Una settimana in Niger. Il cantautore al Festival de l’Aïr nel cuore del deserto africano. Il viaggio in esclusiva su RaiPlay
“Sahara Jam” è il racconto di un
viaggio straordinario, culturale e sentimentale, di Lorenzo Jovanotti per
partecipare al Festival de l’Aïr, un concerto nel deserto del Ténéré, in Niger.Dopo l’incontro con il
Presidente Mohamed Bazoum, il cantante è ospite d’onore del Festival, con gli
amici Bombino e Tinariwen, leggende locali e mondiali premiate ai Grammy, per
una grande jam nell’oasi di Iferouane, e co-protagonista di un’importante missione. “Siamo grati a Lorenzo per averci proposto questo progetto –
sottolinea Elena Capparelli, direttrice di RaiPlay e Digital – Sahara Jam è per
il nostro pubblico un vero e proprio regalo, un viaggio fatto di musica,
parole, colori, contaminazioni, incontri”.Jovanotti attraversa le meraviglie di una terra affascinante, filtrandone
suoni e misteri, alla scoperta del Sahara Blues, la musica del deserto degli
artisti tuareg. E proprio
a Niamey, capitale del Sahel, dà il via ufficiale al progetto Sahara Peace Hubs
“Una casa per le musiche del Sahara”, promossa da Ara Pacis Initiatives for
Peace con la Fondazione Noor per la costruzione di un Centro per la musica, al
fine di valorizzare la storia e il patrimonio musicale locale e di creare
opportunità di apprendimento e di produzione per giovani talenti tramite una
scuola e una sala di registrazione. “Giorni di doni continui”, come scrive lo
stesso Lorenzo, resi possibili grazie ad Ara Pacis, motore dell’intera
iniziativa insieme alla Fondazione Noor, Musicalista, coordinatore del viaggio,
e grazie a EKO, azienda di strumenti marchigiana che al fianco di Jovanotti ha
inviato un carico di chitarre, bassi, amplificatori, corde, cavi, e tutto il
necessario per inaugurare la scuola sahariana.
Dalla lotta al terrorismo alla strage di via Carini. Sergio Castellitto è Carlo Alberto dalla Chiesa, uomo dello Stato che alla democrazia e alla libertà ha dedicato la propria vita. Dal 9 gennaio in prima serata su Rai 1
2022,Dalla Chiesa
Quarant’anni
fa, era il 3 settembre 1982, la strage di via Carini a Palermo, nella quale,
per mano della mafia, persero la vita Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie
Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo. La serie Tv di
Lucio Pellegrini, prodotta da Rai Fiction e da Stand By Me ci porta indietro di
dieci anni, quando il Generale dalla Chiesa, interpretato da Sergio
Castellitto, viene trasferito dalla Sicilia, dove era impegnato nella lotta
alle organizzazioni mafiose, a Torino dove le Brigate Rosse stanno iniziando a
rivendicare le loro prime azioni di propaganda armata. “Questa è la storia della guerra tra Stato e
Brigate Rosse, come non è stata ancora raccontata – dice il regista Lucio
Pellegrini – dai rapimenti lampo del 1973 all’arresto dell’ultimo capo delle
Br, Giovanni Senzani, nel 1982, passando dal rapimento di Aldo Moro a Patrizio
Peci, il primo pentito delle Br. Un decennio cupo e violento, che si è
lasciato dietro un’enorme scia di sangue. Una guerra, combattuta da ragazzi: da
un lato i giovani aderenti alle organizzazioni terroristiche rivoluzionarie,
dall’altro un gruppo di ventenni, carabinieri e poliziotti, appartenenti ai
Nuclei speciali antiterrorismo. Al centro la figura di Carlo Alberto dalla
Chiesa che indaga sul clima di tensione che sta investendo il triangolo
industriale. Il Generale lentamente riesce a comprendere e poi a colpire le
Brigate Rosse, grazie a un lavoro di analisi modernissimo e all’utilizzo di
armi inedite per l’epoca, come gli infiltrati e poi anche i pentiti”. La serie
si avvale della consulenza storica del giornalista Giovanni Bianconi e del
coinvolgimento, in fase di produzione, dei familiari del Generale dalla Chiesa,
di membri del Nucleo speciale antiterrorismo, di magistrati che hanno
partecipato alle indagini e poi istituito i processi. Al centro della
narrazione la squadra di dalla Chiesa, che sposa con tenacia e passione la
battaglia del Generale. “Il titolo è caldo – prosegue il regista – perché
racconta del rapporto che questo gruppo di ragazzi messo insieme proprio da
dalla Chiesa negli anni Settanta, ha con la propria guida. Al tempo stesso la
serie mette in scena il rapporto intimo che racconta di un uomo che cerca di
ricreare una situazione quasi di normalità familiare in una situazione tanto
difficile”. Rita dalla Chiesa, primogenita
del Generale, ricorda “un papà molto
presente”, che di mamma Dora era “un marito innamoratissimo. Mamma era la
cassaforte di mio padre, a lei raccontava qualunque sua fragilità, dubbi e
incertezza: lei incamerava tutto, papà sapeva di potersi fidare ciecamente di
lei”. Da Rita il ringraziamento a tutti coloro che hanno preso parte al film:
“Ci ho trovato amore,
emozione, passione, e un grande punto interrogativo, perché è successo tutto
questo?”. Amore e passione
manifestate anche nel titolo della serie: “‘Il nostro generale’
significa il generale di tutti noi, significa qualcuno che ci è appartenuto,
anche intimamente anche se non l’abbiamo conosciuto – afferma Sergio
Castellitto – tutti, come cittadini, quel giorno siamo stati colpiti, abbiamo
sofferto per quella morte, per il dolore dei figli. E tutti ci siamo sentiti in
qualche misura figli. Ma figli soprattutto di una generazione di uomini che
oggi forse fatico un po’ a immaginare, persone per le quali il senso del
dovere, dell’abnegazione, il sentimento della difesa della democrazia, seppure
fragilissima, come era a quel tempo, avevano un significato profondo. Una delle
cose che mi commuove di più, tra quelle che Carlo Alberto dalla Chiesa ha detto
o scritto è che certe cose si fanno per continuare a guardare in faccia i
propri figli, il futuro”. Castellitto sottolinea come Dalla Chiesa avesse capito “che la lotta armata, condita con i sentimenti
ideologici e rivoluzionari di chi la faceva, realtà terrificante, aveva
comunque alla base un sentimento di rottura nei confronti di una società che ad
alcuni non appariva giusta. Forse perché era un militare, come prima intuizione
ebbe quella di conferire una certa dignità all’avversario, al nemico. Questo
gli ha consentito, in qualche misura, di attuare un tipo di strategia
psicologica, investigativa. La vera novità fu la sua capacità di investigare”. Realizzata
con la collaborazione del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, con il
sostegno del Ministero della Cultura e di Film Commission Torino Piemonte, la
serie è stata girata anche in alcuni luoghi delle vicende narrate, tra cui la
Caserma dei Carabinieri Pietro Micca di Torino e il cortile dove le Brigate
Rosse uccisero Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati del capoluogo
piemontese. Nel cast, al fianco di Sergio Castellitto, Antonio Folletto (Nicola), Teresa Saponangelo (Dora
Fabbo), Flavio Furno (Cap. Gian Paolo Sechi), Andrea Di Maria (Trucido),
Viola Sartoretto (Minnie), Stefano Rossi Giordani (Tedesco), Roberto De Francesco
(Col. Enrico Riziero Galvaligi), Alessio Praticò (Umberto Bonaventura), Romano
Reggiani (Funzionario), Renato Marchetti (Mario Rossi), Cecilia Bertozzi
(Simona dalla Chiesa), Camilla Semino Favro (Rita dalla Chiesa), Luigi Mola
(Nando dalla Chiesa). La serie prodotta da Simona Ercolani è scritta da Monica
Zapelli e Peppe Fiore, la regia è di Lucio Pellegrini e Andrea Jublin.
La disabilità raccontata capovolgendo gli stereotipi legati all’handicap attraverso le storie di personaggi che hanno trasformato i loro punti deboli in punti di forza. «Credo che le loro esperienze e la loro determinazione possano dare a tutti quanti un valore di positività» afferma il conduttore e ideatore del programma. Quattro nuove puntate in onda da venerdì 13 gennaio in seconda serata su Rai 3
Perché “Il cacciatore di sogni”?
Nella vita di tutti noi il sogno è una
componente essenziale. È importante per porsi degli obiettivi, per avere un
motivo per cui svegliarsi alla mattina e cercare la felicità. Il raggiungimento
di un sogno è sempre qualcosa di gratificante. Pensiamo quanto possa esserlo
per una persona che parte da una situazione di disabilità, di difficoltà. È il
motivo per cui vogliamo raccontare queste storie di persone che conducono una
vita sognata, in cui sono state capaci di raggiungere i loro obiettivi a
dispetto della loro situazione.
Quali sono le novità di questa seconda
stagione?
Andiamo in onda su Rai 3 il venerdì in seconda
serata e raddoppia la durata, che passa a 45 minuti. Sull’onda dei buoni risultati dei numeri zero
dello scorso anno abbiamo potuto contare su una struttura di produzione più
importante. Ringrazio la Rai per avere creduto nel progetto, il direttore
dell’Approfondimento Antonio Di Bella, la capostruttura Ilaria Capitani, così
come la squadra, tutta interna Rai.
Cosa significa raccontare la disabilità?
È un tema così delicato che richiede la
massima attenzione ai dettagli. Spesso c’è il rischio di cadere nel pietismo o
in una rappresentazione troppo positiva, quella del supereroe. Con “Il
cacciatore di sogni” abbiamo cercato di fare un racconto autentico, vogliamo
emozionare: è un programma in cui si ride, si piange, si riflette, ci sono
momenti di leggerezza. Chi vive il mondo della disabilità ne conosce benissimo
le difficoltà, le salite, ma è anche un mondo in cui si può gioire delle
piccole cose. La disabilità può essere vista come una leva per condurre una
vita piena, per emozionarsi delle piccole conquiste della vita quotidiana.
Come si combattono gli stereotipi che spesso accompagnano
la narrazione della disabilità?
Nel programma raccontiamo la leva di riscatto
del protagonista della storia, che nel nostro caso è sempre stata lo sport. Il
format prevede che nella parte finale di ogni puntata ci sia un ribaltamento
dei ruoli. Sono io a mettermi in discussione cimentandomi nell’attività
sportiva del protagonista e, spesso, sono proprio io ad avere difficoltà,
paura. In una sorta di ribaltamento di ruoli e anche di cambiamento delle
situazioni. È la persona diversamente abile a trovare le parole di conforto, a
darmi forza. La vera inclusione è quando
i due mondi vanno di pari passo.
Chi conosceremo nella prima puntata?
Arianna Sacripante, nuotatrice artistica con
sindrome di Down che agli Europei si è esibita insieme al campione mondiale
Giorgio Minisini. Il messaggio di quell’esibizione ha emozionato il mondo: due
atleti, uno normodotato e uno diversamente abile che si cimentano nella stessa
competizione.
Quattro puntate, quattro storie…
Abbiamo scelto storie di persone che in modi
differenti possano colpire l’attenzione di spettatori che non hanno a che fare
con questo mondo. Vogliamo mostrare il quotidiano dei nostri protagonisti, non
solo la difficoltà iniziale dalla quale tutto è partito, non solo l’obiettivo
raggiunto.
Un viaggio nella quotidianità dei vostri
protagonisti…
Abbiamo cercato di stare con loro e con tutte
le persone che li circondano, coloro che noi definiamo il “coro”. Ci siamo resi
conto di come un fattore fondamentale sia l’ambiente familiare. Quando non c’è
va ricercato nel tessuto associativo. Dove non possono arrivare la famiglia o
l’aiuto statale ci sono tante associazioni, vicine in maniera gratuita.
Qual è il sogno più ricorrente tra queste
persone?
L’autonomia, sentirsi integrati nella società.
Detestano il pietismo, preferiscono un sano cinismo a un bieco paternalismo. Sono
persone che hanno un grande orgoglio, vivono più intensamente il presente e
godono della quotidianità, gioendo anche per piccole conquiste. Credo che le
loro storie possano dare a tutti quanti un valore di positività.
Qual è il tuo sogno di giornalista, narratore di
questo mondo?
Credo che raccontare queste storie rientri
nella natura del Servizio Pubblico, penso che sia un nostro dovere. Svegliandomi
la mattina per andare a registrare le puntate sapevo che mi sarei arricchito,
ma alla fine della giornata di lavoro mi rendevo conto di essermi arricchito ancora
di più di quanto non avessi pensato. Sogno che la televisione possa dare sempre
più spazio a queste storie. Credo che queste persone meritino visibilità e che
possono essere un esempio fondamentale per chi deve trovare la forza per
reagire.
Pietro Marcello dirige “Le vele scarlatte”, liberamente ispirato al libro di Aleksandr Grin (Leningrado, 1923, ed.itEditori Riuniti, 2020), scrittore russo pacifista del XX secolo. Il film è un racconto popolare, musicale e storico, al confine con il realismo magico. Nelle sale dal 12 gennaio. Il RadiocorriereTv propone l’intervista al regista….
I cosiddetti miracoli si possono compiere
con le proprie mani
Aleksandr
Grin
Che
cosa l’ha convinta a trarre un film dal romanzo di Grin?
Non avevo in programma questo adattamento, mi è stato
proposto dal produttore Charles Gillibert e dal suo collaboratore Romain
Blondeau. Aleksandr Grin è uno scrittore d’avventure nato sul finire
dell’Ottocento, aderì al socialismo rivoluzionario e cominciò a scrivere le
prime novelle dopo la rivoluzione del 1905. Fu arrestato varie volte per la sua
attività politica, nonostante il successo, il tono antimilitarista e romantico
imbarazzava gli editori dell’epoca che cominciarono a rifiutare di pubblicarlo.
Divenne un reietto e morì in povertà dopo essersi trasferito in Crimea. Come
tanti dissidenti di quell’epoca, vittime del dispotismo di sempre. L’elemento
che mi ha fatto vedere un film in quel romanzo è il rapporto tra il padre e la
figlia. La madre muore, il padre si prende cura della bambina che diventerà una donna indipendente. Nel romanzo la
donna passa dal padre al giovane avventuriero che entra nella sua vita
come un principe azzurro. Nel film, invece, le cose vanno in maniera diversa.
Un uomo arriva, è un aviatore, ma non il principe azzurro. Jean (Louis
Garrel) rappresenta per me l’uomo moderno, fragile, instabile, non sa qual
è il suo posto nel mondo moderno. Ama il gioco, è uno scavezzacollo e Juliette
non si lascia salvare da lui, come una damigella in pericolo. Al contrario, è
lei a prendere l’iniziativa, a baciarlo, a curarlo, e infine a lasciarlo andar
via. L’altro elemento del romanzo che mi intrigava era quello della strana
famiglia allargata che accoglie Raphaël (Raphaël Thiéry) quando ritorna
a casa dalla guerra. Era un elemento inaspettato del libro che ho trovato molto
moderno. C’era il potenziale per creare una piccola comunità matriarcale, che
poi è diventata nel film la «corte dei miracoli» formata da un gruppo di
reietti del villaggio.
È
un film femminista?
Preferisco dire che è un film femminile. Così come
la gran parte dei miei film precedenti erano maschili. Ora che Le vele scarlatte è finito, e che
lo osservo come uno spettatore, sono il primo a sorprendermi di questa mia
personale evoluzione. Ma è per questo che si fanno film, per evolvere,
cambiare, tentare nuove strade. Le vele scarlatte, che sembra portarci nel passato, in realtà si può
guardare con occhio moderno, come un film su un modello nuovo di matriarcato. È
un film che prende il punto di vista delle donne.
La
scoperta del film è Juliette Jouan, l’attrice che interpreta Juliette adulta
È stato un incontro eccezionale, dopo mille provini
in giro per tutta la Francia, lei mi ha colpito. Cinematograficamente parlando,
me ne sono subito innamorato. È una ragazza straordinaria, sa cantare, sa
scrivere, ha portato moltissimo al film, contribuendo a costruire il proprio
personaggio. È stata lei ad adattare la poesia di Louise Michel L’Hirondelle, che non era prevista nella
sceneggiatura e, grazie a Juliette, è diventata anche una canzone che chiude i
titoli di coda.
Alcuni
motivi sembrano fare eco a Martin
Eden, come se i due film dialogassero
Martin Eden tradisce la sua famiglia per istruirsi e
cambiar vita, prende le distanze dalle sue origini. Non è un tradimento di
classe, ma di affetti. Ed è ben più profondo, tanto che alla fine ne è come
consumato. Juliette è un anti-Eden. Bambina, ha la possibilità di andar via, di
studiare in città e farsi una vita. Decide al contrario di rimanere a fianco
del padre e lavorare con lui. Solo la morte di Raphaël la libera da quel patto. Che però non è stato per lei né un
sacrificio né una violenza. Juliette continua a far parte di una comunità
matriarcale. Quella di “Martin Eden” è una figura torturata, “Le vele
scarlatte” al contrario è un film arioso.
È
il suo primo film francese… Come si è ritrovato a fare un film in Francia e
in francese?
Per motivi familiari mi sono trasferito a Parigi,
avevo appena terminato Martin Eden e avevo diversi progetti da concludere a cui
tenevo moltissimo: un film dedicato a Lucio Dalla, un reportage collettivo – Futura
– realizzato insieme ai registi Francesco Munzi e Alice Rohrwacher. Sei mesi dopo essermi trasferito, mi sono ritrovato a
girare “Le vele scarlatte” in Picardie. È stata ovviamente un’avventura.
In Italia ho una rete di conoscenze nel mestiere, so a chi rivolgermi per
questa o quella esigenza, in Francia al mio arrivo non conoscevo nessuno e non
parlavo una parola di francese. Piano piano, mi sono impegnato, mi sono
affidato al mio produttore e mi sono lanciato. Del resto, questo è un film che,
per la sua anima, si sarebbe potuto girare benissimo in Calabria o nel
beneventano.
Come
Martin Eden, anche “Le vele scarlatte” è un film storico…
In realtà, non è più possibile fare film storici, ricostruire fedelmente
un’epoca è diventato impossibile da un punto di vista economico e produttivo,
anche perché le maestranze scompaiono come scompaiono gli artigiani nel mondo
moderno. È vero che anche “Martin
Eden” è un adattamento e che la storia è ambientata nel passato, ma
con “Le vele scarlatte” è solo il metodo che è comune. Rossellini,
Bresson hanno fornito dei metodi e da loro si può imparare rapidamente tutto
quello che c’è da sapere sul cinema. Non sono tuttavia dei modelli da imitare, ma metodi del fare cinema. Con il direttore della fotografia, Marco
Graziaplena abbiamo preso il film in mano e lo abbiamo girato come un
documentario, con quella freschezza e quell’impeto che hanno fatto sì che l’opera venisse realizzata.
Il
film non sarebbe lo stesso senza Raphaël Thiery.
Anche per il ruolo del padre di Juliette, il cast è
stato lungo. Avevo in testa un’idea ben precisa, e non riuscivo a riconoscerla
nei volti che mi venivano proposti. Volevo qualcuno la cui corpulenza eccezionale
stridesse con la leggerezza della bambina. E, nella stessa maniera, volevo che
le sue mani tozze stupissero per contrasto con i gesti precisi e le delicate
creazioni di cui sono capaci. Infine, il mio produttore mi ha proposto Raphaël
Thiery. Sono stato conquistato dal suo
incredibile talento e dall’espressività del suo volto antico. Ho subito detto: è lui.
Accanto
a Juliette Jouan, troviamo alcuni dei più importanti attori del cinema francese
contemporaneo: Noémie Lvovsky, Louis Garrel, Yolande Moreau…
Si è trattato per tutti loro di un incontro al tempo
stesso professionale e umano. Noémie Lvovsky ha preso il film in mano con una
passione assolutamente sorprendente. In
lei ho ritrovato il carisma delle attrici protagoniste del teatro di Eduardo De
Filippo. Louis Garrel è un attore solido che conosce e ama profondamente il
cinema e con il quale si è instaurato da subito uno scambio prezioso. La
partecipazione di un’artista della statura e dell’esperienza di Yolande Moreau
è stata un vero e proprio regalo. Con tutti è nato un rapporto autentico, anche
di amicizia.
Le musiche originali sono firmate dal Premio Oscar
Gabriel Yared… Quella con Gabriel Yared è stata
un’esperienza completamente nuova e, devo dire, fondamentale. Gabriel ha
accompagnato il progetto fin dall’inizio e mi è stato vicino. È un uomo
straordinario, un grande compositore contemporaneo con il quale ho condiviso
tutto ed è stato una delle guide più importanti di questo lavoro, un vero
riferimento.
In prima serata su Rai2 il nuovo programma condotto da Alessia Marcuzzi che metterà per la prima volta a confronto le due generazioni.
Dal 10 gennaio in prima serata su Rai
2 il programma che segna il grande ritorno in Tv di Alessia Marcuzzi, che troveremo
in una veste del tutto inedita: al suo ruolo di conduttrice si aggiunge infatti
anche quello di ballerina e showgirl.
Con il giusto mix tra varietà e game-show, “Boomerissima” promette di
regalare momenti pieni di emozioni, alternando, in un clima di festa, il
racconto amarcord dei personaggi, della musica, dei programmi Tv, delle mode e
in generale del costume degli anni ’80, ’90 e 2000, a divertenti quanto
originali sfide tra due generazioni e due
epoche diverse di
celebrità, basate sulla scia dei ricordi. In ogni puntata, saranno presenti in
studio due squadre, ciascuna composta da un set di vip appartenenti alle
rispettive annate che, round dopo round, proveranno a conquistare la vittoria
finale rispondendo alle più disparate domande di cultura pop. Obiettivo,
cercare di superare al meglio tutti i match previsti nel corso della serata,
dimostrando che i propri anni sono i più emozionanti e, di conseguenza i più
meritevoli di vittoria. Salvo in rari casi, infatti, in cui il singolo round
porterà alla vincita oggettiva di una delle due squadre, le sfide serviranno al
pubblico in studio come metro di valutazione per decretare quale dei due gruppi
e, di conseguenza, delle due generazioni, merita di essere proclamato
vincitore. Non mancheranno inoltre grandi effetti scenici
a rendere ancora più immersiva l’atmosfera. Grazie alla presenza di un armadio
dai poteri magici, infatti, Alessia e gli ospiti del programma compiranno un
viaggio nel tempo e saranno protagonisti di inaspettate trasformazioni. Un vero
e proprio elemento magico, che caratterizza tutto il set, che è difatti
composto da uno studio classico e dal salotto Back in Time arredato come
nello stile degli anni ’80 e ’90.
Fiction, informazione, intrattenimento e sport: un anno da record quello appena concluso. L’AD Carlo Fuortes: “Il pubblico ha premiato qualità e varietà dell’offerta”
Un 2022 di ricordare quello della Rai. Nell’intera giornata le tre reti generaliste del Servizio Pubblico hanno fatto registrare il 30,1 per cento di share distanziando le tre dirette concorrenti, al 25,5 per cento. E in prima serata il distacco aumenta: reti Rai al 32,0 per cento contro il 25,8 di quelle Mediaset. I successi della Rai non si limitano ai tradizionali canali televisivi. L’offerta online – che include sia RaiPlay che i contenuti informativi di RaiNews.it e quelli sportivi di Rai Sport – nel 2022 ha registrato una crescita del 40 per cento rispetto al 2021, passando da 332milioni di ore di visione a oltre 463milioni e facendo diventare la Rai il broadcaster italiano più visto online, superando tutta la concorrenza. “Sono dati – dice l’Amministratore Delegato Rai Carlo Fuortes – che premiano l’impegno del Servizio Pubblico a offrire una programmazione che coniuga sempre di più qualità e varietà del prodotto Tv e di quello pensato per le altre piattaforme. Un impegno che il pubblico ha ben compreso ed evidentemente apprezzato. Nel 2023 questi risultati potranno essere consolidati e ulteriormente migliorati”. La Rai è leader del mercato anche con la sua rete ammiraglia, Rai 1, che ha registrato il 18,2 per cento di share nelle 24 ore e ben il 20,5 per cento in prima serata, mentre Rai 3 si conferma – con il 7,0 per cento di share sull’intera giornata – il terzo canale più seguito dopo Rai 1 e Canale5. Di rilievo la convalida della collocazione di Rai 2 nella quarta posizione, con il 5,0 per cento sull’intera giornata. Anche comprendendo le reti tematiche, la Rai si conferma sopra tutti i gruppi concorrenti. Lo share registrato dal gruppo nel 2022 è stato del 36,7 per cento nelle 24 ore e del 37,8 per cento in prima serata, in crescita rispetto al 2021. Più nel dettaglio, l’offerta televisiva della Rai è stata vista da una media di 43,5 milioni di ascoltatori ogni settimana, pari a oltre il 75 per cento della popolazione. Valori che superano i 47 milioni e l’80 per cento della popolazione in alcune settimane invernali. Per l’informazione, il Tg1 si conferma il telegiornale più seguito in Italia. L’edizione delle ore 20 ha ottenuto uno share medio del 25,2 per cento, stesso risultato anche per l’edizione meridiana. L’evento sportivo più visto dell’anno, tra tutte le reti televisive, è stato la finale dei Mondiali di calcio tra Argentina e Francia trasmessa da Rai 1 il 18 dicembre alle 16.00: 12 milioni 948 mila di ascolto medio con il 68,6 per cento di share per l’intera partita, saliti fino a 16 milioni 101 mila e il 74,3 per cento di share per i decisivi rigori della finale. Il programma di intrattenimento più visto, invece, la Serata Finale del Festival di Sanremo andata in onda il 5 febbraio su Rai 1, data in cui ha registrato una media complessiva di ascolto pari a 13 milioni 379 mila e il 64,9 per cento di share. Nella Fiction, poi, la Rai occupa integralmente la top ten di genere con dieci titoli su dieci: la serie più vista è stata “Doc nelle tue mani”, seguita da “La Sposa” e “Don Matteo 13”. Ma la predominanza della fiction Rai è anche online: “Il paradiso delle signore” con oltre 31 milioni di ore di visione nel 2022 è il titolo di fiction più visto. Tra le nuove trasmissioni, infine, va segnalato il dato straordinario di “VivaRai2!” – che ha fatto registrare una crescita sul canale dall’1,7 per cento, con il 15,00 per cento di share medio nelle prime tre settimane di programmazione – e quello dell’Eurovision Song Contest a Torino, in maggio. Le due semifinali, senza i cantanti italiani in gara, hanno registrato una media di ascolto superiore ai 5,5 milioni e oltre il 27 per cento di share, mentre la finale, andata in onda il 14 maggio, ha registrato 6,6 milioni di ascolto medio e il 41,9 per cento di share. Per l’ammiraglia Rai chiusura dell’anno in bellezza con il successo de “L’anno che verrà” in diretta da Perugia, appuntamento seguito da 5 milioni 32 mila telespettatori, pari al 36.9 per cento di share. Allo scoccare della mezzanotte si sono sintonizzate su Rai 1 ben 8 milioni 650 mila persone facendo registrare il 53.9 per cento di share. ν
Coppia rivelazione dell’ultima edizione del programma di Carlo Conti, i due attori ritornano anche nelle puntate dedicate agli imitatori dilettanti. Dal 7 gennaio in prima serata su Rai 1
La stagione televisiva ha consacrato il successo della coppia comica Cirilli-Paolantoni, siete soddisfatti?
PAOLANTONI: Non mi aspetto mai qualcosa di così importante, quando accade è miracoloso. E non mi aspettavo neanche di costituire una coppia così funzionante e funzionale. Sapevo che eravamo già complici, con un intento e uno spirito comuni, visto come è andata è stata una meravigliosa scoperta.
CIRILLI: Io lo speravo e in un certo senso me lo aspettavo. Se si ha a che fare con un fuoriclasse come Francesco Paolantoni non può che uscire qualcosa di buono (sorride). Il pubblico sembra leggerci come coppia storica invece è la prima volta che lavoriamo insieme. Questo significa che siamo due professionisti, due attori comici, e non solo due cabarettisti, come spesso ti definiscono.
Portateci all’inizio della vostra amicizia… come è nato questo incontro artistico?
CIRILLI: Da parte mia è iniziato come fan, quando guardavo Francesco a “Mai Dire Gol”. Poi ci siamo incontrati tre anni fa a “Tale & Quale Show”, durante il lockdown: lui era il concorrente e io mi occupavo dell’applausometro. Quindi abbiamo lavorato nuovamente insieme a “Nudi per la vita”, programma fantastico in cui, spogliandoci nudi, abbiamo mandato un messaggio sociale per sensibilizzare le persone sul tema della prevenzione del tumore al seno e alla prostata. Lì abbiamo cominciato a toccarci, non fisicamente (sorride), e ci siamo piaciuti. Sono poi venute “Dalla strada al palco”, con Nek, dove ci siamo accorti di essere molto forti insieme, e la proposta di Carlo Conti.
PAOLANTONI: A “Nudi per la vita” è nata una complicità maggiore, poi è arrivato Carlo, una proposta fortuita, la coppia è nata casualmente.
Ma c’è stato anche un colpo di fulmine…
PAOLANTONI: Quando è arrivato “Tale & Quale” eravamo contentissimi perché avevamo già capito che insieme avremmo funzionato. Devo dire che il risultato è stato ancora più grande di quello che ci aspettavamo.
Cosa significa essere un attore comico oggi?
PAOLANTONI: Essere un comico che funziona, seguito anche da giovani e bambini, è estremamente gratificante, soprattutto per uno della mia età. Allo stesso tempo questo mi fa pensare che le nuovissime generazioni di comici, che non vengono dal teatro, che non hanno un background importante, fatichino maggiormente a imporsi.
CIRILLI: Non ci si improvvisa, il talento serve ma non basta: ci vogliono tanto studio e tanta gavetta.
Cosa avreste fatto nella vita se non aveste avuto successo sul palcoscenico?
CIRILLI: Non lo so, non ho mai pensato a un piano “B”. Recito da quando avevo 6-7 anni con l’obiettivo di fare questo lavoro.
PAOLANTONI: Non ne ho proprio idea nemmeno io. Questa roba dell’attore ce l’ho in mente da sempre. Lo volevo sin da bambino e così è stato, sono un privilegiato, sono riuscito a far diventare realtà il mio sogno. Ma se proprio devo pensare a un altro scenario credo che avrei potuto fare il disegnatore di fumetti, da ragazzo li disegnavo e li vendevo per strada.
Che rapporto avete con la popolarità?
PAOLANTONI: Non la si può vivere diversamente da quella che può essere una gioia quotidiana. È una popolarità che nasce da un affetto da parte del pubblico. Non è solo l’essere riconosciuti per il passaggio in Tv, le persone ti conoscono perché ti vogliono bene. Ti sorridono, ti abbracciano, ti stringono. È una cosa meravigliosa.
CIRILLI: All’inizio rischia di portarti un attimo fuori strada, di farti perdere la testa e di farti sentirti un po’ onnipotente. Poi piano piano, se hai delle basi familiari e di educazione, capisci che va tutto ragionato, che è necessario avere i piedi per terra.
Pro e contro di essere un personaggio pubblico…
CIRILLI: Se lo sei diventato per merito è una gratificazione, un orgoglio grande. Al tempo stesso non hai una completa vita privata, al supermercato così come per strada con tuo figlio. Ma se lo hai scelto vuol dire che ci sta.
PAOLANTONI: Non puoi fare più niente senza essere osservato. A quello devi rinunciare, se sei popolare non hai proprio più scampo, non hai la possibilità di camminare senza che qualcuno ti chieda una foto (sorride). Ma è una continuazione, gratificante, del mestiere che fai. Senza il pubblico non saremmo niente.
Cosa vi piace, e cosa vi piace meno, dell’altro?
CIRILLI: Francesco è una persona di talento e sempre allegra, dal grande rispetto lavorativo e umano. Per quanto riguarda il difetto… lo dovrei forse conoscere un po’ meglio. I difetti privati non li conosco, artistici non ce ne sono.
PAOLANTONI: Gabriele è molto entusiasta, in questo è un ragazzino, si diverte molto. E poi è una brava persona, cosa fondamentale. Non sopporto più che mi dica “fidati”, lo fa sempre come fosse un intercalare.
C’è stata una esibizione che vi ha dato più soddisfazione delle altre?
CIRILLI: Quella di Stanlio e Ollio a “Tale e Quale Show”, vera poesia. Abbiamo cercato di essere veramente fedeli all’originale.
PAOLANTONI: Anche per me quella di Stanlio e Ollio, evocare personaggi così è stato emozionante, eravamo uguali. Sono miei idoli insieme a Totò ed Eduardo, sono la comicità vera, personaggi che hanno avuto la capacità di far ridere anche senza dire niente.
Chi si trova più a suo agio in abiti femminili?
CIRILLI: Nessuno dei due, ma piace a tutti e due (sorride).
PAOLANTONI: Diciamo entrambi che l’altro sta meglio in abiti femminili. (sorride). Certo che io ho delle gambe spettacolari, sono sicuramente più bello da donna.
Come avete imparato a camminare sui tacchi?
PAOLANTONI: È una dote naturale (sorride). Sui tacchi ho sempre camminato bene, sono abbastanza agile.
CIRILLI: Mi trovo molto meglio io che lui. Quando cominciai a fare Tatiana a “Zelig”, indossavo degli zatteroni alti, poi, passato ai tacchi, mi è stato consigliato di camminare sulla pianta del piede, per avere maggiore stabilità. Non ho chiesto consiglio a mia moglie perché odia i tacchi.
Dedicatevi una canzone l’un l’altro…
CIRILLI: A Francesco dedico “Mi fido di te” di Jovanotti (ride).
PAOLANTONI: Una di quelle che abbiamo fatto nel corso del programma, “Brividi”, perché veramente quando lo guardavo mi faceva venire i brividi.
Progetti per il 2023?
CIRILLI: Si ricomincia tra pochi giorni con “Tali e Quali”…
PAOLANTONI: Tra gennaio e febbraio sarò anche nella nuova edizione di “S.T.E.P.”, poi in primavera girerò un film con Biagio Izzo e Stefano De Martino.
Fingetevi per un istante giornalisti e aiutatemi a dare un titolo a questa intervista…
Un racconto emozionante e divertente che ci accompagna agli esordi di quattro artisti straordinari: Roberto Benigni, Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone. Il 6 gennaio in prima serata su Rai 3
Chi
con le parrocchie o con piccoli teatri, chi col cabaret, chi con le tv o con i
festival dell’Unità: hanno cominciato così Roberto Benigni, Francesco Nuti,
Massimo Troisi, e Carlo Verdone, i magnifici quattro che negli anni ‘80 hanno
rivoluzionato il cinema italiano. Quattro comici che hanno cambiato per sempre
non solo il modo di ridere degli italiani, ma l’intera filiera cinematografica.
Rai Documentari, in collaborazione con 3D Produzioni e Luce Cinecittà, presenta
questo documentario che ricostruisce, attraverso gags, backstage e interviste, la
stagione del nostro cinema e i meccanismi della comicità che decretarono
l’enorme successo di Benigni, Nuti, Troisi e Verdone. Oltre alle interviste
d’archivio ai quattro protagonisti e alle interviste realizzate a Verdone e ad esperti ed amici (quali Giovanni
Veronesi, Marco Giusti, Claudia Gerini e tanti altri), guiderà la narrazione
l’attrice comica Emanuela Fanelli, che fu premiata proprio da Carlo Verdone
come miglior monologhista agli esordi della sua carriera.
Una raccolta di film imperdibili restaurati dalla Cineteca di Bologna e disponibili in HD. In esclusiva su RaiPlay
Per chi vuole riempirsi gli occhi di capolavori senza
tempo, su RaiPlay è arrivato un regalo speciale. Sulla piattaforma della Rai è
disponibile “Chaplin – I
capolavori”, una raccolta di film
realizzati da Charlie Chaplin, padre
dell’immortale Charlot e fra i più grandi maestri del cinema mondiale. Dieci i film contenuti nel prezioso
cofanetto: “Il circo”, “Il grande dittatore”, “Luci della città”, “Luci della
ribalta” e ancora “Il monello”, “Monsieur Verdoux”, “Un re a New York”, “La
donna di Parigi”, “Tempi moderni” e
“Febbre dell’oro”. Tutti i dieci titoli sono pietre miliari nella storia della
settima arte, restaurate dalla Cineteca di Bologna e disponibili in HD. Feste
di Natale in compagnia della genialità dell’ attore e regista britannico,
capace di stregare un pubblico di tutte le età.
Due donne, con caratteri agli antipodi, unite dal destino e costrette a confrontarsi con un problema da risolvere, la casa ereditata dal padre dell’una e dalla madre dell’altra. Fabrizio Costa firma la commedia con Euridice Axen, Chiara Francini, Cristiano Caccamo, Mariangela D’Abbraccio, Roberto Alpi. Il 29 dicembre in prima serata su Rai 1D
Due amanti sessantenni, Mariella (Mariangela D’Abbraccio) e Domenico (Roberto Alpi), sono sul punto di raccontare alle due rispettive figlie, Diana (Euridice Axen) e Gaia (Chiara Francini), tutta la verità sul loro amore ma, prima di riuscire a farlo, muoiono in un incidente automobilistico nei pressi della loro bella villa in Sardegna. Le due donne, che non si sono mai viste prima, sono quindi costrette loro malgrado a recarsi sull’isola per occuparsi della casa che i due genitori hanno lasciato loro in eredità. Fin dal primo incontro le due ragazze si trovano cordialmente antipatiche. E non potrebbe essere altrimenti visto che Diana è un medico serio e ortodosso con la mania del controllo e la determinazione di un bulldozer, mentre Gaia è uno spirito libero senza fisse radici, tutta emozioni e sensibilità. «Nella storia, completamente al femminile, si confrontano il pragmatismo dell’una con la fantasia e il romanticismo lieve e ironico dell’altra – afferma il regista Fabrizio Costa – due caratteristiche, queste, che solo apparentemente sono agli antipodi». Sullo schermo due donne talentuose, ma che hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare completamente le loro personalità. «Euridice Axen interpreta quella apparentemente algida e inflessibile, Diana. Chiara Francini l’iperbolica piena di talenti ancora da scoprire, Gaia – prosegue Costa – entrambe hanno una caratterista subito evidente: sono donne sole che combattono la loro battaglia nella vita. Ma proprio la coscienza della propria solitudine e la condivisione del talento e l’amore per la musica, le costringerà ad avvicinarsi e a scoprire un terribile e meraviglioso segreto, nonché a diventare finalmente donne compiute e realizzate. È l’amore che sorriderà a entrambe e sarà il premio naturale che consentirà a Diana e Gaia di affrontare le asperità della vita con la consapevolezza che tutto finirà bene». Nel cast di “Una scomoda eredità” anche Cristiano Caccamo, Mariella Valentini, Brando Giorgi, Bernardo Casertano Mancinelli, Alessandro Pala, Riccardo Mori, Emanuela Fanni e con la partecipazione di Cesare Bocci. In onda su Rai 1 il 29 dicembre in prima serata.
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