Nelle mie canzoni c’è la vita vera

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TOMMASO STANZANI

Presentato in anteprima a “Viva Rai 2!”, è uscito “M’ama non m’ama”, singolo dell’artista bolognese nato ad “Amici” e consacrato dal morning show di Fiorello. E nel 2024 arriva l’EP con sei brani che parlano d’amore

Tommaso, lunedì 8 dicembre è per lei una giornata speciale…

A mezzanotte esce il mio nuovo singolo “M’ama non m’ama”, che ho scritto lo scorso anno e nel quale ho messo tanta passione. Si ispira alla storia sentimentale di una mia amica che quando ho scritto la canzone viveva una situazione difficile. Quando ha ascoltato il brano ho visto le lacrime di commozione nei suoi occhi, e così ho capito di avere centrato il punto. In questa canzone si sono ritrovati anche altri miei amici.

“M’ama non m’ama” è il primo tassello di un progetto più ampio…

Un EP scritto interamente da me che uscirà il prossimo anno. Sono tutte storie vere che raccontano persone diverse. Un anno fa ho vissuto una fase di down emotivo personale, e così mi sono buttato sul lavoro, che mi è stato di grande aiuto. In quel momento mi sono accorto che le persone intorno a me, i miei amici, stavano vivendo la stessa situazione in modalità diverse: chi aveva il cuore spezzato, chi sceglieva di rimanere sola. Ho cercato di raccontare quelle storie, una parla di me.

La danza e la musica, come si incontrano questi due mondi nella sua esperienza artistica? 

Da piccolo mi era più facile comunicare le emozioni attraverso il corpo, con la danza, poi mi sono accorto che le parole, la scrittura e il canto, sono strumenti che mi aiutano ad andare oltre.

Una passione, quella per lo spettacolo, che viene da lontano….

Sin da bambino, a quattro anni, organizzavo gli spettacoli di Natale per tutta la famiglia. C’erano le canzoni di Raffaella Carrà, degli Abba, che amo tantissimo. Ma c’erano anche quelle di Britney Spears, di Jennifer Lopez. J-Lo, ad esempio, nasce come ballerina, poi sono arrivati il canto, la recitazione. Chi vive d’arte rimane affascinato da tutto ciò che questa può offrire. L’artista ha lo sguardo di un bambino, che non pensa al giudizio altrui. Voglio vivere lo spettacolo in modo pieno senza mai avere rimpianti.

Come vive la popolarità?

Quando sono uscito da “Amici” è stato più complesso perché non ero abituato a tanta attenzione. Oggi vivo tutto più serenamente, sono contento quando le persone mi chiedono una foto o vogliono parlare con me…

Lei viene da Sant’Agata bolognese, in Emilia, il paese di Nilla Pizzi…

La cosa mi riempie d’orgoglio, per i miei compaesani dopo Nilla Pizzi c’è Tommaso Stanzani (sorride). Mi sostengono. Le mie insegnanti, le mie tate mi dicono che sapevano che lo spettacolo sarebbe stato nel mio futuro.

Prima Maria, poi Fiorello, cosa si sente di dire a entrambi?

Sono un po’ come una mamma e un papà artistici. “Amici” è stato l’inizio, una tappa importantissima. Devo molto a Maria De Filippi, al programma, è stato con quell’esperienza che ho capito quanto mi piacciano la televisione e tutto quello che c’è dietro: le prove, i costumi, il trucco. Fiorello è stato lo step successivo. Grazie a lui ho capito qual è la carriera che mi piacerebbe fare. “Viva Rai 2!” è una scuola che mi insegna ogni giorno qualcosa. Non potrei essere più fortunato.

Oggi ha 21 anni, come vede il Tommaso del futuro?

Vorrei un Tommaso sempre più consapevole e ancor più determinato, che abbia superato piccole insicurezze. In passato quando leggevo critiche mi si spezzava il cuore, oggi inizio ad avere qualche difesa in più. Spero di non perdere mai la voglia di sperimentare, di fare le cose.

Guardiamo a un futuro un po’ più prossimo, cosa farà a Natale?

Andrò dai miei, starò un po’ in famiglia. Ci saranno i tortellini delle nonne, Martina e Milva. Come da tradizione trascorreremo il Natale dall’una e Santo Stefano dall’altra. Ci saranno anche cioccolata calda e pandoro.

Tommaso è un ragazzo felice?

Sì. Tommaso è un ragazzo che tutti i giorni si ricorda il motivo per cui deve essere felice: faccio un lavoro straordinario, ho una famiglia che mi supporta. Sto facendo quello che voglio fare e sto lavorando per continuare a fare ciò che voglio fare. Mi dico “avanti così”.

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Con la luce negli occhi

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GIULIA VECCHIO

L’attrice veste i panni del Sostituto Procuratore Gemma D’Angelo, magistrato indipendente e coraggioso. “Il metodo Fenoglio”, diretto da Alessandro Casale: Il lunedì in prima serata su Rai 1

2022, Il Maresciallo Fenoglio

Cosa ha significato confrontarsi con la scrittura di Gianrico Carofiglio?

Per un attore partire da un romanzo è un’occasione in più, che ti consente di scavare nella mente di chi ha scritto un personaggio. Penso alla mia Gemma D’Angelo, alla sua gavetta, sulla carta ho scoperto molto di lei. A colpirmi e a sorprendermi è stata anche una parte della storia della mia regione, che non conoscevo. Per me, cresciuta a Brindisi, la mafia in Puglia era quella dello spaccio delle videocassette. Non pensavo che ci fosse un’organizzazione tanto allargata e complessa.

Come ha vissuto l’incontro con Gemma D’Angelo?

All’inizio ero molto spaventata. La sceneggiatura tracciava totalmente la sua veste lavorativa, mi ha fatto conoscere il linguaggio legislativo, quello del magistrato. Ho cercato di capire cosa significasse essere una donna magistrato negli anni Novanta e così ho studiato la figura di Ilda Boccassini, molto attiva in quel periodo contro la mafia. Nel corso delle riprese ho incontrato il procuratore della Repubblica di Taranto, Eugenia Pontassuglia, che mi ha aiutato a recuperare un’urgenza, tasselli mancanti.

Per una donna di legge quali erano le difficoltà in quegli anni?

Purtroppo, le stesse che ci sono ancora. A partire dal dover dimostrare di essere intelligenti, preparate, cercando di affermarsi con tutte le forze. Non senza difficoltà.

Nella serie, invece, cosa accade?

L’aspetto interessante del rapporto tra Gemma e Fenoglio è vedere come questo sia basato sulla stima reciproca, lui l’apprezza da subito. Lei e Fenoglio sono uguali, hanno la stessa luce negli occhi.

Quali strumenti le ha dato, l’essere pugliese, nell’entrare in questa storia?

Sono nata in quegli anni e culturalmente tanti rifermenti li conoscevo. Oggi la situazione è migliorata, ma la mafia si esprime nei comportamenti, negli atteggiamenti, che ancor’oggi sono riconoscibili.

Come ha caratterizzato il personaggio di Giulia?

Ho cercato di lavorare molto sull’accento. Un barese della Bari vecchia, soprattutto negli anni Novanta, parlava diversamente da una persona istruita come Gemma, che aveva studiato a Napoli ed era stata a lavorare in Calabria nell’Antimafia. Il suo accento racconta la sua storia.

Cosa le ha lasciato questo set?

Un senso di famiglia. Ci siamo tutti riconosciuti nel voler dare qualità, consapevoli di lavorare a un prodotto importante. Il regista ha preteso due settimane di lettura del copione a tavolino, insieme agli sceneggiatori, cosa che di solito accade in teatro, nel cinema. Anche sul set c’era cura della parola, dei personaggi.

Un incontro virtuoso…

Lo stare bene insieme ti stimola a stare meglio, a trovare poesia. E così è stato.

La sua Puglia è sempre più protagonista sul grande e sul piccolo schermo, cosa prova di fronte a questa popolarità?

Sono orgogliosissima. È stato bellissimo stare sul set di una terra speciale, un onore. Ho scoperto Bari come una piccola metropoli dove le cose funzionano. Volevamo che quella magia non finisse.

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Ora tocca a noi

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SANREMO GIOVANI

La Commissione musicale della Rai presieduta da Amadeus ha selezionato i magnifici 12 che il 19 dicembre gareggeranno al Teatro del Casinò per aggiudicarsi l’accesso al Festival della Canzone Italiana. La serata andrà in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio 2

bnkr44 “Effetti speciali”

“Raccontiamo una storia d’amore molto semplice, lo facciamo con una metafora cinematografica, come se i personaggi fossero gli attori di un film. Fare musica fa bene alla salute, saremo sul palco con l’energia di sei ventenni, ‘Sanremo giovani’ è davvero una grande opportunità”.

CLARA “Boulevard”    

“Dedico la canzone a mia mamma, una donna molto forte che per me è da sempre punto di riferimento. Credo che nessuno di noi sia un animale solitario, come dico nel ritornello ‘nessuno si salva da solo’. Essere sul palco di ‘Sanremo giovani’ rappresenta l’inizio di un sogno”.

Dipinto “Criminali”

“Il brano parla di un momento di disagio nel mio passato e dei cambiamenti successivi. Sono fiero e orgoglioso di me, sono e sarò me stesso, sul palco come nella vita, niente di costruito”.

Fellow “Alieno” 

“‘Alieno’ parla degli ‘sfigati’ della festa, delle persone che si sentono un po’ escluse. Il brano invita ad avere una propria personalità, a lasciarsi andare. La mia vita è solo musica, a ‘Sanremo giovani” sono arrivato grazie al tanto lavoro e sono molto carico”.

Grenbaud “Mama”

“Il pezzo racconta un viaggio in cui esco di casa, i miei genitori non sanno dove sono e… faccio cose… ma poi torno, quindi c’è sempre un lieto fine. Il mio rapporto con la musica è necessario, la musica mi aiuta a esprimere ciò che non riuscirei a comunicare diversamente”.

Jacopo Sol “Cose che non sai”

“Un pezzo che parla di overthinking, di una situazione in cui hai così tanti pensieri da non capire più che cosa stai provando. Un pezzo energico e imprevedibile. In me ci sono adrenalina, entusiasmo ed emozione. Vedo ‘Sanremo giovani” come un punto d’inizio”.

Lor3n “Fiore D’inverno”

“Quando ho saputo che sarei arrivato in finale a ‘Sanremo Giovani’ ero a dir poco incredulo. La mia canzone parla di una storia d’amore cresciuta in un periodo sbagliato per entrambe le persone. Il mio sogno è quello di suonare di fronte a un grande pubblico che canta la mia canzone”.

Nausica “Favole”

“Parlo di una bellissima storia d’amore, poi finita, e per questo il brano è intriso di malinconia. Sono grata alla vita di poter vivere questa esperienza. Sarò a Sanremo con Kitty, la mia arpa. Proverò a fare parlare il mio cuore, mi lascerò andare, cercando di creare una magia. Spero che un pezzettino del mio cuore arrivi al pubblico”.

Omini “Mare Forza 9oi”

“La canzone parla di una relazione che potrebbe essere finita… oppure no… ma non spoileriamo più di tanto. Siamo veramente uniti, suoniamo insieme da dieci anni, la musica ci consente di esprimerci, soprattutto nei live. Prima di entrare in scena c’è l’abbraccio di gruppo e poi… ci tiriamo una testata (sorridono)”.

Santi Francesi “Occhi tristi”

“Parliamo di promesse difficili da mantenere, ma che sono comunque ossigeno per i rapporti. Saremo sul palco di ‘Sanremo Giovani’ con un mix di paura ed elettricità. Siamo felici di partecipare, è un onore e un privilegio. Per noi la musica è una necessità”.


Tancredi “Perle”
“Nella mia canzone parlo di un momento un po’ buio, che ha intaccato la mia relazione, la mia quotidianità. Non vedo l’ora di portarla sul palco, sto cercando di ignorare l’ansia e sono molto gasato”.

Vale LP “Stronza”

“Un titolo un po’ provocatorio che non nasconde però alcuna malizia. Parla in maniera onesta di sentimenti, di una rabbia emotiva che deriva da una paura grandissima, che è quella di essere amata per quella che non sono, ovvero una stronza. Spesso usiamo maschere che ci mostrano forti, per sopperire alle nostre paure. Liberarsi è la strada giusta. Il palco è il mio posto sicuro, riesco a sentirmi coraggiosa”.

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La musica è sogno

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SANREMO 2024

Dopo gli ultimi annunci al Tg 1 la squadra di Amadeus è al gran completo. A co-condurre il Festival nelle sue cinque serate saranno Marco Mengoni, Giorgia, Teresa Mannino, Lorella Cuccarini e Fiorello. L’attesa per l’appuntamento musicale e televisivo più importante dell’anno è alle stelle. Il Direttore artistico al RadiocorriereTv: «Sanremo ha cambiato completamente la mia vita. Mi ha permesso di realizzare quello che sognavo da ragazzo e che non avrei mai pensato di poter raggiungere». E sugli artisti in gara: «Tra giovani e big il cast è fantastico»

Si parte con “Sanremo giovani”, l’anticamera del Festival della Canzone italiana…

Si dà il via alla musica, e per me questa è una fase importantissima da sempre. I giovani hanno un ruolo particolare nei miei festival, che si tratti dei partecipanti a “Sanremo giovani” così come dei giovani che fanno parte del cast che si esibirà all’Ariston. Ci sono talento, entusiasmo e tanti sogni. È molto bello.

Tante ore di musica nelle orecchie per la selezione dei brani, che viaggio è stato?

Un viaggio bellissimo come ogni anno, quest’anno ancor più articolato. Tra “Sanremo giovani” e “Area Sanremo” abbiamo superato i 1300 brani. Non è stato facile perché i giovani bravi sono tanti, dover fare una selezione, portarli a una stretta cerchia, andare da 600 a 50 non è facile. Figuriamoci poi da 50 a 12. Sono davvero molto soddisfatto perché i 12 finalisti sono tutti talenti.

Tra le sorprese che ha voluto riservare al grande pubblico di Sanremo c’è anche la presenza al Festival di Giovanni Allevi…

Il Festival deve percorrere le strade del sentimento. Non organizzo Sanremo a tavolino, ma mi lascio guidare un po’ dalle emozioni. Conosco il maestro Allevi da tanto tempo. Quando appresi della sua malattia rimasi senza parole, quando l’ho incontrato qualche mese fa mi ha raccontato tutto: la sofferenza, ma anche la forza e la voglia di tornare a suonare, cosa che non accade da oltre due anni. Durante questo suo racconto gli ho proposto il palco dell’Ariston, per tornare a suonare di fronte a un pubblico numerosissimo. Lui ha accolto l’invito con una gioia immensa, e la sua gioia è automaticamente la mia e sarà la stessa grande gioia che proverà il pubblico a casa.

Dove sta andando la musica italiana?

La musica italiana viaggia con grande velocità, anche rispetto al mio primo Sanremo di cinque anni fa. Ho ascoltato circa 1800 brani, tra big e giovani, questa è un’ondata di musica, bellissima. Siamo noi a dover stare al passo con la musica, senza avere pregiudizi, senza pensare che un brano sia troppo nuovo, troppo strano e che quindi non vada bene. Dobbiamo aprire la mente e lasciarci guidare dal gusto dei giovani, che poi può trainare il nostro. Servono massima apertura mentale e voglia di ascoltare bella musica.

Quanto e come Sanremo ha cambiato la sua vita?

Sanremo ha cambiato completamente la mia vita. Mi ha permesso di realizzare quello che sognavo da ragazzo e che non avrei mai pensato di poter raggiungere, tra l’altro in questa maniera, che non è solo fare cinque festival, cosa che andava comunque al di là dei miei più ambiziosi sogni, ma quello di poter scegliere la musica. Scegliere le canzoni è la cosa che mi piace di più di Sanremo.

Sanremo si può solo amare?

Sanremo si ama, e le canzoni si amano. Tra giovani e big il cast è fantastico.

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Un Don Carlo mai visto

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La prima della Scala in 4K. Con il Direttore musicale Riccardo Chailly sul podio e la regia di Lluis Pascal, l’opera di Giuseppe Verdi in diretta su Rai 1, Radio 3, Rai 1 HD canale 501 e RaiPlay, giovedì 7 dicembre a partire dalle 17.45

Per la prima volta Rai Cultura riprende in 4K una prima della Scala per trasmetterla come ormai di consueto in diretta su Rai 1 a partire dalle 17.45. Avrà quindi una definizione quattro volte superiore rispetto agli standard televisivi a cui siamo abituati il Don Carlo di Giuseppe Verdi che inaugura la stagione del Teatro alla Scala giovedì 7 dicembre 2023, con il Direttore musicale Riccardo Chailly sul podio e la regia di Lluis Pascal. Dieci telecamere in alta definizione, 45 microfoni nella buca d’orchestra e in palcoscenico, 15 radiomicrofoni dedicati ai solisti. Un gruppo di lavoro di 50 persone tra cameraman, microfonisti, tecnici audio e video. Una preparazione che vede lo staff di regia seguire fin dalle prime prove la messa in scena dello spettacolo, e un numero crescente di addetti lavorare nelle due settimane precedenti il debutto. Lo spettacolo, con la regia televisiva di Arnalda Canali, sarà trasmesso in diretta anche su Radio 3, su Rai 1 HD canale 501 e su RaiPlay, dove potrà essere visto per 15 giorni dopo la prima. Oltre tre ore di trasmissione, completa di sottotitoli, per portare il capolavoro di Verdi nelle case degli italiani, perché la grande musica è di tutti, come ha dimostrato il milione e mezzo di telespettatori del Boris Godunov del 7 dicembre 2022. Oltre a trasmettere l’opera, con grande attenzione per la ripresa audio e video curata dal Centro di Produzione TV di Milano, come di consueto la Rai racconterà anche ciò che accade attorno allo spettacolo più atteso della Stagione. Su Rai1 Milly Carlucci e Bruno Vespa, con collegamenti di Serena Scorzoni dal foyer, condurranno la diretta televisiva incontrando, prima dell’inizio e durante l’intervallo, i protagonisti e gli ospiti presenti. Per Radio 3 seguiranno la diretta Gaia Varon e Oreste Bossini. Saranno coinvolte anche le diverse testate giornalistiche della Rai con dirette, servizi e approfondimenti, con ospiti in studio e dal foyer della Scala. Come per il Boris  Godunov del 2022, anche quest’anno la trasmissione dell’opera sarà corredata dall’audiodescrizione in diretta, grazie alla quale anche le persone cieche e ipovedenti potranno avvalersi di tutte quelle informazioni visive non trasmesse verbalmente – costumi, aspetto e mimica dei personaggi, azioni non parlate, location, scenografia e luci –, tale accessibilità sarà estesa anche a tutto ciò che accadrà intorno allo spettacolo e verrà trasmesso in TV prima dell’inizio e durante l’intervallo. Il servizio è realizzato da Rai Pubblica Utilità – Accessibilità. L’audiodescrizione, attivabile dal televisore sul canale audio dedicato – e fruibile anche in streaming su RaiPlay – fa parte del percorso di inclusione intrapreso con impegno e determinazione dalla Rai, con l’obiettivo di rendere sempre più concreta e ampia l’offerta di vero servizio pubblico.

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Nella tana del coniglio

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FRANCESCA FIALDINI

Sei storie di vita vera, racconti a cuore aperto di persone affette da disturbi del comportamento alimentare. L’autrice incontra Martha, Benedetta, Giulia, Valentina, Marco e Anna, lo fa guardando, insieme a loro, all’interno del buco nero in cui sono caduti mentre rincorrevano un mito, un ideale di perfezione, la considerazione degli altri, un bisogno d’amore. Sei interviste intime e potenti in cui le parole sono strumenti centrali per riflettere sui motivi di un dolore che punisce e trasfigura il corpo, mettendo a repentaglio serenità e futuro. Il volume, scritto con lo psichiatra Leonardo Mendolicchio, propone una riflessione sull’uso delle parole nell’affrontare temi come l’anoressia, la bulimia, il bindge eating, con la consapevolezza di come proprio il linguaggio sia alla base delle nostre relazioni, proponga un’immagine di noi stessi e dia forma alle nostre ansie e paure più profonde

Martha, Benedetta, Giulia, Valentina, Marco, Anna. Sei persone che hanno deciso di aprire la loro tana al suo sguardo, alla sua narrazione, come è andata?

È stata una specie di immersione in acque profonde. E come in ogni immersione bisogna saper prendere il respiro e lasciarsi portare negli abissi. Ciascuno di loro mi ha condotto nelle profondità del proprio animo, delle proprie paure, del proprio spirito, e anche della propria intelligenza. Chi di solito inizia a sviluppare i disturbi del comportamento alimentare è una persona particolarmente intelligente e particolarmente sensibile. Ma come ogni immersione fa delle promesse, come quella di garantirti una visione nuova delle cose, anche in questo libro, dentro le loro storie, credo che si possa trovare un panorama meraviglioso. Però, bisogna appunto saper respirare.

Quali sono i tratti che uniscono le storie di queste persone?

Il desiderio di trovare qualcuno che convalidi la loro esistenza. Sembra assurdo, perché viviamo iperconnessi, concentrati in una comunicazione, ma che è solo fittizia, dopodiché non ci sentiamo sufficientemente amati, compresi e considerati. Abbiamo bisogno di convalidare il bene, sentirlo sulla nostra pelle. Come si fa? Con le parole prima di tutto. Questi ragazzi di cui parlo sono persone alla ricerca di affetto, di attenzione. Di qualcuno che dica loro: vai bene così!

Come è possibile trovare un rapporto di equilibrio con il cibo?

Il rapporto con il cibo è uno specchio. Anche le parole sono uno specchio, un riflesso continuo di come noi ci vediamo, di come vorremmo essere visti, di come ci interpretiamo gli uni con gli altri. Questi ragazzi non riescono però più a mettersi a fuoco, e lo stesso accade con il cibo. Usano il cibo per modificare la propria immagine, e di riflesso il loro corpo.

Quali sono le parole giuste per raccontare tutto questo?

Spero di averle trovate, ma non è detto che ci sia riuscita. Certo è che la cura delle parole è stata particolarmente attenta e mirata durante questo lavoro. Quella che propongo è proprio una riflessione sulle parole: quando i media trattano argomenti così sensibili, come il malessere mentale, il disagio psicologico, i disturbi del comportamento alimentari, devono essere premurosi.  Anche nella velocità del lavoro dobbiamo fare una riflessione. Queste ragazze, ad esempio, non amano sentirsi fare dei complimenti, perché hanno un rapporto conflittuale con il loro corpo e con la loro immagine. Se dici loro “come ti trovo bene!” vanno in allarme. Il loro pensiero sarà “come mi trovi bene? Vuol dire che sono ingrassata”. Ecco che inizia una vertigine dentro di loro, per cui rifiuteranno il pasto successivo. Se vuoi fare un complimento a una ragazza anoressica, potrai dirle “che begli occhi che hai”, perché gli occhi sono l’unica parte del corpo che non ingrassa e non cambia. Quando noi in televisione, sui giornali, parliamo di questi argomenti dobbiamo prestare attenzione alle parole che usiamo. Dobbiamo far capire davvero le cose come stanno.

Quali finestre le ha aperto questa esperienza?

Credo che sia una chiave di comprensione dell’attualità e della realtà sociale del momento, che è diventata un’emergenza che ci è esplosa tra le mani durante il covid e subito dopo la pandemia. Adesso si parla del disturbo del disagio giovanile, prima molto meno. E se lo sapevamo facevamo finta che non ci fosse e che prima o poi ce ne saremmo occupati. E’ un’emergenza sociale a tutti i livelli, perché attraverso la vita di un giovane si racconta esattamente lo stato di salute della società in cui viviamo. Quindi che fine hanno fatto la famiglia e la scuola? Dove è iniziato il corto circuito nel linguaggio e nella comunicazione? Di che cosa hanno bisogno i giovani oggi? Perché la disoccupazione è così grande? Perché ci rifiutano e perché non hanno un rapporto di fiducia con noi? Se parliamo di loro parliamo del futuro e del presente del nostro Paese.

A chi dedica questo libro?

A loro. A tutti coloro che hanno fame d’amore. A chi ha un disturbo del comportamento alimentare, ma anche altre forme di disagio o di disturbo psichico, ma che non trova le parole per dirlo.

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Il mio bellissimo presente

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Damiano Gavino

Scoperto da Alessandro D’Alatri, il giovane attore romano, tra i protagonisti anche della seconda stagione di “Un Professore”, è ormai stato lanciato nell’Olimpo del cinema e della tv: «È grazie a lui se io sto vivendo una vita così, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a fare questo mestiere»

Due artisti in famiglia… come stanno vivendo tutto questo i suoi genitori?

È stato molto bello per loro quando mia sorella ha deciso di intraprendere la strada della recitazione, era una novità per la famiglia. Lea stava studiando all’università – che ha terminato – e, poco dopo, per caso, anch’io mi sono ritrovato a frequentare questo ambiente. Diciamo che è stato un po’ destabilizzante, anche perché sappiamo tutti che quello dell’attore è un mestiere che comporta dei rischi, ci si espone e si vive nell’insicurezza, qualcosa che spaventa chi cerca di farlo, figuriamoci un genitore. All’inizio, quindi, è stato un colpo, ora però la vivono benissimo, sono orgogliosi di noi e dei risultati che stiamo ottenendo. Per “Un Professore” organizzano anche le serate con gli amici, erano presenti alla prima di “Nuovo Olimpo”, si divertono molto.

Poco più che ventenne, eppure mostra una maturità, anche professionale, invidiabile. Il segreto?

Il fatto che mia sorella faccia questo mestiere da più tempo mi ha certamente aiutato. Allo stesso tempo, sono sempre stato uno che ha cercato di informarsi prima di muovere qualche passo, ho provato a capire come funzionava questo mondo dietro le quinte. Diciamo che ho sempre voluto avere a che fare con il cinema, mi mancava solo il coraggio di iniziare. Mi ha aiutato molto la consapevolezza che insieme al fascino del mestiere, è importante non dimenticare gli aspetti negativi, i no ai provini, le lunghe attese tra un lavoro e un altro, le critiche…

Non ha frequentato scuole di recitazione, la sua scuola sembra essere una straordinaria emotività e spontaneità che si traduce in sensibilità artistica. Si riconosce?

Quando recito cerco di portare in scena i sentimenti del personaggio che interpreto, nel modo in cui li ho vissuti nella mia vita, attingendo alle mie esperienze. Senza dubbio, come attore provo a replicare in scena la mia sensibilità, anche se nel quotidiano nascondo questo lato del mio carattere per proteggermi, per non apparire troppo vulnerabile. Quello che invece mi ha davvero aiutato, nel lavoro come nella vita, è stato dare sempre peso alle parole, al loro significato, per non rischiare di usarle a sproposito.

Il successo enorme della prima stagione di “Un Professore” ha catalizzato l’attenzione di tutti per voi nuove leve di attori. Come è riuscito a concentrarsi dopo il successo?

È una bella sensazione sapere che quello che fai emoziona le persone e che, quando hanno l’occasione di incontrarti, mostrano il loro affetto, ti raccontano come il tuo lavoro abbia portato dei frutti nella loro vita.  Non avendo cercato all’inizio di diventare a tutti i costi un attore, so bene cosa significhi essere fan, lo sono anch’io quando incontro una persona che stimo: faccio di tutto per farglielo capire. Trovarmi ora dall’altra parte è stimolante, non sento pressione perché ancora vivo serenamente il mio privato.

Come la mettiamo con sua “madre” Claudia Pandolfi?

Claudia dice spesso che sono suo “figlio” veramente (ride), lei è una donna piena di energia, fuori e dentro il set, una carica per tutti. I rapporti bellissimi che si sono creati sul set hanno una origine: Alessandro D’Alatri.

Ci racconta la sua esperienza con il regista che l’ha scoperta?

È stato un incontro importante per la mia vita e per la mia carriera, nei suoi confronti sento tanta gratitudine. È grazie a lui se io sto vivendo una vita così, gli devo il mio presente, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a lavorare come attore. Ha combattuto per avermi nel cast, rappresentavo un rischio, perché non avevo nessuna esperienza, non avevo mai studiato recitazione, non aveva idea di come avrei lavorato o di come avrei reagito a tutte quelle luci, alle macchine da presa, a tutte le persone. A lui devo dire grazie anche per le meravigliose persone che è riuscito a mettere insieme.

Come sta Manuel?

È sempre un po’ sfacciato, tormentato, anche perché a questo povero ragazzo succede di tutto, deve affrontare situazioni molto complesse per uno della sua età. Allo stesso tempo Manuel è maturato, come spesso accade quando, dopo tre mesi di vacanza dalla scuola, dopo aver staccato dall’impegno scolastico per un lungo periodo, hai vissuto la pausa estiva con più leggerezza, ti ritrovi a settembre con più esperienza e con una consapevolezza diversa. È stato così anche per quando ero studente, dopo la scuola era il tempo del riposo e dello svago totale, ma anche un profondo momento di riflessione in cui sentivi che qualcosa dentro di te stava cambiando, crescevi tu e quelli che ti stavano intorno. Manuel è cresciuto fisicamente ovviamente, perché in questi due anni sono cambiato anch’io (ride), emotivamente è meno impulsivo e indulgente con chi nella vita è stato costretto a fare delle scelte.

La filosofia del professor Balestra unisce tutti gli episodi della serie, qual è, invece, la sua filosofia di vita?

Vivere giorno per giorno senza farsi troppi problemi su come sarà il domani. Cerco di non farmi troppe domande, prendo il buono di ogni attimo, perché non c’è mai un momento vuoto, si impara sempre, sia stando fermi, sia impegnandosi in molte cose… è un esercizio continuo per comprendere cosa ci fa star bene o cosa ci rende felici.

Tra le tante domande esistenziali che l’essere umano si pone, a quale non le interessa dare una risposta?

Dove siamo realmente, se ci sono altre forme di vita, lontane, vicine, se viviamo in una realtà truccata, come vogliono farci credere le teorie complottiste, che spesso mi fanno ridere, altre volte invece riflettere. In generale, meglio non avere risposta, mi angoscia troppo.

A un certo punto della sua vita è arrivato un regista che l’ha portata sull’Olimpo. Come si sta?

A Ferzan Ozpetek sono grato tantissimo, mi ha dato un’opportunità enorme, far vivere sullo schermo la sua storia. Mi sono sentito onorato che lui abbia riconosciuto in me qualcosa di lui, mi ha fatto venire i brividi. Se avessi l’opportunità di girare questo stesso film adesso, avrei interpretato Enea in una maniera totalmente diversa, perché le mie emozioni, il mio vissuto è diverso.

Nel film si raccontano molto gli anni Settanta, un periodo storico in cui la parola d’ordine era libertà. Che valore assume per lei questa parola oggi?

Questa parola diventa negli anni sempre più complicata, ognuno ha la propria visione di libertà. Per me significa riuscire tutti a vivere in maniera serena. La libertà per me è serenità, nell’esprimersi, nel vivere, nell’esporsi… Se mi guardo attorno, oggi non la trovo e mi viene da pensare che tutta questa libertà non c’è. Nel mondo ci sono tante persone impegnate in nome di questa battaglia, vorrei che nessuno smettesse mai di lottare per la propria libertà, soprattutto noi giovani e il nostro desiderio di esprimere quello che siamo.

Sappiamo che è anche un appassionato di musica, in questo periodo della sua vita che musica, che canzone si sente?

La musica mi aiuta spesso, ci sono canzoni che per qualche mese ascolto almeno tre volte al giorno, e poi le metto completamente da parte, ma che sono associate a periodi precisi della mia vita. In questa fase, anche per motivi di lavoro, seguo il ritmo di Jim Croce, in particolare il disco – “You don’t mess around with Jim”, ritmi country e blues anni Settanta.

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La voce a chi non ce l’ha

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Il lunedì in prima serata su Rai 3 debutta “Farwest”, ultima creatura della Direzione Approfondimento della Rai. «Un racconto immersivo per entrare dento le cose, un programma che approfondisce nel segno della qualità» dice il giornalista siciliano

Che programma vedremo?

“Farwest” è un programma d’approfondimento, di inchieste. Un programma diverso dagli altri che ha la possibilità di proporre un’inchiesta giornalistica con il racconto in studio, con l’analisi di esperti e di testimoni che ci aiuteranno a fare luce sugli angoli più bui del nostro Paese. Cercheremo di portare una luce lì dove le istituzioni non esistono, cercheremo di occuparci di tutti i farwest, delle piccole e delle grandi truffe. Ci occuperemo anche di cronaca nera, di sociale, cercando di fare un programma giornalistico puro, che sia di servizio pubblico e nello stesso tempo di approfondimento.

Quali saranno i temi della puntata del debutto?

Ci occuperemo di un caso che porto nel cuore, quello dell’attentato a Paolo Borsellino. Cominciai proprio così, a 19 anni, facendo la diretta della strage di via d’Amelio. Ci occuperemo quindi di una grandissima truffa che ha creato una voragine nei conti pubblici dello Stato e di un ricatto sessuale fatto da un calciatore ai danni di due ragazze che intervisteremo in esclusiva.

Tanti farwest in lungo e in largo per lo Stivale… e la speranza?

Non vogliamo dipingere l’Italia come se fosse tutta un farwest. Il compito che ci diamo è quello di dare voce, e appunto una speranza, a chi non ce l’ha. Ma per farlo dobbiamo immergerci nel farwest quotidiano.

Questo programma segna un tuo ritorno alla cronaca, alla strada…

Sono molto contento che la Rai e Paolo Corsini (Direttore dell’approfondimento Rai) mi abbiano dato la possibilità di tornare alle origini, al mio mestiere di cronista. Io e tutta la squadra cerchiamo di fare il nostro lavoro in maniera onesta, puntando alla qualità. Sono molto orgoglioso del mio gruppo di lavoro e dei giovani inviati che mi aiuteranno nel racconto.

Qualità e buoni ascolti, questo l’obiettivo?

Gli ascolti sono importanti ma fino a un certo punto, ci sarà tempo per crescere. Questo programma ha bisogno di un tempo fisiologico per strutturarsi: cominciamo sapendo che sarà una sfida non facile, partiamo con le migliori intenzioni e con la certezza di fare un programma di servizio pubblico.

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Continuo a sognare…

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Nicolas Maupas

È uno dei giovani attori del momento, apprezzato dal cinema e dalla tv, amato dal pubblico come una rockstar. Due le serie di cui è protagonista, la seconda stagione di “Un Professore” e il fantasy “Noi siamo leggenda”: «Mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male»

Sta vivendo un momento d’oro, questo mestiere non è più un sogno, le cose si stanno facendo molto serie…

È diventato il mio mestiere con annesse responsabilità, paure e il grande impegno che ci vuole. Ancora oggi, però, recitare rappresenta una grandissima opportunità, i sogni non sbiadiscono, al contrario si moltiplicano e si riproducono da soli. Quando hai la fortuna di fare il lavoro che ami, conquisti un sogno e se ne creano immediatamente altri. Spero di continuare a sognare a lungo…

Una seconda stagione molto attesa, come siete riusciti a conquistare il cuore delle persone?

“Un Professore” è un progetto estremamente sincero, genuino nel quale si raccontano tante fasi della vita, dall’adolescenza all’età più matura, si parla di famiglie e del dialogo tra ragazzi e adulti. È una serie nella quale il pubblico riesce a trovare sempre una parte di sé, un lato del proprio carattere, una sfaccettatura che permette a chiunque di immedesimarsi nella drammaticità della storia. È un racconto che ti fa sentire a casa e dove puoi ritrovare casa.

Il pubblico vi ama, avete fan che vi considerano delle rockstar. Che effetto le fa tutta questa attenzione?

Fa un po’ paura, ma c’è anche la contentezza di ricevere l’affetto delle persone. Ho ricevuto un’educazione familiare che mi fa stare tranquillo, so di dover mantenere i piedi per terra.

Tra Manuel e Mimmo c’è Simone. Questo nuovo ingresso come sposta il baricentro tra i due protagonisti?

Mimmo è una di quelle incognite che entra nella vita di Simone e lo invade di molte domande, alle quali il mio personaggio cerca di dare delle risposte. Più si va avanti con le puntate, più i due ragazzi imparano a conoscersi meglio, i rapporti si fanno più stretti, le storie si intrecciano. Dal punto di vista professionale, è stato molto interessante, dopo “Mare Fuori”, lavorare di nuovo con Domenico Cuomo.


Avere come “maestro” Alessandro Gassmann, Prof. e padre per fiction, fuori dal set, cosa le ha trasmesso?

Alessandro ha uno stile comunicativo molto simile a quello di Dante, ha la generosità di spirito. È una persona estremamente generosa, disponibile a dare a noi attori più giovani consigli importanti sulla professione, su come ampliare le nostre conoscenze, quali film guardare o quali libri leggere. È un essere umano attento all’altro, che prende a cuore le persone. È un uomo buono, buono, buono… e poi fa veramente ridere.

“Noi siamo leggenda”, ci racconta la sua esperienza in questo fantasy?

Un teen drama corale nel quale l’elemento fantasy rappresenta una bella scommessa, una sfida anche per noi attori che abbiamo lavorato con il VFX (Visual Effects), con la fantasia o con elementi non proprio canonici del mestiere. Meno nuovo per me è stato avere a che fare con un ruolo che ha delle caratteristiche molto simili ai personaggi che ho interpretato fino adesso. La sfida è stata, però, proporlo in una maniera completamente nuova. Dal punto di vista drammatico, Jean è davvero molto carico, ci sono tante lacrime, tanta incomprensione, si rappresenta, ancora una volta, una fase dell’adolescenza un po’ cieca.

E i poteri?

Non sono i protagonisti, piuttosto delle metafore. Il pubblico non troverà la spettacolarizzazione, ma il tema è “cosa fanno questi ragazzi una volta che acquisiscono dei poteri”, come reagiscono, quali saranno le loro azioni, che tipo di responsabilità sono in grado di assumere. Ma soprattutto quali paure sono in grado di vincere o quali nuovi timori sorgono dopo la scoperta di questi poteri.

Se avesse avuto un potere…

… mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male. Non tutte le cose vanno dette, meglio lasciarle nascoste… scoprire qualcosa in più dell’altro non è per forza sempre un bene.

In questa serie si esplorano le radici delle proprie paure e le proprie insicurezze. Qual è la sua paura più grande?

È una domanda molto difficile… credo di averne di molto umane, paura dell’abbandono, della solitudine, di ferire o essere ferito da qualcuno, di perdere le persone a me care.

Quando non lavora, a quali altre passioni si dedica?
Il disegno è una attività che mi piace e riesce a rilassarmi, poi c’è sicuramente la musica… adoro fare delle ricerche, spulciare nelle playlist e scovare ritmi nuovi.

Sempre più di frequente ci sono attori che si cimentano con la macchina da presa. Si vede nel futuro come regista?

Sì, è un’altra aspirazione.

Con quale ruolo vorrebbe mettersi alla prova?

Mi piacerebbe fare il cattivo, non ho mai provato e sarebbe una bella prova per uscire dalle mie corde, sporcare un pochino di più questo viso così pulito… ho anche provato a farmi crescere la barba, ma ho dovuto tagliarla perché i commenti erano molto negativi (ride).

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Mi presento ai tuoi

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Lorena Bianchetti conduce il primo game show tutto dedicato ai sentimenti. Dal 2 dicembre, il sabato alle 14.00 su Rai 2

Al via “Mi presento ai tuoi”, una nuova sfida televisiva per Lorena Bianchetti che, a partire dal 2 dicembre alle 14.00 su Rai2, proverà a raccontare le famiglie e le loro dinamiche, attraverso una serie di giochi che porteranno alla scelta di un possibile partner per il proprio familiare, protagonista della puntata.  “Mi presento ai tuoi” è un’alternativa giocosa al dating tradizionale, un game show dedicato alle relazioni e ai sentimenti. Ogni settimana un ragazzo o una ragazza, accompagnato dalla propria famiglia, incontra un gruppo di persone tutte diverse tra loro, ma che possiedono almeno una caratteristica che possa colpire il suo interesse. Ed è proprio la famiglia a selezionare le persone da proporre, mentre al figlio spetta il compito di scegliere con chi approfondire la conoscenza. Ma come fare a capire quale sia la persona giusta? In “Mi presento ai tuoi” sono stati messi a punto una serie di giochi con lo scopo di far emergere le caratteristiche di ognuno dei partecipanti e di mostrare ai familiari i lati ancora nascosti del proprio figlio. Si parte da una rosa di sei possibili pretendenti, tra cui i familiari selezionano i quattro con cui giocare. Al figlio la possibilità di cambiarne uno. Da questo momento al termine di ogni gioco, il cerchio si restringe sempre di più, fino ad arrivare alla scelta finale. Qui, però, non ci sono consigli che tengano: la decisione è tutta nelle mani del figlio. Farà bene la sua scelta? Ma soprattutto, sarà ricambiato? Presente in studio la psicologa Flaminia Bolzan, che analizzerà alcuni meccanismi che muovono gli atteggiamenti più comuni in famiglia, provando a dare piccole soluzioni e spunti di dialogo. In ogni puntata, inoltre, un personaggio noto del mondo dello spettacolo racconterà in un’intervista il proprio rapporto famiglia/sentimenti che, da qualunque lato lo si guardi, è speciale e a suo modo complesso.

In alcune puntate, al posto del nucleo familiare, sono previsti gruppi di amici, coinquilini, colleghi di ufficio, compagni di squadra, ecc.

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