Edoardo? Lo conosco bene

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MATTEO PAOLILLO

Nella serie di Rai 2 è il rampollo della famiglia camorrista Conte. L’attore campano è tra i protagonisti più amati di “Mare Fuori” sin dalla prima stagione. Da mercoledì 15 febbraio in prima serata

Come ha vissuto il ritorno a “Mare Fuori” in questa terza stagione?

È stato un po’ come tornare a casa, questa volta con un po’ di malinconia in più perché nel cast c’erano dei grandi assenti e ho sentito la loro mancanza. E poi, per tutti noi, il regista Ivan Silvestrini è un punto di riferimento, è un po’ il padre di una grande famiglia. Nel cast sono arrivati nuovi ragazzi con cui abbiamo legato molto, si sono inseriti bene. Abbiamo passato tanto tempo con loro, soprattutto in casa, visto che è diventato abbastanza complicato girare tutti insieme per le strade di Napoli.

La serie come ha cambiato la sua vita?

Sono grato a “Mare fuori” per avermi dato l’opportunità di avere un ruolo da protagonista, sul quale ho potuto lavorare, che ho potuto approfondire. Ma il cambiamento vero è avvenuto con la messa in onda della serie, quando mi sono  confrontato con l’attenzione del pubblico, quando in strada hanno cominciato a riconoscermi. Trovarsi gli occhi addosso delle persone, che ti guardano come se ti conoscessero da sempre, non è mai semplice da gestire, all’inizio mi sentivo un po’ in imbarazzo, ma con il tempo ho trovato equilibrio.

Com’è cambiato, nel tempo, il rapporto con il suo Edoardo Conte?

All’inizio ci fu una fase di conoscenza, poi entrammo in sintonia. In questa terza stagione l’ho trovato un po’ in crisi. Da attore ho cercato di trovare qualcosa di nuovo in lui, sono andato a scavare sempre più a fondo. Ho conosciuto una parte più fragile di Edoardo, sta diventando adulto ma al tempo stesso vorrebbe restare ragazzo. Si trova a crescere e per lui non è facile.

Le è capitato di trovarsi in disaccordo con il suo personaggio?

Non posso mai approcciarmi a un personaggio prendendo le distanze da quello che è. Per me ha sempre ragione. Anche quando ha atteggiamenti nei quali non mi ritrovo, da attore cerco di capire. Diventiamo un po’ i loro avvocati difensori, anzi, andiamo oltre. L’avvocato difende, l’attore dà anche  corpo e voce. Edoardo ha il suo modo di pensare, agisce in rapporto a ciò che sente.

Cosa significa portare in scena Napoli?

Da salernitano è stata una bella sfida, ho cercato di osservare la città e le sue dinamiche, di capire la sua gente. Ho studiato l’atteggiamento delle persone, l’ho fatto per le strade come nei bar, ho ascoltato, trovando una città dai mille colori.

La sigla di “Mare fuori”, di cui è autore, è molto popolare tra tutti i telespettatori…

Anche tra chi non ha visto la serie (sorride).

Come sono nati testo e musica?

La musica accompagna da sempre la mia vita. Venivo da un lavoro approfondito sul personaggio di Edoardo, giravamo da circa un mese e un giorno, facendo la doccia, mi è uscito il ritornello. Ne parlai con il mio producer, che lavorò alla base, e così nacque la struttura poi riarrangiata da Stefano Lentini. Dopo qualche giorno, feci sentire la canzone ai ragazzi e a loro piacque, quindi arrivò al regista che mi disse che il brano sarebbe diventato la sigla della serie.             

Cosa ha imparato da questa esperienza?

Lo capirò meglio e lo metabolizzerò nel tempo. Ho sicuramente imparato che con il lavoro e con il sacrificio arrivano risultati che vanno anche fuori la nostra immaginazione. Ho imparato che il legame con gli altri attori, l’affiatamento di scena, è sempre positivo. E che la qualità fa la differenza.

Cosa c’è dentro al suo cassetto dei desideri?

Ci sono tanti progetti. Sto crescendo, ho voglia di raccontare anche nuovi personaggi, di trasmettere emozioni attraverso la musica. Spero anche di ritornare a teatro. Ma c’è soprattutto voglia di continuare a sognare.

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I casi di Teresa Battaglia

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FIORI SOPRA L’INFERNO

La profiler della polizia, già amata protagonista del romanzo omonimo di Ilaria Tuti, sta per incontrare il pubblico di Rai 1 e di RaiPlay nella serie in partenza il 13 febbraio. Il RadiocorriereTv ha incontrato la scrittrice, l’interprete principale, Elena Sofia Ricci, e il regista Carlo Carlei

Ilaria Tuti

Dal romanzo alla serie Tv, che viaggio è stato?

Un viaggio fantastico e molto fortunato, che mi ha cambiato la vita portando cose meravigliose. Il libro è nato da un personaggio, quello di Teresa Battaglia. Da lettrice sentivo il bisogno di raccontare una donna un po’ diversa da quelle che solitamente si trovano nei romanzi di genere. Ero abituata a leggere di donne giovani, molto belle e attraenti, che giocavano su questo potere di attrazione, e volevo proporne una diversa. Così è nata Teresa, commissaria di polizia quasi sessantenne, malata di diabete, fuori forma, per nulla attraente e che non fa nulla per esserlo, una donna che ha tanto da dire, come le donne mature che ho incontrato nella mia vita che hanno avuto tanto da dire e tanto da dare perché forti di un’esperienza eccezionale.

Teresa Battaglia porta con sé un grande segreto…

Nasconde un passato di dolore. Il thriller è un plot che ho usato per parlare di tante cose diverse, tra cui la violenza di genere, quella che si consuma dentro le case, nelle famiglie. Teresa è una donna che ha sofferto, che è stata abusata dal marito, che ha pagato un prezzo altissimo per essere libera e che si porta queste ferite dentro. Per raccontarle amo citare Alda Merini: queste ferite sono diventate un fuoco di dolore che in qualche modo le ha rese incandescenti e trasformate in amore per gli altri. Teresa usa la compassione per capire le vittime e per capire anche i carnefici.    

I telespettatori ritroveranno la stessa Teresa narrata dal romanzo?

Nel personaggio televisivo c’è tutta Teresa. Ci sono la sofferenza, la grandissima empatia, sono state rispettate e portate con grande bravura da Elena Sofia Ricci, che ha amato e capito il personaggio da subito, con grande intelligenza e sensibilità. Accettare di portare la compassione nella propria vita significa accettare anche di soffrire, perché compassione vuol dire sentire il dolore degli altri e farlo proprio. Ecco perché si chiama “Fiori sopra l’inferno”, da una citazione di Kobayashi Issa, importantissimo poeta giapponese del passato. Noi abbiamo dei filtri mentali che ci permettono, nella vita, di accantonare il dolore, le paure e andare oltre. Non vediamo l’inferno su cui tutti, chi più chi meno, stiamo camminando, ma vediamo i fiori sul terreno. Teresa va oltre, accetta di far cadere questi filtri per capire gli altri e vede l’inferno che c’è sotto. Si fa carico del dolore degli altri per aiutarli e per andare avanti.

Carlo Carlei

Com’è avvenuto il suo incontro con questa storia?

Per me è stata una storia d’amore che non si è realizzata immediatamente. Avevo letto il romanzo quando era uscito, mi era piaciuto tantissimo, volevo prendere i diritti ma erano già stati presi. Dopo tre anni, il progetto era di nuovo libero e quando l’ho saputo mi ci sono buttato sopra. È stato un incontro magico, sapevo già come adattarlo. Ho sempre pensato che potesse diventare una serie di grande successo, ci ho trovato tutti gli elementi necessari: un bel personaggio protagonista, due co-protagonisti tra loro agli antipodi ma che si integravano perfettamente, e quattro bambini di undici anni, elemento fondamentale per fare avvicinare la protagonista alla verità.

Chi è Teresa Battaglia?

Teresa, arrivata alle soglie dei sessant’anni, come tutti noi si porta dentro delle ferite che sono più o meno laceranti. La sua professione è fatta soprattutto di intuito, di perseveranza, di un’intelligenza sopraffina, che purtroppo vengono messi in pericolo da un’incipienza di Alzheimer, ancora agli inizi, ma che Teresa comincia a sentire proprio nel momento in cui sta affrontando il caso più spinoso della sua carriera. È fondamentale il timing di questo racconto: vediamo Teresa in difficoltà, fa affidamento a tutte le sue qualità per venire a capo di un caso terribile, quello di un serial killer che si aggira per le montagne e punisce adulti che in un certo senso si sono macchiati di un peccato capitale, che è quello di abusare l’infanzia.

Da regista cosa ha chiesto a Elena Sofia Ricci?

Più che chiederglielo io, la volontà, in questo momento della sua carriera, era quella di resettarsi, di fare tabula rasa di tutte le piccole sicurezze che a poco a poco si affastellano nel momento in cui fai un personaggio per tanti anni. La volontà di Elena Sofia era di calarsi nei panni di un personaggio che a poco a poco risente di uno sfasamento con la realtà. Lei è stata eccezionale, l’equivalente di un attore americano che usa il metodo Stanislavskij. Ha sorpreso tutti, non perché non conoscessimo il suo talento. Elena è un’attrice che ha vinto dei David di Donatello ed è una professionista esemplare.

Elena Sofia Ricci

Che tipo di rapporto ha avuto con il romanzo?

Quando inizialmente mi chiamarono per questo progetto confesso che non avevo letto i romanzi, ma me ne avevano parlato tante amiche. Mi sono sentita subito ignorantissima e mi sono precipitata, e mi sono innamorata come tutti di Teresa Battaglia. Ho capito perché Ilaria Tuti abbia avuto così tanto successo, in Italia e all’estero. Il personaggio è entusiasmante perché è diverso, controverso, ruvido, a tratti antipatico, virile, tranne con i bambini e con il killer. Esprime la sua parte più femminile quando ha a che fare con i bambini e con quell’omicida che deve essere stato un bambino ferito, con delle forti fragilità. Usa la sua mente, il suo cuore, per cercare di capire chi possa essere e trovarlo. L’altro tratto è l’altro mostro con il quale si trova a dover combattere, che non è più quello fuori di sé, ma la malattia della quale comincia a soffrire. Per una donna che ha scelto una solitudine quasi forzata, l’Alzheimer diventa un mostro difficile da combattere.

Nel nostro vivere scegliamo spesso di vedere i fiori e non l’inferno, come cammina Teresa?

Si cammina sull’inferno. A volte si decide di andarci dentro e di scoprirlo, altre, su questi ghiacci, si vede solo il riflesso del cielo o di un fiore senza andare in fondo. Teresa va in fondo, dopo avere conosciuto il suo di inferno. Sa bene di cosa parla, per questo è così capace di vedere e comprendere l’inferno altrui, di averne quasi cura. Chiaramente dovrà prendere il killer, dovrà capire che cosa è successo, ma lei va dentro.

La storia giusta al momento giusto?

Queste storie sono sempre giuste. Perché chi di noi non ha un inferno dentro di sé, chi non ha attraversato momenti bui, difficili? Il personaggio di Teresa è estremo, veramente spigoloso, duro. Si nasce soffrendo, si cresce soffrendo, è anche attraverso il dolore che si evolve nella vita.

La profiler della polizia, già amata protagonista del romanzo omonimo di Ilaria Tuti, sta per incontrare il pubblico di Rai 1 e di RaiPlay nella serie in partenza il 13 febbraio. Il RadiocorriereTv ha incontrato la scrittrice, l’interprete principale, Elena Sofia Ricci, e il regista Carlo Carlei

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A mio agio nella commedia

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FEDERICA PAGLIAROLI

Dalla borgata romana al convento di “Che Dio ci aiuti” su Rai 1. La sua Sara, che ha esordito nella settima stagione della serie, è già entrata nel cuore dei telespettatori. Al RadiocorriereTv l’attrice parla del suo personaggio: «Ho trovato piacevole la sua leggerezza, il suo voler essere libera» e del suo futuro extraprofessionale: «Voglio pensare anche alle cose più concrete della vita, come prendere la patente»

“Che Dio ci aiuti” porta da anni il sorriso nelle case degli italiani. Come è stato confrontarsi con il registro della commedia?

Quando scegli questo lavoro la cosa che ti auguri di più è di poter fare sempre cose totalmente diverse le une dalle altre. Mi è sembrato di essere stata molto fortunata perché il personaggio di Sara è bellissimo, sfaccettato, è un po’ una boccata d’aria fresca. Lei non ha sovrastrutture, è come la vedi. Certamente ha dei segreti, ha un passato oscuro, cose che si scopriranno verso la fine della stagione. Il desiderio di essere felice e la gioia di vivere la portano a nascondere il passato.

Cosa ha pensato di Sara alla prima lettura del copione?

I nuovi personaggi all’inizio erano molto caratterizzati, sono entrati a gamba tesa. Il pubblico ha capito da subito chi fossero. Sara è romana, un po’ eccentrica, ama curare la propria immagine, è un po’ naif, genuina. Io, essendo molto “pesantona” ho pensato che ci sarebbe stato molto da lavorare per lasciarmi andare (sorride). Poi, entrando nel personaggio, ho trovato piacevole la sua leggerezza, il suo voler essere libera.

Sara è una ragazza determinata, è un tratto distintivo che vi accomuna?

Lo vedo di più in lei, anche perché ha una storia diversa. Sara è orfana, ha dovuto trovare la forza in se stessa, non ha avuto una famiglia al suo fianco. La sua bellezza è data anche dalla sua determinazione. Anche io sono stata molto determinata per poter fare questo mestiere.

Come nasce la passione per la recitazione?

Da bambina i miei genitori mi portarono a vedere uno spettacolo musicale, era “Aggiungi un posto a tavola” di Garinei e Giovannini, e mi innamorai totalmente di ciò che vidi. A sette anni chiesi poi di fare teatro, ed ebbi la fortuna di incontrare un’insegnante pazzesca che mi ha cresciuta per un decennio quasi come una figlia, curando la mia artisticità. Dopo il liceo riuscii ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Amavo il fatto di poter essere lì con tante classi diverse, c’era chi faceva costume, chi fotografia, chi sceneggiatura. Stare in mezzo a quell’arte, a quell’aria di cinema, era pazzesco. Sono stati tre anni di grande crescita, artistica e personale, nonostante dal secondo anno in poi il covid abbia in parte condizionato le attività di gruppo, quelle più fisiche

Che significato ha la parola talento?

Ci si nasce, è una fortuna ma non una garanzia, da solo non basta, bisogna aiutarlo. È certamente importante ma deve essere sostenuto dal lavoro.

Per crescere un attore deve anche “rubare il mestiere” ai colleghi di maggiore esperienza, cosa le hanno insegnato Elena Sofia Ricci e Valeria Fabrizi?

Mi ha colpito il gioco. Elena Sofia e Valeria sono incredibili, fanno cose anche molto buffe senza giudicarsi. Al Centro Sperimentale ci dedicavamo per molte ore al “gioco dell’attore”, che per me era la cosa più difficile. Ci misi quasi un anno per sciogliermi e capire che cosa significasse. Con Elena ho fatto una delle prime scene, mi ha aiutato a lasciarmi andare. Valeria ha un’energia incredibile e mi ha trasmesso la felicità di fare questo mestiere, il nostro è un lavoro dinamico, ti consente di imparare ogni volta qualcosa di diverso.

Come ci si prepara a un nuovo personaggio?

L’approccio cambia di volta in volta, dipende da quali mie corde tocca, da quanto gli sono vicina o gli sono lontana. A volte vado più di empatia, altre cerco distacco. Nel caso di Emma in “Mental”(serie realizzata da RaiPlay) ho lavorato sulla sua forza, tenendo dentro l’emotività. Con Sara gli elementi sono invece quelli dell’esplosività, del gioco. Lei è energia pura.

Ha dei modelli ai quali si ispira?

Rubo. Ci sono attrici, penso a Kate Winslet, che insegnano in ogni loro film. Guardi la tecnica, il metodo, percepisci emozioni.

Un attore è chiamato a dare molto di se stesso, dove ricerca nuovi stimoli?

Quello di avere alti e bassi è un po’ il cliché degli attori, c’è il momento un po’ depressivo in cui pensi sia tutto fermo e c’è quello di euforia. La ricerca è sempre l’equilibrio. Mi sono data degli obiettivi e spero di mantenerli: voglio ricominciare a fare canto, danza, e poi le cose più concrete della vita, come prendere la patente, perché ancora non ce l’ho (sorride).

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A Sanremo è già domani

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Premiata dagli ascolti e dalla critica. La 73esima edizione del Festival vinta da Marco Mengoni ha visto i giovani ancor più protagonisti, sul palco e tra il pubblico. Secondo e terzo sul podio Lazza e Mr.Rain. A Colapesce Dimartino il premio della Critica “Mia Martini” e quello della sala stampa “Lucio Dalla”

SANREMO 07 FEBBRAIO 2023 1 SERATA DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA NELLA FOTO GIANNI MORANDI – AMADEUS – CHIARA FERRAGNI

Un Festival che legge il presente e guarda con attenzione al futuro, nei testi delle canzoni, negli stili musicali, nei momenti di spettacolo e di riflessione. Il quarto Sanremo di Amadeus conferma la solidità di un progetto che vede in campo l’intera Rai in piena condivisione con il mondo discografico. Obiettivo, mantenere il rapporto già consolidato con il pubblico televisivo, ed aprirsi sempre più nei confronti dei giovani, anche attraverso il web e i social media.  Perché la musica uscita dal Festival conquisterà le hit nel giro di pochi giorni per portarci fino all’estate e oltre. Il podio ben racconta come Sanremo abbia già imboccato una nuova via: sul gradino più alto Marco Mengoni con “Due vite”, quindi Lazza con “Cenere” e Mr. Rain con “Supereroi”. Nella cinquina che ha affrontato la sfida finale al televoto anche Ultimo, quarto con il brano “Alba”, e Tananai, quinto con “Tango”.  Assegnato dalla Sala Stampa il Premio della Critica “Mia Martini” alla canzone “Splash” di Colapesce Dimartino. A loro 29 voti dei giornalisti accreditati. Al secondo posto Gianluca Grignani con 23 voti, al terzo Coma_Cose con 11. A premiare i due musicisti siciliani anche la Sala Stampa “Lucio Dalla”. Il Festival 2023 ha conquistato sera dopo sera il pubblico televisivo, quello radiofonico e i tantissimi che hanno seguito la gara su RaiPlay. Nella serata conclusiva Sanremo ha avuto un ascolto complessivo di 12 milioni 256 mila spettatori con uno share del 66 per cento tra le 21.25 e l’1.59. La prima parte (21.25 – 23.54) è stata seguita invece da una media 14 milioni 423 mila spettatori, con uno share del 62.7 per cento. Il picco di ascolti si è registrato alle 22.01 con 15 milioni e 674 mila quando sul palco si esibivano i Depeche Mode. Grande anche il successo della piattaforma della Rai, la diretta streaming della serata conclusiva ha generato 2,6 milioni di visualizzazioni, in crescita del 26% rispetto al 2022. Boom di ascolti anche tra il pubblico giovane per tutti i programmi che nel corso della settimana hanno raccontato il Festival e i suoi protagonisti: da “Uno Mattina” a “Oggi è un altro giorno”, da “La vita in diretta” a “BellaMa” e a “Italia Sì”. «Il Festival di Sanremo ci ha raccontato un universo giovanile che sta attraversando una fase di dirompente fermento creativo – ha dichiarato Carlo Fuortes, amministratore delegato della Rai – ha fatto esprimere voci di una generazione che si è messa in movimento per crescere, per dimostrare di avere potenzialità enormi, per fare in modo che l’Italia sia sempre più protagonista in Europa e nel mondo con la musica e la cultura. Un patrimonio enorme che dobbiamo saper usare nella maniera migliore. Sanremo 2023 ha messo in scena questo patrimonio con un’ampiezza mai vista prima. Il numero dei cantanti che hanno partecipato al Festival, come concorrenti, come ospiti, come protagonisti di mille iniziative parallele è stato eccezionale. Perché quest’anno, come non mai, tutta la musica italiana è stata protagonista del Festival, con star di ieri e di domani che sono diventate, per una settimana, tutte star di oggi». Il ruolo della Rai si conferma fondamentale. «Il patrimonio costruito in oltre settant’anni di lavoro sta dando, ancora una volta, come e meglio di ciò che è accaduto nella storia del Festival, frutti notevoli per effetto del lavoro dell’Azienda, la quale ha sempre reso Sanremo uno dei punti centrali della sua programmazione» ha concluso.

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Presa diretta

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SERVIZIO PUBBLICO

Otto nuovi appuntamenti con le inchieste di Riccardo Iacona e della sua squadra. Da lunedì 6 febbraio alle 21.20 su Rai 3

Dal 6 febbraio, ogni lunedì, alle 21.20 su Rai 3, tornano le inchieste di “Presa diretta”. Otto nuovi appuntamenti per conoscere e per capire la realtà che ci circonda.

E’ cominciato un anno pieno di sfide da affrontare. “PresaDiretta”, con la sua ostinata voglia di approfondire e di raccontare, entrerà nelle questioni più attuali per provare a capire un mondo sempre più complesso: dalla guerra in Ucraina alla povertà che avanza, dalle urgenze dettate dal cambiamento del clima alla crisi della sanità pubblica, dalle crescenti tensioni tra le grandi potenze agli scandali che hanno investito l’Unione Europea. E poi ancora inchieste sull’acqua, il bene più indispensabile che però non basta più, sui social e gli algoritmi che si stanno prendendo la vita dei più giovani, sulla plastica trovata persino nel sangue umano,  sulla guerra dei chip e sul fatto che non possiamo più farne a meno.

“PresaDiretta” è un programma di Riccardo Iacona e di Cristina De Ritis, con la collaborazione di Giulia Bosetti, Lisa Iotti e   Raffaella Pusceddu.

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Cerco sempre l’autenticità

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RIKE SCHMID

Popolarissima nella sua Germania, con “Black-Out” ha conquistato il pubblico italiano nel ruolo di Claudia Schneider. L’attrice al RadiocorriereTv:  «Percorrere questa strada con Claudia è stato un grande viaggio interiore capace di darmi forza». E sul suo rapporto con l’Italia: «Conosco il Paese tramite il mio lavoro e mi connetto con le persone in modo diverso rispetto a come farei da turista, cosa che allarga immensamente il mio orizzonte»

Come ha vissuto l’incontro con il personaggio di Claudia Schneider?

Claudia è una donna con una personalità complessa: è diretta, energica e diligente, ma anche molto sensibile, empatica e accogliente. Aiutare gli altri è il centro della sua vita: lavora come medico d’urgenza. Questi medici lavorano in un costante clima di crisi e credo che non tutti sarebbero capaci di affrontarlo. Ammiro la sua forza e il suo coraggio, la sua empatia e il senso della giustizia. A rendere il personaggio di Claudia così interessante è il suo lato fragile. La vita nella protezione dei testimoni è molto dura e solitaria. Claudia cerca di vivere normalmente, specialmente per sua figlia, ma ha vissuto un grande trauma. Ecco perché diventa dipendente dai tranquillanti, non è in grado di affrontare il trauma e se stessa. Almeno non ora… Claudia è un personaggio molto profondo, un grande dono per me come attrice.

Nel sottotitolo “vite sospese” c’è forse la chiave di questo mistery-drama… cosa significa vivere “in sospensione”?

“Blackout” si apre subito con una tragica catastrofe. La normale quotidianità, in cui l’elettricità, il cibo, le cure mediche e le telecomunicazioni sono date per scontate, non esiste più. Quindi le vite dei protagonisti sono “in sospensione“. Questa crisi rivela anche la loro situazione interiore. Lottano non solo con il disastro naturale, ma anche con i propri limiti interiori e lati oscuri. Quindi le loro maschere cadono, a poco a poco… Penso che durante il periodo della pandemia abbiamo vissuto una situazione simile, una “vita in sospensione”. E per quanto terribile sia stato, abbiamo anche iniziato a mettere in discussione noi stessi e il modo in cui viviamo. Questa è, come per i nostri protagonisti, anche un’opportunità.

Una donna che si nasconde da chi la vuole morta e che, al tempo stesso, cerca la strada per rinascere… le è capitato di mettersi nei panni di Claudia?

Penso sia inimmaginabile ciò che una persona subisce nel programma di protezione dei testimoni. Perde la sua quotidianità, le sue relazioni, la sua identità. Claudia non dubita di aver fatto la cosa giusta e cerca di mantenersi in piedi per il suo senso del dovere. Per non spezzarsi reprime il suo trauma. E solo quando si trova con le spalle al muro è costretta a guardarsi dentro. Ricomincia a sentirsi se stessa, sente le sue paure, ma anche i suoi desideri. Paradossalmente, per Claudia la disgrazia della valanga diventa un’occasione per sentirsi di nuovo viva. Torna a fare il medico, occupandosi dei feriti e circondandosi di persone. In questo modo anche il suo cuore sembra trovare una nuova vita… Percorrere questa strada con Claudia è stato un grande viaggio interiore, capace di darmi forza.

La vicenda si svolge in Italia, che rapporto ha con il nostro Paese? Come è stato vivere le montagne del Trentino?

È molto arricchente poter conoscere l’Italia attraverso il mio lavoro. Mi immergo nelle storie che muovono il paese, politicamente e culturalmente, e mi connetto con le persone in un modo molto diverso rispetto a come farei da turista, cosa che allarga immensamente il mio orizzonte. Ho avuto la fortuna di vivere più a lungo in Sicilia qualche anno fa per il progetto “Maltese – Il Romanzo del Commissario”, per “Blackout” sono andata nel nord Italia. Il magico paesaggio delle Dolomiti, la montagna in generale ha un grande fascino. La montagna non si muove, resta lì, sempre. Eppure, cambia tutto attorno a lei, il tempo, le nuvole, i colori, la luce. La montagna non muta, pur non rimanendo mai la stessa… Una metafora meravigliosa per l’essere umano, per la vita stessa e anche per quella dei nostri personaggi.

Italia e Germania, due diverse “temperature” di approccio alla vita… cosa le piace del vivere italiano?

Vorrei cercare di non nominare alcun cliché (sorride). Ma hanno un fondo di verità: la luce calda, la gentilezza, la bellezza della natura dalle montagne al mare, la ricchezza culturale dell’Italia, sono tutte cose che rendono il mio cuore felice. E anch’io ho un cliché tedesco da offrire: mi piace cenare alle 18, i miei amici italiani lo trovano un po’ strano, ma le differenze rendono la vita interessante! Vivere uno scambio culturale e imparare gli uni dagli altri è generalmente un’esperienza meravigliosa.

Che cosa la attrae del nostro modo di raccontare la realtà attraverso cinema e serialità televisive?

Penso che le storie raccontate in televisione e al cinema siano fondamentalmente una chiave cruciale per comprendere un Paese, la sua mentalità, la sua gente e per provare empatia con loro. Ecco perché abbiamo tanto bisogno del cinema, ci connette. Abbiamo bisogno di storie che sondino le profondità delle nostre anime, in modo drammatico o umoristico. Soprattutto nel frenetico mondo moderno in cui siamo spesso costretti a nascondere i nostri veri sentimenti.

Che cosa abbiamo da imparare dal cinema del Nord Europa?

Secondo me è positivo che il Sud e il Nord Europa abbiano stili o firme narrative cinematografiche differenti, perché questo mostra la diversità e quindi la ricchezza dell’Europa. Forse sarebbe interessante raccontare insieme ancora più storie europee, per superare ulteriormente la separazione tra “Nord e Sud Europa”. Mi piace anche questo di “Blackout”: in questa situazione chiusa, attraverso i nostri protagonisti, si trova una sorta di piccola Europa. Ci sono gli italiani, una tedesca, una bielorussa, un francese e anche un ragazzo migrante dall’Africa. E tutti devono superare una crisi, insieme. Una metafora molto bella.

Che tipo di rapporto si è creato sul set con Alessandro Preziosi e Marco Rossetti?

Sono molto grata per questi due colleghi fantastici. Alessandro è un attore straordinario. Oltre a quella del suo personaggio, ha sempre una visione d’insieme concreta e totale. Ed è sempre alla ricerca della vera profondità del momento. Qualcosa che è molto importante anche per me: la verità di un momento. Tra i nostri personaggi, Giovanni e Claudia, c’è una forte attrazione, forse anche perché tra loro c’è un oscuro segreto. Ma non possono davvero parlarsi, soprattutto Giovanni non può mostrare il suo vero volto a Claudia. Qualcosa che genera una relazione delicata. Scoprire l’essenza del rapporto tra Claudia e Giovanni insieme ad Alessandro è stato un processo intenso e molto bello. Con Marco, senza esserci mai incontrati prima, c’è stata subito fiducia. È stato bello, visto che nella serie abbiamo una storia: Marco e Claudia hanno una figlia insieme e sono divorziati. È stato semplice creare con lui la familiarità  necessaria per portare sul set una relazione con un passato complicato. Lui è veramente meraviglioso, recita in modo molto intelligente e sensibile.

Si considera una donna coraggiosa?

Il mio coraggio non è dato dal fare bungee jumping o gli sport a rischio. Anche se, come attrice, ho dovuto camminare più volte sui tetti dei grattacieli nonostante la mia paura dell’altezza (sorride). Penso di essere relativamente forte dentro, coraggiosa nei rapporti con le persone. Non faccio giochi o tattiche. Mi mostro sinceramente, comunico i miei sentimenti, sostengo i miei errori e le mie debolezze. Inoltre, non ho paura dei sentimenti o dei difetti degli altri. Posso essere molto forte per qualcuno che sta soffrendo. Mi piacciono l’autenticità e la profondità per incontrarsi e conoscersi. Questo è essenziale nella vita.

Come si confronta con la paura?

Rifletto, chiedendomi se la paura abbia un’origine reale o sia una fantasia selvaggia nella mia testa. È così che decido se proteggermi meglio dalla paura o affrontarla. La paura è anche una sorta di indicatore che ci aiuta a valutare le situazioni. Ma a volte non ho tempo per pensare. Il lavoro di attrice mi presenta spesso sfide psicologiche e fisiche e non c’è tempo per riflettere. In questo caso assumo la prospettiva del ruolo, come uno scudo protettivo. Spesso è solo dopo una scena che mi rendo conto di quanto ero nervosa. Immaginare di essere qualcun altro non è un cattivo modo di affrontare la paura (sorride).

Ognuno di noi può trovarsi a vivere una situazione di black-out, come si reagisce?

Io cercherei di unirmi agli altri. Sono situazioni che si superano solo in gruppo. Bisogna aiutarsi, condividere e scaldarsi a vicenda. Un blackout del genere alimenta paure ed egoismo e trovo fondamentale rimanere solidali. Credo che molte persone agirebbero così. In situazioni di pericolo non si mostra solo il peggio delle persone, ma anche la loro bellezza e la loro capacità di aiutare e amare.

Che cosa le rimarrà di questo lavoro?

È stata un’esperienza molto speciale che ha lasciato molti ricordi e tracce nella mia anima. Nel mio cuore rimangono soprattutto le persone. Una ripresa a 3.000 metri in montagna è molto ambiziosa, abbiamo affrontato molte situazioni impegnative. Ogni volta porto con me anche un piccolo pezzo del mio ruolo. Claudia è una donna di una forza eccezionale, e penso che mi abbia fatto crescere anche come persona.

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Caffè Sanremo

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#SANREMO2023

Ospiti, canzoni, backstage, aneddoti e curiosità: un podcast daily con Gino Castaldo su RaiPlay Sound, dal 7 al 12 febbraio

Un podcast daily in 6 puntate da 15 minuti, presentato da Gino Castaldo, voce di Rai Radio2, per raccontare il Festival e curiosare nella Kermesse musicale più attesa dell’anno. Insieme a lui, come spettatori privilegiati, si potranno seguire gli estratti delle canzoni in gara, le esibizioni degli ospiti, i momenti migliori della serata, i retroscena e gli aneddoti più curiosi della settimana. Un racconto da un angolo speciale per trasmettere le emozioni del momento e tutte le imperdibili novità, come in una chiacchiera da caffè del giorno dopo.

“Caffè Sanremo” va alla ricerca dei luoghi e delle sonorità caratteristiche del Festival: dalla sala stampa, ai bar e agli alberghi, passando per il foyer dell’Ariston e il suggestivo lungomare, e attraverso la voce di Gino Castaldo vivere appieno la festa più cult del paese e le sue particolarità. Al centro del podcast di RaiPlay Sound anche i suoni della città in preparazione, le 28 canzoni, gli incontri con i diversi ospiti, i momenti più divertenti del backstage e quelli della diretta.

Il podcast Caffè Sanremo, è un daily di RaiPlay Sound in collaborazione con Rai Radio2, online dal 7 febbraio al 12 febbraio su https://www.raiplaysound.it e sull’app RaiPlay Sound, alla pagina https://www.raiplaysound.it/programmi/caffesanremo

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Fiori sopra l’inferno

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NOVITA’

Tratta dall’omonimo romanzo di Ilaria Tuti (Longanesi) la serie Tv con Elena Sofia Ricci, Gianluca Gobbi, Giuseppe Spata è diretta da Carlo Carlei. In tre serate, in prima visione su Rai 1 da lunedì 13 febbraio

Un piccolo paese di montagna. Paradiso apparente che nasconde tra i suoi vicoli silenzi e inconfessabili segreti. Un killer che si lascia alle spalle una efferata striscia di sangue per difendere un gruppo di bambini ignorati e maltrattati da chi dovrebbe proteggerli. “Fiori sopra l’inferno”, serie tratta dal romanzo omonimo di Ilaria Tuti (Longanesi), ci conduce in un luogo magico e misterioso, le Dolomiti friulane. Qui troviamo Teresa Battaglia (Elena Sofia Ricci) esperta profiler di quasi sessant’anni, arrivata dalla città assieme alla sua piccola squadra, la sua famiglia, nella quale si è appena insediato il giovane Ispettore Massimo Marini (Giuseppe Spata), in fuga da se stesso e dal proprio passato. Forte, tagliente e caparbia, trovare le risposte è il mestiere di Teresa. Ma cosa accade quando, a causa dei primi sintomi dell’Alzheimer, sono le domande a sparire? E se Teresa, il cacciatore, scopre di avere più di un motivo per empatizzare con la sua preda, pur non potendola assolvere in alcun modo? Le rarefatte atmosfere della montagna fanno da cornice alla prima avventura della protagonista che deve combattere due nemici: il killer a cui dà la caccia e il mostro che rischia di rubarle tutto ciò che ha, il suo intuito, la sua mente cristallina, i suoi ricordi, se stessa. «Sotto la neve di questo racconto invernale e con venature alla Stephen King – afferma il regista Carlo Carlei – pulsa il cuore caldo del tema della maternità, della fondamentale importanza che la presenza di una madre ha nella formazione della personalità degli esseri umani e degli effetti devastanti generati dalla sua assenza. L’elemento dark, rappresentato dalla presenza di un killer misterioso che vive nei boschi, viene controbilanciato nella storia dall’energia vitalistica di quattro ragazzini, ognuno alle prese con problematiche familiari diverse, che nel corso dell’indagine aiuteranno Teresa a mettere insieme i pezzi mancanti del complicatissimo puzzle. Madre mancata trent’anni prima per tragici motivi, instaura con i quattro bambini un rapporto di affetto e fiducia reciproci». In onda da lunedì 13 febbraio in prima serata su Rai 1.

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Vi aspetto sul palco più bello d’Italia

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#SANREMO2023

Direttore artistico e conduttore del Festival, Amadeus è pronto a dare il via alla gara: «Sono 28 canzoni che trovo bellissime, ognuna è diversa dall’altra, ognuna ha la propria personalità». E sul compagno di viaggio Morandi: «È una colonna non solo della musica, ma di tutto lo spettacolo»

Non c’è tre senza quattro. Insomma, di corsa verso l’Ariston… come sta andando questa cavalcata?

Non vedo l’ora di cominciare questa quarta avventura. Ogni Festival è a sé, ogni Sanremo ha la sua storia, i suoi protagonisti, i suoi interpreti, le sue canzoni. Devo dire che alla vigilia di questo evento c’è sempre una grande curiosità. La prima è quella di far ascoltare i brani al pubblico.

Partiamo dai 28 big in gara, c’è un fil rouge che lega gli artisti al Festival?

Forse i sentimenti: sono canzoni che trovo bellissime, ognuna è diversa dall’altra, ognuna ha la propria personalità. Ci sono diversi stili musicali, ma tutti i brani parlano d’amore, di sofferenza o di speranza, con testi molto belli. Ecco cosa lega questi 28 pezzi in gara: tanto amore.

Se un tempo la gara faceva paura oggi Sanremo è un palco desiderato anche dai più grandi. Cosa è cambiato?

Sanremo è cambiato e lo hanno capito anche gli artisti. Devo dire che i cantanti hanno accolto con gioia i miei inviti, ovviamente avendo un pezzo forte e un progetto discografico. Al Festival è importate esserci, certo, ci si rimette in gioco perché ci sono una gara e un vincitore. Ma ripeto, bisogna esserci per far ascoltare il proprio brano sul palco più importante della musica italiana, sul faro più potente che possa esserci per illuminare la canzone e l’interpretazione.

Il lavoro, le polemiche, i tanti nodi da sciogliere prima di arrivare alla diretta. Cosa la ripaga di questa fatica?

Sono abituato alle polemiche che fanno parte storicamente del Festival che rappresenta il nostro Paese. Il Festival permette a tutti, anche a chi fino a quel momento non ha avuto la possibilità di parlare, di avere una certa visibilità commentando la rassegna. Come è giusto che sia, tutti possono parlare o criticare Sanremo. Personalmente la vivo con serenità, lasciandomi scivolare tutto addosso, perché sono consapevole di quanto fatto insieme al mio gruppo di lavoro. Le polemiche lasciano il tempo che trovano, dico sempre che si spegneranno non appena inizia il Festival, che ha una potenza tale di fermare le chiacchiere per dare spazio alla musica che avvicina tutti.

Si guardi per un istante allo specchio e pensi a un complimento da dedicare a se stesso…

Di solito non sono uno che si guarda molto allo specchio e tendo a non farmi mai troppi complimenti. La soddisfazione arriva quando vedi canzoni che durano nei mesi, o addirittura negli anni, in radio. Altra bella soddisfazione è data dagli oltre 60 dischi d’oro che si sono aggiudicati i cantanti che si sono esibiti all’Ariston. Forse l’unico complimento che mi farei è quello di avere scelto bene le canzoni in gara, probabilmente anni e anni di lavoro in radio sono serviti a qualcosa.

Con lei sul palco una colonna della canzone e anche un ex conduttore del Festival, Gianni Morandi…

È un grande onore condividere il palco di Sanremo con Morandi. Lui è una colonna non solo della musica, ma di tutto lo spettacolo: è attore, conduttore, cantante. Gianni è una vera star, ma di grande umiltà e gentilezza. Stando al suo fianco durante una pausa caffè o una passeggiata, ti rendi conto perché è tanto amato dalla gente. E lui questo amore se lo merita tutto. È anche una persona divertentissima. Ripeto, sono onorato di stare al suo fianco”.

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Che Festival!

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#SANREMO2023

Sono le ventotto canzoni che da qui a pochi giorni rivoluzioneranno tutte le chart  nazionali e affolleranno le nostre playlist, brani che ci porteranno, successo dopo successo, fino all’estate. Martedì 7 febbraio in prima serata su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay, partirà la 73esima edizione della kermesse musicale più amata e attesa. Padroni di casa Amadeus e Gianni Morandi. Al loro fianco, sera dopo sera, Chiara Ferragni, Francesca Fagnani, Paola Egonu e Chiara Francini. E al termine della gara, da martedì a venerdì, sarà Fiorello, dal glassbox di via Asiago, a commentare nelle “notturne” di “Viva Rai 2”

Qualche ora ancora e il regista Stefano Vicario “staccherà” la prima inquadratura dal teatro Ariston, dando ufficialmente il via al 73° Festival della Canzone Italiana di Sanremo. I maratoneti Amadeus e Gianni Morandi hanno attraversato lo Stivale, portando in riviera un entusiasmo incontenibile e le 28 proposte musicali che ci faranno cantare e ballare nei prossimi mesi. Sanremo una città in festa, dall’Ariston, cuore della sfida canora, alle sale stampa del Casinò e del Palafiori, senza dimenticare la coloratissima Piazza Colombo, con il grande palco esterno che ospiterà i concerti aperti al pubblico (Piero Pelù, Francesco Renga e Nek, Achille Lauro, Annalisa e La rappresentante di lista), e il green carpet di via Matteotti, sul quale sfileranno ospiti e artisti in gara. Cinque gli appuntamenti in diretta su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay, da martedì 7 febbraio a sabato 11, quattro le co-conduttrici, compagne di viaggio attesissime dal tele-pubblico: Chiara Ferragni (la vedremo nella serata di apertura e nella finale), Francesca Fagnani, Paola Egonu e Chiara Francini. Canzoni ed emozioni il menù, ricercatissimo, delle serate. E tra una portata e l’altra, nel segno della tradizione sanremese, non mancheranno gli ospiti, annunciati dal direttore artistico Amadeus, nome dopo nome, fino a poche ore fa: ecco quindi crescere l’attesa per i Black Eyed Peas e per i Depeche Mode, per Mahmood e Blanco, che apriranno l’edizione 2023 e per i Maneskin, che proprio dal palco di Sanremo hanno spiccato il loro volo mondiale. Il Festival sarà anche momento di celebrazione della grande musica italiana, con le esibizioni di Al Bano e Massimo Ranieri, Peppino Di Capri e Gino Paoli, Ornella Vanoni e i Pooh. Sanremo grande festa popolare, Sanremo casa della musica d’autore, Sanremo fucina di nuovi stili e tendenze: il Festival è tutto questo e molto di più. Ospiti musicali e non solo, a calcare il palco dell’Ariston anche i protagonisti delle serie più popolari della Rai, da Elena Sofia Ricci al cast di “Mare fuori”. A raccogliere il testimone da Amadeus, alla fine di ogni serata di gara, saranno Fiorello, Biggio e il loro scoppiettante cast, con quattro puntate speciali di “Viva Rai2… Viva Sanremo!” (ma su Rai 1) in diretta dal glassbox di via Asiago a Roma. Quarantacinque minuti di notizie, curiosità dall’Ariston, collegamenti conditi dall’inconfondibile ironia dello showman siciliano. A raccontare il Festival, insieme ai telegiornali e ai tanti programmi della Rai che per l’occasione si trasferiranno nella Città dei fiori, anche il portale Rainews.it con una narrazione web molto innovativa: Rai News Interactive Storytelling.

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