Governo nazionale, Regioni, Comuni, Città metropolitane… chi governa o chi comanda in Italia? È la domanda a cui vuole rispondere il programma in onda il venerdì in prima serata su Rai3. Conducono Francesca Romana Elisei e Roberto Vicaretti
Capitolo Quinto, 2020
Due studi, a Milano e
Napoli, tanti collegamenti e un Paese da raccontare rigorosamente in diretta. In
onda da venerdì scorso in prima serata su Rai3, “Titolo V” è la prima grande
novità del palinsesto firmato dal direttore Franco Di Mare.
Dall’emergenza sanitaria legata alla pandemia agli altri grandi nodi del
sistema Italia, il programma vuole leggere la realtà fuori dalla centralità
romana. In conduzione i giornalisti Francesca Romana Elisei, dal centro di
produzione Rai del capoluogo partenopeo e Roberto Vicaretti, dagli studi di
Milano, volti giovani del Servizio Pubblico della Rai, per una scommessa
targata Rai3. Un racconto e non uno scontro, un luogo in cui capire e non un
ring sul quale salire per attaccare l’avversario. “Non è un programma di
diritto costituzionale – afferma Franco Di Mare – ma vuol essere vicino
alla gente e parlare alla gente.
Dal 2014 conduttrice di “Linea Verde”, oggi di “Linea Verde Life” insieme a Marcello Masi. La giornalista campana, tra i volti più popolari di Rai1, si racconta al RadiocorriereTv: “In questi anni il programma mi ha temprato, mi ha messo a contatto con l’Italia vera e mi ha aiutato a vincere un po’ delle mie paure”. E dedica i sette anni di conduzione alla mamma Anna: “Ho ereditato da lei la passione per la natura”
Partiamo dall’oggi, dagli ottimi risultati di “Linea
Verde Life”, soddisfatta?
Il pubblico ci ha aspettato e di questo sono molto contenta. Nonostante la
breve pausa estiva, vedendo che siamo andati in onda anche per tutto il mese
giugno, la voglia di rivedere in onda il programma era forte. In questo momento
storico programmi come “Linea Verde”, “Linea Verde Life” sono ancor più punti
di riferimento. La risposta di chi ti segue da casa è fondamentale.
“Linea Verde” è un pilastro del palinsesto di Rai1, siete andati in onda
anche nei mesi del lockdown…
Ci siamo organizzati per essere presenti, anche con una “Linea Verde” in
smart working, io mi sono collegata dal terrazzo di casa, da Milano. Tra
l’altro concentrarmi sul programma e sul lavoro, in un periodo così difficile,
mi ha fatto molto bene.
Da sette anni alla conduzione, cosa ti ha insegnato
questo programma?
Mi ha temprato, mi ha messo a contatto con l’Italia vera, soprattutto
nell’esperienza della domenica e mi ha aiutato anche a vincere un po’ delle mie
paure, a non prendermi troppo sul serio. Ho sempre viaggiato molto, ma con una
trasmissione “on the road” devi essere pronta a tutto, ti devi sapere adattare.
Occupandomi di agricoltura mi sono trovata a contatto con i problemi concreti
delle persone, ho scoperto un mondo che in realtà non mi era tanto lontano,
perché i miei nonni erano contadini e ho vissuto parte dell’infanzia nella loro
fattoria nel Cilento. Mi ricordavo tanti dei loro insegnamenti, con “Linea
Verde” ho ritrovato un mondo che era già nel mio cuore. E poi il programma mi
ha anche fatto provare il parapendio, il torrentismo, ho voluto mettermi alla
prova (sorride).
Un programma che racconta il territorio, l’agricoltura, l’ambiente, al
centro ci sono le storie delle persone...
I rapporti umani, gli incontri, sono ciò che mi arricchisce di più. Quando
arriva la Rai in posti sperduti del Paese conosci sempre persone orgogliose di
mostrarti ciò sono, ciò che fanno. La gente ti apre la propria casa, il proprio
cuore, ti ospita se piove o nevica. È bello sentirmi dire: Daniela entra a prendere un caffè, tu sei una di
casa.
In “Mare Fuori” il giovane attore dà spessore a Filippo, l’adolescente arrestato perché responsabile della morte di un amico e che in carcere è il bersaglio degli altri detenuti. “È un personaggio estremamente complesso e colorato, con una carica emotiva molto forte. Non è stato facile interpretarlo all’inizio – ci racconta – Il suo è un messaggio di fragilità che i ragazzi hanno e che va rispettata, va capita”
foto di Sabrina Cirillo
Quando ha capito di volere fare l’attore?
Da molto
giovane. Ricordo che da piccolo mia madre si ammalò e per un periodo rimase a
casa con me. Il modo che avevamo per stare meglio era guardare film insieme e
ricostruire personaggi e sceneggiatura. Il primo pubblico era mia madre, questa
cosa faceva stare bene me e lei. A lei toglieva un po’ di pensieri, io ho
imparato a usare la recitazione per vivere.
Come è arrivato a interpretare Filippo?
Ho fatto
molti provini, una lunga selezione e diversi incontri con il regista che mi
spiegava cosa voleva da questo personaggio, le varie sfumature. Filippo ha
molta paura, ma al tempo stesso è curioso di capire, è anche agitato, nervoso,
in ansia, per cui sono molte le cose che deve portarsi dentro ogni volta.
Riuscire e mettere tutto in una sola azione è stato il lavoro più interessante
e difficile.
Come si è preparato per interpretare
questo personaggio?
È un
personaggio estremamente complesso e colorato con una carica emotiva molto
forte. Non è stato facile il primo approccio. All’inizio ho avuto molte
difficoltà anche perché non sapevo bene come interpretare una persona che si
trovava in un ambiente a me sconosciuto. Mi facevo paranoie per trovare le
giuste risposte a quello che Filippo si chiedeva o che si trovava a vivere. Il
meccanismo che mi ha fatto trovare un buon ritmo è stato smettere di cercare delle
risposte. Per me è stato tutto una scoperta, tutto è un sentire la situazione e
starci dentro. Un lavoro molto personale. Ho regalato molto di me a Filippo, ma
anche lui mi ha regalato moltissime cose. Un lavoro di “do ut des”.
«Oggi siamo obbligati a stare sempre più distanti tra di noi, proporre quindi storie che parlano di empatia e di vicinanza, di prendersi cura l’uno dell’altro, la serie ha toccato il tasto giusto» racconta l’attore al RadiocorriereTv. Su Rai1 il lunedì in prima serata
Una
serie di successo andata in onda in un momento molto difficile per il Paese.
Dove trova le ragioni del grande affetto del pubblico?
Non
ce lo siamo ancora spiegati fino in fondo (ride), c’è un po’ di magia in
tutto questo. Quando però incontri un progetto e una sceneggiatura che arrivano
dritti al cuore delle persone, forse è bello anche non chiedersi il perché.
Penso che, come dice anche il sottotitolo della serie – “Nelle tue
mani” -, raccontare la storia di un uomo che vive un’esperienza così forte
come quella di Andrea Fanti, o di un gruppo di persone che si prende cura degli
altri, avvicini la gente. Oggi siamo obbligati a stare sempre più distanti tra
di noi, proporre quindi storie che parlano di empatia e di vicinanza, di prendersi
cura l’uno dell’altro è forse il tasto giusto.
Indossare
nuovamente il camice di DOC e finalmente chiudere questo primo cerchio. Ci
racconta la sua emozione?
Dopo
tanti mesi di inattività professionale, anche noi eravamo felicissimi di
ritornare finalmente sul posto di lavoro, ancora più motivati per il risultato
ottenuto dalle puntate trasmesse. In queste poche settimane di set che
servivano per chiudere la prima stagione, ci eravamo interrotti proprio a un
passo dalla fine, si respirava una sorta di euforia collettiva. Avevamo voglia
tutti di finire di confezionare la storia.
«I primi fan sono stati i medici che ci hanno ringraziato di averli rappresentati in quel modo. Non esiste gioia più grande» dice al nostro giornale l’attrice, pronta a indossare ancora una volta il camice di Giulia
Una
serie di successo andata in onda in un momento molto difficile per il Paese.
Dove trova le ragioni di questo grande affetto del pubblico?
L’affetto,
il seguito e il successo di “DOC” sono stati una bellissima sorpresa. Nessuno
poteva immaginare che la serie sarebbe andata in onda durante una pandemia,
c’era quindi il timore che l’ambientazione in un ospedale, il parlare solo di
medici e di pazienti, potesse risultare quasi insensibile in un momento così
difficile. Il pubblico ha invece gradito il modo in cui abbiamo rappresentato
quel mondo, riuscendo a empatizzare con le storie dei pazienti. Una delle cose
più belle che abbiamo riscontrato è che i primi fan sono stati proprio loro, i
medici, che ci hanno ringraziato di averli ben rappresentati. Non esiste gioia
più grande.
Rimettere il camice di Giulia e finalmente
chiudere il cerchio…
Un’emozione
bellissima. È un periodo che ci sta facendo provare sensazioni stranissime, ci
costringe a fare i conti nel quotidiano e nella vita professionale con pensieri
di ogni tipo. È stato bello però tornare sul set dopo il lockdown, perché
avevamo tutti voglia di stare insieme e di lavorare, anche con un protocollo
molto severo da seguire. Sarà una gioia incredibile vedere il prosieguo della
storia, anche perché, in totale coerenza con la storia di “DOC”, i nostri
ricordi cominciano a scemare (ride).
In Tv nel bizzarro ruolo di Giacomo Conforti, fratello piombato dall’Amazzonia nella vita di CC e Alice. L’attore partenopeo, tra i protagonisti de “L’Allieva” su Rai1, racconta al RadiocorriereTv la sua visione dell’arte e la straordinaria soddisfazione di riuscire, con le sue commedie e le sue interpretazioni, a parlare ai bambini e a regalare un sorriso agli adulti
foto di P.Bruni
È
entrato in questa terza stagione de “L’Allieva” per
“scompigliare” un po’ le carte…
Sono
molto contento di come stanno andando le cose, mi dicono che con l’ingresso del
mio personaggio è cresciuto anche l’ascolto. Sto ricevendo moltissimi messaggi
di apprezzamento, e questo fa piacere. La serie era già un grandissimo
successo, è bello avere la possibilità di entrare in un progetto così amato e
dare il proprio contributo.
Com’è stato indossare i panni di questo
fratello sui generis?
È
un po’ la storia della mia vita. La diversità crea sempre delle frizioni. Caso
vuole che questo ruolo rispecchi in parte il mio carattere, tanto che chi mi
conosce bene dice: “Sergio questo sei tu” (ride). Ogni volta
che c’è un personaggio strano, bizzarro chiamano me.
Lino
Guanciale ha detto che Giacomo porta nella serie una nuova
“confortità”. È d’accordo?
Giacomo
è entrato per portare “conforto” a questa quasi famiglia. Dice la
verità e, siccome la verità è sempre scomoda, porta disagio. Lui che non ha peli
sulla lingua crea ovviamente scompiglio, ha un atteggiamento molto più pratico
e avvezzo alla sincerità rispetto invece a un fratello più corretto
politicamente e misurato. Diciamo che Giacomo è poco diplomatico.
E Sergio Assisi è diplomatico?
Sono
veramente poco diplomatico, e questo a volte è un problema.
Una
delle caratteristiche di Giacomo è il suo essere libero. Cosa significa per lei
la libertà?
Credo
che ormai si sia perso il senso profondo di questa parola. Non siamo più capaci
di esprimerci seriamente, non siamo veramente liberi di manifestare il nostro
modo di essere. Quello che è riuscito a raggiungere l’uomo nei secoli
ultimamente mi sembra lo stia perdendo, è come se facessimo dei passi indietro,
sui pensieri, sul razzismo, sulla falsa pudicizia.
Il pubblico lo premia da venticinque anni per il rigore e l’affidabilità. Il programma ideato nel 1997 da Milena Gabanelli e guidato dal 2016 da Sigfrido Ranucci sta per vivere una svolta epocale, diventare scuola-laboratorio per i giornalisti di domani. “Stiamo lavorando con Rai3 per fare una piccola fabbrica di giornalismo d’inchiesta” svela il conduttore al RadiocorriereTv. Dal 19 ottobre in prima serata su Rai3
Nel lunedì degli italiani torna il romanzo
dei fatti narrato da “Report”. Tra le tante novità ce ne sono alcune che vi riguardano
direttamente…
La notizia più grande è che faremo più
puntate ed è un avvenimento storico. La rete ci ha chiesto di diventare, ancora
di più, punto di riferimento nelle inchieste del lunedì. La cosa più
interessante è che stiamo lavorando con Rai3 a un progetto per diventare una
piccola fabbrica di giornalismo d’inchiesta, destinata ai dipendenti Rai e non
solo, che sforni giovani giornalisti multimediali che sappiano leggere bilanci,
visure catastali, camerali, che sappiano sfruttare il linguaggio moderno di
un’inchiesta. Sarà anche un modo per trasmettere e ripensare il modello di
Report, per allungare la vita a un marchio della Rai che, dopo 25 anni, è ormai
storico. Un marchio che è ancora lì perché è rimasto fedele al progetto
iniziale.
Pronti ad accoglierci
in uno studio tutto nuovo…
Cambia la scenografia, più ricca, per rendere
ancora più presenti le informazioni visive, l’infografica, fondamentale per la
comprensione della nostra narrazione. A differenza di altre trasmissioni, lo
studio di “Report”, come ci ha insegnato Milena Gabanelli, è un’inchiesta
nell’inchiesta.
Nel racconto di una
stagione di cambiamenti epocali da dove partirete?
Da dove siamo rimasti, e con precisione dalla
Lombardia, dalla gestione dell’emergenza sanitaria da parte della giunta
Fontana. Il sottotitolo della prima puntata è “mogli, camici e cavalli dei
paesi tuoi”, non è proprio così il famoso proverbio, ma è la sintesi di quello
che vedremo nella nostra inchiesta.
Protagonista della divertente commedia di Umberto Carteni coprodotta da Rai Cinema, “Divorzio a Las Vegas”, insieme ad Andrea Delogu, Ricky Memphis e Gianmarco Tognazzi, l’attore partenopeo si racconta al RadiocorriereTv: “Torniamo nelle sale a godere della magia del grande schermo”. E intanto lavora ai nuovi episodi dell’ispettore Coliandro
I giornali scrivono che con “Divorzio a Las Vegas” al cinema si torna a
ridere, come si sente a essere protagonista di questa ripartenza?
Una bella emozione, spero che con questo film si riesca un po’ a
contribuire al ritorno del pubblico in sala e che le persone si rendano conto
che andare al cinema in questo momento è una cosa sicura. Le sale sono
sanificate, c’è il distanziamento, ci sono tutti gli elementi per tornare a
godere della magia del cinema, del sogno. Un film su grande schermo dà sempre qualcosa
in più, lo dico io che con il mio “Sette ore per farti innamorare” ho debuttato
in pieno lockdown, quando i cinema erano chiusi.
Lorenzo,
Elena, un matrimonio dimenticato e la necessità di divorziare. In mezzo il caos
e l’occasione, per i protagonisti, di ritrovare se stessi. Cosa ci può
insegnare questa storia?
È una storia che parla di un amore che
dura per molto tempo. I due personaggi si erano sposati a diciotto, vent’anni,
per gioco, in una serata folle a Las Vegas, ubriachi, completamente inconsapevoli,
e da lì non si sono mai più visti. Ora devono ritornare in quella città per
divorziare. Possiamo dire che l’amore, al di là di come possano finire le
storie, è sempre qualcosa di magico, che non puoi calcolare.
Che cosa ha pensato, lei, napoletano verace, appena sbarcato a Las Vegas?
Che è un
posto che da un lato ti fa sognare, sei lì per girare un film, sogno nel sogno,
perché noi siamo abituati a sognare soprattutto attraverso i film americani. Dall’altro,
per noi italiani, che abbiamo una grande tradizione, un grande passato, quel
posto sa anche di artefatto. Sono luoghi che nascono per il solo divertimento,
senza una storia, e questo a noi arriva parecchio.
Dunque, meglio Napoli…
Non c’è dubbio, 10-0 (sorride).
Si
ripensi a 18-20 anni… avrebbe mai potuto combinare un pasticcio come quello di
Lorenzo?
(Ride) Per carità! Ho vissuto la mia adolescenza, anche se a 18 anni si è fuori
dall’adolescenza, godendomela pure. Io, però, arrivare a sposarmi sotto
l’effetto di peyote, a quello non ci sarei arrivato.
Le
chiavi della commedia sembrano essere nel suo DNA, quando ha capito di
funzionare così bene nei ruoli comici?
La
commedia mi è sempre piaciuta molto, anche se penso che un attore debba sapere
fare tutto. Affronto con lo stesso impegno e fascino anche film come “Gli
uomini d’oro” o “A casa tutti bene”, bisogna avere entrambe le marce, poi ho
visto che nei ruoli comici mi diverto, riesco ad arricchirli, a metterci
qualcosa di mio, e quindi funzionano.
Il film
ci porta in Nevada in un momento storico in cui siamo costretti a viaggiare
poco, come è cambiato il suo quotidiano negli ultimi sei mesi?
Innanzitutto
sul set faccio il tampone una volta a settimana, quindi sono perennemente
controllato. È cambiato che al di là della mascherina siamo tutti più attenti, facciamo
una vita in cui ci lasciamo meno andare alla spensieratezza delle passeggiate,
dell’entrare in un negozio. Inevitabilmente certe accortezze, giuste in questo
momento, ci levano un po’ di leggerezza. Non dico di libertà, perché riusciamo
a fare bene o male tutto. Il bello di questo film è proprio il farci viaggiare,
cosa che oggi è abbastanza impensabile fare.
Da Rai Teche, in gemellaggio con gli assessorati alla Cultura di Roma e di Milano, una grande mostra sulla fiction dagli anni Cinquanta a oggi. L’esposizione è ideata da Stefano Nespolesi e curata da Maria Pia Ammirati e Peppino Ortoleva. Il progetto scenografico è di Carlo Canè. Fino al 6 gennaio 2021 al museo in Trastevere e dal 20 gennaio al 7 marzo 2021 al museo Morando del capoluogo lombardo
La storia di un genere, il giallo
investigativo, attraverso le immagini dell’archivio di Rai Teche, un viaggio che
parla a tutte le generazioni e comincia con i grandi sceneggiati per arrivare
allo streaming video delle più avvincenti serie crime di oggi. Per giungere ai grandi
commissari come Montalbano e Schiavone, due irregolari delle questure
televisive, la Rai è partita da lontano. Con gli indimenticabili sceneggiati
degli anni ’50 che hanno fondato e fatto crescere il genere giallo e introdotto
il noir, attraverso commissari, poliziotti, marescialli e questurini diventati
famosi. Già nel 1954 la Rai infatti manda in onda “Il processo di Mary Dugan”, adattamento televisivo da un giallo
dell’americano Bayard Veiller. Più tardi la domenica sera l’Italia si fermava
estasiata ad ascoltare le melanconiche note di Luigi Tenco che introducevano
quel gigante di Gino Cervi, il Maigret preferito dallo stesso Simenon. E poi il
ghigno ferale di Ubaldo Lay – il tenente Sheridan che inaugura l’hard-boiled all’italiana; e Lauretta
Masiero-Laura Storm, il gigionesco Tino Buazzelli-Nero Wolfe fino a Gigi
Proietti, il maresciallo Rocca, Luca Zingaretti-il commissario Montalbano,
ormai eroe di fama internazionale e il più recente Marco Giallini il
vicequestore Rocco Schiavone. Una carrellata di immagini e personaggi che
ripercorre la vicenda dello stesso genere giallo in Tv il cui riscontro ha reso
a suo tempo necessaria l’invenzione di nuove formule, soprattutto nel settore
degli originali, cioè delle opere scritte apposta per il video.
«Ho 55 anni, ho fatto tanti film, tanta televisione, tanto teatro, ho voglia ora di fare personaggi adatti alla mia età e di immergermi in ruoli che abbiano il coraggio di raccontare storie che condivido e che avrei voglia di vedere in tv o al cinema» racconta Alessandro Gassmann al RadiocorriereTV, protagonista di “Io ti cercherò” il lunedì sera su Rai1, «una storia molto voluta, che mi ha colpito profondamente, perché sono padre di un ventenne e perché nella società l’ascolto reciproco è molto ridotto»
Un padre in cerca di un figlio e di se stesso…
Nella serie affrontiamo il tema della non comunicazione tra genitori e figli, e questo mi sta molto a cuore. Come il mio personaggio, anch’io sono padre di un ragazzo di vent’anni, e raccontare il dramma della scomparsa di un figlio, il peggiore che io possa immaginare, mi tocca profondamente. Nella fiction ci troviamo di fronte a una relazione complessa, un uomo che da anni non aveva più rapporti con il figlio e che ripercorre, anche grazie all’aiuto di una ex collega poliziotta interpretata da Maya Sansa, la storia a ritroso per capire chi questo figlio, che apparentemente si è suicidato, fosse diventato. È una serie appassionante, un thriller, ma è anche una storia di personaggi che si cercano e che non si sono mai trovati e che nella tragedia si ritrovano. Caricarmi sulle spalle il dolore del personaggio è stata una decisione importante per me. È una serie che consiglio a tutti i genitori e anche ai figli.
Quando le viene proposto un ruolo cosa la spinge ad accettarlo?
La prima cosa è ovviamente leggere il copione, immaginare la storia da spettatore. Anche per “Io ti cercherò” è stato così. Ho cinquantacinque anni, ho fatto tanti film, tanta televisione, tanto teatro, ho voglia ora di fare personaggi adatti alla mia età e di immergermi in personaggi che abbiano il coraggio di raccontare storie che condivido e che avrei voglia di vedere in tv o al cinema.
Cosa l’ha affascinata del suo personaggio?
La sua imperfezione, che nel mestiere dell’attore è sempre molto stimolante da rappresentare. Valerio è un uomo pieno di difetti, ha fatto molti errori nella sua vita, ma ha anche la possibilità, se vuole, di recuperare questi sbagli. È una storia che offre allo spettatore una speranza, perché tutti possiamo trovarci in un momento di difficoltà in famiglia, con i figli, ma anche quando apparentemente è troppo tardi, si può ricucire lo strappo.
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