Nuovo record per “Mare fuori”. La sigla della serie Tv prodotta dalla Rai, composta da Stefano Lentini, Lorenzo Gennaro e Matteo Paolillo per le Edizioni musicali Rai Com, ha ottenuto l’ambito riconoscimento
Con oltre 35 milioni di streaming
il brano “’O Mar For” è Disco di platino. Distribuito da Believe così come
tutta la colonna sonora della serie, è stato inserito in 19 playlist, ha
conquistato due copertine ed è entrato nella Top 100 singoli e nella Top 50
Italia. A consegnare il riconoscimento ad Angelo Teodoli, amministratore delegato
di Rai Com, durante un evento nella sede della consociata Rai, è stato Luca
Daher, amministratore delegato di Believe Italia. «Pubblichiamo tantissima
musica, ma “Mare fuori” ha dato una visibilità enorme alla nostra attività – ha
dichiarato Teodoli – il Disco di platino è un riconoscimento non indifferente,
siamo molto orgogliosi. La musica è uno dei vettori culturali più forti in
assoluto». Per il compositore Stefano Lentini «“Mare Fuori” più che una serie
sta diventando un’esperienza su diversi livelli: musicale, emotivo e culturale. Mi auguro si possa
fare ancora di più, come sostenere il miglioramento delle condizioni di chi si
trova dentro un IPM. Spero che questa grande
esperienza possa arrivare anche nella concretezza delle cose». Tra i premiati il
giovane autore e producer Lorenzo Gennaro (Lolloflow), «è il mio primo vero
lavoro importante, “Mare fuori” ha segnato in me una grande crescita artistica,
devo tantissimo alla serie e all’esperienza che mi sta facendo fare», e il
cantautore e attore Raiz, tra le voci di “’O Mar For” e interprete nella terza
stagione della serie. «È un lavoro stimolante, all’inizio
la strada era in salita, poi le storie sono arrivate al cuore della gente –
afferma l’artista – “Mare fuori” ha dato la dimostrazione che un brano, anche
se parla di cose importanti, e anche se cantato in una lingua non familiare,
può appassionare ugualmente il grande pubblico». Gli stream complessivi delle
colonne sonore delle tre stagioni hanno superato quota 54 milioni. Il progetto
“Mare fuori”, con Rai Com in prima linea, vedrà anche la pubblicazione di un
libro dedicato alla serie.
“Se vuoi cambiare il mondo devi esserci”, diceva Tina Anselmi, partigiana a 16 anni, sindacalista in difesa delle operaie, prima donna ministra in Italia, nel 1976, presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia massonica P2. Spesso unica donna in un mondo di uomini, la vita di Tina Anselmi è stata quella della nostra democrazia. Il 25 aprile, in prima serata su Rai 1, il film diretto da Luciano Manuzzi con Sarah Felderbaum
“La storia di Tina Anselmi è la
storia di colei che ha aperto la strada all’emancipazione femminile (peraltro
non ancora totalmente raggiunta) durante tutto l’arco del Novecento. È stata un
personaggio fantastico, romanzesco, a cui tutti dovremmo poter assomigliare,
uomini e donne. Per tutta la vita ha lottato contro i soprusi, le ingiustizie,
gli sprechi e la mancanza di tutele che considerava come insulti insopportabili”
afferma Luciano Manuzzi, il regista di “Tina Anselmi. Una vita per la
democrazia”, in onda su Rai 1 il 25 aprile, il giorno in cui l’Italia celebra
la Liberazione dall’occupazione nazifascista.
Nel 1944 Tina Anselmi ha solo sedici anni e con gli studenti di Bassano è
costretta ad assistere all’impiccagione di trentuno uomini da parte dei tedeschi.
Quel giorno capisce che, per cambiare il mondo, non si può restare a guardare,
bisogna agire. È il momento di entrare nella Resistenza, rischiare la vita, la
prigionia, la tortura. Con l’incoscienza dell’età, diventa staffetta partigiana
e pedala senza sosta tra Castelfranco e Treviso portando documenti e
informazioni. La Liberazione dell’Italia arriva nella primavera del 1945 e,
quella ragazza appena adolescente che aveva rischiato la vita per la democrazia,
non è più la stessa di qualche mese prima. Che senso ha la libertà, se c’è
ancora l’ingiustizia? È la domanda che si pone di fronte allo sfruttamento
delle “filandere”, lavoratrici spesso minorenni impiegate nelle filande, le più
povere, tra le povere, attanagliate da un lavoro faticoso, malsano e
sottopagato. La battaglia per i diritti porta la Anselmi verso l’attività
sindacale e politica, diventando responsabile dei giovani Dc in un momento in
cui non erano molte le donne che arrivavano a ruoli dirigenziali. Comincia a
maturare in lei l’idea di quella che sarà la Commissione per le Pari
Opportunità. Il primo a credere in lei è il deputato Aldo Moro e, durante il
Governo Andreotti, nel 1976 la Anselmi diventa ministra del Lavoro, la prima
volta che in Italia una donna ricopre questo ruolo. Grazie a lei, le differenze
salariali tra uomini e donne vengono abolite. “Ha aperto la strada alle donne
in politica in ruoli di responsabilità, diventando una figura centrale, di
riferimento, per molte colleghe nel corso di tutta la Prima Repubblica”
continua il regista, sulle capacità politiche di Tina Anselmi, afferma: “Si può
senz’altro affermare che, assieme a Nilde Iotti di cui era sincera amica, Tina
ha sempre inteso la politica come servizio e attraverso le sue battaglie civili.
“La democrazia va vissuta e partecipata” diceva, ha come cercato di rodare la
Costituzione, provandone la tenuta e l’efficacia dei suoi valori”. Nel 1978 è ministra
della Salute, sul suo tavolo ci sono leggi e riforme importanti: la legge
sull’aborto, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio Sanitario
Nazionale. Ma il giorno in cui dovrebbe nascere il nuovo Governo, il sequestro
di Aldo Moro stravolge l’Italia e qualsiasi agenda politica. Tina non si ferma,
va avanti nel suo lavoro e sceglie, in sintonia con il suo partito, la linea
della fermezza. Le certezze che avevano animato la sua vita oscillano. C’è
qualcosa nella democrazia, che ha perseguito con tenacia e sognato fin da
quando era ragazzina, che improvvisamente le sfugge. Qualche anno dopo, nel
1981, diventa Presidente della Commissione di indagine sulla loggia massonica
P2, di nuovo unica donna in un mondo di uomini. Audizione dopo audizione, Tina
scopre gli interessi di un gruppo di potere che ha cercato di governare il
Paese in modo occulto e capisce che il mondo in cui aveva creduto di vivere e
combattere le sue battaglie a viso aperto è molto diverso da come lo aveva
immaginato. Non si arrende e, nonostante le pressioni e le minacce, porta a
termine una relazione lucida e dettagliata sull’azione delle logge deviate in
Italia e riesce a farla approvare con una larghissima maggioranza. Ciò che oggi
continua ad affascinare di Tina Anselmi, è il modo in cui ha preteso di mettere
alla prova molti di quei valori che l’Italia democratica non sempre è riuscita
a incarnare. A lei, insieme a molti altri, dobbiamo la nostra libertà, un
valore che ha sempre difeso e sostenuto per tutta vita. Chi non vorrebbe
assomigliare a una donna così?
Dalla Venezia del XVII secolo alla Roma contemporanea senza re, regine, castelli e guerre, un gruppo di ragazzi di oggi che come il Moro, Desdemona, Cassio, Iago e gli altri sono alle prese con l’identità che cambia e con la perdita dell’innocenza. Dal 14 aprile in esclusiva su RaiPlay
Raccontare l’adolescenza, periodo della vita di un essere
umano a metà tra tragedia e commedia, affidandosi alle parole del Bardo. Chi
meglio di Shakespeare, il più grande drammaturgo di tutti i tempi, può offrire
spunti di riflessione per un teendrama che trasforma dei ragazzi di un liceo
nei protagonisti dell'”Otello”?
«Interpretare Shakespeare in chiave
televisiva, contemporanea e farne un coming of age è una sfida emozionante. Per
quanto il testo originario sia di altri tempi, i temi rimangono universali:
gelosia, amore, tradimento. L’adolescenza non fa altro che rafforzarli,
raccontando una storia di scoperta, formazione, crescita» afferma la regista, anche lei molto giovane, Giulia Gandini.
Dalla Venezia del XVII secolo alla Roma contemporanea senza
re, regine, castelli e guerre, un gruppo di ragazzi di oggi che come il Moro,
Desdemona, Cassio, Iago e gli altri sono alle prese con l’identità che cambia e
con la perdita dell’innocenza.
Il protagonista non è più il valoroso condottiero
dell’esercito veneziano, bensì Thomas, il leader imperturbabile di una crew di
parkour. Accanto a lui il simpatico Michele (Cassio) e l’arguta Gaia (Iago). Un
equilibrio apparentemente solido fino a quando non compare sulla scena Beatrice
(Desdemona), la più bella ragazza del liceo, di cui sia Thomas sia Gaia si
invaghiscono. Mentre tra Beatrice e Thomas nasce una profonda storia d’amore,
Gaia, colpita dall’invidia nei confronti del suo amico, ordirà un meticoloso
piano atto a separare i due innamorati. L’infima opera di persuasione di Gaia
avrà i suoi effetti, e le insicurezze di Thomas scoppieranno in una gelosia
cieca che distruggerà l’amore per Beatrice e l’amicizia con Michele.
In un finale senza vincitori, la vera tragedia per i protagonisti
sarà la consapevolezza del sopraggiungere dell’età adulta e con essa del
disincanto perso, ma i ragazzi avranno modo di indagare le loro fragilità,
elaborare i loro errori o, più semplicemente, crescere. Ogni episodio segue la
prospettiva di un singolo personaggio, rivelando man mano nuove sfumature in
scene già viste dagli occhi non solo di Thomas, ma anche di Bea e Gaia.
Non serve quindi conoscere Shakespeare per capire
“Shake”, anche se «per chi è familiare con l’Otello le
easter eggs sono moltissime» continua la regista che, dal punto
di vista della realizzazione filmica dice: «I piani sequenza si rifanno senza
dubbio al linguaggio teatrale. L’amore tra i protagonisti è il primo, liceale,
ma è anche l’amore tra Otello e Desdemona, Romeo e Giulietta, Amleto e Ofelia.
I protagonisti non sono solo innamorati, sono destinati l’uno all’altra».
L’amore è dunque una fiaba, ma per quanto forte e romantico,
purtroppo il destino Shakespeariano è crudele. È una fiaba senza lieto fine, o
comunque con un finale dolceamaro. Perché in fondo l’adolescenza è proprio
questo: la fine della fiaba che è l’infanzia, e il passaggio necessario all’età
adulta.
Ispirazioni…
Le reference sono altre serie teen, ma anche film come Skate
Kitchen di Crystal Moselle, Water Lilies di Céline Sciamma, American Honey di
Andrea Arnold.
La musica
La maggior parte della musica è elettronica soft della nostra
composer Ginevra Nervi, con il fine di tingere anche le situazioni più mondane
con un senso di sospensione, riflessione, introspezione. Non mancano poi le
tracce musicali di vari artisti moderni come Fred Again, Ditonellapiaga e
Cmqmartina, giovanissima cantautrice che ha firmato la canzone originale della
serie, “Il silenzio”.
JASON
PREMPEH
Thomas
Da
Shakespeare a Shake…
Quello che speriamo è che ci sia una scossa dal punto di
vista emotivo. È una serie che si concentra sulle emozioni dei personaggi, ci
saranno molti intrighi amorosi che cattureranno l’attenzione del pubblico.
“Shake” è un mix di generi, si passa dalla storia di Otello, il Moro di Venezia,
a Thomas, un vero leader che pratica parkour e si ritrova a combattere i
“demoni” dell’adolescenza, i primi amori, passioni e gelosie.
Il
parkour come metafora della vita…
Come per il parkour che spinge chi lo pratica a trovare una
soluzione, ogni volta diversa, per affrontare e superare gli ostacoli, anche
nella vita nessuno può dirti come gestire la tua esistenza, è sempre un lancio
nel vuoto capire se stessi, gli amori e le amicizie.
Quali
sono i punti di forza del suo personaggio?
Sicuramente il suo grande senso dell’onore e della fedeltà. È
una persona molto ingenua e passionale e per questo, i suoi pregi possono
diventare anche le sue più grandi debolezze. È questa sua forte passione che lo
spinge verso la cieca gelosia, una ingenuità che lo rende vittima delle voci che
altri insinuano.
Un
racconto di e per ragazzi… e gli adulti?
È una storia che può rivolgersi anche a un pubblico di adulti,
perché rappresenta bene quella che è l’adolescenza. In realtà, più che parlare
agli adulti, speriamo possa spingerli ad ascoltare ciò che le nuove generazioni
hanno da dire.
GIULIA
FAZZINI
Beatrice
Il Bardo
per una storia contemporanea…
L’obiettivo di “Shake” è prendere i temi universali dell’“Otello”
di Shakespeare, la gelosia, l’amore e l’inganno, e trasporli in qualcosa di fruibile
e comprensibile per il pubblico di oggi. Molto spesso si è intimoriti davanti
all’intensità di Shakespeare, in realtà, la sua forza consiste proprio
nell’essere riuscito a raccontare con semplicità temi tanto infiniti da
includere l’intero umano. Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di rendere
omaggio a questa grandezza, prendendo l’opera di Shakespeare, traducendola in
un frammento contemporaneo, comprensibile ai più. Abbiamo shakerato circostanze
diverse, ma i temi sono rimasti gli stessi.
Quanto
rimane di Desdemona nel suo personaggio?
Abbiamo mantenuto quella fame di autenticità presente nell’opera
originale. Non appena Desdemona riesce a rispecchiarsi nelle pene dell’Otello,
lei le vede riflesse nei suoi occhi e se ne innamora perdutamente. È una donna
disposta ad abbandonare la famiglia, il suo status quo, le certezze per
inseguire quel sogno d’amore infinito. Se vogliamo, rappresenta il simbolo per
eccellenza della fedeltà in amore. Tutto questo c’è anche in Beatrice, alla
quale abbiamo donato uno spigolo in più, un chiaroscuro maggiore. Se nel
personaggio della tragedia i moti interiori erano un pochino più nascosti e
interiorizzati, in Beatrice è chiara la sua vulnerabilità, che coinvolge
l’ambito familiare e amicale. Ci lasciamo connettere alla sua sensibilità in
maniera più diretta.
Un
messaggio per il pubblico adulto…
Spero che gli adulti che avranno la fortuna di guardare
“Shake” siano portati a empatizzare con i sentimenti dei ragazzi, troppo spesso
interpretati come sciocche manifestazioni giovanili. I nostri amori giovanili
significano tanto per noi, sono veramente ciò che ci fa andare avanti, le gelosie,
le passioni così forti sono qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno, solo che il
mondo dei grandi spesso tende a dimenticarlo.
Dal 10 al 13 aprile su Rai 2, in seconda serata, con Morgan e Pino Strabioli, quattro appuntamenti per raccontare storia, percorso, curiosità, contaminazioni internazionali di Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato e Umberto Bindi
«Un
tuffo, una nuotata nella visione, nella rilettura, nella prospettiva di Morgan
rispetto a quattro colossi: Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato, Umberto
Bindi. Avremo un’orchestra di giovani di vari conservatori, una band, ospiti.
Sarà una festa della musica e una riflessione sulla musica». È Pino Strabioli a descrivere con
entusiasmo il debutto del nuovo programma sulla musica di Rai 2 che vedrà il
cantautore-poeta Morgan impegnato in quattro
“lezioni di musica in show”. Dal 10 al 14 aprile in seconda serata, dal Centro
di Produzione Tv di Torino, il programma avrà per protagonisti quattro grandi
nomi della musica: Modugno, Bindi, Battiato e Battisti, dei quali racconterà
storia, percorso, curiosità, contaminazioni con la musica internazionale.
«Si comincia. Finalmente
sono riuscito a portare in scena questi grandi cantautori italiani di cui vado
molto fiero. Sono certo che siano il grande patrimonio della nostra terra,
l’Italia – afferma Morgan – queste canzoni italiane sono qualcosa di prezioso,
sono dei grandi gioielli di cui nutrirci e da metterci addosso. Da sfoggiare,
sono una grande eredità da non dimenticare». Nei quattro viaggi
musicali, eclettici e unici alla maniera di Morgan e del suo pianoforte, un
ruolo fondamentale avranno la sua band e I’orchestra, composta da giovani
talenti provenienti dai Conservatori italiani, diretti dal Maestro Angelo
Valori, Direttore d’Orchestra del Conservatorio di Pescara. «Che la Rai mi consenta di raccontarli,
non solo di interpretarli, è un grande inizio – prosegue Morgan – se il
pubblico accoglierà questo appuntamento, ci saranno delle belle prospettive per
far ritornare qualcosa che spesso sembra dimenticato. Può ritornare non sotto
forma di passato ma di insegnamento, per fare qualcosa di nuovo». Tanti
gli ospiti, tra i quali spiccano Vinicio Capossela, Paolo Rossi, Gino Paoli.
Morgan mattatore e cantante, al suo fianco Pino Strabioli che lo incalzerà con
domande e lo accompagnerà nel racconto, ricordando aneddoti e conducendo il
pubblico tra note e narrazione con garbo ed eleganza. Prodotto dalla Direzione Intrattenimento Prime Time,
“Stramorgan” nasce da un’idea creativa di Morgan. La regia è di Luca
Alcini.
Dai reel alle challenge, dalle storie a un utilizzo consapevole della Rete. Il RadiocorriereTv intervista il dottor Web, lo specialista di Internet in “BellaMa’”, il programma di Pierluigi Diaco in onda nel pomeriggio di Rai 2: «Sono mondi che talvolta spaventano le persone con qualche anno in più, perché spesso visti in modo negativo»
Una sfida importante, quella di “BellaMa’”, conquistata giorno dopo giorno…
Il programma è una bellissima famiglia. Siamo tantissimi, c’è un bel
capitale umano. Ci sono le storie, i racconti che ci hanno consentito di
conoscerci puntata dopo puntata. E poi c’è il direttore d’orchestra, Pierluigi
Diaco, che è, gli rubo l’espressione, un vero e proprio amplificatore di talenti.
Nel momento in cui percepisce una scintilla, un input, da parte di ognuno di
noi, è pronto ad amplificarlo, creando i momenti più forti del programma.
Nel corso dei mesi abbiamo visto il programma cambiare pelle…
Tutti i nuovi programmi aggiustano il tiro confrontandosi giorno dopo
giorno con la realtà. È stato così anche per “BellaMa’”, per il suo cast. Nel corso delle
settimane Diaco ha affinato il racconto, anche grazie alle indicazioni ricevute
dal pubblico. Evviva il cambiamento.
Quanto riesce a essere franco e costruttivo il confronto tra generazioni?
È la prima volta che mi capita di assistere, in
un programma, a una mancanza di brief iniziale, proprio perché Pierluigi cerca
la spontaneità reale di quello che succede. Certo, ognuno di noi sa chi saranno
gli ospiti, conosce gli argomenti, ma
tutto ciò che avviene in diretta deve essere
vero. È certamente anche un rischio, ma la bellezza di essere sorpresi da
quello che si dice vince su tutto. La meraviglia è veramente tale, così come la
risata.
Come nasce il dottor Web?
Il dottor Web è entrato in scena quando “BellaMa’” era già pronto per
andare in onda. Ero stato chiamato dalla struttura Digital della Rai per creare
il piano di comunicazione social, non conoscevo gli autori, il gruppo di
lavoro. Quando spiegai alla redazione come avrei voluto raccontare il programma
attraverso i social network, Pierluigi mi chiese se volessi farlo direttamente,
confrontandomi con il pubblico televisivo. Mi sono bastati due secondi e ho
accettato (sorride) e così è nato il mio ruolo davanti alle telecamere.
Sto cercando di umanizzare la Rete e i social, mondi che talvolta spaventano le
persone con qualche anno in più, perché spesso visti in modo negativo. Il mio
ruolo è anche quello di far capire che il Web può semplificare la nostra vita,
può rappresentare un valore aggiunto.
C’è una caratteristica che accomuna i boomer?
La grande curiosità, alla fine di ogni puntata capita che mi chiedano
consigli, una mano per superare qualche dubbio sull’uso degli smartphone. A
darmi grande soddisfazione è poi vederli impegnati nel realizzare i reel in
trasmissione, nel postare i loro contenuti. A volte si ispirano ai giovani, ed
è interessante vedere la contaminazione. Li aiuto proprio come faccio con i
miei genitori (sorride).
L’equazione giovane = alfabetizzazione informatica è sempre vera?
Per una questione anagrafica i giovani sono delle spugne, capaci di
intercettare le tendenze, e in più hanno facilità nell’utilizzo della
tecnologia. I boomer, d’altro canto, hanno alle loro spalle l’esperienza.
Saranno tecnicamente meno perfetti, ma in quello che fanno esprimono forti
emozioni. Il ponte meraviglioso tra il nonno e lo smartphone è comunque il
nipote: crea condivisione, l’unione di due linguaggi, un valore assoluto.
Ha un consiglio da dare ai nonni che temono di relazionarsi con il Web?
Sui social, e più banalmente sulle chat di messaggistica, che sono più a
portata di mano, arrivano messaggi di ogni tipo, con link che rimandano a cose
che possono essere anche molto pericolose. Quando non si hanno gli strumenti
per capire, il rischio c’è. Certo, parlando di Web in televisione si fa già una
sorta di prevenzione, di alfabetizzazione. All’atto pratico è però importante affidarsi solo
alle fonti autorevoli, come ad esempio i grandi giornali, e usare la massima
cautela con tutto il resto. Buona regola per tutti è quella di condividere solo
cose che sappiamo essere reali, certificate. Anche i giovani non devono farsi
portatori di cose sbagliate.
La sua carriera in televisione nasce qualche anno fa con “Tv Talk”, poi
proseguita con programmi come “Elisir”, “Estate in diretta”, come è cambiato,
nel tempo, il suo rapporto con il piccolo schermo?
Quando varco i cancelli della Rai lo stupore e la meraviglia sono sempre
gli stessi, la felicità è sempre tanta. A essere cambiata è invece
l’esperienza, nella fattispecie sto vivendo l’evoluzione dei linguaggi
televisivo e social, che col tempo si stanno avvicinando. Certamente la Tv può
contare su una fidelizzazione che il Web fa ancora fatica ad avere. Un milione
di follower sui social si trasforma raramente in un milione di telespettatori.
La Tv deve strizzare l’occhio al mondo dei social solo quando questi
rappresentino un valore.
A proposito di televisione, ci indica tre momenti da salvare della Tv
degli ultimi 20 anni?
Sull’approfondimento direi i programmi di Piero e Alberto Angela, capaci
di rendere pop la narrazione di contenuti importanti. Come intrattenimento è invece
interessante osservare l’evoluzione che Sanremo ha avuto negli ultimi tempi. Il
Festival ci rappresenta molto bene, è sufficiente vedere come i 28 cantanti in
gara quest’anno abbiano risposto ai gusti musicali di diverse generazioni. Un
solo programma è riuscito a parlare a tutta la famiglia. Per chiudere dico “Una
pezza di Lundini”, programma surreale che ha saputo attrarre anche un pubblico
molto giovane. Penso alle clip di Valerio, ai tormentoni della Fanelli,
diventati cult anche tra chi la Tv la guarda raramente.
A dieci anni dalla sua prima partecipazione all’Eurovision di Malmo nel 2013, dove arrivò settimo con “L’Essenziale”, l’artista porterà sul palco della città inglese la canzone con cui ha trionfato a Sanremo 2023. Obiettivo? «Divertirsi e fare musica tutti insieme»
SANREMO 09 FEBBRAIO 2023 3 SERATA DEL FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA DI SANREMO.
NELLA FOTO MARCO MENGONI
L’Eurovision è un po’ il Mondiale della musica, qual è
l’allenamento di Mengoni per questo evento?
Per arrivare pronto al prossimo Eurovision Song Contest di
Liverpool, sto cercando di fare tantissime cose prima, tra cui piccole soste in
giro per l’Europa, dei mini concerti. In generale cerco di fare le stesse cose di
sempre: l’allenamento fisico per scaricare la tensione e la mia buona ora settimanale
di terapia mentale.
“Due vite”, due universi che collidono ma che devono in
qualche modo coesistere. Quanto è attuale la sua canzone?
In “Due vite” si parla di equilibrio tra le due parti che fanno
parte di ciascuno di noi. È una canzone che racconta della nostra parte diurna,
nella quale la mente di una persona riesce a mettere da parte le follie, le
frustrazioni, i dubbi, le perplessità… che alla fine escono all’esterno tramite
i sogni, in una sorta di mondo fantastico, quasi felliniano. Queste paure,
questi tormenti vengono sempre a bussare. Pensando ai tempi che stiamo vivendo,
è una esortazione a trovare il giusto allineamento con la nostra società, con
la Terra che ci ospita.
Dieci anni fa la prima volta a Sanremo e all’Eurovision. Cosa
conserva di “essenziale” in questa nuova fase della sua vita?
Se dieci anni fa aveva portato l’essenzialità, quest’anno saranno
protagoniste queste due diverse esistenze, un dualismo presente in ognuno di
noi.
Tre minuti per abbracciare con la sua canzone tutti i Paesi
presenti. Sente questa responsabilità?
In realtà no, farò quello che ho fatto e che volevo
fare a Sanremo: divertirmi e far parlare la musica. Sarà un bellissimo momento
di condivisione e di festa. Credo che l’Europa, attraverso questa
manifestazione, riesca, almeno in quei giorni, a riappacificarci, a farci
sentire felici insieme grazie alla musica, “united by music”.
In “Rocco Schiavone” veste i panni della poliziotta capace di tenere testa al Vicequestore, una professionista straordinaria alle prese con la scoperta della sua femminilità: «La ritroviamo più sexy, da quel montone e da quel colbacco esce una Gambino più sensuale»
Cosa rappresenta
il suo personaggio, Michela Gambino, nell’universo di “Rocco Schiavone”, in
particolare in quello femminile?
Michela
è l’unica donna con la quale Schiavone riesce ad avere un rapporto di sano
rispetto e confronto, è anche leggermente terrorizzato dalla Gambino, perché la
sente come una che conosce più del dovuto. In questa stagione lei lo prenderà
in giro, gioca con il Vicequestore e non mostra mai un atteggiamento servizievole.
Dal punto di vista professionale è una donna straordinaria, comincia a tirare
fuori la propria femminilità grazie alla relazione con Fumagalli. La ritroviamo
quindi più sexy, da quel montone e da quel colbacco esce una Gambino più
sensuale. È una donna che stimo e ammiro molto, l’unico elemento che mi inquieta
è il suo essere complottista, pensare che il mondo ti spii.
Lei
crede ai complotti?
Ovviamente
no, neanche che esistano persone che portano sfortuna. Per me le cose succedono
perché è la vita che le fa accadere e basta. Alla Gambino questo aspetto un po’
lo perdono, perché mi fa una simpatia e una tenerezza infinita, è una donna di
grande forza, talento, energia, simpatia, ironia…
Come entrano
l’ironia e la comicità nelle storie di Schiavone?
Rappresentano
una parte importante della nostra esistenza. Come nella vita, anche in quella dei
poliziotti della serie determinate situazioni diventano momenti divertenti
grazie a una battuta, un buon modo per superare situazioni pesanti. L’ironia
aiuta a vivere meglio, ad affrontare quel che accade in maniera più lucida.
Come stanno in equilibrio
ironia e momenti di riflessione nella sua vita?
Spesso
è conseguenziale, non è detto che una risata non porti ad avere una consapevolezza
profonda. Guardi un film e magari ridi dell’ossessione di un personaggio, scoprendo
alla fine che quel difetto appartiene anche a te. Lo riconosci ridendoci sopra,
facendo un processo di analisi più profonda del tuo essere nel mondo. Non è
detto che il momento di riflessione corrisponda per forza a un momento cupo, di
silenzio o di concentrazione, le rivelazioni arrivano quando sei rilassato, pronto
a recepirle meglio. L’angoscia, a volte, chiude ai pensieri.
Condivide con il
suo personaggio la provenienza geografica… due siciliane ad Aosta come hanno
riscaldato questi luoghi?
Il
siciliano per natura è allegro, vuole vivere bene. Ogni volta che vado in
Sicilia, anche col taxista, mi faccio un sacco di risate, appena c’è un raggio
di sole stanno tutti in spiaggia, al mare a fare il bagno (ride). C’è
una naturale attitudine a mangiare bene…
A
godersi la vita…
E
quando uno vede qualcuno che si gode la vita, paradossalmente, è spinto a provarci.
Per “Rocco Schiavone” abbiamo sempre girato tra le montagne con temperature
altissime, trovandomi puntualmente con abiti pesantissimi (ride).
Una serie a cui
il pubblico è molto legato. Qual è la forza del personaggio e della scrittura
di Manzini?
Questo
racconto è il risultato dei meravigliosi romanzi di Antonio Manzini, scrittore
che ha lavorato talmente bene sui personaggi, dando loro rotondità, una back
story profonda che spesso in una serie, con tempi e spazi ben diversi da un
libro, è difficile da realizzare. Tutti i personaggi hanno una propria storia,
la propria verità nella quale il pubblico può riconoscersi. Schiavone piace
perché i personaggi non sono degli estranei, sono di famiglia, a questo si
aggiunge la parte di giallo congeniata in modo intelligente, mai banale.
Per
ogni giallo di Manzini c’è un Giallini…
Conosco
Marco da tantissimi anni, abbiamo lavorato insieme a “Almost Blue” di Alex
Infascelli, dove interpretavamo due poliziotti. Ho assistito a tutta la sua
crescita artistica, ho vissuto anche parte dei suoi dolori… è una persona a me
cara. Arrivare sul set e lavorare con lui è come andare a una festa. Devo dire
però che questo clima si respira con chiunque sul set, siamo tutti amici,
abbiamo una chat, siamo diventati una piccola famiglia che si vuole bene. È una
fortuna e si sente anche nel lavoro.
Esiste una
differenza tra interpretare un ruolo e rispecchiarsi in questo?
Quando
si recita si prende sempre qualcosa di sé, c’è però da ricordare che stiamo
comunque nell’ambito della finzione. Non credo alla teoria dell’immedesimazione,
anche se a volte andiamo a pescare sulle nostre cose personali.
È capitato anche
a lei?
Una
volta dovevo piangere in scena per mio figlio, e io pensavo ai miei cani. Ero
triste per loro, tutti immaginavano che io piangesse per quel bambino.
Nella sua carriera
troviamo tanti progetti televisivi. Com’è cambiata la serialità italiana?
Il
confronto sempre più forte con le serialità straniere ha spinto quelle italiane
ad alzare l’asticella della qualità, visiva, di costruzione dei personaggi.
Quello che purtroppo sto vedendo, è che tutto si sta omologando e ho paura che
questa fiammata entusiasmante di ripresa produttiva non contrasti la forza
delle major a discapito del lavoro autoriale. C’è stata però una spinta
importante, sono emersi tanti nuovi attori, soprattutto giovani, anche se il
mondo femminile è sempre leggermente sacrificato, in particolare per ruoli di
donne più mature. Io non sono una che vuole fare per forza la protagonista, io
voglio solo divertirmi, fare delle belle scene, bei personaggi.
Un
esempio?
Nell’ultimo
film di “Cetto La Qualunque” interpretavo la moglie, avevo una scena sola in
tutto il film, ma era talmente divertente, talmente bella che era una gioia.
Il
fattore Antonio Albanese…
Un
autore che ha un’attenzione maniacale alle cose, straordinario. Non lascia mai
nulla al caso. Purtroppo, a volte, per mancanza di soldi e di tempo, i registi
sono costretti a correre.
C’è nella sua
carriera qualcosa che vorrebbe sperimentare?
Mi
sto mettendo alla prova come regista, un’altra maniera di fare l’attrice. Le inquadrature
per me sono immagini al servizio dell’interpretazione dell’attore. Ora sto lavorando
a un documentario su uno degli incidenti aerei più gravi della storia italiana,
forse europea, quello del 1972 a Punta Raisi, che provocò la morte di tutti i
passeggeri. Su quell’aereo c’era mio padre, io avevo due anni. Nel documentario
incontro i parenti delle vittime, indago sul fatto che forse non si è trattato
di un incidente, ma di un attentato. Sono ancora in fase di lavorazione,
speriamo che vada tutto bene.
La leggerezza del varietà e le tematiche ambientali: Francesco Gabbani torna con il suo show per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di preservare il futuro del nostro pianeta. Due speciali appuntamenti il 14 e il 21 aprile su Rai 1
Francesco Gabbani
torna con un one man show e raddoppia il suo appuntamento con due speciali prime
serate, il 14 e il 21 aprile 2023 su Rai1, di un format originale che unisce la
leggerezza del varietà con la tematica, sempre più urgente,
dell’ecosostenibilità.
Accompagnato da
un parterre di grandi ospiti, Gabbani affronterà, con un linguaggio diretto ma
efficace, le tematiche ambientali, protagoniste del dibattito mondiale. Il suo
intento è infatti quello di sensibilizzare, attraverso
parole, musica e testimonianze, l’opinione pubblica sulle
tematiche legate all’ambientee
su come, ognuno di noi, partendo da una piccola scelta quotidiana, possa contribuire
a preservare il futuro di
questo nostro meraviglioso Pianeta.
Per fare questo
Francesco Gabbani inviterà ospiti provenienti da diversi mondi – dallo
spettacolo al cinema, ma anche dalla musica alla scienza – che portano con loro
un fiore simbolico,una dedica d’amore alla Madre Terra.
Gabbani ballerà,
duetterà, interpreterà alcuni dei suoi maggiori successi e brani di altri
grandi cantautori. Con lui la sua
band arricchita da alcuni musicisti e da tre coriste e un corpo di ballo
inclusivo e lontano dagli stereotipi composto da 8 ballerini, con le
coreografie di Luca Paoloni.
Tra le novità di
questa edizione uno studio completamente
rinnovato
che regalerà al pubblico un’esperienza totalmente immersiva, un vero e proprio
viaggio nella natura, mostrandola in tutta la sua bellezza.
“Ci vuole un fiore” è una produzione di RAI Direzione
Intrattenimento Prime Time, in collaborazione con Ballandi. Un programma
di Lucio Wilson e Francesco Gabbani, scritto con Carmelo La
Rocca, Duccio Forzano, Adriano Roncari, Giacomo
Berdini, Manuela Mazzocchi, Matteo Catalano.
La regia è di Duccio Forzano; scenografia di Gennaro
Amendola; direttore musicale Valeriano Chiaravalle; coreografie di Luca
Paoloni. Produttore esecutivo per Rai1 Rossella
Arcidiacono. Produttore esecutivo per Ballandi Luca Catalano.
La voglia di mettersi gioco e il desiderio di imparare, un musicista attraverso la tv porta al successo le storie dei buskers che animano da Nord a Sud le piazze e le vie del nostro Paese. Il martedì in prima serata su Rai 2
La musica il suo faro, non un limite per uscire dalla comfort
zone. Cosa le dà questo programma?
La possibilità di conoscere il mondo dei buskers, di cui
sapevo molto poco, e di mettermi alla prova con un nuovo linguaggio, diverso da
quello musicale. Sto imparando a essere più efficace nella conduzione, a
rispettare i tempi televisivi. Così come una canzone in soli tre minuti deve arrivare
al pubblico, anche un programma, nei tempi decisi dagli autori, deve
conquistare le persone. Se però chi viene scelto per stare davanti alla
telecamera non è empatico, si va davvero poco lontano. Per me uscire dalla
comfort zone è assecondare il mio desiderio di imparare.
La prima edizione è stata un grande successo…
Che mi ha incoraggiato ad andare avanti e ha spinto il
direttore Stefano Coletta e Carlo Conti, co-autore del programma, a credere in
me. Cerco di ripagare questa fiducia con l’impegno, provando a migliorare le
mie capacità nel minor tempo possibile.
Da artista, musicista di successo, qual è il suo contributo
al linguaggio televisivo?
L’empatia! Attraverso una canzone cerco di essere il più
empatico possibile con la gente, incontro gli sguardi, vado a toccare le mani,
sistemo la voce in un certo modo quando ci sono frasi significative. Lo stesso
faccio quando da uno studio televisivo mi rivolgo al pubblico a casa attraverso
l’occhio della telecamera. Mi avvicino agli artisti di strada con l’empatia di
un fratello perché, come me, hanno fatto dell’arte la loro vita. L’artista è
colui che dialoga attraverso un’espressione artistica particolare, che cerca di
arrivare al cuore delle persone con un linguaggio, con lo sguardo, o con un
determinato comportamento. Io sono un musicista, un cantautore, mi hanno
insegnato che sul palco si va e alla prima si canta, senza troppe prove per non
perdere la spontaneità.
Un comportamento che assume anche da conduttore…
“Dalla strada al palco” è un programma registrato per
esigenze tecniche, ma è strutturato come se fosse una diretta, e questo è
bellissimo.
Sul palco salgono anche le storie personali e quelle di un
Paese che si racconta. Qual è la fotografia che viene restituita?
È l’immagine dell’Italia. Il cuore di questo racconto sono
proprio le storie degli artisti, il messaggio che traspare, oltre alla meraviglia
di assistere alle diverse espressioni dell’arte, è che per arrivare lì hanno
passato momenti importanti, complicati, difficili, sacrifici, scelte ponderate
prese in piena libertà e con consapevolezza. Molti di questi artisti dal palco
sono andati alla strada, e non viceversa, c’è chi ha calcato palchi importanti
da protagonista, ma non era soddisfatto, c’è chi desidera stare lontano dalle
dinamiche della discografia e non mostra alcun interesse per le classifiche. La
loro unica velleità è essere sulla strada, su una piazza e incontrare
l’interesse distratto dei passanti. Questo mi ha colpito molto.
Come accolgono i buskers questa opportunità?
Partecipare al programma è una possibilità alternativa di
esibirsi e magari vincere i 10 mila euro in palio. Il desiderio però è tornare da
dove sono venuti, ovvero nel loro angolo di piazza, o nella loro strada, o al
loro camper per viaggiare in Italia o nel mondo.
Non è un talent, ma il talento ha un peso enorme…
Il talento è un dono speciale che possiedi fin dalla nascita,
che custodisci dentro di te e arriverà sempre prima di chi si affida alla tecnica
e allo studio. Il talentuoso è come un supereroe, sa esattamente quello che
deve fare, nessuno gliel’ha insegnato, è una scintilla che si accende. Ci sono
anche persone che non sanno di avere questo tesoro nascosto, o non hanno avuto
l’occasione per esprimerlo ma, grazie agli incontri giusti, sono riusciti a
esprimerlo nel tempo.
Come può un artista conservare la propria purezza, la propria
libertà?
Continuando a dare fiato a questo dono, preservarlo e al
tempo stesso condividerlo con gli altri per mantenerlo vivo. Il talento deve
essere nutrito di stimoli, di idee, di continuo lavoro, come il fuoco che per
mantenere le fiamme vive necessita di legna.
In studio con oltre 800 persone, è un po’ come un concerto.
Quanto pesa questa presenza?
L’anno scorso, negli Studi Fabrizio Frizzi, eravamo poco più
di 200, averne oggi 800 rende tutto più vivo, più sentito, come essere a teatro.
Si percepisce immediatamente l’entusiasmo, la gente partecipa emotivamente alle
esibizioni degli artisti. È come se fossimo in strada, è uno spaccato della
vita vera. Il palco dello studio dell’Auditorium della Rai di Napoli
ricostruisce l’ambiente da cui arrivano i nostri artisti, è presente un bellissimo
ledwall circolare sul quale sono proiettate le foto delle meravigliose piazze italiane
e sono inoltre presenti molti oggetti scenografici che creano atmosfere
suggestive.
Che cosa augura
agli artisti che partecipano al suo programma?
Agli artisti dico sempre di divertirsi. Nei loro sguardi leggo
emozione e tanta felicità. “Dalla strada al palco” rappresenta una occasione in
più di mostrare la propria arte, seguiti e coccolati da un gruppo di lavoro
straordinario che li aiuta a non sprecare il proprio tempo. È una prova per
tutti, per me, per gli addetti ai lavori, per gli artisti. Auguro a chi
partecipa di sentirsi persone realizzate, di mettersi sempre in ascolto
dell’altro.
Mr Rain è una delle più belle sorprese dell’ultimo Festival di Sanremo. Mattia Belardi, questo il suo nome, è acclamatissimo e riceve numerosissimi attestati di stima. «Avere colpito tante persone è la vittoria più grande, al di là di dischi di platino e classifiche – spiega l’artista -Mi stanno scrivendo da tantissimi posti, anche medici dagli ospedali e poi psicologi, insegnanti, scuole, parroci»
Con “Supereroi” ha
conquistato Sanremo, il pubblico, le classifiche e continua la sua ascesa. È
una… super canzone?
Ho semplicemente portato una parte della mia storia…
Pensare che poi “Supereroi” si sia fatta largo nelle vite di molte persone è la
vittoria più grande, al di là di dischi di platino e classifiche. Tutto questo
fa ovviamente piacere, e la cosa più bella è che questa canzone sia così
apprezzata. Me ne rendo conto anche da tutti i messaggi e dai video che mi
arrivano.
Secondo lei, perchè “Supereroi”
ha colpito così le persone?
Secondo me le persone hanno capito che è una canzone
veramente sincera. Io ho raccontato semplicemente quello che ho vissuto e credo
che la sua forza stia nel senso di chiedere aiuto. Guardando i tanti messaggi
che mi arrivano, trovo tante persone che mi ringraziano perché hanno trovato la
forza di fare il primo passo e chiedere aiuto. Una cosa stupenda.
Cos’era per lei Sanremo
e poi cosa è diventato?
Sanremo era un palco che ho sempre sognato. Avrei sempre
voluto cantarci e avere questa opportunità gigante che permette di arrivare nelle
case delle persone. Credo sia al momento il palco più importante che abbiamo.
Ci ho provato per molto tempo e non ci sono riuscito. Adesso ho coronato uno
dei miei sogni.
Si è parlato tanto dei
bambini che ha portato a Sanremo. Come ha presentato loro questa canzone?
Semplicemente gliel’ho fatta ascoltare e ho spiegato loro il
cuore di “Supereroi”, cioè il coraggio di mostrarci sempre come siamo, che è un
po’ quello che facciamo quando siamo piccoli e che poi abbandoniamo con il
tempo perché ci costruiamo questa maschera, questa armatura nella quale ci proteggiamo
da insicurezze, paure. La cosa bella di quando si è piccoli è che si è
semplicemente se stessi. Ho spiegato ai bambini di cercare di mantenere il più
possibile il loro modo di essere e di non aver mai paura di chiedere aiuto.
Ma non è la prima volta
che i cori sono presenti nella sua musica…
Uso i cori come amplificatori di messaggi. Inserisco la
componente coro per far arrivare ancora di più l’essenza di una canzone, per
renderla un po’ di tutti quanti. Sono contentissimo di aver portato un coro di
voci bianche su un palco perché era uno dei miei sogni.
La sua canzone è un
invito ad ammettere le proprie fragilità e a chiedere aiuto. A lei è successo?
Assolutamente sì. Ho trascorso un periodo veramente cupo due
o tre anni fa. Sono sempre stato introverso, ho sempre tenuto tutto dentro e ho
fatto fatica a spiegare agli altri come stavo se non scrivendo e facendo
musica. Questa cosa nel tempo mi ha logorato e mi ha portato all’ultima goccia,
fino a quando, nel 2020, nel periodo precedente la pandemia, ho deciso di
vivere meglio con me stesso, intraprendendo un percorso preciso e mostrandomi
alle persone così come sono, anche con le mie paure. Questo ha cambiato la mia
vita. Mi sento una persona totalmente diversa.
Come vive tutta
l’esposizione che è derivata dal Festival di Sanremo?
Sono in giro da quasi un mese, non mi sono mai fermato ed è
bellissimo. Sto incontrando tantissime persone e ci scambio anche tante
chiacchiere. È stupendo perché capisco
di aver fatto qualcosa di veramente bello. Sto cercando di metabolizzare tutto
questo e non ho ancora il punto della situazione. Ero convinto di andare a
Sanremo e di fare la mia gara, ma non pensavo che questa mia canzone colpisse
così tanto. Sono cose che non puoi prevedere e mi sento pieno di gioia. Ma,
ripeto, non ho ancora metabolizzato del tutto quanto accaduto…
Quali sono i supereroi
che hanno popolato la sua infanzia?
Tra i cartoni, Spiderman. Tra i personaggi, Eminem, che è
quello che mi ha portato a fare musica. Ma anche tutte le persone che sono
state vicine a me e che hanno popolato la mia vita, che hanno contribuito alla
mia crescita e al mio percorso, intendo la mia famiglia, la mia fidanzata, la
mia band, i miei amici e tutti quanti gli altri. Sono tutti Supereroi.
Papa Francesco ha
citato una frase della sua canzone per i suoi dieci anni di Pontificato. Quando
lo ha letto, che cosa ha pensato?
L’ho scoperto ed è stato fantastico. Lì capisci di aver
lasciato un segno. Una vittoria sicuramente.
È vero che molte
persone, anche un parroco, le scrivono e la ringraziano per il testo della sua
canzone?
Mi stanno scrivendo da tantissimi posti. Anche medici dagli
ospedali e poi psicologi, insegnanti, tante scuole. La canzone sta arrivando a
tantissime persone e davvero mi sembra surreale. Al bambino, al ragazzo, alla
mamma o al nonno, questa canzone piace e sta coprendo varie generazioni, anche
in campi particolari.
È stato un fan di
Eminem, ma i suoi testi non ne sembrano affatto influenzati…
All’inizio sì. Poi ho trovato la mia chiave e ho seguito
semplicemente quello che mi andava di fare. Io mi racconto, perché la musica è
stata sempre l’unico modo che ho trovato di parlare di me. Le tematiche sono
diverse dalle sue e ho trovato la mia via. Lui è stato fondamentale perché mi
ha fatto entrare nel mondo dell’hip hop e mi ha trasmesso questa voglia di fare
musica.
Ha mai avuto un
contatto con Eminem?
Purtroppo no, ma lo sogno. Era tra i miei sogni anche Macklemore
che poi ho avuto la possibilità di conoscere, due anni fa circa, ho cantato
prima di un suo concerto ed è stato fantastico. Eminem è un pezzo di un puzzle
che ancora devo completare e spero, al più presto, di incontrarlo anche solo 5
minuti, perché sono un suo super fan.
Quando uscirà il suo
album? Ed intanto “Supereroi” diventa anche un tour con partenza il 6 aprile a
Firenze…
Sto lavorando al nuovo album e uscirà quest’anno, ma ancora
non posso dire la data. Devo finire tutte le canzoni perché ho pochissimo tempo
per stare in studio. Poi io scrivo solo quando piove e quindi devo incastrare
un po’ di pianeti… Però sto lavorando moltissimo anche al tour che ha la prima
parte già sold out. Quest’anno sarò in giro per tutta l’Italia e finalmente
riuscirò ad incontrare tutte le persone che mi hanno sostenuto a Sanremo ma
anche prima. Si creerà quella magia possibile solo con i live.
Il suo supereroe nella
vita quotidiana?
Dirne uno sarebbe riduttivo. Penso davvero che per me lo
siano tutte le persone che mi circondano perché ognuna di queste, in qualche modo,
mi ha aiutato. Sceglierne una è come chiedere ad una madre il figlio preferito.
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