Chi vince? The Voice Senior

Posted on

GIGI D’ALESSIO

Confermatissimo coach nella terza edizione del talent in onda il venerdì in prima serata su Rai1, il cantautore napoletano racconta le sue emozioni seduto sulla poltrona girevole: «Tutto il programma è un’emozione. I no aiutano a crescere, mi hanno segnato. La musica italiana è in uno stato meraviglioso, ma le canzoni si dimenticano troppo in fretta»

Quest’anno l’asticella è ancora più alta perché Clementino vuole vincere, i Ricchi e Poveri sono combattivi e competitivi e Loredana Bertè è sempre più motivata. Come si sta muovendo in questo quadro?

A differenza degli altri che vogliono vincere, io voglio far vincere il programma perché alla fine sono i cantanti che vincono, non il team. Noi diamo dei consigli, poi fondamentalmente quello che deve succedere lo decide il pubblico. Certamente la gara c’è. A chi non fa piacere vincere? Io però fondamentalmente cerco di portare a casa la vittoria di “The Voice Senior”.

Come traduce questa grande voglia di partecipazione e anche di sfida dei concorrenti?

Noto che si creano rapporti meravigliosi tra i concorrenti e spesso si sentono tra di loro come in famiglia. Quando parliamo di over 60, poi, è tutto un divertimento, perché non è che deve iniziare qui la loro carriera. La partecipazione al programma è anche per togliersi qualche sassolino dalla vita, con la musica. Molti hanno dovuto rinunciare a cantare da giovani per problemi. Ci sono tante storie che lasciano senza fiato. Noi giudici non le conosciamo, proprio per non essere influenzati, le vediamo direttamente in trasmissione.

Che effetto le ha fatto ritrovare cantanti che conosceva o riconoscere la loro voce?

Una forte emozione perché ci sono molti che hanno fatto cose importanti in passato e che per vari motivi hanno dovuto abbandonare. La cosa fondamentale è che il programma lo affrontano con divertimento per dimostrare anche qualcosa alle loro famiglie, magari ai figli e ai nipoti. E’ un programma di famiglia, di affetto, di emozioni, un programma vero senza trucchi e senza inganni.

Come vive i “no” che pronuncia?

I no fanno male a tutti. Difficile per noi giudici trovare un motivo per dirli. A volte tutti e quattro non ci giriamo e ritengo che questo sia mortificante per una persona. Difficile anche quando da dodici concorrenti, dobbiamo farne restare sei, dopo che abbiamo fatto tanto per conquistarli. Però è il gioco crudele del format.

Qual è il “no” della sua carriera che l’ha segnata di più?

Tutti i no che ho ricevuto mi hanno segnato. Poi però sono diventati sì. I no aiutano a crescere, sono fondamentali, aiutano a non mollare, aiutano a migliorare. Poi ci sono i no detti con pregiudizi, senza magari ascoltare, senza magari capire, quelli sono i no che non tollero. Quelli motivati, invece, aiutano a crescere.

Qual è stato il momento più emozionante vissuto a The Voice Senior?

Tutto il programma è un’emozione. Quando ascolti una voce, immagini un viso, poi ti giri e ne trovi un altro. Poi ascolti la storia e parte un altro tipo di emozione.

Cosa ha imparato da coach in questo programma?

Ci sono tante persone che potrebbero stare al nostro posto. Quello che ho imparato è che siamo davvero fortunati, che ci pagano per farci divertire e comunque è sempre un arricchimento conoscere le storie degli altri. Conoscerle ci fa apprezzare ancora di più la nostra, che spesso diamo per scontata. Quando sentiamo che qualcuno per portare il pane a casa ha dovuto rinunciare alla propria passione, è davvero brutto e ti rendi conto della fortuna che abbiamo avuto. Poi, quando riesci a fare della tua passione un lavoro, quello è il massimo della vita. Quella poltrona sulla quale sediamo è per merito, ma anche per fortuna.

La motivazione più convincente che ha detto ad un cantante per portarlo nel suo team qual è stata?

Loredana, ad esempio, è una che promette mari e monti comprese le vittorie. Io non faccio mai promesse. Dico che faremo un bel percorso insieme, o che non so dove potremo arrivare. Spesso aggiungo che per me è un onore lavorare con quel concorrente. Non posso promettere, perché alla fine non sono io che decido. Il pubblico decide, anche se quando c’è un cantante che mi piace, faccio di tutto per portarlo nel mio team. Dopodiché lascio fare al pubblico, senza false promesse.

Qual è lo stato di salute della musica italiana oggi?

Lo stato di salute è meraviglioso. Oggi però ci sono canzoni di successo che durano pochissimo. Ci sono pezzi che si cancellano dalla memoria troppo velocemente. C’è tanta offerta e quello che dura è davvero poco. Noto che c’è anche una grande rivalutazione della musica napoletana. Per me, ad esempio, rompere quel muro, è stato come abbattere il muro di Berlino. Invece adesso c’è una grande apertura alla musica napoletana.

Quale coach vincerà in questa terza edizione?

Sicuramente io!

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.05

L’ultima sfida

Posted on

LA PORTA ROSSA

Mercoledì 1 febbraio si conclude la terza e ultima stagione della serie ideata da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi con la regia di Gianpaolo Tescari. Il RadiocorriereTv incontra Gabriella Pession, protagonista femminile, che nel racconto veste i panni dell’ex moglie di Cagliostro (Lino Guanciale), Anna Mayer

2022,La Porta Rossa terza stagione

Cosa prova per la sua Anna?

Anna Mayer è un personaggio al quale sono legatissima. Ora che siamo alla fine della terza stagione posso dire che il suo percorso è stato avvincente, emozionante, tenero e struggente. La vicenda avrà un grande finale.

Cosa ha reso “La porta rossa” tanto amata dal pubblico?

Credo che il successo di questa serie sia dato innanzitutto da una scrittura importante: Carlo Lucarelli, Giampiero Rigosi e Sofia Assirelli le hanno dato tridimensionalità, con una profondità dei personaggi abbastanza rara in un prodotto televisivo. Ma credo anche che la cosa che più abbia colpito il pubblico sia l’interregno tra la vita e la morte: la storia di un grande amore interrotto dalla morte di Cagliostro.

Al primo incontro con la sceneggiatura cosa la colpì?

Questa perdita, questa assenza, queta memoria che si crea, nell’interregno nel quale Cagliostro vive. È lì che cerca di comunicare con Anna, la moglie che ama ancora, e questo è qualcosa di estremamente universale. L’amore e la morte sono temi universali in assoluto particolarmente struggenti.

Una serie che induce alla riflessione. Nel corso degli anni, delle tre stagioni, cosa le ha lasciato?

Ha messo ancora più a fuoco quella che è una mia speranza. Spero proprio che ci sia qualcosa al di là della vita, anzi, lo credo proprio. Questo tema è il cuore della narrazione, ed è  qualcosa di estremamente poetico e magico, di profondo e inusuale, sono felice di averlo potuto raccontare.

Tanti mesi sul set con lo stesso gruppo di lavoro. Cosa le lascia questa esperienza?

Grandi amicizie. Rapporti che si sono approfonditi e cementati negli anni, con Lino Guanciale e con Elena Radonicich, con Gaetano Bruno e Valentina Romani. Siamo veramente un bellissimo gruppo. Ci divertiamo, non ci prendiamo mai troppo sul serio, adoriamo questo mestiere. Raccontiamo qualcosa che deve arrivare al cuore. Lo facciamo tutti con lo stesso entusiasmo e la stessa generosità.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.05

La crisi di Marietta

Posted on

BIANCA NAPPI

Nella seconda stagione de “Le indagini di Lolita Lobosco”, la domenica in prima serata su Rai 1, interpreta un Pm dal carattere simpatico e peperino. «Il mio personaggio si metterà molto in discussione – spiega l’attrice – Difficilmente nella vita reale una situazione come la sua può durare a lungo e portare serenità»

La sua può essere considerata una carriera prodigio e oggi è apprezzatissima da pubblico e critica. Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?

Grazie per questi complimenti che accetto volentieri. Li considero un augurio per il futuro. Ho iniziato a pensare a questo lavoro da piccolissima, non ho mai avuto un piano b. Ho sempre desiderato fare questo lavoro. Sono sempre stata attratta dall’arte in generale e in particolare dal cinema e dal teatro, non ho mai preso in considerazione seriamente un altro tipo di lavoro o un altro tipo di studio.

Torna da protagonista nella seconda stagione in Lolita Lobosco. Marietta sarà sempre tanto seria nel lavoro quanto tanto fantasiosa nella vita privata?

In questa seconda stagione a Marietta succederanno molte cose. Senza anticipare nulla, però, posso dire che va un po’ in crisi perché questo sistema perfetto di vita relazionale con marito e figli da una parte e amante e lavoro dall’altra, ad un certo punto entra in discussione. Dovrà quindi escogitare altri modi per soddisfare la sua voglia di vita.

Marietta è un personaggio libero da cliché. Come si sente nelle sue vesti? E cosa pensa di Marietta?

Mi piace molto interpretarla. Per un’attrice è veramente un personaggio liberatorio, da commedia e quindi anche divertente. E’ un personaggio che libera da cliché. Io cosa ne penso? Che la vita di Marietta in realtà sarebbe per me infernale. Difficilmente nella vita reale una situazione come la sua può durare a lungo e portare serenità.

Tra le sue interpretazioni, ricordiamo quelle dirette da Ferzan Ozpetek. Com’è stato lavorare nel suo mondo narrativo?

Molto bello, perché nel lavorare con un regista bravo come lo è lui, si incontra un mondo narrativo nel quale bisogna entrare e ci si deve affidare, nel senso dell’ascolto più che altro. Penso che questo valga tutte le volte che si incontra un regista, vale sempre la pena mettersi in ascolto di quello che è il mondo narrativo per poterne trarre sempre il meglio.

Quanto c’è di Bianca Nappi nei vari ruoli interpretati?

Una domanda a cui è difficile rispondere. Penso che ci sia un po’ tutto e niente. Tutto, perché alla fine sono io che li interpreto. Dando il proprio corpo e la propria voce, ci si mettono anche sfumature di sé. Però, fino ad ora, non posso dire di aver interpretato un personaggio che davvero mi assomiglia o nel quale mi identifico. In fondo, ci si conosce, ma sempre fino ad un certo punto. E’ difficile dire che un personaggio è proprio come me, perché significherebbe avere una conoscenza di sé profondissima. Io ci sto ancora lavorando su.

Torniamo a Lolita Lobosco. Il legame tra Lolita e Marietta è un inno all’amicizia tra due donne con caratteri molto diversi, ma sorprendentemente così compatibili. È tutta interpretazione o c’è anche del reale?

Tra me e Luisa Ranieri c’è stata sin da subito una bellissima sintonia che continua. Il racconto fra Lolita e Marietta è un’amicizia sana. Molto spesso nelle serie e nei film, il rapporto tra donne viene declinato o in termini di rivalità o in termini di legami strettissimi, quasi morbosi. Il loro rapporto invece è libero come sono loro due. Un rapporto sano tra persone diversissime e realizzate. Proprio per questo è possibile che tra loro ci sia un’amicizia scevra da competizioni e altro.

Si sta delineando una stagione di Lolita Lobosco ancora più bella della prima. Che atmosfera avete respirato sul set con tutto il cast?

Molto gioiosa, amichevole. Poi quest’anno essendo la seconda stagione non solo ci conoscevamo meglio, ma avevamo tutti le idee un po’ più chiare su quello che stavamo facendo e su quello che dovevamo ottenere. Un’atmosfera da gita scolastica. Bari è una città stupenda e in primavera-estate esplode come tutte le città di mare. Ci siamo goduti anche quella parte.

Com’è stato rivivere per alcuni mesi nella sua terra d’origine?

Molto bello. Io sono di origini napoletane, ma sono cresciuta a Trani. Bari è una grande città che ha un fascino marino fortissimo. Sono contenta che sia diventata una meta turistica, cosa che non era molti anni fa, inspiegabilmente, anche se ha davvero tanto da offrire. Non conoscevo molto bene Bari e questa è stata una buona occasione.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.05

Fernanda

Posted on

FILM TV

La storia di Fernanda Wittgens, prima direttrice della Pinacoteca di Brera e artefice, durante la guerra, del salvataggio di tante opere d’arte e di molti ebrei destinati alla deportazione. Martedì 31 gennaio in prima serata su Rai 1

La storia della primadirettrice della Pinacoteca di Brera e tra le prime donne in Europa a ricoprire un ruolo così prestigioso, non è solo la vicenda di una donna diversa e osteggiata dal clima sociale e politico dell’epoca, ma anche quella di una donna coraggiosa che, per le sue idee e decisioni, divenne, suo malgrado, una eroina.

Durante gli anni della guerra Fernanda Wittgens si è prodigata ininterrottamente per aiutare amici, familiari e persone di origine ebraica a trovare un rifugio oltre confine in modo da sfuggire alle persecuzioni razziali. “Sarebbe troppo bello essere intellettuali in tempi pacifici, e diventare codardi, o anche semplicemente neutri, quando c’è un pericolo” scrive la stessa Fernanda in una lettera alla madre, rivelando la parte più etica e autentica di sé, come i tanti che nell’Italia oppressa da una guerra devastante, non smisero di avvertire il dovere di partecipare alla Storia forzandone il corso che pareva consegnare la civiltà alla barbarie.

Decise, rischiando la sua stessa vita, di salvare “capolavorissimi”, quei dipinti che al di là della esperienza estetica custodivano la forza delle radici culturali di un Paese.

Questo film per la televisione, attraverso la vita esemplare di Fernanda, offre ancora una volta l’occasione di raccontare la Resistenza, il coraggio dell’impegno civile, il difficile cammino dell’affermazione femminile e di come l’arte e la bellezza parlino al cuore delle persone e custodiscano un valore salvifico, in un capitolo della nostra memoria collettiva ancora inedito: «Ed è per questo che oggi, in un’epoca altrettanto buia e drammatica come quella che stiamo vivendo, abbiamo voluto riportare fra noi Fernanda. Perché è proprio del suo esempio che l’umanità ha oggi un estremo bisogno» afferma il regista Maurizio Zaccaro.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.05

Il segreto è nel sapore

Posted on

CIBO, SPORT E SALUTE

Alimentazione, attività fisica, un sano stile di vita. Come trovare il giusto equilibrio? Il RadiocorriereTv incontra la dottoressa Monica Germani, dietista e nutrizionista, ospite fissa di “Domenica Dribbling – Salute”, programma di Rai Sport curato e condotto da Cristina Caruso. La domenica alle 16.10 su Rai 2

Quale equilibrio si può trovare, tra attività fisica e alimentazione, per essere in forma?

Se siamo degli sportivi l’equilibrio si mantiene in maniera naturale, in caso contrario l’attività fisica non deve essere mai estremizzata. I neofiti dovrebbero abbandonare gli schemi tradizionali: inizio la dieta e mi distruggo in palestra, estrema dieta, estrema attività fisica. Questo atteggiamento non ci aiuta affatto a trovare equilibrio. Lo sport deve essere un punto di scarico, l’attività fisica ci deve dare il sorriso, il piacere. Solo in questo modo lo sport diventa stile di vita. Fondamentali sono la costanza e la continuità nel tempo. Che siano tre volte, due volte o una volta a settimana non importa, la regolarità ci aiuta a trovare equilibrio anche con il cibo, perché lo sport è un equilibrante naturale anche dell’appetito: modula gli orari, la cadenza dei pasti, dà un ordine inconscio.

Facendo sport cosa accade nel nostro fisico?

Si liberano le endorfine, i recettori DOPA, una serie di neurotrasmettitori che danno benessere. Bisogna arrivare alla percezione di questo benessere, se lo sforzo è troppo alto sento solo la fatica. Percependo il benessere vengono meno la ricerca del comfort food e gli attacchi di fame. A tutti gli effetti cambia il modo di approcciare il cibo. Avviene in automatico, è quasi come se ci si mettesse a dieta. In più, per chi deve dimagrire, la muscolatura comincia a crescere, i recettori dell’insulina, che nelle persone sedentarie si chiudono e predispongo il corpo all’aumento di grasso, si riaprono tutti. Bisogna modulare l’alimentazione e lo sport, facendoli diventare qualcosa di veramente personale.

C’è un’alimentazione giusta per ogni età?

Da un’età all’altra l’alimentazione cambia radicalmente. Nella prima fase della vita, da dopo lo svezzamento fino all’adolescenza, abbiamo un fabbisogno proteico e di calcio leggermente più alto. Si fa meno attenzione alla quota di carboidrati assunta, anche se non bisogna andare in over. In età adulta, dai 25 ai 45-50 anni, si trova una minima stabilità, a meno che non ci siano, nel caso delle donne, gravidanza e allattamento. Se si vive una vita sedentaria dobbiamo togliere almeno 600 calorie al giorno. Il corpo ha bisogno di un mantenimento equilibrato per arrivare alla fase critica, quella dei 50. Ogni dieci anni, a partire dai 30, la massa grassa aumenta fisiologicamente del 10 per cento. Quando arrivo ai 50 il corpo sta producendo più grasso rispetto a quello che accadeva prima. Grasso che può diventare pericoloso, perché si aumenta di peso più facilmente e si va incontro alle patologie cardiovascolari. Bisogna arrivare a quell’età nella miglior forma possibile. Se ci si arriva bene, la fase tra i 50 e i 60, delicatissima, si affronta con piccoli accorgimenti, altrimenti bisogna utilizzare l’alimentazione come se fosse terapia.

E nella fase successiva?

Dopo i 60 il rischio maggiore è quello della disidratazione perché lo stimolo della sete viene meno. A livello chimico l’acqua è fondamentale per farci funzionare, è un intermedio metabolico, chimicamente cede l’elettrone e si tiene l’ossigeno. Senza acqua si bloccano le varie macchine. Se rallenta il sistema biologico, il processo di invecchiamento e le patologie collegate accelerano. Bisogna cercare di bere di più. Altra cosa importante è che dopo i 50 si inizia a perdere massa muscolare. È un momento che va sostenuto con l’alimentazione e con l’attività fisica, anche per evitare le fratture precoci.

Quanto è necessario bere nel corso di una giornata?

Due litri, ed è sbagliato eccedere se non si è sportivi. Certo, se ho una fuoriuscita di liquidi importante posso arrivare anche ai 3 litri, o, se sono un maratoneta, ai 4. 

Vale lo stesso discorso per le bibite gassate?

In quel caso non parliamo di idratazione, ma di sfizio. L’acqua frizzante va bene, ma dalle bibite, anche le zero, la quota d’acqua che prendiamo è pari al 10-15 per cento. Questo perché in presenza di additivi e conservanti l’assorbimento di acqua viene meno.

Quanti pasti devono essere consumati in una giornata?

Per mantenere il metabolismo in movimento si deve mangiare ogni tre ore, per questo dobbiamo capire quante ore stiamo svegli. Se si dorme tra le 6 e le 7 ore, possiamo mangiare anche 7 volte.  Se si è sportivi si può arrivare anche a nove.

Quali sono gli alimenti che non possono mai essere consumati insieme?

È sbagliato abbinare carboidrato e carboidrato, come pasta e dolcetto, senza una fibra intermedia. Se mangio quella dose di carboidrato tutta insieme, e non mi alleno, il corpo non sa che farne e la cosa che gli viene più facile è trasformarla in tessuto adiposo. Non conviene nemmeno abbinare due proteine, come la carne con il formaggio.

Come si calcola il peso forma?

Secondo quattro fattori. Quello classico, con il rapporto peso-altezza attraverso il BMI (Body Mass Index): il valore tra 18,5 e 24,9 indica la fascia di normopeso. A livello domestico si può anche fare la misurazione del rapporto vita-fianchi. Altro indicatore è quello della corporatura con il calcolo dell’Indice di Grant, che mette in rapporto la circonferenza del polso e l’altezza. L’ultimo fattore è quello della quantità di grasso e di muscolo.

È vero che mangiare sano ci fa spendere di più?

È  il contrario. Se compro la carne e la verdura a km zero e se acquisto i biscotti dal fornaio spendo probabilmente di più. Al tempo stesso se consumo cibo sano e genuino, ha anche un sapore decisamente diverso e più gratificante da un punto di vista sensoriale e non crea dipendenza. In tal modo esalto il sapore e, in assenza di componenti che mi portano a mangiare e a comprare di più, a fine mese spenderò di meno. La gratificazione data dal sapore ci consente di mettere il punto e di non abbuffarci.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.05

Il tempo della maturità (e dell’amore)

Posted on

MARE FUORI

Al via la terza stagione della serie diretta da Ivan Silvestrini che ha appassionato milioni di telespettatori in Italia e nel mondo. Tornano la direttrice dell’IPM Paola Vinci e il comandante di polizia penitenziaria Massimo Esposito, Filippo e Carmine, Edoardo e Pino, e ancora Naditza e Viola, Silvia e Gemma. Da mercoledì 1 febbraio su RaiPlay e da mercoledì 15 su Rai 2

«L’Istituto di detenzione minorile è una bolla in cui ‘ragazzi interrotti’ hanno la possibilità di capire chi sono e cosa vogliono al di là di cosa sono stati fuori da quelle mura». Sono l’ideatrice Cristiana Farina e il cosceneggiatore Maurizio Careddu a presentare la terza stagione della serie prodotta da Rai Fiction e Picomedia, in onda su RaiPlay da mercoledì 1 febbraio e da mercoledì 15 in sei serate su Rai 2.  «È una parentesi di sospensione in cui hanno la possibilità di navigare nel loro mare interiore, fare nuove scoperte e conoscere nuovi mondi. Luoghi che fuori non hanno mai esplorato – proseguono – alcuni dei nostri detenuti questo viaggio lo hanno compiuto con coraggio, affrontando la paura di scoprirsi deboli o incapaci di soddisfare i desideri dei propri familiari. Altri pensano ancora che il coraggio sia quello di aggredire la vita e prendersi tutto passando sopra ad ogni tipo di sentimento». Nella terza stagione di Mare Fuori i protagonisti sono cresciuti e molti di loro si trovano a dover compiere la scelta di come affrontare il loro ruolo di adulti nel mondo. «La scoperta dell’amore è la rotta che li conduce alla scoperta di nuovi aspetti di se stessi. Continenti sinora inesplorati – concludono gli sceneggiatori – qualcuno di loro si troverà perso a causa di questa emozione sconosciuta, qualcun altro invece vivrà questo sentimento come fosse un faro nella notte e si farà guidare dalla sua luce abbagliante. Nuovi personaggi faranno il loro ingresso nell’IPM, come Giulia, una trapper appartenente ad una gang milanese. O i fratelli Di Meo che insieme a Dobermann, un amico extracomunitario di colore, entrano in prigione per aver devastato un ospedale. Le pagine di cronaca nera si riempiono di tragici eventi che vedono protagonisti ragazzi giovani e spietati. Il fallimento di un minore è il fallimento di un adulto». Nel cast adulti e ragazzi, Carolina Crescentini, Carmine Recano, Lucrezia Guidone, Nicolas Maupas, Massimiliano Caiazzo, Vincenzo Ferrera, Antonio De Matteo, Anna Ammirati, Valentina Romani. Insieme a loro Matteo Paolillo, Artem, Domenico Cuomo, Alessandro Orrei, Maria Esposito, Kyshan Wilson, Clotilde Esposito, Serena De Ferrari, Serena Codato. «Dirigere la terza stagione di Mare Fuori è stata un’avventura indimenticabile – dice il regista Ivan Silvestrini – dopo aver contribuito a raccontare le storie di questi personaggi nella scorsa stagione non vedevo l’ora, per primo, di sapere come sarebbero andate le cose. Credo che la serie abbia raggiunto ormai la sua piena maturità, ed è stato un privilegio essere al timone di una squadra così devota e inarrestabile in ogni reparto. La storia punta sempre più in alto, il cast ha ormai un affiatamento e un’alchimia che mi hanno permesso di approcciarmi alla narrazione visiva libero da qualsiasi canone. Ho mosso la macchina da presa cercando di attenermi al mio principio guida, ovvero di essere sempre, in ogni momento alla ‘distanza perfetta’ dai personaggi, con uno stile fluido alla continua ricerca dell’emozione, attraverso spesso coreografie articolatissime dove ogni cosa doveva essere al suo posto, avvenire in un momento precisissimo affinché il ritmo non inciampasse».

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.05

Black-Out, vite sospese

Posted on

Serie Tv

Quando si crede di aver perso tutto, spesso si ritrova se stessi e il coraggio di combattere per ciò che conta davvero. Lunedì 23 gennaio arriva su Rai 1 il mistery-drama diretto da Riccardo Donna con Alessandro Preziosi, Rike Schmid, Marco Rossetti, Aurora Ruffino, Caterina Shulha, Maria Roveran

“Black Out” è un mistery-drama ambientato in alta quota che mescola scenari mozzafiato, suspence e sentimenti. I protagonisti sono i clienti di un lussuoso albergo nel piccolo ed esclusivo polo sciistico nella Valle del Vanoi, in Trentino. Una valanga isola la valle e, quella che avrebbe dovuto essere una piacevole vacanza, diventa una trappola che porta a galla segreti, identità celate, ambigui professionisti pronti a tutto e la presenza di un assassino. La valanga costringe vacanzieri e residenti del piccolo paese a vivere un’esperienza unica che li obbligherà a fare i conti con se stessi e con gli altri: potranno venirne fuori, solo se supereranno le loro paure, i loro pregiudizi e impareranno a essere una comunità. Quando si crede di aver perso tutto, spesso, si ritrova se stessi e il coraggio di combattere per ciò che conta davvero. Questo il filo conduttore dell’intenso mistery, diretto da Riccardo Donna, che vede protagonista Alessandro Preziosi affiancato dall’attrice tedesca Rike Schmid, Marco Rossetti, Aurora Ruffino, Caterina Shulha, Maria Roveran, l’attore francese Mickaël Lumière e, tra gli altri, i giovani Federico Russo, Riccardo Maria Manera e Juju Di Domenico. «Girare un film in montagna d’inverno non è semplice, ma eravamo preparati bene e pronti a superare le difficoltà – afferma il regista – purtroppo la neve non la controlli, a volte c’è, a volte no, a volte è troppa e ti arriva all’ombelico e a volte fa caldo e inesorabilmente si scioglie. Nei luoghi scelti per le riprese, a pochi giorni dal primo ciak, la neve, prima abbondante, si era via via sciolta e non si prevedevano nevicate. Passavano i giorni e la situazione si stava facendo drammatica… Che fare? Soltanto chi ha esperienza cinematografica può capire il dilemma che ci siamo trovati ad affrontare. Ma alla fine lo abbiamo risolto. La neve non arrivava e allora siamo andati noi da lei. In tre giorni abbiamo fatto nuovi sopralluoghi, cambiato programmi, locations, e abbiamo cambiato il famoso piano di lavorazione… insomma abbiamo ripensato molte cose e siamo andati dove la neve c’era… anche troppa». Girato in grande formato 6K, con una troupe di più di cento persone, ottanta attori e tante figurazioni scelte sul territorio, “Black Out” è una coproduzione Rai Fiction – Èliseo Entertainment, con la partecipazione di Viola Film, in collaborazione con Trentino Film Commission, prodotta da Luca Barbareschi.

La prima puntata

È la Vigilia di Natale. Un gruppo di sconosciuti rimane intrappolato in una valle, dopo che una valanga ne blocca l’unico accesso impedendo le comunicazioni con il mondo esterno. Tra loro ci sono Claudia, medico, testimone sotto protezione, che vive in una baita appartata con la figlia Anita; Marco, ex marito di Claudia che è giunto con la sua nuova fidanzata, Irene, nella speranza di poter portare via con sé Anita; e Giovanni, ricco imprenditore in vacanza con i figli Riccardo ed Elena, entrambi ancora provati dalla recente scomparsa della madre. Ma c’è di più. Giovanni ha un segreto: è legato alla cosca contro cui Claudia dovrebbe testimoniare. Per ordine del clan, Giovanni deve uccidere la donna, ma durante la valanga sua figlia rimane seriamente ferita, e Claudia diventa l’unica speranza di Giovanni per tenere in vita la piccola Elena.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.04

Scelgo le storie che mi parlano

Posted on

ANTONIO FOLLETTO

La serie dedicata a Carlo Alberto dalla Chiesa “Il nostro Generale” è stata un successo su Rai 1 ed è disponibile su RaiPlay: «è stata un’avventura incredibile. Ci siamo letteralmente catapultati in una parte di storia che, almeno per me, ragazzo del 1988, era totalmente sconosciuta». In attesa di vederlo nella quarta stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone”, della sua città l’attore dice: «Per me Napoli è uno stupore continuo, tutte le volte che torno è come un bagno di umiltà»

La Rai ha raccontato la vicenda umana e professionale del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Che esperienza è stata?

Incredibile, ci siamo letteralmente catapultati in una parte di storia che, almeno per me, ragazzo del 1988, era totalmente sconosciuta. Con la serie abbiamo considerato gli anni dal ‘73 all’’82, affidandoci a un grandissimo lavoro di ricostruzione storica, dalla sceneggiatura ai costumi di Gaia Calderone, al trucco e il parrucco.

Un lavoro incredibile…

È stata fondamentale la consulenza storica di Giovanni Bianconi, ma soprattutto il confronto con quelli che allora furono i ragazzi del Nucleo del Generale dalla Chiesa. Abbiamo trascorso con loro una bellissima mattinata, ascoltando i loro racconti, entrando nella loro psicologia. Mi ha colpito molto la facilità con cui ci hanno reso partecipi della loro storia, ancora ricordo lo sguardo di Domenico di Petrillo nel ricordare il Generale. Gli occhi gli brillavano. O le parole piene di adrenalina di Luciano Seno nel ricordare il momento dell’arresto di Alberto Franceschini e Renato Curcio (due dei fondatori delle Brigate Rosse). Per tutti Carlo Alberto dalla Chiesa è stato come un padre.

Ma anche un innovatore…

Grazie a lui, il Nucleo è stato il primo a usufruire di mezzi all’avanguardia per le indagini, il primo ad avere le carte di credito grazie alle quali stare al passo delle Br, gruppi ben organizzati e ben finanziati.

Che riscontro ha avuto la serie tra i giovani?

Ho ricevuto molti messaggi di ragazzi che si sono appassionati alla vicenda, a quel periodo storico così avvolto nell’ombra e che, purtroppo, non si studia a scuola. Conoscerlo però è fondamentale per comprendere quello che siamo diventati oggi. Credo che la Rai con questa serie abbia offerto un grandissimo servizio pubblico.

Un racconto che non dà giudizi, ma scatta una fotografia. Cosa pensa di quegli anni?

Di quel periodo storico mi è rimasto impresso un fattore oggettivo, la straordinaria quantità di avvenimenti accaduti e le tantissime morti. Parlando con gli ex membri del Nucleo, ho chiesto se mai avessero messo in discussione il loro operato, se avessero mai cercato di comprendere le ragioni di quel che accadeva nel Paese. La loro risposta è stata netta: mai. Credevano nei loro valori, si fidavano del Generale, dello Stato e della democrazia.

Cosa rappresenta umanamente per lei il Generale dalla Chiesa?

Ho incontrato Rita e Nando, i suoi figli, durante la presentazione della serie, ed è stato molto emozionante. Il loro sacrificio non può passare inosservato. Per me dalla Chiesa è stato un eroe, un uomo che ha lottato per la democrazia.

Dove cerca i punti di riferimento nella sua vita?

L’esempio arriva dalla famiglia, dall’educazione ricevuta: rispettare se stessi, il prossimo, dare valore a quello che si fa, farlo con passione. Credo che sia una buona base di partenza, nella speranza di migliorare.

Alle spalle il teatro, tanto cinema e tv. Qual è la sua ambizione?

È difficile rispondere, mi auguro di poter fare sempre questo mestiere nella maniera più libera possibile.

Ci racconta di quando ha scoperto la passione per la recitazione?

Ho iniziato a vent’anni, ho frequentato a Roma una piccola scuola di teatro – Teatro Azione – e successivamente mi sono iscritto all’Accademia Silvio D’Amico. Nessuno della mia famiglia ha a che fare con questo mondo, l’amore però è scattato guardando con mio nonno i film di Totò, Troisi, Sordi, Mastroianni, attori e opere che mi hanno completamente rapito. Io volevo essere come i personaggi che ammiravo. Mi sono reso conto che quello dell’attore è un mestiere complesso, come dice Castellitto, “è un po’ come prendere i voti”.

Cosa deve scattare per farle accettare un progetto?

La storia, se questa mi parla, se il personaggio mi comunica subito qualcosa e io posso contribuire a farlo crescere, mi butto.

Ha terminato da poco le riprese della quarta stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone”. Cosa rappresenta nella sua carriera questo progetto?

Sono molto legato ai Bastardi, un lavoro che mi ha permesso di collaborare con una squadra di attori fantastici, è stata un’avventura lunghissima, ormai si è creata una famiglia. Quando abbiamo iniziato conoscevamo la grande attenzione dello zoccolo duro dei lettori di Maurizio De Giovanni, questo poteva mettere anche un po’ di pressione, perché è un pubblico esigente. Ma è andato tutto bene. Sento l’affetto della gente, è un pezzo del mio cuore.

Non solo casi di risolvere, ma una squadra…

… che esprime la sua forza nello stare insieme, nel supportarsi. Al di là delle indagini, che sono le linee guida di ogni episodio, mi sono reso conto che, i lettori prima, gli spettatori poi, si sono affezionati alle vicende personali di ciascun personaggio.

Un napoletano che vive la propria città anche nella professione…

Per me Napoli è uno stupore continuo, tutte le volte che torno è come un bagno di umiltà. Eduardo De Filippo diceva che questa città “è un teatro a cielo aperto”, è luce. Colpisce ogni volta il meraviglioso modo in cui un napoletano affronta una giornata, nonostante tutte le difficoltà. Sorrido pensando a una battuta di Troisi in “Scusate il ritardo”, alla frase “’a vita s’adda piglià comme vene!”, risponde “Io ’a piglia comme vene, ma guardacaso a mme vene sempe ’na chiavica, guarda ’a combinazione!”. Questo esorcizzare anche le sfortune quotidiane, gli inciampi della vita è una possibile, bella filosofia di vita.

Come gestisce l’affetto del pubblico, la popolarità?

Cerco di ricambiare dando tutto me stesso, facendo al massimo delle mie possibilità il mio lavoro. Quando qualcuno si interessa a ciò che faccio, sono felice perché è un atto di stima. Ce la metto tutta a non tradire il pubblico (ride). Le critiche non mi spaventano, provo a rimanere con i piedi per terra di fronte ai complimenti, non mi abbatto quando i giudizi su di me sono meno esaltanti. Una volta all’Accademia, Sergio Castellitto disse che la vita di un attore è fatta a scale, c’è un periodo in cui si sale e nemmeno ci si accorge, momenti di stallo e altri in cui si scende. È per questo che si deve provare a tenere i piedi per terra, non per falsa umiltà, ma per salvaguardare proprio il mestiere.

Ha mai pensato di fare il regista?

In questo momento no, è un lavoro di troppe responsabilità, preferisco essere diretto. Non sono bravo a comandare (ride). Ci sono delle storie personali che mi piacerebbe raccontare, ma è ancora troppo presto.

In quali progetti sarà impegnato prossimamente?

Quasi contemporaneamente a “I Bastardi di Pizzofalcone” ho girato la seconda stagione della serie di Gabriele Muccino, ho dei progetti di cui ancora non posso parlare. Nel futuro imminente c’è stare insieme alla mia famiglia, anche perché nell’ultimo anno ho lavorato molto: ho finito di girare a marzo “Il nostro Generale” e a maggio ero sul set di “Shukran” di Piero Malegori con Syrus Shahid. Ora è arrivato il momento di fermarsi per ricaricare le energie.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.04

Che Dio ci aiuti 7

Posted on

Tre dei personaggi più amati della serie raccontano al Radiocorrieretv la meraviglia di far parte del Convento più famoso della tv italiana. Il giovedì in prima serata su Rai 1

Francesca Chillemi… più Azzurra che mai

Per il suo personaggio è arrivato dunque il momento della maturità?

Non so se Azzurra sia pronta per la maturità, di certo questa ragazza è, suo malgrado, costretta a compiere un’evoluzione e dovrà farlo da sola, contando solo sulle sue forze. In questa settima edizione il mio personaggio viene messo alla prova in maniera brutale, si trova ad affrontare il proprio percorso di vita senza quello che fino a poco tempo prima era stato il suo sostegno, il bastone che l’ha accompagnata in tutti questi anni e su cui lei ha sempre fatto affidamento. Questa sarà la sua sfida più grande.

Qual è il sentimento che tiene uniti pubblico e personaggi?

L’amore, la comprensione, il non essere giudicati. Alla fine, è quello che spinge tutti noi a rimanere nel luogo in cui ci si sente meglio e a proprio agio.

Tra lei ed Elena Sofia Ricci un passaggio di testimone emozionante…

Tutto è avvenuto in maniera molto organica, sia dal punto di vista emotivo, sia professionale. Non nascondo che a Elena voglio un bene davvero particolare, è una di quelle persone che incontri nel tuo percorso di vita perché evidentemente era destino che accadesse. Il nostro legame è iniziato con il lavoro e alla fine ci siamo volute bene semplicemente come Elena e Francesca. Anche il rapporto tra Azzurra e Suor Angela in alcune cose ci assomiglia, in questi anni io ho fatto molto affidamento su di lei, è stata una persona estremamente generosa professionalmente, ma soprattutto dal punto di vista umano. E questo mi ha toccato profondamente. È una persona che ammiro, che stimo, parte di lei vorrei che mi appartenesse.

Pierpaolo Spollon… Che bellezza vivere in convento

Come sta il suo Emiliano?

Quest’anno per lui è stata una gestazione, un po’ come la durata delle riprese, otto mesi. Se non è una gestazione questa, poco ci manca (ride). In questa edizione assistiamo a un bel cambiamento e, attenzione, non farò nessuno spoiler, forse sto crescendo anch’io. Rispetto a come lo avevamo lasciato nella passata stagione, Emiliano è più fermo, rigido, più consapevole di se stesso e del percorso di crescita intrapreso, un pochino più maturo, anche se rimane il “pirla” di sempre, forse anche di più (ride).

Qual è secondo lei la forza della serie…

Ritornare ad Assisi è una meraviglia, la città ci accoglie sempre in maniera straordinaria, la gente viene apposta a salutarci, questo per me è già un unicum. Credo che in poche serie televisive succeda che le persone, anche straniere, riempiano pulmini per venire a vedere il set. È una serie molto pop, nella sua accezione più positiva, condivisa dalla coscienza collettiva. È una bella avventura, a me tutto questo piace molto. 

Ci dica la verità, come si vive nel Convento degli Angeli Custodi?

Non si sta poi così male in un convento, la mattina, ridendo e scherzando ti preparano la colazione, a pranzo è tutto servito, la sera ti rassettano anche la stanza… alla fine queste suore mi cacceranno (ride). Il Convento degli Angeli Custodi offre una bellissima compagnia! Devo fare i complimenti al casting che per i nuovi personaggi ha scelto attrici veramente molto brave. Il gruppo è davvero forte, solido, abbiamo “perso” una Elena Sofia Ricci che faceva da capocomico, però lo scettro, l’onore e l’onere è ora su Francesca Chillemi, che dovrà accompagnare queste ragazze per mano.

A Spollon piace “Che Dio ci aiuti” perché…

… come dice il nostro regista Francesco Vicario, un genio del settore, è l’equivalente italiano di “Friends”, un progetto che si basa solo sugli scambi umani, che ha bisogno di tempistiche narrative ed editoriali ben precise e si basa su modelli recitativi che richiamano la commedia all’italiana. È difficile essere pretenziosi, tutto deve essere semplice e veloce.

Valeria Fabrizi… Brontolo per rendervi felici

Ben ritrovata Suor Costanza…

Il brontolio di Suor Costanza alla fine è sempre buono. È una suora positiva, dà consigli a tutti, anche se non glieli chiedono, cerca sempre di impicciarsi di tutto, ma sempre a fin di bene. Quando si ha una certa età come lei, e come me, è facile dare dei consigli e in qualche modo i più giovani devono farne tesoro perché c’è l’esperienza della vita. Io mi arrabbio se non lo fanno (ride).

Perché tutti amiamo questa serie?

Dopo tutto quello che abbiamo passato in questi anni è proprio arrivato il momento di dire “Che Dio ci aiuti”! Nonostante tutto dobbiamo essere ottimisti, e io lo sono. Questa serie è un prodotto leggero e rilassante che, come spesso mi dicono, ci manda a letto felici e contenti. Le storie che raccontiamo sono ispirate alla realtà, alla fine vince sempre il bene, questo fa piacere e fa bene anche al pubblico. Anche i miei amici che vivono all’estero non vedono l’ora di vederla.

La ricetta della felicità…

Basta essere se stessi, io lo sono sempre, è un dono. Tutti mi vogliono bene, mi amano, me lo dimostrano e io mi sento appagata. Quando guardo indietro, a quello che è stato, non ho rimpianti e al futuro penso sempre con molta filosofia. Mi sento una persona molto fortunata, sono ancora qua che lavoro… i giovani non devono mollare mai, devono insistere e perseverare nei loro sogni.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.04

Binario 21

Posted on

GIORNO DELLA MEMORIA

La Senatrice a vita Liliana Segre, accompagnata da Fabio Fazio, conduce gli spettatori in un viaggio al Memoriale della Shoah della Stazione Centrale di Milano, per un evento televisivo esclusivo in onda venerdì 27 gennaio alle 20.35, in diretta su Rai1

NO WEB PREVIA AUTORIZZAZIONE Milano 23/10/2022 Trasmissione tv “Che tempo che fa” Nella foto: Liliana Segre e Fabio Fazio Ph. Matteo Di Nunzio / PIXONLINE

Da quel luogo nascosto, il Binario 21, il 30 gennaio del 1944 partì il treno che condusse la tredicenne Liliana Segre al campo di sterminino di Auschwitz, insieme ad altre 604 persone, fra cui suo padre Alberto, da dove fecero ritorno in 22. Ed è da quel sotterraneo che la Senatrice a vita, accompagnata da Fabio Fazio, riapre il cassetto della memoria al pubblico di Rai1 e ripercorre in diretta la storia di quella terribile giornata del ’44, per una testimonianza emozionante e personale, che diventa racconto civile collettivo. Un viaggio indietro nel tempo di 79 anni che si avvale anche di materiali fotografici, stampa e video dell’epoca, per rendere visibile a tutti un luogo normalmente invisibile e per ricordare una delle vicende più nere nelle pagine della storia dell’uomo e che non deve mai essere dimenticata. In diretta dal Binario 21, Liliana Segre racconta i momenti concitati che precedettero la sua deportazione, ricordando i luoghi simbolo della sua esperienza, dalla pietra d’inciampo dedicata al padre Alberto, morto nel campo di sterminio, e posta davanti a casa Segre, alla scuola elementare di via Ruffini a Milano che Liliana frequentava e dalla quale nell’ottobre del 1938 fu espulsa a causa delle leggi razziali, fino al carcere di San Vittore, penultima tappa di quel viaggio all’inferno, e dalla quale quel 30 gennaio del 1944 venne prelevata per essere condotta a forza su un vagone merci in quel sotterraneo oscuro, nascosto nelle viscere della Stazione Centrale di Milano, a pochi metri dal via vai quotidiano inconsapevole dei viaggiatori. “Binario 21″è realizzato da Rai Cultura in collaborazione con l’OFFicina. “Binario 21″è scritto da: Fabio Fazio, Arnaldo Greco, Piero Guerrera, Veronica Oliva e Francesco Piccolo, con la collaborazione di Stefano Faure, Giacomo Freri e Antonietta Zaccaro. Responsabile Casting Monica Tellini. Coordinamento editoriale Felice Cappa. Produttore esecutivo L’OFFicina Marcello Mereu. Produttore esecutivo Rai Eliana Mercieri. Capo progetto Luisa Pistacchio. Con la regia di Cristiano D’Alisera.

Continua a leggere il Radiocorriere Tv N.04