Shake

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Shakerare Shakespeare

Dalla Venezia del XVII secolo alla Roma contemporanea senza re, regine, castelli e guerre, un gruppo di ragazzi di oggi che come il Moro, Desdemona, Cassio, Iago e gli altri sono alle prese con l’identità che cambia e con la perdita dell’innocenza. Dal 14 aprile in esclusiva su RaiPlay

Raccontare l’adolescenza, periodo della vita di un essere umano a metà tra tragedia e commedia, affidandosi alle parole del Bardo. Chi meglio di Shakespeare, il più grande drammaturgo di tutti i tempi, può offrire spunti di riflessione per un teendrama che trasforma dei ragazzi di un liceo nei protagonisti dell'”Otello”?

«Interpretare Shakespeare in chiave televisiva, contemporanea e farne un coming of age è una sfida emozionante. Per quanto il testo originario sia di altri tempi, i temi rimangono universali: gelosia, amore, tradimento. L’adolescenza non fa altro che rafforzarli, raccontando una storia di scoperta, formazione, crescita» afferma la regista, anche lei molto giovane, Giulia Gandini.

Dalla Venezia del XVII secolo alla Roma contemporanea senza re, regine, castelli e guerre, un gruppo di ragazzi di oggi che come il Moro, Desdemona, Cassio, Iago e gli altri sono alle prese con l’identità che cambia e con la perdita dell’innocenza.

Il protagonista non è più il valoroso condottiero dell’esercito veneziano, bensì Thomas, il leader imperturbabile di una crew di parkour. Accanto a lui il simpatico Michele (Cassio) e l’arguta Gaia (Iago). Un equilibrio apparentemente solido fino a quando non compare sulla scena Beatrice (Desdemona), la più bella ragazza del liceo, di cui sia Thomas sia Gaia si invaghiscono. Mentre tra Beatrice e Thomas nasce una profonda storia d’amore, Gaia, colpita dall’invidia nei confronti del suo amico, ordirà un meticoloso piano atto a separare i due innamorati. L’infima opera di persuasione di Gaia avrà i suoi effetti, e le insicurezze di Thomas scoppieranno in una gelosia cieca che distruggerà l’amore per Beatrice e l’amicizia con Michele.

In un finale senza vincitori, la vera tragedia per i protagonisti sarà la consapevolezza del sopraggiungere dell’età adulta e con essa del disincanto perso, ma i ragazzi avranno modo di indagare le loro fragilità, elaborare i loro errori o, più semplicemente, crescere. Ogni episodio segue la prospettiva di un singolo personaggio, rivelando man mano nuove sfumature in scene già viste dagli occhi non solo di Thomas, ma anche di Bea e Gaia.

Non serve quindi conoscere Shakespeare per capire “Shake”, anche se «per chi è familiare con l’Otello le easter eggs sono moltissime» continua la regista che, dal punto di vista della realizzazione filmica dice: «I piani sequenza si rifanno senza dubbio al linguaggio teatrale. L’amore tra i protagonisti è il primo, liceale, ma è anche l’amore tra Otello e Desdemona, Romeo e Giulietta, Amleto e Ofelia. I protagonisti non sono solo innamorati, sono destinati l’uno all’altra».

L’amore è dunque una fiaba, ma per quanto forte e romantico, purtroppo il destino Shakespeariano è crudele. È una fiaba senza lieto fine, o comunque con un finale dolceamaro. Perché in fondo l’adolescenza è proprio questo: la fine della fiaba che è l’infanzia, e il passaggio necessario all’età adulta.

Ispirazioni…

Le reference sono altre serie teen, ma anche film come Skate Kitchen di Crystal Moselle, Water Lilies di Céline Sciamma, American Honey di Andrea Arnold.

La musica

La maggior parte della musica è elettronica soft della nostra composer Ginevra Nervi, con il fine di tingere anche le situazioni più mondane con un senso di sospensione, riflessione, introspezione. Non mancano poi le tracce musicali di vari artisti moderni come Fred Again, Ditonellapiaga e Cmqmartina, giovanissima cantautrice che ha firmato la canzone originale della serie, “Il silenzio”.

JASON PREMPEH  
Thomas

Da Shakespeare a Shake…

Quello che speriamo è che ci sia una scossa dal punto di vista emotivo. È una serie che si concentra sulle emozioni dei personaggi, ci saranno molti intrighi amorosi che cattureranno l’attenzione del pubblico. “Shake” è un mix di generi, si passa dalla storia di Otello, il Moro di Venezia, a Thomas, un vero leader che pratica parkour e si ritrova a combattere i “demoni” dell’adolescenza, i primi amori, passioni e gelosie.

Il parkour come metafora della vita…

Come per il parkour che spinge chi lo pratica a trovare una soluzione, ogni volta diversa, per affrontare e superare gli ostacoli, anche nella vita nessuno può dirti come gestire la tua esistenza, è sempre un lancio nel vuoto capire se stessi, gli amori e le amicizie.

Quali sono i punti di forza del suo personaggio?

Sicuramente il suo grande senso dell’onore e della fedeltà. È una persona molto ingenua e passionale e per questo, i suoi pregi possono diventare anche le sue più grandi debolezze. È questa sua forte passione che lo spinge verso la cieca gelosia, una ingenuità che lo rende vittima delle voci che altri insinuano.

Un racconto di e per ragazzi… e gli adulti?

È una storia che può rivolgersi anche a un pubblico di adulti, perché rappresenta bene quella che è l’adolescenza. In realtà, più che parlare agli adulti, speriamo possa spingerli ad ascoltare ciò che le nuove generazioni hanno da dire.

GIULIA FAZZINI
Beatrice

Il Bardo per una storia contemporanea…

L’obiettivo di “Shake” è prendere i temi universali dell’“Otello” di Shakespeare, la gelosia, l’amore e l’inganno, e trasporli in qualcosa di fruibile e comprensibile per il pubblico di oggi. Molto spesso si è intimoriti davanti all’intensità di Shakespeare, in realtà, la sua forza consiste proprio nell’essere riuscito a raccontare con semplicità temi tanto infiniti da includere l’intero umano. Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di rendere omaggio a questa grandezza, prendendo l’opera di Shakespeare, traducendola in un frammento contemporaneo, comprensibile ai più. Abbiamo shakerato circostanze diverse, ma i temi sono rimasti gli stessi.

Quanto rimane di Desdemona nel suo personaggio?

Abbiamo mantenuto quella fame di autenticità presente nell’opera originale. Non appena Desdemona riesce a rispecchiarsi nelle pene dell’Otello, lei le vede riflesse nei suoi occhi e se ne innamora perdutamente. È una donna disposta ad abbandonare la famiglia, il suo status quo, le certezze per inseguire quel sogno d’amore infinito. Se vogliamo, rappresenta il simbolo per eccellenza della fedeltà in amore. Tutto questo c’è anche in Beatrice, alla quale abbiamo donato uno spigolo in più, un chiaroscuro maggiore. Se nel personaggio della tragedia i moti interiori erano un pochino più nascosti e interiorizzati, in Beatrice è chiara la sua vulnerabilità, che coinvolge l’ambito familiare e amicale. Ci lasciamo connettere alla sua sensibilità in maniera più diretta.

Un messaggio per il pubblico adulto…

Spero che gli adulti che avranno la fortuna di guardare “Shake” siano portati a empatizzare con i sentimenti dei ragazzi, troppo spesso interpretati come sciocche manifestazioni giovanili. I nostri amori giovanili significano tanto per noi, sono veramente ciò che ci fa andare avanti, le gelosie, le passioni così forti sono qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno, solo che il mondo dei grandi spesso tende a dimenticarlo.

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StraMorgan, lezioni di musica in show

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NOVITA’

Dal 10 al 13 aprile su Rai 2, in seconda serata, con Morgan e Pino Strabioli, quattro appuntamenti per raccontare storia, percorso, curiosità, contaminazioni internazionali di Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato e Umberto Bindi

«Un tuffo, una nuotata nella visione, nella rilettura, nella prospettiva di Morgan rispetto a quattro colossi: Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato, Umberto Bindi. Avremo un’orchestra di giovani di vari conservatori, una band, ospiti. Sarà una festa della musica e una riflessione sulla musica». È Pino Strabioli a descrivere con entusiasmo il debutto del nuovo programma sulla musica di Rai 2 che vedrà il cantautore-poeta Morgan impegnato in quattro “lezioni di musica in show”. Dal 10 al 14 aprile in seconda serata, dal Centro di Produzione Tv di Torino, il programma avrà per protagonisti quattro grandi nomi della musica: Modugno, Bindi, Battiato e Battisti, dei quali racconterà storia, percorso, curiosità, contaminazioni con la musica internazionale. «Si comincia. Finalmente sono riuscito a portare in scena questi grandi cantautori italiani di cui vado molto fiero. Sono certo che siano il grande patrimonio della nostra terra, l’Italia – afferma Morgan – queste canzoni italiane sono qualcosa di prezioso, sono dei grandi gioielli di cui nutrirci e da metterci addosso. Da sfoggiare, sono una grande eredità da non dimenticare». Nei quattro viaggi musicali, eclettici e unici alla maniera di Morgan e del suo pianoforte, un ruolo fondamentale avranno la sua band e I’orchestra, composta da giovani talenti provenienti dai Conservatori italiani, diretti dal Maestro Angelo Valori, Direttore d’Orchestra del Conservatorio di Pescara. «Che la Rai mi consenta di raccontarli, non solo di interpretarli, è un grande inizio – prosegue Morgan – se il pubblico accoglierà questo appuntamento, ci saranno delle belle prospettive per far ritornare qualcosa che spesso sembra dimenticato. Può ritornare non sotto forma di passato ma di insegnamento, per fare qualcosa di nuovo». Tanti gli ospiti, tra i quali spiccano Vinicio Capossela, Paolo Rossi, Gino Paoli. Morgan mattatore e cantante, al suo fianco Pino Strabioli che lo incalzerà con domande e lo accompagnerà nel racconto, ricordando aneddoti e conducendo il pubblico tra note e narrazione con garbo ed eleganza. Prodotto dalla Direzione Intrattenimento Prime Time, “Stramorgan” nasce da un’idea creativa di Morgan. La regia è di Luca Alcini.

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Il mio cuore tra Web e Tv

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DOMENICO RESTUCCIA

Dai reel alle challenge, dalle storie a un utilizzo consapevole della Rete. Il RadiocorriereTv intervista il dottor Web, lo specialista di Internet in “BellaMa’”, il programma di Pierluigi Diaco in onda nel pomeriggio di Rai 2: «Sono mondi che talvolta spaventano le persone con qualche anno in più, perché spesso visti in modo negativo»

Una sfida importante, quella di “BellaMa’”, conquistata giorno dopo giorno…

Il programma è una bellissima famiglia. Siamo tantissimi, c’è un bel capitale umano. Ci sono le storie, i racconti che ci hanno consentito di conoscerci puntata dopo puntata. E poi c’è il direttore d’orchestra, Pierluigi Diaco, che è, gli rubo l’espressione, un vero e proprio amplificatore di talenti. Nel momento in cui percepisce una scintilla, un input, da parte di ognuno di noi, è pronto ad amplificarlo, creando i momenti più forti del programma.

Nel corso dei mesi abbiamo visto il programma cambiare pelle…

Tutti i nuovi programmi aggiustano il tiro confrontandosi giorno dopo giorno con la realtà. È stato così anche per “BellaMa’”, per il suo cast. Nel corso delle settimane Diaco ha affinato il racconto, anche grazie alle indicazioni ricevute dal pubblico. Evviva il cambiamento.

Quanto riesce a essere franco e costruttivo il confronto tra generazioni?

È la prima volta che mi capita di assistere, in un programma, a una mancanza di brief iniziale, proprio perché Pierluigi cerca la spontaneità reale di quello che succede. Certo, ognuno di noi sa chi saranno gli ospiti, conosce gli argomenti, ma

tutto ciò che avviene in diretta deve essere vero. È certamente anche un rischio, ma la bellezza di essere sorpresi da quello che si dice vince su tutto. La meraviglia è veramente tale, così come la risata.

Come nasce il dottor Web?

Il dottor Web è entrato in scena quando “BellaMa’” era già pronto per andare in onda. Ero stato chiamato dalla struttura Digital della Rai per creare il piano di comunicazione social, non conoscevo gli autori, il gruppo di lavoro. Quando spiegai alla redazione come avrei voluto raccontare il programma attraverso i social network, Pierluigi mi chiese se volessi farlo direttamente, confrontandomi con il pubblico televisivo. Mi sono bastati due secondi e ho accettato (sorride) e così è nato il mio ruolo davanti alle telecamere. Sto cercando di umanizzare la Rete e i social, mondi che talvolta spaventano le persone con qualche anno in più, perché spesso visti in modo negativo. Il mio ruolo è anche quello di far capire che il Web può semplificare la nostra vita, può rappresentare un valore aggiunto.

C’è una caratteristica che accomuna i boomer?

La grande curiosità, alla fine di ogni puntata capita che mi chiedano consigli, una mano per superare qualche dubbio sull’uso degli smartphone. A darmi grande soddisfazione è poi vederli impegnati nel realizzare i reel in trasmissione, nel postare i loro contenuti. A volte si ispirano ai giovani, ed è interessante vedere la contaminazione. Li aiuto proprio come faccio con i miei genitori (sorride).

L’equazione giovane = alfabetizzazione informatica è sempre vera?

Per una questione anagrafica i giovani sono delle spugne, capaci di intercettare le tendenze, e in più hanno facilità nell’utilizzo della tecnologia. I boomer, d’altro canto, hanno alle loro spalle l’esperienza. Saranno tecnicamente meno perfetti, ma in quello che fanno esprimono forti emozioni. Il ponte meraviglioso tra il nonno e lo smartphone è comunque il nipote: crea condivisione, l’unione di due linguaggi, un valore assoluto. 

Ha un consiglio da dare ai nonni che temono di relazionarsi con il Web?

Sui social, e più banalmente sulle chat di messaggistica, che sono più a portata di mano, arrivano messaggi di ogni tipo, con link che rimandano a cose che possono essere anche molto pericolose. Quando non si hanno gli strumenti per capire, il rischio c’è. Certo, parlando di Web in televisione si fa già una sorta di prevenzione, di alfabetizzazione. All’atto pratico è però importante affidarsi solo alle fonti autorevoli, come ad esempio i grandi giornali, e usare la massima cautela con tutto il resto. Buona regola per tutti è quella di condividere solo cose che sappiamo essere reali, certificate. Anche i giovani non devono farsi portatori di cose sbagliate.

La sua carriera in televisione nasce qualche anno fa con “Tv Talk”, poi proseguita con programmi come “Elisir”, “Estate in diretta”, come è cambiato, nel tempo, il suo rapporto con il piccolo schermo?

Quando varco i cancelli della Rai lo stupore e la meraviglia sono sempre gli stessi, la felicità è sempre tanta. A essere cambiata è invece l’esperienza, nella fattispecie sto vivendo l’evoluzione dei linguaggi televisivo e social, che col tempo si stanno avvicinando. Certamente la Tv può contare su una fidelizzazione che il Web fa ancora fatica ad avere. Un milione di follower sui social si trasforma raramente in un milione di telespettatori. La Tv deve strizzare l’occhio al mondo dei social solo quando questi rappresentino un valore.

A proposito di televisione, ci indica tre momenti da salvare della Tv degli ultimi 20 anni?

Sull’approfondimento direi i programmi di Piero e Alberto Angela, capaci di rendere pop la narrazione di contenuti importanti. Come intrattenimento è invece interessante osservare l’evoluzione che Sanremo ha avuto negli ultimi tempi. Il Festival ci rappresenta molto bene, è sufficiente vedere come i 28 cantanti in gara quest’anno abbiano risposto ai gusti musicali di diverse generazioni. Un solo programma è riuscito a parlare a tutta la famiglia. Per chiudere dico “Una pezza di Lundini”, programma surreale che ha saputo attrarre anche un pubblico molto giovane. Penso alle clip di Valerio, ai tormentoni della Fanelli, diventati cult anche tra chi la Tv la guarda raramente.

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“Due vite” per Liverpool 2023

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Marco Mengoni

A dieci anni dalla sua prima partecipazione all’Eurovision di Malmo nel 2013, dove arrivò settimo con “L’Essenziale”, l’artista porterà sul palco della città inglese la canzone con cui ha trionfato a Sanremo 2023. Obiettivo? «Divertirsi e fare musica tutti insieme»

SANREMO 09 FEBBRAIO 2023 3 SERATA DEL FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA DI SANREMO. NELLA FOTO MARCO MENGONI

L’Eurovision è un po’ il Mondiale della musica, qual è l’allenamento di Mengoni per questo evento?

Per arrivare pronto al prossimo Eurovision Song Contest di Liverpool, sto cercando di fare tantissime cose prima, tra cui piccole soste in giro per l’Europa, dei mini concerti. In generale cerco di fare le stesse cose di sempre: l’allenamento fisico per scaricare la tensione e la mia buona ora settimanale di terapia mentale.

“Due vite”, due universi che collidono ma che devono in qualche modo coesistere. Quanto è attuale la sua canzone? 

In “Due vite” si parla di equilibrio tra le due parti che fanno parte di ciascuno di noi. È una canzone che racconta della nostra parte diurna, nella quale la mente di una persona riesce a mettere da parte le follie, le frustrazioni, i dubbi, le perplessità… che alla fine escono all’esterno tramite i sogni, in una sorta di mondo fantastico, quasi felliniano. Queste paure, questi tormenti vengono sempre a bussare. Pensando ai tempi che stiamo vivendo, è una esortazione a trovare il giusto allineamento con la nostra società, con la Terra che ci ospita.

Dieci anni fa la prima volta a Sanremo e all’Eurovision. Cosa conserva di “essenziale” in questa nuova fase della sua vita?

Se dieci anni fa aveva portato l’essenzialità, quest’anno saranno protagoniste queste due diverse esistenze, un dualismo presente in ognuno di noi.

Tre minuti per abbracciare con la sua canzone tutti i Paesi presenti. Sente questa responsabilità? In realtà no, farò quello che ho fatto e che volevo fare a Sanremo: divertirmi e far parlare la musica. Sarà un bellissimo momento di condivisione e di festa. Credo che l’Europa, attraverso questa manifestazione, riesca, almeno in quei giorni, a riappacificarci, a farci sentire felici insieme grazie alla musica, “united by music”.

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Sul set con Marco è come andare a una festa

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LORENZA INDOVINA

In “Rocco Schiavone” veste i panni della poliziotta capace di tenere testa al Vicequestore, una professionista straordinaria alle prese con la scoperta della sua femminilità: «La ritroviamo più sexy, da quel montone e da quel colbacco esce una Gambino più sensuale»

Cosa rappresenta il suo personaggio, Michela Gambino, nell’universo di “Rocco Schiavone”, in particolare in quello femminile?

Michela è l’unica donna con la quale Schiavone riesce ad avere un rapporto di sano rispetto e confronto, è anche leggermente terrorizzato dalla Gambino, perché la sente come una che conosce più del dovuto. In questa stagione lei lo prenderà in giro, gioca con il Vicequestore e non mostra mai un atteggiamento servizievole. Dal punto di vista professionale è una donna straordinaria, comincia a tirare fuori la propria femminilità grazie alla relazione con Fumagalli. La ritroviamo quindi più sexy, da quel montone e da quel colbacco esce una Gambino più sensuale. È una donna che stimo e ammiro molto, l’unico elemento che mi inquieta è il suo essere complottista, pensare che il mondo ti spii.

Lei crede ai complotti?

Ovviamente no, neanche che esistano persone che portano sfortuna. Per me le cose succedono perché è la vita che le fa accadere e basta. Alla Gambino questo aspetto un po’ lo perdono, perché mi fa una simpatia e una tenerezza infinita, è una donna di grande forza, talento, energia, simpatia, ironia…

Come entrano l’ironia e la comicità nelle storie di Schiavone?

Rappresentano una parte importante della nostra esistenza. Come nella vita, anche in quella dei poliziotti della serie determinate situazioni diventano momenti divertenti grazie a una battuta, un buon modo per superare situazioni pesanti. L’ironia aiuta a vivere meglio, ad affrontare quel che accade in maniera più lucida.

Come stanno in equilibrio ironia e momenti di riflessione nella sua vita?

Spesso è conseguenziale, non è detto che una risata non porti ad avere una consapevolezza profonda. Guardi un film e magari ridi dell’ossessione di un personaggio, scoprendo alla fine che quel difetto appartiene anche a te. Lo riconosci ridendoci sopra, facendo un processo di analisi più profonda del tuo essere nel mondo. Non è detto che il momento di riflessione corrisponda per forza a un momento cupo, di silenzio o di concentrazione, le rivelazioni arrivano quando sei rilassato, pronto a recepirle meglio. L’angoscia, a volte, chiude ai pensieri.

Condivide con il suo personaggio la provenienza geografica… due siciliane ad Aosta come hanno riscaldato questi luoghi?

Il siciliano per natura è allegro, vuole vivere bene. Ogni volta che vado in Sicilia, anche col taxista, mi faccio un sacco di risate, appena c’è un raggio di sole stanno tutti in spiaggia, al mare a fare il bagno (ride). C’è una naturale attitudine a mangiare bene…

A godersi la vita…

E quando uno vede qualcuno che si gode la vita, paradossalmente, è spinto a provarci. Per “Rocco Schiavone” abbiamo sempre girato tra le montagne con temperature altissime, trovandomi puntualmente con abiti pesantissimi (ride).

Una serie a cui il pubblico è molto legato. Qual è la forza del personaggio e della scrittura di Manzini?

Questo racconto è il risultato dei meravigliosi romanzi di Antonio Manzini, scrittore che ha lavorato talmente bene sui personaggi, dando loro rotondità, una back story profonda che spesso in una serie, con tempi e spazi ben diversi da un libro, è difficile da realizzare. Tutti i personaggi hanno una propria storia, la propria verità nella quale il pubblico può riconoscersi. Schiavone piace perché i personaggi non sono degli estranei, sono di famiglia, a questo si aggiunge la parte di giallo congeniata in modo intelligente, mai banale.

Per ogni giallo di Manzini c’è un Giallini…

Conosco Marco da tantissimi anni, abbiamo lavorato insieme a “Almost Blue” di Alex Infascelli, dove interpretavamo due poliziotti. Ho assistito a tutta la sua crescita artistica, ho vissuto anche parte dei suoi dolori… è una persona a me cara. Arrivare sul set e lavorare con lui è come andare a una festa. Devo dire però che questo clima si respira con chiunque sul set, siamo tutti amici, abbiamo una chat, siamo diventati una piccola famiglia che si vuole bene. È una fortuna e si sente anche nel lavoro.

Esiste una differenza tra interpretare un ruolo e rispecchiarsi in questo?

Quando si recita si prende sempre qualcosa di sé, c’è però da ricordare che stiamo comunque nell’ambito della finzione. Non credo alla teoria dell’immedesimazione, anche se a volte andiamo a pescare sulle nostre cose personali.

È capitato anche a lei?

Una volta dovevo piangere in scena per mio figlio, e io pensavo ai miei cani. Ero triste per loro, tutti immaginavano che io piangesse per quel bambino.

Nella sua carriera troviamo tanti progetti televisivi. Com’è cambiata la serialità italiana?

Il confronto sempre più forte con le serialità straniere ha spinto quelle italiane ad alzare l’asticella della qualità, visiva, di costruzione dei personaggi. Quello che purtroppo sto vedendo, è che tutto si sta omologando e ho paura che questa fiammata entusiasmante di ripresa produttiva non contrasti la forza delle major a discapito del lavoro autoriale. C’è stata però una spinta importante, sono emersi tanti nuovi attori, soprattutto giovani, anche se il mondo femminile è sempre leggermente sacrificato, in particolare per ruoli di donne più mature. Io non sono una che vuole fare per forza la protagonista, io voglio solo divertirmi, fare delle belle scene, bei personaggi.

Un esempio?

Nell’ultimo film di “Cetto La Qualunque” interpretavo la moglie, avevo una scena sola in tutto il film, ma era talmente divertente, talmente bella che era una gioia.

Il fattore Antonio Albanese…

Un autore che ha un’attenzione maniacale alle cose, straordinario. Non lascia mai nulla al caso. Purtroppo, a volte, per mancanza di soldi e di tempo, i registi sono costretti a correre.

C’è nella sua carriera qualcosa che vorrebbe sperimentare?

Mi sto mettendo alla prova come regista, un’altra maniera di fare l’attrice. Le inquadrature per me sono immagini al servizio dell’interpretazione dell’attore. Ora sto lavorando a un documentario su uno degli incidenti aerei più gravi della storia italiana, forse europea, quello del 1972 a Punta Raisi, che provocò la morte di tutti i passeggeri. Su quell’aereo c’era mio padre, io avevo due anni. Nel documentario incontro i parenti delle vittime, indago sul fatto che forse non si è trattato di un incidente, ma di un attentato. Sono ancora in fase di lavorazione, speriamo che vada tutto bene.

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Ci vuole un fiore

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PRIMA SERATA

La leggerezza del varietà e le tematiche ambientali: Francesco Gabbani torna con il suo show per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di preservare il futuro del nostro pianeta. Due speciali appuntamenti il 14 e il 21 aprile su Rai 1

Francesco Gabbani torna con un one man show e raddoppia il suo appuntamento con due speciali prime serate, il 14 e il 21 aprile 2023 su Rai1, di un format originale che unisce la leggerezza del varietà con la tematica, sempre più urgente, dell’ecosostenibilità.

Accompagnato da un parterre di grandi ospiti, Gabbani affronterà, con un linguaggio diretto ma efficace, le tematiche ambientali, protagoniste del dibattito mondiale. Il suo intento è infatti quello di sensibilizzare, attraverso parole, musica e testimonianze, l’opinione pubblica sulle tematiche legate all’ambientee su come, ognuno di noi, partendo da una piccola scelta quotidiana, possa contribuire a preservare il futuro di questo nostro meraviglioso Pianeta.

Per fare questo Francesco Gabbani inviterà ospiti provenienti da diversi mondi – dallo spettacolo al cinema, ma anche dalla musica alla scienza – che portano con loro un fiore simbolico,una dedica d’amore alla Madre Terra.

Gabbani ballerà, duetterà, interpreterà alcuni dei suoi maggiori successi e brani di altri grandi cantautori. Con lui la sua band arricchita da alcuni musicisti e da tre coriste e un corpo di ballo inclusivo e lontano dagli stereotipi composto da 8 ballerini, con le coreografie di Luca Paoloni. 

Tra le novità di questa edizione uno studio completamente rinnovato
che regalerà al pubblico un’esperienza totalmente immersiva, un vero e proprio viaggio nella natura, mostrandola in tutta la sua bellezza.

“Ci vuole un fiore” è una produzione di RAI Direzione Intrattenimento Prime Time, in collaborazione con Ballandi. Un programma di Lucio Wilson e Francesco Gabbani, scritto con Carmelo La Rocca, Duccio Forzano, Adriano Roncari, Giacomo Berdini, Manuela Mazzocchi, Matteo Catalano.

La regia è di Duccio Forzano; scenografia di Gennaro Amendola; direttore musicale Valeriano Chiaravalle; coreografie di Luca Paoloni. Produttore esecutivo per Rai1 Rossella Arcidiacono. Produttore esecutivo per Ballandi Luca Catalano.

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Tra gli artisti di strada

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Nek

La voglia di mettersi gioco e il desiderio di imparare, un musicista attraverso la tv porta al successo le storie dei buskers che animano da Nord a Sud le piazze e le vie del nostro Paese. Il martedì in prima serata su Rai 2

La musica il suo faro, non un limite per uscire dalla comfort zone. Cosa le dà questo programma?

La possibilità di conoscere il mondo dei buskers, di cui sapevo molto poco, e di mettermi alla prova con un nuovo linguaggio, diverso da quello musicale. Sto imparando a essere più efficace nella conduzione, a rispettare i tempi televisivi. Così come una canzone in soli tre minuti deve arrivare al pubblico, anche un programma, nei tempi decisi dagli autori, deve conquistare le persone. Se però chi viene scelto per stare davanti alla telecamera non è empatico, si va davvero poco lontano. Per me uscire dalla comfort zone è assecondare il mio desiderio di imparare.

La prima edizione è stata un grande successo…

Che mi ha incoraggiato ad andare avanti e ha spinto il direttore Stefano Coletta e Carlo Conti, co-autore del programma, a credere in me. Cerco di ripagare questa fiducia con l’impegno, provando a migliorare le mie capacità nel minor tempo possibile.

Da artista, musicista di successo, qual è il suo contributo al linguaggio televisivo?

L’empatia! Attraverso una canzone cerco di essere il più empatico possibile con la gente, incontro gli sguardi, vado a toccare le mani, sistemo la voce in un certo modo quando ci sono frasi significative. Lo stesso faccio quando da uno studio televisivo mi rivolgo al pubblico a casa attraverso l’occhio della telecamera. Mi avvicino agli artisti di strada con l’empatia di un fratello perché, come me, hanno fatto dell’arte la loro vita. L’artista è colui che dialoga attraverso un’espressione artistica particolare, che cerca di arrivare al cuore delle persone con un linguaggio, con lo sguardo, o con un determinato comportamento. Io sono un musicista, un cantautore, mi hanno insegnato che sul palco si va e alla prima si canta, senza troppe prove per non perdere la spontaneità.

Un comportamento che assume anche da conduttore…

“Dalla strada al palco” è un programma registrato per esigenze tecniche, ma è strutturato come se fosse una diretta, e questo è bellissimo.

Sul palco salgono anche le storie personali e quelle di un Paese che si racconta. Qual è la fotografia che viene restituita?

È l’immagine dell’Italia. Il cuore di questo racconto sono proprio le storie degli artisti, il messaggio che traspare, oltre alla meraviglia di assistere alle diverse espressioni dell’arte, è che per arrivare lì hanno passato momenti importanti, complicati, difficili, sacrifici, scelte ponderate prese in piena libertà e con consapevolezza. Molti di questi artisti dal palco sono andati alla strada, e non viceversa, c’è chi ha calcato palchi importanti da protagonista, ma non era soddisfatto, c’è chi desidera stare lontano dalle dinamiche della discografia e non mostra alcun interesse per le classifiche. La loro unica velleità è essere sulla strada, su una piazza e incontrare l’interesse distratto dei passanti. Questo mi ha colpito molto.

Come accolgono i buskers questa opportunità?

Partecipare al programma è una possibilità alternativa di esibirsi e magari vincere i 10 mila euro in palio. Il desiderio però è tornare da dove sono venuti, ovvero nel loro angolo di piazza, o nella loro strada, o al loro camper per viaggiare in Italia o nel mondo.

Non è un talent, ma il talento ha un peso enorme…

Il talento è un dono speciale che possiedi fin dalla nascita, che custodisci dentro di te e arriverà sempre prima di chi si affida alla tecnica e allo studio. Il talentuoso è come un supereroe, sa esattamente quello che deve fare, nessuno gliel’ha insegnato, è una scintilla che si accende. Ci sono anche persone che non sanno di avere questo tesoro nascosto, o non hanno avuto l’occasione per esprimerlo ma, grazie agli incontri giusti, sono riusciti a esprimerlo nel tempo.

Come può un artista conservare la propria purezza, la propria libertà?

Continuando a dare fiato a questo dono, preservarlo e al tempo stesso condividerlo con gli altri per mantenerlo vivo. Il talento deve essere nutrito di stimoli, di idee, di continuo lavoro, come il fuoco che per mantenere le fiamme vive necessita di legna.

In studio con oltre 800 persone, è un po’ come un concerto. Quanto pesa questa presenza?

L’anno scorso, negli Studi Fabrizio Frizzi, eravamo poco più di 200, averne oggi 800 rende tutto più vivo, più sentito, come essere a teatro. Si percepisce immediatamente l’entusiasmo, la gente partecipa emotivamente alle esibizioni degli artisti. È come se fossimo in strada, è uno spaccato della vita vera. Il palco dello studio dell’Auditorium della Rai di Napoli ricostruisce l’ambiente da cui arrivano i nostri artisti, è presente un bellissimo ledwall circolare sul quale sono proiettate le foto delle meravigliose piazze italiane e sono inoltre presenti molti oggetti scenografici che creano atmosfere suggestive.

Che cosa augura agli artisti che partecipano al suo programma?

Agli artisti dico sempre di divertirsi. Nei loro sguardi leggo emozione e tanta felicità. “Dalla strada al palco” rappresenta una occasione in più di mostrare la propria arte, seguiti e coccolati da un gruppo di lavoro straordinario che li aiuta a non sprecare il proprio tempo. È una prova per tutti, per me, per gli addetti ai lavori, per gli artisti. Auguro a chi partecipa di sentirsi persone realizzate, di mettersi sempre in ascolto dell’altro.

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Supereroi”, una canzone sincera

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Mr Rain è una delle più belle sorprese dell’ultimo Festival di Sanremo. Mattia Belardi, questo il suo nome, è acclamatissimo e riceve numerosissimi attestati di stima. «Avere colpito tante persone è la vittoria più grande, al di là di dischi di platino e classifiche – spiega l’artista -Mi stanno scrivendo da tantissimi posti, anche medici dagli ospedali e poi psicologi, insegnanti, scuole, parroci»

Con “Supereroi” ha conquistato Sanremo, il pubblico, le classifiche e continua la sua ascesa. È una… super canzone?

Ho semplicemente portato una parte della mia storia… Pensare che poi “Supereroi” si sia fatta largo nelle vite di molte persone è la vittoria più grande, al di là di dischi di platino e classifiche. Tutto questo fa ovviamente piacere, e la cosa più bella è che questa canzone sia così apprezzata. Me ne rendo conto anche da tutti i messaggi e dai video che mi arrivano.

Secondo lei, perchè “Supereroi” ha colpito così le persone?

Secondo me le persone hanno capito che è una canzone veramente sincera. Io ho raccontato semplicemente quello che ho vissuto e credo che la sua forza stia nel senso di chiedere aiuto. Guardando i tanti messaggi che mi arrivano, trovo tante persone che mi ringraziano perché hanno trovato la forza di fare il primo passo e chiedere aiuto. Una cosa stupenda.

Cos’era per lei Sanremo e poi cosa è diventato?

Sanremo era un palco che ho sempre sognato. Avrei sempre voluto cantarci e avere questa opportunità gigante che permette di arrivare nelle case delle persone. Credo sia al momento il palco più importante che abbiamo. Ci ho provato per molto tempo e non ci sono riuscito. Adesso ho coronato uno dei miei sogni.

Si è parlato tanto dei bambini che ha portato a Sanremo. Come ha presentato loro questa canzone?

Semplicemente gliel’ho fatta ascoltare e ho spiegato loro il cuore di “Supereroi”, cioè il coraggio di mostrarci sempre come siamo, che è un po’ quello che facciamo quando siamo piccoli e che poi abbandoniamo con il tempo perché ci costruiamo questa maschera, questa armatura nella quale ci proteggiamo da insicurezze, paure. La cosa bella di quando si è piccoli è che si è semplicemente se stessi. Ho spiegato ai bambini di cercare di mantenere il più possibile il loro modo di essere e di non aver mai paura di chiedere aiuto.

Ma non è la prima volta che i cori sono presenti nella sua musica…

Uso i cori come amplificatori di messaggi. Inserisco la componente coro per far arrivare ancora di più l’essenza di una canzone, per renderla un po’ di tutti quanti. Sono contentissimo di aver portato un coro di voci bianche su un palco perché era uno dei miei sogni.

La sua canzone è un invito ad ammettere le proprie fragilità e a chiedere aiuto. A lei è successo?

Assolutamente sì. Ho trascorso un periodo veramente cupo due o tre anni fa. Sono sempre stato introverso, ho sempre tenuto tutto dentro e ho fatto fatica a spiegare agli altri come stavo se non scrivendo e facendo musica. Questa cosa nel tempo mi ha logorato e mi ha portato all’ultima goccia, fino a quando, nel 2020, nel periodo precedente la pandemia, ho deciso di vivere meglio con me stesso, intraprendendo un percorso preciso e mostrandomi alle persone così come sono, anche con le mie paure. Questo ha cambiato la mia vita. Mi sento una persona totalmente diversa.

Come vive tutta l’esposizione che è derivata dal Festival di Sanremo?

Sono in giro da quasi un mese, non mi sono mai fermato ed è bellissimo. Sto incontrando tantissime persone e ci scambio anche tante chiacchiere.  È stupendo perché capisco di aver fatto qualcosa di veramente bello. Sto cercando di metabolizzare tutto questo e non ho ancora il punto della situazione. Ero convinto di andare a Sanremo e di fare la mia gara, ma non pensavo che questa mia canzone colpisse così tanto. Sono cose che non puoi prevedere e mi sento pieno di gioia. Ma, ripeto, non ho ancora metabolizzato del tutto quanto accaduto…

Quali sono i supereroi che hanno popolato la sua infanzia?

Tra i cartoni, Spiderman. Tra i personaggi, Eminem, che è quello che mi ha portato a fare musica. Ma anche tutte le persone che sono state vicine a me e che hanno popolato la mia vita, che hanno contribuito alla mia crescita e al mio percorso, intendo la mia famiglia, la mia fidanzata, la mia band, i miei amici e tutti quanti gli altri. Sono tutti Supereroi.

Papa Francesco ha citato una frase della sua canzone per i suoi dieci anni di Pontificato. Quando lo ha letto, che cosa ha pensato?

L’ho scoperto ed è stato fantastico. Lì capisci di aver lasciato un segno. Una vittoria sicuramente.

È vero che molte persone, anche un parroco, le scrivono e la ringraziano per il testo della sua canzone?

Mi stanno scrivendo da tantissimi posti. Anche medici dagli ospedali e poi psicologi, insegnanti, tante scuole. La canzone sta arrivando a tantissime persone e davvero mi sembra surreale. Al bambino, al ragazzo, alla mamma o al nonno, questa canzone piace e sta coprendo varie generazioni, anche in campi particolari.

È stato un fan di Eminem, ma i suoi testi non ne sembrano affatto influenzati…

All’inizio sì. Poi ho trovato la mia chiave e ho seguito semplicemente quello che mi andava di fare. Io mi racconto, perché la musica è stata sempre l’unico modo che ho trovato di parlare di me. Le tematiche sono diverse dalle sue e ho trovato la mia via. Lui è stato fondamentale perché mi ha fatto entrare nel mondo dell’hip hop e mi ha trasmesso questa voglia di fare musica.

Ha mai avuto un contatto con Eminem?

Purtroppo no, ma lo sogno. Era tra i miei sogni anche Macklemore che poi ho avuto la possibilità di conoscere, due anni fa circa, ho cantato prima di un suo concerto ed è stato fantastico. Eminem è un pezzo di un puzzle che ancora devo completare e spero, al più presto, di incontrarlo anche solo 5 minuti, perché sono un suo super fan.

Quando uscirà il suo album? Ed intanto “Supereroi” diventa anche un tour con partenza il 6 aprile a Firenze…

Sto lavorando al nuovo album e uscirà quest’anno, ma ancora non posso dire la data. Devo finire tutte le canzoni perché ho pochissimo tempo per stare in studio. Poi io scrivo solo quando piove e quindi devo incastrare un po’ di pianeti… Però sto lavorando moltissimo anche al tour che ha la prima parte già sold out. Quest’anno sarò in giro per tutta l’Italia e finalmente riuscirò ad incontrare tutte le persone che mi hanno sostenuto a Sanremo ma anche prima. Si creerà quella magia possibile solo con i live.

Il suo supereroe nella vita quotidiana?

Dirne uno sarebbe riduttivo. Penso davvero che per me lo siano tutte le persone che mi circondano perché ognuna di queste, in qualche modo, mi ha aiutato. Sceglierne una è come chiedere ad una madre il figlio preferito.

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La vita al femminile

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LE RAGAZZE

Storie di donne che sono state ventenni dagli anni ’40 agli anni ‘90 o che lo sono oggi. Alla conduzione del programma di Rai Cultura realizzato da Pesci Combattenti, in onda da lunedì 10 aprile con sette nuove puntate, Francesca Fialdini

“Le Ragazze”, Francesca Fialdini,2023

Il microcosmo di ogni protagonista, famosa o sconosciuta, ricostruito anche attraverso le foto di famiglia, si allarga ad un piano più ampio, quello del contesto storico in cui ha vissuto e degli eventi che l’hanno sfiorata o a cui ha partecipato in prima persona. Racconti che si intrecciano e trattano, da un punto di vista unico, la storia di tutti noi. Ogni epoca rivive anche attraverso il prezioso repertorio delle Teche Rai e di una colonna sonora costruita ad hoc per ciascun decennio. A fare da cornice in questa edizione condotta da Francesca Fialdini, una location d’eccezione, Palazzo Corrodi a Roma. Mai come adesso uno sguardo al femminile sul mondo è un regalo alle nuove generazioni.

Francesca, “Le ragazze” è un programma conosciuto e amato dal pubblico, con quale spirito entri in questo progetto?

Entro con grande felicità e molto coinvolgimento. Raccontare il Paese dal punto di vista femminile attraverso il racconto di storie personali è come entrare dentro un libro di storia dove puoi toccare volti, ascoltare voci, stringere mani che quella storia l’hanno vista da vicino e hanno anche contribuito a farla.

Quali ragazze ci farete conoscere?

Ci saranno pioniere come la nostra decana che è stata la prima hostess italiana, rivoluzionarie come Barbara Alberti e Mabel Bocchi, passionarie come Adriana Asti… Tutte donne che hanno incarnato in modo personalissimo lo spirito del decennio in cui sono state ragazze.

Cosa significa raccontare le donne e farlo in televisione?

Significa raccontare l’altro cinquanta per cento della popolazione italiana, ma farlo con la forza della parola e del pensiero è la vera magia. Mi sono commossa spesso nel constatare quanto siamo forti e determinate, seppure spesso insicure e fragili al contempo.

Dopo “Da noi a ruota libera” e “Fame d’amore”, ancora impegnata in un programma incentrato sulla parola, sulla narrazione, è questa la cifra che senti più tua?

Questo taglio di racconto e approfondimento mi coinvolge totalmente. Ci credo moltissimo perché in fondo mi permette di indagare le persone, il loro animo, e metterle al centro del mio lavoro. L’ho scelto per questo parecchi anni fa.

Una stagione Tv ricca di soddisfazioni, c’è un tassello mancante nel bellissimo puzzle che è la tua carriera?

Devo e voglio trovare il coraggio di misurarmi con la scrittura … Forse ci siamo quasi!

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Fan di Schiavone, da sempre

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VALERIA SOLARINO

Il cinema e la televisione, il teatro e la… filosofia. Il RadiocorriereTv intervista l’attrice che nella serie ispirata ai romanzi di Antonio Manzini veste i panni della giornalista Sandra Buccellato: «Tra lei e Rocco ci sono spesso scontri e riavvicinamenti, sentimentali o lavorativi. Le figure femminili lo mettono sempre di fronte ai suoi aspetti più privati e personali»

Un ritorno atteso dal pubblico, quello di “Rocco Schiavone”, come ritroveremo la sua Sandra?

Il legame professionale e umano di Sandra con Rocco è sempre più forte e collaborativo. Si viene a creare una squadra. Le resistenze che Rocco ha sempre avuto nel confidarle delle cose, anche per il suo carattere, si ammorbidiscono un po’ anche grazie alla fiducia. Si crea un’unione tra i due personaggi.

Che tassello rappresenta il suo personaggio nell’universo femminile di Rocco Schiavone?

Le donne mettono Rocco di fronte a delle verità, a quello che lui ha dentro, a ciò che ha vissuto dal punto di vista personale. Penso al confronto con la moglie, che non c’è più, ma con la quale lui parla. È come se le sue donne lo mettessero un po’ alla prova, per capire dove è arrivato, nel percorso personale e interiore. Anche Sandra lo farà, in modo a volte movimentato. Tra loro ci sono spesso scontri e riavvicinamenti, sentimentali o lavorativi. Le figure femminili lo mettono sempre di fronte ai suoi aspetti più privati e personali.

Rocco Schiavone crea dipendenza, umana e televisiva, qual è la forza del personaggio creato da Antonio Manzini e delle storie raccontate?

C’è una struttura, presente anche nei romanzi, molto forte. C’è il giallo, il caso da risolvere, ma ci sono anche l’umanità e personaggi ben delineati dalla scrittura che hanno una vita sullo schermo, personaggi ai quali lo spettatore si affeziona con facilità. Questo al di là della trama accattivante. Rocco Schiavone è ormai un tutt’uno con Marco Giallini, non riuscirei a pensare Rocco con un’altra faccia. Fondamentali anche la cura della fotografia, della regia, che si percepisce anche mentre giriamo.

Che intesa si è creata tra lei e Marco Giallini?

Una collaborazione molto stimolante. Lui è un attore straordinario che vive le cose profondamente mentre le fa, è anche capace di sorprendere, di improvvisare. Un grandissimo talento.

Come si è trovata tra le montagne di Aosta?

Prima di trasferirmi a Roma vivevo a Torino e conosco bene anche Aosta e dintorni. È  davvero bello girare in luoghi così raccolti rispetto alle grandi città, è tutto più facile e accogliente, ci stiamo bene.

La serie “Rocco Schiavone” è innegabilmente un successo, come sceglie i lavori a cui prende parte?

In questo caso io ero già fan della serie, sono subentrata alla terza stagione. Non è stato difficile decidere. Di solito valuto il personaggio, la storia.

Teatro, cinema, Tv, cosa le regalano palchi tanto diversi tra loro?

Sono modi molto diversi di vivere il mestiere dell’attore, ma anche di relazionarsi con il pubblico. In questi giorni sono in scena con uno spettacolo teatrale che viene dal film “Perfetti sconosciuti”, ed è incredibile il rapporto che si instaura ogni sera con gli spettatori, c’è una grandissima partecipazione. Nel cinema incontri le persone in occasione delle presentazioni, con la televisione le incontri per strada. A teatro vivi le emozioni insieme al pubblico.

Tra le sue passioni la filosofia, cosa danno gli studi filosofici alla sua vita?

Quando iniziai a studiare filosofia era una scelta fatta dopo il liceo, oggi lo faccio per passione. È una ricerca personale di qualcosa di coinvolgente, è una cosa a cui tengo, senza scadenze e senza una prospettiva.

Nel suo cassetto dei desideri cosa troviamo?

Troviamo tutto quello che in realtà sto vivendo: il teatro, le serie Tv, il cinema. Mi auguro di poter continuare a fare tutte queste cose, a non dover scegliere tra un mezzo o un altro.

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