Le donne che hanno portato l’Italia in cima al podio olimpico

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Da Ondina Valla, prima italiana a vincere la medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1936, quando primeggiò a Berlino negli 80 metri a ostacoli, alla velista Caterina Banti, straordinaria protagonista a Tokyo alle scorse Olimpiadi nel Catamarano Misto. In “Oro Rosa” (Rai Libri) l’autore propone ventidue storie di sport e di vita, un viaggio lungo quasi cento anni che attraversa i successi e le emozioni di mai dimenticate campionesse azzurre

 

Cosa ti ha spinto a scrivere “Oro Rosa”?

Una grande curiosità nei confronti di quello che è certamente un tema molto dibattuto, l’emancipazione femminile. Volevo capire se anche nello sport le donne avessero subito le restrizioni culturali sofferte in altri ambiti. E la risposta è sì. C’è voluto del tempo perché si arrivasse alla parità di genere, come accade oggi a Parigi, dove gareggerà lo stesso numero di donne e di uomini. Stesso discorso vale per le possibilità date alle atlete nella preparazione e nell’assistenza medica, cose che spesso, in passato, erano riservate per lo più ai maschi.

Come hai scelto le protagoniste di questo viaggio?

È stata una scelta di metodo. Ho cercato di capire, attraverso coloro che hanno raggiunto la massima espressione della vittoria olimpica, il loro percorso, di donne e di atlete.

Come ti sei posto nei confronti di queste campionesse?

Mi sono avvicinato con grande attenzione al loro sentire, per intuire cosa le avesse portate a scegliere di fare le sportive.

Tante storie tra loro anche molto diverse, ci sono dei tratti che le accomunano?

Il grande desiderio delle donne di esprimere un’emozione, mentre l’uomo è più concentrato sull’obiettivo finale, sulla vittoria. Il percorso femminile verso il successo è certamente molto più emozionale.

La vittoria di un oro alle Olimpiadi riesce davvero a cambiare la vita di uno sportivo?

Se da un lato un successo ai Giochi imprime per sempre un atleta nella storia, concedendogli un’attenzione che in precedenza non aveva, dall’altro anche un oro non dà quasi mai una popolarità duratura. Nel calcio ci sono personaggi che ricorderemo per sempre, non è così per i campioni olimpici, dei quali è invece necessario tenere vivo il ricordo. Nell’immaginario collettivo rimangono ciò che è molto popolare, e il calcio lo è, o eventi negativi, pensiamo al doping di Justin Gatlin, alla morte di Florence Griffith-Joyner. Paradossalmente a volte resta più la macchia della gloria. L’avventura olimpica è una sorta di bolla che ha un inizio e una fine.

Che cosa è cambiato tra le campionesse di ieri e di oggi?

La società. Fortunatamente c’è stata un’emancipazione della figura femminile, e non solo. Se pensi che Ondina Valla non poté andare a Los Angeles nel 1932, prima di vincere a Berlino nel 1936, perché la chiesa non reputava lo sport un affare “donnesco” e perché la mamma non voleva che corresse in pantaloncini corti, cosa considerata non decorosa, questo ti dà il metro. Arrivi ad oggi, ad Antonella Bellutti che dice di avere fatto outing e di essere vegana, o ad Elisa Di Francisca, che racconta come prima di una gara pratichi l’autoerotismo o faccia l’amore con il suo compagno. Cose impensabili, soprattutto se dette da una donna, non nel 1936, ma nel 1970, per certi aspetti nel 1980 e anche oltre.

A proposito di oro “rosa”, chi potrebbe portarlo a casa da Parigi?

Arianna Errigo nella scherma, che penso ci regalerà cose importanti, mi auguro anche che Antonella Palmisano possa fare il bis, perché è una donna di grandissima forza. L’augurio è che a vincere siano davvero tante.

Cosa ti lascia questo lavoro?

Da quando il libro è uscito non sono mancati i riscontri positivi sui social, l’attenzione dei media, e questo mi dà orgoglio, mi fa capire di avere fatto centro con l’argomento. Spero che questo lavoro possa dare un contributo, e che faccia capire quanto sia stato difficile per le donne raggiungere certi traguardi all’interno della società.

 

Il mondo con gli occhi di Overland

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Mauritania, Eritrea, Ecuador e Galapagos. Da martedì 16 luglio su Rai 1 torna il docu-travel più amato della televisione dal 1995 a oggi. Dopo oltre 35 anni di avventure televisive, la nuova missione è tra le più ardue da realizzare

Stravolgere i preconcetti, radicati nella visione occidentale, su Nazioni famose solo per gli avvenimenti negativi che attanagliano la loro storia. In che modo? Nel puro stile di Overland: viaggiando nelle loro terre, mostrando il loro vero volto e dando voce alla loro gente. Guerre, catastrofi naturali, epidemie, terrorismo, corruzione e povertà: di alcuni Paesi nel mondo si sa solo quel che di brutto accade, e difficilmente si prova desiderio o curiosità di scoprire cosa ci sia oltre ai titoli di giornale. L’idea che si ha ni Occidente di Nazioni come Afghanistan, Iraq, Eritrea, Mauritania, Siria, RD Congo, Nord Corea, spesso si limita alla pessima fedina che la Storia ha loro assegnato. Dopo oltre 50 anni di esperienza in viaggi avventura e 35 anni di avventure televisive, i Tenti si mettono in viaggio per scardinare questi stereotipi e scoprire incredibili nuove realtà nascoste, su itinerari spesso difficili e pericolosi. Nelle puntate saremo travolti dalle bellezze naturali e culturali inimmaginabili di Mauritania, Eritrea, Ecuador e Galapagos, come Parchi Naturali e Siti Unesco pressoché sconosciuti. Entreremo nel vivo della quotidianità locale: insieme a Beppe e Filippo, incontreremo le popolazioni, ascolteremo le loro storie, saremo ospiti nelle loro case e condivideremo le loro tradizioni. Impossibile nella narrazione tralasciare i motivi per cui ogni Paese è divenuto famoso alla cronaca internazionale, ma sarà una piccola parte della lunga Storia che costituisce l’anima di un luogo, fatta anche di eventi positivi e riconoscimenti. A partire dal 16 luglio Rai 1 trasmetterà 8 nuovi episodi in seconda serata con appuntamenti da 50° circa, che si svolgeranno in Mauritania, Eritrea, Ecuador e Galapagos. Anche quest’estate, il pubblico italiano appassionato di viaggio, conoscenza e avventura viaggerà in compagnia di Beppe e Filippo Tenti e del team di Overland.

Il fuoco dell’atleta

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Da Jesi al tetto del mondo, una leggenda dello sport italiano. A pochi giorni dalle Olimpiadi di Parigi, il RadiocorriereTv incontra la schermitrice italiana più vincente: «La scherma mi ha regalato emozioni forti, che mi hanno permesso di diventare la donna che sono oggi»

 

Ha danzato a lungo con il suo fioretto, portando la scherma italiana a livelli molto alti. Cosa prova quando ripensa a tutto questo?

Ogni volta che penso al fioretto emerge una parte fondamentale della mia vita che mi ha permesso di realizzare cose incredibili, a dimostrazione del fatto che niente è impossibile perché, mettendo a frutto il talento, con tanta dedizione e con tanto allenamento, si possono raggiungere traguardi importanti. È possibile danzare in pedana e sentir venir fuori tutto quello si ha dentro. Una sensazione bellissima.

Che cosa le manca oggi della competizione?

Nella vita a ogni inizio c’è sempre una fine, e per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio. È stato così anche per la scherma, che per ben 36 anni ho praticato ad alto livello, dal primo all’ultimo giorno, uno sport a cui ho dato tutto, continuando a stare in pedana come atleta fino a quando quel fuoco ardeva. Poi è arrivato il momento di appendere il fioretto al chiodo e dedicarmi a qualcosa che oggi mi dà la stessa passione,  lavorare affinché il mondo dello sport possa radicarsi sempre di più nel nostro Paese, coinvolgendo quante più persone possibili.

Lei ha dato tutto alla scherma, cosa ha dato a lei la scherma?

Mi ha regalato emozioni forti, che mi hanno permesso di diventare la donna che sono oggi. Mi ritengo una persona fortunata, sono nata nel posto giusto, nel momento giusto. Avevo un talento per la scherma che è stato coltivato dal fondatore del Club Scherma Jesi (Enzo Triccoli), una città di soli 40.000 abitanti che ha “creato” ben quattro campioni olimpici. 

La scherma italiana ai vertici in tutte le specialità… sarà protagonista anche a Parigi?

Assolutamente sì! È una disciplina che nelle occasioni importanti non tradisce mai. Il lavoro fatto fino a oggi sta dando i suoi frutti, per questo mi piace sempre ricordare il detto coniato nel Club Scherma Jesi, ma che si può estendere anche alla Federazione: “La scuola fa scuola, i campioni fanno i campioni.”

Come la vede questa Italia dello sport?

Finalmente tanti atleti italiani! In questa Olimpiade abbiamo raggiunto anche la parità di genere, un traguardo davvero molto importante: 10.500 atleti, 5250 donne e 5250 uomini. E l’Italia avrà un ruolo da protagonista, non solo nella scherma, dove, fra l’altro, ci sarà Arianna Errigo come portabandiera. Sono davvero molto felice per lei, insieme abbiamo vinto l’oro a Londra e ora mi auguro che possa centrare il traguardo che manca nel suo palmares. È un’atleta di altissimo spessore, come le sue compagne di squadra che ho conosciuto e con le quali mi sono confrontata a fine carriera. Penso ad Alice Volpe e a Martina Favaretto che potranno dire la loro sia nell’individuale, sia nella gara a squadre. 

Che cosa significa per un atleta arrivare alle Olimpiadi?

L’Olimpiade è il massimo traguardo, il sogno di ogni bambino che inizia a praticare sport. Raggiungere questo obiettivo è incredibile, rimarrà nella tua vita per sempre. Io ricordo ancora la mia prima Olimpiade nel 1996, avevo solo 22 anni ed era meraviglioso. Sono emozioni che non si possono descrivere.

Cosa vuol dire dedicare la propria vita allo sport?

… crescere in un mondo dove fin da piccolo si insegna la cultura del rispetto delle regole e dell’avversario, dove si apprendono i valori della condivisione e della integrazione, fondamentale per la crescita di ognuno di noi. Oltre alla scuola, sono fortemente convinta che tutti dovrebbero praticare sport, qualunque esso sia.

Ha ricoperto anche un ruolo istituzionale, qual è l’interesse delle istituzioni nei confronti delle politiche dello sport?

C’è un’attenzione sempre più crescente verso la pratica sportiva, un gioco con regole che aiutino i cittadini a diventare adulti consapevoli, persone capaci a rispettare il prossimo. Cresce, inoltre, l’interesse verso lo sport femminile e si lavora di più affinché le donne abbiano accesso a ruoli apicali. Particolare attenzione anche sull’impiantistica sportiva, anche perché nel 2026 l’Italia ospiterà le Olimpiadi invernali, un momento importante per il nostro Paese che si troverà al centro del mondo, una possibilità in più per dimostrare di cosa siamo capaci noi italiani quando organizziamo un grande evento.

Il calcio è lo sport più “discusso”, per quale ragione, ancora oggi, non siamo riusciti a scalfire questa egemonia?

È lo sport nazionale ed è giusto che abbia un’attenzione importante. Quello che si deve fare è appassionare sempre di più il pubblico alle altre discipline, “sfruttare” i grandi atleti che, entrando nel cuore della gente, contribuiscono a far conoscere gli altri sport, attirando anche l’attenzione dei media. Penso a Sinner con il tennis, ma anche a Tamberi, a Jacobs e ad altri che negli ultimi Campionati europei disputati a Roma hanno illuminato l’atletica, o alla scherma con i suoi campioni che continuano a vincere…

Qual è l’augurio che sente di fare ai nostri atleti in partenza per le Olimpiadi di Parigi?

Auguro loro di farsi guidare dal fuoco che arde dentro ciascun atleta, che li spinge a sopportare la fatica, i tanti sacrifici, per coronare il proprio sogno. Ed è proprio questo fuoco che, nei momenti critici – perché ogni competizione li ha – sarà un alleato del talento, una guida per raggiungere livelli alti nelle loro performance.

 

 

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Indagine su una storia d’amore

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Esce nei cinema il 18 luglio 2024 il nuovo film diretti e sceneggiato da Gianluca Maria Tavarelli con Alessio Vassallo

Paolo e Lucia sono innamorati da sempre, si mescolano inevitabilmente, incapaci di sapere dove inizia uno e finisce l’altro. Sono cresciuti insieme, hanno studiato insieme con la stessa passione e un obiettivo comune. Oggi, un pochino disillusi, devono rendersi conto che le loro carriere non sono arrivate al punto che speravano quando si sono conosciuti e lanciati con grinta e spensieratezza. E forse anche il loro rapporto non invecchia benissimo. Nell’epoca della iper-esposizione si sentono troppo sottotraccia. E se gli venisse chiesto di partecipare a un programma televisivo in cui raccontare il loro amore e soprattutto i loro momenti di crisi? Potrebbe essere un’opportunità per svecchiare, rinascere? Sarà una benedizione o una bomba ad orologeria?

 

Il commento del regista

«Mi sono proposto di raccontare questa stramba storia d’amore calandola nella società̀ dei nostri giorni, traslando sullo schermo gli elementi della nostra quotidianità̀ ormai irrimediabilmente legata alla rappresentazione della nostra vita attraverso i social, il perenne desiderio di visibilità̀, di mettere in mostra noi stessi, di curiosare nelle vite degli altri. L’obiettivo era quello di usare un linguaggio semplice e realistico, utilizzando i toni della commedia. Mi interessava raccontare uno spaccato amaro, la cronaca di un disastro annunciato, divertendo. Volevo far riflettere su quanto siamo ormai disposti a mettere in mostra di noi, del nostro intimo, in cambio di una moneta effimera quanto pericolosa come la visibilità̀. Paolo e Lucia, due attori alle prime armi, decidono di partecipare ad un programma televisivo che sviscererà̀ il loro rapporto di fronte ad un grandissimo pubblico, pensando che quest’esperienza vissuta insieme possa aiutare la loro visibilità̀. Possa renderli rapidamente famosi e dare inizio così alla loro carriera di attori che stenta a decollare. I nostri due protagonisti si raccontano in maniera diretta. Per gran parte del film si lasciano riprendere da una trasmissione televisiva nella quale parlano di loro stessi e della loro storia d’amore senza tralasciare tradimenti ed episodi scomodi, in un crescendo imbarazzante, in un’assurda gara a chi ferisce di più̀ l’altro in nome dell’audience e di quello che pensano la gente voglia sentire. Pur avendo vissuto insieme ed essendosi amati per circa sei anni, ognuno ha una versione diversa della loro storia, entrambi ricordano cose diametralmente opposte della loro vita insieme. Non si rendono conto che dopo quest’avventura non saranno più̀ gli stessi, che non sapranno più̀ distinguere la realtà̀ dalla fantasia, come individui ma soprattutto come coppia. Questo spartiacque diventa il vero e proprio motore narrativo del film. In questo racconto ci tenevo ad esaltare l’aspetto comico, l’aspetto ridicolo della vicenda. I protagonisti di questa storia sono comici loro malgrado, non si rendono conto degli aspetti ridicoli della loro situazione e l’amarezza sfocia così in una risata».

 

 

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Evviva!

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Sabato 13 luglio in prima serata su Rai 1 Gianni Morandi continua a visitare la storia straordinaria della televisione

In occasione dei 70 anni della Rai, Gianni Morandi ci conduce in un viaggio attraverso generi, personaggi e temi che hanno fatto la storia della televisione italiana… Un viaggio attraverso vare regioni d’Italia, perché la Rai non è solo di chi l’ha fatta ma anche di chi l’ha vista. È di tutti. Programmi, protagonisti, musica, risate. Un racconto fatto in prima persona da Gianni Morandi, che questi anni della Tv li ha attraversati tutti… prima spettatore bambino poi protagonista. E per farlo Gianni incontrerà anche alcuni personaggi famosi che hanno vissuto in prima persona quelle pagine o giovani artisti che sono idealmente figli di quel mondo. Un racconto ricco di storie, aneddoti, curiosità, filmati, canzoni accennate unplugged da Gianni con la sua chitarra.

Goldrake dalla A alla U

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Tra le icone pop più rappresentative degli anni Settanta, il robot è il protagonista del nuovo volume di Marco Pellitteri (Rai Libri), che entra nel mondo degli affascinanti personaggi che popolano il cartone: un’analisi mediatica e appassionata dell’eroe sempreverde e del viaggio che lo divide tra il 1975 (1978 il debutto in Italia) e l’odierna versione “U”

 

Perché un nuovo libro su Goldrake?

A ottobre 2023 il nuovo direttore di Rai Libri, Roberto Genovesi, mi ha contattato proponendomi di scriverlo. In realtà non ci pensavo tantissimo perché affaccendato in altri progetti accademici. Sapevo però che stava per uscire la nuova serie “Goldrake U” e siccome sappiamo che la Rai ebbe il ruolo cruciale nel farlo arrivare a suo tempo in Italia, insieme a tanta altra buona animazione televisiva giapponese, pensai a un libro che facesse il punto tra passato e futuro. Ho sentito il bisogno di parlare del gigante d’acciaio e del suo mondo in maniera più approfondita e più aggiornata, come fenomeno socioculturale in Italia e anche nei contesti di lingua araba. È infatti importante ricordare come “U” sia stato finanziato da una società dell’Arabia Saudita e come nei paesi arabofoni “Goldrake” sia amato da sempre in maniera quasi viscerale, per motivi diversi da quelli per i quali è amato in Italia.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova versione di Goldrake?

Dai due trailer e dai disegni preparatori, e da quelli rifiniti, devo dire che mi sembra ci sia una inevitabile attualizzazione del design rispetto alle mode del presente. Lo trovo adatto ai tempi, anche se forse non del tutto alla mitologia di Goldrake. Il design delle macchine è interessante ed è un misto fra vecchio e nuovo. Nel libro ho espresso pareri critici un po’ più circostanziati: Goldrake è una figura totemica, pacifica, dall’espressione neutrale, non aggressivo o demoniaco. Per quanto riguarda la storia, è inevitabilmente una rivisitazione molto eclettica di vari fumetti, sulla falsariga del canone originario.

Cos’è stato per lei Goldrake?

Un beniamino e un personaggio guida della mia infanzia, come dell’infanzia di tutti i miei coetanei. Un fenomeno intersezionale, interclassista per tutti i bambini italiani, di qualsiasi ceto sociale e situazione familiare. In Italia, come in Libano, Giordania, Siria e in tanti altri paesi in cui è arrivato. Un esempio di valori, di carattere, di abnegazione, di responsabilità, di caratura morale. In un periodo in cui la televisione per ragazzi aveva soprattutto modelli americani, Goldrake colpì il cuore e la mente di molti bambini. Non dico che sia diventato un maestro di vita, però per molti è ancora un piacevole ricordo. Per me, come sociologo, oggi è diventato parte di una costellazione di studi, di analisi.

Quali erano i valori e i linguaggi della Goldrake Generation?

Si tratta di una frase che credo di avere proposto in maniera articolata per la prima volta nel libro “Mazinga Nostalgia” del 1999. I valori delle animazioni sono quelli che ricorrono anche in altri personaggi romantici, un po’ tormentati, che costituiscono una sorta di faro morale anche a livello pedagogico per i bambini. I valori come lo spirito di sacrificio, l’onestà, l’importanza dell’amicizia e della lealtà sopra alle passioni personali. Un senso di responsabilità e di sacrificio che risalgono anche alla narrazione e al trauma collettivo che il Giappone aveva attraversato dopo la Seconda guerra mondiale.

Lei è uno dei più grandi esperti di animazione giapponese. Come nasce questa passione?

Fin da bambino sono sempre stato appassionato di fumetti, di illustrazioni e di animazione. A poco a poco ho cominciato a coltivare queste passioni, prima disegnando, poi con lo studio, iniziando con la grafica pubblicitaria e proseguendo con la carriera accademica. Mi rendo conto di essere un privilegiato perché riesco a parlare di cose che mi piacciono, ma è anche vero che, come sociologo e come esperto, ho incanalato l’argomento dell’animazione e del fumetto giapponese in discorsi più ampi e all’interno di dinamiche più generali, per esempio la distribuzione, il consumo delle forme mediali e dei media creativi a livello transnazionale, la cosiddetta globalizzazione culturale alternativa.

Chi sono i nemici di Goldrake?

La risposta credo sia celata all’interno di ogni appassionato della “Goldrake Generation”. Actarus aveva subito la distruzione del suo pianeta da parte di un invasore sordo a qualsiasi dialogo. Era fuggito ed era arrivato sulla Terra per la quale non voleva lo stesso destino del suo pianeta. Ciascuno può trarre le proprie conclusioni, può creare la propria simbologia, può fare i propri paralleli.

 

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Premio Biagio Agnes 2024

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Dalla Piazza del Campidoglio a Roma la XVI edizione dello storico Premio, in onda lunedì 8 luglio su Rai 1 in seconda serata. Evento in collaborazione con la Rai e con il Patrocinio di Camera dei Deputati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento europeo

Il giornalismo appassionato che racconta con libertà e autorevolezza le sfide del mondo di oggi animerà anche quest’anno la Cerimonia di Premiazione della XVI edizione del “Premio Biagio Agnes”, in onda lunedì 8 luglio in seconda serata su Rai1. La serata, condotta per il sesto anno consecutivo da Mara Venier e Alberto Matano, si svolgerà nella splendida piazza del Campidoglio a Roma, alla presenza di autorevoli rappresentanti delle istituzioni e dei grandi professionisti dell’informazione, dello spettacolo e della cultura. Il Maestro Renzo Arbore, genio indiscusso della radio e della televisione, autore di programmi mitici come “Bandiera Gialla” e “Indietro tutta!” salirà sul palco per ritirare, dalle mani del presidente della giuria Gianni Letta, il Premio Radio-Tv assegnato alla Rai – Radiotelevisione italiana: proprio quest’anno, infatti, l’azienda di Viale Mazzini, la più grande media company italiana, festeggia una duplice ricorrenza, i 100 anni della Radio e i 70 della Televisione. Per il reportage di viaggio “La speranza africana. La terra del futuro concupita, incompresa, sorprendente”, Federico Rampini riceverà il Premio Giornalista Scrittore da Massimo Martinelli, direttore editoriale de Il Messaggero. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani consegnerà il Premio Stampa Estera all’Associazione della Stampa Estera in Italia: a salire sul palco il presidente Maarten Van Aalderen insieme al presidente uscente Esma Çakir per testimoniare il valore dell’Associazione che dal 1912, anno della sua fondazione, contribuisce a raccontare il nostro Paese nel mondo. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi consegnerà il Premio Giovani Giornalisti a Francesco Bechis, classe 1995, cronista politico del quotidiano Il Messaggero, mentre per l’impegno costante e la grande competenza dimostrati il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano conferirà il Premio Informazione Culturale allo storico Francesco Perfetti, Professore ordinario di Storia contemporanea, Presidente della Giunta Storica Nazionale. Stefano Folli, editorialista di Repubblica, consegnerà il Premio Carta Stampata al vicedirettore de Il Foglio Salvatore Merlo e all’inviato speciale di Avvenire, reporter internazionale e cronista giudiziario Nello Scavo. Alessandro Gassman e Claudia Pandolfi riceveranno dallo scrittore e produttore Enrico Vanzina il Premio Fiction per “Un professore”, il grande successo di Rai 1 che li vede protagonisti: la serie Tv, perfetta per gli spettatori più giovani, ha saputo veicolare con efficacia e semplicità valori positivi, ottenendo un ampio consenso di pubblico. Oltre al ricordo del giornalista e conduttore Franco Di Mare, la cui recente scomparsa ha commosso l’Italia intera, nel corso della cerimonia di premiazione i momenti di riflessione si alterneranno all’intrattenimento di qualità. Sul prestigioso palco anche l’Orchestra di Fiati del Conservatorio Santa Cecilia di Roma diretta dal Maestro Gianfilippo Pocorobba e due delle voci più belle e originali della musica italiana che canteranno alcuni dei loro più grandi successi: Orietta Berti con un medley dei brani “Luna piena”, “Mille”, “Discoteca italiana” e con il nuovo singolo, nato da una collaborazione con Fiorello, “Una vespa in 2”, e Noemi che si esibirà con “Sono solo parole” e “Makumba” e con il suo nuovo singolo “Non ho bisogno di te”, uscito lo scorso 26 aprile. La serata offrirà spazio anche alla danza: l’assessore del Comune di Roma Alessandro Onorato conferirà il Premio alla Carriera alla grande étoile Eleonora Abbagnato, direttrice del corpo di Ballo e della Scuola del Teatro dell’Opera di Roma, che si esibirà in un appassionante passo a due con l’étoile spagnola Sergio Bernal, premiato Giovane Artista dell’Anno. Il Premio Generazione Digitale – Podcast, sarà consegnato dal sottosegretario di Stato con delega all’Informazione e all’Editoria Alberto Barachini a Justine Bellavita, web editor, social media e digital director delle testate periodiche femminili di RCS MediaGroup e a Mia Ceran per il podcast di Will Media “The Essential” mentre, per la categoria Saggista Scrittore, la direttrice di Io Donna Danda Santini premierà Giulio Leoni, autore del libro “Mameli. Un grande romanzo storico sull’Inno che fece l’Italia”, dedicato al poeta e patriota italiano. Barbara Carfagna, conduttrice del programma di Rai1 “Codice La vita è digitale”, riceverà il Premio Divulgazione Scientifica da Mons. Dario Edoardo Viganò, Vicecancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, mentre il giornalista e conduttore Gigi Marzullo consegnerà il Premio Documentari Culturali a Nicola Salvi ed Elisabetta Sola della società di produzione Officina della Comunicazione.

 

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È Nessie, o forse no

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Le notizie, la musica, l’approfondimento e la leggerezza. Dal lunedì al venerdì alle 13.45 Flavia Cercato e Gianluca Daluiso sono i padroni di casa del programma che apre il pomeriggio di Rai Radio 2

 

Partiamo dal titolo, “Lochness”, come nasce e quali mondi accoglie dentro di sé il programma? 

FLAVIA: Lessi che a un esame di giornalismo venne chiesto come mai di Nessie, il mostro di Loch Ness, si parlasse principalmente in estate. La risposta era che d’estate latitano le notizie e che proprio per questo motivo era sempre utile fare uscire il mostro (sorride). Mi sembrava, per un programma estivo che non prescinderà comunque dall’attualità, un titolo carino. In più le fake-news sono sempre più all’ordine del giorno e noi cerchiamo di dare un’occhiata a questa distorsione.

 

Quella di Loch Ness è una fake di lunga data…

FLAVIA: … solo lo scorso anno gli scienziati hanno affermato ufficialmente che non esistono prove dell’esistenza di Nessi. Mostro a parte, le fake sono sempre più frequenti, c’è questa abitudine orrenda di inseguire lo scoop, il titolone, e quindi di spararle più grosse possibile per acchiappare i click. Una distorsione esasperata dai social: il fatto che l’informazione sia diventata così rapida ti porta a verificare sempre meno la veridicità delle fonti.

 

Gianluca, come è stato il tuo incontro con “Lochness”?

GIANLUCA: Quando Flavia mi ha raccontato l’idea del programma ho subito capito come fosse nelle mie corde. Ma la ciliegina sulla torta è stata proprio il titolo, perché dieci anni fa i miei genitori si trasferirono in Scozia e oggi vivono a Glasgow, molto vicino al lago di Lock. Una casualità davvero molto interessante (sorride).

 

Come sono andate le prime puntate?

FLAVIA: Bene, ci siamo divertiti. È un programmone di oltre due ore, ma è proprio questo a darci la possibilità di affrontare più argomenti, alcuni leggeri e altri più impegnati.

GIANLUCA: Siamo figure complementari e tra noi c’è una bella alchimia, che è una cosa per nulla scontata. Dalla più lunga esperienza professionale di Flavia cerco di cogliere alcuni “segreti del mestiere”. Il fatto di appartenere a due generazioni diverse penso che sia un valore aggiunto.

 

C’è una ricetta per non farsi buggerare dalle fake-news?

FLAVIA: Rallentare. Oggi si tende sempre a velocizzare l’informazione. La velocità che ci ha regalato la digitalizzazione ci porta a controllare sempre meno se una notizia corrisponda al vero oppure no.

GIANLUCA: Il segreto è cercare il più possibile la certezza della fonte, anche arrivando qualche minuto dopo. Con l’avvento del digitale vince chi dà la notizia per primo e spesso succedono cose che si rivelano false.

 

Vi capita di “scivolare” sulle bufale?

GIANLUCA: Le possibilità di commettere errori non mancano. Quando accade è necessario riconoscerlo, tornare sui propri passi e chiedere scusa. Come diceva Oscar Wilde “l’esperienza è il tipo di insegnante più difficile, prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione”.

FLAVIA: Mi capita di cascare sui titoloni: vado subito a controllare, non riesco a dirmi “Flavia lascia perdere”.

 

L’ironia e l’autenticità come possono convivere?

FLAVIA: Convivono per forza. Se sei autentico sei pieno di difetti, fragilità, confusione. Se non ci metti l’ironia sei spacciato.

 

Si può essere giornalisti e non perdere la cifra dell’ironia?

GIANLUCA: Amo affiancare l’ironia all’approfondimento, alla serietà. Sono un fautore dell’infotainment. Informazione e intrattenimento devono venirsi incontro, anche con l’obiettivo di avvicinare i giovani.

 

Un’estate dietro al microfono, cosa vi aspettate?

FLAVIA: Sono molto contenta, mi aspetto tanto caldo e tanto buonumore.

GIANLUCA: Di essere insieme a tantissime persone, che magari stanno viaggiando, e anche a quelle che non hanno la possibilità di farlo. Vorremmo fare compagnia a chi ci ascolta dando al pubblico divertimento e contenuto.

 

Flavia, cosa ti diverte ancora del mondo della radio?

Mi piace raccontare con le parole. La radio resta il mio mezzo preferito, quando non c’è stata, perché ho fatto altro, mi è mancata.

 

Gianluca, cosa ti sorprende di questo mezzo?

Prima di iniziare a farla non pensavo che ci fossero ancora così tante persone affezionate alla radio. È stata una gran bella sorpresa.

 

La radio è anche musica. C’è un tormentone estivo che vi piace particolarmente?

FLAVIA: Non ce l’ho quasi mai perché ho la memoria del pesce rosso (sorride). Dopo un po’ mi dimentico. Al tempo stesso non dimentico mai la prima canzone che ascolto al mattino…

 

Il brano che hai sentito stamane?

FLAVIA: “Viva la vida” dei Coldplay, adoro i loro cori, sono i più bravi del mondo a farli. È da questa mattina che ho in mente “O-o-o-o-ohhhh” (canticchia il brano).

 

Gianluca, tocca a te…

La mia compagna mi prende sempre in giro perché inizio ad ascoltare i tormentoni quando sono passati di moda. Accade anche dopo due anni, ci metto un po’ a trovarli. Questa domanda potresti rifarmela tra un paio d’anni, a quel punto potrei darti una risposta (sorride).

 

Se gli scienziati si fossero sbagliati e un giorno si scoprisse che… il mostro di Loch Ness esiste davvero?

FLAVIA: Ci crederei solo vedendo di persona l’uscita di Nessie dalle acque, cosa che ritengo molto complessa (sorride).

 

A quel punto, di fronte all’evidenza, cosa diresti alla tua compagna di viaggio?

GIANLUCA: Che nella vita qualsiasi cosa è possibile. Di non dire mai “mai”, perché qualsiasi cosa può sempre accadere.

 

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Che successo!

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Quest’estate, i nostri personaggi preferiti non vanno in vacanza. Le emozioni di tre grandi serie molto amate dal pubblico in prima serata Rai 1: Mina Settembre (seconda stagione), Vincenzo Malinconico. Avvocato di insuccesso, Nero a metà (terza stagione)

 

MINA SETTEMBRE (seconda stagione)
dall’8 luglio

Il sorriso di Mina

Mina Settembre è un dramedy sentimentale ambientato a Napoli, che ha per protagonista un’assistente sociale alla continua ricerca di una soluzione ai problemi degli altri. Allo stesso tempo è anche il racconto di una donna – dal carattere deciso, ma anche dolce e fragile – che prova a rimettere in piedi la propria vita.

Alla fine della prima stagione Mina ha scoperto che Irene, la sua migliore amica, è stata l’amante di suo padre e che il figlio di Irene, Gianluca, è il frutto di quella storia clandestina. Così “zia Mina” si trova all’improvviso ad avere un fratello.

E non è tutto: la sua vita sentimentale è ora a un bivio. Né Claudio, né Domenico l’hanno spuntata e per ora sulla scelta di Mina grava un punto interrogativo. Ma la notizia di un attentato che coinvolge Claudio sconvolge il suo equilibrio, che sente riaffiorare i suoi sentimenti verso di lui. E allora perché non concedersi una seconda chance? Claudio non potrebbe essere più felice, ma c’è un unico problema: casa sua è mezza distrutta dall’attentato, e quindi toccherà ricominciare a casa di Olga. La quale però si leva subito d’impaccio: ha deciso di partire da sola per una crociera intorno al mondo, un sogno che aveva da tempo. A Mina, un po’ perplessa, non resta che salutarla, pensando che forse questo renderà più facile la relazione con Claudio. Ma la situazione si complica subito.

Quando Mina fa il suo ritorno al consultorio, c’è una sorpresa ad attenderla: Domenico anche se continua a lavorare in clinica privata ha deciso di condurre un corso di educazione sessuale in una scuola media della Sanità. E chi meglio di Mina per accompagnarlo in questa nuova avventura? Peccato che quella proposta lasci Mina in un mare di dubbi: come spiegare l’emozione che ha provato nel rivedere Domenico?

In più, ecco arrivare un’altra novità: Rosa, la sorella di Olga, si presenta a casa sua per “qualche giorno”. Giorno che diventa presto settimana. Zia Rosa è il contrario esatto di Olga: affettuosa, premurosa, chiacchierona… pure troppo. Senza contare che la stravagante zia, che sostiene di avere delle specie di premonizioni, inizia a mettere una pulce nell’orecchio a Mina: e se Olga non fosse dove dice di essere?

Tra Domenico e la misteriosa partenza di Olga, Mina avrebbe proprio bisogno delle sue amiche… peccato che con Irene non parli più e che Titti, incinta, abbia altro per la testa. Così non le resta che rivolgersi a una psicoterapeuta.

Con la dottoressa Giulia Postiglione Mina va subito d’accordo. E di seduta in seduta, inizia a sentire sempre più chiaramente che Domenico è l’uomo giusto per lei. Ma quando decide di lasciare Claudio e cambiare direzione scopre che Domenico è già impegnato. Mina dovrà, quindi, scoprire il segreto di sua madre e intanto provare a riprendersi Domenico, impresa che sembra più complicata del previsto.

Vincenzo Malinconico, Avvocato di insuccesso
dal 21 luglio

Benvenuti nell’iperspazio

Simpatico e sbadato, saggio e al tempo stesso eterno fanciullo. Vincenzo Malinconico è avvocato, ma alle cause vinte a tutti i costi preferisce essere se stesso. La sua vita è caotica, le difficoltà non mancano in famiglia come sul lavoro e altrettanto disordinati sono i suoi pensieri. A salvarlo sono l’ironia e la capacità di leggere il mondo e la sua stessa vita con filosofia. Lo ha portato, con successo, sullo schermo uno degli attori più popolari e amati, Massimiliano Gallo: “Malinconico lo sento molto mio – afferma – ma è un antieroe che non si preoccupa di vincere. È un precario della vita, sul lavoro, nei sentimenti, come padre, ma molto amato anche dalla ex suocera. Ha sempre un pensiero fuori tema per la testa, non lo dice a nessuno, ma ha anche un amico immaginario. Questo la dice lunga sul suo animo puro e fanciullesco”. Gallo è protagonista assoluto della serie, un progetto che, come ha raccontato al Radiocorrieretv, ha voluto da subito, cucendolo addosso e vivendolo con entusiasmo. Nel cast della serie in quattro puntate, Denise Capezza, Francesco Di Leva, Teresa Saponangelo, Lina Sastri. “Il mondo delle libere professioni (in questo caso, quella forense) è, da tempo, in difficoltà. Il perdurare della crisi economica, la penuria di lavoro e l’immissione di un numero spropositato di professionisti su un mercato al limite della saturazione hanno fatto dell’avvocato contemporaneo un nuovo precario, ben lontano dalla solidità e dalla reputazione sociale di un tempo… Vincenzo Malinconico, napoletano, quarantatré anni portati non benissimo, è uno di questi – dice Diego De Silva, autore dei romanzi pubblicati da Einaudi – il suo portafoglio clienti ha un profilo decisamente low: difende più che altro amici e parenti, che si rivolgono a lui per contenziosi non particolarmente impegnativi e non sempre porta a casa delle vittorie. Non è famoso, né fra i colleghi né fra i magistrati. Faremo la conoscenza del suo mondo professionale come della sua vita privata. Conosceremo l’umanità che afferisce al contenzioso ordinario, quello che non fa notizia e non va in tv e tuttavia rappresenta uno spaccato di società interessantissimo e vero”. Per Alessandro Angelini Vincenzo Malinconico non è solo un “avvocato d’insuccesso” ma soprattutto un acrobata dei sentimenti: “In quel carnevale sgangherato che è la sua vita, riesce a stare in piedi solo con l’autoironia e il giusto distacco di chi pensa che in fondo, in ogni situazione, poteva anche andare peggio”. Nel passaggio dalla pagina scritta alla realizzazione, “il cast ha arricchito e valorizzato quanto di prezioso esisteva – prosegue il regista – Massimiliano Gallo si è calato nei panni di Vincenzo Malinconico con grande cura, facendo suoi i vizi e le nevrosi del personaggio letterario per contagiarlo con la sua simpatia, la sua bravura, tutta la sua irresistibile umanità. Per il mondo di Malinconico, in cui il rovesciamento dalla commedia al drammatico avviene alla velocità della luce, Massimiliano è l’attore perfetto al posto giusto! Lina Sastri, straordinaria signora delle scene italiane, e Michele Placido, autentico mattatore sulla scena e fuori, non solo hanno reso indimenticabili i loro personaggi ma hanno capitanato con grazia ed esperienza un gruppo di formidabili attori che ha saputo mettersi in gioco fino in fondo”.

NERO A META 3
dal 18 agosto

Fermi tutti, c’è Guerrieri!

Con la sua umana risolutezza Carlo Guerrieri (Claudio Amendola) ha appena arrestato l’ennesimo colpevole della sua carriera quando vede avvicinarsi Clara (Margherita Laterza) all’ingresso del commissariato; proprio lei, l’ex moglie da tempo latitante, la madre che Alba (Rosa Diletta Rossi) non ha mai avuto accanto. E non si tratta di un incubo in pieno giorno ma di un evento imprevisto che riapre una ferita mai del tutto guarita. Nella terza stagione di “Nero a metà” la grande novità è stata osservare il protagonista anche nelle vesti di regista dei primi sei episodi, un lavoro che, considerando gli ascolti, è stato molto apprezzato dal pubblico. In questo capitolo della serie, si riparte dalla ricomparsa di Clara che offre a sua figlia Alba l’opportunità di conoscere la madre grazie ai colloqui in carcere e, successivamente, ospitandola a casa sua per scontare i domiciliari. Ma uscendo da Rebibbia, Clara fa perdere le sue tracce. Carlo, che sin da subito non ha creduto al pentimento dell’ex moglie, è certo che sia scappata, Alba che sia stata rapita. L’opposizione tra padre e figlia caratterizza la trama investigativa e la ricerca della verità sulla donna scomparsa. In un susseguirsi di colpi di scena e scoperte, Carlo e Alba, aiutati in particolare da Malik (Miguel Gobbo Diaz), ma anche dalla squadra dell’investigativa del commissariato Monti, dall’informatrice Ottavia (Daphne Scoccia) e dalla Narcotici, diretta da una disinibita Giulia Trevi (Giorgia Salari), arrivano al traffico internazionale della cocaina rosa e allo sfruttamento di minori per lo spaccio. Cosa c’entra Clara con tutto questo? Difficile anche solo immaginarlo in un’indagine che coinvolge così fortemente gli affetti e i legami familiari. “Avere il doppio ruolo di regista e attore in questa terza stagione è stata una bella sfida – afferma Claudio Amendola – La terza stagione tira le fila di tutto quello che è accaduto nelle precedenti, sia nella sua linea orizzontale che in quelle sentimentali. Io conosco bene Carlo e gli altri personaggi, con gli interpreti c’è stato un rapporto di familiarità e di fiducia che credo si sia visto molto bene anche sullo schermo. Negli anni li ho visti crescere, con questa esperienza da regista ho voluto valorizzarli il più possibile, facendoli anche uscire dai loro soliti ruoli: Miguel, che abbiamo messo alla prova oltre che nel suo ruolo da poliziotto, in quello di padre, e Rosa Diletta, che ha dato ad Alba delle sfumature nuove di forza ed emotività. Ma soprattutto Alessandro Sperduti, che qui ha un inedito ruolo di azione e che penso sia un giovane attore destinato a grandi cose”. I crimini su cui la squadra indaga col supporto di Medicina legale ovvero di Giovanna Di Castro (Angela Finocchiaro) e di Alba, l’anatomopatologa figlia di Guerrieri, toccano i tanti e diversi territori della Roma di oggi, i quartieri del centro come la periferia, le mille derive sociali e ambientali della città. Un racconto realistico dal punto di vista dell’indagine poliziesca, ma mai austero, che procede anche attraverso una punteggiatura fatta di commedia, di umanità, di solidarietà. In modo particolare in questa stagione, dove i nuovi personaggi entrati nella quotidianità della “famiglia” allargata del commissariato Monti portano leggerezza e un pizzico di comicità. A dirigere la serie, insieme a Claudio Amendola, è Enrico Rosati.

 

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Cantanti Vs Politici, ma io tifo per i bambini

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Il RadiocorriereTv incontra la conduttrice de “La partita del cuore”: «Sto studiando le regole del calcio, voglio essere preparata – racconta – anche se il nostro obiettivo è quello di aiutare chi è meno fortunato». ll ricavato andrà a sostegno del reparto di Pediatria dell’Ospedale San Salvatore de l’Aquila e dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Mercoledì 17 luglio in prima serata su Rai 1

 

Mercoledì 17 luglio presenterai la tua prima “Partita del Cuore” a L’Aquila, come ti prepari a vivere questo debutto?

Sto studiando le regole del calcio, il significato dei termini più utilizzati. Voglio essere preparata (sorride), anche se il mio ruolo sarà principalmente quello di raccontare le storie del Bambino Gesù, di seguire la parte musicale e di intrattenimento della serata.

 

Il tuo nome è sempre più sinonimo di attenzione nei confronti di chi ha bisogno. Vivi questo come una necessità?

Una necessità lo è sempre stata, sin da bambina ho avuto attenzione nei confronti degli altri, delle loro necessità. Sono nata e cresciuta in un piccolo paese dove le persone si aiutavano le une con le altre e dove insieme, anche attraverso gruppi parrocchiali, facevamo beneficenza, aiutavamo i disabili, andavamo a visitare i malati negli ospedali, gli anziani. Sono esperienze che hanno regalato alla mia generazione anche la possibilità di compensare vuoti adolescenziali attraverso il confronto con gli altri, che fossero coetanei o adulti. È un modello di vita e valoriale che ho portato con me. Rispetto ai giovani di oggi abbiamo avuto la fortuna di vivere i rapporti senza la mediazione di Internet, dei social, avevamo una chitarra e cantavamo la sera davanti a un fuoco.

 

Raccontare storie è il tuo mestiere, cosa cambia quando questi racconti hanno per protagonisti i bambini?

Raccontare queste storie di bambini che sul loro cammino incontrano l’Ospedale Bambino Gesù ha per me un valore doppio, anche a livello emotivo. Ogni volta che parlo di un bimbo che soffre il pensiero va un po’ alla bambina che ero. Anche nella storia della mia famiglia ci sono stati momenti di difficoltà, nella sofferenza abbiamo incontrato realtà brutte e altre molto belle. Perché nella sofferenza si può trovare la speranza, ed è proprio quello che vogliamo testimoniare con la “Partita del cuore”. E poi mi immergo in questi racconti anche come madre di una bambina di quattro anni, mi immedesimo pensando alle difficoltà che possono attraversare i loro genitori.

 

Come te la cavi con il gioco del pallone?

Sono una pallavolista quindi la palla l’ho sempre fatta volare (sorride). Sono comunque molto contenta dei risultati importanti che le donne hanno finalmente ottenuto nel calcio, uno dei mondi dai quali erano state tenute lontane. Rita Pavone cantava “Perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone”… bene, mercoledì 17 sarà proprio Rita a dare il calcio darà il calcio d’inizio, per testimoniare come le cose, anche a livello simbolico, siano cambiate.

 

Nazionale Cantanti e Nazionale Politica, riuscirai a essere super partes?

Tengo per la squadra dei bambini…

 

Eleonora ha una squadra del cuore?

Nessuna squadra del cuore, mi divido tra la fede calcistica di mio marito Giulio, che tifa Lazio e quella della mia piccola Carlotta, che a scuola ha imparato che è meglio tifare per la Roma. Io sono nel mezzo.

 

La televisione in Italia compie 70 anni, come sta la nostra Rai?

Penso che la televisione generalista abbia ancora un ruolo importante. Qualche anno fa si diceva che sarebbe stata soppiantata dalle piattaforme, invece ha mantenuto identità e numeri di rilievo. Il Servizio pubblico, la televisione generalista, sono ancora un punto di riferimento, nel segno della tradizione e della modernità.

 

L’ultima stagione Tv ha confermato ancora una volta il successo dei tuoi programmi, dal 9 settembre di nuovo in video…

Pronta a raccontare tante nuove storie italiane, di mattina e di sera (sorride).

 

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