Eppure cadiamo felici

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Dal 6 ottobre su RaiPlay la nuova serie dedicata all’adolescenza liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Enrico Galiano con la regia di Matteo Oleotto. Con Gaja Masciale, Giorgia Wurth, Matteo Branciamore

Da un romanzo di successo, a una serie che ha tutte le premesse per incontrare il favore del pubblico di RaiPlay. L’adolescenza è un periodo terribile per tutti, ma soprattutto per Gioia Spada (Gaja Masciale), 16 anni, costretta a traslocare per l’ennesima volta in un paesino con sua madre Sabrina (Giorgia Wurth). Sabrina, giovane e bellissima, ha avuto la brillante idea di andare a vivere a Gorizia dalla Nonna Claudia (Paola Sambo), ex frontwoman di una band grunge con la quale non ha rapporti da anni. Oltre alla disastrosa situazione familiare, Gioia deve confrontarsi con l’inserimento in una nuova scuola che, per una come lei, solitaria, senza amici e senza social non è proprio semplice. Gioia, però, ha una passione: scattare foto alle persone girate di spalle. Questo perché, secondo il suo sguardo cinico ma romantico, il mondo “di spalle” appare migliore di quello che è. A scuola fa la conoscenza di Sara (Margherita Morchio), della bella e stronza Ludovica Benni (Linda Pani), che  la  prende  subito  di  mira, del figo del liceo Andrea (Enea Barozzi), uno sfacciato Dj con grande risonanza social. E fra i professori c’è Bove (Matteo Branciamore): scapestrato, ribelle, incasinato, è l’unico che riesce a capirla. Nonostante l’interesse di Andrea, Gioia ha occhi solo per LO (Costantino Seghi), un ragazzo misterioso che la aspetta di notte in posti dove nessuno può vederli. Lo vive per strada, assieme a un anziano senzatetto; ha commesso qualcosa di terribile in passato e potrebbe farlo di nuovo. Gioia non sa che la verità la travolgerà come un fiume in piena. “Eppure cadiamo felici”, diretta da Matteo Oleotto, è liberamente ispirata all’omonimo bestseller di Enrico Galiano. Sin dall’uscita in libreria nel 2017, il libro ha conquistato il cuore di migliaia di lettori in tutta Italia, diventando un fenomeno di culto e social. “Il mio punto di partenza è stato sicuramente il romanzo di Enrico Galiano – afferma il regista – un testo che ho trovato molto divertente e ricco di suggestioni visive. È proprio la lettura che mi ha ispirato un certo uso del colore, elemento importante nella serie. Oltre ai colori, abbiamo scelto delle location con delle forme geometriche molto precise: volevo costruire un racconto colorato, che a tratti può sembrare forse un po’ eccessivo, ma che ci sembrava giusto. Un mondo caldo, colorato e accogliente creato attorno ai personaggi”.

I personaggi della serie

GIOIA
Ha sedici anni e un carattere all’apparenza ruvido e spigoloso. Ma è solo una maschera, muro sottile dietro cui nasconde le sue tante insicurezze. Ironica e tagliente ma, al contempo, timida, fragile e indifesa ha un rapporto conflittuale ma di grande complicità con sua madre, la causa ultima della sua vita nomade che l’ha portata a cambiare città più volte dei vestiti. Proprio per questo non ha mai avuto un vero amore o una vera amica. L’arrivo a Gorizia, dove sua madre è nata, le regalerà l’amore, nuove amicizie e anche qualcosa in più: una nonna speciale! Peccato che Lo, il ragazzo che le farà perdere la testa, è per tutti morto un anno prima.

LO
Affascinante, passionale, sfuggente. Lo è un mistero, a cominciare dal nome con cui si presenta a Gioia. Un “articolo determinativo” – come l’apostrofa lei con l’ironia che la caratterizza – che di certo e determinato ha ben poco. Nel suo passato e nel suo presente si nasconde, infatti, un segreto che Gioia, suo malgrado, sarà costretta a scoprire. Il ragazzo ha contraddizioni e sentimenti non espressi, ma sotto la superficie si nasconde il bisogno di qualcuno che lo aiuti a confrontarsi con i suoi fantasmi e a superarli. Gioia gli permetterà di guardare dentro di sé e di aprirsi sinceramente.

SABRINA
Sabrina non è esattamente la madre che tutti vorrebbero avere. O almeno questo è quello che Gioia pensa di lei. Svampita, inaffidabile, pasticciona, ma anche generosa, allegra, ipersensibile, Sabrina prende ogni decisione d’istinto e senza pensarci troppo, almeno fino al momento in cui non è costretta a fare i conti per la prima volta con le proprie responsabilità di madre e di figlia.

CLAUDIA
Più che una nonna, un’icona. Un’icona rock. Claudia, ex leader di un gruppo musicale alternativo degli anni ’90, ha improntato tutta la propria vita a non seguire gli schemi, fieramente anticonformista, antiborghese, antitutto, in perenne aperto conflitto con la frivola spensieratezza di sua figlia. Saranno la malattia e la scoperta di essere parte di una famiglia a farle rivalutare il proprio modello di vita autarchico e solitario.

ANDREA
Bello, simpatico, intelligente, Andrea, leader del liceo, sembrerebbe avere tutto per essere felice. Si renderà conto che non è proprio così semplice nel momento in cui si innamorerà per la prima volta e capirà che seguire il proprio sogno musicale ha un prezzo molto alto.

SARA
Sara è l’opposto di Gioia: sfrontata, sicura di sé e incurante dei giudizi di tutti. Lesbica convinta, è figlia di una ricca famiglia di Gorizia che l’adora. Almeno all’apparenza una vita perfetta, ma che nasconde più di una zona d’ombra, figlia dell’ipocrisia di un padre che strumentalizza la sua battaglia per i diritti e l’uguaglianza per fini “elettorali”. Sì, perché dietro la sua patina dorata, ogni famiglia, anche la sua, nasconde mancanze e problemi. E un problema grande Sara ce l’ha con la sua paura di amare davvero, di lasciarsi andare per timore di soffrire, sentirsi un accessorio come le capita con suo padre. Ma, grazie anche alla vicinanza di Gioia, imparerà a fare i conti con i suoi timori e a superarli. Si spera!

PROFESSOR BOVE

Non bisogna essere per forza un ottimo insegnante per diventare un bravo maestro. Bove non lo sa ancora ma è destinato a scoprirlo presto! Ex ricercatore che si è visto rubare tutti i meriti da un collega che considerava anche amico, appena divorziato dopo un matrimonio devastante, Bove è un perdente nato. Forse anche per questo, sin dall’inizio, attira le simpatie di Gioia che vede in lui qualcuno capace di capirla senza giudicarla. Peccato che, tra mille donne, si innamorerà proprio di sua madre. Davvero un bel casino!

ALFREDO
Burbero e dalla battuta sagace, Alfredo è l’orso dal cuore buono, gestisce l’omonimo bar dalla clientela affezionata che verrà rivoluzionato dall’arrivo della nuova cameriera, Sabrina. Nasconde anche lui, come lei, qualche segreto, ma una volta messa da parte ogni diffidenza, farà di tutto per aiutarla.

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L’Agorà del Weekend

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SARA MARIANI

Da quasi dieci anni nella squadra del programma come redattrice e inviata, la giornalista conduce ora gli appuntamenti del fine settimana: «Fiera che l’azienda abbia investito su di me». Il sabato e la domenica alle 8 su Rai 3

Agorà,2023

“Agorà Weekend”, che viaggio è per gli spettatori e per te?

Cerchiamo di informare, di approfondire, scegliendo dei focus per le nostre puntate, ma facendolo anche con leggerezza, con un approccio più accogliente e adatto al fine settimana. Ci sono gli inviati con i loro servizi, con i collegamenti in diretta, per un racconto articolato con un taglio diverso. Raccontiamo meno la politica stretta e piuttosto come la politica si riflette sul mondo reale. Diamo spazio anche all’approfondimento culturale, a me tanto caro anche per la mia formazione umanistica, con inserti di terza pagina. Fermo restando che i fatti dell’attualità continueranno ad avere la precedenza nella narrazione. Se succede un evento importante “Agorà Weekend”, così come “Agorà”, sono in prima linea, come accaduto, ad esempio, in primavera, con l’alluvione in Romagna.

Nel segno del servizio pubblico…

E grazie all’apporto, fondamentale, delle redazioni regionali della TgR. Le risorse messe a disposizione dall’azienda rappresentano un vero valore.

Cosa significa avere in mano la fiducia dello spettatore e continuare a meritarsela?

È la grande scommessa. Bisogna continuare ad agire nel solco di una tradizione autorevole, quella di “Agorà”. La fiducia si rinnova preparandosi, guardandosi intorno, non smettendo mai di studiare, cercando di mantenere gli occhi aperti. Vuol dire anche concentrarsi sulle cose e sul come raccontarle, e non sul chi le cose le racconta. I più grandi esempi di buona informazione sono esperienze collettive.

Come è cambiato nel tempo il racconto della politica e della società nella narrazione di “Agorà”, come di “Agorà Weekend”?

Se apri i social, se accedi ai mille modi di informarsi che abbiamo, vedi che i tempi di fruizione dell’informazione sono cambiati. Ecco, è importante prenderne atto, farlo, pur senza caderne vittime. La cosa più intrigante è che questo lo ha capito in primo luogo la comunicazione politica stessa, cambiando passo.

Come nasce una tua intervista?

Dal saputo e al tempo stesso da una curiosità soggettiva. È lecito chiedersi, perché questa persona mi incuriosisce? Un’intervista è sempre l’incontro tra due persone. Ad “Agorà” cerchiamo anche di costruire nuovi ruoli per i nostri ospiti, per personaggi che vengono da noi. Chi ha detto che Mario Tozzi debba parlare solo di ambiente? Chi ha detto che un politico debba per forza parlare di ciò che si occupa? È un percorso interessante da fare.

Come reagisci quando un intervistato sembra non dirti la verità?

È complicato, anche perché è difficile capire quando un ospite ti sta mentendo. Non sono una di quei giornalisti che pensano che la verità sia una e una sola, che sia così chiara e lampante da vedere in ogni momento. La mia formazione mi porta a considerare il percorso dialettico. Ovviamente la verità non si costruisce, ma possiamo provare a fare ragionare le persone, sulla base di un racconto, un dialogo, che nella realtà ci vanno. La grande sfida è sempre quella di dare modo a chi ci guarda di farsi un’idea. Ho sempre voglia di capire le cose mentre le sto scoprendo, un percorso che si fa insieme allo spettatore, andando oltre i barocchismi e ai tecnicismi della politica.

Se potessi intervistare un protagonista della storia repubblicana passata, chi sceglieresti?

Se rispondo con il cuore, da italianista, dico Italo Calvino, del quale il 15 ottobre

cadrà il centenario della nascita. Sono molto sensibile alla narrazione, al racconto, alla letteratura. Avvicinarsi a Calvino, leggerlo, studiarlo, significa anche capire il Paese.

Di che cosa parleresti con lui?

Mi piacerebbe parlare di tutto, di come vede cambiato il popolo italiano, inteso come insieme di cittadini. Gli chiederei di dirmi la sua sulla nuova impostazione della politica. E poi gli domanderei anche come si possa andare incontro alle esigenze dei nuovi italiani anche nell’ambito dell’informazione.

A proposito di italiani, in tutti questi anni di lavoro ad “Agorà” cosa hai scoperto di loro?

Ho scoperto un Paese che ha voglia di essere ascoltato. Che ha voglia di dare il proprio contributo ma che ha perso di vista gli strumenti per provare a farlo. C’è un rischio di scollamento fra il mondo raccontato e il mondo reale, che è molto più sfaccettato e difficile da ridurre a una immagine univoca. Questa è la difficile scommessa sul racconto del Paese. Ma credo che l’informazione debba tornare in qualche modo a fare un vecchio lavoro: quello di dare un contributo e degli strumenti per costruirsi pensiero e coscienza critica, una parola non più di moda purtroppo.

Lavoro a parte cosa ti fa stare bene?

La persona che sta per aprire la porta di casa in questo momento, il mio compagno Michele. Ho la fortuna di avere una famiglia e amici meravigliosi, ma in particolare lui. È un regalo grande.

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Mix perfetto di fiction e vita vera

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“Imma Tataranni” torna e stravince, appassionando il pubblico italiano e trovando il gradimento anche fuori dai confini nostrani: “Con grande piacere abbiamo scoperto che “Imma Tataranni” è stata venduta in moltissimi paesi nel mondo” racconta Massimiliano Gallo

“Lo straordinario risultato d’ascolto del primo appuntamento conferma ulteriormente l’assoluta qualità di un prodotto che attraverso il linguaggio della fiction sa unire alla perfezione l’aspetto ‘investigativo’ e la vita quotidiana, con tutti i suoi risvolti umani. Senza dimenticare di lasciare al pubblico – con leggerezza – la riflessione su temi che interpellano ciascuno di noi” commenta Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction. “Il mio ringraziamento – prosegue Ammirati – va a un cast eccezionale, a partire da Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo, agli straordinari registi Francesco Amato e Kiko Rosati, a Ibc Movie e Rai Com che hanno condiviso l’impegno produttivo. E alla città di Matera, senza la quale Imma non sarebbe Imma”

MASSIMILIANO GALLO

Quanto ci è mancato Pietro…

Una terza serie piena di soprese incredibili, con Pietro alle prese con la crisi matrimoniale, il suo incontro con Sara e il nuovo hobby, la scrittura. Sì, Pietro frequenterà un corso di scrittura per cimentarsi con la criminologia.

L’amore per la serie è volato oltre i confini nazionali…

Con grande piacere abbiamo scoperto che “Imma Tataranni” è stata venduta in moltissimi paesi nel mondo. Le ragioni di questo successo sono da ricercare nella sua capacità di raccontare storie vere, di presentare dinamiche familiari in cui tutti, in qualsiasi parte del pianeta, si possono riconoscere. C’è poi il quadro di un’Italia straordinaria filtrata dalla bellezza di Matera, città simbolo di una territorialità che racchiude una storia universale.

Quale lavoro è stato compiuto per proporre una serie mai “ripetitiva”?

Fin dal principio c’è stata una cura attentissima sulla scrittura, sui personaggi, un grande lavoro di approfondimento. Il nostro regista, Francesco Amato, è il padre di tutta questa operazione, molto attento a “ritoccare” le battute per renderle sempre più efficaci. La serialità è un terreno molto complicato nel quale ci si concentra spesso solo sull’elemento sorpresa. Io credo, però, che il pubblico si affeziona ai personaggi, vuole riconoscerli e seguire la maturazione durante l’arco narrativo di una vita possibile, con i toni del dramma e della commedia.

CARLO BUCCIROSSO

Che esperienza è stata in questa terza stagione?

È sempre molto complicato per un attore rispondere a questa domanda, perché si gira molto tempo prima della messa in onda e i ricordi del set sono un po’ sbiaditi… quello che però rimane forte è l’emozione.

Perché amiamo così tanto questa serie?

I motivi del successo di una serie vanno cercati nella semplicità, al di là della simpatia degli attori e della credibilità di ciò che si racconta e di come si racconta. A questo aggiungiamo una sceneggiatura importante, una scelta azzeccata dei ruoli, anche quelli minori, un cast credibile, una direzione eccelsa e il modo così naturale di raccontare e interpretare queste storie. Fino a questo momento mi sono sempre divertito, se il pubblico, gli attori, il regista lo vorranno, spero che si possa andare ancora avanti. È un po’ come la vita, una convivenza.

La città dei Sassi, un fascino irresistibile

Matera esce sempre molto bene dai film e dalle serie, rappresenta una location meravigliosa che dona fascino a ciò che si racconta.

E veniamo a Vitali…

… sempre ligio al dovere, in perenne combutta con il Sostituto procuratore. Affronta le situazioni con grande grande naturalezza e con ironia, dividendosi tra lavoro e famiglia, mai tanto presente, a parte mio figlio.

ALESSIO LAPICE

Quanto amore per il maresciallo Calogiuri

Dalla fine della seconda stagione ho dovuto rispondere tantissime volte alla domanda: “Ma ti svegli?”, come se io, Alessio Lapice, fossi Calogiuri anche fuori dal set. Sono stato inondato dall’affetto della gente, dalla gratitudine del pubblico che ci segue con grande interesse. Questa è, secondo me, la stagione più ricca di accadimenti e di colpi di scena, a un certo punto i personaggi centrali tenderanno a spezzarsi nel tentativo di unirsi a nuove strade che potrebbero allontanarli… o forse no (ride).

Perché la serie piace così tanto?

Sceneggiatori molto bravi che rimescolano sempre le carte, mantenendo però sempre le linee centrali e lo stile sempre più intrigante della serie, un regista che inserisce sempre nuovi ostacoli nel percorso dei protagonisti. Lo abbiamo visto con Calogiuri, da ragazzo innocente, puro, un soldatino disciplinato e diligente, si trasforma piano piano in un uomo più sicuro di sé.

ALICE LAZZARITI

Come si sopravvive in questa famiglia così bizzarra?

Una famiglia molto particolare, non proprio convenzionale, nella quale però tutti ci si possono ritrovare e provare empatia. C’è papà Pietro, l’uomo di casa, mamma Imma, verso la quale la figlia prova terrore – e chi non lo avrebbe incrociando quella camminata e quello sguardo così inquietante. E poi ci sono le nonne che, anche in questa terza stagione, sapranno stupire il pubblico.

e Valentina…

… parte per Napoli, iniziando un nuovo percorso, quello della maturazione e della consapevolezza. In questa stagione sarà sempre più il tramite della comunicazione tra i suoi genitori.

Lei è cresciuta con il suo personaggio…

Quando ho iniziato avevo 17 anni, oggi ne ho 22. Sono cresciuta sul set con Valentina, un personaggio al quale sono molto affezionata, è una parte di me. Il viaggio che ho condiviso con “Imma Tataranni” sarà sempre un pezzo del mio cuore.

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Cuori 2, le voci dei protagonisti

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La domenica su Rai 1 i nuovi episodi della serie che ci riporta nella Torino degli anni Sessanta all’ospedale delle Molinette. La ricerca e i progressi della medicina insieme ai sentimenti e alle vicende dei protagonisti. In questo numero le interviste a Pilar Fogliati e alle new entry Alessandro Tersigni e Paolo Conticini

PILAR FOGLIATI

Il ritmo del sogno italiano che continua

La protagonista al RadiocorriereTv: «Portiamo in scena la fierezza di essere italiani e creatori, di sentirsi tra i migliori nel creare qualcosa di rivoluzionario»

La seconda volta di Pilar con l’outfit medico…

È molto bello indossare il camice, ci sono abiti che fanno immediatamente sentire la gerarchia. Far finta di essere un cardiologo, a un certo punto, ti fa sentire di esserlo, ci si abitua un po’ (ride)… tutti sul set dicevano “è arrivata la dottoressa”. Mi piacciono i ruoli dove c’è una formalità, inoltre credo che ci siano mestieri come quello del medico o dell’insegnante che possano determinare il futuro di un Paese. È stato davvero un privilegio indossare quella “divisa”.

Medico dall’orecchio assoluto, ma non esente da problemi di cuore. Come ritroviamo la dottoressa Brunello?

Come al solito, siamo tutti più bravi a dare consigli agli altri, ma quando si tratta di noi tutto diventa più difficile. La Brunello ha un dono, una sensibilità incredibile che l’aita a capire le micro-frequenze del cuore, metaforicamente sarebbe come riuscire a comprendere quelle dei sentimenti che provi, a imparare a riconoscerli, a seguirli e a buttarsi. Lei, però, è un po’ lenta in questo, perché è una donna che ragiona moltissimo, di per sé un aspetto positivo, se non fosse che la tanta ragione non è mai la migliore amica del cuore. È forse questo il paradosso del mondo, chi non ha mai detto “sono diviso tra cuore e testa?”. Il nocciolo della serie, secondo me, gira secondo me su questo grande interrogativo, qualcosa di estremamente umano, che ci unisce tutti.

In questa seconda stagione Delia giocherà un “quadrangolare”. Cosa succederà dal punto di vista sentimentale?

Il triangolo amoroso della prima stagione si è affolla, ci sono personaggi nuovi che per Delia rappresenteranno una bella opportunità di leggerezza e divertimento. Ci vorrà del tempo, nelle prime puntate la vedremo ancora alle prese con la sua solitudine, con una vita privata che vacilla, ma sempre perfetta dal punto di vista professionale. L’entrata in scena dell’Ispettore Giraudo, interpretato da Alessandro Tersigni, rappresenta per lei la possibilità di uscire dal deserto sentimentale in cui si trova, di riscoprire il senso dell’amore, il battito del cuore, non solo per l’angoscia, ma per l’innamoramento, per l’eccitazione, per il desiderio e per la curiosità.

“Cuori” ha avuto un importante riscontro anche a livello internazionale. Cosa rende il pubblico estero così attento a questa serie?

Una serie ambientata in un ospedale rappresenta un palcoscenico perfetto per intrecci emozionali, si presta bene per una storia con cui devi empatizzare, e poi, l’Italia degli anni Sessanta è veramente bella. Per uno straniero deve essere davvero interessante conoscere il nostro Paese attraverso i ricordi di un’epoca lontana, piena di curiosità, nella quale si respirava, ovunque, la voglia di rompere con il passato, di aprirsi al futuro, il desiderio di guardare la luna, ma anche mettere le zip sui vestiti…

Una serie che racconta il “made in Italy” artistico e cinematografico…

Portiamo in scena la fierezza di essere italiani e creatori, di sentirsi tra i migliori nel creare qualcosa di rivoluzionario. C’era fiducia nelle proprie capacità, non si avvertiva il timore reverenziale che si prova oggi verso altri Paesi. Mi dispiace che si sia spenta questa luce, l’idea che “se lo posso sognare, lo posso raggiungere”. Ci si metteva alla prova senza la paura di fallire.

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Splendida Cornice

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NUOVA STAGIONE

Geppi Cucciari torna in prima serata su Rai 3 con una nuova edizione del programma di intrattenimento culturale, evasione, divulgazione e satira. In scena la contaminazione alto e basso, umorismo e conoscenza, cultura e incultura. Tanti ingredienti di un racconto sorprendente. Da giovedì 28 settembre

Una “splendida cornice” che cerca di sorprendere ogni settimana il telespettatore. Il programma di Rai Cultura condotto da Geppi Cucciari torna su Rai 3 per raccontare nuove storie e trasferire emozioni, in un viaggio tra arte, satira ed evasione, rimanendo sempre in contatto con l’attualità. Obiettivo degli autori, la ricerca di un racconto laterale, spiazzante, inaspettato. Umano. Lo studio ospita un pubblico di 120 spettatori selezionati attraverso le categorie demografiche Gfk: anziani da bar, protagonisti, donne doppio ruolo. Caselle del marketing che diventano persone in carne e ossa e fanno domande a chi ne sa: i competenti, quattro cattedratici di provata professionalità costretti a barcamenarsi con quesiti spesso improbabili, tra i quali spicca il femminismo dell’irresistibile Amalia Ercoli Finzi, la prima ingegnera aero-spaziale italiana, e il funambolismo parolaio del linguista Giuseppe Antonelli. I loro interventi sono le boe attraverso cui si dipana il programma, insieme al controllo ortografico di Andrea Maggi, il professore d’italiano de “Il Collegio”, che dovrebbe correggere gli errori altrui ma spesso finisce vittima dell’ironia della conduttrice. La band di Nicola “Ballo” Balestri funge da autoradio della trasmissione e da accompagnamento di livello per le performance dal vivo. Dopo le clip satiriche della scorsa stagione, la seconda edizione di “Splendida Cornice” si misurerà in un divertente gioco ironico con i protagonisti della Rai 3 di tutte le epoche storiche, mentre ad Alessandro Arcodia resta affidato il ruolo di incursore negli eventi culturali e no, e gli scrittori verranno coinvolti in un nuovo talent show basato sul rito delle promozioni librarie: “Tre presentazioni”. Tornano anche i vox populi orientati in cui un maldestro inviato convince i passanti a interpretare per lui i protagonisti di cronaca, spettacolo e politica. La regia è di Alessandro Renna.

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Belve

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Sempre più imprevedibile…

La prima serata che tutti aspettavano arriva su Rai 2, in anticipo rispetto alla prevista messa in onda. Francesca Fagnani alla guida del programma ormai “cult” della tv. Da martedì 26 settembre

Cinque nuove puntate in prima serata della trasmissione “cult” condotta da Francesca Fagnani che, come sempre, darà spazio a interviste imprevedibili a personaggi al centro della cronaca, del costume e della politica. Novità di questa nuova edizione di “Belve” la presenza di un cast fisso con Vincenzo De Lucia e le Eterobasiche, oltre a una serie di stand up affidati ad attori e attrici.

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Cuori, la seconda stagione

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Daniele Pecci, Matteo Martari e Pilar Fogliati sono i protagonisti delle nuove puntate dirette da Riccardo Donna, una coproduzione di Rai Fiction, Rai Com e Aurora Tv. Da domenica 1° ottobre in prima serata su Rai 1

Dopo il successo della prima stagione tornano le vicende e i protagonisti di “Cuori”, serie di Rai 1 che ci porta nel cuore degli anni Sessanta, a Torino. Lasciata definitivamente alle spalle la Seconda guerra mondiale, si diffonde la sensazione di poter cambiare il corso della vita umana sconfiggendo malattie fino ad allora incurabili. La medicina appassiona e arroventa dibattiti etici, religiosi, filosofici, politici. “Cuori” racconta la storia di un gruppo di medici che si avventurano come pionieri in territori sconosciuti, nel tentativo di salvare quante più vite umane possibile. In questa seconda stagione Alberto, Cesare e gli altri medici delle Molinette sono impegnati a inventare nuove soluzioni creative: come un sistema per il monitoraggio a distanza sfruttando il telefono o addirittura un piccolo pezzo di legno utilizzato per stabilizzare il flusso di sangue nel cuore. E non manca un grande progetto: l’avventura del primo pacemaker italiano, con il tentativo di migliorare il progetto originale americano. Inventato agli inizi degli anni ’60 per errore, come spesso accade nella scienza, dal chirurgo americano Clarence Walton Lillehei e dall’ingegnere e appassionato radiotecnico Wilson Greatbatch, il pacemaker è l’apparecchio capace di stimolare elettricamente i circuiti difettosi di un cuore. Uno strumento talmente rivoluzionario che la National Society of Professional Engineers lo ha inserito tra i dieci contributi ingegneristici più importanti dell’ultimo secolo. Ma “Cuori” non è solo medicina e cardiologia, è anche grandi amori, passioni che tolgono il sonno, sentimenti delicati che chiedono di crescere. Alberto (Matteo Martari), Delia (Pilar Fogliati), Cesare (Daniele Pecci) e tutti gli altri lo sanno bene: è più facile guarire un cuore da una malattia che curare le ferite del proprio animo. La prima stagione si chiude con Cesare sospeso fra la vita e la morte. Anche se l’intervento fatto da Alberto è andato a buon fine la sorte del primario rimane appesa a un filo e Delia non trova il momento adatto per parlargli. Passano nove mesi.

La nuova stagione

È il luglio del 1968. Il sogno d’amore di Delia e Alberto non si è compiuto. La notizia della gravidanza di Karen ha separato una volta ancora i due innamorati che vivono cercando di mantenere le distanze. Inoltre Luisa è alle prese con le conseguenze fisiche degli elettroshock subiti, tanto che Alberto inizia una corsa contro il tempo per riparare il suo cuore malato tentando un’altra clamorosa impresa. Come se non bastasse Cesare torna deciso a riprendersi le Molinette e tutte le rivincite che ritiene di meritare. Mette nel mirino Mosca che nel frattempo è divenuto primario. L’ambizioso medico è determinato ad affrancarsi dal suocero e dalla moglie per poter finalmente vivere alla luce del sole l’amore che prova per Agata, l’unica donna che l’abbia mai davvero compreso. Assieme a Cesare torna anche Virginia, durante i mesi trascorsi con il padre in Francia è cresciuta, come donna e come medico. E anche se non ha dimenticato Fausto quando si imbatte in Helmut, un giovane inserviente delle Molinette arrivato da Berlino Est che dà prova di un grande talento per la medicina, desidera aiutarlo… E forse non è solo per altruismo. Così come certamente non è per altruismo che Serenella si dà da fare per aiutare il nuovo radiologo, Andrea Foschini. È un uomo galante, gentile e rispettoso. Tutto il contrario di Ferruccio Bonomo. Incredibile che i due siano cugini. E anche se l’anestesista dongiovanni continua imperterrito a fare strage di cuori, forse inizia a guardare ai due con un pizzico di gelosia. In tutto questo la vita dell’ospedale scorre come sempre. E il destino che sembra fare di tutto per tenere separati Delia e Alberto sembra tramare anche per farli riavvicinare. Se Alberto, infatti, si innamora del piccolo Carlo sin dalla prima volta in cui lo tiene in braccio e deve scoprire cosa significhi essere padre, Delia si trova alle prese con Anna, una paffuta neonata che riesce a salvare durante un intervento. Nasce così un percorso parallelo, fatto di presenze discrete e vicinanze sottovoce, che alimenta quell’amore che i due medici tentano invano di sopire. Un amore che sembra ormai impossibile, visto che Alberto ha formato una nuova famiglia. Allora forse per Delia sarebbe meglio chiudere con il passato e aprirsi all’ispettore Marcello Giraudo, un uomo affascinante e galante che arriva alle Molinette per seguire un’indagine e che inizia a corteggiarla con dedizione e dolcezza, facendola di nuovo sorridere dopo tanto tempo. A sconvolgere Le Molinette arriva, infatti, anche la misteriosa morte di uno dei personaggi. Ma si è trattato di un incidente o di un omicidio? In questa seconda stagione di Cuori non manca nemmeno un giallo… Da domenica 1° ottobre in prima serata su Rai 1.

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Quattro giorni per la libertà: Napoli 1943

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Ottant’anni fa la città del Golfo fu la prima a liberarsi dai nazifascisti. In strada scesero donne, uomini, bambini e femminielli. Venerdì 29 settembre in prima serata su Rai 3 

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 la guerra si fece ancora più sanguinosa. Le truppe tedesche e i soldati fascisti, invece di lasciare il Golfo da sconfitti, ordinarono lo sgombro di centinaia di migliaia di abitanti dalla costa, continuando a mettere a fuoco e saccheggiare, ordinando il rastrellamento dei giovani, e la fucilazione per chi si sottraeva. Hitler ordinò che Napoli venisse ridotta in “cenere e fango”. Ma Napoli reagì, «prima metropoli europea a levarsi contro l’oppressore nazifascista con le sole forze del suo popolo», come ha scritto lo studioso Guido D’Agostino, rendendosi protagonista di una delle pagine più intense e commoventi della Resistenza. Tra il 27 e il 30 settembre 1943 in strada scesero tutti, aristocratici e operai, donne, femminielli e bambini; si persero moltissime vite, ma la vittoria arrivò, dolorosa, eroica e potente. “Quattro giorni per la libertà: Napoli 1943”, di Massimo Ferrari, una produzione Big Sur con Luce Cinecittà in collaborazione con Rai Documentari, Titanus s.p.a. e Mad Entertainment, celebra la liberazione di Napoli in occasione del suo ottantesimo anniversario. Con i testi di Maurizio De Giovanni e la voce di Napoli interpretata da Luisa Ranieri, con l’amichevole partecipazione di Massimiliano Gallo E Con Marisa Laurito, Cristina Donadio, Peppe Barra, Enzo Gragnaniello. In onda venerdì 29 settembre alle 21.15 Rai 3.

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Con garbo e ironia

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ROBERTO INCIOCCHI

Le notizie, il racconto della politica nelle prime ore del giorno, il talk, il confronto con la Rete. Il conduttore di “Agorà” al RadiocorriereTv: «La televisione deve comprendere le esigenze d’attenzione e d’ascolto della società». E di sé rivela: «Da bambino cantavo nel coro della Cappella Sistina. Fu la voce, a vent’anni ad avvicinarmi alla Tv»

Roberto Inciocchi,2023

Come vivi l’arrivo ad “Agorà”?

Con grande felicità. Vengo da vent’anni a Sky, quando si è concretizzata questa possibilità ho riflettuto e c’è stato il passaggio. Una volta arrivato abbiamo cominciato a confrontarci e ho trovato un clima molto bello, di grande disponibilità. Entrando in una casa nuova ho ascoltato tutti quanti, ma ho portato anche un po’ della mia esperienza. Quello che mi ha fatto davvero felice, nel corso delle settimane, conoscendo le persone, è stato trovare una squadra straordinaria, con autori altrettanto straordinari. Ho capito da subito che era un gruppo collaudato sul lavoro, ma anche di brave persone che avevano voglia di fare bene. Questo mi ha messo in una situazione di relativa serenità. Non potevo essere accolto meglio.

Che cosa significa raccontare la politica, i grandi fatti, di prima mattina?

Lo faccio da molto tempo. Ognuno sceglie la propria cifra, quella che gli viene naturale: io sono un conduttore garbato, certo, il confronto può anche accendersi, ma deve rimanere all’interno di un confine accettabile. La conduzione del mattino accompagna le persone al loro risveglio con serenità, al tempo stesso devi fare in modo che tutti i passaggi della trasmissione siano ritmati.

Come sta cambiando il racconto della politica in Tv, nei talk?

È evidente che la politica oggi interagisce con la Rete in maniera primaria. Ma la televisione, che racconta tutto ciò che accade in Rete, diventa un ulteriore amplificatore di quello che è il mondo social. Penso che chi fa Tv debba comprendere le esigenze d’attenzione e d’ascolto della società, credo che oggi possa funzionare un talk garbato condotto con grandissima ironia. Ovviamente tu non porti la Bibbia, ma puoi portare elementi di verità politica. Si va verso un racconto più lineare.

Ci sono domande che non farebbe mai a un suo ospite?

Non c’è domanda che a un politico non si possa fare. Ce ne sono alcune molto scomode, ma sulla base della mia esperienza dico che a quella domandina che proprio non vogliono, se gliela fai al momento giusto, non attaccando, e con un po’ di ironia, i politici sono persino felici di rispondere.

Come nasce una tua intervista?

Sono un po’ un malato della preparazione, non stacco mai la spina e sono continuamente aggiornato. Qualsiasi cosa io faccia controllo le agenzie, sul tablet, sul telefonino. È difficile che io possa perdere anche un solo passaggio, sono in aggiornamento continuo (sorride). Preparo sempre uno schema di intervista, per poi, spesso, non seguirlo nel corso della diretta. Ascolto le parole dell’interlocutore, penso che una buona intervista arrivi solamente da un buon ascolto. È l’intervistato a portarti sul terreno buono. Tutti vogliono dire qualcosa, tu devi comprendere in quale momento fare la domanda. Se non ascolti e segui una griglia preparata, spesso l’intervista non viene bene. Lo stesso approccio vale per la gestione della diretta. Raccontiamo minuto per minuto quello che accade, allontanandoci quando necessario dalla scaletta, aprendo finestre.

Come ti poni di fronte a una palese bugia di un tuo intervistato?

Arrivo da una formazione musicale. Quando sono in onda avverto una specie di ritmo, quando diventa controtempo, perché c’è qualcosa che non funziona oppure io non riesco a portare l’ospite sul terreno giusto, o cambio completamente approccio o uso l’arma dell’ironia per ritrovare il ritmo. Devi cambiare spartito e per farlo devi avere più registri. Spesso ce la si fa.

Se potessi intervistare un protagonista della storia repubblicana passata, chi sceglieresti?

Dopo trent’anni che frequento il Salento sono un salentino di elezione. Ogni volta che mi capita di arrivare a Maglie vedo la statua di Aldo Moro davanti alla casa natia e mi colpisce tanto: raffigura Moro con l’Unità sotto il braccio. È un’immagine che racconta un pezzo della nostra storia. Il primo personaggio che vorrei intervistare è proprio lui.

Cosa gli chiederesti?

In una lettera alla famiglia scrisse una cosa bellissima, vado a memoria: “Mia dolcissima Noretta, se ci fosse luce sarebbe bellissimo…”. Era la rassegnazione di sapere di andare alla morte, di essere probabilmente un meccanismo importante della storia. In quel momento si rivolge a quel che accadrà di lì a poco e dice.  Se potessi gli chiederei, ma c’è luce?

Politica a parte cosa ti dà emozione?

La musica. Ha fatto parte della mia vita sin da bimbo. Sembra 150 mila vite fa, ma nel 1978 ero solista del coro della Cappella Sistina, il più grande coro polifonico del mondo. Mi impegnava per molte ore della giornata. A 18-19 anni me ne andavo a fare pianobar la sera e mi guadagnavo qualche soldino per studiare…

Il tuo pezzo forte?

Gino Paoli. Andavo molto sul cantautorato italiano. Poi 20-25 anni fa, scoprii il ritmo ipnotico salentino, mi appassionai anche a tutti gli strumenti a cornice, dai tamburelli alle tammorre. Negli ultimi anni sono andato più sulla musica popolare che è un grande patrimonio del nostro Paese. A casa come in macchina, un sottofondo musicale devo sempre averlo.

La voce è stata per te anche la via d’accesso alla carriera televisiva…

È andata proprio così. Nel 1991 arrivai in Rai con un contratto da annunciatore, per leggere il giornale radio. Lavorai per un paio d’anni, fu una scuola straordinaria. Ero giovane e mi confrontavo con professionisti stimati. Poi, dentro alla voce, nel tempo, ho dovuto mettere dei contenuti (sorride).

La prima cosa che fai e pensi quando ti svegli…

Apro il tablet e vedo scaletta, copione e agenzie. Tutto questo con il primo caffè.

E la sera prima di dormire?

Ancora scaletta, copione e agenzie. È un microcosmo.

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Fidatevi di me (oppure no)

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PINO INSEGNO

Attesissimo dal pubblico, torna “Il mercante in fiera”. Il gioco, le carte (dal lattante al boomer), i concorrenti, un mix di allegria e pathos per accompagnare il pubblico al telegiornale della sera. Il padrone di casa si racconta al RadiocorriereTv: «La mia vita è avvolta dal sorriso. Mi prendo sempre in giro, questo non significa però che prenda le cose a barzellette». Dal lunedì al venerdì alle 19.50 su Rai 2

Roma, 27/07/2023 Pino Insegno posato in studio per RAI Foto: Federico Guberti – GRM Foto

“Il mercante in fiera” la aspetta, pronto a dare le carte ai suoi concorrenti?

Ho cominciato a registrare e sembrava passato un minuto dall’ultima puntata trasmessa anni fa. L’empatia con il gioco è stata immediata. È stata fatta una bellissima ricerca di concorrenti in tutta Italia. Al lavoro c’è una squadra in gamba, con Celeste Laudisio capo progetto, Dario Di Gennaro capo degli autori. Siamo tutti molto felici, è come se fossi mancato anch’io un po’ a tutti quanti. Ho sempre lasciato un buon ricordo di me, non ho mai costruito o creato problemi, ma ho sempre cercato di risolverli. Quando sei il conducente della macchina e sei nervoso, anche coloro che sono a bordo non sono tranquilli. Io rido e scherzo, sto con il pubblico, con tutti, siamo sulla stessa linea. Pensa se in sala operatoria arrivasse un chirurgo nervoso, come lavorerebbero mai l’anestesista, l’infermiera? Perché uno dovrebbe portare i propri problemi dove invece stai bene… Fai il contrario, prendi l’energia positiva e portala con te dove le cose vanno meno bene.

Che rapporto ha con i giochi di società, i giochi di carte…

Sono incapace (ride). Ancor più con giochi in cui serve pazienza, come gli scacchi. Gioco a dama perché è più rapido. Gioco a briscola, ecco, ma già il tressette mi crea problemi. Non gioco, non ho mai grattato e vinto. Magari consiglio il risultato della schedina, ma non la gioco. Non ho la pazienza di essere un concorrente. Meno male che “Il mercante in fiera” lo conduco. Anche con i videogiochi non è mai andata bene, mi prende l’ansia.

Da concorrente, dunque, non sarebbe competitivo…

Noooo (sorride). Entrambe le volte che ho giocato a “L’eredità” nelle edizioni Vip sono stato il primo a uscire.

Come si scoprono le criticità dell’avversario?

Bisogna essere esperti di comunicazione verbale e non verbale. Io porto avanti il gioco anche grazie a Dario Di Gennaro, che ho sempre come consigliere all’auricolare. Se vedo l’attaccamento di un concorrente a una carta che vale molto, devo fare il possibile per togliergliela. L’uomo da battere sono io. Certo, nel gioco c’è il libero arbitrio, sei tu che decidi se vendere, se scambiare, se accettare.

Il bluff è dietro l’angolo…

Dico a chi gioca di fidarsi di me… oppure no (sorride). Valgono tutto e il contrario di tutto. La cosa importante sono i concorrenti e le carte, a cui ti affezioni. E poi la possibilità, per il pubblico, di giocare da casa.

C’è una carta alla quale è più affezionato?

Alcune sono state cambiate. Potrei dire il lattante, quello classico del “Mercante in fiera”, che c’è ancora. E poi hanno fatto il boomer, che sono io, è terribile quella carta (ride).

Quanto boomer c’è, per davvero, dietro a Pino Insegno?

Se per boomer si intende una persona analogica, allora in me c’è il 100 per cento di boomer. So che il risultato delle cose è nel vinile, non nel cd. Dicono che la televisione sia cambiata, ma non è cambiato chi la guarda. Si dice che il calcio sia cambiato, ma non sono cambiati i tifosi. La gente è sempre affezionata alla verità, ai valori veri, alla famiglia, all’amore, alla simpatia, all’empatia. Sono quelle le cose che vincono. I film che funzionano sono quelli in cui alcune persone si uniscono e, insieme, arrivano all’obiettivo. Non è un caso. Se boomer significa questo, allora sono boomer.

Boomer e contento di esserlo…

È il fruscio del vinile che vince, non ce n’è per nessuno, pensi a un pezzo dei Pink Floyd, dei Deep Purple, dei Genesis, dei Rolling Stones. È gente che canta da quarant’anni, senza nulla togliere agli interpreti di oggi, che non sappiamo però se resisteranno altrettanto tempo.

Lei è scaramantico?

Il mio rapporto con la scaramanzia cambia in base a quello che faccio. Se salgo sul palcoscenico, sbatto accidentalmente il piede e lo spettacolo va bene, allora ogni sera sbatterò il piede. Non ci sono il viola, il 17…

Quando ha capito che la sua voce avrebbe potuto darle grandi soddisfazioni?

La voce la costruisci, proprio come gli addominali. La voce, che io insegno, è uno strumento con il quale nasciamo tutti, va dalla punta della testa a sotto il pube, ma devi saperla utilizzare, devi studiare.

Qual è il segreto?

… sono le intenzioni della voce a fare bello un discorso. Non è la voce bella, che è quella bassa. Perché se la utilizzo per cinque minuti con gli stessi hertz tu ti stanchi, ti addormenti. O se io urlassi per dieci minuti infastidirei chi ascolta. A contare sono le appoggiature, il modo di parlare, è questo che crea l’empatia con la persona.

Cos’è per lei la popolarità e come la vive?

È un’arma a doppio taglio, per questo devi saperla gestire, perché può anche essere una febbre. Devi accettarla, avere gratitudine nei confronti della gente e ricordartene sempre. Devi gratificare chi ti ferma per strada e farlo con grande umiltà. Spero ogni giorno che la gente mi saluti con affetto, mi auguro di azzeccare ogni nuovo doppiaggio, di fare bene ogni nuova trasmissione. Non do nulla per scontato, ricomincio da capo ogni minuto. Non mi dispiace se una persona mi chiede di fare una foto, mi dispiacerà il giorno in cui non me lo chiederà più.

Che cosa porta nel suo bagaglio, dagli esordi a oggi?

Tutto. Non dimentico di avere iniziato doppiando i film hard. So che agli inizi una direttrice del doppiaggio mi disse che non avrei mai fatto questo mestiere, ma non me lo porto dentro con rabbia, ma con gioia. Quei “no” mi sono serviti per scardinare quel portone, per vincere in qualche modo. La gavetta, i sacrifici, le difficoltà del passato rimangono in te e se li ritrovi sai come affrontarli.

Come vede il futuro per Pino?

Bello e gioioso, come sempre. Ha delle porte spalancate che non vedo l’ora di varcare per sapere cosa ci sia dietro. È un bellissimo mistero, anche se quel mistero può essere una capocciata forte. Però io entro, io vado, non torno indietro.

Quando il gioco si fa duro dove trova la leggerezza che la contraddistingue?

Qualche volta mia moglie dice superficialità, ma è leggerezza. Mi prendo sempre in giro, questo non significa però che prenda la vita a barzellette. Moriva mia mamma e il giorno dopo nasceva mio figlio, il giorno dopo ancora debuttavo su Rai 2 e c’era il funerale. Non l’ho presa con superficialità ma l’ho vissuta con un sorriso, pur mancandomi mamma ogni minuto. Se sei conscio dei tuoi punti di debolezza puoi farli diventare punti di forza.

Che cosa la rende felice?

Il fatto che questa mattina stiamo parlando del mio presente e del mio futuro, perché significa che sto facendo qualcosa di buono. Mi rende felice il sorriso di un bambino, quello di una persona che non sta bene e che magari grazie a un abbraccio sta meglio. Mi fa felice la gente che sorride, che attorno a me ci siano persone serene, e non parlo solo della mia famiglia.

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