un punto di vista fisico, con un lavoro
di trucco, parrucco e costumi eccezionale. In qualche mese mi sono allenato, mi
sono fatto crescere i capelli, la barba e ho preso una quindicina di chili che
ho dovuto mantenere per tutto il periodo delle riprese.
“Sopravvissuti” è
un racconto corale, come è andata con i compagni d’avventura?
Una famiglia
meravigliosa. In “Mare fuori” molte delle scene le ho condivise con dei
ragazzi, coetanei, vestiti i panni di Lorenzo mi sono confrontato invece con
attori di esperienza, come Lino Guanciale, Barbora Bobulova, Fausto Sciarappa,
cosa che all’inizio un po’ mi preoccupava. Una preoccupazione svanita al primo
ciak perché ho trovato belle persone, ci siamo aiutati tanto e, quando io avevo
bisogno, i miei compagni di set sono stati i primi a darmi sostegno. Non è
scontato che un grande attore sia anche una grande persona. Siamo stati tutti i
giorni insieme per otto lunghi mesi e ci siamo divertiti moltissimo.
Si è chiesto come
avrebbe vissuto questa vicenda se fosse stato al posto di Lorenzo?
Me lo sono
chiesto preparandomi alle riprese, ed è anche la domanda che vuole porre la
serie che vede tanti personaggi, tra loro molto diversi, costretti a
condividere un piccolo spazio, contornato dall’infinità del mare, in un momento
di grande difficoltà. Una cosa mentalmente problematica. Ecco quindi messaggi e
domande, a partire da “cosa sono disposto a fare pur di sopravvivere?”. Penso non ci sia risposta fino a quando non ti
trovi in quella situazione. E poi c’è un’altra domanda centrale, “qual è la linea oltre la quale non puoi più
definirti uomo?”
Cosa prova di
fronte a una carriera che sta prendendo velocità?
Mi commuove
vedere che qualcuno crede in me, cosa che aumenta il mio senso di
responsabilità. Voglio essere all’altezza del compito per non deludere mai le
aspettative. Mi vengono in mente i giorni in cui, ragazzino, immaginavo di
avere una possibilità di esprimermi davanti a una cinepresa. Quando questa
possibilità arriva vuol dire che qualcuno si è reso conto che lo puoi fare.
Cosa prova per
questo mestiere?
Un piacere infinito,
è il più bello del mondo e non ha età. Ti
consente di rimanere bambino, quel bambino che gioca a guardie e ladri nel
parchetto, una volta sei guardia, un’altra sei ladro. È anche una sfida al
tempo che passa, perché il tempo un po’ mi spaventa…
Il trascorrere
del tempo può spaventare anche a 24 anni?
Penso di essere
nato così. Fare l’attore mi aiuta, è un mestiere che non ha tempo, che
potenzialmente puoi fare fino a novant’anni. Un gioco molto serio che puoi fare
per tutta la vita.
Da bambino
sognava di fare l’attore?
Volevo fare il
poliziotto e il supereroe (sorride). E così ho scoperto un lavoro che mi
ha permesso di entrare in tanti ruoli.
Chi è Giacomo
Giorgio?
C’è sempre la
sensazione di non saperlo. Quando lavoro tanto sono felice perché mi sveglio e
dico: oggi sono Lorenzo Bonanno, oggi sono Ciro Ricci. Un bisogno che cerco
costantemente: essendo qualcun altro posso forse, sotto sotto, essere me
stesso.
Un percorso di
fuga da qualcosa?
Potrebbe essere.
Forse una incapacità di stare da solo con me stesso.
Ciro e “Mare
fuori” l’hanno resa popolare, come vive l’affetto del pubblico?
Sono contento.
Quando una persona ti ferma per la strada per chiederti una fotografia
significa che dietro a quel gesto c’è apprezzamento per quello che hai fatto.
Quest’estate, girando “Mare fuori 3”, sono stato ogni giorno commosso
dall’affetto della città di Napoli. Al tempo stesso vorrei essere un’ombra
perché non amo particolarmente stare al centro dell’attenzione nella mia vita
privata. Mi piace l’immagine di un attore riservato di cui si sa poco e niente,
quasi anonimo. Se non vivessi in quest’epoca mi piacerebbe anche non avere
Instagram, ma mi rendo conto che non esserci sarebbe un po’ anacronistico.
Quando pensa al suo
futuro che cosa prova?
Un misto di ansia
e desiderio. Cerco di immaginare come vorrei che fosse e fremo dalla voglia di
viverlo. Al tempo stesso cerco di non fuggire troppo nel futuro, così come nel
passato. Peter Brook, un grande del teatro mondiale, ci insegna l’importanza
del “qui e ora”, fondamentale anche per la recitazione. Quando mi rendo conto
di non essere allineato al presente cerco di rimettermi in riga da solo.
Del presente cosa
la emoziona?
Le emozioni
stesse, nella recitazione come nella vita. Percepirle è una cosa incomprensibile
a livello razionale, oserei dire divina. Mi ritrovo a soffermarmi sui
particolari, mi piace guardare le persone, osservarne il modo di porsi, di parlare,
guardarne le caratteristiche. Una fotografia affascinante del presente.
A breve la vedremo al cinema…
Sarò nel secondo
e nel terzo capitolo di “Diabolik” e sarò l’agente Zeman, il braccio destro di
Ginko. Anche in questo caso, girando due film contemporaneamente, ho condiviso molto
tempo con il cast, con Valerio Mastandrea, Giorgio Bellocchio, con i Manetti
Bros., registi meravigliosi, ed è stato bellissimo. Poi è un fumetto,
un’operazione cinematografica leggermente più di finzione: il mio personaggio
ha l’accento nordico, un po’ comico un po’ stronzetto, e questo mi ha divertito
molto.
Ha trovato in sé
anche la cifra della commedia…
Avevo fatto
personaggi drammatici, violenti. In “Diabolik” o nella nuova serie che sto girando
con Carmine Elia, “Noi siamo leggenda”, mi calo in personaggi che hanno i tempi
della commedia, un genere che non sapevo di essere in grado di fare. Ho anche scoperto
lati autoironici della mia persona molto divertenti.
Giacomo Giorgio è
felice?
Molto felice.
Cosa significa
essere felici?
Le rispondo con
una mia frase e con una di Totò. Io dico che forse sei felice quando nelle tue
giornate puoi fare ciò che ti piace, una cosa affatto scontata. La risposta più
bella, però, è quella di Totò: “La felicità sono attimi di dimenticanza”.
Nel salutarci,
Giacomo Giorgio ci chiede di citare e ringraziare alcuni dei tanti
professionisti che hanno lavorato alla realizzazione della serie
“Sopravvissuti”, Massimo Toppi per il trucco, Giuliana Cau per i costumi,
Vincenzo Cormaci per il parrucco e Marco Garavaglia per il montaggio.
Dalla Luna al Lucca Comics & Games, con l’anteprima del 29 ottobre. Le “Aquila” atterreranno in esclusiva su RaiPlay dal 30 ottobre, grazie all’impegno di Rai Teche
La prima stagione di “Spazio 1999”, la
serie cult co-prodotta dalla Rai e dalla britannica ITC (oggi ITV), torna ad
appassionare il folto pubblico di affezionati e, senz’altro, a crearne di
nuovi: la prima puntata sarà proiettata in anteprima al Lucca Comics & Games
sabato 29 ottobre alle ore 16.30, presso il Cinema Centrale. A partire da
domenica 30 l’intera serie, in HD, con audio restaurato e nelle versioni
italiana e inglese, approderà in esclusiva sulla piattaforma RaiPlay. “Spazio
1999” ha plasmato indelebilmente l’immaginario fantascientifico dei
telespettatori, in Italia e nel mondo. Questa maestosa produzione, una delle
più costose degli anni Settanta, ha registrato un successo planetario e
duraturo, creando un’amplissima schiera di estimatori appassionati alle vicende
della base lunare Alpha. Tutto ha inizio con una violenta esplosione, in
seguito alla quale si verifica il distacco della Luna dall’orbita terrestre. Da
quel momento, niente è più come prima: comincia l’odissea nello spazio alla
ricerca di un nuovo pianeta su cui ricominciare a vivere lontano dalla Terra.
Iconiche le navicelle spaziali “Aquila”, così come il comandante John Koening
(Martin Landau) e la dottoressa Helen Russell (Barbara Bain), coppia nella
serie così come nella vita. La prima stagione, realizzata dai coniugi Gerry e
Sylvia Anderson fra la fine del 1973 e l’inizio del 1975, è andata in onda in
Italia da sabato 31 gennaio 1976. Rai Teche, grazie in particolare al Supporto
Tecnologico di Torino, ha lavorato per fornire agli utenti una versione
italiana in alta definizione. A proposito di questo importante recupero, il
Direttore di Rai Teche Andrea Sassano sottolinea che “il patrimonio
dell’archivio Rai è un tesoro inestimabile dal quale continuamente emergono
nuove perle. Scovarle, restituirle al pubblico e dar loro nuova vita è la
missione cui dedichiamo, con passione, i nostri sforzi. Spazio 1999 è una
colossale co-produzione Rai-ITV, che ha segnato la storia della fantascienza in
TV e che sarà finalmente disponibile in alta qualità sulla piattaforma
multimediale RaiPlay, grazie anche al lavoro imponente del reparto Tecnologico
della nostra Direzione.”. Il Direttore di RaiPlay e Digital Elena Capparelli
ricorda che “negli anni Settanta un’intera generazione è cresciuta
guardando Spazio 1999. Siamo davvero felici che il pubblico di allora possa
ritrovarla su RaiPlay, restaurata e anche in lingua originale, ma anche che i
più giovani possano scoprire questo cult assoluto della serialità televisiva
fantascientifica e divertirsi a guardarla.”
Sarà nuovamente possibile apprezzare l’accuratezza degli effetti
speciali realizzati dal team di Brian Johnson (che aveva collaborato con
Stanley Kubrick al celeberrimo 2001: Odissea nello spazio), con la pregevole
fattura di astronavi e veicoli in scala, il dettagliato arredamento degli
interni e la progettazione delle astronavi Aquila, divenuti preziosi pezzi da
collezionismo. Così come riascoltare la colonna sonora composta da Vic Elmes e
Barry Gray, indelebilmente impressa nelle menti di chiunque abbia avuto
occasione di ascoltarla. Ma soprattutto, si potranno rivivere le vicende della
base lunare Alpha e del suo avventuroso viaggio, durante il quale i membri
dell’equipaggio si imbattono in forme di vita aliena e in strani fenomeni
intergalattici, il tutto in HD.
Geologo e ricercatore, ma anche divulgatore capace di conquistare con i suoi programmi la fiducia e l’affetto del pubblico televisivo. E’ tornato con “Sapiens” il sabato in prima serata su Rai 3. «Il destino degli uomini – dice al RadiocorriereTv – coincide con quello che loro stessi si vogliono dare»
Da
dove riparte “Sapiens”?
Dall’anno
più caldo che ci sia stato sul pianeta Terra da quando gli uomini sono in grado
di registrare la temperatura. Riparte dal 2022, dall’attualità più stringente,
dalla problematica climatica, dall’energia, e cerca di mettere una parola un
po’ più chiara su questioni scientifiche. Ancora si sente dire che quanto sta
accadendo forse dipende dal sole, da principi naturali, vogliamo dimostrare che
ciò non è assolutamente vero e non la pensa così nessuno scienziato serio che
studi il clima.
L’estate
che ci siamo lasciati alle spalle ha cominciato a presentare il conto, ci
dovremo abituare?
Questa
che sembra essere stata l’estate più calda e più secca dell’ultimo periodo,
sarà la più fresca e la più umida del prossimo futuro. Ci dobbiamo abituare a
situazioni anche peggiori probabilmente.
Siamo
fuori tempo massimo?
No,
il lockdown ha dimostrato come bloccando certe attività gli inquinanti
spariscano subito e i cieli si ripuliscano. Allo stesso modo, riconvertendo
certe attività, anche l’anidride carbonica può diminuire parecchio.
Naturalmente ha una certa inerzia per cui ci vuole tempo prima che diminuisca
in atmosfera, che si neutralizzi.
Gli
uomini sono i principali responsabili del proprio destino?
Quasi
sempre, tranne che in alcuni casi speciali. Se arriva un asteroide, ad esempio,
possiamo fare molto poco, per quanto abbiamo assistito a un tentativo di
deviazione fatto dalla Nasa qualche settimana fa. Per quanto riguarda il resto,
il destino degli uomini coincide con quello che si vogliono dare: hanno deciso
di basare una società sui combustibili fossili? Questo è il prodotto. Basta che
lo sappiano, ogni nostra azione ha una conseguenza ambientale.
L’approvvigionamento
energetico resta un problema, quali strade potrebbero essere intraprese?
Bisogna
mollare prima possibile i combustibili fossili. Non ha molto senso cambiare il
luogo di approvvigionamento del gas, se rimani schiavo del gas, è come cambiare
spacciatore, ma rimani tossicodipendente. Andrebbe abbandonata questa logica.
Al contrario, ci dobbiamo abituare a una società senza combustibili fossili e puntare
tutto, fino all’ultimo centesimo, sulle rinnovabili, ora. Sono disponibili in
un tempo relativamente breve, bisogna fare in modo che siano minori gli impacci
di natura burocratica.
E
il nucleare?
Nel
breve periodo non è un’opzione. Per avere una centrale in Italia ci vorranno
vent’anni, forse, visti i tempi delle centrali in altri Paesi d’Europa che sono
più snelli di noi, penso alla Finlandia. Non so se abbia senso parlarne visto
che servirebbero così tanto tempo e così tanti soldi.
Anche
le pandemie sono frutto di come trattiamo l’ambiente, cosa dobbiamo aspettarci
da questo punto di vista?
Se
si continua con le opere di deforestazione e se il cambiamento climatico
incrementa, le malattie infettive aumenteranno. Togliere spazio alla foresta
significa lasciare i suoi abitanti con un altro ambiente attorno. Siccome
questi abitanti, come i pipistrelli, sono ricchi di tutti i virus, perché hanno
un grande sistema immunitario, levare spazio alla foresta significa
indirettamente favorire quei salti di specie, quegli spillover, che sono i
responsabili delle pandemie. Si è scoperchiato il vaso di Pandora deforestando
troppo, il cambiamento climatico influisce aumentando le zone in cui alcuni
insetti non ci sarebbero mai stati. Vogliono il caldo e adesso lo trovano anche
ad alta quota. Siamo al punto in cui queste malattie possono tendere a
rivelarsi più diffuse e intense di un tempo.
Siamo
davvero vicini a una nuova estinzione?
A
nuove estinzioni di piante, insetti e altri viventi sì, perché le provochiamo
noi. Ma i Sapiens sono una specie piuttosto prepotente e hanno un grande
apparato tecnologico. È vero però che non sono tutti uguali, si salvano come
specie ma magari ci rimettono milioni di vite, portarli all’estinzione sarà
difficile. Saremmo la prima specie al mondo corresponsabile in toto dell’estinzione
della specie stessa. Sarebbe un caso da studiare nell’annuario di chi verrà
dopo di noi.
A
un bambino che le chiedesse “cosa sta succedendo su questa Terra”, che risposta
darebbe?
Che
una grande ubriacatura di intelligenza, di potere, di ricchezza degli uomini
sta producendo danni che diventeranno un’arma a doppio taglio. Quello che
vediamo è il gran caos dei sistemi umani di fronte al fatto che c’è una
reazione da parte dell’ambiente, del clima soprattutto, che dovevamo prevedere.
Stiamo assistendo a un ridisegno del mondo, vedremo se avverrà in una maniera
sostenibile o se si arriverà al collasso di parte delle nostre civiltà come le
conosciamo.
Un’occasione per comprendersi, un esperimento sociale tra divertimento e commozione. “Quando è nato il mio primo figlio, mi sono ritrovata improvvisamente ad analizzare dinamiche familiari all’interno del mio nucleo con un interesse che non ho mai avuto prima”: la giornalista, che diventerà presto mamma per la seconda volta, conduce “Nei tuoi panni”, dal lunedì al venerdì alle 17.00 su Rai 2
Mia Ceran fotografata negli studi Rai di corso Sempione, Milano 4 Ottobre 2020. ANSA/MATTEO CORNER
Come nasce l’idea di questo programma?
Il giorno in cui la Rai mi ha chiesto di immaginare un
nuovo programma per la fascia oraria tra le 17 e le 18 su Rai 2, la prima cosa
che mi è venuta in mente da professionista, da conduttrice, da spettatrice e da
madre, e che mancava, è stato un format in cui si riflettesse sulla famiglia,
sui rapporti che nascono dentro alle famiglie, soprattutto su quelle
incomprensioni, quei giudizi dati in maniera troppo frettolosa. E poi ha
contato anche l’aspetto personale.
In che senso?
Nell’ultimo anno, quando è nato il mio primo figlio, mi
sono ritrovata improvvisamente ad analizzare dinamiche familiari all’interno
del mio nucleo con un interesse che non ho mai avuto prima. Ho capito che questo
argomento poteva essere un collante che apre un dialogo immediato tra persone
anche di latitudini diverse, di ceto sociale diverso. E’ qualcosa che ci
coinvolge tutti, perché tutti abbiamo una famiglia, dei rapporti a cui teniamo,
che custodiamo e sui quali lavoriamo. Da questa idea, insieme a Roberta
Briguglia con la quale ho sviluppato questo nuovo format, abbiamo ipotizzato di
chiedere a dei nuclei familiari di provare a scambiarsi i ruoli, di passare una
giornata nei panni di qualcun altro che per qualche ragione non ha la nostra
comprensione e vedere l’effetto che fa. Quindi un marito al posto della moglie,
ma anche una suocera al posto della nuora, figli adolescenti al posto dei
genitori, cercando di fare l’esercizio più banale, ma anche il più difficile.
Com’è strutturato il programma?
Una parte di questo format è reality di fatto, andiamo
nelle case delle persone e osserviamo come funzionano messe in ruoli invertiti.
Un’altra parte invece è in studio, dove queste persone vengono e si rivedono
per la prima volta, avendo modo di osservare, insieme a tutti noi e a degli
esperti, come si sono comportate nei panni dell’altra persona. Cercheremo di
avere sempre alcuni ospiti “titolati”, che ci possano illuminare e guidare: uno
psicoterapeuta, un pedagogo, insomma qualcuno che abbia gli strumenti per
cercare di leggere i nostri comportamenti, dove sbagliamo, che cosa abbiamo
fatto in maniera errata per generare una determinata reazione, quali sono gli
atteggiamenti che possono essere corretti.
Gli esperti saranno gli unici ospiti?
No, ci sarà anche una compagnia di giro che cercheremo di
costruire nel tempo, di amici del programma che saranno con noi. Comunque,
tutti gli ospiti, noti e meno noti, verranno in qualità di componenti di un
loro nucleo familiare. L’idea è: non vieni per parlare di temi generali, ma per
raccontarci come sei dentro la tua famiglia. La stessa cosa varrà anche per me,
cioè io mi siedo in questo studio, che abbiamo costruito sul modello di una
casa accogliente, e sarò prima di tutto “Mia”, madre, compagna, figlia. Tutti
questi ruoli si siedono con me.
Con che criteri avete selezionato le
famiglie?
Sulla base di chi effettivamente aveva bisogno di ascolto,
bisogno di questo scambio. Non abbiamo un criterio ideologico, per noi famiglia
è chi famiglia si sente. Non abbiamo neanche un criterio anagrafico perché ci
sono famiglie nelle quali giocano dei ruoli fondamentali persone che
anagraficamente non sono legate. Ci sono famiglie monogenitoriali nelle quali
degli amici diventano praticamente parenti delle persone di casa. Senza nessuna
preclusione, insomma, sulla tipologia di famiglia. Quello che ci interessava era
raccontare delle storie universali, nelle quali le persone possano
riconoscersi. E la verità è che se anche la composizione delle famiglie è
diversa, ci somigliamo tutti molto più di quanto non crediamo.
Cosa ti aspetti da questa nuova avventura?
La mia speranza è che questo tipo di prodotto faccia passare
il messaggio che questo esercizio, questo lavoro di provare a mettersi nei
panni degli altri, lo si possa fare ovviamente anche senza la televisione. Invitiamo
le persone a fare un esercizio di empatia ed è per questo che abbiamo anche
degli esperti che cercano di dare gli strumenti, perché siamo consapevoli del
fatto che non tutti abbiano voglia o modo di farlo dietro a una telecamera.
Anch’io nel mio piccolo cercherò di farlo a casa mia.
Ti mancheranno l’ironia e la satira che hanno
caratterizzato le ultime tue esperienze televisive?
La satira probabilmente non ci sarà, però l’ironia la
considero un bagaglio, arricchito tra l’altro in anni di esperienza con tutti i
comici e gli artisti con cui ho lavorato, che mi porterò dietro sempre,
qualsiasi casa scelga di abitare. Dentro al nostro salotto ci sarà anche
l’ironia, non mancheranno le battute, il gioco perché è vero che trattiamo temi
seri, però è vero anche che si può ridere di tutto. Questa è una grande lezione
che ho imparato negli anni.
Ma tu ti sei messa qualche volta nei panni di
qualcun altro?
E’ un po’ l’esercizio che ho cercato di fare da quando è
nato mio figlio per tentare di capire le dinamiche che accadevano dentro alla
mia famiglia. Ho provato a mettermi nei panni di mia mamma da quando sono
diventata madre, ho provato a mettermi in quelli di mia suocera, in quelli di
tutte le persone che ogni giorno ruotano intorno a questo nucleo e che tra
l’altro determineranno probabilmente anche la personalità e il futuro di mio
figlio. E’ un esercizio che cerco di fare, ma penso che sia uno di quegli
esercizi che è come la palestra, va fatto con una certa costanza, non lo si può
fare un giorno solo e quindi provo a farlo tutti i giorni.
Quanto è difficile invece conciliare il tuo
lavoro con la tua famiglia, che tra l’altro sta per crescere?
Quanto sarà difficile con due figli non lo so (ride).
Mi dicono che comunque uno più uno non fa due, ma fa tipo undici… Mi sento
molto fortunata, ho un nucleo familiare allargato, principalmente i nonni,
super attivi, giovani, che ci hanno permesso anche di allargare la famiglia.
Questo lo devo riconoscere perché lavorare a un quotidiano, lavorare così
tanto, è una cosa che ti puoi permettere soltanto se sei sicuro che i tuoi
figli siano protetti in qualche modo. Resta difficile, comunque, fare delle
giornate molto lunghe, come spesso accade, soprattutto quando parte un
progetto, che è un po’, ovviamente con un sapore totalmente diverso, una
gestazione. E’ la prima volta che mi viene data l’occasione di avere carta
bianca, di poter disegnare il mio progetto come voglio. La trovo una grande
responsabilità, soprattutto verso il pubblico e verso l’azienda che me lo ha
concesso e che ringrazio, insieme alla direttrice Simona Sala, per come hanno
accolto la notizia della mia gravidanza.
Per chiudere, nei panni di chi non vorresti
metterti mai nella tua vita?
E’ difficile, perché in fondo sono curiosa… Diciamo che
non vorrei essere nei panni di quei vertici europei che devono in questo
momento negoziare per trovare una soluzione alla crisi energetica.
Nel quartiere generale di Saxa Rubra a Roma incontriamo Paolo Petrecca, a capo della grande redazione che realizza il canale televisivo all news, il sito informativo rainews.it e il televideo. Il direttore ci apre le porte del nuovo studio disegnato da Renzo Piano: «Un rinnovamento nell’idea, nei materiali, nella colorazione». Immutata la mission di Servizio Pubblico: «Il nostro mestiere è il racconto della verità, qualunque essa sia, senza gettare chi ci segue nel panico e senza dire menzogne»
Rai News 24 da
pochi giorni ha una nuova casa, lo studio disegnato dal maestro Renzo Piano, riconoscimento
importante per il canale all news della Rai. Come nasce questo incontro?
Da un dialogo
casuale, amichevole, tra Renzo Piano e l’amministratore delegato della Rai, Carlo
Fuortes. Piano, che ha definito Rai News un ponte verso le notizie, da lui
utilizzato nei suoi frequenti viaggi all’estero, ha ridisegnato lo studio insieme agli architetti Massimo Alvisi e Junko Kirimoto, e la cosa ci rende particolarmente orgogliosi. Un
rinnovamento nell’idea, nei materiali, nella colorazione. L’utilizzo del legno di ciliegio ci dà la
sensazione di entrare in un salotto, in un luogo caldo. Centrale è la newsroom,
in trasparenza, con i giornalisti al lavoro, elemento distintivo di Rai News
24. E soprattutto c’è un grande specchio, in studio, sul quale si riflette il
lavoro dei cameramen e del personale tecnico. Giornalisti, tecnici, notizie,
conduttori, è una squadra che dà il prodotto finale al quale lavoriamo tutti i
giorni dell’anno.
Ogni progetto nasce da un confronto, come è andata con Piano?
Il grande architetto fa il progetto,
che deve poi integrarsi con il mondo televisivo, con le esigenze tecniche. Insieme
al comparto tecnico, a Marco Silenzi e Paolo Poggio, vicedirettore e
caporedattore centrale, che hanno lavorato molto al confezionamento finale,
abbiamo indicato alcune modifiche, sempre in grande sinergia con il team di
Renzo Piano. Ho la fortuna di essere un frontman, di guidare una squadra motivata,
cosa che ci consente di portare le notizie a casa della gente con grande
determinazione, ma anche con grande semplicità. Lo facciamo in un ambiente
molto più caldo di quello precedente, un po’ diverso da quelli che sono gli
studi televisivi dei telegiornali.
Il covid e l’emergenza sanitaria,
quindi la guerra, la crisi politica e il voto. Com’è stato raccontare tutto
questo in modo ininterrotto, nelle 24 ore, agli italiani?
Sono passati quasi tre anni dal primo
segnale del covid. In quel periodo ero già vicedirettore e il direttore Antonio
Di Bella mi aveva delegato la gestione delle emergenze. È stato complicato. Anche noi giornalisti, come i medici, ci siamo
trovati sul campo e l’emergenza era costantemente dietro l’angolo. Ci sono
state giornate, soprattutto nella prima fase, in cui a causa del propagarsi del
virus abbiamo dovuto svuotare improvvisamente la regia o la newsroom.
All’inizio non c’erano strumenti di protezione, le mascherine, i tamponi.
Cercando di trovare qua e là qualche buona notizia, abbiamo raccontato un mondo
devastato in cui la gente non sapeva come fare a uscire di casa, in cui c’erano
le polemiche sui green-pass ed era fondamentale difendersi dalle fake news. Il
nostro mestiere è il racconto della verità, qualunque essa sia, senza gettare
chi ci segue nel panico e senza dire menzogne. È stato difficile cercarla in mezzo a tanta confusione,
facendo poi da filtro con i telespettatori. Dal campo di battaglia del covid
siamo passati a quello ucraino, e tutto questo ci ha portato in una crisi
economica che definirei la prova finale. Ora dobbiamo impegnarci a raccontare presente
e futuro.
I dati Auditel confermano come Rai
News 24 sia entrata nella quotidianità del pubblico Tv…
Il canale ha ascolti sorprendenti
mentre solo 15 anni fa eravamo una nicchia. La nostra rassegna stampa del
mattino raggiunge il 3 per cento di share. Nel corso della notte, tra le 2 e le
6.30, siamo in onda su Rai 1 e consegniamo alla rete share con punte fino al 15
per cento. Un bel risultato.
Tra le grandi sfide lanciate, e
vinte, c’è rainews.it, il sito dell’informazione Rai…
È il sito di tutta
la Rai, sta andando molto bene ed è motivo di grande soddisfazione per me e per
il vicedirettore Diego Antonelli. Ogni giorno raggiungiamo tra il milione e
mezzo e i tre milioni di persone e abbiamo avuto punte anche di sette milioni.
La crescita è continua, stiamo raccontando in modo capillare la guerra in Ucraina,
abbiamo raccontato la crisi del governo Draghi, la campagna elettorale, il
voto. Ci seguono sempre più i giovani, motivo per cui abbiamo ulteriormente
potenziato la nostra redazione sportiva e lavoriamo molto sui video. Segnalo
anche la forte interazione Rainews.it/Rainews24.
A chi parla Rai
News 24?
Bisogna parlare ai
giovani senza mai dimenticare il nostro pubblico più adulto, quello che guarda
la televisione quotidianamente. Puntiamo sulla semplicità, sulla riscoperta
dell’italiano, su input grafici che siano d’ausilio al racconto. Abbiamo
cambiato la titolazione, rendendola più immediata e incisiva, e stiamo
lavorando per creare una redazione titoli. Per quanto riguarda i giovani, e i
giovanissimi, abbiamo dato più spazio al Tg Kids. L’idea è di parlare loro con
un maggiore ausilio delle grafiche e delle immagini.
Da quindici anni in
questa redazione, quali sono i momenti di questo viaggio che ti sono più cari?
Entrai in Rai con
il contratto biennale dopo otto anni di precariato e non fu una passeggiata (sorride).
I miei ricordi più belli sono legati alla rassegna stampa serale, che conducevo
e avevo impostato come un vero e proprio talk. La rassegna è stata un grande
trampolino di lancio anche per molti degli ospiti che ci sono passati e oggi
vengono chiamati in tutte le tv. I ricordi sono tanti e molti di questi
drammatici, penso al terremoto de L’Aquila, al crollo della torre di controllo
nel porto di Genova, al naufragio della Costa Concordia. Da direttore, invece,
il momento più brutto è stato quando ho ricevuto la telefonata con la quale mi
si informava dello scoppio della guerra in Ucraina, di notte, ed siamo andati
subito in onda con quelle terribili immagini.
Cosa auguri al
canale che dirigi e ai suoi spettatori?
L’augurio è che si
continui così, con lo stesso entusiasmo che instillò Roberto Morrione, primo
direttore. Mi auguro anche che il pubblico non si disaffezioni mai e che anche
grazie a questa nuova casa disegnata da Renzo Piano sia sempre più legato a noi.
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