Un avvincente dramma dai toni brillanti e spiritosi in prima visione assoluta il 6 e il 7 ottobre su Rai 3
Creata
da Sarah Williams, diretta da Louise Hooper e con un cast strepitoso, “Flesh
and Blood” è una miniserie tipicamente British (girata a Pevensey Bay,
nell’East Sussex), in bilico tra mystery e dark comedy, che esplora le
dinamiche di una famiglia e le relazioni tra le persone quando lentamente si
avvicinano a una tragedia e a un possibile crimine. Helen, Jake e Natalie, tre
fratelli adulti, rimangono sconvolti quando la loro madre, Vivien (Francesca
Annis), vedova settantenne benestante e attraente, perde la testa per Mark,
(Stephen Rea), medico di famiglia in pensione, anche lui vedovo e perfetto
gentleman inglese con un disperato desiderio di sposarsi. Le priorità di Vivien si spostano dunque
lontano dai figli che cominciano a preoccuparsi e a insospettirsi di questa
relazione. La felicità del matrimonio di 45 anni tra i loro genitori (Terry è
il padre morto da 18 mesi), viene messa in discussione, creando una scossa
sismica nelle vite dei tre figli. Segreti, bugie, rivalità e tradimenti che per
anni sono rimasti nascosti minacciano di far saltare in aria tutto ciò che
hanno di più caro. I ricordi felici della loro infanzia e la loro eredità, con
la grande casa di famiglia che si affaccia sulla costa meridionale, sono
improvvisamente minacciati dall’arrivo di Mark. I fratelli vogliono sapere di
più su di lui. Ma i loro rancori sepolti da tempo e le complicate vite
personali permetteranno ai tre fratelli di collaborare per raggiungere
l’obiettivo? Poi c’è Mary (Imelda Staunton), che vive accanto a Vivien da 40
anni. Nonostante non sia una di famiglia, Mary appare eccessivamente attenta a
Vivien e al dramma in corso nella sua famiglia. La scena iniziale ci mostra –
lasciando molto all’immaginazione – che sulla spiaggia della ventosa costa del Sussex
è successo qualcosa di grave, mentre la Polizia interviene aprendo un’indagine…
Realizzato da un team creativo tutto al femminile, “Flesh and Blood” è una
potente riflessione sulla mascolinità tossica e sulle famiglie disfunzionali,
piena di suspense e inaspettatamente divertente.
Mamma Olga, l’ex marito Claudio e l’affascinante ginecologo Mimmo. Sono gli affetti più cari dell’assistente sociale dal cappottino rosso protagonista della serie ispirata ai romanzi di Maurizio De Giovanni, interpretata da Serena Rossi. Nei loro panni Marina Confalone, Giorgio Pasotti e Giuseppe Zeno. La domenica in prima serata su Rai 1
Marina Confalone è mamma Olga
In “Mina Settembre” la cifra
drammatica e la commedia si intrecciano… come ha vissuto l’incontro con questa
storia?
Mi hanno sorpreso parecchio sia il
successo della fiction sia quello del mio personaggio, anche perché per me le
cose che fa Olga sono abbastanza normali. Anch’io sono bellicosa, in lotta con
il mondo, sono una frequentatrice dei commissariati dove vado a sporgere denuncia
quasi ogni mese e, a differenza di Olga, le cui guerre sono un po’ campate in
aria, io per fortuna riesco a ottenere una soddisfazione dalle mie denunce. Il
personaggio mi appartiene talmente che mi sembra normale tutto quello che fa.
Ora a casa di Olga e Mina è arrivata
zia Rosa, interpretata da Marisa Laurito…
Marisa è per me una sorella da
sempre. Abbiamo iniziato a fare teatro insieme, siamo venute insieme a Roma
abitando nella stessa casa con i nostri due compagni. Nessuno di noi quattro lavorava
e abbiamo fatto la fame, ma è stato un periodo divertentissimo. Ultimamente,
vedendo che Marisa è tornata a Napoli come direttrice del teatro Trianon, il
teatro della canzone napoletana, finalmente posso rivederla un po’ di più.
Come cambia il rapporto tra Olga e
Mina in questa seconda stagione?
Non cambia molto. Olga è terribile,
fa subire alla figlia i suoi colpi di testa, partenze improvvise e ingiustificate,
ha un comportamento sempre esplosivo. Quello è il suo bello e questo mi piace.
La serie è diretta da Tiziana
Aristarco, cosa può dare di più e di diverso una lettura registica femminile?
Moltissimo, Tiziana è stata
accuratissima. Poi ha una salute di ferro, ha lavorato ore e ore senza
stancarsi mai. E poi ha raccontato Napoli nella sua eleganza. Quest’anno credo
che la fotografia sia ancora più bella e curata, ha fatto un ottimo lavoro.
Che cosa racconta di Napoli la serie?
Il pregio principale è proprio il
personaggio di Mina, la solidarietà che esprime verso tutti, la sua apertura,
l’aiuto che dona. E siccome siamo stati molto chiusi in noi stessi, questo è
molto importante. A Napoli ci sono ancora sacche di resistenza di umanità.
Su Rai 1 e su RaiPlay tornano la detective geniale e le sue indagini. Dal 4 ottobre in prima serata la seconda stagione della serialità francese con Audrey Fleurot, presentata in anteprima all’Ambasciata di Francia a Roma
séquence 2101
Le
sue indagini intrigano e divertono. A partire dal 4 ottobre il martedì di Rai 1
sarà all’insegna di Morgane Alvaro, detective dal quoziente intellettivo molto
al di sopra della media, madre di tre figli avuti da due uomini diversi, look
improbabile e sempre sopra le righe. Nella prima stagione l’abbiamo vista farsi
notare e promuovere, grazie alle sue doti investigative fuori dal comune, da
addetta alle pulizie in una stazione di polizia a consulente della Direzione
Interregionale della Polizia Giudiziaria di Lille. Morgane è una donna
dall’intuito acutissimo, spiritosa, resa tenace dalle difficoltà della vita, ma
con un carattere difficile. È incontrollabile e, questione non da poco per chi
lavora nelle forze dell’ordine, è insofferente verso l’autorità. Spesso nel
lavoro entra in conflitto con le rigidità delle procedure investigative e
soprattutto con il suo capo, il detective Karadec (Mehdi Nebbou), un uomo
serio che segue metodi di indagine tradizionali. Sin dal primo incontro tra
Morgane Alvaro e Adam Karadec si è creato un rapporto controverso di stima
reciproca, ma anche di forte contrasto. Nel corso delle puntate di questa
stagione il poliziotto e la geniale apprendista investigatrice lavoreranno
fianco a fianco per risolvere complicati delitti in un centro commerciale, tra
le mucche di una fattoria, in un tribunale o in uno strip club… Insieme, tra
situazioni comiche, tensioni e attrazioni latenti, dovranno collaborare per
trovare i colpevoli. Ma per quanto ancora? Nella seconda serie appare un nuovo
personaggio, Roxane Ascher (Clotilde Hesme), investigatrice ostinata e affascinante, con la
missione di valutare l’operato di Morgane in polizia, che contribuirà a creare
non pochi contrasti, mentre le vite private dei protagonisti dovranno fare i
conti con novità inaspettate. “Il mio cervello funziona da solo e io gli corro
dietro”, dice Morgane che, grazie al suo alto potenziale intellettuale e
comico, sorvegliata dal suo premuroso capo Karadec, risolverà, unghie finte e
tacchi a spillo, mistero dopo mistero.
Una barca che scompare nel nulla, solo sette passeggeri scampano al naufragio. A unirli è un terribile segreto. Su Rai 1 da lunedì 3 ottobre in prima serata
Debutta su Rai 1 “Sopravvissuti”, la grande coproduzione
internazionale a guida italiana dell’Alleanza Europea che vede la Rai
collaborare con i servizi pubblici di Francia e Germania, France Télévisions
e ZDF. Sei serate, a partire dal 3 ottobre, per una serie attesa dal pubblico e
dalla critica. “Una grande sfida
narrativa, intrigante, nata dalla penna di giovani autori, con un grande cast e
un grande regista. Un viaggio che diventa action, thriller, e mistery, un mix
di generi che si muove tra passato e presente” dice Maria Pia Ammirati,
direttore di Rai Fiction. La narrazione ci porta in alto mare. Una barca
di nome Arianna, un viaggio, dodici passeggeri. Dopo pochi giorni di
navigazione, l’imbarcazione scompare dai radar. Un anno dopo, al largo delle
coste venezuelane, viene ritrovato un relitto. È proprio l’Arianna. A bordo,
ancora viva, solo la metà dell’equipaggio: i sopravvissuti, sconvolti e
prostrati dalla fame e dalla sete. “Una
storia complicata, che racconta le rotture dei personaggi soggetti
all’imponderabile – afferma il regista Carmine Elia – la menzogna diventa così
qualcosa di necessario per addolcire una verità amara, terribile”. La
gioia del ritrovamento e del ritorno a casa lascia presto spazio a una dura
realtà. Non solo la vita che i sopravvissuti hanno lasciato non è più la
stessa, ma agli occhi dei propri cari, anche i superstiti sembrano persone
diverse. Che cosa nascondono? Cos’è successo durante quell’anno? I
sopravvissuti scopriranno che anche a terra dovranno ancora lottare contro i
fantasmi del naufragio e contro i sospetti di chi non crede alle loro parole e,
strenuamente, cerca indizi che aprano delle crepe nel loro racconto e facciano
emergere la verità. “A volte, quando finalmente crediamo di aver capito chi
siamo, la vita ci mette di fronte alla vastità ridicola del nostro errore con
tutta la violenza di cui è capace – prosegue Elia – nella nostra serie questo
simbolico furto di identità compiuto dal destino è la tempesta che ad alcuni
passeggeri toglie la vita e agli altri toglie tutto il resto”. Principale protagonista
sullo schermo è Lino Guanciale, che parla di “un’avventura molto appassionante, un viaggio esaltante,
una serie che restituisce allo spettatore un senso bellissimo di meraviglia”.
La serie è stata ideata da quattro allievi della prima edizione
del Master di Scrittura Seriale organizzato da Rai Fiction in collaborazione
con il Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento
in giornalismo radiotelevisivo di Perugia e con il sostegno dell’Associazione
Produttori Audiovisivi (APA). I quattro allievi del Master – Sofia Bruschetta,
Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano – dopo aver ideato il concept
sono stati guidati nella fase editoriale dalla headwriter Viola Rispoli e dallo
sceneggiatore Massimo Bacchini. Nel cast Luca Biagini, Barbora Bobulova, Stéfi Celma, Maddalena Crippa,
Vincenzo Ferrera, Florian Fitz, Giacomo
Giorgio, Pia Lanciotti. La colonna sonora di
“Sopravvissuti” è stata scritta da Stefano Lentini, che per la Rai ha già
firmato le musiche delle serie “Mare fuori” e “La porta rossa”.
La sfida tra tredici coppie di vip e ballerini, la temuta giuria, il voto social dei telespettatori. Sabato 8 ottobre torna in prima serata su Rai 1, attesissimo, “Ballando con le stelle”. «Il programma è un appuntamento pop che vuole mantenere un’identità, che vuole essere contemporaneo nella tradizione» dice la conduttrice, che sul rapporto con il suo pubblico confida: «Mi emoziono quando incontro le persone per strada e vedo che si comportano con me come fossi una di famiglia, quando vedo che mi vogliono bene»
2022, Ballando con le stelle
Milly, sta per avere
inizio l’edizione numero 17 di Ballando… o preferisce forse chiamarla la 16+1?
No no, mia mamma
è nata il 17 febbraio, il 17 è per me un numero fortunatissimo (sorride).
Domanda di rito,
forse un po’ retorica, soddisfatta della squadra che scenderà in pista?
Li adoro dal
primo all’ultimo, sono felice e onorata di avere a “Ballando con le stelle” un
gruppo così qualificato e alto.
Tredici tasselli
che devono ben funzionare da soli, in gara, ma anche coralmente, come parti
dello stesso show, che alchimia si sta creando?
Abbiamo appena iniziato
e pian piano si sta cominciando a creare. Non parlo solo all’interno della
coppia, ma anche dell’alchimia con il resto della squadra, quel clima che ti
motiva a dare il meglio di te stesso. Abbiamo tredici grandi individualità che giorno
dopo giorno diventeranno un gruppo.
Se dovesse
attribuire un sottotitolo a questa edizione di “Ballando”, quale darebbe?
Evviva la
leggerezza! Tutti quanti condividiamo lo stesso pensiero, siamo persone
appassionate che prendono molto seriamente quello che fanno, ma siamo convinti al
tempo stesso che la vita debba essere vissuta con gioia, con buonumore. Non
parlo di superficialità, ma della capacità di saper sfruttare ogni momento al
meglio.
Anno dopo anno ha
fatto dell’inclusone una delle prerogative del programma, soddisfatta del
risultato?
Credo che il modo
più morbido e al tempo stesso efficace di raccontare la nostra società che è
cambiata, che è in continuo movimento, sia semplicemente vivere. Non ci siamo
messi a fare discorsi dal pulpito sulla cassetta di Hyde Park come i
predicatori, abbiamo semplicemente introdotto e introduciamo, nel nostro gruppo,
persone con una storia personale da raccontare. Raccontandola, mentre diventano
prima un umile apprendista ballerino, quindi uno scolaretto, poi, pian piano,
un ballerino, si fanno conoscere per quello che sono. Il ballo, arte
dell’espressione corporea, ti fa mettere tanto in discussione, e così giochi le
carte più profonde del tuo essere. Osservando queste persone, lo spettatore si
accorge di simpatizzare per loro, di volergli bene, e la distanza e le
differenze si annullano.
Cosa deve avere
un aspirante concorrente per sentirsi dire: sì, sei dei nostri?
Dipende molto da
come è costituito il gruppo di ogni singola edizione. Innanzitutto, ci devono
essere alcuni grandi nomi che per noi fanno un po’ da capisquadra, poi bisogna
creare un gruppo armonico, che funzioni, nel quale ognuno abbia la possibilità
di emergere per la propria personalità diversa. È un lavoro complesso di
incastri.
Cosa diciamo ai
tanti che vorrebbero prender parte a “Ballando” ma che sino a ora non sono
stati selezionati? Devono riprovare?
Ma certo, abbiamo
tredici coppie, non di più. Sono sempre onorata delle proposte che ricevo. Ogni
volta che una persona mi dice che vorrebbe fare “Ballando” mi sta regalando un
attestato di fiducia. Lo dico sempre a tutti: ti offriamo il posto se siamo
convinti che tu abbia veramente, in quel gruppo, una grande occasione di
emergere. “Ballando” non significa solo partecipare, è farsi vedere dal
pubblico in un tale alone di gloria che per te deve essere una esperienza unica,
anche professionalmente, ti deve arricchire. Se non siamo convinti di poterti
dare questa occasione, perché pensiamo che non sia il gruppo adatto per te,
allora meglio aspettare. Deve essere un percorso positivo e glorioso per tutti.
Quali sono le
novità nella squadra dei maestri?
Nel gruppo degli
uomini, tolto Samuel (Peron), sono tutti nuovi. Siamo andati a prenderli
ai livelli più alti, selezionandoli tra i campioni delle edizioni
internazionali di “Ballando” in giro per il mondo e nel più grande spettacolo di
danza che ci sia nel mondo, “Burn the floor”, format che va dall’Australia agli
Stati Uniti. Abbiamo grandi performer capaci di ballare qualsiasi cosa.
Cosa ha imparato
in tanti anni di “Ballando con le stelle”?
Diciassette anni
di un programma così, un appuntamento pop che ha la necessità di essere sempre nel
cuore delle famiglie, ti insegna tantissimo, perché sei costretto a mantenere
un’identità che ti faccia davvero riconoscere nell’offerta caotica che c’è
adesso in Tv. Al tempo stesso, devi fare ogni anno un passo avanti, adattarti a
una televisione che cambia, abbiamo dovuto imparare a essere contemporanei
nella tradizione. Sembra un ossimoro, una cosa impossibile, ma è esattamente
ciò che dobbiamo fare.
Mi racconta una
giornata tipo di Milly Carlucci nelle settimane di “Ballando”?
Le mie giornate
all’Auditorium cominciano in genere alle 10 del mattino. Ci sono le riunioni, gli
incontri con i maestri, con i personaggi, con i costumi. Faccio anche opera di
mediazione perché le scelte devono essere condivise e spesso ci sono opinioni
diverse tra maestri, coppie e autori. Poi si va in pista per preparare la messa
in scena, per montare le esibizioni, un lavoro complesso, articolato, che
finisce spesso nel cuore della notte. Per questo motivo, sin da prima che inizi
“Ballando”, mi preparo fisicamente facendo tanta ginnastica, mangiando sano, e
dormendo il più possibile per essere lucida e presente a me stessa.
Chi è stato il
primo uomo a invitarla a ballare?
Mamma mia! Forse
un ragazzino, un compagno di scuola a qualche festa a tredici anni (sorride).
La storia è cominciata lì.
Una passione
divenuta da subito travolgente…
La passione iniziale
è legata in realtà al pattinaggio artistico. Da atleta, per la mia altezza,
facevo solo il singolo, non essendoci partner più alti di me. Invidiavo le
coppie che facevano acrobatica, il passo a due mi è sempre piaciuto tantissimo.
Adesso mi sto sfogando.
C’è un
complimento del suo pubblico che riesce ancora, dopo tanto tempo, a emozionarla?
Mi emoziono
quando incontro le persone per strada e vedo che si comportano con me come fossi
una di famiglia, quando vedo che mi vogliono bene. Mi fa piacere perché ho
cercato di non alzare mai una barriera tra quello che sono nella vita, come
persona, e quello che è il mio lavoro di conduttrice. Ho cercato di mantenere
la mia verità, bella o brutta che sia, con tutto quello che mi si può
attribuire di errori e con le critiche, che naturalmente accetto. L’amore del
pubblico mi emoziona.
Mi
racconta cosa fa nei tre minuti prima di andare in onda?
Sono
dietro al palco e penso alle mie persone care, che hanno illuminato il mio cammino,
anche a quelle che non ci sono più.
Il 30 settembre torna Carlo Conti con uno dei programmi più amati della Tv. Undici protagonisti dello spettacolo, di cui uno ripetente con personal coach, sono pronti a sfidarsi in prima serata su Rai 1. In giuria Loretta Goggi, Giorgio Panariello, Cristiano Malgioglio. Il conduttore: «Ce la metteremo tutta per far passare il venerdì sera in leggerezza e spensieratezza alle famiglie italiane»
In prima fila Elena Ballerini, Rosalinda Cannavò, Alessandra Mussolini, Carlo Conti, Valeria Marini, Valentina Persia, Samira Lui. Dietro Antonio Spadaccino, Gilles Rocca, Gabriele Cirilli, Francesco Paolantoni, Andrea Dianetti, Caludio Lauretta.
Travestimenti ed
esibizioni eccezionali, un mix di emozioni e divertimento senza pari. Tutto è
pronto nello Studio 5 del centro di Produzione Fabrizio Frizzi di Roma per la
dodicesima edizione di “Tale e Quale Show”, il programma condotto da Carlo
Conti, prodotto
in collaborazione con Endemol Shine Italy, tra gli appuntamenti più amati dalla
grande platea Tv. Un successo televisivo (e social) pronto a ripetersi con i
protagonisti della nuova attesissima stagione: Elena Ballerini, Rosalinda
Cannavò, Samira Lui, Valeria Marini, Alessandra Mussolini, Valentina Persia, e
ancora Andrea Dianetti, Claudio Lauretta, Gilles Rocca, Antonino Spadaccino,
quindi il ripetente Francesco Paolantoni, che avrà al suo fianco, per l’occasione,
un personal coach d’eccezione, l’amico Gabriele Cirilli. Nell’arco del loro
percorso i protagonisti saranno seguiti dal consolidato team di tutor composto
dai “vocal coach” Maria Grazia Fontana, Dada Loi, Matteo Becucci e Antonio
Mezzancella e dalla “actor coach” Emanuela Aureli. Come da regolamento,
tutti gli artisti canteranno dal vivo, sulle basi e sugli arrangiamenti
realizzati dal maestro Pinuccio Pirazzoli. Confermatissima la super giuria dello
show, composta da Loretta Goggi, Giorgio Panariello e Cristiano Malgioglio.
Così come lo scorso anno, ci sarà un quarto giudice-imitatore diverso in ogni
puntata. Una gara senza esclusioni di colpi, gli stessi artisti potranno partecipare
alla votazione finale dando la propria preferenza a un solo collega.
Protagonista anche il pubblico da casa che potrà esprimere le proprie preferenze
tramite gli account Facebook e Twitter. L’ultima puntata del programma sarà
invece dedicata al tradizionale “Torneo”, una serata speciale che
vedrà in scena i migliori artisti di questa e della passata edizione del
programma. Le coreografie di “Tale e Quale” sono di Fabrizio Mainini, la
scenografia di Riccardo Bocchini, i costumi di Simonetta Innocenti. La regia è
di Maurizio Pagnussat.
Il film di Pupi Avati è il racconto della vicenda umana del Sommo Poeta. Dal 29 settembre nelle sale cinematografiche con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Enrico Lo Verso, Alessandro Haber, Gianni Cavina
“A farmi intravedere la possibilità di
raccontare quell’essere umano ineffabile che è stato l’Alighieri, è stata la
scoperta della missione di Giovanni Boccaccio nel 1350: quella di portare a
Ravenna, alla figlia di Dante, una borsa di dieci fiorini per risarcirla del
tanto male che i fiorentini avevano fatto a suo padre. La gran parte della mia
narrazione la debbo quindi allo stesso Boccaccio che di Dante fu biografo e
appassionato divulgatore. Il resto è invece frutto di congetture e suggestioni
che mi provengono da un ventennio di disparate letture, in una continua
consultazione degli esimi dantisti citati in esergo”. Dante nel viaggio e nel
racconto di Boccaccio. Con la sua macchina da presa Pupi Avati ci riporta nel
tardo Medioevo sulle tracce del Sommo Poeta, indiscusso padre della lingua
italiana. Dante è morto in esilio nel 1321 mentre la sua fama, grazie alla
divulgazione della Commedia, si è diffusa ovunque. Gli ultimi suoi vent’anni
sono stati terribili, in continua fuga, cercando ospitalità presso le varie
corti, con una condanna al rogo e alla decapitazione inflitta sia a lui che ai
suoi figli maschi fuggiti a loro volta da Firenze. Il racconto di Avati prende
il via nel settembre del 1350 quando Boccaccio viene incaricato di portare
dieci fiorini d’oro come risarcimento simbolico a Suor Beatrice, figlia di
Dante Alighieri, monaca a Ravenna nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi.
Intanto nel capoluogo toscano gli equilibri di potere sono profondamente mutati
e la città cerca una riappacificazione, seppure postuma, con un concittadino
di tale valore. I dieci fiorini sarebbero il risarcimento simbolico per la
confisca dei beni e per la condanna ad essere arso vivo e decapitato decretata
ormai quasi mezzo secolo prima dal comune fiorentino. Contro quella parte del
mondo ecclesiale che considera la Commedia opera diabolica, Giovanni Boccaccio
accetta quest’incarico nella convinzione di poter svolgere un’indagine su Dante
che gli permetta di narrarne la vicenda umana e le ingiustizie patite. Nel suo
lungo viaggio Boccaccio oltre alla figlia incontrerà chi, negli ultimi anni
dell’esilio ravennate, diede riparo e offrì accoglienza e chi, al contrario,
respinse e mise in fuga l’esule. Ripercorrendo da Firenze a Ravenna una parte
di quello che fu il tragitto di Dante, sostando negli stessi conventi, negli
stessi borghi, negli stessi castelli, nello spalancarsi delle stesse
biblioteche, nelle domande che pone e nelle risposte che ottiene, Boccaccio
ricostruisce la vicenda umana di Dante, fino a poterci narrare la sua intera
storia. Prodotta da DUEA Film e Rai Cinema, il film uscirà il 29 settembre. Nel
cast Sergio Castellitto (Giovanni Boccaccio), Alessandro Sperduti (Dante
giovane), Enrico Lo Verso (Donato degli Albanzani), Alessandro Haber (Abate di
Vallombrosa), Gianni Cavina (Piero Giardina), Leopoldo Mastelloni (Bonifacio
VIII), Ludovica Pedetta (Gemma Donati). Direttore della fotografia è Cesare
Bastelli, le musiche sono di Lucio Gregoretti e Rocco De Rosa.
Il 2 ottobre in prima serata torna su Rai 1 l’assistente sociale che ha appassionato la grande platea Tv. «La ritroviamo in standby nelle sue decisioni sentimentali – afferma la protagonista – la vedremo di ritorno dalle vacanze a Procida senza aver deciso». E ancora «Lei si nutre d’amore, che è il motore di tutto, e lo è anche per me»
Per
la seconda volta con il cappotto rosso di Gelsomina…
Ragazzi,
vi avviso, il cappotto in questa stagione non lo tolgo mai (sorride). Mi
ricordo che nel corso della prima si facevano battute esilaranti come “raccolta
fondi per comprare un cappotto nuovo a Mina Settembre”. Il cappottino è un
tratto distintivo del personaggio.
Come
è andata?
Bene,
non ero rilassata come durante le riprese della prima stagione, perché sentivo
la responsabilità di non deludere chi aveva deciso di seguirci con tanto
affetto. Se la prima volta ci chiedevamo “chissà come verrà?”, “chissà come
sarà accolta?”, tornando sul set sapevamo di doverci meritare nuovamente
l’affetto ricevuto e che avremmo dovuto essere ancora più bravi. A inizio
riprese ho fatto un discorso alla troupe dicendo “ragazzi, facciamo ancora
meglio”! (sorride).
Anche
Napoli vi ha accolto a braccia aperte…
Rispetto
all’anno scorso anche la città sapeva che cosa stessimo facendo. Poi con quel
cappotto è come se avessi sempre un proiettore puntato contro. Giravamo in via
Chiaia e c’erano centinaia di persone con i telefoni a riprendermi oltre le
transenne. Dopo essermi cambiata sono scesa in strada con un cappotto nero e
non mi guardava più nessuno (sorride). Siamo stati accolti molto bene.
Il
“triangolo amoroso” Renato Zero non l’aveva considerato, ma in questa
storia è una linea di narrazione centrale. A che punto ci troviamo?
Abbiamo
lasciato Mina che non aveva preso alcuna decisione. La chiamavano sia Domenico
che Claudio, lei non rispondeva al telefono e rimaneva con Gianluca. La
ritroviamo in standby nelle sue decisioni, la vedremo di ritorno dalle vacanze
a Procida senza aver deciso, ma quello che sembrerà subito risolto non sarà
così per davvero. Il triangolo amoroso sarà un bel pensiero per Mina anche
quest’anno…
Ci
sarà un’evoluzione importante…
Più
di una, vari colpi di scena.
A
Mina non bastava una mamma ingombrante, ora c’è anche una zia…
E
che fai, non ti metti una zia dentro casa che entra in camera da letto a tutte
le ore e che con affetto ti vuole essere sempre accanto? Nella vita di Mina
arriva zia Rosa, che è veramente un uragano di generosità, un po’come Marisa (Laurito).
Zia Rosa pecca di invadenza, ma in realtà è spinta solamente dalla voglia di
prendersi cura di qualcuno. Nel corso delle puntate scopriremo anche le sue
fragilità. Rosa arriva ed è Napoli all’ennesima potenza.
Una
storia che porta in scena relazioni al femminile molto complesse, cosa viene
fuori di questo universo?
Se
penso alla relazione tra le amiche Mina, Titti e Irene, viene raccontata
un’amicizia bellissima tra tre donne che si vogliono veramente bene, pur
essendo molto diverse le une dalle altre. Siamo tre mondi lontani.
L’avvocatessa un po’ maniaca del controllo, molto concentrata sulla carriera,
dall’altra parte c’è Titti, meravigliosamente svaporata. Viene fuori che le
donne, insieme, sono una grandissima forza.
Il
successo delle serie Tv che hanno donne per protagoniste ne sono la prova…
Penso
anche a Lolita Lobosco, a Imma Tataranni, vedo delle donne non perfette con le
loro fragilità, i loro problemi. Sono delle eroine a modo loro, nelle loro
normalità e questo mi piace molto. Una cosa che mi fa amare follemente la mia
Mina è che è una donna attenta agli altri, pronta ad accogliere tutti, gli
ultimi. Un po’ per quella che è la sua professione, un po’ per la sua indole:
lei non ha giudizio. Mina è sempre pronta ad ascoltare.
In
questo Mina quanto le piace?
Tantissimo.
Ha un’empatia che un po’ ci accomuna, anche se lei ce l’ha all’ennesima
potenza. In questa seconda stagione, forse ancora più dell’anno scorso, avremo
delle storie di puntata molto forti, che riguardano temi molto attuali, i
giovani. Mina terrà un corso di educazione sentimentale e sessuale in una
scuola media, ci sarà un caso che parla di storia di genere. Affrontiamo temi
importanti, c’è voglia di abbracciare tutti.
Come
si trova nei legami al femminile?
Mi
piace molto fare squadra con le donne, non le temo, nella vita come sul set.
Con Christiane (Filangeri) e con Valentina (D’Agostino), ad
esempio, le mie due migliori amiche nella serie, abbiamo una chat che si chiama
“Le tre grazie”, sulla quale ci scambiamo le foto dei nostri figli. Faccio il
tifo per le donne, non vedo distinzioni, penso di essere una persona molto
accogliente.
Si
può mettere a confronto l’affetto che Mina ha raggiunto nel suo ambiente e
quello che la accoglie come attrice e persona ogni giorno?
Sì,
Mina si nutre d’amore, che è il motore di tutto, e lo è anche per me. Sono
contenta quando sono per strada e le persone mi dicono delle cose belle. A
volte mi chiedono scusa e rispondo: mi fai un sacco di complimenti e mi chiedi
pure scusa? E così torno a casa con un’autostima pazzesca (sorride). Il
pensiero di avere, oltre l’affetto, la stima come artista e persona, mi piace.
Non si tratta di un complimento fine a se stesso. Scelgo spesso progetti che hanno
anche un valore morale, sociale, in questo molte persone si riconoscono, mi
ringraziano. Penso a Mia Martini, in tanti mi hanno ringraziato per avere
raccontato la sua storia e questa gratitudine è la cosa che mi piace di più.
Come
risponde alle critiche?
Alle
critiche non rispondo e alla fine mi fanno piacere. Ci sta, se sei esposta al
giudizio lo è nel bene e nel male. Sarà anche perché presto poco il fianco,
mettendo poco in piazza la mia vita personale. So che nelle cose che faccio ci
metto il cuore, se mi impegno con serietà il risultato può piacere o meno, però
sono contenta di quello che ho fatto.
Che
cosa le piace che il suo pubblico dica di lei?
Mi
fa piacere che mi vedano come una persona “normale”, rassicurante. La gente non
ha mai il timore di salutarmi perché mi considera una di famiglia, questo mi
piace tantissimo.
Il teatro, il cinema, i libri e la musica raccontati in Tv nella nuova stagione de “Il caffè”. «Certe volte mi sento anacronistico, un po’ poco al passo con certi linguaggi, anche della televisione. Al tempo stesso vorrei continuare questa resistenza, senza farmi tentare da altro» afferma il conduttore, che confida «con il lockdown ho sentito che il nostro mestiere poteva servire davvero a qualcosa». Il sabato alle 7.05 su Rai 1 e alle 17.25 su Rai 5
Su
Rai 1 è tornato “Il caffè”, quali sono le novità di questa nuova stagione?
La
prima è che siamo con la Direzione di Rai Cultura e abbiamo una replica anche
su Rai 5 il sabato pomeriggio. Siamo in un nuovo studio, con una nuova
scenografia, c’è una serie di nuove rubriche e ho la conduzione in solitaria.
Non cambia invece il cuore de “Il caffè”, la nostra tradizione, il fatto che
raccontiamo libri, teatro, cosa per me bellissima, cinema e musica.
Anche
nel corso degli ultimi due anni così difficili sei sempre stato vicino al tuo
pubblico, in radio come in televisione…
Ho
sentito che il nostro mestiere poteva servire davvero a qualcosa. Siamo entrati
nelle case attraverso la radio con Rai Radio 2 e attraverso “Il caffè” in Tv.
Ho sentito il grazie degli ascoltatori, perché in qualche maniera siamo
riusciti a consolare questo momento terribile, principalmente durante il
lockdown. Per quanto riguarda il teatro, poter tornare a farlo dal vivo è stato
invece rivivere le stesse emozioni di quando, ragazzo, iniziai a farlo. Da
quando sono stati riaperti i teatri senti ancora più forte l’abbraccio della
gente, la voglia di vedere le persone dal vivo che ti raccontano delle storie.
Spero che questa curiosità culturale non vada disperdendosi.
In
questo tempo nuovo com’è cambiato il tuo modo di vivere la cultura?
Nel
periodo brutto ho ritagliato momenti in cui ho messo da parte la tecnologia.
Sono riuscito a leggere in maniera più attenta, a essere più fedele alle mie
passioni, alla lettura come alla scrittura. Nel corso della pandemia ho scritto
lo spettacolo “Sempre fiori mai un fioraio” che nasceva da un libro fatto con
Paolo Poli.
Le
opere, i libri, gli autori, lo schermo tv, gli spettatori, e in mezzo ci siete
tu e il tuo racconto. Come vivi il tuo ruolo di Virgilio televisivo?
Certe
volte mi sento anacronistico, un po’ poco al passo con certi linguaggi, anche
della Tv. Al tempo stesso vorrei continuare questa resistenza, senza farmi
tentare da altro. Al di là dei numeri, che contano ma fino a un certo punto, è
fondamentale coltivare la memoria, preservarla, facendo scoprire ai giovani un
linguaggio e una lingua. Stiamo perdendo delle parole, bisogna lavorare per non
lasciarsi fagocitare da nuovi linguaggi e dai tempi, dalla velocità.
Cosa
deve avere un racconto per sedurti?
Deve
essere autentico e allo stesso tempo anche immaginifico. Devo sentire
l’autenticità di chi sta raccontando e non l’esibizione in un gioco di
esposizione, di egocentrismo. Rifletto spesso sul ricordo. Noi non ricordiamo
esattamente quello che abbiamo vissuto, ma in qualche maniera lo riviviamo. Se
anche il ricordo, il racconto, sono conditi da qualche piccola invenzione di
tenerezza, di superazione di un dolore, allora questo mi affascina. Mi
affascinano gli sguardi, la narrazione, quando non distingui più tra il vero e
il letterario.
Cosa
devono avere invece una canzone, un brano musicale, per rimanerti dentro?
Fondamentali
sono la voce e, banalmente, le parole. Tra questi due elementi ci deve essere
un incontro. Quando nello spettacolo teatrale con Patty Pravo (“Minaccia
bionda”) Patty canta “Se perdo te” o “Tutt’al più”, entro nelle parole e
ritrovo il racconto. Adoro gli interpreti, non mi emozionano i virtuosismi,
quelli troppo intonati. Ci deve essere la vita dentro.
Nella
tua vita c’è tanto teatro… quanto ci può aiutare il palcoscenico a leggere la
nostra contemporaneità?
Il
palcoscenico, ce lo insegnano Shakespeare e il grande teatro greco, è
universale, è sempre contemporaneo, sia che si parli d’amore, che di morte o di
altro. Ha una funzione sociale fondamentale. Il teatro è un luogo in cui
incontri te stesso sul palco, incontri il pubblico, il pubblico incontra te.
C’è uno scambio spirituale.
Qual
è il segreto per fare una buona intervista?
Essere
davvero curiosi dell’altro, non partire con preconcetti o giudizi. Aprirsi e
rendersi disponibili all’interlocutore, questo vale per un’intervista come per
la vita. Bisogna saper ascoltare, stimolare e individuare punti deboli o forti
di chi sta dall’altra parte.
C’è
un ospite che vorresti avere al “caffè”?
Penso
a Sophia Loren, non sono mai riuscito a intervistare Marcello Mastroianni per
motivi anagrafici. Al tempo stesso mi piacerebbe che questa trasmissione fosse
uno spazio libero dove chi vuol venire a dire delle cose possa farlo.
Cosa
c’è in questo momento sul tuo comodino e nella tua playlist?
Sul
mio comodino Mario Desiati, vincitore del Premio Strega, mi sta ispirando
moltissimo. Sul giradischi Rino Gaetano, Franco Battiato. Di tanto in tanto Morgan
mi manda sul cellulare delle canzoni che canta e che scrive, le ascolto molto
volentieri.
Cosa
ti rende felice?
Proprio
oggi un’amica mi ha mandato una foto scattata durante uno spettacolo, dove rido
come un pazzo. Mi ha scritto che lì mi vede felice. La domanda è
difficilissima, fondamentalmente mi dà gioia sapere che le persone a cui voglio
bene stanno bene. Franca Valeri, che è stata una mia amica, diceva di essere
felice quando il suo cane Roro faceva una bella cacchetta, per dire che le
davano gioia le piccole cose.
Ama Letterman e Fallon, ma ha uno stile tutto suo: dal martedì al giovedì apre il suo salotto su Rai 2 a ospiti che hanno voglia di raccontarsi con ironia e spontaneità e al pubblico che cerca un sorriso a fine giornata. Il conduttore al RadiocorriereTv: «Per entrare in connessione con la gente devi essere onesto, mostrarti per quello che sei»
Alessandro Cattelan durante la conferenza stampa del programma Rai “Stasera c’è Cattelan…su Raidue” presso il centro produzione TV Rai, Torino, 19 settembre 2022 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Alessandro, la ritroviamo nella modalità più
Cattelan che c’è, il late show… felice di questa nuova avventura in Rai?
Molto perché ha tante sfide dentro, è una cosa
nella quale mi trovo bene, mi trovo comodo, però in un contesto diverso da
quello al quale sono abituato. Hai la tranquillità di sapere che stai facendo
una cosa che sai fare, ma anche un po’ di brivido.
Tre giorni a settimana… il direttore del Prime
Time Stefano Coletta parla di un appuntamento di fedeltà, di leggerezza nella
profondità… parole importanti…
Lui è un oratore di tutto rispetto (sorride).
I tre appuntamenti sono importanti perché il late night è un genere che fa
della quotidianità il suo forte, credo che sia il genere televisivo più simile
alla radio. Si basa ovviamente sugli ospiti che attraggono il pubblico ma, a un
certo punto, deve diventare quasi un automatismo. Una persona guarda la sua prima
serata, poi, prima di andare a dormire, si fa la sua scanalata ed è bello poter
trovare un approdo felice. L’obiettivo è questo.
Quanto peso assumono l’attualità, il nostro
tempo, in un racconto come il suo?
Tanto! L’altro giorno abbiamo fatto una
rubrica su quelle notizie di giornata che sembrano iper-importanti e che poi
non lo sono, al tempo stesso abbiamo la possibilità di commentare ciò che
succede di veramente importante, cosa che cerchiamo di fare anche in maniera
ironica.
Prendersi sul serio, ma non troppo…
Nel mio caso molto poco.
Le capita di prendersela se a essere oggetto
del gioco, dello scherzo, è lei?
No, credo che sia la regola basilare di chi
decide di fare comicità e intrattenimento frizzante. È un po’ un patto che devi
fare anche con te stesso, si scherza, e scherzare su una persona non significa
avercela con lei. La mia filosofia è questa.
Un’idea nuova tutte le sere, da cosa trae
ispirazione?
Come processo mentale, una volta individuato
l’ospite, cerchiamo idee da cucigli attorno. Tutto un po’ “tailor maid”
sull’ospite di turno, che si porta dietro una serie di curiosità, di interessi.
Altre idee sono completamente estemporanee, penso al gobbo pasticcione, che ci
consente di attingere allo smisurato archivio della Rai. Consideriamo per di
più che le cose più iconiche della televisione non sono mai quelle pensate, ma
quelle che succedono per caso, come le gaffes.
L’ironia e il sorriso sono una sua cifra, le è
mai capitato che le mancasse la battuta o che non arrivasse in tempo?
La maggior parte delle volte (sorride),
ma credo che sia un po’ il dramma di tutti. Vorremmo tutti avere la battuta da
dire nel momento giusto, ma poi ti capita che arrivi quando sei a casa sotto la
doccia.
C’è un ospite, o una categoria di ospiti, che
non può mancare nel suo show?
David Letterman, Jay Leno, Stephen Colbert, Graham
Norton, Jimmy Fallon, tra i grandi conduttori di late show, ce n’è uno al quale
si ispira maggiormente?
Mi piacciono tutti, sono dei punti di
riferimento. Quando ti innamori di questo genere ovviamente sono tutti dei nomi
fantastici. Se dovessi sceglierne due direi Letterman, il primo che mi ha
folgorato, e Jimmy Fallon. Ci metto dentro anche Luttazzi, il primo ad averlo
fatto da noi.
Qual è la sfida più improbabile che ha dovuto
affrontare nel suo lavoro?
Questo momento è abbastanza una sfida. Se penso al passato dico gli opening di
“XFactor”, spettacolari, ma nei quali mi sono dovuto confrontare con l’altezza,
rimanendo appeso a metri da terra (sorride).
Come si stabilisce un legame saldo con lo
spettatore?
Di base con l’onestà, meno hai paura di
mostrarti per quella che è la tua indole più è naturale mettersi in
connessione. Accade alla radio con la quotidianità. Mi rendo conto che è un
posto in cui si è stabilito un codice tra me e chi mi segue, puoi permetterti di
dire cose che altrove non diresti. La gente capisce il tuo tono, non ci sono
fraintendimenti.
Cerca di regalare un sorriso alle persone a
tarda sera, cosa riesce a mandarla a letto sereno?
Una giornata che passa senza rotture di
scatole è già una cosa buona (sorride). Mi piace avere un po’ di tempo
per me dopo avere messo a letto le bimbe. Mi addormenterei anch’io con loro, ma
mi piace ritagliarmi un paio d’ore per vedere un film con mia moglie, leggere
un libro, giocare ai videogame. Amo sentire quella dimensione di casa in cui ti
senti protetto nel tuo nido, un nido in cui nessuno può entrare.
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