Noi siamo leggenda

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Sei prime serate per il nuovo teen drama diretto da Carmine Elia, in programma su Rai 2 e RaiPlay da mercoledì 22 novembre. Al centro del racconto un gruppo di adolescenti fuori dal comune, con i loro problemi, i loro pesi e la loro difficoltà interiore

«La componente fantastica di questa storia è solo un pretesto per raccontare il passaggio reale tra l’essere adolescente e l’essere adulto di un gruppo di ragazzi, non di supereroi, che, come tutti i loro coetanei, si tengono a galla tra sogni, ambizioni, dolori e sconfitte cercando di raggiungere l’orizzonte della maturità che sembra un miraggio lontano» racconta Carmine Elia che, dopo il grande successo de “La porta rossa” e “Mare fuori”, firma la regia del teen “Noi siamo leggenda”. Al centro del racconto un gruppo di adolescenti fuori dal comune, con i loro problemi, i loro pesi e difficoltà interiore. «I superpoteri sono l’esasperazione della rabbia che esplode in quel periodo della vita in cui sappiamo cosa non vogliamo essere, ma ancora non abbiamo chiaro cosa saremo. E la rabbia, a volte, ci fa credere di essere invincibili» continua il regista. Chi non ha mai sognato di trasformare la rabbia in forza, di poter riavvolgere il tempo per riparare i propri errori, di essere invulnerabile per sfuggire alla furia autodistruttiva dell’adolescenza o, più semplicemente, di fare del bene?
I supereroi della serie (Giacomo Giorgio, Nicolas Maupas, Valentina Romani, Emanuele Di Stefano, Milo Roussel, Sofya Gershevich e Giulia Lin) sono ragazzi in lotta contro la frustrazione di non poter esprimere le proprie paure e le fragilità, giovani incapaci di comunicare con il mondo degli adulti, alle prese con gli strappi della vita che segnano il passaggio, spesso doloroso, dall’adolescenza alla maturità, con la rivendicazione della propria originalità. Sullo sfondo una città che sembra rappresentare il disagio dei ragazzi. Un coming of age che unisce dramma, azione e ironia in una narrazione capace di rinnovare e riscrivere i canoni del racconto young adult di supereroi. Niente missioni iperboliche, nessun universo da salvare o supercattivi da combattere. Un racconto di formazione in cui i superpoteri si fanno metafora delle difficoltà che gli adolescenti sono chiamati ad affrontare. L’affresco, a volte commovente, a volte ironico, di una società – la nostra – e di una parentesi della vita – l’adolescenza – in cui tutti, almeno una volta, hanno sognato di avere i superpoteri. Per combattere le ingiustizie che li circondano, vincere la propria insicurezza. Accettarsi. Fare la cosa giusta. Senza immaginare che qualcuno ti stia sorvegliando, consapevole della vera origine dei tuoi improvvisi poteri.

I PERSONAGGI

MASSIMO
(Emanuele Di Stefano)

Ragazzo molto intelligente, riesce ad andare bene a scuola senza studiare. Introverso e timido, ha tutte le caratteristiche per essere un figo, ma non ne è consapevole. Il suo più grande problema è la “soppressione della rabbia” indotta dalla madre che, in buona fede, lo ha sempre istigato a stare un passo indietro, ad abbassare la testa. È molto amico di Andrea, Marco e, seppure in maniera diversa, anche di Lin. Primo a scoprire i poteri e destinato a essere il leader del gruppo, avrà un percorso di trasformazione lungo e travagliato, segnato anche dalla morte della madre e dal rapporto difficile e conflittuale con sua zia. In un primo tempo affascinato dal lato eccitante del potere e dalla tentazione di usarlo per avere una sorta di rivincita sulla vita, Massimo comprenderà che la sua strada è altrove e che i poteri, come dice qualcuno, più sono grandi più ti investono di responsabilità.

MARCO
(Giulio Pranno)

Amico fidato, con Andrea e Massimo forma un trittico indissolubile. Simpatico, capace di sdrammatizzare ogni cosa, sarà l’unico del gruppo a non sviluppare poteri e, quindi, un contraltare di normalità in questa situazione straordinaria. Dopo un iniziale spaesamento, resterà comunque accanto agli amici e manterrà il segreto su di loro. Dietro l’apparenza di ragazzo allegro e sempre pronto allo scherzo, Marco nasconde delle ferite. Lui e la sua gemella Viola, infatti, sono cresciuti da soli con la madre, l’ispettore di polizia Beatrice Nenchi. Legatissimo a Massimo, quando l’amico si allontanerà da lui, Marco soffrirà moltissimo.

ANDREA
(Milo Roussel)

È nato con una malformazione cardiaca che lo obbliga a continui controlli medici e a evitare emozioni forti o eccessi. Una fregatura colossale alla quale Andrea ha reagito con forza e determinazione. Suo padre e sua madre vivono per lui, dando fondo a tutti i loro risparmi, per tentare di curarlo, senza mai farglielo pesare. Il rapporto col fratello maggiore Nicola è conflittuale. Quando erano bambini, Nicola era una sorta di mito per Andrea e i suoi amici. Crescendo, Andrea ne ha visto i limiti, ma mantiene ancora un incrollabile affetto per lui. Adora fare musica al computer, ma non ha potuto condividere con gli amici la sua passione, almeno finché non incontra Greta. Nonostante i loro mondi agli antipodi, Greta e Andrea si apriranno l’uno con l’altra. Riusciranno a tirar fuori il meglio, completandosi, come una vera coppia, anche quando i loro poteri rischieranno di dividerli.

GRETA
(Sofya Gershvich)

Greta è di madrelingua tedesca, figlia dell’ambasciatrice in Vaticano. Apparentemente snob, frivola e sarcastica, nasconde dietro la durezza un grande dolore: suo fratello è in coma irreversibile da più di un anno, in seguito a un incidente del quale si attribuisce la colpa. La madre la pensa allo stesso modo, anche se non vuole ammetterlo, e questo rende il loro rapporto molto conflittuale. Vive a Roma da due anni e frequenta una costosa scuola internazionale, la stessa che, prima, frequentava anche Jean. È lì che si sono conosciuti e sono diventati amici. Ora, per star vicino a Jean, Greta si ritrova nel quartiere di periferia dove vivono i ragazzi. Nonostante guardi con diffidenza e una punta di superiorità i coetanei e il luogo dove vivono, a poco a poco inizia ad apprezzarne l’autenticità. Anche alla luce della scoperta del suo potere, farà gruppo con loro e si innamorerà di Andrea, suscitando la pericolosa gelosia di Jean.

JEAN

(Nicolas Maupas)

Jean è francese. La sua famiglia è venuta in Italia per seguire meglio l’azienda di alta moda di cui il padre, Giuseppe, è CEO e titolare. Nonostante sia alto e corpulento, Jean è fragile e timoroso e questo lo rende bersaglio ideale delle vessazioni da parte dei suoi coetanei, ma anche di suo padre. Proprio per temprarne il carattere, Giuseppe lo ha iscritto in un liceo di periferia, lo stesso che frequentano Massimo e i suoi amici. L’unico volto amico è quello di Greta e il loro rapporto è un dono prezioso per entrambi, soprattutto per Jean che è segretamente innamorato di lei. Jean ha una passione per la musica, canta e scrive, ma è troppo timido per mettersi alla prova. Nasconde la sua estrosità al padre, che non vede di buon occhio questa sua passione. Al contrario di Greta che, invece, asseconda il suo talento. La scoperta del potere porterà Jean a diventare più sicuro di sé, tanto da trovare la forza di creare un gruppo musicale assieme a Greta e Andrea.

LARA
(Valentina Romani)

Lara, originaria dell’Est Europa, è nata e cresciuta nel quartiere. Intelligente e spiritosa, poco incline a seguire le mode del momento, Lara è di una bellezza peculiare e poco appariscente. Determinata e forte, quando sua madre si ammala, inizia a lavorare in un bar per aiutare la famiglia e mantenersi all’università. Lara non vuole rinunciare ai suoi sogni e al suo futuro. La malattia della madre, che lavora nella stessa fabbrica in cui lavorava la mamma di Massimo, sarà il primo campanello d’allarme per capire che qualcosa in quella fabbrica non va.

VIOLA
(Margherita Aresti)

Tanto bella quanto spigolosa, Viola è la gemella di Marco, nonché il sogno erotico di mezza scuola, Massimo compreso. Anche se lo trova ‘carino’, Viola non lo ha mai calcolato, almeno fino a quando non scoprirà alcuni segreti che Massimo nasconde. Lei, che mal sopporta la disciplina imposta da sua madre, scorgerà in lui la stessa rabbia e la stessa ribellione che la caratterizzano. Tra loro nascerà così un’attrazione esplosiva.

GIOVANNI DE BIASE

(Lino Guanciale)

Misterioso e di poche parole, De Biase vive a Venezia con Ettore, un uomo di 70 anni e unico legame della sua vita. De Biase nasconde un segreto che ha a che fare con i poteri. Grazie a un’attenta ricerca, riuscirà a individuare la città e il quartiere dove si trovano i ragazzi. La stessa città che lo lega ad un passato che sembrava dimenticato.

LIN

(Giulia Lin)

Lin è una ragazza cinese di seconda generazione, figlia di emigrati giunti in Italia vent’anni fa. Il suo più grande desiderio è essere accettata e crede di doversi uniformare ai modelli estetici occidentali per riuscirci. La sorella, Shin, cerca di convincerla che la bellezza interiore vale più di qualunque altra cosa, ma Lin è troppo insicura per capirlo. A scuola è anche vittima delle angherie delle bulle di turno, capitanate da Sara. Lin, a differenza degli altri, prende subito confidenza con il suo potere e inizia a usarlo in modo spregiudicato per vendicarsi delle angherie subite. Innamorata senza speranza di Nicola, farà di tutto per conquistarlo. Finché si renderà conto che un amore costruito sulle bugie non ha valore.

NICOLA
(Giacomo Giorgio)

Nicola, fratello di Andrea, è il bello del gruppo. Egocentrico e vanitoso, è fissato con il suo fisico che modella con ore di palestra e allenamenti. Con il fratello ha un rapporto ambivalente. Da un lato è protettivo, dall’altro è insofferente per le troppe attenzioni che i genitori gli riservano. Con Massimo e Marco, da sempre amici di Andrea, ha un rapporto cameratesco e impone loro i suoi modi da sbruffone. Fidanzato con Sara, la più bella della scuola, Lin per lui semplicemente non esiste.

SARA

(Beatrice Vendramin)

Sara è bella, di una bellezza sfrontata, che la rende la più popolare della scuola. Fidanzata con Nicola, non ha mai avuto paura di usare quello che madre natura le ha dato per ottenere ciò che vuole. Odia ipocrisie e finta modestia e questo la porta a essere detestata da chi non rientra nella sua ristretta cerchia di seguaci. Come Lin, che Sara bullizza con regolarità. Questa sua superficialità, però, le tornerà indietro come un boomerang. Nel momento più basso, Sara scoprirà di avere una forza che non credeva di possedere e questo la aiuterà a riprendere in mano la sua vita e ad allontanarsi da tutto ciò che prima considerava importante.

SIMONA

(Claudia Pandolfi)

Zia di Massimo, aveva un rapporto molto conflittuale con la sorella tanto che, per anni, non si sono parlate. Bella, dura e al contempo fragile, viene considerata da Massimo un’egoista che se ne è sempre fregata della famiglia. Il ragazzo non sa che il legame tra sua madre e sua zia si è spezzato per via di un segreto nascosto nel passato di Simona. Una colpa che la donna paga con una sorta di masochismo sentimentale che la porta a scegliere sempre l’uomo sbagliato. Il rapporto con Massimo, all’inizio molto conflittuale, si farà più intimo e vero, complice anche un carattere molto simile che li porterà a capirsi e a curare le rispettive ferite. Per Simona, una su tutte: Nunzio, un amore sbagliato.

BEATRICE NENCHI

(Pia Lanciotti)

È la madre di Marco e Viola. Michela – la madre di Massimo – era la sua migliore amica e quindi è molto ostile a Simona. Severa, dura e animata da un senso dell’etica e della giustizia inflessibili dato dal suo lavoro. Ha un rapporto conflittuale con la figlia, ribelle e anticonformista, mentre ha un legame forte con il figlio. Poliziotta determinata, per un’innata ansia di giustizia, si è buttata quasi totalmente nel lavoro. Indaga per debellare una gang di criminali locali che imperversa nel quartiere e, per prima, intuisce che stanno succedendo eventi inspiegabili.

Il laboratorio dell’informazione

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Una redazione che si trasforma in una piattaforma multimediale in cui si mescolano linguaggi e forme di comunicazione innovativi. Appuntamento con la squadra di “Petrolio”, tra notizie e approfondimento, il sabato alle 16.30 su Rai 3

Un impianto narrativo dato dalla somma di nuovi linguaggi e dal confronto sui fatti, tra sguardi di generazioni diverse. Con Duilio Giammaria torna su Rai 3 l’approfondimento dei grandi temi nazionali e internazionali. Tra le novità la redazione-studio, un open space in cui la squadra di “Petrolio” lavora alla scrittura della puntata insieme con gli ospiti, la cui competenza ed esperienza sono i mattoni su cui costruire il racconto e l’analisi dei singoli appuntamenti. Tutte le voci che intervengono nei quarantacinque minuti di programma hanno un ruolo ben definito per rendere più intellegibile una realtà sempre più complessa da interpretare. 

Che viaggio avete iniziato?

Un viaggio molto intenso che durerà per trenta puntate il sabato pomeriggio alle 16.30 su Rai 3. Appuntamenti più brevi rispetto a quelli del passato, ma al tempo stesso più concentrati. Le nostre “Gocce di Petrolio” ricalcano il lavoro fatto negli anni da “Petrolio”: un giornalismo di approfondimento in immagini, con fonti di grandissima qualità, e una paletta di temi che va dall’informazione scientifica-medica, dallo stile di vita, sino alla politica internazionale e alle grandi questioni italiane. Tutto quello che è interessante in qualche modo passa per “Petrolio” con l’idea di dare spazio ai colleghi dell’azienda, e non solo, che hanno delle cose da dire, che hanno lavorato intorno a temi che ci interessano. È una house of journalism.

L’eredità di “Petrolio” è ben visibile nella vostra narrazione…

La prima puntata è stata dedicata al primo mese di guerra tra Israele e Hamas, che abbiamo cercato di affrontare con un taglio metalinguistico per capire cosa ci sia dietro le quinte di questa guerra, anche da un punto di vista delle immagini. È la prima volta che Gaza viene raccontata giorno per giorno in immagini, ero lì quando venne invasa dell’esercito israeliano, allora non circolava una sola immagine perché non c’era un Internet diffusissimo.  Oggi c’è, e c’è anche l’ingresso dell’atrocità: le immagini terribili di Hamas che sgozza e che uccide civili inermi e gli effetti dei bombardamenti sulla popolazione che subisce conseguenze terribili. Cerchiamo di capire gli effetti sulla nostra psiche e sulla politica internazionale.

Un giornalismo senza fronzoli aperto a tutti i punti di vista… 

Seguiamo la tradizione di “Petrolio” ma ci innoviamo. Quest’anno il nostro studio è la redazione stessa, un po’ come intuì e fece CNN tanti anni fa. Abbiamo deciso di liberarci dalla liturgia un po’ più ufficiale dei grandi studi, bellissimi, con scenografia, pur avendo una regia molto curata di Marco Bonfante. Dedicheremo molta attenzione a come le fonti giornalistiche vengono raccontate per dare a chi ci segue la possibilità di capire il nostro lavoro in modo limpido, trasparente. “Petrolio” è un luogo aperto alla collaborazione della grande famiglia giornalistica italiana.    

Che cosa significa fare Servizio Pubblico?

La moltiplicazione delle fonti esterne, i social, da una parte ci consentono un facile accesso all’informazione, ma al tempo stesso impongono sempre maggiore cautela, la necessità di una continua verifica. La rapidità ha sviluppato una problematica di devianza, addirittura di disinformazione, il Servizio Pubblico deve creare le condizioni affinché ogni notizia, anche quelle più complicata, sia tradotta in fatti dimostrabili e dimostrati.

Apulia Digital Experience: vinta la sfida di Rai e AFC

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Le nuove frontiere del digitale tra intelligenza artificiale, metaversi, universi del gaming, del cinema e dell’audiovisivo protagoniste a Bari nella tre giorni svoltasi all’Apulia Film House

È stata accolta con grande interesse e partecipazione dagli addetti ai lavori, Apulia Digital Experience (ADE), la prima conferenza internazionale dedicata all’innovazione digitale nelle industrie creative, svoltasi a Bari dal 10 al 12 novembre all’Apulia Film House. La conferenza, organizzata da Apulia Film Commission e Rai Com, finanziata dalla Regione Puglia e promossa da Rai con la direzione artistica di Roberto Genovesi, ha visto salire sul palco esperti, professionisti e talenti italiani oltre a relatori provenienti da diversi Paesi del mondo (tra i quali Brasile, Polonia, Gran Bretagna e Svizzera), che si sono alternati sul palco negli oltre venti panel della manifestazione. Tra i temi affrontati l’evoluzione dello storytelling nel metaverso e le prospettive di sperimentazione e crescita per l’impresa italiana e internazionale; la connessione sempre più stretta tra cultura e videogioco e l’utilizzo del videogame nella didattica analizzata nella giornata dedicata a Video Game e Alta Cultura. Senza dimenticare i contenuti immersivi e le prospettive che il digitale riserva al mondo dell’arte e di tutto l’audiovisivo. Soddisfazione per i vertici di Apulia Film Commission e Rai Com. «Collaborare con Rai in questo nuovo progetto, decisamente indirizzato verso il digitale e le nuove generazioni – dice Antonio Parente, direttore di AFC –, rafforza ulteriormente la sinergia tra Apulia Film Commission e il Servizio pubblico radiotelevisivo. ADE, partendo dal Mezzogiorno, rappresenta un segnale importante nell’ambito della rivoluzione digitale che sta interessando tutto il mondo dei media».  Per la presidente di Rai Com, Claudia Mazzola, «Rai e Rai Com, insieme alla Apulia Film Commission e alla Regione Puglia, sono in prima linea per permettere un confronto a livello nazionale e internazionale rispetto al mercato dell’audiovisivo, ADE è un’occasione preziosa per riflettere sugli scenari delle nuove opportunità date dalle tecnologie del digitale e sulle produzioni».  Dopo l’anteprima mondiale del film “Kid Santa” prodotto da Minerva Pictures e diretto da Francesco Cinquemani, nella giornata conclusiva di ADE è stato premiato il progetto vincitore del concorso Raccontare la Puglia con l’intelligenza artificiale: “Apul.ia” di Alice Ecossi, Giorgia Guidi e Roberto Scirocchi. Nel corso della manifestazione, inoltre, è stata lanciata in anteprima mondiale l’app “Winx Club Avatar Creator” di Rainbow e sono stati assegnati i premi Digital Licensing Excellence Awards, primo riconoscimento al mondo dedicato al licensing digitale, voluto da Licensing International e Licensing Italia per evidenziare i nuovi sviluppi dei brand negli spazi digitali. Premiati “CoComelon” (Best Digital Property), “Mash&Co” (Best App & Game), “Zaira” (Best Digital Influencer), “CoComelon & Smyths Exclusive Content Initiative” (Best Digital Retail Experience) e “Corto Maltese” (Best Metaverse Brand Extension). Due invece le menzioni speciali: “Meta Khaby” e “Metagiro – Il metaverso del Giro d’Italia”.

Amore Criminale

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Sei storie di femminicidio per aiutare a riconoscere i campanelli d’allarme di relazioni dove la vita delle donne è in pericolo. Al via la nuova stagione del programma, realizzato in collaborazione con i Carabinieri e la Polizia, condotto da Emma D’Aquino. Da giovedì 16 novembre in prima serata su Rai 3

Matilde D’Errico

Dal 16 novembre ritorna in prima serata su Rai 3 “Amore Criminale”, con sei puntate condotte da Emma D’Aquino. La trasmissione racconterà storie di femminicidio e continuerà a denunciare il fenomeno sistemico della violenza sulle donne. Sin dalla prima edizione, al programma è associata una Campagna di denuncia sul tema della violenza di genere. Tutte le storie narrate nelle puntate sono ricostruite con una docufiction, linguaggio che unisce documentario e ricostruzioni di fiction. A parlare sono le famiglie delle vittime, gli avvocati, le forze dell’ordine, i colleghi di lavoro e gli amici della vittima: ognuno di loro offre una preziosa testimonianza.

“Amore Criminale” – che va in onda dal 2007 (all’epoca in Italia non esisteva ancora la legge sullo stalking e di violenza sulle donne si parlava pochissimo) – è una trasmissione di servizio pubblico che aiuta a riconoscere i campanelli d’allarme di relazioni dove la vita delle donne è in pericolo. Ogni puntata racconta una storia vera, ricostruita con grande attenzione agli aspetti psicologici e giudiziari. Amore Criminale narra vicende di violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica.

Sono tante le donne che, dopo la messa in onda delle puntate, scrivono alla redazione chiedendo sostegno e aiuto. La redazione fornisce a ognuna di loro il contatto del Centro Antiviolenza più vicino al proprio domicilio, dove trovare assistenza legale e psicologica e, nei casi più gravi, un posto dove rifugiarsi anche con i figli. Il programma è realizzato in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato.

“Amore Criminale” è un format La Bastoggi docu&fiction. Ideato da Matilde D’Errico e Maurizio Iannelli (autori e registi), scritto con Romana Marrocco ed Elena Mandarano. Prodotto da Ruvido Produzioni.

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CIRCEO

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Una storia di liberazione

Un fatto privato e pubblico insieme. Il dramma e la rinascita di una donna, ma anche un evento destinato a cambiare la società italiana per sempre. Da martedì 14 novembre in prima serata Rai 1

È il 1975, quartiere popolare della Montagnola: Donatella Colasanti (Ambrosia Caldarelli) e Rosaria Lopez (Adalgisa Manfrida), due adolescenti piene di vita e di sogni, si preparano per uscire con dei ragazzi della Roma bene, da poco conosciuti. Quando accettano di accompagnarli a una festa al mare, non immaginano che quella gita presto diventerà un incubo: sequestrate, picchiate e violentate per ore in una villa al Circeo, rinchiuse nel bagagliaio di una macchina perché credute morte. La mattina del primo ottobre, i giornali, le televisioni, le radio aprono tutti con la stessa notizia: in un’auto in viale Pola sono state trovate due ragazze. Nude. Avvolte nelle coperte. Una è morta. L’altra è viva: Donatella.

Il delitto del Circeo scuote l’Italia. Il processo che ne segue viene raccontato quotidianamente da tutti i giornali nazionali. Donne da ogni angolo del Paese si presentano al tribunale di Latina per sostenere Donatella e assicurarsi che gli assassini siano condannati all’ergastolo. Quello che però la ragazza ancora non sa è che d’ora in poi non potrà mai più essere semplicemente Donatella, ma sempre e solo “la sopravvissuta del Circeo”. Da quel momento, infatti, Donatella diventerà un simbolo del movimento femminista, perché in gioco non c’è solo il desiderio di farla pagare ai suoi aguzzini e agli assassini di Rosaria, ma ci sono anche i diritti di tutte le donne. La posta in gioco è alta: cambiare la mentalità di un Paese in cui lo stupro non è considerato un crimine contro la persona, ma un’offesa alla pubblica morale. A difendere Donatella c’è Teresa Capogrossi (personaggio di fantasia interpretato da Greta Scarano), la giovane e ambiziosa avvocata che lavora prima per il noto penalista Fausto Tarsitano (personaggio realmente esistito interpretato da Enrico Ianniello), e poi per Tina Lagostena Bassi (personaggio realmente esistito e interpretato da Pia Lanciotti), l’“avvocato delle donne”, impegnata in prima linea per la riforma della legge sulla violenza sessuale. Teresa è una donna idealista e appassionata con forte sete di giustizia che, come una sorella maggiore, imparerà a prendersi cura di Donatella dimostrando che può vincere il processo e cambiare la legge. A ogni costo. In questo lungo viaggio verso la giustizia, le due donne impareranno molto l’una dall’altra, in una ricerca costante della propria identità e del proprio ruolo nel mondo.

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Sull’attenti! Si torna in Caserma

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SECONDA EDIZIONE

Da domenica 12 novembre, in prima serata su Rai 2, il docu-reality che accompagna i ragazzi della generazione Z verso la vita adulta. Tra le novità una nuova location e la selezione delle reclute che inizierà da subito

Dopo il successo della prima edizione, andata in onda nel 2021, torna “La Caserma“, il docu-reality che accompagna la “Generazione Z”, ragazzi tra i 18 e i 23 anni, verso la vita adulta. In onda in prima serata su Rai 2 a partire da domenica 12 novembre, il programma si articola in 6 episodi. Alcuni di questi prevedono l’eliminazionedi uno o più partecipanti, fino ad arrivare all’agognata finale con la premiazione della squadra vincitrice e della recluta migliore.

I PROTAGONISTI

Rispetto alla scorsa edizione, il docu-reality si presenta ancora più competitivo perché il posto in caserma non è garantito e ancora più mirato alla vita di gruppo in un’epoca in cui i ragazzi sono sempre più isolati e con difficoltà relazionali. Lo scopo del programma sarà, infatti, la formazione di un gruppo solidale e unito. Ciascuno dei protagonisti dovrà sviluppare il “senso del fare” – sfruttando le capacità e superando le divergenze – per un unico obiettivo: fare squadra. Il “target” non cambia: i 24 ragazzi selezionati (14 ragazzi e 10 ragazze) sono persone “comuni”, ma con storie ben diverse. Messi insieme, rappresentano al meglio la loro generazione.

Tra questi ci saranno un’operaia, una studentessa e bagnina, un pizzaiolo, una commessa, un operatore sanitario. Quindi studenti universitari, un acrobata, una modella, un personal trainer e via dicendo. Si ritroveranno tutti senza cellulari, senza internet e lontani dal proprio nido familiare per affrontare un training ispirato alla disciplina militare.

IL FORTE DI VINADIO

Se la prima edizione si era svolta in Trentino, a Levico Terme, in una struttura ambientata ad hoc, la nuova stagione de “La Caserma” cambia location e si sposta nel Forte Albertino di Vinadio (CN), fortezza eretta per volere di Carlo Alberto di Savoia nel 1834. Un capolavoro militare, che è da considerarsi tra le opere più imponenti di tutto l’arco alpino: la fortificazione ha infatti una lunghezza di circa 1.200 metri, che si sviluppa dalla roccia del fortino fino al fiume Stura.

LA “MISSION” DEL DOCU-REALITY

La “mission” del docu-reality è quella di formare un gruppo solidale e coeso che sappia rispettare l’altro e le regole imposte attraverso valori di solidarietà e fratellanza, sfruttando sia le proprie capacità che quelle di una squadra. Il tutto attraverso gli insegnamenti degli istruttori, grandi professionisti del settore.

Il racconto de “La Caserma” segue parallelamente tale iter addestrativo e la storia personale dei ragazzi. Quindi ‘focus’ sul rapporto tra di loro e con gli istruttori, sulle loro fragilità ma anche sulla loro capacità di reazione. Molti i momenti toccanti, altri di tensione ma anche tanti divertenti.

GLI ISTRUTTORI

Il responsabile del corso è il Capo istruttore Renato Daretti, che sarà affiancato dall’altro capo istruttore Giovanni Rizzo. Entrambi hanno grande esperienza e professionalità, avendo partecipato a quasi tutte le missioni internazionali italiane degli ultimi 30 anni. A completare il team ci saranno anche l’istruttore Germano Capriotti e gli aiuto istruttori Debora Colucci, Silvio Davì e Leonardo Micera.

SUBITO UNA “SELEZIONE”

La grande novità di quest’anno è che la “selezione” inizierà sin da subito. Nella prima delle 6 puntate in programma, infatti, i 24 ragazzi convocati saranno sottoposti ad una serie di test. Solo in 18 tra questi saranno scelti per partecipare al corso d’addestramento vero e proprio e gli altri 6 dovranno tornare subito a casa. I ragazzi si trasferiranno quindi in ‘caserma’.

IL CORSO DI ADDESTRAMENTO

Da qui, le 18 reclute saranno divise in due gruppi: i Falchi e i Puma. Il corso di addestramento avrà la durata di 5 settimane e solo i più meritevoli arriveranno alla cerimonia finale, durante la quale gli istruttori premieranno la squadra migliore e la recluta migliore.

Falchi e Puma si sfideranno ogni settimana in 2 o 3 esercitazioni militari. Gli istruttori valuteranno le reclute anche singolarmente, sia dal punto di vista disciplinare che dal punto di vista fisico e dell’attitudine militare, ovvero su elementi come la capacità di lavorare in squadra e di resistenza allo stress. I ragazzi meno motivati, più indisciplinati o con il rendimento più deludente verranno ‘attenzionati’ e posti a rischio eliminazione.

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Rosa

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Veronica Pivetti

Una vita a ostacoli quella della grintosa protagonista del nuovo romanzo di Veronica Pivetti. Donna di cuore e di cervello, è giunta in Italia dal Perù ed è operatrice sociosanitaria in una RSA milanese. Cura gli anziani ospiti con dedizione, ma lo stipendio non basta per arrivare a fine mese e così, insieme alle colleghe Lupe, Teodora, Polina, Denisa e Maka, apre una cooperativa di assistenza per malati all’insaputa della coordinatrice, la temibile dottoressa Spinelli. Giornate e nottate di duro lavoro, il desiderio di affrancarsi dalle difficoltà economiche che l’accompagnano da sempre, la volontà di costruire un futuro sereno. La forza della protagonista è nella sua grande umanità, nell’ironia e nell’empatia che la contraddistinguono. Un racconto in commedia con un finale inatteso, che è al tempo stesso una storia di emancipazione e una favola dei giorni nostri

Tra fantasia e realtà, chi è Rosa?

Rosa è una donna che viene da lontano e che lavora in una RSA. È una OSS, cioè un’operatrice sociosanitaria, una figura che potremmo avere già incontrato nella nostra vita, o che, magari, chissà, prima o poi, incontreremo. È colei che si prende cura di nostra madre o di nostro padre, dei nostri nonni. Ho voluto dedicarle questo romanzo, che è anche un po’ una favola, e che racconta il nostro difficile rapporto con la vecchiaia.

Perché ha scelto di raccontare questa storia?

Perché quando la vita mi ha messo di fronte a una realtà difficile – bruscamente, come spesso capita – ho sentito il desiderio di raccontare come Rosa, e tante altre ‘Rosa’ che entrano con garbo e sensibilità nelle nostre esistenze, siano fondamentali per accompagnarci nel lungo viaggio della nostra vita, non sempre facile, non sempre vincente.

Nonostante la serietà dei temi affrontati il suo romanzo è intriso di ironia. Si può parlare di forza dell’ironia?

Certamente! L’ironia è il veicolo che mi permette di raccontare qualsiasi realtà, anche la più complessa e delicata. L’ironia è il mezzo che mi consente di affrontare col sorriso i peggiori tabù, che smaschera le paure, che toglie pesantezza a temi ritenuti intoccabili e che, invece, dicono di noi e della nostra vita familiare.

Un romanzo che vive soprattutto attorno a personaggi femminili, perché questa scelta?

Perché le donne sono in prima linea nella cura degli altri, sempre. Che siano madri, che siano mogli, o come in questo caso, operatrici sociosanitarie, sono quelle che sanno come dedicarsi al prossimo. Non che non ci siano anche uomini in questo settore, per carità, ma le donne sono la stragrande maggioranza.

Cosa significa “emanciparsi” in questo terzo millennio?

Per noi donne, purtroppo, significa ancora lottare per ottenere qualcosa che ci spetta di diritto. Ma i diritti sono troppo spesso una parola e poco un fatto. In questo romanzo, per Rosa e le sue amiche, ‘emancipazione’ è la parola chiave. E penso che anche noi, quando le accogliamo nelle nostre case, dovremmo emanciparci nel rapporto con loro. Sono persone che ci aiutano, che arrivano dove noi non siamo in grado di arrivare. La nostra casa è anche la loro.

A chi dedica questo libro?

A chi vuole conoscere meglio una realtà evidente, diffusissima, socialmente determinante, ma ancora guardata di sfuggita. A chi vuole ridere o sorridere su temi ‘scomodi’, a chi ha in casa una situazione difficile e vuole sentirsi meno solo.

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“Una storia d’amore” per Tenco e Dalida

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Grazia Di Michele e Giovanni Nuti hanno deciso di ridare voce ai due grandi artisti raccontando, attraverso le loro canzoni, lo speciale legame che li ha uniti

GRAZIA DI MICHELE

Come nasce questo omaggio a Luigi Tenco e Dalida?

Ho incontrato Giovanni Nuti per un suo disco che stava preparando. Eravamo molto in sintonia e ho colto questo progetto con grande entusiasmo. Abbiamo deciso, con molto rispetto, di raccontare questa storia d’amore attraverso le canzoni di due grandissimi artisti. Abbiamo realizzato un disco dove io interpreto le canzoni di Tenco e Giovanni di Dalida, che poi è diventato anche uno spettacolo teatrale dove i due artisti comunicano attraverso una sorta di lettera.

I grandi classici di Tenco e Dalida ripercorrono le loro vicende umane e artistiche, ma anche tanto mistero. Ne ha percepito l’essenza interpretando i loro successi?

Amo Tenco da sempre e credo che sia uno dei cantautori più particolari, proprio per questo modo molto semplice di scrivere le canzoni. Non cerca frasi ad effetto, non fa voli pindarici e non usa metafore. “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”. Io trovo questa semplicità, di una profondità incredibile che appartiene a pochi artisti. Di Luigi è stato detto e scritto tanto e ancora aleggia un mistero. Si ha a che fare con un artista introverso, che ha raccontato la sua sensibilità attraverso le canzoni. Non abbiamo il diritto né la possibilità di entrare nel cuore e nella mente di una persona e quindi lasciamo che parlino le sue canzoni.

Oggi la musica è ancora un veicolo di evasione e di riflessione?

Credo di sì, per chi lo vuole. Purtroppo, oggi però manca molta poesia, quella che ha accompagnato tutta la nascita del cantautorato italiano e non solo. Poesia, ma anche impegno sociale che parte da Italo Calvino, dalle cronache, dal movimento del ’68 e anche prima con le canzoni per la pace. Da lì la musica è diventata uno strumento per far pensare, riflettere, per raccontare le esigenze delle persone. Oggi tutto questo non esiste più. Io non riesco a vedere un erede di Tenco, di Fabrizio De André o di Lucio Dalla e Pino Daniele. La nuova generazione è cambiata. Il mio modo di lavorare con i giovani è diverso: ho trascorso quattordici anni nel reality in cui lavoravo tanto per la tecnica, l’interpretazione, la personalità artistica ma anche per la cultura musicale. Oggi ho classi di allievi a cui non interessa sapere chi era Fabrizio De André e che non vogliono studiare la tecnica tanto c’è l’auto-tune, e per quanto riguarda la poesia, meglio una scrittura che è uguale a quella con la quale si comunica normalmente. Ma non è questa la cultura musicale che dovremmo trasferire alle nuove generazioni.

La sua carriera è lunga oltre quarantacinque anni e mostra una voglia continua di mettersi in gioco nei vari ambiti della musica. Cosa non ha ancora fatto e quali sono i suoi progetti futuri?

Con la musica sono riuscita a fare veramente tutto e ha permeato la mia vita e quella di mio figlio. Vivo da tanto tempo di musica e, se posso dire quello che mi manca oggi, è viaggiare, confrontarmi con altre realtà. Ma è diventato molto difficile farlo. Il periodo storico che viviamo è terribile, si ha paura persino di uscire dai propri confini e questo non lo avrei mai immaginato. Ho rinviato sempre tanti viaggi pensando che con il tempo sarei partita, ma non l’ho fatto e oggi vivo quello che accade nel mondo con grande malessere. Per il momento i viaggi restano nel cassetto.

GIOVANNI NUTI

Quali successi saranno contenuti nell’album?

Canto le canzoni di Dalida e Grazia quelle di Tenco. Io ho scelto i successi di Dalida che chiaramente sono successi che non sono stati scritti per lei e che ha cantato in tutto il mondo. “Come non andare via”, “Col tempo”, “Diciott’anni” e altri grandi successi.

La voce di Dalida è capace di attraversare un pentagramma. Lei come la definirebbe?

Mi è venuta la voglia di cantare perché sono sempre stato innamorato della sua voce da contralto, scura, molto maschile, indubbiamente e ovviamente riconoscibilissima e molto particolare.

Tra le sue collaborazioni ci sono quelle con Enrico Ruggeri, Roberto Vecchioni, Lucio Dalla, Mango, Enzo Avitabile, Milva, Dario Gay, Marco Ferradini e Simone Cristicchi. Come ha lavorato con Grazia Di Michele?

Ci siamo conosciuti perché io ho inciso duetti nel canzoniere dedicato ad Alda Merini e Grazia Di Michele ha duettato con me in un brano. In quella occasione, mentre andavo a conoscerla, mi è venuta l’idea di proporle un disco e uno spettacolo su Tenco e Dalida. Da lì abbiamo trovato tante affinità dal punto di vista musicale e umano.

Una parte significativa della sua carriera è stata dedicata alla collaborazione con la poetessa Alda Merini. Cosa conserva di questo rapporto?

Conservo tutto perché non mi ha mai lasciato. Sono quattordici anni che ha lasciato il corpo ma, a livello spirituale, la nostra collaborazione che lei definiva “matrimonio artistico”, non si è mai interrotta. Alcune persone mi chiedevano di poter salutare Alda Merini, anche un minuto di telefonata con lei cambiava la vita alle persone. Immaginate sedici anni trascorsi quotidianamente con lei… Diceva che un poeta per essere musicato bisogna viverlo nella quotidianità, ed è quello che ho fatto io. Ovviamente i suoi insegnamenti sono continui, non c’è un momento che non mi venga in mente quello che aveva detto Alda. Per me è come un mantello spirituale che mi protegge ogni giorno.

Per Alda Merini cos’era la musica?

Era una pianista e la musica era basilare. Diceva che è ancora più importante della poesia e la cosa straordinaria è che lei ha scritto appositamente per me. Ha scritto poesie affinché venissero musicate. Diciamo che era una cosa essenziale per lei, come l’acqua, come l’aria. La musica e la poesia andavano per lei a braccetto.

C’è una colonna sonora per la sua vita?

L’Albatros, perché Alda Merini mi chiedeva sempre di cantarla. Rappresentava il manicomio e ogni vota che la suonavo e la cantavo lei piangeva. Io le chiedevo perché cantare una canzone che poi le portava sofferenza, ma lei rispondeva che quando soffriva diventava grande come una montagna. Una cosa che poi durante la vita ho sperimentato anch’io. La sofferenza porta ad alzare le vibrazioni in maniera tale che poi paradossalmente non la senti neanche più.

Che significato ha, tornando a Tenco e Dalida, il lascito di questo lavoro?

Rispolverare questi brani è qualcosa di culturale soprattutto per i giovani. La grande melodia è un lascito morale e musicale. Due artisti che hanno dimostrato il loro impegno anticonvenzionale, molto all’avanguardia.

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Sono una boomer in continuo movimento

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ALESSIA MARCUZZI

Il martedì in prima serata su Rai 2 tra ricordi, musica, risate ed emozioni. La conduttrice di “Boomerissima” racconta i suoi anni Ottanta al RadiocorriereTv: i poster di Luis Miguel e Nick Kamen in cameretta, il primo concerto, le feste a casa di amici. «I giovani di oggi sono poliedrici, reattivi, ma forse noi sognavamo di più»

Come sta vivendo il ritorno di “Boomerissima”?

Benissimo, sono contenta e presa. È un programma che richiede molto tempo ed è complicato da realizzare: è un varietà ed è anche un game, ci sono lo scontro generazionale, i momenti comici, le performance di Luca Tommassini. Al mattino sono in sala prove per il ballo, nel pomeriggio in redazione, di sera ancora prove. È impegnativo, una full immersion di qualche mese. “Boomerissima” intensissima…

“Boomerissima” è diventato in poco tempo un appuntamento atteso da boomer, millennial e non solo… cosa rende il format così attrattivo?

L’identificazione. Il fatto che chi guarda il programma si ritrova nella propria generazione. Dividiamo l’età in un modo un po’ nostro (sorride). Dai quarant’anni in su si è già boomer, anche perché nella realtà i ragazzi di vent’anni vedono un quarantenne già più grande di loro. È un programma che sblocca ricordi ed emozioni.

Come si spiega la grande nostalgia per gli anni Ottanta e Novanta?

Avevano leggerezza e voglia di puro divertimento, senza angosce o paranoie. I ragazzi di oggi sognano forse di meno di quanto facessimo noi, che eravamo alla scoperta di tutto. C’è il telefonino, e vedete che lo chiamo “telefonino”, proprio da boomer, e crea dipendenza. I ventenni di oggi hanno già tutto.

C’è qualcosa che “invidia” loro?

L’intelligenza spiccata, l’acutezza, la prontezza di riflessi. Sono poliedrici, molto reattivi. E poi il fatto che possano fare davvero tutto quello che vogliono nella misura in cui l’età lo consenta. Hanno accesso più facilmente a un numero maggiore di situazioni rispetto a quello che accadeva a noi, per loro questo è un grande plus.

Tra i suoi ospiti è più forte la competizione o la voglia di lasciarsi andare ed emozionarsi?

La competizione…

… se l’aspettava?

No, però ho capito che se anch’io avessi dovuto partecipare a un programma come “Boomerissima” forse sarebbe prevalsa questa. Scatta in maniera forte, succede anche tra noi, in redazione, quando proviamo i giochi (sorride).

In che cosa si sente boomer e in che cosa millennial?

Boomer sempre. Sul telefonino scrivo utilizzando un solo dito, sono amarcord, parlo sempre dei miei tempi… mi sento millennial nella voglia di fare sempre qualcosa di nuovo. La mia testa è sempre in movimento, a volte mi viene detto che lo è anche troppo.

Il pubblico della Rai l’ha accolta con affetto, cosa significa questo per lei?

È stato molto importante. Avevo deciso di prendermi un po’ di pausa, di non tornare subito in Tv, e così all’inizio ho avuto un po’ di timore. Sono arrivata con un progetto scritto da me, avevo paura che non piacesse. Il pubblico invece mi ha accolta a braccia aperte, è stato un po’ tornare in una grande famiglia, anche perché le mie prime esperienze sono state qui. Sono grata alla Rai anche per rispettare la mia creatività, accolta con grande amore.

Facciamo un passo indietro nel tempo, qual è il brano del cuore di Alessia teen-ager?

“Enjoy the silence” dei Depeche Mode, è un brano che mi riporta al mio primo concerto, al palazzetto dello sport di Roma. Di brani a cui tengo tanto ce ne sono anche altri.

Il film che più la fece emozionare da ragazza?

I primi amori sono legati a “Il tempo delle mele”. Il ballo tra Vic e Mathieu fece andare fuori di testa tutte le ragazze. Successivamente venni rapita da “Blade Runner”, mi piaceva perché era all’avanguardia, è un film che ha rappresentato la rottura.

Il telefilm di cui non perdeva una puntata?

Le “Charlie’s Angels”. Volevo diventare come loro, un po’ investigatrici private, un po’ poliziotte…

Negli Ottanta le camerette dei ragazzi erano invase da poster…

Nella mia c’erano quelli di Luis Miguel e di Nick Kamen, ma avevo anche una passione per Simon Le Bon, che potrei avere ancora…

Chi avrebbe voluto intervistare dei suoi beniamini di allora?

Molti li ho incontrati e intervistati al “Festivalbar”. Dei miei miti non sono riuscita a incontrare George Michael, Whitney Houston, Michael Jackson. Penso che quella a George Micol sarebbe stata l’intervista della vita.

Preferiva la discoteca o le feste a casa da amici?

Sono sempre stata poco mondana, per di più i miei genitori erano abbastanza severi e non potevo fare tutto ciò che volevo. Le feste erano quelle a casa di amici, i vestiti di taffetà e tulle… ed erano anche le occasioni per conoscersi, per incontrarsi.

Abbiamo parlato del passato, come si approccia al futuro?

Con una priorità, i miei figli. Sono molto presente nelle loro vite, si devono divertire, ma avendo sempre un po’ di moderazione.

Loro cosa le insegnano?

Che ogni tanto devo un po’ mollare, mi dicono “come ce l’hai fatta tu, ce la facciamo anche noi” (sorride).

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Lubo

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Scritto e diretto da Giorgio Diritti, arriva nelle sale dal 9 novembre, con Franz Rogowski, Christophe Sermet, Valentina Bellè, Noémi Besedes, Cecilia Steiner e Joel Basman. Il film è liberamente tratto dal romanzo “Il seminatore” di Mario Cavatore (Einaudi)

“Gli zingari sono sempre stati un problema”, con queste parole ha inizio il romanzo “Il Seminatore” di Mario Cavatore, da cui prende liberamente riferimento il progetto di “Lubo”, scritto e diretto da Giorgio Diritti, al cinema dal 9 novembre. Lubo è un nomade, un artista di strada che nel 1939 viene chiamato nell’esercito elvetico a difendere i confini nazionali dal rischio di un’invasione tedesca. Poco tempo dopo scopre che sua moglie è morta nel tentativo di impedire ai gendarmi di prendere i loro tre figli piccoli, strappati alla famiglia in quanto Jenisch, come da programma di rieducazione nazionale per i bambini di strada (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse). Lubo sa che non avrà più pace fino a quando non avrà ritrovato i suoi figli e ottenuto giustizia per la sua storia e per quella di tutti i diversi come lui. «Lo scontro etnico, la paura del diverso, sono ancora oggi al centro di episodi della cronaca di tutti giorni ed è evidente quanto le differenze razziali o religiose costituiscano elemento di scontro e rappresentino la più forte minaccia alla stabilità delle relazioni tra le persone e i popoli – afferma il regista – La lettura del romanzo mi ha svelato una vicenda storica poco conosciuta di persecuzione nei confronti di una minoranza nomade, gli Jenisch, a cui vennero sottratti i figli al fine di “rieducarli” in un periodo storico compreso tra gli anni ‘30 e gli anni ‘70. Le stime sulle ricerche parlano di circa 2000 bambini. Ciò mi è apparso inquietante e particolarmente stridente per un Paese democratico e civile come la Confederazione Elvetica, sovente citata come ‘esempio virtuoso’ nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Mi sono chiesto cosa avrei fatto, come avrei agito subendo una violenza così grande. Avrei reagito contro lo Stato con violenza. Lubo, a cui ‘rapiscono’ i bambini e uccidono la moglie è un uomo solo che improvvisamente si trova in guerra con il mondo, non accetta e lotta contro questa folle discriminazione, vuole ritrovare i suoi figli e cerca nel volto delle varie donne che incontra il volto di sua moglie. Vuole ricostruire un futuro possibile esprimendo anche il suo desiderio di amare, di ritrovare e credere comunque nell’amore». Nel cast del film Franz Rogowski (Lubo), Christophe Sermet (Motti), Valentina Bellè (Margherita), Noémi Besedes (Elsa), Cecilia Steiner (Klara) e Joel Basman (Bruno Reiter). «Il percorso del protagonista, tra i vari Cantoni della Svizzera e dell’Italia, si dipana in un tempo storico di venti anni in cui si evolvono episodi carichi di forte drammaticità, suspense, passione, coraggio – prosegue Diritti – Nello svolgersi degli eventi emerge quanto principi folli e leggi discriminatorie generino un male che si espande come una macchia d’olio nel tempo, penetrando nelle vite degli uomini, modificandone i percorsi, i valori, generando dolore, rabbia, violenza, ambiguità… ma anche un amore per la vita e per i propri figli che vuole sopravvivere a tutto e riportare giustizia».

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