Otto nuovi appuntamenti con
le inchieste di Riccardo Iacona e della sua squadra. Da lunedì 6 febbraio alle
21.20 su Rai 3
Dal 6 febbraio, ogni
lunedì, alle 21.20 su Rai 3, tornano le inchieste di “Presa diretta”. Otto
nuovi appuntamenti per conoscere e per capire la realtà che ci circonda.
E’ cominciato un anno pieno di sfide da affrontare.
“PresaDiretta”, con la sua ostinata voglia di approfondire e di raccontare,
entrerà nelle questioni più attuali per provare a capire un mondo sempre più
complesso: dalla guerra in Ucraina alla povertà che avanza, dalle urgenze
dettate dal cambiamento del clima alla crisi della sanità pubblica, dalle
crescenti tensioni tra le grandi potenze agli scandali che hanno investito
l’Unione Europea. E poi ancora inchieste sull’acqua, il bene più indispensabile
che però non basta più, sui social e gli
algoritmi che si stanno prendendo la vita dei più giovani, sulla plastica
trovata persino nel sangue umano, sulla
guerra dei chip e sul fatto che non possiamo più farne a meno.
“PresaDiretta”
è unprogramma
di Riccardo Iacona e di Cristina De Ritis, con la collaborazione di
Giulia Bosetti, Lisa Iotti e Raffaella
Pusceddu.
Popolarissima nella sua Germania, con “Black-Out” ha conquistato il pubblico italiano nel ruolo di Claudia Schneider. L’attrice al RadiocorriereTv: «Percorrere questa strada con Claudia è stato un grande viaggio interiore capace di darmi forza». E sul suo rapporto con l’Italia: «Conosco il Paese tramite il mio lavoro e mi connetto con le persone in modo diverso rispetto a come farei da turista, cosa che allarga immensamente il mio orizzonte»
Come ha vissuto l’incontro con il personaggio
di Claudia Schneider?
Claudia è una donna con una personalità
complessa: è diretta, energica e diligente, ma anche molto sensibile, empatica
e accogliente. Aiutare gli altri è il centro della sua vita: lavora come medico
d’urgenza. Questi medici lavorano in un costante clima di crisi e credo che non
tutti sarebbero capaci di affrontarlo. Ammiro la sua forza e il suo coraggio,
la sua empatia e il senso della giustizia. A rendere il personaggio di Claudia
così interessante è il suo lato fragile. La vita nella protezione dei testimoni
è molto dura e solitaria. Claudia cerca di vivere normalmente, specialmente per
sua figlia, ma ha vissuto un grande trauma. Ecco perché diventa dipendente dai
tranquillanti, non è in grado di affrontare il trauma e se stessa. Almeno non
ora… Claudia è un personaggio molto profondo, un grande dono per me come
attrice.
Nel sottotitolo “vite sospese” c’è
forse la chiave di questo mistery-drama… cosa significa vivere “in
sospensione”?
“Blackout” si apre subito con una
tragica catastrofe. La normale quotidianità, in cui l’elettricità, il cibo, le
cure mediche e le telecomunicazioni sono date per scontate, non esiste più.
Quindi le vite dei protagonisti sono “in sospensione“. Questa crisi rivela
anche la loro situazione interiore. Lottano non solo con il disastro naturale,
ma anche con i propri limiti interiori e lati oscuri. Quindi le loro maschere cadono,
a poco a poco… Penso che durante il periodo della pandemia abbiamo vissuto
una situazione simile, una “vita in sospensione”. E per quanto terribile
sia stato, abbiamo anche iniziato a mettere in discussione noi stessi e il modo
in cui viviamo. Questa è, come per i nostri protagonisti, anche un’opportunità.
Una donna che si nasconde da chi
la vuole morta e che, al tempo stesso, cerca la strada per rinascere… le è
capitato di mettersi nei panni di Claudia?
Penso sia inimmaginabile ciò che
una persona subisce nel programma di protezione dei testimoni. Perde la sua
quotidianità, le sue relazioni, la sua identità. Claudia non dubita di aver
fatto la cosa giusta e cerca di mantenersi in piedi per il suo senso del dovere.
Per non spezzarsi reprime il suo trauma. E solo quando si trova con le spalle
al muro è costretta a guardarsi dentro. Ricomincia a sentirsi se stessa, sente
le sue paure, ma anche i suoi desideri. Paradossalmente, per Claudia la
disgrazia della valanga diventa un’occasione per sentirsi di nuovo viva. Torna
a fare il medico, occupandosi dei feriti e circondandosi di persone. In questo modo anche il suo cuore sembra
trovare una nuova vita… Percorrere
questa strada con Claudia è stato un grande viaggio interiore, capace di darmi
forza.
La vicenda si svolge in Italia,
che rapporto ha con il nostro Paese? Come è stato vivere le montagne del
Trentino?
È molto arricchente poter conoscere l’Italia
attraverso il mio lavoro. Mi immergo nelle storie che muovono il paese,
politicamente e culturalmente, e mi connetto con le persone in un modo molto
diverso rispetto a come farei da turista, cosa che allarga immensamente il mio
orizzonte. Ho avuto la fortuna di vivere più a lungo in Sicilia qualche anno fa
per il progetto “Maltese – Il Romanzo del Commissario”, per “Blackout” sono
andata nel nord Italia. Il magico paesaggio delle Dolomiti, la montagna in
generale ha un grande fascino. La montagna non si muove, resta lì, sempre.
Eppure, cambia tutto attorno a lei, il tempo, le nuvole, i colori, la luce. La
montagna non muta, pur non rimanendo mai la stessa… Una metafora meravigliosa
per l’essere umano, per la vita stessa e anche per quella dei nostri
personaggi.
Italia e Germania, due diverse “temperature”
di approccio alla vita… cosa le piace del vivere italiano?
Vorrei cercare di non nominare alcun cliché (sorride).
Ma hanno un fondo di verità: la luce calda, la gentilezza, la bellezza della
natura dalle montagne al mare, la ricchezza culturale dell’Italia, sono tutte
cose che rendono il mio cuore felice. E anch’io ho un cliché tedesco da
offrire: mi piace cenare alle 18, i miei amici italiani lo trovano un po’
strano, ma le differenze rendono la vita interessante! Vivere uno scambio
culturale e imparare gli uni dagli altri è generalmente un’esperienza
meravigliosa.
Che cosa la attrae del nostro modo di
raccontare la realtà attraverso cinema e serialità televisive?
Penso che le storie raccontate in televisione
e al cinema siano fondamentalmente una chiave cruciale per comprendere un Paese,
la sua mentalità, la sua gente e per provare empatia con loro. Ecco perché abbiamo
tanto bisogno del cinema, ci connette. Abbiamo bisogno di storie che sondino le
profondità delle nostre anime, in modo drammatico o umoristico. Soprattutto nel
frenetico mondo moderno in cui siamo spesso costretti a nascondere i nostri
veri sentimenti.
Che cosa abbiamo da imparare dal cinema del
Nord Europa?
Secondo me è positivo che il Sud e il Nord
Europa abbiano stili o firme narrative cinematografiche differenti, perché
questo mostra la diversità e quindi la ricchezza dell’Europa. Forse sarebbe interessante
raccontare insieme ancora più storie europee, per superare ulteriormente la
separazione tra “Nord e Sud Europa”. Mi piace anche questo di “Blackout”: in
questa situazione chiusa, attraverso i nostri protagonisti, si trova una sorta
di piccola Europa. Ci sono gli italiani, una tedesca, una bielorussa, un
francese e anche un ragazzo migrante dall’Africa. E tutti devono superare una
crisi, insieme. Una metafora molto bella.
Che tipo di rapporto si è creato sul set con
Alessandro Preziosi e Marco Rossetti?
Sono molto grata per questi due colleghi
fantastici. Alessandro è un attore straordinario. Oltre a quella del suo
personaggio, ha sempre una visione d’insieme concreta e totale. Ed è sempre
alla ricerca della vera profondità del momento. Qualcosa che è molto importante
anche per me: la verità di un momento. Tra i nostri personaggi, Giovanni e
Claudia, c’è una forte attrazione, forse anche perché tra loro c’è un oscuro
segreto. Ma non possono davvero parlarsi, soprattutto Giovanni non può mostrare
il suo vero volto a Claudia. Qualcosa che genera una relazione delicata.
Scoprire l’essenza del rapporto tra Claudia e Giovanni insieme ad Alessandro è
stato un processo intenso e molto bello. Con Marco, senza esserci mai
incontrati prima, c’è stata subito fiducia. È stato
bello, visto che nella serie abbiamo una storia: Marco e Claudia hanno una
figlia insieme e sono divorziati. È stato semplice
creare con lui la familiarità necessaria
per portare sul set una relazione con un passato complicato. Lui è veramente
meraviglioso, recita in modo molto intelligente e sensibile.
Si considera una donna coraggiosa?
Il mio coraggio non è dato dal fare bungee
jumping o gli sport a rischio. Anche se, come attrice, ho dovuto camminare più
volte sui tetti dei grattacieli nonostante la mia paura dell’altezza (sorride).
Penso di essere relativamente forte dentro, coraggiosa nei rapporti con le
persone. Non faccio giochi o tattiche. Mi mostro sinceramente, comunico i miei
sentimenti, sostengo i miei errori e le mie debolezze. Inoltre, non ho paura
dei sentimenti o dei difetti degli altri. Posso essere molto forte per qualcuno
che sta soffrendo. Mi piacciono l’autenticità e la profondità per incontrarsi e
conoscersi. Questo è essenziale nella vita.
Come si confronta con la paura?
Rifletto, chiedendomi se la paura abbia
un’origine reale o sia una fantasia selvaggia nella mia testa. È così che
decido se proteggermi meglio dalla paura o affrontarla. La paura è anche una
sorta di indicatore che ci aiuta a valutare le situazioni. Ma a volte non ho
tempo per pensare. Il lavoro di attrice mi presenta spesso sfide psicologiche e
fisiche e non c’è tempo per riflettere. In questo caso assumo la prospettiva
del ruolo, come uno scudo protettivo. Spesso è solo dopo una scena che mi rendo
conto di quanto ero nervosa. Immaginare di essere qualcun altro non è un
cattivo modo di affrontare la paura (sorride).
Ognuno di noi può trovarsi a vivere una
situazione di black-out, come si reagisce?
Io cercherei di unirmi agli altri. Sono
situazioni che si superano solo in gruppo. Bisogna aiutarsi, condividere e
scaldarsi a vicenda. Un blackout del genere alimenta paure ed egoismo e trovo
fondamentale rimanere solidali. Credo che molte persone agirebbero così. In
situazioni di pericolo non si mostra solo il peggio delle persone, ma anche la
loro bellezza e la loro capacità di aiutare e amare.
Che cosa le rimarrà di questo lavoro?
È stata un’esperienza molto speciale che ha
lasciato molti ricordi e tracce nella mia anima. Nel mio cuore rimangono soprattutto
le persone. Una ripresa a 3.000 metri in montagna è molto ambiziosa, abbiamo
affrontato molte situazioni impegnative. Ogni volta porto con me anche un
piccolo pezzo del mio ruolo. Claudia è una donna di una forza eccezionale, e
penso che mi abbia fatto crescere anche come persona.
Ospiti, canzoni, backstage, aneddoti e curiosità: un podcast daily
con Gino Castaldo su RaiPlay Sound, dal 7 al 12 febbraio
Un
podcast daily in 6 puntate da 15 minuti, presentato da Gino Castaldo, voce di
Rai Radio2, per raccontare il Festival e curiosare nella Kermesse musicale più
attesa dell’anno. Insieme a lui, come spettatori privilegiati, si potranno seguire
gli estratti delle canzoni in gara, le esibizioni degli ospiti, i momenti
migliori della serata, i retroscena e gli aneddoti più curiosi della settimana.
Un racconto da un angolo speciale per trasmettere le emozioni del momento e tutte
le imperdibili novità, come in una chiacchiera da caffè del giorno dopo.
“Caffè
Sanremo” va alla ricerca dei luoghi e delle sonorità caratteristiche del
Festival: dalla sala stampa, ai bar e agli alberghi, passando per il foyer
dell’Ariston e il suggestivo lungomare, e attraverso la voce di Gino Castaldo
vivere appieno la festa più cult del paese e le sue particolarità. Al centro
del podcast di RaiPlay Sound anche i suoni della città in preparazione, le 28
canzoni, gli incontri con i diversi ospiti, i momenti più divertenti del
backstage e quelli della diretta.
Il
podcast Caffè Sanremo, è un daily di RaiPlay Sound in collaborazione con Rai
Radio2, online dal 7 febbraio al 12 febbraio su https://www.raiplaysound.it e sull’app RaiPlay Sound, alla pagina https://www.raiplaysound.it/programmi/caffesanremo
Tratta dall’omonimo romanzo di Ilaria Tuti (Longanesi) la serie Tv con Elena Sofia Ricci, Gianluca Gobbi, Giuseppe Spata è diretta da Carlo Carlei. In tre serate, in prima visione su Rai 1 da lunedì 13 febbraio
Un piccolo paese di montagna.
Paradiso apparente che nasconde tra i suoi vicoli silenzi e inconfessabili
segreti. Un killer che si lascia alle spalle una efferata striscia di sangue
per difendere un gruppo di bambini ignorati e maltrattati da chi dovrebbe proteggerli.
“Fiori sopra l’inferno”, serie tratta dal romanzo omonimo di Ilaria Tuti
(Longanesi), ci conduce in un luogo magico e misterioso, le Dolomiti friulane.
Qui troviamo Teresa Battaglia (Elena Sofia Ricci) esperta profiler di quasi
sessant’anni, arrivata dalla città assieme alla sua piccola squadra, la sua
famiglia, nella quale si è appena insediato il giovane Ispettore Massimo Marini
(Giuseppe Spata), in fuga da se stesso e dal proprio passato. Forte, tagliente
e caparbia, trovare le risposte è il mestiere di Teresa. Ma cosa accade quando,
a causa dei primi sintomi dell’Alzheimer, sono le domande a sparire? E se
Teresa, il cacciatore, scopre di avere più di un motivo per empatizzare con la
sua preda, pur non potendola assolvere in alcun modo? Le rarefatte atmosfere
della montagna fanno da cornice alla prima avventura della protagonista che
deve combattere due nemici: il killer a cui dà la caccia e il mostro che
rischia di rubarle tutto ciò che ha, il suo intuito, la sua mente cristallina,
i suoi ricordi, se stessa. «Sotto la neve di questo racconto invernale e con
venature alla Stephen King – afferma il regista Carlo Carlei – pulsa il
cuore caldo del tema della maternità, della fondamentale importanza che la
presenza di una madre ha nella formazione della personalità degli esseri umani
e degli effetti devastanti generati dalla sua assenza. L’elemento dark, rappresentato
dalla presenza di un killer misterioso che vive nei boschi, viene
controbilanciato nella storia dall’energia vitalistica di quattro ragazzini,
ognuno alle prese con problematiche familiari diverse, che nel corso
dell’indagine aiuteranno Teresa a mettere insieme i pezzi mancanti del
complicatissimo puzzle. Madre mancata trent’anni prima per tragici motivi,
instaura con i quattro bambini un rapporto di affetto e fiducia reciproci». In
onda da lunedì 13
febbraio in prima serata su Rai 1.
Direttore artistico e conduttore del Festival, Amadeus è pronto a dare il via alla gara: «Sono 28 canzoni che trovo bellissime, ognuna è diversa dall’altra, ognuna ha la propria personalità». E sul compagno di viaggio Morandi: «È una colonna non solo della musica, ma di tutto lo spettacolo»
Non c’è tre senza quattro. Insomma,
di corsa verso l’Ariston… come sta andando questa cavalcata?
Non vedo l’ora di cominciare questa
quarta avventura. Ogni Festival è a sé, ogni Sanremo ha la sua storia, i suoi
protagonisti, i suoi interpreti, le sue canzoni. Devo dire che alla vigilia di
questo evento c’è sempre una grande curiosità. La prima è quella di far
ascoltare i brani al pubblico.
Partiamo dai 28 big in gara, c’è un
fil rouge che lega gli artisti al Festival?
Forse i sentimenti: sono canzoni che
trovo bellissime, ognuna è diversa dall’altra, ognuna ha la propria
personalità. Ci sono diversi stili musicali, ma tutti i brani parlano d’amore,
di sofferenza o di speranza, con testi molto belli. Ecco cosa lega questi 28 pezzi
in gara: tanto amore.
Se un tempo la gara faceva paura oggi
Sanremo è un palco desiderato anche dai più grandi. Cosa è cambiato?
Sanremo è cambiato e lo hanno capito
anche gli artisti. Devo dire che i cantanti hanno accolto con gioia i miei
inviti, ovviamente avendo un pezzo forte e un progetto discografico. Al
Festival è importate esserci, certo, ci si rimette in gioco perché ci sono una
gara e un vincitore. Ma ripeto, bisogna esserci per far ascoltare il proprio
brano sul palco più importante della musica italiana, sul faro più potente che
possa esserci per illuminare la canzone e l’interpretazione.
Il lavoro, le polemiche, i tanti nodi
da sciogliere prima di arrivare alla diretta. Cosa la ripaga di questa fatica?
Sono abituato alle polemiche che
fanno parte storicamente del Festival che rappresenta il nostro Paese. Il
Festival permette a tutti, anche a chi fino a quel momento non ha avuto la
possibilità di parlare, di avere una certa visibilità commentando la rassegna.
Come è giusto che sia, tutti possono parlare o criticare Sanremo. Personalmente
la vivo con serenità, lasciandomi scivolare tutto addosso, perché sono
consapevole di quanto fatto insieme al mio gruppo di lavoro. Le polemiche
lasciano il tempo che trovano, dico sempre che si spegneranno non appena inizia
il Festival, che ha una potenza tale di fermare le chiacchiere per dare spazio
alla musica che avvicina tutti.
Si guardi per un istante allo
specchio e pensi a un complimento da dedicare a se stesso…
Di solito non sono uno che si guarda
molto allo specchio e tendo a non farmi mai troppi complimenti. La
soddisfazione arriva quando vedi canzoni che durano nei mesi, o addirittura
negli anni, in radio. Altra bella soddisfazione è data dagli oltre 60 dischi
d’oro che si sono aggiudicati i cantanti che si sono esibiti all’Ariston. Forse
l’unico complimento che mi farei è quello di avere scelto bene le canzoni in
gara, probabilmente anni e anni di lavoro in radio sono serviti a qualcosa.
Con lei sul palco una colonna della
canzone e anche un ex conduttore del Festival, Gianni Morandi…
È un grande onore condividere il palco
di Sanremo con Morandi. Lui è una colonna non solo della musica, ma di tutto lo
spettacolo: è attore, conduttore, cantante. Gianni è una vera star, ma di grande
umiltà e gentilezza. Stando al suo fianco durante una pausa caffè o una
passeggiata, ti rendi conto perché è tanto amato dalla gente. E lui questo
amore se lo merita tutto. È anche una
persona divertentissima. Ripeto, sono onorato di stare al suo fianco”.
Sono le ventotto canzoni che da qui a pochi giorni rivoluzioneranno tutte le chart nazionali e affolleranno le nostre playlist, brani che ci porteranno, successo dopo successo, fino all’estate. Martedì 7 febbraio in prima serata su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay, partirà la 73esima edizione della kermesse musicale più amata e attesa. Padroni di casa Amadeus e Gianni Morandi. Al loro fianco, sera dopo sera, Chiara Ferragni, Francesca Fagnani, Paola Egonu e Chiara Francini. E al termine della gara, da martedì a venerdì, sarà Fiorello, dal glassbox di via Asiago, a commentare nelle “notturne” di “Viva Rai 2”
Qualche ora ancora e il regista
Stefano Vicario “staccherà” la prima inquadratura dal teatro Ariston, dando
ufficialmente il via al 73° Festival della Canzone Italiana di Sanremo. I
maratoneti Amadeus e Gianni Morandi hanno attraversato lo Stivale, portando in
riviera un entusiasmo incontenibile e le 28 proposte musicali che ci faranno
cantare e ballare nei prossimi mesi. Sanremo una città in festa, dall’Ariston,
cuore della sfida canora, alle sale stampa del Casinò e del Palafiori, senza
dimenticare la coloratissima Piazza Colombo, con il grande palco esterno che
ospiterà i concerti aperti al pubblico (Piero Pelù, Francesco Renga e Nek,
Achille Lauro, Annalisa e La rappresentante di lista), e il green carpet di via
Matteotti, sul quale sfileranno ospiti e artisti in gara. Cinque gli
appuntamenti in diretta su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay, da martedì 7 febbraio
a sabato 11, quattro le co-conduttrici, compagne di viaggio attesissime dal
tele-pubblico: Chiara Ferragni (la vedremo nella serata di apertura e nella
finale), Francesca Fagnani, Paola Egonu e Chiara Francini. Canzoni ed emozioni
il menù, ricercatissimo, delle serate. E tra una portata e l’altra, nel segno
della tradizione sanremese, non mancheranno gli ospiti, annunciati dal
direttore artistico Amadeus, nome dopo nome, fino a poche ore fa: ecco quindi
crescere l’attesa per i Black Eyed Peas e per i Depeche Mode, per Mahmood e
Blanco, che apriranno l’edizione 2023 e per i Maneskin, che proprio dal palco
di Sanremo hanno spiccato il loro volo mondiale. Il Festival sarà anche momento
di celebrazione della grande musica italiana, con le esibizioni di Al Bano e
Massimo Ranieri, Peppino Di Capri e Gino Paoli, Ornella Vanoni e i Pooh.
Sanremo grande festa popolare, Sanremo casa della musica d’autore, Sanremo
fucina di nuovi stili e tendenze: il Festival è tutto questo e molto di più. Ospiti
musicali e non solo, a calcare il palco dell’Ariston anche i protagonisti delle
serie più popolari della Rai, da Elena Sofia Ricci al cast di “Mare fuori”. A
raccogliere il testimone da Amadeus, alla fine di ogni serata di gara, saranno
Fiorello, Biggio e il loro scoppiettante cast, con quattro puntate speciali di
“Viva Rai2… Viva Sanremo!” (ma su Rai 1) in diretta dal glassbox di via Asiago
a Roma. Quarantacinque minuti di notizie, curiosità dall’Ariston, collegamenti
conditi dall’inconfondibile ironia dello showman siciliano. A raccontare il
Festival, insieme ai telegiornali e ai tanti programmi della Rai che per
l’occasione si trasferiranno nella Città dei fiori, anche il portale Rainews.it
con una narrazione web molto innovativa: Rai
News Interactive Storytelling.
Confermatissimo coach nella terza edizione del talent in onda il venerdì in prima serata su Rai1, il cantautore napoletano racconta le sue emozioni seduto sulla poltrona girevole: «Tutto il programma è un’emozione. I no aiutano a crescere, mi hanno segnato. La musica italiana è in uno stato meraviglioso, ma le canzoni si dimenticano troppo in fretta»
Quest’anno l’asticella
è ancora più alta perché Clementino vuole vincere, i Ricchi e Poveri sono
combattivi e competitivi e Loredana Bertè è sempre più motivata. Come si sta
muovendo in questo quadro?
A differenza degli altri che vogliono vincere, io voglio far
vincere il programma perché alla fine sono i cantanti che vincono, non il team.
Noi diamo dei consigli, poi fondamentalmente quello che deve succedere lo
decide il pubblico. Certamente la gara c’è. A chi non fa piacere vincere? Io
però fondamentalmente cerco di portare a casa la vittoria di “The Voice
Senior”.
Come traduce questa
grande voglia di partecipazione e anche di sfida dei concorrenti?
Noto che si creano rapporti meravigliosi tra i concorrenti e
spesso si sentono tra di loro come in famiglia. Quando parliamo di over 60, poi,
è tutto un divertimento, perché non è che deve iniziare qui la loro carriera.
La partecipazione al programma è anche per togliersi qualche sassolino dalla
vita, con la musica. Molti hanno dovuto rinunciare a cantare da giovani per
problemi. Ci sono tante storie che lasciano senza fiato. Noi giudici non le
conosciamo, proprio per non essere influenzati, le vediamo direttamente in
trasmissione.
Che effetto le ha fatto
ritrovare cantanti che conosceva o riconoscere la loro voce?
Una forte emozione perché ci sono molti che hanno fatto cose
importanti in passato e che per vari motivi hanno dovuto abbandonare. La cosa
fondamentale è che il programma lo affrontano con divertimento per dimostrare
anche qualcosa alle loro famiglie, magari ai figli e ai nipoti. E’ un programma
di famiglia, di affetto, di emozioni, un programma vero senza trucchi e senza
inganni.
Come vive i “no” che
pronuncia?
I no fanno male a tutti. Difficile per noi giudici trovare un
motivo per dirli. A volte tutti e quattro non ci giriamo e ritengo che questo
sia mortificante per una persona. Difficile anche quando da dodici concorrenti,
dobbiamo farne restare sei, dopo che abbiamo fatto tanto per conquistarli. Però
è il gioco crudele del format.
Qual è il “no” della
sua carriera che l’ha segnata di più?
Tutti i no che ho ricevuto mi hanno segnato. Poi però sono
diventati sì. I no aiutano a crescere, sono fondamentali, aiutano a non
mollare, aiutano a migliorare. Poi ci sono i no detti con pregiudizi, senza
magari ascoltare, senza magari capire, quelli sono i no che non tollero. Quelli
motivati, invece, aiutano a crescere.
Qual è stato il momento
più emozionante vissuto a The Voice Senior?
Tutto il programma è un’emozione. Quando ascolti una voce,
immagini un viso, poi ti giri e ne trovi un altro. Poi ascolti la storia e
parte un altro tipo di emozione.
Cosa ha imparato da coach
in questo programma?
Ci sono tante persone che potrebbero stare al nostro posto.
Quello che ho imparato è che siamo davvero fortunati, che ci pagano per farci
divertire e comunque è sempre un arricchimento conoscere le storie degli altri.
Conoscerle ci fa apprezzare ancora di più la nostra, che spesso diamo per
scontata. Quando sentiamo che qualcuno per portare il pane a casa ha dovuto
rinunciare alla propria passione, è davvero brutto e ti rendi conto della
fortuna che abbiamo avuto. Poi, quando riesci a fare della tua passione un
lavoro, quello è il massimo della vita. Quella poltrona sulla quale sediamo è
per merito, ma anche per fortuna.
La motivazione più
convincente che ha detto ad un cantante per portarlo nel suo team qual è stata?
Loredana, ad esempio, è una che promette mari e monti
comprese le vittorie. Io non faccio mai promesse. Dico che faremo un bel
percorso insieme, o che non so dove potremo arrivare. Spesso aggiungo che per
me è un onore lavorare con quel concorrente. Non posso promettere, perché alla
fine non sono io che decido. Il pubblico decide, anche se quando c’è un
cantante che mi piace, faccio di tutto per portarlo nel mio team. Dopodiché
lascio fare al pubblico, senza false promesse.
Qual è lo stato di
salute della musica italiana oggi?
Lo stato di salute è meraviglioso. Oggi però ci sono canzoni
di successo che durano pochissimo. Ci sono pezzi che si cancellano dalla
memoria troppo velocemente. C’è tanta offerta e quello che dura è davvero poco.
Noto che c’è anche una grande rivalutazione della musica napoletana. Per me, ad
esempio, rompere quel muro, è stato come abbattere il muro di Berlino. Invece
adesso c’è una grande apertura alla musica napoletana.
Mercoledì 1 febbraio si conclude la terza e ultima stagione della serie ideata da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi con la regia di Gianpaolo Tescari. Il RadiocorriereTv incontra Gabriella Pession, protagonista femminile, che nel racconto veste i panni dell’ex moglie di Cagliostro (Lino Guanciale), Anna Mayer
2022,La Porta Rossa terza stagione
Cosa
prova per la sua Anna?
Anna
Mayer è un personaggio al quale sono legatissima. Ora che siamo alla fine della
terza stagione posso dire che il suo percorso è stato avvincente, emozionante,
tenero e struggente. La vicenda avrà un grande finale.
Cosa
ha reso “La porta rossa” tanto amata dal pubblico?
Credo
che il successo di questa serie sia dato innanzitutto da una scrittura
importante: Carlo Lucarelli, Giampiero Rigosi e Sofia Assirelli le hanno dato
tridimensionalità, con una profondità dei personaggi abbastanza rara in un
prodotto televisivo. Ma credo anche che la cosa che più abbia colpito il
pubblico sia l’interregno tra la vita e la morte: la storia di un grande amore
interrotto dalla morte di Cagliostro.
Al
primo incontro con la sceneggiatura cosa la colpì?
Questa
perdita, questa assenza, queta memoria che si crea, nell’interregno nel quale
Cagliostro vive. È lì che cerca di comunicare con Anna, la moglie che ama
ancora, e questo è qualcosa di estremamente universale. L’amore e la morte sono
temi universali in assoluto particolarmente struggenti.
Una
serie che induce alla riflessione. Nel corso degli anni, delle tre stagioni,
cosa le ha lasciato?
Ha
messo ancora più a fuoco quella che è una mia speranza. Spero proprio che ci
sia qualcosa al di là della vita, anzi, lo credo proprio. Questo tema è il
cuore della narrazione, ed è qualcosa di estremamente poetico e magico,
di profondo e inusuale, sono felice di averlo potuto raccontare.
Tanti
mesi sul set con lo stesso gruppo di lavoro. Cosa le lascia questa esperienza?
Grandi amicizie. Rapporti che si
sono approfonditi e cementati negli anni, con Lino Guanciale e con Elena
Radonicich, con Gaetano Bruno e Valentina Romani. Siamo veramente un bellissimo
gruppo. Ci divertiamo, non ci prendiamo mai troppo sul serio, adoriamo questo
mestiere. Raccontiamo qualcosa che deve arrivare al cuore. Lo facciamo tutti con
lo stesso entusiasmo e la stessa generosità.
Nella seconda stagione de “Le indagini di Lolita Lobosco”, la domenica in prima serata su Rai 1, interpreta un Pm dal carattere simpatico e peperino. «Il mio personaggio si metterà molto in discussione – spiega l’attrice – Difficilmente nella vita reale una situazione come la sua può durare a lungo e portare serenità»
La sua può essere considerata
una carriera prodigio e oggi è apprezzatissima da pubblico e critica. Quando ha
capito che questa sarebbe stata la sua strada?
Grazie per questi complimenti che accetto volentieri. Li
considero un augurio per il futuro. Ho iniziato a pensare a questo lavoro da
piccolissima, non ho mai avuto un piano b. Ho sempre desiderato fare questo
lavoro. Sono sempre stata attratta dall’arte in generale e in particolare dal
cinema e dal teatro, non ho mai preso in considerazione seriamente un altro
tipo di lavoro o un altro tipo di studio.
Torna da protagonista nella
seconda stagione in Lolita Lobosco. Marietta sarà sempre tanto seria nel lavoro
quanto tanto fantasiosa nella vita privata?
In questa seconda stagione a Marietta succederanno molte
cose. Senza anticipare nulla, però, posso dire che va un po’ in crisi perché
questo sistema perfetto di vita relazionale con marito e figli da una parte e
amante e lavoro dall’altra, ad un certo punto entra in discussione. Dovrà
quindi escogitare altri modi per soddisfare la sua voglia di vita.
Marietta è un
personaggio libero da cliché. Come si sente nelle sue vesti? E cosa pensa di
Marietta?
Mi piace molto interpretarla. Per un’attrice è veramente un personaggio
liberatorio, da commedia e quindi anche divertente. E’ un personaggio che
libera da cliché. Io cosa ne penso? Che la vita di Marietta in realtà sarebbe
per me infernale. Difficilmente nella vita reale una situazione come la sua può
durare a lungo e portare serenità.
Tra le sue interpretazioni,
ricordiamo quelle dirette da Ferzan Ozpetek. Com’è stato lavorare nel suo mondo
narrativo?
Molto bello, perché nel lavorare con un regista bravo come lo
è lui, si incontra un mondo narrativo nel quale bisogna entrare e ci si deve
affidare, nel senso dell’ascolto più che altro. Penso che questo valga tutte le
volte che si incontra un regista, vale sempre la pena mettersi in ascolto di
quello che è il mondo narrativo per poterne trarre sempre il meglio.
Quanto c’è di Bianca
Nappi nei vari ruoli interpretati?
Una domanda a cui è difficile rispondere. Penso che ci sia un
po’ tutto e niente. Tutto, perché alla fine sono io che li interpreto. Dando il
proprio corpo e la propria voce, ci si mettono anche sfumature di sé. Però,
fino ad ora, non posso dire di aver interpretato un personaggio che davvero mi
assomiglia o nel quale mi identifico. In fondo, ci si conosce, ma sempre fino
ad un certo punto. E’ difficile dire che un personaggio è proprio come me,
perché significherebbe avere una conoscenza di sé profondissima. Io ci sto
ancora lavorando su.
Torniamo a Lolita
Lobosco. Il legame tra Lolita e Marietta è un inno all’amicizia tra due donne
con caratteri molto diversi, ma sorprendentemente così compatibili. È tutta
interpretazione o c’è anche del reale?
Tra me e Luisa Ranieri c’è stata sin da subito una bellissima
sintonia che continua. Il racconto fra Lolita e Marietta è un’amicizia sana. Molto
spesso nelle serie e nei film, il rapporto tra donne viene declinato o in
termini di rivalità o in termini di legami strettissimi, quasi morbosi. Il loro
rapporto invece è libero come sono loro due. Un rapporto sano tra persone
diversissime e realizzate. Proprio per questo è possibile che tra loro ci sia
un’amicizia scevra da competizioni e altro.
Si sta delineando una
stagione di Lolita Lobosco ancora più bella della prima. Che atmosfera avete
respirato sul set con tutto il cast?
Molto gioiosa, amichevole. Poi quest’anno essendo la seconda
stagione non solo ci conoscevamo meglio, ma avevamo tutti le idee un po’ più
chiare su quello che stavamo facendo e su quello che dovevamo ottenere.
Un’atmosfera da gita scolastica. Bari è una città stupenda e in primavera-estate
esplode come tutte le città di mare. Ci siamo goduti anche quella parte.
Com’è stato rivivere
per alcuni mesi nella sua terra d’origine?
Molto bello. Io sono di origini napoletane, ma sono cresciuta
a Trani. Bari è una grande città che ha un fascino marino fortissimo. Sono
contenta che sia diventata una meta turistica, cosa che non era molti anni fa,
inspiegabilmente, anche se ha davvero tanto da offrire. Non conoscevo molto
bene Bari e questa è stata una buona occasione.
La storia di Fernanda Wittgens, prima direttrice della Pinacoteca di Brera e artefice, durante la guerra, del salvataggio di tante opere d’arte e di molti ebrei destinati alla deportazione. Martedì 31 gennaio in prima serata su Rai 1
La storia della primadirettrice
della Pinacoteca di Brera e tra le prime donne in Europa a ricoprire un ruolo
così prestigioso, non è solo la vicenda di una donna diversa e osteggiata dal
clima sociale e politico dell’epoca, ma anche quella di una donna coraggiosa
che, per le sue idee e decisioni, divenne, suo malgrado, una eroina.
Durante gli anni della guerra Fernanda
Wittgens si è prodigata ininterrottamente per aiutare amici, familiari e
persone di origine ebraica a trovare un rifugio oltre confine in modo da
sfuggire alle persecuzioni razziali. “Sarebbe troppo bello essere
intellettuali in tempi pacifici, e diventare codardi, o anche semplicemente
neutri, quando c’è un pericolo” scrive la stessa Fernanda in una lettera
alla madre, rivelando la parte più etica e autentica di sé, come i tanti che
nell’Italia oppressa da una guerra devastante, non smisero di avvertire il
dovere di partecipare alla Storia forzandone il corso che pareva consegnare la
civiltà alla barbarie.
Decise, rischiando la sua stessa
vita, di salvare “capolavorissimi”, quei dipinti che al di là della esperienza
estetica custodivano la forza delle radici culturali di un Paese.
Questo
film per la televisione, attraverso la vita esemplare di Fernanda, offre ancora
una volta l’occasione di raccontare la Resistenza, il coraggio dell’impegno
civile, il difficile cammino dell’affermazione femminile e di come l’arte e la
bellezza parlino al cuore delle persone e custodiscano un valore salvifico, in
un capitolo della nostra memoria collettiva ancora inedito: «Ed è per questo che oggi, in un’epoca altrettanto buia e
drammatica come quella che stiamo vivendo, abbiamo voluto riportare fra noi Fernanda.
Perché è proprio del suo esempio che l’umanità ha oggi un estremo bisogno» afferma il regista Maurizio Zaccaro.
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