Romanzo Radicale

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DOCUFICTION

Il racconto dell’avventura politica e umana di Marco Pannella. L’11 novembre in prima serata su Rai 3

I linguaggi della fiction e del documentario per rendere omaggio a un personaggio centrale della nostra storia. Venerdì 11 novembre Rai 3 trasmette “Romanzo Radicale”, la docufiction di Mimmo Calopresti su Marco Pannella interpretata da Andrea Bosca, coprodotta da Rai Fiction e Italian International Film. “Romanzo Radicale” è il racconto dell’avventura politica e umana di Marco Pannella, attraverso le risorse espressive della fiction per i momenti più intimi, il repertorio, per i gesti che hanno fatto epoca e che nessuna rappresentazione riuscirebbe a restituire con la stessa forza e, infine, le testimonianze degli amici o di chi a lui si è opposto. Un controcanto utile e necessario per restituire, almeno in parte, la vita e la complessità di uno straordinario uomo del Novecento. Nel 1959 l’Italia è un Paese dove prevale una mentalità chiusa ai cambiamenti. Non è possibile divorziare. L’aborto è un reato. Il servizio militare un obbligo. Meno di vent’anni dopo, divorzio, aborto, obiezione di coscienza sono diventati diritti irrinunciabili. Marco Pannella riesce a scuotere l’Italia mosso dalla convinzione, semplice e rivoluzionaria, che la politica debba occuparsi della vita delle persone e della loro felicità. E per farsi ascoltare, inventa un nuovo linguaggio della politica fatto di digiuni, arresti, provocazioni.

«Sono felice di assumermi la responsabilità di raccontare un uomo che è stato capace di affermarsi in tutta la sua complessità, un individuo che è riuscito, grazie anche alle sue contraddizioni, a diventare società e affermare per tutti noi la società dei diritti. La sua passione per la politica e la vita sarà il racconto che diventerà verità storica con le immagini di repertorio e con le interviste dei personaggi di quel periodo storico, quando il partito radicale vinse la sua battaglia sul divorzio – dichiara il regista Mimmo Calopresti. E la fiction per entrare nell’intimo della vita di un uomo che ha vissuto con passione ogni singolo momento della sua storia. Entrare in azione era l’idea trainante di Marco Pannella, io sto provando con questo metodo a raccontare lui e i suoi compagni radicali». Marco Pannella è interpretato da Andrea Bosca, affiancato da Marco Leonardi (Gianfranco Spadaccia), Maxence Dinant (Jean Yves Autexier), Irene Casagrande (Mirella Parachini), Francesco Siciliano (Franco Roccella).  La parte documentaria è arricchita dalle testimonianze delle persone che hanno conosciuto, collaborato e condiviso le battaglie con Marco Pannella, come Matteo Angioli, Angiolo Bandinelli, Marcello Baraghini, Bianca Beccalli, Emma Bonino, Luciana Castellina, Laura Hart, Giampiero Mughini, Mons. Vincenzo Paglia, Mirella Parachini, Vasco Rossi, Sergio Rovasio, Francesco Rutelli, Vittorio Sgarbi, Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori. La regia è di Mimmo Calopresti e la sceneggiatura di Monica Zapelli, Luca Lancise e con la collaborazione di Mimmo Calopresti.

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I Mondiali dove vuoi e quando vuoi

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QATAR 2022

Su RaiPlay e RaiPlay Sound tutte le partite del Campionato del mondo di calcio, l’intera offerta Rai Sport e i programmi original. La direttrice Elena Capparelli al RadiocorriereTv: «Sempre accesi sulla competizione per soddisfare ogni bisogno di fruizione».  E sulle performance della piattaforma della Rai: «Utilizzata da quasi 6 milioni di utenti registrati a settimana, grande soddisfazione»

RaiPlay è la casa dei grandi eventi, dal 20 novembre i protagonisti saranno i Mondiali di Calcio, come li racconterete?

Ai Mondiali del Qatar è già dedicata una sezione di RaiPlay all’interno della quale pubblichiamo i video che descrivono le 32 squadre che parteciperanno al Campionato del mondo. E questo è il primo avvicinamento. Il contenuto al quale teniamo di più è la docu-serie “C’era una volta il 10”, che pensiamo accenderà il confronto degli sportivi anche sui nostri social. Si tratta di dieci top ten dedicate ai Mondiali: si va da “I 10 gol più belli su azione” a “Le 10 punizioni più spettacolari”, da “Le 10 parate più belle” a “Le 10 papere più clamorose dei portieri”, quindi “I 10 gol sbagliati”, “I 10 rigori sbagliati”,  “I 10 autogol”,  “I 10 errori arbitrali”, “Le 10 simulazioni” e “I 10 risultati più sorprendenti”. All’interno di queste top ten ci saranno tantissime curiosità. Il pubblico, attraverso i social, potrà poi proporre le proprie classifiche dei dieci gol più belli della storia di tutti i Mondiali. RaiPlay accenderà Qatar 2022 con tutte le dirette streaming, gli highlights di tutte le partite, che saranno immediatamente disponibili alla fine dei match, quindi la possibilità di vedere tutti gli incontri in modalità on demand. Sulla piattaforma saranno disponibili anche tutte le trasmissioni che Rai Sport dedicherà al Campionato del mondo, a partire dal “Circolo dei  Mondiali”, che avrà una parte totalmente original in esclusiva su RaiPlay.

Un’offerta immersiva per un mese di grande calcio…

Dal punto di vista dell’esperienza offerta all’utente possiamo dire che RaiPlay sarà sempre accesa sulla competizione, sperando di poter soddisfare tutti i bisogni di fruizione anche in mobilità e tramite qualsiasi device. Abbiamo ovviamente anche RaiPlay Sound che sempre in mobilità consentirà al nostro pubblico l’ascolto di Rai Radio 1 e dell’offerta Mondiali. Un’opportunità in più per gli spettatori della Rai, un racconto completo per ogni necessità. Tutte le partite di Qatar 2022 rimarranno disponibili su RaiPlay fino al 31 dicembre.

Come sta la piattaforma della Rai a un mese e mezzo dall’avvio dei nuovi palinsesti?

La fotografia cha scattiamo oggi è di grandissima soddisfazione. Questo inizio di palinsesto autunnale ci racconta che RaiPlay è utilizzata settimanalmente da quasi 6 milioni di utenti registrati alla piattaforma, su un totale di 21 milioni. Un risultato veramente straordinario che racconta una retention molto forte. Dal punto di vista dell’on demand in questo periodo abbiamo un’offerta dei canali Rai molto ricca.  Successo è stato riscosso anche dai contenuti originali RaiPlay, mi piace citare la serie “5 minuti prima” e le nuove puntate di “Ossi di seppia”. Per l’offerta sinergica con la televisione lineare penso a “Il Collegio”, dedicata a un pubblico digitale giovane, ma anche alle fiction “Imma Tataranni Sostituto Procuratore” e “Sopravvissuti”. Rispetto al pari periodo dello scorso anno l’andamento di RaiPlay è in crescita verticale, in particolar modo sulle smart Tv che vedono raddoppiata la fruizione dallo schermo grande di casa. Lo switch off e il conseguente rinnovo del parco televisori ha anche avvicinato i più giovani, che accendono il televisore per scegliere un programma direttamente dalla piattaforma.

Qualche sorpresa del dopo Mondiali?

Entro la fine dell’anno lanceremo “Confusi”, nuovo formato che entrerà nelle case degli studenti fuori sede, l’offerta straordinaria delle strenne delle feste e il cofanetto di Charlie Chaplin. A Natale proporremo anche “Istantanee”, dodici piccoli docu per raccontare questo incredibile 2022, purtroppo non sempre con buone notizie.

Un auspicio e un obiettivo per RaiPlay…

Penso che il nuovo punto d’arrivo e di partenza sia la grande squadra Rai, che avendo vissuto così tanta esperienza nell’audiovisivo, nell’audio, nel linear e nel non linear, si muove oggi tutta insieme per essere luogo in cui non c’è distinzione né di target né di piattaforma, ma dove ognuno trova quello che vuole. Non ragioniamo più a compartimenti stagni ma tutti insieme, con un pubblico che diversifica la sua fruizione a seconda dei momenti della giornata, così come noi diversifichiamo i nostri prodotti e la nostra distribuzione, ma con una visione sempre più sinergica, a partire dalla progettualità.

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Come Ass scelgo la verità

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LINA SASTRI

Cinema, televisione, teatro, il suo volto è uno dei più apprezzati della scena nazionale. Il Radiocorriere Tv incontra l’attrice che in “Vincenzo Malinconico avvocato d’insuccesso” veste i panni di Assunta, ex suocera del protagonista: «Un personaggio simpatico che dice sempre quello che pensa. Vincenzo la ascolta e con la sua dolcezza la completa. Hanno una comunicazione molto affettuosa»

Come è stato il suo incontro con Assunta?

Assunta detta Ass (sorride). Un bell’incontro, lei è un personaggio simpatico che dice sempre quello che pensa, che ha un rapporto diretto con la vita, con la verità. Una donna sicuramente sola e non felice, ma piena d’energia. Non è una madre tipica del Sud e questo mi ha fatto piacere, non si sa bene che marito o compagno abbia avuto nella vita perché nella serie non se ne parla. Con la figlia ha un rapporto quasi inesistente, l’ha avuta da giovane e in un certo senso non è madre, mentre con l’ex genero Vincenzo si trova bene. Lui ascolta, da uomo mite quale è le fa da spalla. Con la sua dolcezza la completa. Hanno una comunicazione molto affettuosa.

Afferma che Assunta è una donna che ha un rapporto con la verità, nella vita reale è cosa così difficile da realizzare?

Lo è. Io, Lina, ho sempre avuto un rapporto con la verità, mi è difficile non averlo e questo nella vita l’ho sempre un po’ pagato.

Diego De Silva sostiene che alle donne piacciono gli uomini che inciampano stando fermi, lei, da donna, è d’accordo?

Non so se piacciono. A un certo tipo di donna un po’ autoritaria, sicuramente l’uomo mite, timido come Vincenzo, che attraversa la vita senza opporsi, può fare tenerezza. Ma l’attrazione è un’altra cosa.

Assunta e Vincenzo: quello pensato e portato su carta da De Silva è davvero un rapporto speciale, su cosa si basa?

Assunta non si sente giudicata, di fronte non ha un nemico che la mette in discussione. Da Vincenzo si sente accolta, protetta.

Ha affermato che “di ruoli come quello di Assunta il cinema italiano non ne offre molti”, non le piacciono le donne raccontate dal nostro cinema, dalla nostra televisione?

Non è vero, ci sono ruoli meravigliosi, nel cinema come nella fiction. Però penso  che la generazione dai 40 ai 60 anni, la generazione di mezzo, sia meno raccontata.

Cosa le fa dire di sì a un progetto televisivo?

Il personaggio dentro la storia e la storia che è intorno al personaggio. La regia e gli altri attori del cast, le persone con le quali mi trovo a confrontarmi, a creare quel personaggio in quel pezzo di vita.

Cosa deve avere un personaggio per interessarla e per rimanere in lei?

Di solito i personaggi si legano a un periodo della tua vita vera. Ti ricordi che lo facevi in un determinato periodo. Ricordo, ad esempio, di avere fatto Assunta con il grande dolore della perdita di mio fratello, cosa che mi porto dietro. Così come quando facevo “Ballando con le Stelle”, programma allegro, ad angustiarmi c’era la malattia di mio fratello.

Cosa significa essere un attore oggi?

Sa che non lo so? (Sorride). Soprattutto oggi, è tutto spettacolarizzato. Chiunque si trova a camminare fa le foto di quello che vede, di quello che mangia, di quello che succede. Fa video, selfie. Sui social tutti sono protagonisti di qualcosa, tutti sono diventati attori. Una volta l’attore era un individuo unico e irripetibile che veniva chiamato, come in questo caso, da un giornalista che faceva un’intervista che poi veniva pubblicata. E questo succedeva perché eri un personaggio pubblico, un attore, un politico, uno sportivo. Oggi no, oggi è pubblicato tutto di tutti in ogni momento.

Cosa la rende felice?

Poche e piccole cose. Una risata con gli amici, un brindisi, stare vicina al mare. Le cose più semplici, che hanno a che fare sempre e comunque con i sentimenti della vita.

Nel suo futuro professionale?

Il mio primo film da regista che si intitola “La casa di Ninetta” e che ho già cominciato a girare. Ne ho scritto anche la sceneggiatura tratta dal libretto che dedicai a mia madre Ninetta. Ci tengo molto, è un momento nuovo per me. A novembre riprenderò lo spettacolo “Eduardo mio. Maestro di vita e di palcoscenico”, che andrà in tour. Per il momento credo che basti così (sorride).

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Tutto per mio figlio

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FILM TV

Giuseppe Zeno è Raffaele Acampora, un allevatore campano che si ribella alla camorra e si batte per la legalità: «Non vuole più chinare il capo e vedere negli occhi dei primogenito un’espressione di idealizzazione di certi modelli». Nel cast Antonia Truppo e Tosca D’Aquino. Soggetto e regia di Umberto Marino. In onda lunedì 7 novembre in prima serata su Rai 1

Raffaele Acampora è un uomo come tanti. Ha una moglie, Anna, che ama, e quattro figli, di cui il più grande, Peppino, ha quattordici anni e, come molti ragazzi della sua età, comincia a cercare la sua strada nel mondo. Ma non è facile farlo quando vivi in un territorio dove le organizzazioni criminali dettano legge. Raffaele è un allevatore che “fa” i mercati, mestiere che ha ereditato da suo padre. Tutti giorni si sveglia prima dell’alba e percorre anche decine di chilometri per vendere gli animali che lui stesso ha allevato. Una vita dura, che però affronta a testa alta con il piglio di chi sa di far bene il suo lavoro. Ma purtroppo i tentacoli della camorra non risparmiano nemmeno il suo settore. Ogni settimana Raffaele e i suoi colleghi sono vittime del racket criminale, che impone loro il pizzo e vessazioni di ogni tipo. Fino a quando, un giorno, Raffaele decide di ribellarsi. Fonda un sindacato e, con la sua forza d’animo contagiosa, convince i suoi colleghi a iscriversi. Collabora con la polizia e la magistratura, denuncia, fa nomi. È consapevole del rischio che corre. Sa che Anna e tutti i suoi familiari sono preoccupati per lui, ma ormai non può e non vuole tornare indietro. La camorra cerca in ogni modo di farlo smettere, prima con offerte e poi con minacce e intimidazioni. Ma Raffaele ha detto agli iscritti del sindacato che avrebbe difeso i loro interessi, e ha una parola sola. “Vedremo una storia forte, toccante, dove si muovono emozioni enormi, di uomini e di donne che vivono in un tessuto sociale decisamente particolare” dice Giuseppe Zeno, che nel film Tv diretto da Umberto Marino veste il ruolo del protagonista. Il racconto ci porta a metà degli anni Novanta, nella provincia campana, e mette in scena “uomini che cercano di ribellarsi e di riappropriarsi della propria dignità, di fare il possibile per cambiare un territorio difficile, per dare ai propri figli la prospettiva di un futuro migliore, estirpando quel male legato a fenomeni criminali, in questo caso la camorra, che attraverso la prepotenza e creando stati d’ansia, di paura nei confronti di piccoli lavoratori, piccoli imprenditori di se stessi, fa sì che l’intera economia non possa crescere. Raccontiamo di un personaggio che si ribella a tutto ciò e di una struttura malavitosa che spesso, in territori abbastanza difficili, cerca di sostituirsi allo Stato, e raccontiamo di uno Stato che comunque è presente e che ha solo bisogno di mezzi per poter contrastare questi fenomeni”. Un film tv che si propone di mostrare il male senza romanticizzarlo e di raccontare come il bene vi si opponga con gesti e comportamenti piccoli, legali, poco eclatanti, ma non per questo meno importanti.  “Non credo che Raffaele Acampora in qualche modo risulti o diventi un eroe, credo che voglia essere un esempio, non voglia compiere un gesto eroico o straordinario, ma ne voglia compiere uno che ritiene essere ordinario – conclude Zeno – non vuole più chinare il capo e non vuole più vedere negli occhi di suo figlio un’espressione di idealizzazione nei confronti di certe organizzazioni criminali”. Il cast è elemento centrale del film con ben 42 ruoli, tra grandi, piccoli e piccolissimi, tutti serviti dall’eccellenza della scuola napoletana. A questa pattuglia di attori, che annovera Giuseppe Zeno e Antonia Truppo, Tosca D’Aquino e Mimmo Mancini, Ernesto Mahieux e Giuseppe Pirozzi, Massimiliano Rossi e Nello Mascia, Roberto De Francesco e Fabio De Caro, è affidato il compito di dare credibilità e sentimento a tutti i caratteri che fanno vivere la storia. “Raccontiamo un uomo semplice, non delle istituzioni – dice il regista Marino – Raffaele Acampora è un allevatore di conigli, animali che consideriamo i più timidi, i più timorosi, i più vigliacchi, e che in realtà dimostra di avere un enorme coraggio opponendosi alla mafia della sua zona, la camorra. Lui fa questa rivolta per due motivi, uno elementarissimo: ha quattro figli e non ha soldi per pagare il pizzo, deve quindi trovate il modo per non farlo. E poi perché ha un figlio che sta ‘scarrocciando’, scivolando, verso il lato della camorra. In quelle zone molti ragazzi vedono nei giovani camorristi degli esempi, in qualche modo da seguire e da imitare, sono quelli che hanno le macchine, le donne. Raffaele, vedendo questo ragazzino, pensa, in quanto padre, di dovergli fare capire quale sia la direzione giusta e lo può fare solamente in un modo, dando il suo esempio”.

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Lo sguardo nuovo di Bellocchio sull’Italia di Aldo Moro

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ESTERNO NOTTE

Dopo la presentazione al Festival di Cannes, al Festival di New York e al BFI London Film Festival, il film lungo in tre atti del pluripremiato regista andrà in onda su Rai 1 il 14, 15 e 17 novembre, portando sul Servizio Pubblico uno dei momenti più tragici della vita del nostro Paese. Il racconto vede Fabrizio Gifuni nei panni del presidente della Democrazia Cristiana e Margherita Buy in quelli della moglie Eleonora, Toni Servillo è Papa Paolo VI, Fausto Russo Alessi è Francesco Cossiga, mentre Daniela Marra e Gabriel Montesi sono brigatisti. Una produzione Lorenzo Mieli per The Apartment, con Simone Gattoni per Kavac Film, in collaborazione con Rai Fiction, in coproduzione con Arte France.

«Questa serie rappresenta a pieno titolo la nostra idea di Servizio Pubblico e Marco Bellocchio racconta con lucidità uno dei momenti più drammatici della nostra Repubblica» sono le parole dell’Ad Rai Carlo Fuortes, che rende omaggio a uno dei più grandi cineasti italiani. Il maestro Marco Bellocchio sbarca per la prima volta in televisione, e in Rai, dopo aver accettato la sfida della serialità, perché alla fine, dichiara «le cose che ci coinvolgono sono sempre delle grandi avventure. È stato fatto un buon lavoro, abbiamo capito subito dalle prime proiezioni che c’era una vibrazione, un interesse, un coinvolgimento».

“Esterno notte” è un’opera che ritorna, dopo quasi vent’anni da “Buongiorno, notte”, sul tema del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro con un nuovo originale sguardo. «Ho voluto stavolta farne una serie – afferma Bellocchio – per raccontare l’esterno di quei 55 giorni italiani stando però fuori dalla prigione tranne che alla fine, all’epilogo tragico. Stavolta i protagonisti sono gli uomini e le donne che agirono fuori della prigione, coinvolti a vario titolo nel sequestro: la famiglia, i politici, i preti, il Papa, i professori, i maghi, le forze dell’ordine, i servizi segreti, i brigatisti in libertà e in galera, persino i mafiosi, gli infiltrati» Il regista sarà premiato dagli EFA, i prestigiosi Oscar europei, per la narrazione più innovativa, un riconoscimento commentato con orgoglio da Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction: «Ci sono prodotti che si impongono per l’originalità della struttura, la qualità del linguaggio, l’intensità dell’interpretazione e l’inconfondibile identità autorale. Rai Fiction ha aderito da subito al progetto del maestro, riconoscendo in “Esterno Notte” una proposta volta a reinventare il rapporto tra cinema e serialità televisiva». Un riconoscimento che celebra il talento e la versatilità del regista e conferma, ancora una volta, l’impegno della Rai nel perseguire una linea strategica con progetti capaci di superare le barriere che hanno separato piccolo e grande schermo.

Cosa ha spinto però il regista de “I pugni in tasca” a ritornare sul caso Moro? Di certo «non per scoprire nuovi segreti, ma perché questa tragedia ci fa ancora palpitare, ci coinvolge, ma senza l’intenzione di condannare» afferma Bellocchio che, dopo l’acclamazione di pubblico e di critica, prima a Cannes e poi al cinema, intuisce che qualcosa di veramente speciale si è messo in moto, «un interesse sincero, una passione non ideologica. Pur non sapendo molto del grande pubblico televisivo, posso solo sperare infantilmente che in tanti lo guardino, perché sono importanti anche i risultati. E spero – continua – che ci sarà il tempo di fare altre cose seriali». 

La storia 1978. L’anno tra i più tormentati e ingombranti per la storia del nostro Paese. Violenza di piazza, rapimenti, gambizzazioni, scontri a fuoco, attentati. L’anno del rapimento e dell’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse, l’organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. L’anno in cui sta per insediarsi, per la prima volta in un Paese occidentale, un governo sostenuto dal Partito Comunista (PCI), in una storica alleanza con la Democrazia Cristiana. Aldo Moro, il suo Presidente, è il principale fautore di questo accordo che segna un passo decisivo nel reciproco riconoscimento con il più grande partito comunista in Occidente guidato da Enrico Berlinguer. Proprio nel giorno dell’insediamento del Governo che con la sua abilità politica è riuscito a costruire, il 16 marzo 1978, sulla strada che lo porta in Parlamento, Aldo Moro e gli uomini della sua scorta cadono in un agguato in via Fani a Roma. Il presidente della Dc viene rapito e l’intera scorta sterminata. È un attacco diretto al cuore dello Stato. La sua prigionia durerà cinquantacinque giorni, scanditi dalle lettere di Moro e dai comunicati dei brigatisti. Cinquantacinque giorni di speranza, paura, trattative, fallimenti, buone e cattive azioni. Cinquantacinque giorni al termine dei quali il suo cadavere verrà abbandonato in un’automobile in via Caetani, esattamente a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista

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Le mie belve? Determinate, tenaci, libere

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FRANCESCA FAGNANI

Dopo il grande successo delle passate edizioni tornano, dal 1° novembre, le graffianti interviste ai grandi nomi dello spettacolo, della politica, del costume e della cronaca disposti a mettersi davvero in gioco, accettando le regole del programma: raccontarsi senza filtri, rispondere alle domande chiare, dirette e spesso irriverenti della conduttrice. Il martedì, il mercoledì e il giovedì, in seconda serata, su Rai 2

2022,Francesca Fagnani

Tornano i pungenti e ironici faccia a faccia in cui Francesca Fagnani si confronta senza sconti con grandi personaggi. Un incontro occhi negli occhi, che porta alla luce il ritratto di una vita, le vittorie e le sconfitte, i rimpianti e le rivendicazioni di donne e uomini che arrivano a tracciare il bilancio di una strada percorsa con la tenacia e il coraggio di essere sempre e solo se stessi, nel bene e nel male

In onda tre volte a settimana dal martedì al giovedì, come cambia “Belve”?

Il format non cambia, ci sono sempre due interviste per ogni puntata, anticipate da un’anteprima di pochi minuti che è un antipasto di quello che vedremo nel corso del programma.

Da donna cosa ti incuriosisce di un’altra donna che ti si racconta?

Non mi piace fare discorsi di genere, da donna a donna. Faccio interviste a persone che ritengo interessanti, spero di tirare fuori risposte che possano interessare a uomini e donne, al di là del genere.

Che cosa hai scoperto del mondo femminile in questi anni di interviste?

Mi interessa lo sguardo degli altri, proporre un modello femminile più vincente, che gioca più all’attacco, un modello più determinato e meno vittimistico.

Tre caratteristiche di una “belva”…

La determinazione, la tenacia, la libertà di scegliere in modo autonomo.

Perché una “belva” accetta di venire a raccontarsi da te?

Perché fa uscire un aspetto inedito interessante e perché ci si diverte, per primo chi lo fa.

Come ti comporti quando ti accorgi che un ospite non è sincero?

Se reciti, come me ne accorgo io, se ne accorge anche il pubblico a casa. La lucetta rossa non perdona. Provo con la prima, la seconda, la terza domanda a fare emergere un aspetto di maggiore autenticità, perché la verità è un concetto un po’ complesso, soprattutto in televisione. Se qualcuno vuole recitare è libero di farlo.

C’è una domanda che non faresti mai?

In linea di principio non esistono domande che non farei mai, magari ci sono situazioni particolari, delicate, in cui le farei con maggiore attenzione oppure potrei decidere di non farle.

Mi dici il nome di una persona che vorresti avere in trasmissione e che non ha ancora accettato l’invito?

Me lo tengo per me, così magari un giorno mi dirà di sì.

In quale direzione sta cambiando la Tv?

Cambia il modo di fruizione dei contenuti. Capita che un contenuto televisivo abbia una diffusione maggiore su Tik Tok, oppure che i programmi Rai che hanno una collocazione complessa, vengono visti attraverso RaiPlay. Il pubblico sceglie di più e vede i programmi in modo meno tradizionale.

Belve si nasce o si diventa?

Se ci nasci sei avvantaggiato, ma ci si può allenare.

A chi dedichi la nuova stagione di “Belve”?

Alle belve, a chi accetta di fare l’intervista. Le ringrazio tutte.

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Per la vita

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SERVIZIO PUBBLICO

Circa 377mila nuovi casi di tumore diagnosticati lo scorso anno, più di mille al giorno. La ricerca continua a essere la strada maestra per affrontare l’emergenza cancro. Dal 6 al 13 novembre Rai e AIRC uniscono le loro forze dando vita a una campagna d’informazione che coinvolge Tv, radio, testate giornalistiche, web e social

foto di Giulio Lapone

Il cancro rappresenta ancora un’emergenza: sono circa 377mila i casi di tumore diagnosticati in Italia lo scorso anno e 181mila 330 le morti stimate. La ricerca ha dato nel tempo, grazie al sostegno degli italiani, risultati importanti. Oggi  sono 3,6 milioni i cittadini ad avere superato una diagnosi di cancro, con un incremento del 36 per cento rispetto a soli dieci anni fa. E in molti casi i pazienti sono tornati ad avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chi non si è mai ammalato. Dal 6 al 13 novembre, per otto giorni, Rai e AIRC uniscono le forze dando vita a una campagna d’informazione che coinvolge tv, radio, testate giornalistiche, web e social. “I Giorni della Ricerca sono un appuntamento ormai tradizionale, di cui la Rai è particolarmente orgogliosa – afferma la presidente della Rai Marinella Soldi – la collaborazione tra Rai e Airc è stata essenziale, in Italia, per cambiare l’atteggiamento delle persone nei confronti della malattia, per rendere il cancro un argomento raccontabile e una malattia sempre più curabile. Il servizio pubblico anche quest’anno si mobilita, mettendo a disposizione i suoi punti di forza: il rapporto consolidato con gli utenti, il talento degli artisti e delle maestranze, la capillarità dell’ informazione, la varietà delle piattaforme che spaziano dai canali lineari ai social. Otto giorni di staffetta tra programmi di intrattenimento, di attualità, documentari e notiziari”. Una campagna cresciuta nel corso degli anni e che ha fatto entrare nelle case degli italiani la corretta informazione sul tema “cancro”, permettendo di raccogliere donazioni per oltre 131 milioni di euro, fondi investiti in centinaia di progetti innovativi per la cura del cancro e in programmi di formazione e specializzazione per i giovani talenti della scienza del nostro Paese.  “L’alleanza con la Rai è il motore di una vera e propria mobilitazione collettiva per cambiare tutti insieme il domani, accelerando il lavoro dei ricercatori impegnati a sviluppare diagnosi sempre più precoci e terapie più efficaci per tutti i pazienti – sostiene Andrea Sironi, Presidente Fondazione AIRC – AIRC è una grande comunità che può contare sull’impegno e la fiducia di 4,5 milioni di sostenitori, ventimila volontari e diciassette Comitati Regionali, ai quali si aggiungono in questi otto giorni tutta la Rai e le sue maestranze per mettere in campo una straordinaria campagna per promuovere una corretta informazione scientifica e insieme raccogliere nuove e fondamentali risorse per i nostri cinquemila scienziati. La ricerca ha tolto molto terreno al cancro in questi ultimi decenni, in Italia le percentuali di sopravvivenza a cinque anni per tutte le neoplasie sono in crescita e sono arrivate al 59 per cento negli uomini e al 65 per cento nelle donne. Ma questo non ci può bastare, oggi la nostra ricerca si concentra sui temi più complessi, come la malattia metastatica e la resistenza alle terapie. Approfondire la conoscenza su questi argomenti significa migliorare le terapie e offrire un futuro migliore ai pazienti. Per questo è fondamentale alimentare la ricerca oggi per arrivare domani a nuove cure”. A guidare gli ambasciatori della Rai nei giorni della ricerca è Carlo Conti, al fianco della Fondazione dal 2011: “Anche quest’anno sarò in prima fila insieme a tante colleghe e colleghi per promuovere il sostegno alla ricerca sul cancro. Rai e AIRC insieme hanno contribuito ad abbattere molti tabù sul cancro, parola che fino a qualche decennio fa non si poteva nemmeno pronunciare, tanto più nelle trasmissioni di spettacolo. Noi abbiamo dimostrato di poterne parlare nella prima serata di Rai1 a “Tale e Quale Show” dove non facciamo informazione scientifica. Siamo riusciti però a proporre un intrattenimento valoriale a cui il pubblico da casa ha risposto con grande partecipazione e con straordinaria generosità attraverso le donazioni, lo scorso anno durante la nostra serata abbiamo raccolto duecentocinquanta mila euro. Quest’anno cercheremo di fare ancora meglio, un impegno che prendo personalmente insieme a tutta la mia squadra per aiutare la ricerca a dare le giuste risposte a tutti coloro che oggi si trovano ad affrontare la malattia”. Insieme a “Tale e Quale” a sostenere AIRC saranno trasmissioni di intrattenimento come “L’eredità”, con un appuntamento speciale, “E’ sempre mezzogiorno” con l’ambasciatrice Antonella Clerici, e ancora “Ballando con le stelle”, “Uno Mattina in famiglia”, “I soliti ignoti”, “Vita in diretta” e molti altri. In campo anche l’informazione e l’approfondimento con telegiornali e radiogiornali, i programmi “Elisir”, “Check-Up”, “Buongiorno Benessere”.

COME DONARE

Per sostenere AIRC e i suoi 5.000 ricercatori oltre alle donazioni al numero 45521 (attivato dai principali gestori di telefonia fissa e mobile TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb, Tiscali, TWT, Iliad, Coop Voce, Convergenze e PosteMobile), si potrà donare anche con tutte le carte di credito sul sito airc.it, sui canali digitali e nelle filiali di Banco BPM, con bonifico bancario sul conto intestato ad AIRC presso Banco BPM – IBAN: IT 18 N 05034 01633 000000005226 e con bollettino postale sul conto corrente 000000307272 intestato ad AIRC

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Nei nostri archivi la nostra storia

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SERVIZIO PUBBLICO

Dalla digitalizzazione al restauro, dalla documentazione alla valorizzazione dell’immenso archivio della Rai e alla sua promozione sui social. Immagini salvate, e da salvare, un patrimonio che è testimonianza di ciò che siamo. Il RadiocorriereTv incontra Andrea Sassano, direttore di Rai Teche: «Stiamo lavorando a un percorso di recupero massivo e urgente dei nostri supporti»

Partiamo da “Spazio 1999”, serie cult fantascientifica degli anni Settanta. La prima stagione è già disponibile su RaiPlay per la gioia di tantissimi fans…

“Spazio 1999” era un tassello immancabile da recuperare, e la Direzione Teche ha voluto farlo confezionando una versione in alta qualità, avvalendosi delle professionalità altamente specializzate del Supporto Tecnologico di Torino: un lavoroimpegnativo, durato quasi sei mesi, che ha consentito di offrire tutti gli episodi nella qualità migliore possibile. I colleghi, attraverso un lavoro certosino di allineamento, hanno sincronizzato la traccia audio italiana al video restaurato da ITV (rete televisiva britannica), ma non si sono fermati a questo. Alla famosa puntata “L’ultimo tramonto”, il cui sonoro era andato perduto e le cui repliche erano state ritrasmesse grazie all’audio registrato da un telespettatore con un registratore a nastro di bassa qualità, è stato finalmente restituito un audio in alta qualità. Rai Teche ha anche soddisfatto il desiderio della fan base di rivedere le sigle originali italiane diverse per ogni puntata; ognuna è stata restaurata attraverso un upscaling del video in HD, con una ripulitura da graffi e imperfezioni e una color correction.

Qual è il lavoro di Rai Teche?

Possiamo sintetizzare la nostra missione in tre azioni: recuperare, documentare e valorizzare il materiale audiovisivo della Rai.

Il patrimonio audiovisivo della Rai ha un valore inestimabile…

Un valore che ci impone di rimpossessarci del nostro archivio storico. Attualmente la Rai ha recuperato, quindi digitalizzato, soltanto una piccola parte del proprio archivio; tra i diversi supporti dovremo dare precedenza alla pellicola, particolarmente delicata e soggetta all’usura del tempo. Il suo processo di digitalizzazione è complesso e deve essere avviato velocemente perché gli agenti atmosferici rischiano di renderla non piùrecuperabile. La pellicola è un supporto prezioso, utilizzato negli anni in cui la Rai era l’unica emittente a livello nazionale, ed è testimonianza di molti decenni della nostra storia. Il suo recupero non è solo una responsabilità verso l’Azienda, ma anche verso l‘intero Paese.

Ma il recupero dell’archivio storico non si ferma alla pellicola…

Infatti, comprende anche i supporti magnetici IMX, Beta, BVU, un’operazione monumentale di milioni di supporti da recuperare e da riscoprire a valle del processo di digitalizzazione.

Secondo step, documentare…

Senza documentazione non ci sarebbe fruizione. La documentazione è una fase importantissima, perché consente la successiva ricerca, l’individuazione e la fruizione dei materiali all’interno del nostro catalogo multimediale. Il team di documentazione di Rai Teche è un gruppo di lavoro che assume una rilevanza strategica nel processo di valorizzazione del materiale d’archivio, ed è composto da figure molto esperte e uniche in ambito audiovisivo.

L’ultimo step della vostra mission?

Una volta digitalizzato e documentato, il nostro patrimonio può consacrarsi con una valorizzazione che prevede quattro filoni di sfruttamento: il conferimento di materiale d’archivio a beneficio di enti, istituzioni, ministeri, associazioni;  la pubblicazione sulla striscia Teche di RaiPlay; l’apporto di materiale d’archivio all’interno di produzioni interne o di coproduzioni; il confezionamento di clip da pubblicare sui social. Il team del customer service di Rai Teche, che gestisce molte centinaia di richieste ogni anno, è il nostro prezioso punto di accesso per coloro che richiedono alla Rai materiale d’archivio per utilizzi e sfruttamenti non commerciali, in coerenza con quanto previsto nel contratto di servizio.

Un supporto fondamentale per chi realizza programmi…

Il team editoriale è di supporto ai Generi Rai (Fiction, Documentari, Cultura) per la realizzazione di documentari, fiction, programmi radiofonici e televisivi. Lo fa guidando anche le scelte delle società di produzione, indirizzando il moodboard dei progetti e definendone il taglio anche grazie ai materiali indicati.  Lavoriamo anche internamente alla produzione di documentari su materiale d’archivio, da proporre alle reti per la messa in onda e alla piattaforma RaiPlay per lo streaming. Inoltre il team di verifica diritti di Rai Teche offre un servizio importante agli Editori/Generi Rai perché certifica la titolarità del diritto del singolo contenuto.

Rai Teche è sempre più protagonista anche sui social. Quale strada state percorrendo?

Si potrebbe definire “memoria del futuro”: seguendo i temi più caldi e le notizie di più stretta attualità, così come il palinsesto televisivo e i trend suggeriti dai social stessi, vengono riproposti i materiali d’archivio collegati, così che il passato funga da supporto nella lettura del presente proiettandosi nel futuro. Un esempio, a seguito della morte della regina Elisabetta II abbiamo mostrato le rare immagini della sua visita a Capaci nel 1992 a cinque giorni dall’attentato a Giovanni Falcone. In nove mesi sono cresciuti enormemente i follower e l’engagement degli utenti: in particolare su Instragram siamo passati da circa 2.500 follower a quasi 36.000. Questi segnali ci suggeriscono che la memoria e la storia della televisione, se ben rappresentate, hanno molto da raccontare a chi vive nel presente e guarda al futuro.

Quali sono i progetti futuri di Rai Teche?

Stiamo finalizzando un progetto di recupero massivo e urgente dei nostri supporti, purtroppo interrotto nel periodo pandemico. Sono arrivato a Rai Teche un anno fa consapevole della priorità rappresentata dalla digitalizzazione. Stiamo studiando insieme ad altre Direzioni aziendali sistemi avanzati di documentazione, ossia una vera e propria metadatazione dei materiali con strumenti di intelligenza artificiale che consentiranno una descrizione ancora più puntuale del nostro patrimonio audiovisivo.

Cosa l’ha spinta a guidare Rai Teche?

L’idea di lasciare qualcosa alla Rai, cosa che è per me un grande privilegio. La mia sfida passa dalla digitalizzazione, dal restauro e dal consentire la fruizione del patrimonio attraverso la rete con una piattaforma che, come tutti gli archivi internazionali, sia consultabile dall’esterno. Parliamo dell’archiviazione e dalla digitalizzazione di milioni di ore di trasmissione, un’operazione che richiede grande cautela: si tratta di un passaggio obbligato per evolvere da broadcaster a media company.

Un grande lavoro frutto di una grande squadra…

Quando sono arrivato non mi sarei mai immaginato di trovare un gruppo di donne e uomini così appassionati ed entusiasti di ciò che fanno. Sanno di non svolgere un lavoro comune, ma pensano, anche attraverso il progetto  al quale stiamo lavorando, di consegnare alla Rai, e soprattutto al Paese, un patrimonio per il futuro, salvandolo dall’incuria. Lo fanno nella consapevolezza di lasciare anche una parte di loro all’Azienda che li ha fatti diventare, nel tempo, veri e propri professionisti nella ricerca, nella documentazione e nella valorizzazione dell’archivio Rai. Questa intervista è un omaggio al loro quotidiano e meticoloso lavoro.

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L’attore è equilibrio e curiosità

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TERESA SAPONANGELO

Vivace, ironica e solare come la sua Nives, il personaggio a cui dà corpo nella serie “Vincenzo Malinconico” su Rai 1. L’attrice pugliese si racconta al RadiocorriereTv: l’incontro con De Silva e Massimiliano Gallo, la recitazione, la popolarità, ma anche il David di Donatello per “È stata la mano di Dio” di Sorrentino: un momento straordinario per una delle artiste più apprezzate da pubblico e critica

Come è stato l’incontro con i romanzi di De Silva?

Mi piace moltissimo il tono che utilizza nel parlare di sentimenti. Racconta l’amore con grandissima profondità, ma anche con uno sguardo sempre ironico e autoironico. Sarebbe bellissimo se esistesse un Malinconico donna, nei personaggi femminili manca spesso la profondità di riflessione legata all’ironia. I romanzi di Malinconico raccontano una coralità, pensiamo all’ambiente del tribunale, che il regista Alessandro Angelini, la produzione, sono riusciti a restituire molto bene in questo lavoro.

E con la sua Nives?

Era già raccontata così scoppiettante da De Silva, piena di energia e di contraddizioni, ma io ci ho messo del mio e Diego me lo ha riconosciuto dicendomi che ho creato una Nives molto più tonda di quella del libro, cosa che mi ha dato soddisfazione. L’esperienza del set, Nives, il clima che si è creato con Angelini e Massimiliano Gallo, hanno comportato una progettualità sul futuro, anche perché dal punto di vista attoriale capisci davvero se un personaggio funziona quando lo porti in scena.

Ha detto di essersi divertita molto nel corso delle riprese, di avere anche improvvisato con Massimiliano Gallo, cosa rappresenta questo per un attore?

La possibilità di essere creativi e non limitati alla scrittura, che è una traccia. All’interno di quelle battute puoi metterci un urlo, un pianto, e creare un mondo. Una grandissima opportunità. Anche lì dove c’è una scrittura ferrea, che il regista vuole non sia tradita, si può mettere del proprio. Quando incontri un collega che gioca con te la possibilità aumenta in maniera esponenziale. Massimiliano è un attore di lunga esperienza, è anche un comico e per questo ha una carta in più rispetto all’attore che sa fare una sola cosa. Ha una pratica di palcoscenico di anni, con lui puoi tentare qualsiasi strada.

C’è qualcosa che la accomuna a Nives?

Il temperamento e la frenesia. L’instabilità. Nives è una donna continuamente alla ricerca. Ha una vivacità mentale, caratteriale, che la tiene sempre in movimento, in maniera un po’ frenetica. In questo mi ci ritrovo un po’.

Vero è che un personaggio non si giudica mai, ma se potesse dare un consiglio a Nives, le direbbe di lasciar perdere con Malinconico o di provare a riconquistarlo?

Di riportarlo a casa. È un uomo sexy, che la fa ridere.

De Silva sostiene che alle donne piacciono gli uomini che inciampano stando fermi, lei, da donna, è d’accordo?

Sono d’accordo, in questo c’è un che di erotico. È come essere attratti dall’uomo con la pancia o quello con la tartaruga… l’uomo con la tartaruga può attrarre uno sguardo che dura un giorno, quello con la pancia può avere un potere attrattivo per la vita. È dietro la pancia, dietro la piega, che si nascondono le risorse (sorride). L’inciampo che produce una risata è spesso più invitante che non un atteggiamento perfettino.

Cosa significa essere un’attrice oggi?

Avere molta forza ed essere molto stabile emotivamente. Le tentazioni di trasformarti, di apparire sempre bella e giovane sono tante. Questo lo vedo più nelle mie colleghe che su di me. Io ho quel tratto di trascuratezza che mi salva. Non sono ossessiva nella preparazione, nel dover apparire sempre impeccabile, vestita bene, nel bene e nel male. Nella tentazione di rifarmi il viso o altre cose e questo mi salva. L’attrice deve avere grande stabilità e deve essere una persona che alimenta sempre la propria curiosità. Già, l’attrice non deve mai perdere curiosità.

Nella sua carriera c’è tanta fiction, come ha visto cambiare, nel corso del tempo, la serialità televisiva?

In meglio, fortunatamente. Oggi ci si pone il problema del tema, il soggetto si racconta, fino a quindici anni fa non era così. La competizione con le piattaforme ha fatto alzare il livello e ha portato alla diversificazione dei temi. Si racconta ancora poco di quello che siamo oggi come società, c’è una fetta della popolazione non raccontata, penso alle adozioni, alle malattie fisiche e mentali. Serve un racconto nel segno della normalità. Ci sono troppe figure istituzionali e pochi racconti quotidiani della gente semplice.

Che rapporto ha con la popolarità?

Sereno. Mi piace che sia riconosciuto il mio lavoro, sono contenta quando una persona mi si avvicina dicendomi che da un mio personaggio ha ricevuto un’emozione.

Il David di Donatello, Il Nastro d’argento, come ha vissuto questi importanti riconoscimenti?

Mi hanno dato sicuramente più forza, mi sento legittimata a dire ancora di più quello che penso su un personaggio, su una sceneggiatura. Mi sento più forte, gratificata, è come se avessi avuto anch’io la consapevolezza di avere fatto un buon lavoro in un grande film. Il film di Paolo Sorrentino (È stata la mano di Dio) ha scatenato uno sguardo nuovo su di me, comunque di conferma. Questo ha portato anche tanto lavoro in più.

Cosa deve avere un personaggio per interessarla e per rimanere in lei?

Un personaggio nuovo porta un mondo nuovo. In questo periodo sto affrontando il film che racconta la storia di Luca Trapanese, il primo omosessuale single che ha adottato una bambina down. È chiaro che se racconti quella storia, nella quale interpreto il ruolo dell’avvocato di Trapanese, ti immergi in un mondo del quale sei partecipe emotivamente e che quindi ti arricchisce. Non scelgo solo il personaggio guardando al regista e al numero di pose, ma il tema, la storia che vai a raccontare.

Il cinema, la televisione, c’è sempre spazio per il teatro?

È diventato sempre più difficile ricavare il tempo, ma cerco di fare almeno uno spettacolo all’anno.

Teresa è una donna felice?

Molto serena per alcuni aspetti e per altri meno. Arriverà un equilibrio in tutte le sue parti (sorride).

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L’educazione (e il tempo) per superare i tabù del sesso

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TECLA INSOLIA

Nell’original di RaiPlay “5 minuti prima” l’attrice interpreta il ruolo della sedicenne Nina alle prese con il sesso, l’amore, le amicizie, la costruzione della propria identità nel cuore dell’adolescenza. «Ci sono sempre parole complicate per esprimere una cosa bella come fare l’amore – afferma – tutti rendono complessa una cosa bellissima»

Cosa ha pensato quando le è stata assegnata la parte di Nina in “5 minuti prima”?

Subito dopo il provino c’è stata intesa con Duccio (Chiarini, regista) cosa che penso abbia convinto fino in fondo. Quando sono stata scelta e ho visto le sceneggiature mi sono subito appassionata. In Nina ho trovato qualcosa di me, non di una me di adesso, ma di qualche anno fa. Anche per questo è stato interessante portare avanti il progetto. 

Tecla, chi è Nina?

È una ragazza di 16 anni che all’apparenza può sembrare vagamente ordinaria ma che in realtà, come tutte le persone, ha un mondo dentro che nemmeno lei stessa riesce a comprendere. Lo esprime attraverso la delicatezza nell’affrontare la vita e con l’arte, che consente di vivere a fondo la meraviglia. Io, come lei, ho iniziato a fare il mio mestiere, canto e recitazione, proprio perché l’arte ti dà la possibilità di esprimere ciò che sei. Quando non hai l’ordine mentale per poterti esprimere al meglio, c’è l’arte che ti viene in aiuto.

Cosa può significare, per un giovane, la prima volta, sia nel sesso che nei sentimenti?

La serie ci mostra come i tabù, in realtà, non sono affatto scomparsi, nonostante di sesso oggi se ne parli di più. Questo è motivo di frustrazione per Nina, che vede un mondo intorno a sé, a partire dai suoi amici, dove tutti hanno già fatto tutto, in cui sembra che tutti siano già arrivati. “5 minuti prima” mi ha fatto comprendere ancora di più che ogni cosa ha il suo tempo, che bisogna accettarsi e comprendersi, senza fretta.

Come cambia in un giovane la visione della vita, dell’amore, tra il prima e il dopo?

In realtà finché non cresci le cose non cambiano, ma molto dipende dal tipo di esperienza che vivi, perché è tutto soggettivo. C’è chi è stato fortunato e ha avuto la possibilità di fare l’amore, di approcciarsi al sesso, con una persona con cui c’era anche un rapporto amoroso effettivo. Ma ci sono tanti  casi in cui questa cosa non avviene. Per quanto mi riguarda non ho visto una differenza, una crescita, dopo le mie prime volte. Posso dire che la consapevolezza arriva con il tempo.

Come si parla oggi di sesso, d’amore, di sentimenti profondi tra giovani?

Sono un po’ un’adolescente anomala. Mi sono spesso relazionata con persone più grandi di me, anche perché ho cominciato a lavorare presto. Noto però che tra i ragazzi c’è un forte atteggiamento di spavalderia, e in questo non c’è differenza nel genere. Molti raccontano le proprie esperienze con una sicurezza che non è reale. Sarebbe forse più coraggioso raccontare quella volta in cui è andata male perché è successo qualcosa che ti ha messo in imbarazzo, qualcosa che non ti aspettavi. In realtà il tabù ancora c’è. Spero che si arrivi a istituire l’educazione sessuale nelle scuole per aiutare i giovani ad avere consapevolezza.

Un deficit da colmare…

Tante cose accadono ancora perché non c’è educazione, perché non si conoscono, perché non si chiedono, e quando si chiedono non ti si risponde realmente. Ecco, ci sono sempre parole complicate per esprimere una cosa bella come fare l’amore. Tutti rendono complessa una cosa bellissima. Se ci fosse consapevolezza tutti vivremmo con più tranquillità, senza l’ansia dell’aspettativa, che rende così agitata e frustrata Nina (sorride).

Che messaggio vuole dare la serie ai giovani?

Che abbiamo il tempo di capirci, che non dobbiamo farlo presto solo perché gli altri, intorno a noi, sembrano arrivati prima di noi al traguardo. Che poi non è mai un traguardo, ma una continua ascesa.

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