Televisione, la mia passione

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CLEMENTINO

«‘The voice’ mi rende vero, come sono nella vita»: perla terza volta sulla poltrona dei giudici nel talent condotto da Antonella Clerici, l’artista si racconta e spiega al RadiocorriereTv cosa cerca nei concorrenti: «l’originalità, qualcosa che ancora non ho ascoltato e che mi dà la sensazione di armonia». Il venerdì in prima serata su Rai1

THE VOICE SENIOR

Nella prima edizione disse che non si sarebbe aspettato di fare il giudice in un talent. Torna anche nella terza edizione, sempre più a suo agio nel ruolo di coach?

Più passa il tempo e più penso che voglio fare televisione anche nel resto della mia vita perché ho scoperto la bellezza di fare l’intrattenitore. La bellezza è proprio nel fare la televisione. Mi piace. Nella mia vita credo di aver avuto già tante esperienze come attore teatrale, al cinema, come rapper, cantante, a Sanremo. Ma la tv ha un tocco di classe in più e la metto sullo stesso livello dei concerti dal vivo. Entri nelle case delle persone e questa è una cosa fantastica.

Cosa si aspetta da questa terza edizione?

Dico sempre che quest’anno devo vincere io. Un anno è toccato a Gigi, un altro a Loredana, adesso per la par condicio tocca a me dato che i Ricchi e Poveri sono appena arrivati. Ovviamente è un modo di scherzare, di creare tormentoni. Mi aspetto di andare bene, di essere riconosciuto al meglio anche come intrattenitore, non solo come rapper. Mi piacerebbe tanto essere apprezzato anche come presentatore, poi magari fare un programma da solo, con un bravo regista e un bravo autore. Sarebbe un sogno. E comunque siamo partiti benissimo quest’anno, con numeri di ascolto davvero alti. Stiamo andando più forti delle altre due edizioni.

Com’è stato ritrovarsi con Loredana Bertè e Gigi D’Alessio? E come ha accolto l’arrivo dei Ricchi e Poveri?

Tutto molto bello. I Ricchi e Poveri, poi, sono fantastici perché hanno un modo di scherzare che a me piace tantissimo. Sono delle leggende della musica e, devo dire la verità, è stato bello ritrovare una coppia tra i coach, perché c’è una persona in più come giudice. Poi parliamo di un gruppo che ha fatto la storia della musica. Sono super popolari, sono anche ascoltati all’estero è questo per noi è molto positivo. Con Gigi e Loredana c’è un ottimo rapporto. Gigi è un fratello e Loredana la mia cantante preferita. Insieme abbiamo ritrovato quel sapore di serietà e di scherzo che abbiamo sempre avuto insieme. Io sono un po’ il nipotino del gruppo a cui è permesso dire tutto.  I Ricchi e Poveri, Angelo e Angela, sono gli angeli, io sono il diavoletto. Mi diverto, tutti i coach hanno pazienza con me perché sanno che all’improvviso inizio a cantare, a gridare. “The voice” mi rende vero, come sono nella vita.

Il pubblico di “The Voice Senior” è molto lontano apparentemente dal suo genere musicale. Eppure, lei è amatissimo, perché?

Non lo so e me lo chiedo continuamente. Con Antonella Clerici c’è un ottimo rapporto e quando vado a trovarla nell’altra sua trasmissione, “È sempre mezzogiorno”, ottengo sempre un discreto successo. Allora mi chiedo insistentemente come mai uno come me, che è un rapper che viene dalla musica urbana, riesce ad avere questo successo in un programma così popolare. Semplicemente credo che se prima mi ascoltavano i figli, adesso mi guardano i genitori. Ora ai miei concerti non viene più solo il ragazzo, ma vengono anche il padre e la madre. Nelle piazze riesco ad avere tutte le età e questo mi rende orgoglioso. Io vengo dai villaggi turistici, dove avevo un pubblico misto. Forse nel mio subconscio lavoro allo stesso modo, intrattenendo tutti, ma con le regole dello spettacolo.

Ogni cantante di “The Voice Senior” ha una storia da raccontare. Ce n’è qualcuna della passata edizione che non dimentica?

Di storie indimenticabili ce ne sono tante. Persone che hanno superato malattie, persone che in famiglia hanno ragazzi speciali, altri che nella vita hanno lavorato tantissimo in ruoli pesanti fisicamente, oppure che per tanti anni non ce l’hanno fatta a sfondare nella musica. Molte storie belle sono anche quelle delle rivincite di chi era popolare in passato e poi è piombato nell’anonimato e cerca di rientrare alla grande. Ma non possiamo non ricordare Claudia Arvati, una grandissima cantante. Bruttissimo pensare che fino a poco tempo fa era sul palco con noi e poi all’improvviso abbiamo dovuto salutarla. Fa molto male vivere questo tipo di esperienza.

Quanto conta l’originalità nella sua musica e nei suoi ruoli televisivi?

L’ottanta per cento. Io sono per un venti per cento bello. Tra l’altro mi sto trasformando. Mi si sta allungando il naso, ho perso i capelli.  Per fortuna che ci sono l’originalità e la simpatia che mi aiutano. Nella musica ricordo che quando ascoltavo il rap, la chiave stava proprio nell’originalità. Il ragazzino quando premeva play sullo stereo, dopo dieci secondi, anzi cinque, doveva capire che quello era Clementino.

Un ricordo legato alla sua passione per la musica?

Ne ho moltissimi. Ad esempio, alle scuole medie ero il compagno di classe intrattenitore. Quando c’era lo spettacolo di Natale o quello di fine anno, io dovevo essere lì davanti a cantare rap o a presentare. Ricordo i primi saggi di chitarra con mia madre e mio padre che mi portavano in giro per la Campania. E poi le prime corride nei paesini della provincia di Napoli, oppure quando provavo a fare le prime rime e suonavo gratis con un gruppo, per farci conoscere. Una volta un organizzatore a cui chiesi soldi per esibirmi mi disse, prendendomi in giro, che non ero Eminem. Adesso deve pagare il biglietto per venirmi a vedere. Insomma, è una rivincita anche per me.

Chi cerca a “The Voice Senior”? Chi fa girare la sua sedia?

Qui chiudiamo il cerchio: l’originalità, qualcosa che ancora non ho ascoltato e che mi dà la sensazione di armonia, a prescindere che sia divertente o d’amore o malinconica. La chiave è che mi deve comunicare uno stato d’animo puro.

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Cibo, tutto quello che…

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SUPERQUARK+

Dal 26 gennaio su RaiPlay le 10 puntate inedite dell’ultima trasmissione realizzata da Piero Angela

RaiPlay presenta in esclusiva le nuove puntate della trasmissione di Piero Angela Superquark+ dedicata alla conoscenza e all’approfondimento. Si tratta dell’ultimo progetto seguito dal grande divulgatore scientifico poco prima di lasciarci, realizzato in collaborazione con la sua storica squadra di autori e con i giovani divulgatori. Questa serie di “SUPERQUARK+”, dal 26 gennaio sulla piattaforma della Rai, si compone di 10 puntate dedicate all’alimentazione e potremmo definirla, per una volta contravvenendo l’abituale understatement di Piero Angela, “l’ultima incompiuta” visto che nelle ultime due puntate mancano i suoi contributi in video, non certo le sue parole e la sua intelligenza. Non solo calorie, principi nutritivi e cibi cosiddetti farmaci naturali, ma anche un viaggio nell’alimentazione fatto da angolazioni diverse: quanto si può stare senza mangiare? E cosa si mangia in condizioni estreme? Fino all’extrema ratio: ci si può mangiare tra simili? E poi scopriamo i tanti simboli legati al cibo, seguiamo il lungo viaggio fatto da alcuni alimenti prima di finire nel nostro piatto e quanto incideranno i cambiamenti climatici nel nostro modo di produrre e di mangiare. E infine, ma quanto mai attuale, chi controlla la terra e suoi prodotti?

Piero Angela

Le puntate

Mangiare responsabile

Mangiare inquina: come la mettiamo la mettiamo questa è una verità incontrovertibile. Già oggi la produzione del cibo da sola è responsabile del 30% delle emissioni di gas serra. Ma allora che dobbiamo fare? Intanto fare attenzione a non sprecarne, oltre il 17% viene gettato. Poi capire che ci sono cibi che incidono di più, altri di meno. Mangiare meno carne sarebbe un buon punto di inizio. Infine, investire in tecnologia, puntare sull’agricoltura sostenibile che garantisce gli stessi risultati ma con meno acqua, meno fertilizzanti, meno pesticidi

Che grilli hai nel piatto?

Se mangiare inquina, allora cerchiamo di starci attenti. Ma come? Le soluzioni ci sono, qualcuna esistita da sempre, qualcun’altra guardando al futuro. Se insetti, funghi, alghe sono da sempre presenti, e con ottimi risultati, nelle diete di popoli lontani dal nostro perché non proviamo ad assaggiarli? Oppure potremmo mangiare carne prodotta in laboratorio, o il latte di mandorla, di riso, di soia, di avena, o addirittura le bistecche vegetali stampate in 3D: la scienza non si ferma e la vera sfida per convincerci a mangiare tutto questo sarà quella …del gusto.

A pranzo nello spazio

Cosa si mangia in una stazione spaziale quando una piccola briciola di pane potrebbe provocare danni irreparabili? E quando siamo in cima ad una montagna? Qual è il cibo migliore per chi va in guerra? E un naufrago, ce la può fare a sopravvivere in mezzo all’oceano con mezzi di fortuna? Situazioni estreme che richiedono cibi estremi e soluzioni ingegnose.

Nutrirsi…digiunando

Mangiare troppo fa male, indubbiamente. Ma non mangiare non fa certo bene. Soprattutto se deciso da soli per inseguire falsi miti, magrezze da copertina! Ma quanto si può vivere senza mangiare e con quali conseguenze?  Gli animali che vanno in letargo come fanno a digiunare? Oggi si sa che mangiare meno allunga la vita, ma più che di digiuno è corretto parlare di restrizione calorica.

Cannibalismo e altri tabù

Mangiare un proprio simile, c’è qualcosa di più scabroso, quasi inconcepibile? Eppure, nella storia umana lo si è sempre fatto, un po’ per finalità rituali, alcune volte per necessità, altre per perversione criminale. Ma poi, ci domandiamo quasi per scherzare, quanto è nutriente la carne umana? Infine, c’è un cannibalismo positivo: quello delle cellule del nostro corpo, che si nutrono di se stesse, dei propri scarti, producendo effetti positivi sulla nostra salute.

Guerre alimentari

Forse non ce ne rendiamo conto, ma tutto quello che ogni giorno troviamo nel nostro piatto è legato strettamente agli avvenimenti che accadono nel mondo. Ogni cosa che mangiamo ha fatto un più o meno lungo percorso, il più delle volte ha passato delle frontiere, è stata venduta e comprata, ha arricchito o impoverito qualcuno. E l’Italia, la patria del buon cibo, in questo confronto geopolitico mondiale che ruolo ha?

Cibo tra riti e miti

Mangiare è un evento così importante per la vita che non serve solo… per alimentarsi! Da sempre, l’atto del mangiare si è caricato di significati storici, simbolici, religiosi. Cosa si mangia, ma anche come si mangia, varia in base al luogo dove ci si trova e alle sue tradizioni. Ma anche ai tempi: nuove conoscenze ma anche nuove sensibilità ci consigliano di evitare quello che era addirittura consigliato mangiare fino a pochi anni fa.

Il mondo nel piatto

Ogni cucina è meticcia, la maggior parte degli ingredienti viene da lontano. Stranieri che ci mettiamo nel piatto. Per averli, fino a non molto tempo fa, si combattevano guerre, si traversavano gli oceani. L’incontro tra il vecchio e il nuovo mondo fu l’occasione per una delle più straordinarie operazioni di scambio nella storia dell’alimentazione umana. Assieme al pomodoro arrivarono in Europa il mais, il fagiolo, l’arachide, la patata e poi il cacao, la vaniglia, oltre al tabacco. Sul continente americano sbarcarono riso, frumento, orzo, vite e olivo, caffè e canna da zucchero. Ma allora il famoso chilometro 0 è mai esistito?

La salute nel frigorifero

Prevenzione, la parola magica! Per curare una malattia c’è solo la medicina ma, oramai è stato dimostrato, per prevenirla una alimentazione sana può aiutare. Quindi tante fibre, legumi, verdura, frutta, poca carne, soprattutto quella rossa, del buon olio d’oliva. Tutto questo cosa ci ricorda? La nostra cara vecchia dieta mediterranea, che può proteggerci dalle principali malattie croniche e infiammatorie. Se poi, in conclusione di un pasto, ci mangiamo anche un pezzetto di cioccolato…ancora meglio!

Calorie: nemiche amiche

Tutto dipende dalle calorie, per vivere ne servono una certa quantità, ma senza esagerare. Il rischio obesità è sempre più frequente, almeno nelle nostre ricche società. Poi dipende anche da quali cibi mangiamo per ottenere l’energia che ci serve. Quindi? Mangiamo il giusto, evitiamo cibi spazzatura e magari facciamo un po’ di movimento. Facile a dirsi! Altrimenti, ci sono le diete. Ma attenti a quelle farlocche che fanno dimagrire più che il girovita… il portafogli!

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Conduttrice con master in politica

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NUNZIA DE GIROLAMO

Sorridente e tenace, ironica e curiosa. Al timone di “Ciao Maschio” per il terzo anno consecutivo si racconta al RadiocorriereTv: «Da maschiaccio tra i maschi riesco a instaurare un rapporto di complicità con i miei ospiti. Quando sono troppo caciaroni so come metterli in riga».  Il sabato in seconda serata su Rai 1

È partita la terza edizione di “Ciao Maschio”, soddisfatta?

Sono molto contenta della prima puntata. Penso che il trio di maschi Carlo Conti, Lele Adani e Giovanni Esposito sia stato scoppiettante, sono tre personalità completamente diverse. Questo mio ingresso in un club di soli uomini, che è il mio studio, lo trovo un fatto nuovo ed entusiasmante per il racconto che stiamo facendo dell’universo maschile.

All’inizio di questa avventura immaginava che il programma  sarebbe andato così bene?

No, avevo i fucili spianati contro, per cui la paura di un flop era dietro l’angolo. Ma oggi ci sorrido perché penso che il sacrificio, il lavoro, l’impegno, l’aver cresciuto “Ciao Maschio” dopo averlo scritto, veramente come un figlio, mi ha dato la soddisfazione di arrivare alla terza edizione. Continuare a intervistare maschi, divertire le donne e stringere anche amicizia con persone che prima non conoscevo, è per me un arricchimento da tutti i punti di vista, umano e professionale.

Come sceglie i suoi maschi?

È il lavoro più impegnativo che facciamo tutti i giorni in redazione. Facciamo una grandissima ricerca, ci stiamo sforzando di fare anche un percorso generazionale. Vogliamo mettere tre maschi di età diverse a confronto, per capire come il maschio sia cambiato nel tempo. La ricerca è complessa perché bisogna trovare personalità differenti, professioni diverse. Al tempo stesso cerchiamo personaggi non troppo timidi, parlanti e che possano incuriosire.

Che cosa le ha insegnato il programma dell’universo maschile?

Una cosa meravigliosa che in parte già conoscevo ma ne ho avuto la conferma, ossia che i maschi hanno la capacità di fare squadra, di stare insieme, di fare sistema, cosa che noi donne dobbiamo ancora imparare. E poi ho appreso, con tanto stupore, che non sanno di avere difetti. Quando chiedo a ognuno di loro, nell’ingaggio, di definirsi con tre aggettivi, questi sono sempre positivi. A quel punto chiedo ai miei ospiti di definirsi anche con un aggettivo negativo e il massimo che mi è stato detto è “diplomatico”.

Due edizioni alle spalle, una in corso, c’è stato un ospite che le ha fatto per così dire perdere la pazienza, o che ci è andato vicino?

No, sono stati quasi 90 maschi perfetti. Essendo un maschiaccio tra i maschi riesco a instaurare un rapporto di complicità. Mi hanno fatto innervosire qualche volta quando facevano troppo spogliatoio e facevano casino (sorride).

C’è stato un ospite che l’ha fatta particolarmente divertire?

Tanti. Innanzitutto, penso che la presenza di un comico nella puntata sia sempre vincente, perché regala il sorriso, dà spensieratezza. Penso a Paolantoni, a Salemme, a Esposito, ma penso anche a non comici che fanno ridere per la loro simpatia, come Clementino e Gigi D’Alessio.

Quando si accorge che con un ospite non si crea la giusta sintonia, oltre alla professionalità, come si comporta?

È facile. Sono una donna, quindi lo seduco (sorride).

Molti la definiscono una donna forte, è così?

Nella mia intimità, quando sono sola con me stessa, piango anche di piccole cose, mi emoziono anche di fronte a vicende di quotidianità che leggo, che approfondisco, che osservo. Ci sono tante cose che mi commuovono. Sono forte, ma sono una forte sensibile.

Un punto debole ce l’ha?

Mia figlia Gea. Sono prima di tutto una mamma che vuole proteggere a tutti i costi sua figlia, un grande sforzo quotidiano.

Per cosa è disposta a battersi?

Odio le ingiustizie, le violenze, qualsiasi esse siano o in qualsiasi forma si manifestino. Non riesco mai a girare la testa dall’altra parte, sono capace di finire in un burrone per difendere chi subisce un’ingiustizia.

Chi è oggi Nunzia De Girolamo?

Una conduttrice con master in politica.

Cosa significa avere una passione?

La passione è il motore, è ciò che ti alimenta quotidianamente. Ti fa superare la stanchezza, l’avvilimento di alcuni momenti, il buio che può sorgere nella vita. Mi alimento di passione, dalla vita personale a quella professionale. Se non avessi passione sarei un’ameba.

Quali sono, suoi cari a parte, le sue più grandi passioni?

In assoluto amo moltissimo viaggiare. Sono una persona molto curiosa e mi piace vedere il mondo, scoprirlo in tutte le sue forme, nei gusti, nelle abitudini. Mi piace leggere, vedere mostre di arte contemporanea, alle quali vado anche con mia figlia. E poi amo il mare, fare le immersioni e andare sott’acqua.

Future mete di viaggio?

Innanzitutto il Giappone, per vedere una cultura così lontana dalla nostra, e poi il Sudafrica.

Con i programmi di parola ha dimostrato di saperci fare, pur non dimenticando l’esperienza a “Ballando con le stelle” e  le incursioni a “Stasera tutto è possibile”, ci sono altri generi televisivi che vorrebbe esplorare da conduttrice?

Mi piacerebbe occuparmi d’attualità, con un programma po’ più vicino al mio mondo d’origine. E poi, un giorno, vorrei avvicinarmi all’intrattenimento, con una trasmissione su modello dei “Soliti Ignoti”.

Tra un paio di settimane ci sarà Sanremo… che rapporto ha con il Festival?

È un evento che mette intorno al tavolo tutta la famiglia. Se ne parla con mio marito, mia figlia, con i figli di mio marito che sono più grandicelli. È un momento di confronto sulle nuove mode, sui nuovi personaggi che salgono sul palco dell’Ariston. E poi mi incuriosiscono sempre le entrate in scena delle figure femminili, quest’anno guarderò particolarmente Chiara Ferragni, per conoscerla oltre i social, e Francesca Fagnani, un’amica. Non vedo l’ora di vederle scendere dalle scale.

Un pronostico sul vincitore?

Ho fatto Fantasanremo, mi sono iscritta (sorride). I tifi son tanti, Marco Mengoni,  Articolo 31, Paola e Chiara, Giorgia. Voglio ascoltarle, poi deciderò.

Quando si rivede in video le capita di essere critica?

Sempre. Sono molto esigente con me stessa e in qualsiasi occasione trovo qualcosa che non va, vuoi l’estetica, vuoi il contenuto…

… le capita anche di farsi una carezza?

Qualche volta, se proprio sono giù di morale. Ma la maggior parte delle volte ci pensa Gea, che quando esco per impegni o vado a lavorare mi lascia la letterina notturna sulla quale scrive: “Mamma, sei la più brava e la più bella del mondo e sei bravissima anche come conduttrice” (sorride).

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Il piacere di saperne di più

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GIOVANNI MINOLI

Con “Mixer – Vent’anni di televisione” il giornalista rilegge i grandi temi della storia italiana e internazionale di fine Novecento, raccontati dal 1980 al 1998 dal programma cult della Rai. Il giovedì in seconda serata su Rai 3 

ROMA 10 GENNAIO 2023 PRESENTAZIONE DI “MIXER” IN ONDA SU RAITRE DAL 12 GENNAIO IN SECONDA SERATA. NELLA FOTO GIANNI MINOLI

Possiamo dividere l’informazione Tv tra prima e dopo “Mixer”. Cosa le fece capire, nel 1980, che era il momento di osare?

Non di osare, era cambiato il mondo e noi l’abbiamo interpretato. Erano nati il telecomando e le televisioni private, quindi i programmi culturali della Rai, se volevano sopravvivere, dovevano per forza reinventarsi in un altro modo. Noi lo abbiamo fatto, cogliendo la palla al balzo. Abbiamo incorporato il telecomando dentro la scaletta della trasmissione, cambiando soggetto ogni venti minuti. Per di più abbiamo fatto un uso molto spinto e molto avanzato della tecnologia.

Da subito il programma ebbe grande consenso di pubblico, gli addetti ai lavori e i critici come lo accolsero?

Venne visto come una cosa assolutamente nuova, che ribaltava tutti gli stereotipi delle riprese televisive. Il faccia a faccia, fatto in quel modo, era qualcosa di rivoluzionario. Rimasero tutti molto sorpresi, colpiti.

Ha intervistato centinaia di protagonisti della vita pubblica italiana e internazionale, quali incontri ricorda con più affetto e interesse?

Li ricordo tutti con enorme affetto, ognuno ha una sua storia particolare.

Lei è un giornalista che non le ha mai mandate a dire…

No…

… ci fu qualcuno che le fece perdere le staffe?

A me no, forse io le ho fatte perdere a qualcuno. Sono sempre rimasto lucido e presente a me stesso.

Come costruisce un’intervista?

Studiando moltissimo il personaggio e costruendo una sorta di sceneggiatura, psicologica e razionale, dove si alternano momenti diversi che cambiano rapidamente.

C’è una domanda che non farebbe mai a un suo intervistato?

No, ho sempre fatto tutte le domande che mi venivano in mente. Se non ne ho fatta qualcuna era perché non mi è venuta in mente.

Come si pone di fronte a chi le sta spudoratamente mentendo?

Con la domanda successiva, sbugiardandolo. 

Le è capitato spesso?

Mi è capitato.

Se avesse la possibilità di intervistare Putin e Zelensky, cosa chiederebbe all’uno e all’altro?

Mi lasci studiare bene, poi glielo dirò.

Com’è cambiato, se è cambiato, negli anni, il modo di intervistare dei giornalisti nei programmi di approfondimento?

Ho l’impressione che i giornalisti, prevalentemente, invece di intervistare, porgano il microfono. Il lavoro lo fanno gli uffici stampa, che concordano più o meno quasi tutto prima.

Vede una Tv troppo concordata?

Molto concordata.

Cosa le fece capire che “Mixer” stava cambiando per davvero la narrazione televisiva?

Il fatto che vedevo che tutti cercavano di fare qualcosa di simile.

Negli ultimi anni ha scelto la radio, ora torna anche in televisione. Qual è la casa in cui le piace di più raccontare?

Tutte e due le case. La radio ha il vantaggio di essere più sexy della televisione perché eccita maggiormente la fantasia, uno deve immaginare, si fa il suo film. Poi oggi la televisione è diventata radio nel novanta per cento dei casi, sempre la stessa, sempre più “chiacchierata”. Se è per chiacchierare, dato che la differenza tra radio e televisione dovrebbe essere data dalle immagini, tanto vale fare la radio che costa meno ed è più veloce.

Come vede il futuro dell’approfondimento televisivo?

Dipende da chi lo farà.

Cosa augura a Giovanni Minoli?

Di morire lavorando.

E ai telespettatori italiani?

Di essere trattati come cittadini e non solo come consumatori.

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Io, che vivo in un bel mondo

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ROMANO REGGIANI

Ne “Il nostro Generale” in onda su Rai 1 veste i panni di Funzionario, uno dei componenti della squadra di carabinieri che combatté il terrorismo sotto la guida di Carlo Alberto dalla Chiesa. Dal teatro scoperto in oratorio alle serie televisive, al cinema d’autore con Pupi Avati. «Non sono uno che frequenta i salotti, l’ambiente dello spettacolo. Lavoro, e poi voglio avere la mia vita, un po’ provinciale, proletaria, insieme agli amici di sempre»: l’attore bolognese (e musicista per passione) si racconta al RadiocorriereTvI

Il cinema e le serie Tv con ruoli sempre più importanti, l’affetto del pubblico e l’attenzione della critica crescenti, cosa sta succedendo in questo momento della sua carriera?

Non noto niente di diverso da quello che c’era prima (sorride), sono giunti semplicemente a compimento alcuni progetti faticosi che ho realizzato in questo ultimo periodo, ed è una cosa gratificante. Sono lavori in cui ho un ruolo centrale: in “Lamborghini” (Lamborghini – The man behind the legend) sono protagonista, ne “Il nostro Generale” faccio parte della squadra di Carlo Alberto dalla Chiesa. Sono molto contento di questa serie, che è il primo prodotto di Rai 1 costruito in un modo corale. Una dimensione di scrittura che parla del gruppo, della comunità, che non si focalizza solamente sul singolo. Ed è la prima volta che mi ritrovo a fare un ruolo tecnicamente molto operativo. Devo dire che anche questo è stato molto divertente.

Riavvolgiamo il nastro, da dove parte la sua corsa verso lo schermo e il palcoscenico…

Sono sempre stato appassionato di recitazione, per quanto riguarda il cinema  anche a livello registico. Il mio approccio a questo mestiere è avvenuto all’oratorio, a Bologna, dove ancora ragazzino ho cominciato a frequentare i corsi di teatro. Ed è proprio lì che ho conosciuto Paolo Bertuzzi, responsabile dei corsi e grande appassionato di questo mondo. Come un nonno mi ha dato la spinta, mi ha trasmesso l’entusiasmo che veniva dal suo cuore, mi ha fatto pensare che potevo davvero fare questo lavoro, di essere portato. 

E in famiglia come sono andate le cose?

La mia famiglia, così come Paolo, mi hanno spinto a perseverare. Invece di regalarmi il motorino, i miei genitori mi hanno comprato una videocamera con cui ho iniziato a realizzare dei cortometraggi con gli amici. A un certo punto ho deciso  di sottopormi alla prova, un po’ complicata,  del Centro Sperimentale di Cinematografia, dove è nato tutto. Non è un fatto di presunzione, ma penso che ognuno di noi debba capire quale sia il proprio talento, che sia essere un bravo meccanico o un bravo chef. Ognuno deve capire che cosa sa fare. Io, crescendo, ho capito che questa cosa la so fare.

Il primo ruolo che ricorda con particolare affetto? 

Nel 2015. Un ruolo secondario, ma molto bello, nel film di Marco Pontecorvo “Tempo instabile con probabili schiarite”. Un’esperienza che mi ha fatto capire di avere qualcosa sulla quale potevo lavorare.

Dopo il Centro Sperimentale ha lasciato Roma, capitale italiana del cinema,  per tornare nella sua Bologna. Che cosa è accaduto?

Una cosa semplice e che comunque, ancora, indirettamente pago e pagherò: ho fatto una scelta di vita. Non sono la persona che ama frequentare i salotti, non sono quell’attore che va alla ricerca di situazioni in cui parlare con questo o con quello, in poche parole non sono quella persona che vive il proprio ambiente (sorride). Io lavoro, e poi voglio avere la mia vita, che non ha niente a che vedere con il mio lavoro. Nulla. Bologna è una città che artisticamente mi ha sempre dato molto di più di Roma, dove mi sentivo un po’ incastrato. Stavo facendo un percorso e scelte di vita molto superficiali e così sono tornato a casa. Con i pochi risparmi che avevo ho aperto un music club, che ho avuto per due anni e che è andato anche molto bene. A Bologna c’è la mia fidanzata, ci sono i miei amici veri, quelli d’infanzia. Sono sempre stato legato alle relazioni, siamo lo stesso gruppo di quando avevamo dieci anni. La mia vita è più provinciale, proletaria, insieme ad amici che fanno lavori totalmente differenti dal mio.

Come vedono questo Romano che lavora al cinema e in Tv ma che è rimasto uno di loro?

Mi prendono sempre molto in giro, certo, rispettandomi. Uno di loro, che fa l’operaio, mi dice simpaticamente: “Tu vivi in un bel mondo”. Hanno imparato a comprendere che si tratta effettivamente di un lavoro (sorride). Loro non si capacitano ma io vivo di questo. Credo che sia anche il mio ambiente a farmi  rimanere nella vita vera. Vivo del mio lavoro proprio come lo fa il mio amico operaio, con la differenza che lui ha un posto fisso, io, invece, ogni volta sono qui ad arrabattarmi, a capire chi mi prenderà, cosa succederà.

Cosa le ha lasciato l’esperienza de “Il nostro Generale”?

Grazie alla fiducia ricevuta dalla Stand By Me (società di produzione della serie con Rai Fiction) ho potuto condividere quest’avventura con un cast d’eccellenza, recitando con colleghi che ho sempre stimato. Anche Sergio (Castellitto) si è trovato bene con noi, c’è stato un clima inaspettato e oggi c’è un po’ di malinconia, è stato un lavoro molto sincero. 

Come si è preparato al set?

È stato emozionante avere a fianco le persone che hanno lavorato con il Generale dalla Chiesa, le stesse che non hanno avuto una vita per quindici anni, che hanno vissuto sotto copertura con nomi inventati. In un certo senso abbiamo reso onore a un periodo. La domanda “chi sono le persone che lavoravano al fianco del Generale?” ha ora una risposta. Poter parlare con i carabinieri Domenico Di Petrillo e Luciano Seno, con il loro capitano Gian Paolo Sechi, è stato incredibile. Ci hanno fatto capire come approcciarci al Generale: era un mondo sotto copertura, non un ambiente di caserma nudo e crudo, ma di famiglia, in cui questa gente non stava in uniforme. La frase che più mi ha colpito del loro racconto è stata: “Eravamo persone normali ma eravamo militari”.

Tra le sue esperienze recenti anche “Dante” di Pupi Avati, nel quale ha vestito i panni di Guido Cavalcanti. Cosa ha scoperto del periodo in cui nascono la nostra lingua e la nostra letteratura, e che rapporto ha con la poesia?

Premetto, per quanto riguarda la poesia, di avere sempre odiato il periodo dantesco, di lotte socio-politiche tra Guelfi e Ghibellini. Ma un giorno, improvvisamente, è arrivata la proposta e mi sono messo a studiare.

Come ha affrontato la preparazione?

Ho scritto sui social che avrei interpretato Cavalcanti e sono stato contattato da una ragazza che mi ha detto di essersi laureata da poco con una tesi su di lui. Le ho chiesto di leggerla, e su quella ho costruito il personaggio.

Un avvicinamento atipico…

Una tesi di una difficoltà disarmante, ma tramite il lavoro di quella ragazza ho capito il legame d’amicizia tra Cavalcanti e Dante. Con Pupi, poi, c’è stato un lavoro di getto, l’unico modo per rendere veri i sentimenti. Credo che la forza di quel film sia la grande profondità emotiva. È molto interessante vedere come Pupi ha costruito i personaggi, che hanno tutti qualcosa di radicato nella cultura contadina, sociale. È un film molto vero anche da un punto di vista storico. 

La macchina da presa ma anche la musica, come convivono in lei queste due anime?

In un modo molto semplice. L’attore è il mio lavoro, la musica è solo una passione. Certamente, la musica è vita, suono ogni giorno la chitarra, ho scritto canzoni, ogni tanto organizzo eventi. Ma non ho mai voluto che diventasse un lavoro, per lo meno oggi è così.

Quanta ironia c’è in Romano Reggiani?

A detta di tutti ce n’è, anche troppa. Mi diverto, dico un sacco di cavolate. Sono molto pungente.

Che cos’è la popolarità?

Non lo so perché non ce l’ho. Il concetto di popolarità si riduce al commerciale, io invece ho una popolarità molto intima, legata alle relazioni vere, alle persone che mi seguono perché faccio cose specifiche. Quei diecimila che mi seguono su Instagram, sapendo per di più che non sono social, sono persone che ci sono sempre. E questo mi dà gioia.

C’è un attore al quale si ispira?

Cinematograficamente a Ethan Hawke, lo amo tantissimo perché amo la sua carriera, apprezzo il fatto che sia sempre stato un attore dell’establishment ma fuori dal giro, che sceglie progetti particolari, che si vende ogni tanto ma non sempre. È bello pensare che lavori con la Marvel e che poi vada a Cannes con un film in cui ha un ruolo secondario e in cui dice quattro battute. Un attore che si mette al servizio di quello che vuole fare in un determinato momento. E poi scrive, ha fatto romanzi bellissimi che mi hanno appassionato.

Le capita di pensarsi fra dieci anni?

Se ci devo davvero pensare mi mette un po’ paura. Sono felice della mia vita di oggi, e lo dico con grande sincerità.  Fra dieci anni mi basterebbe che tutto fosse ancora così. Non ho pretese.

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Il momento delle scelte

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LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO  

Un universo maschile che fatica a tenere a bada il vicequestore più amato della tv. Tra amori non corrisposti e sentimenti che devono spiccare il volo, il RadiocorriereTv incontra i tre attori che orbitano intorno al personaggio nato dalla penna di Gabriella Genisi. La seconda stagione della serie è in onda la domenica in prima serata su Rai 1

Filippo Scicchitano è Danilo

Seconda volta con Lolita Lobosco…

È stata un’esperienza intensa, mi ha aiutato molto il fatto che, essendo una seconda stagione, ci conoscessimo già tutti molto bene e il clima era affiatatissimo. Abbiamo riportato quella stessa energia che ci aveva accompagnati la prima volta, speriamo che il nostro entusiasmo arrivi anche al pubblico.

Come sta Danilo Martini?

Dopo una prima stagione trascorsa a inseguire Lolita, provando nei confronti di questa donna un amore incondizionato, non totalmente corrisposto, questa volta assistiamo a un’evoluzione positiva. Li ritroviamo insieme, si ameranno, affronteranno situazioni tipiche di ogni relazione, come quella della convivenza. Arriverà un momento di scelta molto importante, che condizionerà il loro futuro.

Cosa si aspetta dalla serie?

Non mi chiedo mai come andranno le cose, per un attore conta il lavoro che si fa sul set quando si gira. È là che devi dare il meglio di te, poi tutto il resto si deve in qualche maniera incastrare. Non avremmo mai immaginato un successo così grande della prima stagione, ce lo auguravamo ma, come tutti i progetti che si fanno, il risultato è sempre un mistero. L’affetto del pubblico ce lo siamo presi volentieri…

Giovanni Ludeno è Antonio -Jacopo Cullin è Lello D

Durante le riprese…

Cullin: Si è creato un clima da gita scolastica. Il pubblico ha bisogno di leggerezza

Lolita, Antonio e Lello… 

Cullin: Tu sei quello più devoto di me (ride)

Ludeno: Io sono il grande amico d’infanzia di Lolita, ne ha sempre subito il fascino e, in qualche modo, è sempre stato innamorato di lei. Lo scombussolamento per il ritorno di Lolita a Bari in questa stagione lascerà spazio a un rapporto di profondissima amicizia, un sentimento che evolve e si trasforma in un diverso tipo di amore. 

Cullin: Io non sono innamorato del mio capo, ma sono il suo fido collaboratore, puntualmente massacrato da questa donna. Esposito matura, partecipa molto di più alle indagini e diventa quasi un bravo poliziotto, ogni tanto, riesce perfino a stupire Lolita con qualche intuizione brillante. E poi vive il suo grande amore con Caterina, c’è una madre sempre molto presente… insomma, le prende da tutte le parti.

Gli uomini della serie… 

Cullin: Diciamo che questi maschi sono un po’ retró, le nostre rispettive compagne sono decisamente più avanti. A un certo punto miglioriamo anche noi (ride).

Ludeno: Il conflitto esiste, ma è sempre positivo e genera anche qualcosa di nuovo. Nel caso di Antonio, il mio personaggio, si ritrova a fare i conti con una moglie che, da un giorno all’altro, manifesta la propria volontà di cambiare vita. Chissà come andrà a finire.

Bari…

Ludeno: In questa stagione abbiamo vissuto la città (Bari) nella sua bellezza più totale, quindi anche l’atmosfera di quella città ci ha guidato nel raccontare queste storie.

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Il mio amore per Suor Angela

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ELENA SOFIA RICCI

«La serie è arrivata alla sua settima edizione, ormai è un appuntamento tenero e rassicurante per chi ci segue da tanti anni. Ci sarà tanto da ridere, ma anche da versare molte lacrime» afferma l’attrice toscana che sulla suora più “peccatrice” della Tv afferma: «Mi è entrata nel cuore, non riuscivo a separarmi da lei. Ora sono orgogliosa di passare il testimone a Francesca Chillemi». Il giovedì in prima serata su Rai 1

“Che Dio ci aiuti” rappresenta la primavera della Tv…

In questo inizio d’anno di Rai 1 ci sono tante primavere, mi pare (ride). Questa serie è arrivata alla sua settima edizione, ormai è un appuntamento tenero e rassicurante per chi ci segue da tanti anni. Chi scrive le sceneggiature lo sa fare molto bene, penso che, anche questa volta, ci sarà tanto da ridere, ma anche da versare molte lacrime. Ci si emozionerà, si rifletterà sul nostro modo di vivere, sull’amore e anche sulla spiritualità.

Qual è il sentimento che lega il pubblico e tutti i personaggi della serie?

È il sentimento più importante, l’amore fra le persone, la possibilità di saper perdonare e offrire una seconda possibilità a chi sbaglia. “Che Dio ci aiuti” ha cambiato molta gente perché, a parte il divertimento e la simpatia, questi personaggi sono così meravigliosamente imperfetti. Suor Angela è un’impicciona, una peccatrice, i suoi “difetti” però ce la rendono così umana. Allo stesso tempo è una donna di grande fede, che ha improntato tutta la sua vita sull’amore. È questa l’onda che arriva nei cuori delle persone a casa. Ricevo moltissimi messaggi di ringraziamento dai fan, c’è un legame speciale, si sentono consolati.

Un passaggio di testimone importante, il maestro che consegna il suo dono all’allievo…

Io ho avuto tanti maestri nella mia carriera, da loro ho imparato molto. In questa epoca della mia vita professionale ciò che mi piace di più è restituire ai giovani che si affacciano a questo mestiere quello che mi è stato dato. Ora sono a teatro con “La dolce ala della giovinezza” (dal testo di Tennessee Williams), circondata da ragazzi ai quali posso offrire qualcosa di me. È sempre motivo di grande felicità “sostenere” i colleghi giovani e quando mi è capitato di dare consigli tecnici smart, sul modo di uscire dalle difficoltà della recitazione, vedere le loro reazioni quando comprendono i trucchi del mestiere per me è una gioia incredibile.

… e Francesca Chillemi?

A lei passo con molta gioia e orgoglio il testimone. In questi anni l’ho vista crescere, passare da ragazza inesperta a donna, mamma e attrice sempre più brava e sensibile. Quando lavoro con lei riesco a esprimere doti che non ho mai avuto.

In questa serie c’è uno sguardo “diverso” sul femminile?

C’è una grande attenzione verso il femminile, in queste sette stagioni si sono affrontati temi difficili, come la violenza sulle donne, gli abusi e le manipolazioni. Nonostante il tono sia quello della commedia, abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo su questo femminile ferito.

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Tra game e varietà c’è… Alessissima

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BOOMERISSIMA

Boomers Vs Millennials. «È uno scontro generazionale molto divertente, scopriamo come i giovani d’oggi stiano vivendo gli anni ‘80 e ‘90 nella moda, nella musica, nelle serie Tv. C’è tanto in comune tra le due generazioni» dice la conduttrice Alessia Marcuzzi. Tra gli ospiti dell’appuntamento di martedì 17 gennaio su Rai 2 Drusilla Foer, Rocco Hunt e NekA

Ambito, o meglio, ambitissimo. Il trofeo di “Boomerissima” sarà di nuovo in palio martedì 17 gennaio in prima serata su Rai 2, quando Boomers e Millennials torneranno a scontrarsi nella seconda puntata del programma condotto da Alessia Marcuzzi. «È uno scontro generazionale molto divertente, una sfida che nelle nostre case spacca in due il divano – dice la conduttrice – scopriamo come i giovani d’oggi stiano vivendo gli anni ‘80 e ‘90 nella moda, nella musica, nelle serie Tv. C’è tanto in comune tra le due generazioni». Parole d’ordine leggerezza, ironia, divertimento, per un programma che coinvolge, senza tregua alcuna, il telespettatore a casa e il pubblico in studio. «È la prima volta che scrivo un programma e ‘Boomerissima’ mi assomiglia tanto – afferma la Marcuzzi – avevo voglia di poter fare qualcosa in cui mettermi in gioco rispetto alla classica conduzione. Quella di vedermi in un’altra veste è stata anche una richiesta di Stefano Coletta (direttore Intrattenimento Prime Time)». Lo Studio 6 del Centro di produzione Fabrizio Frizzi della Rai di Roma ospita il palco della trasmissione e la “casa” di Alessia, ambienti in cui si sviluppa tutto lo show. E proprio in quest’ultima si trova l’armadio dei sogni, luogo molto caro alla conduttrice e che nella prima puntata ha visto la trasformazione in Madonna di Claudia Gerini: «Anche nelle prossime puntate vedrete questo luogo magico che consente agli ospiti di tornare indietro nel tempo e, nel caso dei Millennials, di fare cose anche molto attuali». A sfidarsi nel secondo appuntamento saranno le squadre composte da Lodovica Comello, Corona, Geppi Cucciari, Francesca Manzini, Giorgio Mastrota, Mietta, Francesco Paolantoni, Riki e Pierpaolo Spollon. Tra gli ospiti della puntata Drusilla Foer, Rocco Hunt e Nek. Una corsa di emozioni che si concluderà con l’arringa finale, quando il pubblico decreterà la squadra vincitrice. «Rai 2 è una rete che mi somiglia molto, ha le corde giuste per me – conclude Marcuzzi – ho trovato grande accoglienza da parte di tutti e tanto amore, protezione, mi sento un po’ in famiglia. Ormai vivo in questi studi (sorride), sono precisa e ci tengo che le cose vengano bene».

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Mondi uniti dalla musica

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THE VOICE SENIOR

Antonella Clerici è tornata alla guida del programma di Rai 1 che premia le più belle voci over 60 del Paese. «Per me le storie sono quasi più importanti della musica – dice la conduttrice – i nostri concorrenti sanno cantare, ma privilegiamo tantissimo il lato umano». La prima puntata dello show è stata seguita da 3 milioni 777 mila telespettatori (23,3% di share). Ai coach storici Loredana Berté, Gigi D’Alessio e Clementino, si sono uniti quest’anno i Ricchi e Poveri

THE VOICE SENIOR


«In questo programma ho creduto sin dall’inizio. Le storie che raccontiamo sono il 70 per cento della trasmissione, certamente i nostri concorrenti sanno cantare, ma a ‘The Voice Senior’ privilegiamo tantissimo il lato umano. Raccontiamo anche storie di sofferenza perché la vita, quando si superano i 60, ha avuto per forza degli alti e dei bassi». Energica, solare, accogliente, sempre pronta ad ascoltare e a raccontare le emozioni e il vissuto dei protagonisti delle puntate. Antonella Clerici è alla guida della terza edizione del programma che ha saputo conquistare il cuore del pubblico di Rai 1. Dietro alle poltrone girevoli, i coach impegnati e determinati nel dar forma alla propria squadra: Loredana Berté, Gigi D’Alessio, Clementino e, new entry, i Ricchi e Poveri. Loro compito, ascoltare le voci e decidere se accoglierle nel proprio team. «Sono l’unica a sapere, insieme agli autori, qualcosa di più dei concorrenti, mentre i coach sono all’oscuro di tutto, non conoscono le loro storie. Nei mesi scorsi abbiamo provinato almeno 3 mila persone, un numero molto alto» dice la conduttrice, fiera di poter dare una chance di fronte alle telecamere a decine di senior.  «Quest’anno ci sono molte donne e c’è anche il più senior di tutte le edizioni sino a ora fatte, un signore di 89 anni – prosegue Antonella Clerici – ci sono persone che nella musica hanno fatto qualcosa, c’è chi ha avuto un approccio con il palco, ma ci sono soprattutto persone comuni, quelle che piacciono a noi, che malgrado ciò che è loro capitato nella vita, di bello e di brutto, hanno sempre avuto un solo grande amore, che è appunto la musica. C’è un infermiere di una struttura psichiatrica, c’è un manager, c’è un ex colonnello dei carabinieri». Al termine delle Blind Auditions, le tradizionali audizioni al buio che ben caratterizzano il programma, nel corso delle quali i coach selezioneranno i 24 aspiranti talenti musicali (6 per team), i concorrenti passeranno al Knock Out dove si sfideranno fra loro con il proprio cavallo di battaglia. Quindi sarà la volta della Finale, prevista per venerdì 3 marzo, dove sarà il pubblico da casa, tramite il televoto, a decretare il vincitore. Musica ed esibizioni sempre dal vivo per un racconto sul filo dell’emozione. «‘The Voice Senior’ ha una conduzione più ‘a togliere’ rispetto a quelle a cui sono abituata, all’esplosività della diretta, del ballo, del cazzeggio, e in questo periodo della mia vita è perfetto. Credo che un conduttore si debba modulare mettendosi a servizio del programma» dice la Clerici, convinta che la musica sia lo strumento capace di unire generazioni tra loro distanti:  «Imparo moltissimo da mia figlia Maelle, che ha gusti musicali molto indie. Lei mi fa scoprire mondi che non conosco visto che io sono più tradizionale. Sia Maelle che i miei figli acquisiti guardano il programma. Sentono la musica, che non ha età, e sono anche intrigati da queste storie. Questo è un programma che può unire due mondi». Un programma fortemente voluto dal direttore dell’Intrattenimento Prime Time Stefano Coletta: «Ci sono i programmi di testa e i programmi di cuore, per me ‘The Voice Senior’ rappresenta davvero una emanazione del cuore, con una grande chiarezza di scrittura, una conduzione molto conosciuta e amata da casa. Questo insieme a un percorso di tante persone non conosciute che possono esprimere il loro talento e il loro sogno di libertà nella parte tardiva della vita, nella terza parte».

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Dear mama

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DOCUMENTARIO

La vita in una casa famiglia per dimenticare il passato e sognare un futuro migliore. Dal 14 gennaio in esclusiva su RaiPlay

Non ascoltano fiabe appena nati. Alle spalle hanno un passato oscuro fatto di abbandoni e solitudine. Ed entrano in strutture di accoglienza nella speranza di dimenticare e sognare un futuro migliore, che va oltre la violenza subita. “Dear Mama” dal 14 gennaio in esclusiva su RaiPlay, è un documentario che   attraverso Cristina, Dorina e Fabio racconta la storia di oltre quindicimila adolescenti che ogni anno, in Italia, sfuggono all’abbandono, alle vessazioni, agli abusi sessuali e alle botte. Con la loro voce i tre ragazzi lasciano entrare il pubblico in quel mondo sordo, lontano, indifferente e spesso privo dell’amore materno, per sradicare dal silenzio quelle storie vissute in prima persona e metterle sotto gli occhi di tutti. “Perché alcune storie sono troppo importanti per non essere raccontate” dice Alice Tomassini, regista del documentario recentemente inserita nella lista Forbes 30under30 European Media, per il forte impatto sociale delle sue opere. Prodotto dalla Società Italiana di Pediatria, “Dear Mama” nasce dalla necessità di parlare delle adozioni e far conoscere la situazione delle case famiglia nel nostro Paese, dove ogni anno è in aumento il numero dei fallimenti adottivi.

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