Sei storie di
femminicidio per aiutare a riconoscere i campanelli d’allarme di relazioni dove
la vita delle donne è in pericolo. Al via la nuova stagione del programma, realizzato
in collaborazione con i Carabinieri e la Polizia, condotto da Emma D’Aquino. Da
giovedì 16 novembre in prima serata su Rai 3
Matilde D’Errico
Dal 16 novembre
ritorna in prima serata su Rai 3 “Amore Criminale”, con sei puntate condotte da
Emma D’Aquino. La trasmissione racconterà storie di femminicidio e continuerà a
denunciare il fenomeno sistemico della violenza sulle donne. Sin dalla prima edizione,
al programma è associata una Campagna di denuncia sul tema della violenza di
genere. Tutte le storie narrate nelle puntate sono ricostruite con una
docufiction, linguaggio che unisce documentario e ricostruzioni di fiction. A
parlare sono le famiglie delle vittime, gli avvocati, le forze dell’ordine, i
colleghi di lavoro e gli amici della vittima: ognuno di loro offre una preziosa
testimonianza.
“Amore Criminale”
– che va in onda dal 2007 (all’epoca in Italia non esisteva ancora la legge
sullo stalking e di violenza sulle donne si parlava pochissimo) – è una
trasmissione di servizio pubblico che aiuta a riconoscere i campanelli
d’allarme di relazioni dove la vita delle donne è in pericolo. Ogni puntata
racconta una storia vera, ricostruita con grande attenzione agli aspetti
psicologici e giudiziari. Amore Criminale narra vicende di violenza fisica,
psicologica, sessuale ed economica.
Sono tante le
donne che, dopo la messa in onda delle puntate, scrivono alla redazione
chiedendo sostegno e aiuto. La redazione fornisce a ognuna di loro il contatto
del Centro Antiviolenza più vicino al proprio domicilio, dove trovare
assistenza legale e psicologica e, nei casi più gravi, un posto dove rifugiarsi
anche con i figli. Il programma è realizzato in collaborazione con l’Arma dei
Carabinieri e la Polizia di Stato.
“Amore Criminale”
è un format La Bastoggi docu&fiction. Ideato da Matilde D’Errico e Maurizio
Iannelli (autori e registi), scritto con Romana Marrocco ed Elena Mandarano.
Prodotto da Ruvido Produzioni.
Un
fatto privato e pubblico insieme. Il dramma e la rinascita di una donna, ma
anche un evento destinato a cambiare la società italiana per sempre. Da martedì
14 novembre in prima serata Rai 1
È il 1975, quartiere popolare della Montagnola: Donatella
Colasanti (Ambrosia Caldarelli) e Rosaria Lopez (Adalgisa Manfrida), due
adolescenti piene di vita e di sogni, si preparano per uscire con dei ragazzi
della Roma bene, da poco conosciuti. Quando accettano di accompagnarli a una
festa al mare, non immaginano che quella gita presto diventerà un incubo:
sequestrate, picchiate e violentate per ore in una villa al Circeo, rinchiuse
nel bagagliaio di una macchina perché credute morte. La mattina del primo ottobre,
i giornali, le televisioni, le radio aprono tutti con la stessa notizia: in
un’auto in viale Pola sono state trovate due ragazze. Nude. Avvolte nelle
coperte. Una è morta. L’altra è viva: Donatella.
Il
delitto del Circeo scuote l’Italia. Il processo che ne segue viene raccontato
quotidianamente da tutti i giornali nazionali. Donne da ogni angolo del Paese
si presentano al tribunale di Latina per sostenere Donatella e assicurarsi che
gli assassini siano condannati all’ergastolo. Quello che però la ragazza ancora
non sa è che d’ora in poi non potrà mai più essere semplicemente Donatella, ma sempre e solo “la sopravvissuta
del Circeo”. Da quel momento, infatti, Donatella diventerà un simbolo
del movimento femminista, perché in gioco non c’è solo il desiderio di farla
pagare ai suoi aguzzini e agli assassini di Rosaria, ma ci sono anche i diritti
di tutte le donne. La posta in gioco è alta: cambiare la mentalità di un Paese
in cui lo stupro non è considerato un crimine contro la persona, ma un’offesa
alla pubblica morale. A difendere Donatella c’è Teresa Capogrossi (personaggio
di fantasia interpretato da Greta Scarano), la giovane e ambiziosa avvocata che
lavora prima per il noto penalista Fausto Tarsitano (personaggio realmente
esistito interpretato da Enrico Ianniello), e poi per Tina Lagostena Bassi
(personaggio realmente esistito e interpretato da Pia Lanciotti), l’“avvocato
delle donne”, impegnata in prima linea per la riforma della legge sulla violenza
sessuale. Teresa è una donna idealista e appassionata con forte sete di
giustizia che, come una sorella maggiore, imparerà a prendersi cura di
Donatella dimostrando che può vincere il processo e cambiare la legge. A ogni
costo. In questo lungo viaggio verso la giustizia, le due donne impareranno
molto l’una dall’altra, in una ricerca costante della propria identità e del
proprio ruolo nel mondo.
Da domenica 12
novembre, in prima serata su Rai 2, il docu-reality che accompagna i ragazzi
della generazione Z verso la vita adulta. Tra le novità una nuova location e la
selezione delle reclute che inizierà da subito
Dopo il successo della
prima edizione, andata in onda nel 2021, torna “La Caserma“, il docu-reality
che accompagna la “Generazione Z”, ragazzi tra i 18 e i 23 anni, verso la vita
adulta. In onda in prima serata su Rai 2 a partire da domenica 12
novembre, il programma si articola in 6
episodi. Alcuni di questi prevedono l’eliminazionedi uno o più partecipanti,
fino ad arrivare all’agognata finale con la premiazione della squadra vincitrice e della recluta migliore.
I PROTAGONISTI
Rispetto alla scorsa
edizione, il docu-reality si presenta ancora più competitivo perché il posto in
caserma non è garantito e ancora più mirato alla vita di gruppo in un’epoca in cui i ragazzi sono sempre più isolati e con difficoltà
relazionali. Lo scopo del programma sarà, infatti, la formazione di un gruppo
solidale e unito. Ciascuno dei protagonisti dovrà sviluppare il “senso del
fare” – sfruttando le capacità e superando le divergenze – per un unico
obiettivo: fare squadra. Il
“target” non cambia: i 24 ragazzi selezionati (14 ragazzi e 10 ragazze) sono persone
“comuni”, ma con storie ben diverse. Messi insieme, rappresentano al
meglio la loro generazione.
Tra questi ci saranno un’operaia, una studentessa e bagnina, un pizzaiolo, una commessa, un operatore
sanitario. Quindi studenti universitari, un acrobata, una modella, un personal
trainer e via dicendo.
Si ritroveranno tutti senza cellulari, senza internet e lontani dal proprio
nido familiare per affrontare un training ispirato alla disciplina militare.
IL FORTE DI VINADIO
Se la prima edizione
si era svolta in Trentino, a Levico Terme, in una struttura ambientata ad hoc,
la nuova stagione de “La Caserma” cambia location
e si sposta nel Forte Albertino di Vinadio
(CN), fortezza eretta per volere di Carlo Alberto di Savoia nel 1834. Un
capolavoro militare, che è da considerarsi tra le opere più imponenti di tutto
l’arco alpino: la fortificazione ha infatti una lunghezza di circa 1.200 metri,
che si sviluppa dalla roccia del fortino fino al fiume Stura.
LA “MISSION” DEL DOCU-REALITY
La “mission” del docu-reality è quella di formare un
gruppo solidale e coeso che sappia
rispettare l’altro e le regole imposte attraverso valori di solidarietà e
fratellanza, sfruttando sia le proprie capacità che quelle di una squadra. Il
tutto attraverso gli insegnamenti degli istruttori, grandi professionisti del settore.
Il racconto de “La Caserma” segue parallelamente tale iter addestrativo e la storia personale dei ragazzi. Quindi ‘focus’ sul rapporto tra di loro e con gli
istruttori, sulle loro fragilità ma anche sulla loro capacità di reazione.
Molti i momenti toccanti, altri di tensione ma anche tanti divertenti.
GLI ISTRUTTORI
Il responsabile del
corso è il Capo istruttore Renato Daretti, che sarà affiancato
dall’altro capo istruttore Giovanni
Rizzo. Entrambi hanno grande esperienza e professionalità,
avendo partecipato a quasi tutte le missioni internazionali italiane degli
ultimi 30 anni. A completare il team ci saranno anche l’istruttore Germano Capriotti e gli
aiuto istruttori Debora Colucci, Silvio Davì e
Leonardo Micera.
SUBITO UNA “SELEZIONE”
La grande novità di
quest’anno è che la “selezione”
inizierà sin da subito. Nella prima delle 6 puntate in programma, infatti, i 24
ragazzi convocati saranno sottoposti ad una serie di test. Solo
in 18 tra questi saranno scelti per
partecipare al corso d’addestramento vero e proprio e gli altri 6 dovranno tornare subito a casa.I ragazzi si trasferiranno
quindi in ‘caserma’.
IL CORSO DI ADDESTRAMENTO
Da qui, le 18 reclute
saranno divise in due gruppi: i Falchi e i Puma.
Il corso di addestramento avrà
la durata di 5 settimane e
solo i più meritevoli arriveranno alla cerimonia finale, durante la quale gli istruttori premieranno la squadra
migliore e la recluta
migliore.
Falchi e Puma si sfideranno ogni settimana in 2 o
3 esercitazioni militari. Gli istruttori valuteranno le
reclute anche singolarmente, sia dal punto di vista disciplinare che dal punto di vista fisico e dell’attitudine militare, ovvero su elementi come la capacità
di lavorare in squadra e di resistenza allo stress. I ragazzi meno motivati,
più indisciplinati o con il rendimento più deludente verranno ‘attenzionati’ e posti a rischio eliminazione.
Una vita a ostacoli quella della grintosa protagonista del nuovo romanzo di Veronica Pivetti. Donna di cuore e di cervello, è giunta in Italia dal Perù ed è operatrice sociosanitaria in una RSA milanese. Cura gli anziani ospiti con dedizione, ma lo stipendio non basta per arrivare a fine mese e così, insieme alle colleghe Lupe, Teodora, Polina, Denisa e Maka, apre una cooperativa di assistenza per malati all’insaputa della coordinatrice, la temibile dottoressa Spinelli. Giornate e nottate di duro lavoro, il desiderio di affrancarsi dalle difficoltà economiche che l’accompagnano da sempre, la volontà di costruire un futuro sereno. La forza della protagonista è nella sua grande umanità, nell’ironia e nell’empatia che la contraddistinguono. Un racconto in commedia con un finale inatteso, che è al tempo stesso una storia di emancipazione e una favola dei giorni nostri
Tra fantasia e realtà, chi è Rosa?
Rosa è una donna
che viene da lontano e che lavora in una RSA. È una OSS, cioè un’operatrice
sociosanitaria, una figura che potremmo avere già incontrato nella nostra vita,
o che, magari, chissà, prima o poi, incontreremo. È colei che si prende cura
di nostra madre o di nostro padre, dei nostri nonni. Ho voluto dedicarle questo
romanzo, che è anche un po’ una favola, e che racconta il nostro difficile
rapporto con la vecchiaia.
Perché ha scelto di raccontare questa
storia?
Perché quando la vita mi ha messo di
fronte a una realtà difficile – bruscamente, come spesso capita – ho sentito il
desiderio di raccontare come Rosa, e tante altre ‘Rosa’ che entrano con garbo e
sensibilità nelle nostre esistenze, siano fondamentali per accompagnarci nel
lungo viaggio della nostra vita, non sempre facile, non sempre vincente.
Nonostante la serietà dei temi affrontati
il suo romanzo è intriso di ironia. Si può parlare di forza dell’ironia?
Certamente! L’ironia è il veicolo che mi
permette di raccontare qualsiasi realtà, anche la più complessa e delicata. L’ironia
è il mezzo che mi consente di affrontare col sorriso i peggiori tabù, che
smaschera le paure, che toglie pesantezza a temi ritenuti intoccabili e che,
invece, dicono di noi e della nostra vita familiare.
Un romanzo che vive soprattutto attorno a
personaggi femminili, perché questa scelta?
Perché le donne sono in prima linea nella
cura degli altri, sempre. Che siano madri, che siano mogli, o come in questo
caso, operatrici sociosanitarie, sono quelle che sanno come dedicarsi al
prossimo. Non che non ci siano anche uomini in questo settore, per carità, ma
le donne sono la stragrande maggioranza.
Cosa significa “emanciparsi” in questo
terzo millennio?
Per noi donne, purtroppo, significa
ancora lottare per ottenere qualcosa che ci spetta di diritto. Ma i diritti
sono troppo spesso una parola e poco un fatto. In questo romanzo, per Rosa e le
sue amiche, ‘emancipazione’ è la parola chiave. E penso che anche noi, quando
le accogliamo nelle nostre case, dovremmo emanciparci nel rapporto con loro. Sono
persone che ci aiutano, che arrivano dove noi non siamo in grado di arrivare. La
nostra casa è anche la loro.
A chi dedica questo libro?
A chi vuole conoscere meglio una realtà
evidente, diffusissima, socialmente determinante, ma ancora guardata di
sfuggita. A chi vuole ridere o sorridere su temi ‘scomodi’, a chi ha in casa
una situazione difficile e vuole sentirsi meno solo.
Grazia Di Michele e
Giovanni Nuti hanno deciso di ridare voce ai due grandi artisti raccontando,
attraverso le loro canzoni, lo speciale legame che li ha uniti
GRAZIA DI MICHELE
Come nasce questo
omaggio a Luigi Tenco e Dalida?
Ho incontrato Giovanni Nuti per un suo disco che stava
preparando. Eravamo molto in sintonia e ho colto questo progetto con grande
entusiasmo. Abbiamo deciso, con molto rispetto, di raccontare questa storia
d’amore attraverso le canzoni di due grandissimi artisti. Abbiamo realizzato un
disco dove io interpreto le canzoni di Tenco e Giovanni di Dalida, che poi è
diventato anche uno spettacolo teatrale dove i due artisti comunicano
attraverso una sorta di lettera.
I grandi classici di
Tenco e Dalida ripercorrono le loro vicende umane e artistiche, ma anche tanto
mistero. Ne ha percepito l’essenza interpretando i loro successi?
Amo Tenco da sempre e credo che sia uno dei cantautori più
particolari, proprio per questo modo molto semplice di scrivere le canzoni. Non
cerca frasi ad effetto, non fa voli pindarici e non usa metafore. “Mi sono
innamorato di te perché non avevo niente da fare”. Io trovo questa semplicità, di
una profondità incredibile che appartiene a pochi artisti. Di Luigi è stato
detto e scritto tanto e ancora aleggia un mistero. Si ha a che fare con un
artista introverso, che ha raccontato la sua sensibilità attraverso le canzoni.
Non abbiamo il diritto né la possibilità di entrare nel cuore e nella mente di
una persona e quindi lasciamo che parlino le sue canzoni.
Oggi la musica è ancora
un veicolo di evasione e di riflessione?
Credo di sì, per chi lo vuole. Purtroppo, oggi però manca
molta poesia, quella che ha accompagnato tutta la nascita del cantautorato
italiano e non solo. Poesia, ma anche impegno sociale che parte da Italo
Calvino, dalle cronache, dal movimento del ’68 e anche prima con le canzoni per
la pace. Da lì la musica è diventata uno strumento per far pensare, riflettere,
per raccontare le esigenze delle persone. Oggi tutto questo non esiste più. Io
non riesco a vedere un erede di Tenco, di Fabrizio De André o di Lucio Dalla e
Pino Daniele. La nuova generazione è cambiata. Il mio modo di lavorare con i
giovani è diverso: ho trascorso quattordici anni nel reality in cui lavoravo
tanto per la tecnica, l’interpretazione, la personalità artistica ma anche per
la cultura musicale. Oggi ho classi di allievi a cui non interessa sapere chi
era Fabrizio De André e che non vogliono studiare la tecnica tanto c’è l’auto-tune,
e per quanto riguarda la poesia, meglio una scrittura che è uguale a quella con
la quale si comunica normalmente. Ma non è questa la cultura musicale che
dovremmo trasferire alle nuove generazioni.
La sua carriera è lunga
oltre quarantacinque anni e mostra una voglia continua di mettersi in gioco nei
vari ambiti della musica. Cosa non ha ancora fatto e quali sono i suoi progetti
futuri?
Con la musica sono riuscita a fare veramente tutto e ha
permeato la mia vita e quella di mio figlio. Vivo da tanto tempo di musica e,
se posso dire quello che mi manca oggi, è viaggiare, confrontarmi con altre
realtà. Ma è diventato molto difficile farlo. Il periodo storico che viviamo è
terribile, si ha paura persino di uscire dai propri confini e questo non lo
avrei mai immaginato. Ho rinviato sempre tanti viaggi pensando che con il tempo
sarei partita, ma non l’ho fatto e oggi vivo quello che accade nel mondo con
grande malessere. Per il momento i viaggi restano nel cassetto.
GIOVANNI NUTI
Quali successi saranno
contenuti nell’album?
Canto le canzoni di Dalida e Grazia quelle di Tenco. Io ho
scelto i successi di Dalida che chiaramente sono successi che non sono stati
scritti per lei e che ha cantato in tutto il mondo. “Come non andare via”, “Col
tempo”, “Diciott’anni” e altri grandi successi.
La voce di Dalida è
capace di attraversare un pentagramma. Lei come la definirebbe?
Mi è venuta la voglia di cantare perché sono sempre stato
innamorato della sua voce da contralto, scura, molto maschile, indubbiamente e
ovviamente riconoscibilissima e molto particolare.
Tra le sue
collaborazioni ci sono quelle con Enrico Ruggeri, Roberto Vecchioni, Lucio
Dalla, Mango, Enzo Avitabile, Milva, Dario Gay, Marco Ferradini e Simone
Cristicchi. Come ha lavorato con Grazia Di Michele?
Ci siamo conosciuti perché io ho inciso duetti nel canzoniere
dedicato ad Alda Merini e Grazia Di Michele ha duettato con me in un brano. In
quella occasione, mentre andavo a conoscerla, mi è venuta l’idea di proporle un
disco e uno spettacolo su Tenco e Dalida. Da lì abbiamo trovato tante affinità
dal punto di vista musicale e umano.
Una parte significativa
della sua carriera è stata dedicata alla collaborazione con la poetessa Alda
Merini. Cosa conserva di questo rapporto?
Conservo tutto perché non mi ha mai lasciato. Sono
quattordici anni che ha lasciato il corpo ma, a livello spirituale, la nostra
collaborazione che lei definiva “matrimonio artistico”, non si è mai
interrotta. Alcune persone mi chiedevano di poter salutare Alda Merini, anche
un minuto di telefonata con lei cambiava la vita alle persone. Immaginate
sedici anni trascorsi quotidianamente con lei… Diceva che un poeta per essere
musicato bisogna viverlo nella quotidianità, ed è quello che ho fatto io.
Ovviamente i suoi insegnamenti sono continui, non c’è un momento che non mi
venga in mente quello che aveva detto Alda. Per me è come un mantello
spirituale che mi protegge ogni giorno.
Per Alda Merini cos’era
la musica?
Era una pianista e la musica era basilare. Diceva che è
ancora più importante della poesia e la cosa straordinaria è che lei ha scritto
appositamente per me. Ha scritto poesie affinché venissero musicate. Diciamo
che era una cosa essenziale per lei, come l’acqua, come l’aria. La musica e la
poesia andavano per lei a braccetto.
C’è una colonna sonora
per la sua vita?
L’Albatros, perché Alda Merini mi chiedeva sempre di
cantarla. Rappresentava il manicomio e ogni vota che la suonavo e la cantavo
lei piangeva. Io le chiedevo perché cantare una canzone che poi le portava
sofferenza, ma lei rispondeva che quando soffriva diventava grande come una
montagna. Una cosa che poi durante la vita ho sperimentato anch’io. La
sofferenza porta ad alzare le vibrazioni in maniera tale che poi
paradossalmente non la senti neanche più.
Che significato ha,
tornando a Tenco e Dalida, il lascito di questo lavoro?
Rispolverare questi brani è qualcosa di culturale soprattutto
per i giovani. La grande melodia è un lascito morale e musicale. Due artisti
che hanno dimostrato il loro impegno anticonvenzionale, molto all’avanguardia.
Il martedì in prima serata su Rai 2 tra ricordi, musica, risate ed emozioni. La conduttrice di “Boomerissima” racconta i suoi anni Ottanta al RadiocorriereTv: i poster di Luis Miguel e Nick Kamen in cameretta, il primo concerto, le feste a casa di amici. «I giovani di oggi sono poliedrici, reattivi, ma forse noi sognavamo di più»
Come sta vivendo il ritorno di “Boomerissima”?
Benissimo, sono contenta e presa. È un programma che richiede
molto tempo ed è complicato da realizzare: è un varietà ed è anche un game, ci
sono lo scontro generazionale, i momenti comici, le performance di Luca
Tommassini. Al mattino sono in sala prove per il ballo, nel pomeriggio in redazione,
di sera ancora prove. È impegnativo, una full immersion di qualche
mese. “Boomerissima” intensissima…
“Boomerissima” è diventato in poco tempo un appuntamento atteso da boomer,
millennial e non solo… cosa rende il format così attrattivo?
L’identificazione. Il fatto che chi guarda il programma si ritrova nella
propria generazione. Dividiamo l’età in un modo un po’ nostro (sorride).
Dai quarant’anni in su si è già boomer, anche perché nella realtà i ragazzi di
vent’anni vedono un quarantenne già più grande di loro. È un programma che
sblocca ricordi ed emozioni.
Come si spiega la grande nostalgia per gli anni Ottanta e Novanta?
Avevano leggerezza e voglia di puro divertimento, senza angosce o
paranoie. I ragazzi di oggi sognano forse di meno di quanto facessimo noi, che
eravamo alla scoperta di tutto. C’è il telefonino, e vedete che lo chiamo
“telefonino”, proprio da boomer, e crea dipendenza. I ventenni di oggi hanno
già tutto.
C’è qualcosa che “invidia” loro?
L’intelligenza spiccata, l’acutezza, la prontezza di riflessi. Sono
poliedrici, molto reattivi. E poi il fatto che possano fare davvero tutto
quello che vogliono nella misura in cui l’età lo consenta. Hanno accesso più
facilmente a un numero maggiore di situazioni rispetto a quello che accadeva a
noi, per loro questo è un grande plus.
Tra i suoi ospiti è più forte la competizione o la voglia di lasciarsi
andare ed emozionarsi?
La competizione…
… se l’aspettava?
No, però ho capito che se anch’io avessi dovuto partecipare a un programma
come “Boomerissima” forse sarebbe prevalsa questa. Scatta in maniera forte,
succede anche tra noi, in redazione, quando proviamo i giochi (sorride).
In che cosa si sente boomer e in che cosa millennial?
Boomer sempre. Sul telefonino scrivo utilizzando un solo dito, sono
amarcord, parlo sempre dei miei tempi… mi sento millennial nella voglia di fare
sempre qualcosa di nuovo. La mia testa è sempre in movimento, a volte mi viene
detto che lo è anche troppo.
Il pubblico della Rai l’ha accolta con affetto, cosa significa questo per lei?
È stato molto importante. Avevo deciso di
prendermi un po’ di pausa, di non tornare subito in Tv, e così all’inizio ho
avuto un po’ di timore. Sono arrivata con un progetto scritto da me, avevo
paura che non piacesse. Il pubblico invece mi ha accolta a braccia aperte, è
stato un po’ tornare in una grande famiglia, anche perché le mie prime esperienze
sono state qui. Sono grata alla Rai anche per rispettare la mia creatività,
accolta con grande amore.
Facciamo un passo indietro nel tempo, qual è il brano del cuore di Alessia
teen-ager?
“Enjoy the silence” dei Depeche Mode, è un brano che mi riporta al mio
primo concerto, al palazzetto dello sport di Roma. Di brani a cui tengo tanto
ce ne sono anche altri.
Il film che più la fece emozionare da ragazza?
I primi amori sono legati a “Il tempo delle mele”. Il ballo tra Vic e
Mathieu fece andare fuori di testa tutte le ragazze. Successivamente venni
rapita da “Blade Runner”, mi piaceva perché era all’avanguardia, è un film che
ha rappresentato la rottura.
Il telefilm di cui non perdeva una puntata?
Le “Charlie’s Angels”. Volevo diventare come loro, un po’ investigatrici
private, un po’ poliziotte…
Negli Ottanta le camerette dei ragazzi erano invase da poster…
Nella mia c’erano quelli di Luis Miguel e di Nick Kamen, ma avevo anche
una passione per Simon Le Bon, che potrei avere ancora…
Chi avrebbe voluto intervistare dei suoi beniamini di allora?
Molti li ho incontrati e intervistati al “Festivalbar”. Dei miei miti non
sono riuscita a incontrare George Michael, Whitney Houston, Michael Jackson.
Penso che quella a George Micol sarebbe stata l’intervista della vita.
Preferiva la discoteca o le feste a casa da amici?
Sono sempre stata poco mondana, per di più i miei genitori erano
abbastanza severi e non potevo fare tutto ciò che volevo. Le feste erano quelle
a casa di amici, i vestiti di taffetà e tulle… ed erano anche le occasioni per
conoscersi, per incontrarsi.
Abbiamo parlato del passato, come si approccia al futuro?
Con una priorità, i miei figli. Sono molto presente nelle
loro vite, si devono divertire, ma avendo sempre un po’ di moderazione.
Loro cosa le insegnano?
Che ogni tanto devo un po’ mollare, mi dicono “come ce l’hai
fatta tu, ce la facciamo anche noi” (sorride).
Scritto e diretto da Giorgio Diritti, arriva nelle sale dal 9 novembre, con Franz Rogowski, Christophe Sermet, Valentina Bellè, Noémi Besedes, Cecilia Steiner e Joel Basman. Il film è liberamente tratto dal romanzo “Il seminatore” di Mario Cavatore (Einaudi)
“Gli zingari
sono sempre stati un problema”, con queste parole ha inizio il romanzo “Il
Seminatore” di Mario Cavatore, da cui prende liberamente riferimento il
progetto di “Lubo”, scritto e diretto da Giorgio Diritti, al cinema dal 9
novembre. Lubo è un nomade, un artista di strada che nel 1939 viene chiamato
nell’esercito elvetico a difendere i confini nazionali dal rischio di
un’invasione tedesca. Poco tempo dopo scopre che sua moglie è morta nel
tentativo di impedire ai gendarmi di prendere i loro tre figli piccoli,
strappati alla famiglia in quanto Jenisch, come da programma di rieducazione
nazionale per i bambini di strada (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse).
Lubo sa che non avrà più pace fino a quando non avrà ritrovato i suoi figli e
ottenuto giustizia per la sua storia e per quella di tutti i diversi come lui. «Lo scontro
etnico, la paura del diverso, sono ancora oggi al centro di episodi della
cronaca di tutti giorni ed è evidente quanto le differenze razziali o
religiose costituiscano elemento di scontro e rappresentino la più forte
minaccia alla stabilità delle relazioni tra le persone e i popoli – afferma il
regista – La lettura del romanzo mi ha svelato una vicenda storica poco
conosciuta di persecuzione nei confronti di una minoranza nomade, gli Jenisch,
a cui vennero sottratti i figli al fine di “rieducarli” in un periodo storico
compreso tra gli anni ‘30 e gli anni ‘70. Le stime sulle ricerche parlano di
circa 2000 bambini. Ciò mi è apparso inquietante e particolarmente stridente
per un Paese democratico e civile come la Confederazione Elvetica, sovente
citata come ‘esempio virtuoso’ nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
Mi sono chiesto cosa avrei fatto, come avrei agito subendo una violenza così
grande. Avrei reagito contro lo Stato con violenza. Lubo, a cui ‘rapiscono’ i
bambini e uccidono la moglie è un uomo solo che improvvisamente si trova in
guerra con il mondo, non accetta e lotta contro questa folle discriminazione,
vuole ritrovare i suoi figli e cerca nel volto delle varie donne che incontra
il volto di sua moglie. Vuole ricostruire un futuro possibile esprimendo anche
il suo desiderio di amare, di ritrovare e credere comunque nell’amore». Nel cast
del film Franz Rogowski (Lubo), Christophe Sermet (Motti), Valentina Bellè
(Margherita), Noémi Besedes (Elsa), Cecilia Steiner (Klara) e Joel Basman
(Bruno Reiter). «Il percorso del protagonista, tra i vari Cantoni della Svizzera e
dell’Italia, si dipana in un tempo storico di venti anni in cui si evolvono
episodi carichi di forte drammaticità, suspense, passione, coraggio – prosegue
Diritti – Nello svolgersi degli eventi emerge quanto principi folli e leggi
discriminatorie generino un male che si espande come una macchia d’olio nel
tempo, penetrando nelle vite degli uomini, modificandone i percorsi, i valori,
generando dolore, rabbia, violenza, ambiguità… ma anche un amore per la vita
e per i propri figli che vuole sopravvivere a tutto e riportare giustizia».
L’edizione 2023 di “Tale e Quale Show” ha il suo vincitore, il cantautore pugliese acclamato da giuria e pubblico. Il RadiocorriereTv lo ha intervistato a poche ore dalla proclamazione
Si sono spenti i riflettori sulla
finale di “Tale e Quale Show 2023”, come sta e cosa prova?
Questa vittoria è arrivata in fondo a
un lungo percorso, anche faticoso: le prove con i coach di recitazione e di
canto, quelle con il trucco che durano tantissime ore. È stata una bella maratona, mi sento
felice perché ho avuto la resistenza necessaria per arrivare lucido allo sprint
finale. Credo di avere portato l’asticella della mia comfort zone molto più in
alto rispetto al punto di partenza.
Che cosa ha rappresentato il
programma nel suo percorso professionale?
Per la prima volta i miei due mondi,
quello della canzone d’autore e quello del teatro, si sono incontrati
nell’interpretazione dei vari personaggi. Mi sono dovuto calare non solo nella
loro attorialità, nella loro estetica, ma anche nei mondi che hanno permesso
loro di donare al pubblico grandi capolavori.
Cosa significa entrare in un altro
artista?
È un esercizio difficile, perché parti
da una tua identità, dalla tua realtà. È stato bello interpretare artisti che stimo
tantissimo e trovarmi a mio agio nei loro mondi.
Uno sguardo ad alcuni dei suoi
personaggi… partiamo da Giuliano Sangiorgi e da “Meraviglioso”…
Giuliano è da sempre il mio faro
nella notte, punto di riferimento. Ho sempre ascoltato i Negramaro, consumando
i loro dischi. Li stimo a livello musicale e per quello che rappresentano per
la musica italiana. Portando in scena Sangiorgi ho avvertito una forte
responsabilità. Tra l’altro, “Meraviglioso” è un successo di un altro pugliese
DOC, Mimmo Modugno…
Altro suo conterraneo, altra ovazione
dello studio: Al Bano con “Nel sole”…
Non mi aspettavo che la mia
esibizione avesse tutto questo successo. È stato uno scoglio molto duro, il reparto del trucco ha lavorato
benissimo e così ho potuto calarmi più facilmente nei suoi panni. Le nostre età
sono distanti, non era scontato fare centro. Per me è stata una sorpresa.
Origini pugliesi sono anche quelle di
Francesco Sarcina…
Le sue origini sono
cerignolane, come quelle di mia mamma. Alla fine, la Puglia torna sempre.
Ha convinto il pubblico già dalla sua
prima esibizione con Tiziano Ferro e la sua “Non me lo so spiegare”…
Il punto di partenza con cui ho
potuto capire quanto fosse difficile la gara e di quanto impegno richiedesse. È stata una serata
emozionante e la vittoria mi ha dato l’incoraggiamento necessario per partire
bene.
Si è cimentato
anche con due artisti internazionali…
Lewis Capaldi è stato
il personaggio che mi ha dato più filo da torcere per la sua vocalità.
Interpretare “Someone you loved” per come è incisa nel disco è difficile anche
per lo stesso Capaldi, che nei suoi concerti la canta due toni sotto. Ho voluto
replicare la tonalità del disco: è stato molto difficile, ma sono riuscito a
reggere il colpo.
Hozier…
È un artista che amo,
è stato un onore portarlo in scena. Ha una vocalità difficile da ricercare, ma
nella quale ritrovo cose che mi appartengono.
Finito il programma qual è stata la prima
telefonata che ha ricevuto?
Ho sentito la mia famiglia. Mia
mamma, mio fratello, mia sorella che mi seguono sempre con amore. Abbiamo
gioito insieme, poi sono corso a struccarmi perché è un’operazione che richiede
sempre molto tempo.
Ora c’è il torneo, chi porterà in
scena?
Non mi è stato ancora comunicato.
Spero che mi venga assegnato un cantautore italiano o qualcuno che abbia
lasciato il segno nel panorama della musica internazionale.
Finito “Tale e Quale” in che
direzione guarda Gaudiano?
L’ultima puntata coincide con
l’uscita del mio nuovo singolo “Numeri”, una canzone che parla del mio rapporto
travagliato con la discografia, con un sistema difficile per gli autori oggi,
soprattutto per i giovani.
C’è qualcosa che la discografia non
ha capito di lei?
Può non aver capito nulla, o aver capito
tutto, il problema non sono io. Credo che la discografia debba smetterla di
inseguire progetti già pronti, che hanno già un loro consenso, invece di
costruire il consenso intorno all’artista che ha una proposta vincente e nuova
da un punto di vista autorale. Non parlo di me, sto facendo un discorso in
generale.
Cos’è per lei la musica?
Una necessità. Ho la fortuna di
svegliarmi alla mattina e poter fare quello che mi piace, musica. Quando le due
cose coincidono è come respirare. Non posso immaginarmi senza. Ognuno di noi
custodisce dentro di sé una propria colonna sonora. Io cerco di fare venire
fuori la mia e di condividerla con le persone che vogliono ascoltare le mie
canzoni.
Cosa porterà con sé dell’esperienza a
“Tale e Quale”?
Mi porterò dietro l’insegnamento
delle persone che ho conosciuto in queste settimane, Carlo Conti in primis, gli
autori. E poi l’artigianalità che consente di creare delle cose grandi, come il
miglior programma di varietà che ci sia in circolazione. Oggi mi sento anche
più sicuro nello stare sul palco. Ho imparato a non dire mai di no, con
pregiudizio, a determinate cose, nelle quali potresti riscoprirti diverso, se
non migliore, di quello che credi di essere.
Servizio Pubblico mobilitato per informare e sostenere il lavoro di 6 mila ricercatori. Ad aprire e chiudere l’iniziativa, il 5 e il 12 novembre, Mara Venier e “Domenica In”
Da 29 anni la
Fondazione AIRC accende i riflettori sull’importanza di sostenere la ricerca
per la cura del cancro con un ricco programma di appuntamenti per informare il
pubblico sui progressi della ricerca oncologica e raccogliere nuove risorse che
diano impulso al lavoro di seimila ricercatori. Un percorso che coinvolge le
reti Rai, radiofoniche e televisive, e che ha portato anno dopo anno a
raccogliere 139 milioni di euro. «La Fondazione AIRC fa un lavoro
importantissimo e coerente con i valori del servizio pubblico: fornire ai
cittadini un’informazione scientifica basata sui fatti, che aiuti una cultura
di prevenzione e di consapevolezza – afferma la presidente della Rai Marinella
Soldi – Siamo felici di rendere la Rai parte attiva di un’iniziativa così
importante per tutti noi». Rai
e AIRC danno
vita a una vera e propria maratona, frutto di una partnership consolidata. Punto
di partenza e di arrivo della staffetta, che mobilita decine di programmi, è “Domenica
In”. «Tutto partirà domenica 5 novembre con l’avvio del numeratore – dichiara
Mara Venier, padrona di casa del programma di Rai 1 – la mia collaborazione con
AIRC è iniziata nel 1996, dopo avere conosciuto il professor Umberto Veronesi,
persona meravigliosa rimasta nel cuore di tutti. Mi auguro che la
partecipazione e la generosità siano grandi, perché la prevenzione e la ricerca
salvano la vita. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare». A definire irrinunciabile la
settimana della ricerca è il presidente dell’AIRC Andrea Sironi: «È l’occasione per fare il punto sulle sfide che abbiamo
davanti. Questa maratona è veramente un esempio di Servizio Pubblico». AIRC finanzia
più di seimila ricercatori in Italia ed è la spina dorsale della ricerca
oncologica. «Bisogna
scardinare un tabù – prosegue Sironi – il cancro è una malattia brutta che
affrontiamo con successo. Oggi 3 milioni e 600 mila persona hanno superato la
malattia e svolgono una vita normale, con un’aspettativa di vita analoga a chi
non ha mai avuto problemi di salute». Per il presidente AIRC «l’unica vera arma che abbiamo, accanto alla prevenzione,
è la ricerca che facciamo da quasi 60 anni in maniera rigorosa. Quest’anno
eroghiamo 137 milioni in tutta Italia e, negli ultimi anni, abbiamo spinto di
più sui giovani che hanno progetti più coraggiosi».
“Al contrario dei suoi familiari che hanno scelto la vita della lotta, Antonio ha smesso di combattere, perché è morto dentro. Il suo cuore si è spezzato. La sua vicenda aggiunge tristezza alla tragedia” commenta l’attore napoletano che, dopo il grande successo di “Mare Fuori”, interpreta il papà della ragazza scomparsa e uccisa nella serie “Per Elisa”
Una
storia così privata, eppure così esemplare…
Girare
a Potenza ha avuto un suo perché, è una città che porta assolutamente il peso
di questa storia. Abbiamo girato d’inverno, con il freddo e con accanto sempre
lo spettro della Chiesa della Santissima. Dal punto di vista dell’emotività è
stato abbastanza pesante, ma ha agevolato il nostro mood per entrare nei
personaggi. Siamo stati nelle vie nelle quali tutto è iniziato, abbiamo
respirato quelle atmosfere…
Cosa
l’ha colpita di questa vicenda?
Mi
ha toccato nel profondo l’assoluta follia di questa storia, che ha devastato
una povera famiglia umile che non meritava tutto questo. Com’è possibile che una
famiglia si possa ritrovare nella condizione di perdere una figlia, una sorella,
essere catapultata all’interno di una rete di depistaggi, per scoprire solo
dopo diciassette anni che il suo corpo era stato “custodito” nel sottotetto di
una Chiesa? Com’è possibile che la città non si sia messa a disposizione di
questa famiglia, e che, al contrario, l’abbia tradita? Su questa vicenda sono
calati il silenzio e il velo dell’omertà.
Il
male non è sempre e solo nelle mani di un assassino. C’è qualcosa di più
profondo nella storia di Elisa Claps?
Quello
che colpisce non è tanto la figura del serial killer, Danilo Restivo era un ragazzo
malato, con evidenti problemi psichici, ma ciò che si è creato attorno a lui
per proteggerlo e tacere chissà quali segreti. È sconvolgente che la città
abbia assunto un atteggiamento paramafioso… tutti conoscevano Danilo Restivo,
quella stessa persona che sugli autobus tagliava i capelli alle ragazze e se li
portava a casa.
Eppure,
nessuno ha voluto cercare la verità…
Se
tutti avessero fatto la propria parte, probabilmente Heather Barnett, la donna
inglese uccisa da Restivo, si sarebbe potuta salvare.
Il
libro di Tobias Jones offre una base importante al racconto di “Per Elisa”…
Questo
volume ha il merito innanzitutto di aver riacceso un faro su una vicenda che,
come spesso accade nel nostro Paese, era stata dimenticata e offre un
riconoscimento importante alle lotte della famiglia Claps. Spero che la serie
faccia il resto e che venga apprezzata tanto quanto il libro.
Cosa
ci può raccontare di Antonio Claps, il papà di Elisa?
Non
ho avuto la possibilità di incontrarlo e parlare con quest’uomo, che purtroppo
è scomparso tempo fa, ma ho visto l’intensità delle emozioni quando Filomena ha
conosciuto l’attrice che ha interpretato Elisa, o quando Gildo ha incontrato
Gianmarco Saurino… sarebbe stato difficile per me fare domande a un uomo al
quale è stata strappata la figlia. Antonio è stato consumato dalla disperazione,
da padre di un ragazzo di quindici anni posso solo comprendere. Al contrario
dei suoi familiari che hanno scelto la vita della lotta, lui ha smesso di
combattere perché è morto dentro. Il suo cuore si è spezzato, ha vissuto in
preda alla depressione, la sua vicenda aggiunge tristezza alla tragedia.
Com’è
entrato dentro questa vita?
In
maniera molto semplice, immaginare la perdita del proprio figlio ti spinge inevitabilmente
a provare empatia. Credo di aver interpretato questo ruolo con grande verità e
con sincerità, mettendoci tutto quello che potevo. Ho pensato tanto a mio
figlio.
“Una fiction non è un tribunale” recitava un
titolo di giornale. La tv può, però, smuovere le coscienze, indurre una
riflessione. Qual è il potere di un racconto per immagini di questa portata?
Intanto
è fondamentale continuare a parlarne, cercare di fare chiarezza su una vicenda
piena di lati oscuri. È doveroso nei confronti della famiglia Claps.
Il
titolo “Per Elisa” è una sorta di omaggio a questa vita spezzata che, in
qualche modo, rimanda alla melodia di Beethoven che tutti conosciamo, facile da
riprodurre, come semplice sarebbe stata la soluzione del caso Claps, ancora oggi
un mistero…
Una
melodia riconoscibile e molto infantile che tutti impariamo a suonare alle
scuole medie, che però cozza con un evento così complicato, una storia
assolutamente unica e così nebulosa. A pagarne le conseguenze è stata anche la
città. Potenza sente tutto il peso di questo nero attorno a sé.
Cosa
la deve colpire, da attore, di una storia?
Devo
trovare una verità di fondo, non deve sottostare ai vari cliché della fiction.
Devo dire che sono stato molto fortunato perché sia “Mare fuori”, sia “Per
Elisa” sono storie che si distinguono per la verità totale, per la sincerità
con cui gli attori recitano, per la scelta di non andare dietro a facili stereotipi.
Sono racconti che non fanno sconti a nessuno.
Questa
è una co-produzione internazionale. Arriverà il messaggio giusto anche
all’estero?
Con
“Mare Fuori” ci siamo assolutamente riusciti, riunire le famiglie e far passare
un messaggio assolutamente educativo. Penso che sarà così anche con “Per
Elisa”, una storia talmente tragica e molto commovente che colpirà le corde
emotive di tutti, pubblico italiano e internazionale.
Cosa
restituisce all’uomo il mestiere dell’attore?
Sarebbe
facile rispondere “la possibilità di interpretare altri personaggi per non
essere se stessi nella vita”, il che è anche vero, perché ciascuno di noi si
porta dietro un proprio lato oscuro che noi attori possiamo esorcizzare con il
mestiere. Il mio lavoro mi dà certamente la grande soddisfazione di pensare che
avevo ragione io nell’intraprendere gli studi nel teatro, mi dà una gioia
enorme, perché faccio il lavoro che amo e mi pagano per questo. Con gli ultimi
lavori il mestiere è diventato per me quasi una responsabilità etica. Grazie e
“Mare Fuori” ricevo moltissimi messaggi di persone che desiderano diventare
“educatori” proprio come il mio personaggio Beppe, un ruolo talmente bello che
fai fatica a lasciarlo.
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