Tutto me stesso, con il sorriso

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In attesa del ritorno de “L’eredità”, il popolare conduttore tiene a battesimo il nuovo divertente game show di Rai 1, “Chi può batterci?” (sabato 21 settembre in prima serata). Una sfida che vedrà impegnati 101 concorrenti-spettatori e una squadra di personaggi dello spettacolo

 

Partiamo dalle regole, come si gioca a “Chi può batterci?”

Le regole sono semplici. Ci sono 101 concorrenti-spettatori che si scontrano con una squadra composta da cinque personaggi dello spettacolo e dal sottoscritto. Il gioco è diviso in sei manche, ciascuna delle quali prevede cinque domande. Chi sbaglia viene eliminato. Chi rimane si scontra con noi.

Ci presenta la squadra?

C’è Romina Power, amatissima, conosce tante cose e molte le ha anche vissute, ci sono Max Giusti, esplosivo, Diana Del Bufalo, imprevedibile e creativa, Pierpaolo Spollon, un ragazzo molto simpatico, Ivan Zazzaroni, competitivo dalla mentalità agonistica. E poi ci sono io, che abbasso un po’ la media (sorride). A dare gli argomenti e a fare le domande è Frank, una voce dall’alto.

Avete una tattica di gioco?

Un caos organizzato (sorride). Il rischio è quello di fare figuracce, nonostante le domande non siano nozionistiche, ma prevedano un ragionamento: si va per logica, per esclusione.

Ai tempi della scuola c’era una materia che non amava particolarmente?

La matematica, la fisica, la chimica, la tecnologia. Amavo e amo invece la statistica, che mi affascina perché si riferisce alla società. Nei giorni scorsi mi sono divertito a studiarla con mia figlia, che preparava l’esame per l’università. La statistica, così come l’economia, racconta la vita attraverso i numeri, i comportamenti, entrambe ci dicono come e dove sta andando il mondo.

Come vive le sfide Marco Liorni?

Cerco di dare sempre il meglio di me stesso. Non ho ansia, e se c’è cerco di superarla attraverso la preparazione. Al tempo stesso ho imparato negli anni che è certamente importante prepararsi, ma che è altrettanto utile vivere le esperienze con gioia, rimanendo se stessi. Stare bene consente di rendere di più quando arriva la domanda. Lo dicevo sempre alle squadre di “Reazione a catena”, e lo dico oggi ai concorrenti de “L’eredità”: concentratevi, ma divertitevi.

È competitivo?

Bisogna esserlo, altrimenti che sfida è?

A proposito di domande, tra poco più di un mese entrerà nuovamente nello studio de “L’eredità” (domenica 3 novembre), come vive questa attesa?

In questo momento sono in macchina, in tangenziale e sto andando all’audizione delle aspiranti “professoresse”. Quelle dello scorso anno sono state molto professionali e hanno aiutato a creare il clima di serenità che si respirava in studio. Insieme agli autori stiamo anche testando giochi nuovi che potrebbero essere introdotti nelle puntate della prossima stagione.

Sei mesi intensi di “Eredità”, con un ottimo riscontro di ascolti, cosa le ha lasciato la sua prima stagione?

Ogni esperienza che viviamo viene anche per cambiarci, per farci scoprire cose nuove. Non solo di noi stessi ma del rapporto con gli altri. Ciascuno di noi ha una certa idea di sé, ma in realtà, quello che siamo, è anche frutto del nostro relazionarci agli altri.  Questo vale ovviamente anche per “L’eredità”: sono entrato in un bellissimo gruppo di lavoro, ho avuto la fortuna di incontrare persone preparate e corrette. Si è innescato qualcosa tra noi, eravamo contenti di stare insieme, di ragionare. Un programma è di successo quando tutte le sue componenti funzionano bene, quando il clima è positivo. I concorrenti, al loro arrivo, si sentono coccolati, accolti, parola fondamentale quest’ultima, perché l’accoglienza sappiamo che non è solo esperienza, accettazione, ma molto di più.  Più accogli le esperienze e più queste ti lasciano qualcosa, è un modo non per allungare la vita, ma per “allargarla”. Con il passare del tempo, con la maturità, questo ti appare più chiaro. Carlo Rovelli, scienziato di meccanica quantistica e divulgatore ne “L’ordine del tempo”, dice che le esperienze le capiamo per davvero solo nella memoria. Nel momento in cui le viviamo, ne comprendiamo solo un decimo di ciò che sono.

Il pubblico le vuole bene…

Ci sono persone che si riconoscono in te e ti sentono amico. Chi fa televisione ha il dovere di rappresentare non solo se stesso, ma il più possibile interpretare un sentimento generale, un’intelligenza collettiva, e portarli in quell’ora, ora e mezza, di trasmissione.

La radio italiana compie 100 anni, la tv 70, cosa augura alla Rai in questo anno importante?

La Rai ha tanto valore dentro, basta sfogliare le pagine di RaiPlay per rendersi conto di quanto faccia il Servizio Pubblico e di quale sia la qualità. Auguro quindi alla Rai di essere compresa dal pubblico nel gigantesco lavoro che fa.

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Il paese, una realtà più vicina all’umanità

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“Lo Spaesato”, il nuovo show in prima serata su Rai 2 dal 16 settembre, racconta l’Italia attraverso la sua comicità, mosso dal desiderio di riassaporare la vita nei borghi italiani che nascondono genuinità e tradizione

Com’è stato girare nei paesi in piena estate?

E’ stato un po’ faticoso. Ma è stata una fatica bella, perché per me realizzare “Lo Spaesato” non è neanche un lavoro. Certamente abbiamo realizzato tutto quando le temperature superavano i 40° e questo ci ha fatto soffrire un pochino. Sarebbe stato meglio al mare o in barca. Ma in realtà abbiamo girato tantissimo materiale da poter realizzare il doppio delle cinque puntate previste.

Quindi ci sarà un seguito?

Io spero di rifare “Lo Spaesato”, ma non perché devo avere successo per me, perché ormai ho 60 anni e i miei soldi li ho guadagnati. Potevo starmene seduto dov’ero e fare quello famoso che firma autografi. Lo vorrei rifare perché è un programma che piace molto proprio perché è rischioso.

In paese si è più felici?

In città c’è troppo stress. Nei paesi le persone si incontrano nelle case dei vicini, mangiano le cose che hanno fatto loro, chiacchierano, si divertono. In città cosa facciamo di meglio? Facciamo le feste, indossiamo orologi preziosi e poi lo raccontiamo. Noi siamo lo stress, lo smog, le ambulanze e i parcheggi che non ci sono mai.

Però molte persone hanno timore di andare a vivere nei paesi…

Certo,  perché pensano che il paese sia noia e che non c’è niente. Invece ho visto che si vive facendo tantissime cose e che le persone sono comiche divertenti, forti e sincere.

Se fosse vissuto in paese sarebbe diverso?

Purtroppo io sono inquinato dalla città e sono spaesato come tutti.

Questa esperienza nei borghi l’ha rigenerata?

Mi sono riavvicinato alle cose che pensavo non ci fossero più. Uno pensa che l’Italia è Roma, Milano, Palermo, Napoli. Non è così. Dovevo andare ad Agropoli e mi chiedevo come fosse. Ho scoperto che è bellissimo viverci. Siamo andati a Sonnino, che sta a un’ora e mezza da Roma ed è un altro mondo, un altro linguaggio, c’è un altro modo di parlare, un dialetto comico. E le persone come si divertono! Sonnino poi è il paese di Altobelli che mi ha raccontato che quando non riusciva a fare gol a Milano, andava sotto un albero del suo paese e si concentrava. Quando tornava segnava. Gli mancava la sua terra.  Non è che voglio dire che tutti dobbiamo andare in paese, ma che  è una realtà molto più vicina all’umanità.

In alcune registrazioni ha portato anche sua figlia. Come ha vissuto questa esperienza?

Si è stancata pure lei, però si è ammazzata di risate. Poi sono subentrati gli impegni scolastici e non è più venuta. Si è divertita tantissimo vivendo qualcosa che non conosceva. Sembrava una bambolina che guardava un negozio. Questi ragazzi, chi ce li porta in paese? Noi li portiamo spesso nei posti più imbarazzanti, quando invece i paesi sono posti davvero bellissimi.

 

La gente come l’ha accolta?

Con grande calore. Tanti inviti a cena a casa loro. Che poi li ritrovi in quaranta in una casa, tutti ad aspettarti. Sono stato l’amico di queste persone. Spesso comici veri, tant’è che non ho dovuto recitare un ruolo, non ho avuto bisogno di fare battute. In teatro ho parlato io, in paese loro. A Cerenza mi hanno proclamato cittadino onorario e il sindaco mi ha ringraziato seicentomila volte perché diceva che avevo fatto capire quanto è bello quello che fanno e quello che vivono. Insomma, credo sia stata una esperienza unica per me.

 

Ha deciso di fare cose nuove, di continuare a sperimentare…

La gente ha bisogno di questo. E io sperimento da sempre. Non c’è nessun déjà vu a guardare questo programma, e questo è quello che mi interessa.

In conclusione, che viaggio è stato?

Lo stesso viaggio che può fare chiunque, basta salire in macchina e andare in paese a vedere la gente normale in un posto dove non c’è stress, dove c’è un’aria diversa, dove ci sono persone trasparenti, dove trovi le persone che ti dicono “sono stato a fare il mio vino, il mio mangiare, mi sono fatto la pasta da solo”. Dove trovi le persone che si accontentano di tanto e di poco, perché quel poco è tanto. Dove trovi le persone che si conoscono, che si amano, che sono unite, che si chiamano per nome. Sono stato in paesi di duemila anime e tutte queste anime, tutte, si conoscevano, erano unite. Dunque il tuo corridoio di casa non finisce alla porta, come succede qui in città, ma continua in tutto il paese. Davvero una scoperta e mi dispiace definirla tale. Dovrebbe essere una realtà conosciuta da tutti, no?

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Adriana, normale e straordinaria

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L’attrice toscana è la moglie dell’ispettore di polizia Kostas Charitos. Giovedì 19 settembre in prima serata su Rai 1 la seconda puntata di “Kostas”, la serie tratta dai romanzi di Petros Markaris con la regia di Milena Cocozza

 

Kostas e Adriana, la chimica tra i due protagonisti è quella giusta…

È stato facile perché c’è un rapporto di amicizia molto forte con Stefano (Fresi). La componente relazione sul set non è stata complessa da trattare,  altra cosa è stata invece la mia relazione con il personaggio di Adriana, che portava con sé una serie di interrogativi, poi risolti nel lavoro continuo fatto con la regista Milena Cocozza, sulla direzione nella quale volevo che il personaggio andasse. Non mi interessava rappresentare una donna dimessa, rassegnata, insoddisfatta nel senso lato del termine. C’è sì una insoddisfazione, ma che deriva dal desiderio di migliorarsi, di contribuire alla relazione, alla famiglia, sempre di più con i propri mezzi. Il suo è un desiderio di crescita personale e naturale, che si presenta a un certo punto della vita quando hai già realizzato delle cose che fanno parte dei tuoi desideri. E così ti chiedi: adesso cosa faccio per realizzarmi di più?  Qual è la chiave nella quale posso ulteriormente crescere?  Credo che siamo riusciti a disegnare una donna normale nella sua straordinarietà.

Chi è dunque Adriana?

È la tipica donna che ha cura delle persone che ha intorno e che lo fa anche attraverso il cibo, preoccupandosi ad esempio della salute di Kostas, visto che il marito, partecipando in maniera piena al proprio lavoro, compromette a tratti la propria salute.

Caterina ha vent’anni, Adriana il doppio della sua età. Come si affronta un ruolo materno quando la figlia è una ragazza adulta?

Nella stessa maniera in cui affronti qualunque età nella maternità. Adriana fa da madre un po’ a tutti: ai colleghi di lavoro, al fattorino, alla figlia Caterina, al fidanzato della figlia, è quel tipo di donna che esprime l’amore in forma di accudimento. E questa è semplicemente una delle sfaccettature del femminile.

Lunghi mesi sul set ad Atene. Come li ha vissuti?

Quando hai un immaginario che può essere quello da cartolina, o quello che hai studiato a scuola se hai fatto il liceo classico o quello del film “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, hai un’idea che non corrisponde a quello con cui ti ritrovi di fronte: una normalissima città, con i suoi ritmi, nella quale siamo diventati un po’ greci anche noi, e questo è stato il bello. Siamo arrivati al punto di salire sul taxi e dire “buongiorno” e “buonasera” con un accento talmente giusto che il tassista si rivolgeva a noi in greco.

“KOSTAS”, LA SECONDA PUNTATA (19 SETTEMBRE)

Sceneggiatura di Michela Straniero, con la collaborazione di Valentina Alferj, tratta dal romanzo “Difesa a zona” di Petros Markaris

Un terribile mal di schiena annienta il commissario Charitos e Adriana, seppur preoccupata, non ne è affatto sorpresa: testa e corpo sono collegati! Nascondendosi dietro alla promessa di prenotare al più presto una visita dal dottore, Kostas fugge in commissariato, dove però si respira un’aria tesa: l’assassinio di Kostantinos Koustas, proprietario di aziende, locali notturni e squadre di calcio di serie C, è l’ennesima gatta da pelare. Se a questo si aggiunge il fatto che Adriana si è messa in testa di voler trovare un lavoro, è evidente che Kostas si vede attaccato su più fronti. Unica consolazione: Ghikas, nel vano tentativo di tranquillizzarlo, gli ha assegnato un nuovo agente, Nikos, che però entra subito in rotta di collisione con il vicecommissario Petros. Quando Kostas verrà costretto a fermarsi a causa di un infarto, saranno proprio Petros e Nikos a portare avanti l’indagine, incontrando qualche difficoltà. E a toglierli d’impaccio ci penserà Klio, la segretaria di Ghikas: la ragazza riesce a identificare lo sconosciuto emerso dal terreno a seguito del terremoto sull’isola. E la sorpresa è che il morto dell’isola è strettamente legato all’indagine sull’omicidio di Kostantinos Koustas.

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Il mio Sabato in diretta

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L’analisi e l’approfondimento delle notizie più rilevanti della settimana raccontate attraverso punti di vista diversi per restituire la complessità della realtà.  La conduttrice al RadiocorriereTv: «Come accade in ogni rotocalco che si rispetti, cercheremo di andare in profondità, all’origine della notizia». Da sabato 14 settembre alle 17.00 su Rai 1

 

C’è attesa per “Sabato in diretta”, come ti prepari al debutto?

Con tante riunioni con gli autori, con i colleghi. Lo faccio dividendomi con il lavoro al telegiornale e devo dire che non mi fermo un momento (sorride). Sono contenta perché, proprio come accade con il Tg, faremo tutto in diretta, a stretto contatto con i fatti. Non vedo l’ora che inizi questa nuova avventura.

Che narrazione sarà e quali sono i punti di contatto con “La Vita in Diretta”?

Veniamo come naturale conseguenza de “La Vita in Diretta”, ci occuperemo di cronaca, costume, gossip, sempre pronti ad aggiornare i telespettatori in tempo reale. E come accade in ogni rotocalco che si rispetti, cercheremo anche di andare in profondità, all’origine della notizia.

Come ci si difende dal rischio di una narrazione omologata e superficiale?

Garantendo una pluralità di visioni e di voci. Anche per questo avremo in studio numerosi ospiti “tecnici”, dal criminologo allo psicologo, al magistrato, che ci aiuteranno nella comprensione di ciò che accade. Puntiamo a una narrazione attenta e mai morbosa.

Al centro del programma anche le storie della gente comune…

Che sono quelle che amo raccontare, non fermandomi mai in superficie e sempre con rispetto. Da giornalista del Servizio Pubblico ritengo che questo sia fondamentale.

Quando consideri un’intervista ben riuscita?

Quando l’intervistato non ha paura di dire ciò che pensa e si crea un rapporto di fiducia con l’intervistatore.

Come si mette in gioco Emma D’Aquino?

Mi metto in gioco tutti i giorni nel mio lavoro, il più bello del mondo, che faccio da tanti anni e amo profondamente. Quando i direttori Gian Marco Chiocci (Tg1) e Angelo Mellone (Intrattenimento Day Time) mi hanno proposto questa opportunità, con la possibilità di mantenere la conduzione del Tg, ho accettato con entusiasmo.

Cosa ti ha insegnato, in tanti anni, la scuola del Tg1?

A non temere niente, ad affrontare l’imprevisto.

Che ricordo hai della tua prima conduzione?

La prima ufficiale, dopo numerose da sostituta, fu in occasione delle dimissioni di Papa Ratzinger… ricordo le scale di corsa, la sigla che parte alle 11.20 del mattino, quando ancora dovevo mettermi il microfono. Grazie ai colleghi del Tg1, al vaticanista Fabio Zavattaro, facemmo quasi due ore di diretta e andò bene. Il tutto nello sconcerto per ciò che stava accadendo, non si capiva come il Papa si potesse dimettere.

Ti emozioni ancora?

Sempre, ma grazie all’esperienza riesco a tenerla a bada (sorride). Condivido ciò che mi disse Piero Angela nel corso di una bellissima intervista al Tg, nella quale raccontò come ogni volta che sentiva il cicalino che nei nostri studi precede la partenza della diretta provasse una piccola emozione. Ecco, ogni volta che sento quel cicalino e si accende la scritta “on air” un pizzico d’emozione c’è. Questo significa che siamo vivi e che ci piace fare ciò che facciamo.

Cosa auguri a Emma?

Di continuare a lavorare divertendosi. Di imparare ancora, di crescere, e sempre con il sorriso.

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Informazione bene comune

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Un intreccio di Storia e storie, seguendo i fili della politica e dei poteri, le urgenze dei territori e delle persone e le difficoltà della loro vita quotidiana, le grandi sfide nazionali e mondiali attraverso il confronto con i protagonisti del dibattito pubblico italiano e internazionale. Marco Damilano ritorna il 9 settembre alle 20.35 su Rai 3, con la striscia d’approfondimento che nelle prime due stagioni ha ottenuto un consenso sempre crescente

Dieci minuti di approfondimento quotidiano a partire dal fatto o dal personaggio del giorno. Un racconto che, valorizzando l’esperienza delle due precedenti stagioni, dedicherà una particolare attenzione alle marginalità e a quei “mondi di confine” ignorati o sui quali raramente si accendono i riflettori. Reportage, inchieste, interviste in studio realizzate da Marco Damilano per proporre ogni sera una narrazione originale della realtà che il venerdì, nella versione “Il cavallo e la torre plus”, avrà una durata di 15 minuti, uno spazio in più per poter fare un punto ancora più approfondito su temi cari al programma anche uscendo fuori dal canonico studio di viale Mazzini 14.

Damilano, come si difende il Servizio Pubblico?

Prima di tutto credendoci, vedendo l’informazione come bene comune. Proprio come la sanità, la scuola, qualcosa che se non c’è, se manca, ne risente l’intero tessuto democratico. Fare una trasmissione quotidiana nello studio di Viale Mazzini, con il cavallo Francesco Messina alle spalle, è sempre un invito a essere coerenti in questo principio.

Stagione dopo stagione ci sono nuove sfide da affrontare…

Il primo anno si doveva inventare un linguaggio confrontandosi con la striscia, la brevità del programma. Era tutto completamente da costruire, da scrivere. Il secondo anno abbiamo fatto l’esperimento di uscire dallo studio, di andare a Crotone per parlare dei morti di Cutro. Abbiamo cominciato, senza troppo sbandierarlo, ad allungarci, ad avere anche una possibilità di uscire dalla durata del programma. In questa terza stagione dobbiamo consolidare questa vocazione, contando molto sul riconoscimento e l’apprezzamento del pubblico. Non è solo l’Auditel, ma è quello che riscontriamo quando giriamo. “Il Cavallo e la Torre” è un programma in cui molti si identificano, molto atteso, un appuntamento quotidiano all’ora di cena. Questo implica da parte nostra un grande rispetto, siamo forti di questo riconoscimento e dobbiamo consolidarlo.

Dieci minuti per entrare in un fatto e raccontarlo in modo non scontato. Da dove si comincia?

Da una cosa molto importante, la scelta. Anche nella nostra chiacchierata ci sarà qualcosa che sceglierete di tenere, qualcos’altro che butterete. Chi fa questo mestiere sa che deve fare delle scelte, a volte dolorose, altre facili. La scelta è anche qualcosa che ci differenzia da un flusso indistinto di voci, di facce, di opinioni, di notizie che non vengono spiegate. Noi dichiariamo allo spettatore che proporremo un determinato viaggio. La scelta è importante, è un progetto editoriale in sé.

Avete scelto di raccontare il Paese dal basso…

La prima puntata la realizzammo in un piccolo paese del Molise che si chiama Pescopennataro. Una scelta che alcuni considerarono bizzarra ma che invece era fondamentale. Partimmo da una piccola località che rappresentava tutti. A quell’ispirazione ci manteniamo fedeli anche oggi…

Un viaggio che non vede confini…

È necessario uscire dalla propria comfort zone, perché appena passi il confine trovi un’altra lingua straniera, un altro modo di vestire, di mangiare. E così devi cambiare punto di vista, angolo di racconto. Un’informazione che sta nel ripetitivo, anche quando si manifesta magari come anticonformista, si capovolge nell’opposto. Credo sia molto importante oltrepassare quel confine per cambiare anche chiave di racconto.

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Una di noi

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Le star dello spettacolo, i grandi fatti della nostra vita, una narrazione che raggiunge con forza da anni il cuore di milioni di spettatori. Il 15 settembre alle 14 si riaccendono i riflettori dello storico show di Rai 1, giunto quest’anno alla 49esima edizione. Nell’intervista al RadiocorriereTv l’amata conduttrice racconta il suo esordio in trasmissione e la profonda amicizia con Don Mazzi, e ricorda gli insegnamenti ricevuti dai suoi grandi maestri: «Da Corrado ho imparato l’umiltà, da Renzo l’essere me stessa. Pippo mi ha insegnato la professionalità, la puntualità, il rispetto per il lavoro»

 

Un viaggio, quello di “Domenica In” che dura da alcuni decenni, che tassello rappresenta per lei questa nuova stagione?

In cuor mio so che per me sarà l’ultima. Certo, continuo a dirlo ogni anno, poi alla fine mi convincono sempre (sorride). Anche per questa consapevolezza c’è una bella emozione, insieme alla voglia di fare qualche cambiamento, di sparigliare un po’ la nostra “Domenica In”. Al di là delle mie interviste ai grandi personaggi che rimangono, ho voglia di strizzare l’occhio all’attualità, alla cronaca, di incontrare donne che parlino della loro vita. Sarà una stagione un po’ diversa da tutte le altre.

Quali sono i presupposti che fanno sì che un’intervista funzioni?

Ascolto e sono curiosa, cercando di trovare empatia con chi mi siede davanti. Non ho nulla di scritto, di preparato, sono solo me stessa.

Nel suo salotto ritroveremo i suoi amici di sempre?

Devo ringraziarli tutti. Sono rapporti di amicizia, di stima, che ho saputo creare e che vanno avanti nel tempo. Tanti di loro vengono addirittura gratis.

Come si pone di fronte a un ospite un po’ ostico?

Ne ho trovati pochi. Di solito chi viene da me si rende subito conto che ho solo voglia di ascoltare. Forse mi capitò con Naomi Campbel tanti anni fa, lei aveva poca voglia di aprirsi. Ma penso dipendesse da un suo stato d’animo particolare di quel giorno. Faccio sempre in modo che non ci siano trappole, voglio che l’ospite vada via contento e con la voglia di ritornare. I miei intervistati si rilassano, si lasciano andare, anzi, a volte mi dicono molto di più di ciò che chiedo loro.

Il ricordo più divertente e quello più emozionante delle sue tante edizioni…

Gli episodi e gli incontri che porto con me sono tantissimi, ma l’emozione più grande me la regala ogni volta Don Antonio Mazzi. Cominciai proprio con lui e con Monica Vitti molti anni fa, era la mia prima edizione ed ero considerata solo la fidanzata di Renzo. Conducevo il gioco telefonico, poi, per magia, nel tempo, sono diventata la zia degli italiani (sorride). Con Don Mazzi c’è un legame trentennale, ogni volta che lo incontro lo abbraccio e scoppio a piangere. È l’effetto che mi fa. Nei momenti difficili mi ha sempre sostenuto, ha visto Renzo, ha visto Nicola. Spero di averlo con me in una delle prime puntate per fare insieme un talk sui giovani, in giorni in cui le cronache raccontano episodi tanto drammatici. I bei ricordi delle mie quindici edizioni passate sono tanti, al contrario delle cose brutte, quelle che mi hanno fatto soffrire, che metto da parte. Alla mia età devi selezionare per forza, ti devi proteggere.

A distanza di anni tornerà a giocare al telefono con gli spettatori…

Ho voglia di parlare con il pubblico a casa che mi segue con affetto. Ho chiesto agli autori di preparare un bel gioco divertente.

Il complimento che le fa più piacere ricevere dal pubblico?

Che sono una di loro. Sono una che si alza presto, che pulisce, che cucina per gli amici, che vive in famiglia, che va al supermercato, e in più faccio la televisione.

E dai colleghi?

Ho buoni rapporti con tutti. Non ho mai parlato male di nessuno perché rispetto il lavoro degli altri. Non amo chi dà giudizi, sentenze. Ognuno fa il proprio lavoro, deve vivere la propria vita. Certo, se mi pesti i piedi reagisco (sorride). Anche se con il tempo e con l’età dimentico più facilmente. Per essere sereni non devi avere rancori.

A proposito di colleghi, lei è stata a fianco dei più grandi del piccolo schermo…

Mi ritengo molto fortunata. Ho lavorato con Corrado, con cui ho presentato due volte i Telegatti, con Pippo Baudo, che mi volle a “Luna Park”, ho condotto il “Festival di Napoli” con Mike Bongiorno, sono stata per dodici anni la donna di Renzo Arbore. Ma che cosa potrei volere di più dalla vita?

Che cosa le hanno insegnato questi maestri?

Da Corrado ho imparato l’umiltà, da Renzo l’essere me stessa. Mi amava per quello che ero e mi disse di essere così anche a “Domenica In”. Pippo mi ha insegnato la professionalità, la puntualità, il rispetto per il lavoro.

Il sogno nel cassetto di Mara…

Non ho sogni nel cassetto, chiedo solo la salute. Ciò che ho mi basta e mi avanza.

E per la sua “Domenica In”?

Spero che il pubblico sia sempre vicino a Zia Mara.

A ottobre ci sarà la grande festa per il compleanno del Servizio Pubblico Radio-Tv. Cosa augura alla Rai?

Di continuare così e di avere sempre artisti di grande professionalità, che amano il pubblico. Penso a Stefano De Martino (conduttore di “Affari Tuoi”), molto bravo e che fa ogni cosa con serietà e impegno. Questo al di là della sua empatia, che è un dono. La nuova grande rivelazione è proprio Stefano.

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A casa di Maria Latella

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Le parole e la convivialità. Tra amici a tavola per interpretare lo spirito del tempo. Dal 10 settembre in seconda serata su Rai 3 l’house-talk “A casa di Maria Latella”. «Affronteremo temi complessi senza soluzioni facili, in un clima sereno e nel segno dell’autenticità cercando di fare arrivare al telespettatore un contenuto, un pensiero, una battuta, un sorriso» dice la giornalista

Come stai vivendo il ritorno in Rai?

Con grandissima emozione, diversa da quella che provai nel 1996 quando debuttai su Rai 3 con il programma “Dalle venti alle venti”. Nonostante sia accaduto in modo del tutto casuale, è un ritorno che quasi sembra destinato. Quel programma andò molto bene, incrocio le dita e spero che anche questa volta i telespettatori possano apprezzare il nostro lavoro. La sfida non è semplice ma siamo una squadra entusiasta

“A casa di Maria Latella”, chi ci troveremo e cosa accadrà?

Tutte le settimane avremo quattro ospiti, scelti in base alla competenza rispetto al tema di cui discuteremo. Principio che vale anche per i personaggi dello spettacolo, la cui presenza dovrà avere un senso all’interno della narrazione. Il mix è quello che utilizzerei per organizzare una cena a casa mia: un politico, un esperto-tecnico del tema, un personaggio dello spettacolo e una personalità del mondo del giornalismo, della cultura. Cardine del programma è l’autenticità, non ci sarà nulla di finto.

A partire dalla cena che andrà in tavola…

Si mangia davvero, si beve, moderatamente, ma davvero. Il nostro sarà un dopo cinema o un dopo teatro  tra amici. Due portate, un primo e un dessert, preparati da ex allievi di un istituto tecnico, perché mi piace l’idea che ci sia attenzione agli studenti dei tecnici alberghieri, importantissimi per l’economia e per il turismo italiano. Mentre assaggeremo i piatti parleremo di temi strettamente legati all’attualità, gli stessi argomenti che si discutono cenando a casa. A leggere il menù sarà ogni settimana un grande attore di teatro.

Che caratteristiche deve avere una buona padrona di casa?

Credo che a differenza di alcuni talk-show realizzati in studio, in cui il conduttore è protagonista, una padrona di casa debba semplicemente tenere il filo della conversazione, sempre capace di lasciare spazio ai propri ospiti.

Il programma andrà in onda da un vero appartamento…

Che si trova nell’edificio in cui abito, mi piace l’idea che gli ospiti si sentano veramente a casa. Si prende prima un aperitivo da me, poi ci si trasferisce sul set nell’altro appartamento. Succedeva già con il programma “A cena da Maria Latella”. L’atmosfera è davvero familiare è capitato che un ex ministro dell’economia scambiasse mio marito per il maggiordomo e gli consegnasse il cappotto (sorride).

Al centro di tutto, ancora una volta, la forza della conversazione…

Che ben conoscevano i nostri antenati, che della conversazione facevano un’arte. Penso alle donne del Sud che stavano davanti alla porta di casa e “se la contavano” dalla mattina alla sera, penso ai caffè letterari, popolati da intellettuali, dove si conversava con libertà e intensità. Il piacere della conversazione contava quanto ciò che si mangiava e si beveva. Mi piacerebbe ritrovare quel piacere nei nostri 55 minuti di programma.

Cosa ti affascina e cosa ti spaventa della nostra contemporaneità?

Mi affascinano le grandi opportunità di conoscenza. Se oggi vuoi informarti su qualsiasi argomento puoi farlo anche se vivi in uno sperduto paese di 500 anime sui monti in una regione remota: ti colleghi alla Rete e puoi saperne di più. Un’occasione molto importante anche per il Servizio Pubblico, che può dare una quantità enorme di informazioni attraverso i suoi vari canali. Da ragazza ricordo bellissimi programmi, serie televisive meravigliose come “L’Odissea” con l’introduzione del poeta Giuseppe Ungaretti. Ma oggi c’è molto di più, un accesso infinito alla conoscenza. Quello che mi spaventa è invece l’incapacità di trovare soluzioni a problemi enormi. Ne cito solo uno, i tanti ragazzi, perlopiù maschi, che restano indietro. Possono essere italiani di seconda generazione come nel caso di Jennifer o ragazzi che, come nella tragedia di Paderno Dugnano, vivevano in famiglie apparentemente felici. Non abbiamo ancora gli strumenti per intercettare questi profondissimi disagi, eppure è assolutamente prioritario concentrare la nostra attenzione sui giovani, maschi in particolare. In questo momento le ragazze sembrano forse più capaci di cercare una strada da sole. Come ripeto, non accade solo in Italia o nelle famiglie con difficoltà finanziarie.

Come trovare nel racconto giornalistico il punto d’incontro tra complessità e leggerezza?

Cerchiamo di affrontare temi complessi le senza soluzioni facili, ma nel clima leggero che si accompagna a cena. Negli ultimi trent’anni abbiamo fatto percepire ai telespettatori che quando c’è Tv deve per forza esserci conflitto. Il conflitto non costa niente, è facile, comodo e porta audience. La sfida è invece quella di parlare anche di temi difficili cercando di fare arrivare al telespettatore un contenuto, un pensiero, una battuta, un sorriso. Per questo ci sforziamo di avere ospiti preparati sull’argomento di cui si parla.

Che cosa hanno cambiato, il tempo e l’esperienza, del tuo essere una giornalista?

Sono forse meno autocentrata e più attenta alle esigenze degli altri, in questo caso del pubblico. Nel 1996 ero più che altro preoccupata di fare bene, di essere considerata una brava conduttrice. Oggi, insieme allo staff degli autori guidato da Pietro Galeotti, alla produzione di Level 33, al regista Giorgio, cerchiamo di dare il miglior prodotto possibile. Essere un po’ meno autocentrati sarebbe un bel vantaggio per tutti (sorride). Come diceva mia figlia quando era più ragazzina, “mamma, scialla”.

Cosa cerchi di scoprire di un ospite prima di dargli il benvenuto a casa tua?

Mi documento, cerco di conoscerlo. Ma la cosa che penso conti di più sia ascoltare quel che sta dicendo. Dopo i primi minuti li ho visti quasi sempre rilassarsi, al punto che molti di loro dimenticano di essere in Tv. Me ne accorgo e faccio in modo che quel clima duri. D’altra parte, se accetti di andare a cena da qualcuno, è perché presumi di sentirti a tuo agio.

Cosa ti fa piacere che spettatori e lettori pensino del tuo lavoro?

Sono contenta quando lo trovano interessante, incuriosente. Di recente ho intervistato Oprah Winfrey per “Il Sole 24 Ore”, e molti, tra coloro che hanno letto l’intervista, mi hanno detto di avere conosciuto la grande giornalista americana attraverso quelle righe in un aspetto più privato, personale. Privato non significa morboso, ma profondo. Credo che un’intervista debba raccontare quel che pensa oggi la persona. Il pettegolezzo, il gossip, sono un’altra cosa. Abbiamo già un presente così pieno di tensioni, di difficoltà, che se ogni intervista deve avere un trauma da rivelare, francamente diventa stucchevole

Cosa ti fa sorridere e ti fa stare bene?

Amo moltissimo il cinema, dove vado ogni volta che posso, mi piacciono le commedie e la sottile ironia. Mi fa sorridere anche il mondo surreale nel quale viviamo, nella nostra vita accadono tante cose comiche delle quali spesso non ci accorgiamo per davvero. E poi c’è la lettura, penso ad esempio a un libro che di recente mi ha fatto ridere fino alle lacrime, è “Profiles in ignorance” di Andy Borowitz dedicato all’ignoranza dei politici americani e come è cambiata la reazione dell’opinione pubblica rispetto a loro. Molto divertente e anche molto inquietante.

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Sempre al tuo fianco

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Il loro quotidiano è una corsa contro il tempo per salvare vite umane, territori, patrimoni artistici e tradizionali della nostra Italia. Sono gli operatori della Protezione Civile, persone normali in circostanze eccezionali che la serie con Ambra Angiolini, diretta da Marco Pontecorvo, racconta da domenica 15 settembre in prima serata Rai 1

 

Cosa succede a partire dal momento dell’emergenza? Si conosce molto dei disastri, ma quanto sappiamo dei percorsi che attivano i soccorsi della Protezione Civile? Sara Nobili è geologa vulcanologa, a capo della sezione Emergenze della Protezione Civile, insieme al suo team di fedelissimi operatori, sarà impegnata a risolvere casi, ispirati a vicende realmente affrontate dalla Protezione Civile, che richiedono la sua mente acuta e la sua esperienza, mentre cercherà di destreggiarsi nelle complicate relazioni famigliari. È responsabile del Rischio Vulcani, ha partecipato a missioni da far tremare i polsi: alluvioni, cabinovie in panne, emergenze sanitarie e ogni genere di intervento gestito dalla Protezione Civile, scongiurando rischi enormi per il nostro territorio. Ha fronteggiato Iddu, il vulcano Stromboli della sua terra di provenienza, e con lui ha un conto aperto. Una svolta importante nella carriera arriva quando Sara viene informata dal suo capo di essere candidata a rivestire il ruolo di Capo delle Emergenze, insieme però a Renato Lussu, stimato medico e ricercatore con una grande esperienza maturata nelle missioni in Africa, ma soprattutto nuovo grande amore di Sara. Una relazione in cui la donna si è tuffata dopo la fine del matrimonio con Massimo, padre di sua figlia Marina, una ragazza dallo spirito ribelle e in forte conflitto con i genitori per via della separazione, che non accetta in prima battuta la nuova relazione della madre con Renato, al quale si avvicinerà grazie alla comune sensibilità ambientalista. Sara ha un rapporto speciale con Egidio Merlo, biologo responsabile del Rischio Marittimo, divenuto paraplegico in seguito a un incidente sul lavoro. Da qualche giorno Egidio insegue Sara e Canovi perché ha visto, su uno dei mega schermi in cui monitora il Mediterraneo, una nave scomparire e ha il sospetto che non sia approdata in nessun porto. Sara deve occuparsi anche dell’inserimento del nuovo stagista Federico, neolaureato in Fisica quantistica, che durante il suo tirocinio dovrà aiutarla nell’attività di monitoraggio interagendo con gli altri membri del team operativo: Victor, responsabile delle Associazioni di Volontariato, che dovrà fare i conti con un passato irrisolto e Ginevra, la giovane e bella responsabile della Comunicazione, dal carattere gioviale e con la battuta sempre pronta, ma anche lei tormentata da un passato sentimentale sospeso. Nel suo nuovo incarico da capo delle Emergenze, Sara metterà a frutto competenze e umanità puntando sui suoi collaboratori, un gruppo che deve però ancora trovare coesione. Anche loro hanno segreti nascosti da affrontare e risolvere.

 

La prima serata

EPISODIO 1 – EMOZIONI

Sara Nobili è una vulcanologa della Protezione Civile Nazionale. Originaria di Stromboli, ha da poco divorziato da Massimo e si è trasferita a Roma lasciando, per decisione condivisa, la figlia Marina alle cure dell’ex marito. Marina soffre per il divorzio dei genitori ed è furiosa con Sara: le attribuisce la colpa di aver preferito la carriera alla ricostruzione della loro famiglia. Perciò, quando Sara va a trovare Marina a Stromboli, consapevole di ciò che prova, nasconde a lei e a Massimo il fatto che ha intrapreso da poco una relazione sentimentale con un collega, Renato, il Responsabile delle Emergenze Sanitarie. Nel frattempo, alla Protezione Civile, scatta l’allerta per la scomparsa di alcuni ragazzini sui monti Sibillini. Sara fa ritorno in tutta fretta per unirsi alla squadra e supportare il suo mentore, il capo della Protezione Civile Canovi.

 

EPISODIO 2 – UNA SCELTA INASPETTATA

Massimo scopre che Marina rischia la bocciatura a causa di troppe assenze e si rende conto di quanto sia difficile seguirla da solo. Condivide le sue preoccupazioni con Sara, che si sente in colpa per non dedicare abbastanza tempo alla figlia: si ripromette di lavorare meno e stare più vicina a Marina, tornando a Stromboli più spesso. Nel frattempo, in Protezione Civile, Canovi è chiamato a decidere il nuovo Capo delle Emergenze. Tutti, inclusa Sara, sono convinti che il prescelto sarà Renato. Il nuovo stagista Federico, che fatica ad ambientarsi, si ritrova ad aiutare Sara a gestire l’allerta di una frana che rischia di provocare numerose vittime. Con la sua determinazione, Sara riesce a prevenire una tragedia.

 

Il regista racconta…

«La proposta di fare una serie sulla Protezione Civile mi è arrivata verso la fine delle riprese della miniserie su Alfredino Rampi. Com’è noto da quella tragica vicenda nacque proprio questo importante Dipartimento perciò mi è parso la naturale prosecuzione di un percorso, la maniera di entrare a fondo e raccontare da dentro chi sono, come funziona la loro capillare organizzazione e la loro importante funzione che in molti definirebbero di ”Angeli custodi”. L’ispirazione dei vari casi di puntata deriva da fatti realmente accaduti e di cui forse abbiamo sentito parlare nei notiziari, ma spesso senza sapere né chi fossero le persone colpite dagli eventi, tantomeno chi fossero le persone che si prodigavano per salvarle. L’umanizzazione degli eventi, il poter dare un volto e una storia alla squadra della Protezione Civile mi ha subito interessato e penso che possa essere  molto coinvolgente per gli spettatori: vederli da vicino, raccontare le loro vite, i loro amori, le loro fragilità e i loro problemi personali, che vengono immediatamente messi da parte quando si deve intervenire per un’emergenza. Importante è stata anche la scelta di raccontare come le vicende e gli incontri che si fanno durante le missioni si riflettano e cambino anche l’agire nel privato dei nostri protagonisti, facendone uno degli assi portanti delle dinamiche interne al plot. Naturalmente è una serie anche di “Azione” con tanti accadimenti. Credo che questo sia un valore aggiunto anche perché nulla è gratuito, per il gusto di movimentare le puntate, ma è reso necessario alla soluzione di eventi o incidenti occorsi che, come ho già detto, sono ispirati a fatti  reali. È una serie corale ed è stato molto divertente creare una squadra eterogenea.  Ho pensato che dovesse essere rappresentata, nei limiti del possibile, tutta l’Italia e quindi, d’accordo con produttori e Rai, i nostri protagonisti provengono da varie aree geografiche del nostro Paese, ognuno con il proprio accento ed ad alcuni (per esempio Ambra) abbiamo affiancato un dialogue coach. Per me è stata una bella esperienza formativa in un mondo sconosciuto e affascinante, fatto di storie di uomini e donne come noi e che, per il loro coraggioso operato nelle situazioni di grave emergenza, rappresentano la “parte buona del paese”. Credo che questo elemento sia fondamentale come diceva Gianluca per far appassionare gli spettatori. Ringrazio i produttori, la Rai e la Protezione Civile per averci dato la possibilità di girare questa bella serie.  Ora che ho visto come lavora il dipartimento, fatto in larga parte anche di volontari, non mi stancherò mai di ringraziarli per quello che fanno quotidianamente»

Marco Pontecorvo

 

I PERSONAGGI

 

SARA NOBILI (Ambra Angiolini)

Sorriso sincero e un fascio di nervi in un corpo esile, è una madre e una donna tanto brava a gestire le emergenze del mondo quanto fragile ad affrontare quelle private. Sara è cresciuta a Stromboli dove ha conosciuto e sposato il marito Massimo Caruso, da cui si è separata di recente, e dove ha studiato e imparato ad amare il vulcano. Il trasferimento a Roma, al quartier generale della Protezione Civile, innesca l’inizio della conflittualità con sua figlia Marina, 17 anni, che non ha mai voluto seguire la madre nella capitale.

 

RENATO LUSSU (Andrea Bosca)

Medico virologo, è responsabile della sezione emergenze sanitarie dopo aver maturato un lungo percorso da Medico senza frontiere in Africa. Affascinante, misterioso, dagli occhi di ghiaccio è sempre presente in ogni emergenza. Sara tiene a Renato, quell’uomo che sembra pensare, respirare come lei. Con cui condivide i giorni e le notti alla Protezione Civile, le emergenze che e le difficoltà di una vita, fatta di passione sì, ma anche di rinunce. Renato custodisce un segreto che lo porterà a mettere in discussione il rapporto con Sara per proteggerla.

 

OTTAVIO CANOVI (Thomas Trabacchi)

 

Capo del Dipartimento della Protezione Civile, conosce profondamente Sara e la stima. È il suo mentore. Era tra gli “angeli del fango” dell’alluvione di Firenze e oggi è un uomo esperto e saggio. Ha con Sara un rapporto “paterno” anche nel privato.

 

EGIDIO MERLO (Fortunato Cerlino)

Napoletano, biologo marino, responsabile della sala rischio marittimo e costiero. Vive con un handicap che lo costringe sulla sedia a rotelle per un’embolia avuta durante un intervento subacqueo. Da allora ha dovuto rinunciare ai suoi amati fondali e questo lo ha reso testardo, intransigente, difficile. L’occhio di Egidio è attento a qualsiasi particolare, è così che s’imbatte nello strano affondamento di un relitto, una “nave dei veleni” con sospetto materiale radioattivo a bordo. Ma non tutti gli credono…

 

VICTOR PAOLI (Alessandro Tedeschi)

Responsabile del collegamento con le associazioni di Volontariato, intercettato e ingaggiato da Canovi tra i soccorritori dell’alluvione del 2011 a Genova Ligure, con un passato da rider e accanito tifoso di calcio. Victor sarà coinvolto in un “cold case” che riporterà a galla una vecchia storia legata ai tempi della curva, con conseguente riapertura di un processo che metterà a rischio il suo ruolo nel team di Sara e i suoi obiettivi sentimentali su Ginevra.

 

GINEVRA CARBONE (Gaia Messerklinger)

È la Responsabile dell’ufficio stampa. Donna “acqua e sapone”, determinata  e al contempo sensibile, ha il compito di intervenire ogniqualvolta Sara deve comunicare interventi difficili. Tiene i contatti con i giornalisti e la popolazione, organizza le conferenze stampa nei luoghi dell’emergenze, stempera le tensioni con i media locali. Ha un rapporto molto speciale con Victor, ma un amore tormentato e non ancora archiviato le impedisce di trasformare la loro relazione in una storia importante.

 

STEFANO CALINDRI (Francesco Meoni)

È un metereologo serio accurato e scientifico, ma sempre pronto a fare squadra in maniera positiva.

 

 

FEDERICO URBANI (Luigi Fedele)

Il colloquio da stagista per la Protezione Civile è una opportunità importante dopo la laurea in Fisica che si trasformerà ben presto in uno slancio genuino per gli interventi paesaggistici e umanitari della Protezione Civile. Federico condivide con Sara la passione per la vulcanologia, diventerà un suo prezioso collaboratore nel monitoraggio dello Stromboli. Proprio sull’isola conoscerà la figlia Marina e, da un iniziale approccio conflittuale, avvierà con lei una relazione promettente.

 

MARINA CARUSO (Tecla Insolia)

Figlia di Sara e Massimo, dal carattere vivace, cresciuta a Stromboli a contatto con la natura, capace di sorprendere per il suo coraggio e spirito di avventura. Dopo la separazione dei genitori, è in conflitto aperto con la madre Sara, che preme per portarla a vivere con sé a Roma. Marina, ogni tanto, andrà a trovarla e scoprirà alcuni dei “segreti” della nuova vita di Sara.

 

MASSIMO CARUSO (Peppino Mazzotta)

È l’ex marito di Sara e Sindaco di Stroboli. I due, nonostante la seprazione, sono ancora molto legati, anche se, ogni volta che la donna torna sull’isola è combattuta fra la sua scelta di libertà, le attenzioni di Massimo nei suoi confronti e le provocazioni di Marina che spinge per la loro riunione.

 

 

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Con gli occhi di Kostas

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Ruvido, abbastanza burbero, molto poco diplomatico, ma animato da un profondo senso della giustizia. È il commissario Kostas Charitos in arrivo su Rai 1 dal 12 settembre in prima serata. Il RadiocorriereTv incontra il protagonista che del suo personaggio dice: «Certe volte è giusto far arrivare la durezza di una frase, Kostas ci riesce, e un pochino gliela invidio. Spero che facendo un altro paio di stagioni imparerò a farlo anche io»

 

Dalla Grecia arriva il commissario Kostas Charitos e chi meglio di lei lo può presentare?

Ruvido, abbastanza burbero, molto poco diplomatico, ma animato da un profondo senso della giustizia. Quando capisce che una qualsiasi ingiustizia è in atto, a qualsiasi livello, reagisce immediatamente, non importa se l’interessato è il delinquentello di strada o il ministro degli interni. È chiaro che questo comportamento potrebbe causare qualche problema al Dipartimento e al suo capo, che inutilmente ripete: “Sei tutto d’un pezzo e vai a schiantarti sui muri come se niente fosse, ma non puoi fare così”. Ma è un eccellente poliziotto, dotato di un intuito formidabile e di una straordinaria capacità di capire gli intrecci delle vicende più complesse…

… e la famiglia?

Ha una moglie e una figlia che adora, un po’ meno i suoi fidanzati. La famiglia rappresenta la parte più “morbida” della serie, quella in cui Kostas riesce ad addolcirsi, nonostante il rapporto di incontro-scontro con Adriana (la moglie intrepretata da Francesca Inaudi), sempre molto costruttivo, seduto su una forte base di amore rispetto e stima.

Cosa rivela della sua personalità questo suo profondo senso di giustizia?

Il fatto che sia così estremamente reattivo verso qualsiasi tipo di sopruso può essere di ispirazione per la gente. Riflettiamo su quante situazioni – piccole o grandi – ci fanno imbestialire, e quante volte dobbiamo cedere alle prepotenze altrui, l’idea che possa esistere, anche se solo per fiction, un beniamino che combatte le ingiustizie può dare sollievo. Secondo me dà un esempio. Vedendo in azione uno come Kostas potrebbe anche venirci la voglia di dire: “Ora faccio come lui e gliene dico quattro”.

Una lunga trasferta in Grecia per girare ad Atene, una città sospesa tra Oriente e Occidente, tra l’antico e il moderno…

Ho una formazione classica, studio del greco antico, della storia di Creta e della Grecia, della filosofia del III secolo a.C., dei presocratici, fino a tutto il mondo dell’ellenismo, sono andato più volte in vacanza a Mykonos, a Santorini e in altri meravigliosi luoghi di questa terra. Questa serie mi ha permesso, però, di conoscere meglio il Paese, di entrare in contatto con la gente, non nel loro rapporto con i turisti, ma nella quotidianità. Mezza troupe, per esempio, era greca, professionisti di altissimo livello, personaggi incredibili con i quali ho vissuto per tre mesi e mezzo. Solo per citarne uno, il collega che faceva il fuoco della macchina da presa aveva precedentemente lavorato per il film di “Indiana Jones”. Ho mangiato con loro nei loro posti, secondo le loro usanze e rispettando il loro ritmo, ho dormito nei loro luoghi in città, che niente hanno a che vedere con la parte turistica che tutti conosciamo. Ho vissuto la Grecia da greco, da dentro, andando in giro tutto il giorno con una tazza di buonissimo caffè Klassikos, come quello turco fatto nella sabbia.

Che cosa si aspettano i greci da questo racconto?

Immagino l’aderenza al bello che c’è nei romanzi di Markaris. Quando un grande scrittore scrive delle belle storie bisogna rappresentarle più fedelmente possibile. Noi, con il suo beneplacito, ci siamo presi qualche libertà, non parliamo, per esempio, della questione linguistica greco-turca, immagino non particolarmente interessante per il pubblico italiano, al pari di quando, esportando “Aggiungi un posto a tavola” in Inghilterra, si sapeva benissimo che a nessuno sarebbe interessato il fatto che il prete si innamorasse, visto che sono protestanti e possono sposarsi senza problemi. In “Kostas” abbiamo attualizzato un pochino la vicenda, ci siamo spostati dalla metà degli anni ‘90 al 2009, 2010, anno della crisi economica che ha colpito la Grecia, rendendo un servizio a Markaris e accendendo un riflettore su aspetti poco conosciuti di questa terra. Credo che tutti ormai conosciamo bene le campagne americane grazie ai film dei fratelli Coen (i registi Joel ed Ethan), senza dimenticare “Breaking Bad” o “Albuquerque” … Sono tutte finestre su mondi che ci appartengono fino a un certo punto, questa può essere una finestra sulla vita vera della Grecia, che non è soltanto vacanze al mare, archeologia o storia.

La storia familiare di questo personaggio ci riporta a un passato – non troppo lontano – di violenze, regimi…

Il servizio pubblico, attraverso tutti i suoi generi e linguaggi di narrazione (fiction, documentario, cronaca, programmi giornalistici di indagine e di investigazione…) deve permettere a tutti di stare con i piedi dentro al mondo, noi abbiamo utilizzato quello della finzione per puntare il faro dentro problematiche attuali. Il rapporto che l’ispettore ha con la segretaria del suo capo, Klio, è davvero molto interessante, perché si basa esclusivamente sulla professionalità e, non importa se sia una donna molto attraente e troppo spesso considerata solo per le sue forme. Kostas vede solo una grande poliziotta, una che sa fare bene il proprio lavoro, sprecata nel ruolo che è costretta a ricoprire.

La conoscenza passa anche dal buon cibo, e in questa serie ce n’è in abbondanza…

Il nostro racconto apre una finestra su cibo di altissima qualità, che in Grecia significa convivialità straordinaria. Quando si va al ristorante, siamo abituati a ordinare ciascuno il proprio piatto, nei locali greci, al contrario, vengono servite quantità sproporzionate di cibo, perché si dà per scontato che un’insalata greca, per esempio, la mangiamo in tre, se ordini i souvlaki (spiedini di carne alla griglia), ne arrivano nove e devono essere condivisi, perché quello che conta a tavola è lo stare insieme. Ho adorato per questo lo straordinario rapporto che Charitos ha con il cibo; sua moglie è una cuoca eccellente e usa questa qualità a favore o contro il marito. È certo che se offre a Kostas del riso bollito c’è una lite in corso, quando si alza bandiera bianca, la contesa è finita ed è il momento dei ghemistà (pomodori, peperoni e altre verdure ripiene di riso). Il nostro poliziotto ha però una passione smodata per i souvlaki, presenti ovunque nei baracchini di Atene. Una sera siamo usciti da un ristorante e siamo stati travolti dalla nebbia, che alla fine era il fumo rilasciato dai numerosissimi barbecue per strada allestiti in ogni luogo, pubblico e privato, per la festa della grigliata. A ogni passo c’era gente che offriva carne. Meraviglioso!

La musica è parte fondamentale della sua vita e della sua professione, quale musica, allora, sarebbe adatta al commissario greco?

L’interprete perfetto è proprio Andrea Guerra che ha composto la bellissima colonna sonora della serie. Sarebbe stato molto facile sconfinare in qualcosa di scontato, penso alle sonorità del sirtaki; invece, ha avuto l’intelligenza di puntare all’originalità, rispettando le sonorità tipiche della Grecia e facendosi interprete del tono della serie, in equilibrio tra crime serissimo e commedia, sempre un po’ nerastra.

Quando ha letto per la prima volta le pagine di Petros Markaris, quanto ha voluto distaccarsi dalle sue parole per costruire il suo personaggio?

Per un fatto di rispetto, ho cercato proprio di essere il più possibile quello che mi sono figurato attraverso la lettura dei libri. Markaris ha dedicato circa diciotto romanzi su questo commissario, facendolo parlare in prima persona, descrivere quello che vede, senza però mai parlare di sé. Nei libri desumiamo qualcosa del carattere di Kostas attraverso le sue azioni, il comportamento. C’è poi un altro libro – “Io e il commissario Charitos” -, una sorta di autobiografia in cui l’autore si confronta con il personaggio, con il quale riconosce un’assoluta corrispondenza, in cui racconta dell’amore viscerale per Atene, una città non proprio bellissima nella sua totalità, perché un conto è l’Acropoli, un altro la sua periferia, ma che nasconde angoli di bellezza improvvisi e inaspettati che devi avere il desiderio di cercare. Ho fatto lavorare dentro di me i pensieri di Markaris, ho girato tantissimo per la città cercando di capire e, alla fine, anche io ho scovato quegli angoli di bellezza meravigliosi, come osservare le persone che nei quartieri suonano le canzoni antiche con il bouzouki, conosciute anche dai ventenni greci.

Ci regala un’immagine che le è rimasta impressa di Atene?

Abbiamo girato le scede della centrale di polizia all’ottavo piano di un palazzo, un giorno mi sono fermato a osservare i tetti della città, non proprio bellissimi con la luce del giorno che evidenzia la presenza delle migliaia di boiler con i pannelli solari… alle otto della sera, però, all’ora del tramonto il panorama cambiava radicalmente. Tutte quelle scatole d’acciaio si illuminavano contemporaneamente, riflettevano il sole, facendo sembrare Atene una città di swarovski, completamente ricoperta di cristallo. È un’immagine folgorante, lì ho capito cosa intendesse Markaris. Quando un posto lo vivi dentro, scopri bellezze infinite.

Ha vissuto dentro questo personaggio, cosa vorrebbe portare di lui in sé stesso?

Mi piacerebbe moltissimo recuperare questa sua totale assenza di diplomazia, la capacità di dire, in certe occasioni, quello che va detto, senza sconti, senza perifrasi per evitare che qualcuno si offenda. Certe volte è giusto far arrivare la durezza di una frase, Kostas ci riesce, e un pochino gliela invidio. Spero che facendo un altro paio di stagioni imparerò a farlo anche io (ride).

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Sono Affari di tutti noi

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Venti rappresentanti delle regioni italiane protagonisti al Teatro Delle Vittorie di Roma con le loro storie e i loro sogni. Tutte le sere alle 20.40 su Rai 1 “Affari tuoi” fa giocare le famiglie. «Sono curioso e pronto ad affrontare questa nuova avventura» afferma il neo-padrone di casa, che è già alle prese con il Dottore: «È il mio preparatore atletico. Il nostro primo incontro è andato molto bene. Come in tutte le relazioni sarà un crescendo di intesa e divertimento»

 

Dal 2 settembre alla guida di uno dei programmi più amati della Tv, come si è preparato al debutto?  

Durante questi mesi ho studiato, preso le misure con lo studio (Teatro Delle Vittorie), riguardato puntate delle passate edizioni di “Affari Tuoi”, dalle più vecchie alle più recenti. Ho cercato di fare mio questo programma, che da spettatore mi è sempre piaciuto. Ora ho voglia di partire, sono curioso e pronto ad affrontare questa nuova avventura.

Un’eredità importante, come sarà il nuovo “Affari Tuoi”?

“Affari tuoi” è un’istituzione con le sue regole e la sua liturgia, quindi non sarà stravolto. Da un punto di vista stilistico abbiamo deciso di tornare a una versione più classica, ai pacchi di cartone, perché su di me hanno sempre giocato un fascino particolare. In questa edizione torna anche il telefono, quello classico a cornetta, lo trovo più bello esteticamente e funzionale a una gestualità che mi appartiene di più. Per il resto porterò la mia personalità, la voglia di divertirmi con il pubblico in studio e a casa.

Fortuna, intuizione, sorriso… che caratteristiche deve avere un concorrente per essere vincente nel programma? 

Direi un equilibrio tra i tre elementi: 50 per cento fortuna, 30 intuizione e 20 sorriso.

Come è stato il suo primo incontro con il Dottore? Vi siete piaciuti?

Il Dottore è il mio preparatore atletico. Il nostro primo incontro è andato molto bene, ci siamo messi subito al lavoro per creare il giusto “filo di comunicazione” per il programma. Come in tutte le relazioni sarà un crescendo di intesa e divertimento.

“Affari Tuoi” è un game Tv ma è anche un grande “gioco di società”, che rapporto ha con il gioco?

Da casa quando guardavo “Affari Tuoi” mi piaceva cimentarmi nel gioco e capire quale potesse essere l’offerta del Dottore. Mi piacciono i giochi di società dove devi creare una strategia per vincere.

Si immagini per un istante concorrente, opterebbe per il rischio o per la cautela?

Io sono uno che rischia.  Un’opportunità come quella di essere concorrente ad “Affari Tuoi” non si ripresenta due volte nella vita, quindi sfrutterei al massimo la fortuna e me la giocherei fino in fondo.

C’è un numero che ha per lei un significato particolare?

Sì, il numero 11, ma non dirò perché.

La Rai punta su di lei, il suo sogno di diventare un intrattenitore a tutto tondo sulla rete ammiraglia si sta avverando. Come vive questo momento magico?

Con profonda gratitudine e senso di responsabilità verso la Rai, che sta credendo in me, e verso il pubblico che già con “S.T.E.P.” e “Bar Stella” mi ha dimostrato un affetto immenso. Ora con “Affari Tuoi” mi piace pensare di poter entrare nelle case degli italiani, piano piano, e accompagnare i telespettatori nel momento delicato di fine giornata, sperando di diventare, nel tempo, “uno di famiglia”.

A proposito di famiglia, cosa dice la sua di questa nuova sfida?

Loro sono i miei primi sostenitori e per me è davvero importante sentire tutta la mia famiglia vicina in questo momento così importante per il mio lavoro.

Cento anni di radio, 70 di Tv, che cosa augura a mamma Rai?

A questa mamma tosta, bella e sempre moderna, così presente nelle famiglie italiane, auguro lunghissima vita perché merita tutto l’amore che il pubblico quotidianamente le dimostra.

 

 

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