Il Metodo Fenoglio

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Una vicenda epica, un protagonista, che crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Da lunedì 27 novembre, in prima serata su Rai 1, Alessandro Casale dirige la nuova serie crime con Alessio Boni

25 ottobre 2023 IL METODO FENOGLIO

“Il Metodo Fenoglio” racconta una vicenda epica nella storia italiana con toni intimi e delicati, un viaggio all’interno di una “zona grigia” dove diventa difficile, se non impossibile, distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.   Il maresciallo piemontese Pietro Fenoglio si muove nella Bari degli anni Novanta, è uno degli esponenti di spicco del Nucleo Operativo dell’Arma dei Carabinieri, dotato di acuto istinto investigativo e spinto nelle sue azioni da un profondo rispetto per la legge e la verità, anche quando la sua apertura umana nei confronti dei criminali lo porta in diretto conflitto con i superiori. Durante le sue ultime indagini Fenoglio ha cominciato a nutrire un sospetto che lo sta ossessionando. È, infatti, convinto che la criminalità locale non sia più composta solo da un manipolo di bande rivali, ma che sia nata una vera e propria mafia barese. Eppure, le sue indagini personali non trovano ancora riscontri pratici e vedono l’opposizione del suo superiore, il colonnello Valente. Nei giorni successivi all’incendio doloso del Teatro Petruzzelli, cuore pulsante della città di Bari, la tensione è alle stelle: agguati, uccisioni e casi di lupara bianca creano un clima di terrore che rende impossibile la vita in città. E Fenoglio non riesce a decifrare le ragioni di quell’esplosione di violenza senza precedenti. Fino a quando non emerge un fatto inatteso e sconvolgente: il figlio di Nicola Grimaldi, il boss più potente e spietato del territorio, è stato sequestrato. Durante le indagini svolte in collaborazione con l’appuntato Pellecchia, i cui modi spicci si scontrano con l’atteggiamento legalitario del suo superiore, e guidate dalla scontrosa e carismatica PM Gemma D’Angelo, Fenoglio vuole vederci chiaro. Scopre che il boss ha pagato un riscatto per riavere suo figlio, ma che il bambino non è mai tornato a casa.
I sospetti di tutti si concentrano su Vito Lopez, ex braccio destro del boss Grimaldi: la fortissima amicizia che li ha legati per anni è ormai entrata in crisi e si è risolta in una lotta fratricida e mortale. Ma è davvero Lopez l’artefice della faida, oppure è solo un ennesimo capro espiatorio in una guerra criminale senza vincitori né vinti? Una domanda che tormenta Fenoglio, mentre sul livido orizzonte delle vicende nazionali si consuma l’attacco di Cosa Nostra al cuore dello Stato con i massacri mafiosi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle rispettive scorte. La risposta arriverà da un’indagine diversa da tutte le altre, che porterà a scoprire una verità sorprendente.

Alessandro Casale, regista 

Trasporre per immagini in una serie televisiva il romanzo di Gianrico Carofiglio “L’estate fredda” è stato un grande privilegio e allo stesso tempo una sfida elettrizzante. Il mio obiettivo è stato ricostruire il più fedelmente possibile le atmosfere che caratterizzavano Bari, capoluogo pugliese, teatro delle vicende criminali dei primi anni ‘90 del secolo scorso che si dipanano nella serie. Una città in cui il nostro protagonista affronta importanti e delicate indagini nei mesi più caldi della lotta alla criminalità organizzata italiana di quegli anni. Pietro Fenoglio è un personaggio raro, crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Per accompagnare il Maresciallo nelle sue complesse indagini ho scelto attori e ambientazioni estremamente legati al territorio, atti a rendere la sua attività investigativa assolutamente credibile, una scelta, per me, necessaria per calare gli spettatori nella cruda realtà di quel periodo. Ho scelto una grammatica di ripresa classica, elegante e decisamente cinematografica per impreziosire questo racconto anche con accenni epici, avvalendomi della collaborazione di ottimi capi reparto artistici per restituire il sapore e il calore della realtà barese di quell’epoca, così affascinante e controversa.

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Diabolik, chi sei?

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Nelle sale dal 30 novembre il terzo capitolo della saga diretta dai Manetti bros. Con Giacomo Gianniotti, Miriam Leone e Valerio Mastandrea

Chi è veramente Diabolik? Le sorelle Giussani nel marzo del 1968, a cinque anni dalla pubblicazione del primo numero del leggendario fumetto, provarono a rispondere a questa domanda, scrivendo e poi pubblicando quello che probabilmente è l’albo del Re del Terrore più famoso di sempre: “Diabolik chi sei?”. «Dopo due film, e qualche anno di completa dedizione al nostro antieroe preferito, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di prendere il toro per le corna e di far diventare un film il mitico albo del ’68 – affermano i Manetti bros. –
Le Giussani, con la capacità di suggestione che le ha rese tra le autrici di fumetti più importanti d’Italia e probabilmente del mondo, sono riuscite, ancora una volta, a trovare la quadra magica, a spiegare il personaggio e le sue origini senza veramente spiegarlo o, quantomeno, senza svelarlo completamente, lasciandolo misterioso e affascinante». Un lavoro che trasferisce al cinema la suggestione dalla pagina disegnata. «Nel primo film abbiamo raccontato Diabolik dal punto di vista di Eva Kant, la donna che si innamora di lui e che affiancandolo lo completerà – proseguono i registi – nel secondo attraverso quello dell’ispettore Ginko, l’uomo che gli dà la caccia e alza costantemente il livello della sfida. Nel terzo film abbiamo deciso di raccontare Diabolik dal punto di vista di Diabolik stesso. Chi è Diabolik? E soprattutto: il Re del Terrore è completamente conscio delle sue origini e della sua misteriosa identità? Da lettori abbiamo visto Diabolik attraversare gli anni con quella capacità magica, che hanno sempre i fumetti, di restare identico, e apparentemente della stessa età, mentre passano i decenni. Abbiamo voluto mettere anche questa caratteristica nel film, facendo un balzo in avanti di un decennio».  Dopo gli anni 60 del primo e del secondo capitolo, la pellicola ci porta improvvisamente negli anni 70. Scenografie, costumi e fotografia sono cambiati in modo piuttosto radicale: dalla fredda razionalità ed eleganza che caratterizza gli anni 60, il passaggio alla follia eccentrica e rivoluzionaria del decennio successivo, cosa che ha dato un taglio completamente diverso al film, anche dal punto di vista cinematografico e di ritmo del racconto. «Se non bastasse, – aggiungono i registi – nella seconda parte, quando raccontiamo la sorprendente infanzia di Diabolik, abbiamo fatto un tuffo in dei non ben definiti anni 40, cambiando ancora una volta lo stile, in maniera ancora più repentina, passando a un immaginario espressionista rigorosamente in bianco e nero».  «Il terzo film è pieno di canzoni e di straordinarie interpretazioni di grandi cantanti italiani e non – concludono i Manetti bros. –  Per il brano dei titoli di testa, dopo l’oscurità di Manuel Agnelli e l’eleganza di Antonio Diodato, siamo passanti al funky frizzante e stiloso dei Calibro 35 in coppia con Alan Sorrenti. Questa canzone rappresenta la profonda differenza di questo film rispetto ai precedenti».  Nel cast di “Diabolik, chi sei?”, coprodotto da Rai Cinema, ritroviamo Giacomo Gianniotti (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant) e Valerio Mastandrea (Ginko). Nel cast anche Monica Bellucci (Altea), Pier Giorgio Bellocchio (Sergente Palmer) e Chiara Martegiani (Elisa Coen). «Già durante il primo incontro, con i Manetti avevamo scelto a quale albo si sarebbe ispirato il terzo film della saga – afferma la casa editrice Astorina – Non soltanto perché il più amato dai lettori, non soltanto perché il più ristampato (a grande richiesta), non soltanto perché affascinava tutti e tre l’idea di trasferirlo dalla carta alla pellicola… ma soprattutto perché eravamo certi che il pubblico delle sale, dopo aver visto il Re del Terrore un paio di volte in azione, si sarebbe chiesto: Diabolik, chi sei?. Lo stesso era successo tanti anni fa ai lettori del fumetto e all’epoca le sorelle Giussani avevano risposto con poche informazioni e molti misteri sul passato del loro personaggio. Lo stesso vale per il terzo film, come i precedenti rispettoso della storia da cui è tratto, che ha scelto come simbolo lo sguardo inquietante della pantera nera. Come fece il fumetto».

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Basta!

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Una panchina rossa in tutte le trasmissioni della Rai, il nastrino rosso nei loghi delle reti Tv, uno spot per invitare tutti, e in particolare gli uomini, a riflettere sul tema, un promo per “correggere” i luoghi comuni sessisti e la sede di Viale Mazzini, a Roma, illuminata di rosso. La Rai è scesa in campo con forza e determinazione nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

La televisione e la radio, RaiPlay e RaiPlay Sound. I vertici aziendali, gli artisti, i giornalisti, le maestranze. La Rai, unita, ha fatto di sabato 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la propria bandiera. «La violenza di genere è la più drammatica e visibile piaga di una cultura della non parità che viene da lontano – afferma la Presidente Rai Marinella Soldi – Rai, come prima azienda culturale del Paese, deve essere protagonista di racconti che promuovano la ricchezza della diversità, della parità di opportunità e di una raffigurazione femminile moderna, reale e aspirazionale, specialmente per i giovani. Per questo, oltre alla campagna contro la violenza sulle donne, il Servizio Pubblico si impegna in progetti concreti per favorire la partecipazione delle donne e per premiarne il merito e le competenze: No women no panel, sui territori, e 50/50 nei nostri contenuti. La Rai oggi, come sempre nella sua storia, è determinante per il progresso sociale e culturale del Paese».

In onda un palinsesto articolato che ha attraversato, nel segno delle donne e contro la violenza di genere, tutti i canali radiofonici, televisivi, digitali e social. Per l’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, «la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata l’occasione per il Servizio Pubblico di ribadire il proprio impegno a combattere e a vincere a tutti i costi una battaglia che è prima di tutto di civiltà, di rispetto della dignità, di rifiuto convinto e senza sconti di ogni forma di violenza, anche la più subdola. La Rai è stata totalmente coinvolta, per estirpare, senza se e senza ma, una piaga indegna del nostro Paese. Lo ha fatto assumendo come simbolo, nelle sue trasmissioni, la panchina rossa, per ricordare il colore del sangue femminile versato, che interpella ciascuno di noi. Lo ha fatto tingendo dello stesso colore i loghi di tutte le reti e l’esterno di Viale Mazzini, a Roma. La programmazione tv, radio e digital dedicata alla Giornata; gli spot, in onda più volte durante il giorno: uno per cancellare i luoghi comuni sessisti, l’altro per invitare soprattutto gli uomini a riflettere sulla violenza. Perché la violenza contro le donne è un orrore da cancellare».

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Nella vita di Donatella

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AMBROSIA CALDARELLI

«Ho sentito il peso della responsabilità, ma anche la consapevolezza di vivere una opportunità importante. Mi sono sentita molto fiera di avere avuto la possibilità di interpretare una donna che, seppure nel dramma, ha contribuito a un cambiamento epocale nella società italiana» racconta al RadiocorriereTv la giovanissima attrice, protagonista con Greta Scarano di “Circeo”, il martedì in prima serata su Rai 1

Quanta fatica c’è stata per entrare nei panni di Donatella Colasanti, una donna che ha avuto un vissuto così pesante?

Dal punto di vista emotivo è stato un viaggio davvero impegnativo, non potevo mai perdere di vista il rispetto verso una persona realmente esistita. Non ho avvertito fatica, certamente sentivo il peso della responsabilità, ma anche la consapevolezza di vivere un’opportunità importante. Mi sono sentita molto fiera di avere avuto la possibilità di interpretare Donatella Colasanti, una donna che, seppure nel dramma, ha contribuito a un cambiamento epocale nella società italiana.

Dal provino al set, che esperienza è stata “Circeo”?

Ricordo che avevo mandato un video per partecipare ai provini, senza però pensarci più di tanto. Mi hanno richiamato per vedermi dal vivo, per un provino con il regista, e mi sono resa conto che per questo ruolo stavano provinando tantissimi ragazzi. Più andavo avanti nella selezione, più mi rendevo conto che mi stavo affezionando alla storia. Alla fine, ho cominciato anch’io a credere che avrei potuto farcela. E così è stato. Alla mia carriera auguro di prendere parte sempre di più a progetti come “Circeo”, una tappa importante del mio percorso professionale.

Quali sono state le indicazioni del regista per entrare nella vita di Donatella Colasanti?

Sono stati mesi molto intensi sul set, il regista Andrea Molaioli mi ha lasciato molta libertà, si è sempre preso cura di me, aveva a cuore la mia opinione sulle scene, mi chiedeva sempre come volessi raccontarle. Sono stata seguita e sostenuta passo dopo passo sia da Andrea che da Greta, da loro ho ricevuto molti consigli, non solo a livello attoriale, ma su come affrontare il lavoro dal punto di vista emotivo. Tutto questo è stato fondamentale, mi ha tranquillizzato molto.

Spesso si accusano le donne di non fare squadra, Greta Scarano ha invece parlato di “sorellanza”…

Con Greta non abbiamo avuto bisogno di dire niente, è stato tutto naturale. Il carattere di entrambe ha reso possibile stringere un legame molto stretto tra noi, che ha certamente permesso di rendere veritiero il rapporto tra Donatella e Teresa. Quando nella vita reale si va d’accordo, il resto va da solo…

Una serie al femminile…

Lo sguardo femminile è presente ovunque nella serie, a partire dalla sceneggiatura. Raccontiamo il movimento femminista e la sua capacità di scendere in campo e lottare per i diritti delle donne, la stessa Donatella non rinunciare alla sua battaglia, e la sua avvocata, Teresa Capogrossi, porta la voce delle donne nelle aule dei tribunali.

Conosceva la storia del massacro del Circeo e quello che è accaduto dopo?

Vivendo a Roma ne avevo sentito parlare anche dai miei genitori, ma non sapevo molto di Donatella Colasanti. La serie mi ha dato l’opportunità di conoscerla, di entrare nella sua vita, nelle sue emozioni. Ha fatto una scelta forte, nonostante tutto quello che le era capitato, è andata avanti, non come una vittima o una sopravvissuta, ma come una persona che voleva giustizia. Ha sempre combattuto in prima persona, dentro e fuori dai tribunali.

Una ragazza così giovane…

…così coraggiosa. La sua forza mi ha colpito molto, mentre tutti le consigliavano di lasciar perdere, lei che era una “sempliciotta” di borgata, ci ha messo la faccia e il suo coraggio ha cambiato la storia italiana. Spero che il pubblico voglia vedere la serie, che i giovani possano comprendere il valore di storie come quella di Donatella, così drammaticamente attuale. Questa donna è un esempio per tutte le donne, il suo gesto ha insegnato che, di fronte alla violenza, ai soprusi non bisogna far finta di niente, si deve rispondere, si deve lottare per affermare se stesse e non farsi mai dire cosa si può o non può fare.

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La forza di una passione

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Antonella Clerici

Con “The Voice Kids” tornano su Rai 1 le voci (e le storie) di bambini e ragazzi.  La conduttrice al RadiocorriereTv: «Ormai il talento è precoce, già a 13, 14 anni i giovani sanno quello che vogliono e hanno gusti musicali ben definiti, autonomi da quelli dei loro genitori». In giuria la new entry Arisa, Loredana Bertè, Clementino e Gigi D’Alessio. Dal 24 novembre in prima serata

I suoi bambini, i suoi ragazzi tornano in scena con “The Voice Kids”, che edizione sta preparando?

Una bella edizione perché ci sono dei veri talenti. Ormai il talento è precoce, accade nella musica come nello sport. Vedi ragazzini di 13, 14 anni che non dico sappiano già che cosa vogliono, ma che hanno sicuramente passioni ben definite. Sono tutti ragazzi che amano la musica, che vanno a scuola di canto, che hanno una famiglia musicale. Hanno magari il papà che suona o la mamma che canta, per hobby, perché nessuno di loro ha genitori famosi. Hanno un talento naturale, che in alcuni di loro è già pronto e che in altri casi deve ancora essere coltivato. Mi piace molto fare questo programma, dove sono di casa gentilezza e rispetto, credo che sia un appuntamento giusto per le famiglie, penso che anche l’inserimento di Arisa, che si unisce ai giurati storici, sia perfetto.

Il talento lei l’ha sempre fiutato…

Moltissimi dei miei bambini di “Ti lascio una canzone” oggi lavorano nel mondo della musica, e non parlo solo del Volo, ma di chi sta dietro le quinte. C’è chi fa il produttore musicale, come Mattia Lever, chi fa il pianobar, chi insegna musica. Pochi giorni fa ho incontrato Ilaria Mongiovì, che ha preso parte recentemente a “Tale e Quale”. Penso di avere lasciato in loro un buon ricordo. È bello vedere che le note di questa gioventù rimangono a disposizione di tutti e che, a prescindere dal successo, hanno continuato a coltivare la propria passione. C’è chi suona il pianoforte, chi la batteria. Suonare uno strumento è importantissimo, perché come dice Gigi D’Alessio ti rende indipendente, ti dà la possibilità di comporre la musica quando hai l’ispirazione.

Bambini e anziani, che cosa hanno in comune?

Tantissimo, innanzitutto perché bambini e anziani stanno bene tra loro: i nonni tornano un po’ bambini e i bimbi si affidano a una persona grande. Quando sei piccolo i nonni sono il tuo mondo. Sono due età della vita che amo molto. L’inizio, in cui tutto è possibile, e il secondo tempo, in cui i giochi sono fatti. Quando sei “senior” e sali sul palco vivi quell’esperienza come fine a se stessa.

Cosa può dare Arisa, con il suo sorriso, con la sua energia, alla narrazione di “The Voice Kids”?

Intanto il suo lato bambino. Lei è un po’ un cartoon (sorride). E poi ci sono le sue canzoni che sono amatissime dai più piccoli, sono tantissimi i bambini che ai provini portano “La notte”. Arisa si è integrata perfettamente nel gruppo di lavoro, sia con Loredana che con Gigi e Clementino, e questo è importante per la resa del programma.

Regala un aggettivo o un pensiero per ognuno dei giurati?

Loredana è una ragazza rock con uno spirito indomito. Dietro alla sua scorza si nasconde una donna molto dolce. Clementino è la follia, l’eccesso, la simpatia. Gigi è il musicista, è romantico. Lo prendo spesso in giro perché sciorina frasi da Baci Perugina. Arisa è suadente, delicata, anche con i bambini.

Prima “Ti lascio una canzone”, oggi “The Voice Kids”, cosa le hanno insegnato i ragazzi?

Tantissimo. Iniziai “Ti lascio una canzone” che non ero ancora mamma e lo diventai un anno dopo. Per me fu importante anche come allenamento, per capire come erano i bambini. Da allora a oggi, a quindici anni di distanza, ho notato un grande cambiamento tra i ragazzi: ascoltano più musica, sono molto più consapevoli. Una volta i gusti musicali dei bambini erano un po’ quelli degli adulti, oggi chi viene a “The Voice Kids”, ha gusti musicali molto precisi. I bambini hanno le loro classifiche, le loro playlist, accedono alla musica in modo diverso da come avveniva un tempo.

Se fosse stata una cantante con quale brano le sarebbe piaciuto arrivare al successo?

Sicuramente con una canzone di Mina, un mito assoluto della musica, una vocalità straordinaria. Amo molto, da sempre, anche Lucio Battisti, che per di più oggi sta ritornando molto di moda tra i ragazzi.

Qual è la parola che più racconta la sua carriera?

Eclettica. Credo di essere, tra i conduttori, quella che ha fatto più cose diversificate, più titoli in assoluto, nel prime time e non solo. Ho fatto anche tante sperimentazioni assumendomene i rischi.

C’è un tassello che ancora manca a un puzzle così bello e colorato come è la sua carriera?

Direi di no. Ho fatto tutto (sorride).

Lei è una donna felice?

La felicità è un attimo, e di attimi ne ho avuti tanti. La serenità è più un equilibrio, che è quello che spero di avere raggiunto.

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È la complessità, bellezza

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FRANCESCO GIORGINO

Un viaggio nel mondo e nei mondi, un giornalismo che racconta ciò che siamo per restituirci la proiezione di ciò che saremo. Perché, in “XXI SECOLO, quando il presente diventa futuro”, alto e pop si incontrano e convivono in una narrazione non scontata e accessibile. Da lunedì 20 novembre in seconda serata su Rai 1

“XXI SECOLO, quando il presente diventa futuro”, un programma che vuole raccontare la contemporaneità con lo sguardo rivolto al futuro. Un obiettivo che può apparire ambizioso, da dove si parte?

È ambizioso perché bisogna cambiare sicuramente il metodo di analisi delle notizie e dei fatti, però è doveroso, soprattutto per il Servizio Pubblico radiotelevisivo, ed è sfidante farlo sulla prima rete generalista. Siamo incoraggiati dal fatto che è sicuramente l’attualità il punto di partenza di ogni ragionamento, non è semplicemente la delineazione di scenari futuri, possibili o probabili che siano, né è soltanto la forza dell’anticipazione degli eventi. C’è anche una forza che deriva dal radicamento ai fatti, così come si sviluppano nell’ambito dell’attualità quotidiana, italiana e internazionale, in più generi, dalla politica agli esteri, dall’economia alla cronaca, alla società, all’ambiente.

Con una forte sensibilità verso i dati empirici…

È sfidante, sicuramente ambizioso, ma partiremo sempre dalla realtà: da evidenze manifestate. Useremo i dati, le statistiche per spiegare temi, fenomeni, i dati più autorevoli, accertati, in modo da non sbagliare nella segnalazione dei trend. Mi avvarrò sempre della collaborazione di esperti per inquadrare il tema. Ci sarà spazio per la parte dell’analisi, per quella dell’opinione e dell’interlocuzione con i decision-maker, coloro che hanno la responsabilità della gestione dei temi, prevalentemente rappresentanti del mondo politico-istituzionale.

Il mondo e la nostra vita stanno cambiando con una velocità eccezionale, cosa deve fare l’informazione per rimanere al passo?

Deve munirsi di chiavi interpretative nuove, che sappiano osare ed essere interdisciplinari dal punto di vista metodologico. L’era post-moderna, come dicono gli studiosi di scienze sociali, è quella della iper comunicazione, ma è anche l’era della iper complessità. La complessità dei fenomeni, dei temi, non la affronti con chiavi interpretative vecchie, del passato, ragionando per settori che non riescono a essere interconnessi tra loro. Devi collegare i puntini.

La complessità non deve fare paura…

Io aggiungo, è dovere del Servizio Pubblico raccontarla. La sfida di questo programma, oltre che anticipare possibili sviluppi dei fatti, è quella di spiegare in modo molto semplice questioni che sono oggettivamente complesse, che non possono essere ridotte alla logica tipica della comunicazione post-moderna che è quella della polarizzazione, del bianco e nero. Tra il bianco e il nero c’è il grigio, c’è la complessità e noi dobbiamo provare a raccontarla. Utilizzeremo tre linguaggi: i dati, il talk in modalità one to one, e i reportage sul campo.

Negli ultimi anni abbiamo capito ancora di più come ciò che accade fuori dai nostri confini ci riguardi da vicino, pensiamo al covid, ai conflitti alle porte dell’Europa. Di ciò che accade sul Pianeta conosciamo solo una minima parte, c’è il rischio di altre brutte sorprese?

Dobbiamo andare oltre. Fermarci in superficie ci fa comprendere soltanto una parte minima della complessità a cui facevo riferimento. Abbiamo due guerre che non sono slegate tra loro, che vanno lette in una logica di correlazione reciproca. Abbiamo una geopolitica che impatta sulla geoeconomia e abbiamo una geoeconomia che condiziona in modo sensibile, forte, la stabilità o la destabilizzazione del quadro politico internazionale. Il tema del conflitto va letto in chiave politica, economica, sociale, religiosa, culturale. Normalmente il giornalismo d’approfondimento, quello dei telegiornali, del web si incentra sulla prima e sulla seconda domanda: Che cosa sta accadendo? Perché sta accadendo? Qui invece si vuole provare a raccontare gli sviluppi avventurandosi su percorsi, sentieri che sono chiaramente probabilistici o possibilistici, ma sempre partendo da quelli che sono i dati della realtà. Tutto questo con il linguaggio e i tempi della televisione. La contaminazione di linguaggi è il modo migliore per tenere insieme l’esigenza dell’approfondimento e l’essere pop, popolari. A volte diamo per scontato che il pubblico conosca il significato di alcune definizioni, credo che si debba cominciare dall’inizio, soprattutto da termini che entrano a far parte del linguaggio corrente ma di cui non si conosce il significato vero e proprio.

Hai scelto la formula del faccia a faccia, forse non ti piacciono i salotti rumorosi?

Diciamo che ce ne sono troppi (sorride). Non avrebbe avuto senso rifare le stesse cose che fanno gli altri, peraltro dalla mattina alla sera tardi. Provo a far parlare ospiti che hanno la responsabilità del tema: politici di livello elevato, anche dal punto di vista istituzionale, rappresentanti del governo, dell’opposizione, amministratori delegati delle grandi aziende, esponenti della società civile, del mondo della cultura, dell’arte, dello sport. Soprattutto quando questi ultimi hanno delle storie di futuro da raccontare. Vorrei provare, nel mio piccolissimo, a cambiare un po’ la narrazione su questo Paese. Ci sono molte più cose positive di quanto noi non pensiamo e bisogna aiutare il pubblico a capire quello che sta avvenendo. Il punto di ricaduta sarà sempre il racconto dei temi, ma immaginando le conseguenze di questi sulla vita dei cittadini.

Come nasce una buona intervista?

Con tantissimo studio, preparazione. Bisogna sapere quasi tutto della persona che vai a intervistare. Se è un politico di primo piano devi rileggerti tutte le sue dichiarazioni, le sue interviste, e quando cominci a buttar giù le domande devi sempre porti nell’ottica di chi ti ascolta e chiederti: se il pubblico fosse stato al mio posto cosa avrebbe chiesto a quel ministro, a quel personaggio? Facendo questo sei in linea con la competenza specifica del soggetto rispetto al tema e anche con le aspettative della gente.

Il giornalista rimane ancora il cane da guardia della democrazia?

Credo moltissimo nella logica del giornalista come watchdog, però dobbiamo prendere atto di una cosa, e ti do una suggestione, come organizzazione professionale non siamo più gli unici a intermediare tra la realtà rappresentabile e il pubblico. Accanto a noi ci sono tanti soggetti che non sono riconducibili all’organizzazione professionale giornalistica e che comunque producono contenuti che spesso vengono fruiti, a torto o a ragione, come se fossero contenuti informativi. Perché il giornalismo serve ancora, a maggior ragione di fronte alla complessità dei nostri tempi? Perché si fonda su competenze tematiche, relazionali, su competenze tecnico-espressive e deontologiche. Più aumenta la complessità più servono dei soggetti mediatori, preparati, tra realtà e pubblico. L’equilibrio nasce anche dalla competenza tematica. Poi, per quanto ci riguarda, lo dico anche come direttore dell’Ufficio studi della Rai, la bussola è il pluralismo, parola che va declinata non solo in senso politico, ma anche valoriale, culturale, sociale e soprattutto territoriale. Ed è questa la nostra forza, avere occhi e orecchie un po’ in tutto il mondo, con i nostri colleghi, corrispondenti, è così sul territorio nazionale con la Testata giornalistica regionale, ci diversifichiamo per mezzi, per linguaggi, per tipologie di pubblico. Questa è già la garanzia del pluralismo, avendo sempre nel Contratto di servizio la bussola del nostro agire quotidiano.

Da giornalista e da docente ti confronti quotidianamente con le nuove generazioni. Come si devono approcciare alla lettura della contemporaneità?

Li sto abituando lentamente a capire che è vero che in questo nostro tempo così incontinente, è molto facile accedere ai contenuti, alla conoscenza attraverso fonti informali, come le piattaforme, ma questo deve solo innescare in loro la curiosità, che non è sufficiente se non è suffragata da un grande bisogno di studio e di analisi, mettendo a confronto le fonti più diverse. Altra cosa che provo sempre a trasferire è il contrasto al cosiddetto information disorder, alle fake news se vogliamo semplificare. Alleno i miei studenti allo sguardo comparativo tra i vari contenuti, a individuare le fonti più qualificate, a non fermarsi in superficie, a sottoporre sempre a un processo di verifica ciò che ti viene detto.

Cosa ti insegnano i giovani, i tuoi studenti?

A considerare l’attenzione come la vera risorsa di questo nostro tempo. Loro ti dicono: non ti ascolto a prescindere, ma solo se tu riesci a colpire la mia attenzione. Vale nell’accademia, in televisione, nella vita. Loro sono curiosi e al tempo stesso impietosi. Per cui è un allenamento straordinario a dire le cose giuste ma nel modo giusto. Ho lavorato scientificamente sulla dicotomia interesse vs importanza. Non è vero che si devono dare in televisione solo le cose che interessano tutti, si possono dare anche quelle che interessano gruppi meno consistenti di pubblico, l’importante è farlo in un modo che sia compatibile con la fruizione del contenuto. Non ci sono argomenti tabù per la televisione, la differenza la fa il modo in cui li racconti.

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#JESC

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Sognando Un mondo nuovo

A Nizza, per la ventunesima edizione del Junior Eurovision Song Contest, l’Italia tiferà per Ranya e Melissa, interpreti di un duetto inedito nel pomeriggio di domenica 26 novembre su Rai 2 e RaiPlay

Riparte l’avventura della Rai al Junior Eurovision Song Contest. A rappresentare l’Italia saranno Melissa e Ranya con “Un mondo nuovo”. Le due giovani artiste, entrambe meno di 14 anni, provengono dalla prima edizione italiana di “The Voice Kids”: la vincitrice Melissa Agliottone, di Civitanova Marche, insieme a un’altra finalista Ranya Moufidi, di Ciserano, in provincia di Bergamo. Direttore artistico del brano è il noto cantautore Franco Fasano, che vanta un’ampia esperienza nella produzione di canzoni per bambini e ragazzi.
La manifestazione, giunta alla ventunesima edizione, si terrà domenica 26 novembre a Nizza, in Francia, Paese vincitore dell’edizione 2022. Anche quest’anno Rai Kids seguirà il Junior Eurovision Song Contest con una diretta, da Nizza e dagli studi Rai di Torino, che andrà in onda nel pomeriggio di domenica 26 novembre su Rai 2 e RaiPlay. A commentare la manifestazione sarà il conduttore Mario Acampa insieme ad altri ospiti. Il Junior Eurovision è un modo per dare spazio a giovanissimi talenti di tutta Europa e per far conoscere, con canzoni e coreografie, la ricchezza delle tradizioni artistiche e musicali del nostro continente. Con “Heroes”, lo slogan di questa edizione, l’evento canoro vede la partecipazione, oltre all’Italia, di Albania, Armenia, Estonia, Francia, Georgia, Germania, Irlanda, Macedonia del Nord, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Ucraina.

Rai Kids si è occupata della scelta delle giovani interpreti e del brano, in collaborazione con Universal Music Italia, che produce il brano delle due giovani artiste. L’iniziativa è realizzata con la collaborazione e la supervisione della Direzione Relazioni Internazionali e Affari Europei della Rai, a cui è affidato il coordinamento delle attività legate all’evento in loco, con particolare riferimento ai rapporti con la produzione dell’Host Broadcaster France Télévisions e l’European Broadcasting Union (EBU).

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Sapiens – Un solo pianeta

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Torna Mario Tozzi con le sue incursioni nel passato, nel presente e nel futuro della vita degli uomini.  Da sabato 25 novembre alle 21.45 su Rai 3

“Sapiens – Un solo pianeta” torna con la sesta stagione ad appassionare un pubblico sempre più attento e desideroso di capire fenomeni complessi attraverso quell’approccio alla divulgazione scientifica che da sempre contraddistingue il lavoro di Mario Tozzi. L’appuntamento è su Rai 3 sabato 25 novembre alle 21.45.

La nuova stagione di “Sapiens – un solo pianeta” cercherà di rispondere a interrogativi che riguardano la natura, i mari, i fiumi, la storia dei Sapiens, le loro scelte di vita e le contaminazioni prodotte dall’incontro di diverse culture. 

Il nuovo ciclo di puntate si apre proprio con le condizioni in cui versano mari e oceani, considerati l’ultimo esempio di “mondo selvaggio”. In un parallelismo tra il Mar Mediterraneo e gli oceani, Mario Tozzi racconta le origini del mondo sommerso e la fragilità del suo ecosistema minacciato da una pesca selvaggia, dal traffico commerciale e turistico, dalla presenza record di idrocarburi, inquinamento e isole di plastica.  Dalla Polinesia del Tirreno, le isole Pontine, Mario Tozzi racconta come le isole siano dei veri e propri laboratori di diversità biologica.

“Sapiens – un solo pianeta”, prodotto da Rai Cultura, è un programma di Mario Tozzi, Alberto Puoti, Giovanna Ciorciolini, Fosco D’Amelio, Giuseppe Giunta, Elisabetta Marino, Riccardo Mazzon, Fabio Roberti, e Stefano Varanelli. Produttore esecutivo Valentina Valore. Capo progetto Eleonora De Angelis. La Regia è di Luca Lepone.   

Più natura, meno cemento

Come dimostrano tragicamente anche le cronache recenti, quasi il 94 per cento dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Frane e alluvioni sono sempre più causa di devastazione e morte ed è dunque necessario un deciso e repentino cambio di passo. Analizzando cause e false cause, soluzioni e false soluzioni, in “Oltre il fango” Mario Tozzi riflette su quali comportamenti virtuosi possano tamponare le manifestazioni della natura e su quali siano, invece, i comportamenti sbagliati, che possono solo peggiorare condizioni già al limite. Di fronte a quella che spesso sembra una rivolta degli elementi naturali, stiamo affrontando la sfida della crisi climatica e del degrado territoriale con le armi spuntate di sempre: grandi opere e interventi pesanti su fiumi e montagne. Ma è la risposta giusta? A giudicare dai risultati sembrerebbe di no. «Occorre – spiega Tozzi – rinaturalizzare il territorio, come vuole anche la nuova legge europea. Più natura e meno cemento significa anche più sicurezza, oltre che un’economia più garantita perché non c’è economia se il sistema naturale non viene conservato. Si potrebbe dire che non c’è un’economia sana, se non c’è una biosfera sana». “Oltre il fango”, edito da Rai Libri, è disponibile nelle librerie e negli store digitali.

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Un Professore 2

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Prendila con filosofia…

L’approccio filosofico e pratico di Dante Balestra ha davvero catturato l’attenzione di un pubblico largo: la seconda stagione è infatti partita con grande successo. Diamo la parola a due grandi interpreti: Alessandro Gassmann e Claudia Pandolfi. L’appuntamento con la serie diretta da Alessandro Casale è il giovedì in prima serata su Rai 1

7 novembre 2023 UN PROFESSORE – Seconda stagione

Alessandro Gassmann racconta il prof. Dante Balestra

Da dove è ripartito per questa nuova tappa del viaggio di “Un Professore”?

Nuovi allievi, nuovi personaggi e molte novità interessanti che riguardano il professor Dante Balestra, che ho l’onore di interpretare. Questa è una serie che, inutile negarlo, ha portato grandissimi ascolti ed è riuscita a coinvolgere un pubblico molto ampio. Parla di giovani, di adulti, di anziani, e lo fa attraverso la commedia, il genere che si avvicina di più alla vita vera, per questo la più difficile da realizzare. È una delle serie che, tra le tante ormai che ho girato, amo di più e che ho fatto perché propone storie edificanti, un racconto positivo e costruttivo, capace di fare bene anche a chi la vede. La filosofia è uno strumento fondamentale per Dante, attraverso il quale riesce ad aiutare i giovani a entrare nel mondo degli adulti.  

Molti progetti dedicati ai ragazzi e molti nuovi talenti impiegati nella seriaIità…

I giovani vengono rappresentati in serie dedicate a loro, penso a “Mare Fuori”, che ha riscosso un enorme successo, o alla grandissima e varia offerta sulle piattaforme. “Un Professore” restituisce certamente una fotografia della gioventù di oggi, ma non lascia indietro il mondo degli adulti. Ha una forza incredibile e, grazie al grande successo ottenuto, alcuni dei miei “allievi” sul set hanno continuato la loro carriera con grande successo. Penso a Damiano Gavino, protagonista dell’ultimo film di Ferzan Ozpetek, penso a Nicolas Maupas che sta procedendo alla grande nella sua carriera… Sono dei veri professionisti, attori di grande talento, amati dai giovani, una fama che aiuterà anche questa serie, che già così tanto bene è andata nella prima stagione.

Che cosa le ha insegnato il rapporto con questi ragazzi?

Io sono stato un padre molto severo, molto affettuoso, ma non troppo paziente. Al contrario, Dante Balestra è molto paziente e soprattutto va a lavorare sulle problematiche dei giovani, cioè i identifica quelli con maggiori problemi, si interessa di loro, cosa che, secondo me, la società contemporanea fa troppo poco. I ragazzi vengono spesso lasciati soli in balia di loro stessi, la vita sui social si sostituisce in molti casi alla vita reale, mentre nella storia che raccontiamo avviene esattamente il contrario, ci si parla, ci si guarda, ci si abbraccia. In questo senso credo possa essere un’indicazione importante anche per chi fa il mestiere del genitore.

Si ritrova nella filosofia di vita di Dante?

Io sono uno che vede sempre il bicchiere mezzo pieno, un ottimista per natura, cerco sempre soluzioni quando le cose non vanno bene. Spesso le alternative a qualcosa che è andato male nella mia vita si sono rivelate le migliori, il mio consiglio è sempre di non perdere mai fiducia in se stessi, anche quando, apparentemente, le cose sembrano essere drammaticamente negative.

Claudia Pandolfi e la sua Anita…

Finita una stagione se ne apre un’altra…

Quando è finita la prima stagione, Anita ha fatto di tutto per sconquassare ancora di più la sua vita, è riuscita a trovare stabilità, si “fidanza” con Dante, o quantomeno la vediamo tutta sorridente e felice con lui, abbracciata a questo gigante… Ma davvero possiamo pensare che una come Anita possa calmarsi? Ovviamente no, non è possibile, non avrei mai accettato (ride). È una donna che non riesci a mettere seduta per molto tempo, zitta ancora meno, e così la rivediamo come sempre, inquieta, ancora irrisolta, ancora più tormentata. Lei poi ha i segreti che, parliamoci chiaro, durano veramente poco. Quest’anno giocherà a carte scoperte…

Cosa ritroviamo di Claudia nel suo personaggio?

Io e Anita siamo molto diverse, io sono una persona abbastanza vivace, lei un po’ meno. Di veramente mio ho potuto giocare con la carta del mio essere romana che mi ha dato la possibilità di darle una dialettica molto spinta, per il resto si recita, è tutto meravigliosamente scritto in un copione.

In scena la mamma di Manuel, nella realtà che cosa pensa di Damiano Gavino?

Io ho un particolare amore per Damiano, ogni volta che qualcuno mi chiede “se fosse veramente tuo figlio” … io rispondo subito: “lui è mio figlio”! C’è una specie di possessività pericolosa verso questo ragazzo, gli voglio tanto bene, con lui ho lavorato veramente in maniera incredibile. Damiano è pieno di talento, è un ragazzo intelligente, sensibile e pacato, non è uno che si fa prendere da chissà quale ambizione prima del tempo. Mi è piaciuto subito, lavorare con lui è stato stimolante per me, perché     quando trovo una condizione così fertile per lavorare bene, io sono felicissima. È un cast davvero molto interessante, con ragazzi poco più che adolescenti così in gamba, molto di più di come vengono raccontati, sono persone risolte, con una certa stabilità. Io a vent’anni ero una persona veramente molto disorientata.

Proviamo a convincere il pubblico a seguirvi?

Io non vi forzerò mai a vedere le cose che faccio, è carino da dire, ma a un’attrice che fa promozione non si crede. Vi dico, però, che è una serie molto bella, se avete visto la prima stagione sono certa che ci seguirete anche in questa seconda volta, al contrario, potete recuperare tutto su RaiPlay. Insomma, fate quello che vi pare, e guardate “Un Professore”!

Il commento del regista Alessandro Casale

“Un Professore” è una serie che permette di esplorare diversi generi drammaturgici accompagnando i personaggi nel loro viaggio verso gli eventi che caratterizzano questa storia. Ho ereditato la seconda stagione di questa serie dopo una prima di successo che il pubblico ha molto amato, affezionandosi alle vicende di un professore di filosofia fuori dagli schemi e ai suoi irrequieti allievi di un liceo romano. Questa stagione vede l’arrivo di nuovi studenti nella classe del professor Dante Balestra (superlativamente interpretato da Alessandro Gassmann), ognuno con un bagaglio di vita importante e complesso, che il Professore affronta, come suo solito, con un approccio filosofico e pratico allo stesso tempo. Ho cercato, quindi, di amalgamare lo sviluppo delle vicende di questi nuovi allievi nella rete, già ben tessuta, del gruppo della classe del liceo Da Vinci, spero senza tradire l’impostazione narrativa di Alessandro D’Alatri, il regista che mi ha preceduto. Ho avuto a disposizione un cast di talento e di grande professionalità che mi ha aiutato ad accompagnare i personaggi, sia adulti che adolescenti, nel loro percorso narrativo e mi sono allo stesso tempo adoperato, come è mio solito, per immedesimarmi nelle esistenze e nelle emozioni dei protagonisti. Ho lavorato insieme agli attori per poterci calare in un contesto decisamente realistico, senza perdere accenti di commedia di alleggerimento che fanno da corollario agli snodi sentimentali e drammatici che punteggiano la serie. Anche in questa stagione, il Professore imposta le sue lezioni sull’insegnamento delle tesi dei più noti filosofi della storia per affrontare tematiche di grande attualità a cui sono decisamente affezionato, come il cambiamento climatico, la violenza sulle donne, o il senso di responsabilità civile e morale. Spero che “Un Professore” offra al pubblico gli spunti di riflessione ed arricchimento personale che mi hanno particolarmente coinvolto, senza perdere il piacere dell’intrattenimento di qualità.

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Il dizionario degli errori

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Bella e misteriosa, capace di farci emozionare e sorridere. Di migliorare (e talvolta anche complicare) la nostra vita. La lingua italiana è uno scrigno prezioso ma anche un labirinto pieno di tranelli in cui è facile perdersi. Tra curiosità, aneddoti e motti di spirito, Massimo Roscia con “Errorario” va alla ricerca del significato autentico di alcuni vocaboli, della loro etimologia, delle origini, della storia, del valore stilistico e dell’uso corretto

Perché ha deciso di scrivere “Errorario”?

Riprendo la mia ultradecennale crociata in difesa della lingua italiana armato, ancora una volta, non già di una lancia, di una mazza ferrata, di una spada, ma del sorriso. Sorridiamo, non deridiamo chi commette errori. Gli errori non sono motivi di onta, non sono azioni di cui vergognarsi, gli errori capitano abitualmente a chiunque. Io stesso, per quanto maneggi piuttosto bene la lingua italiana ne commetto tanti, sono assalito costantemente dei dubbi, ed è del tutto normale. A volte possono dipendere da un limite oggettivo, ma molto spesso nascono da una semplice svista, dalla fretta, da un’esitazione, da un banale malinteso, dall’interpretazione delle norme, talvolta ambigue. Dobbiamo trasformare questi errori, che abbiamo detto essere fisiologici e del tutto legittimi, in opportunità, in occasioni concrete per migliorarci. Gli errori, hanno una funzione formativa, sono un passo indispensabile verso la conoscenza e rendono gli uomini amabili.

Quali sono gli errori più comuni?

Per comodità espositiva li raggruppo in famiglie, per quanto sfuggano ai vari tentativi di catalogazione, essendo ibridi, cangianti, si mimetizzano. Ci sono i “piccoli sfigati”, quelli purtroppo più frequenti, perché la maggior parte degli errori commessi dagli italiani a danno della lingua italiana riguarda i segni graficamente più piccoli: accenti, apostrofi, punteggiatura. Seconda famiglia i “grandi classici”, intramontabili, gli avvolte tutto attaccato, gli apparte tutto attaccato, i pultroppo, i propio. Ma anche la lettera “h”, che compare e scompare, e su tutti il congiuntivo, che sappiamo essere un modo verbale straordinariamente bello, perché è il modo del dubbio, dell’incertezza, della probabilità, della speranza, ed è tra i modi verbali più difficili da coniugare. Ci sono i “tormentoni”, gli assolutamente sì e assolutamente no, un attimino, formule d’esordio come e niente, poi ci sono gli “inflazionati”, parole che prese singolarmente sono bellissime ma che nell’uso eccesivo, ripetuto e decontestualizzato si svuotano di significato, penso a iconico, distopico, resiliente. Non riesco più a leggere un articolo o ad ascoltare un servizio giornalistico senza sentirli ripetere più volte. Per i “fastidiosi” lascio i lettori a stilare la propria classifica, perché si entra nella sfera personale. Per quanto mi riguarda combatto da tempo apericena e buongiornissimo, mutuato dal gergo giovanile. E poi i “malapropismi”, ma in questo caso rischiamo di scrivere un’enciclopedia, scambi di parole, talvolta voluti e altri accidentali, che si assomigliano pur avendo significati differenti. Sostituire una parola con un’altra, dal suono simile ma dal significato completamente diverso produce effetti comici: dalla legge del contrabbasso ai buoni ortofruttiferi, dall’insetto nasale deviato alla soda acustica, dalla poltrona declinabile al tavolino in ferro abbattuto.

Gli errori hanno una caratterizzazione geografica?

Gli errori sono veramente democratici, ecumenici, ci uniscono perché non fanno distinzione di età, di ceto sociale, di area geografica. L’errore è la vera espressione di democrazia.

Quali sono gli errori più comuni commessi tra chi ha un elevato grado di istruzione?

Più che di errori parlerei di dubbi. Io faccio ammissione di colpevolezza sull’aggettivo succubo: ho sempre usato succube e mai succubo, con la “o” finale, che invece è la parola più vicina al nostro latino. Entrambe sono valide ma succubo è la più corretta. Quando parliamo del dizionario della lingua italiana parliamo di 400 mila parole, i dubbi sono inevitabili. L‘italiano ha 100 regole e 150 mila eccezioni alle regole. Pensiamo al plurale dei nomi composti… (sorride). Anche chi ha dimestichezza con l’italiano si trova molto spesso a grattarsi la testa. Il consiglio che do a tutti, anche a chi è di livello culturale alto, di abbracciare, di compulsare il dizionario della lingua italiana. È quella la strada.

Cosa l’ha portata ad amare tanto la lingua italiana?

È così da sempre, da quando sono nato ho questo rapporto di patologica ossessione per le parole e per i giochi di parole.

C’è un errore più nero di tutti gli altri?

Soffro in silenzio nel veder maltrattata la lettera “h”. Ecco, quando leggo “io vivo ha Roma” sto proprio male. Ma anche lo scambio disinvolto tra il si e il sì accentato, tra il pronome riflessivo e la particella affermativa.