Piazza del Plebiscito a Napoli è pronta ad accogliere uno dei suoi figli più amati che festeggia i trent’anni di carriera. «Non ho mai avuto il successo come obiettivo – dice il cantautore nell’intervista al RadiocorriereTv – ma quello di affermare e far arrivare la mia musica». Il 17 giugno in prima serata su Rai 1
Che emozioni prova quando ripensa a
quel ragazzino che ascoltava la musica dei suoi idoli e che sognava di
diventare musicista?
Innanzitutto, io mi emoziono ancora e
sempre. Diciamo che sono cresciuto con la musica, fin da bambino da quando mio
padre, di ritorno dal Venezuela, mi regalò la prima fisarmonica. E da lì la
musica e le emozioni che mi regalava questo percorso sono cresciute con me. Credo
che se non ti emozioni ci sia un problema. E la scelta di intitolare questo
anniversario così speciale “Uno come te” vuole significare proprio questo: se
ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti, non solo nella carriera artistica.
Prima di raggiungere la fama ha
collaborato con i grandi della musica partenopea, da Mario Merola ad Angela
Luce. Cosa le hanno insegnato e cosa le hanno lasciato quelle esperienze?
Due artisti così completi mi hanno
insegnato tantissimo. Per me, giovanissimo, diventare il pianista di Merola fu
un passaggio molto importante nella mia carriera, fino ad arrivare a scrivere e
interpretare insieme il brano “Cient’anne” che ebbe un successo enorme.
Nel 1992 inizia ufficialmente la sua
carriera da cantautore con l’album “Lasciatemi cantare”. Cosa le ha fatto
capire che la strada intrapresa era quella giusta?
In quel periodo a Napoli avevo già
molto successo. Ma nel 1993, dopo il primo disco, feci il mio primo concerto al
“Teatro Arcobaleno” di Secondigliano. E lì successe una cosa che mi colpì ed
emozionò tantissimo allo stesso tempo: c’erano i bagarini fuori dal teatro.
Questo mi fece capire che qualcosa di grosso stava succedendo. Ancora avevo
poche canzoni mie, solo le otto del disco, ma avevo già scritto tanto per
altri, quindi feci un medley di tutto quello che avevo composto. E il risultato
fu che erano tutte hit per il pubblico.
A un certo punto da Napoli è partita
un’autostrada che l’ha condotta alla popolarità in tutta Italia, in Europa e
oltre… cosa è accaduto?
Non so se ci sia stato un evento
scatenante. Credo più semplicemente una somma di tante cose, quelle fatte fino
a quel momento, con la tanta gavetta che mi ha fatto arrivare nel 1994 a
firmare il primo contratto con la Ricordi. E nel 1998 il primo con la RCA (oggi
Sony). Io ero abituato a fare tutto da solo e anche adesso seguo la produzione
di ogni disco dall’inizio alla fine, affiancato da altri produttori e arrangiatori.
Non sapevo davvero cosa facesse una casa discografica, ma lì ormai la strada si
era segnata. Nel 1997 cantai di fronte a 20.000 persone allo stadio San Paolo,
iniziai a fare concerti anche all’estero, fino all’arrivo a Sanremo, che per
noi cantanti è come andare a Lourdes.
Prosegue su Rai 2, dal lunedì al venerdì alle 14, “Italiani fantastici e dove trovarli”, il nuovo programma di esperimenti sociali realizzato con la tecnica della candid camera ideato da Giorgio John Squarcia. Il Radiocorriere Tv incontra il conduttore: «Siamo tolleranti nei confronti di situazioni difficili. Ma anche sorprendenti e coraggiosi»
Come nasce il titolo del programma?
Da un’idea molto semplice, quella di trovare
degli italiani che di fronte a dilemmi importanti abbiano una reazione
fantastica. Partiamo dal presupposto che siamo un popolo di persone generose,
tolleranti, simpatiche. Quelle che proponiamo in trasmissione più che candid
camera sono degli esperimenti sociali veri e propri. Il programma ha pochissimo
a che vedere con “Scherzi a parte”, o con gli scherzi che facevo anche io a “Le
iene”. L’idea è di trovare questi italiani fantastici e di eleggerne uno o due
ogni puntata. Ci ispiriamo senza dubbio al papà delle candid camera in Italia,
Nanni Loy, riproponendo spezzoni in ogni puntata, per poi tentare di ricreare
la stessa situazione 58 anni dopo e vedere così se ci sia stata un’evoluzione
nella risposta.
In questo viaggio cosa avete scoperto degli
italiani?
Quando si fa un esperimento sociale la vera difficoltà
è data dalla quantità statistica: non basta farne uno su un tema, ma ne servono
numerosi, per poi selezionare le tendenze. Abbiamo scoperto grande generosità,
reattività, complicità e poi anche la capacità degli italiani di volere credere
a situazioni assolutamente assurde. Questo nonostante oggi le persone abbiano
la consapevolezza che possano esserci delle telecamere nascoste, difficoltà che
Nanni Loy non aveva, perché ai tempi di “Specchio segreto” non si sapeva cosa
fosse la telecamera. Noi stessi ci siamo stupiti delle reazioni. Abbiamo fatto
credere a persone che passeggiavano in un parco che il loro cane avesse mangiato
le chiavi della mia automobile, sono rimasto sorpreso che mi abbiano creduto
anche quando ho detto loro che se non mi avessero seguito con il cane non avrei
potuto aprire l’auto, accenderla e andare all’appuntamento che dicevo di avere.
Abbiamo spolverato i temi della privacy, della fedeltà.
Ci sono state reazioni scomposte, qualcuno se
l’è presa un po’ troppo?
In rarissimi casi e per motivi estremamente
futili. Ci sono state invece reazioni molto sorprendenti di persone che
accettavano di buon grado una situazione strana. Abbiamo fatto credere ad
alcuni clienti di un hotel che la catena alberghiera in cui dovevano
soggiornare avrebbe messo, di lì a poco, telecamere in ogni stanza, mettendo a
disposizione un assistente virtuale pronto a interagire con loro per ogni
bisogno, consapevole o inconsapevole. L’assistente virtuale ha cominciato a
proporre una serie di opzioni, su comfort e sicurezza, difficili da accettare,
ma le persone non si sono rifiutate. Di fronte a una coppia intenzionata a
farsi delle coccole, l’assistente è intervenuto dicendo che nella camera il
tasso di testosterone era eccessivo. E così un inserviente è entrato nella
stanza spruzzando un prodotto per abbassare il livello di testosterone. Non so
come avrei reagito se fossi stato al posto loro.
Giovani o anziani, chi ha risposto nel modo
più interessante?
Ho notato come le generazioni più giovani siano
molto più reattive, talvolta mi hanno sorpreso. Abbiamo simulato una sorta di casting,
convocando una serie di attori e di comparse che avrebbero dovuto incontrare un
regista, un finto regista. Una nostra complice, uscendo dal colloquio, ha
affermato di essere stata oggetto di molestie. Ogni volta che il finto regista
usciva dalla propria stanza, si mostrava sempre più violento. Molte persone
adulte sono rimaste indifferenti, solo una ragazza di 23 anni è intervenuta in
difesa della nostra complice. Grande solidarietà che si alterna a grande
indifferenza. Nel mondo con gli arcobaleni e gli unicorni tutti saremmo buoni,
ma le fotografie che scattiamo ci mostrano anche i lati oscuri.
“Weekly”, una finestra aperta sull’estate degli italiani, le vacanze, il turismo, il costume e la società. In onda il sabato e la domenica alle 8.30 a partire dall’11 giugno su Rai1
2022,Linea Verde,Carolina rei,Fabio Gallo
Condotto da Carolina Rey e Fabio Gallo, “Weekly”
accompagnerà il pubblico nei luoghi più suggestivi, affollati o nascosti del
nostro Paese dove Barbara Di Palma, Samuel Peron e Vito Francesco Paglia racconteranno
la bellezza e le centinaia di tipicità, l’arte e i luoghi speciali che fanno
dell’Italia una delle mete più ambite dal turismo internazionale. Non mancheranno le notizie, affidate
alla giornalista Rai Cora Boccia, che seguirà l’attualità in Italia e
nel resto del mondo con collegamenti e servizi di approfondimento sui fatti più
rilevanti della settimana. Savino Zaba curerà invece una rubrica che affronterà le problematiche
delle nuove generazioni, mettendo in primo piano la voce dei ragazzi. Tra interviste e approfondimenti, non
mancherà anche un po’ di musica con la “morning band”, che aiuterà ad
incidere la colonna sonora della prossima estate del pubblico di Rai1.
Il popolare giornalista racconta, tra pubblico e privato, 25 signore della politica, dell’impresa, della scienza, della comunicazione. Da Elisabetta Casellati a Chiara Ferragni, da Lady Gaga a Ilaria Capua, e ancora Marina Berlusconi, Elisabetta d’Inghilterra, Greta Thunberg, Ursula von der Leyen. “Donne al potere”, in vendita nelle librerie e negli store digitali, è edito da Rai Libri
Dedica il libro alla vicepremier dell’Ucraina Iryna
Vereshchuk e
sua moglie Augusta Iannini, cosa ci insegnano queste due donne?
Sono due donne forti. Iryna
Vereshchuk, impegnata in prima linea, rischia di persona e rappresenta la forza e
la voglia di resistere di un grande paese. Augusta, mia moglie, è stata un
magistrato importante, e siccome per i magistrati la prima dote è quella
dell’equilibrio, devo dire che lei ha svolto la sua attività con grande
equilibrio.
Venticinque ritratti di donne di potere, come
le ha scelte?
La prima scelta è stata quella di raccontare
donne viventi. Nelle mie precedenti esperienze ero arrivato addirittura a
Cleopatra. Il libro ha inizio con la categoria delle donne che per la prima
volta si sono avvicinate veramente al Quirinale e con le sole due leader
dell’intera storia italiana, Giorgia Meloni e Emma Bonino, seppure a mezzadria
con Pannella. Poi le donne della scienza, dell’impresa, quindi le influencer.
Perché è ancora così difficile, per una donna,
diventare Capo dello Stato?
Perché finora tutto è stato fatto perché lo
diventasse un uomo. Non sono mai state prese seriamente in considerazione.
Stavolta siamo andati molto vicini ma non siamo riusciti.
Quali sono i tratti distintivi di una leader
in politica?
Intanto i tratti distintivi rispetto alle
altre. Servono energia, visione, capacità di sopravvivere in questo mondo
politico che è un mondo di squali, evidentemente, quindi molta resilienza e
voglia di emergere. Senza dimenticare la serietà. Perché a una donna viene
rimproverato sempre tutto.
L’economia, la grande impresa, le donne alla
guida di importanti aziende, cosa è cambiato negli ultimi 30 anni?
Innanzitutto ce ne sono di più. Come sa la mia amica
Lella Golfo, promotrice della legge sulla presenza delle donne nei consigli
d’amministrazione, non sono favorevole a dare incarichi a donne in quanto tali,
ma non c’è dubbio che moltissime donne meritano l’incarico che hanno avuto e
altrettante lo meriterebbero e non ce l’hanno.
Da Chiara Ferragni a Maria De Filippi a Lady
Gaga. Le donne hanno una marcia in più nel comunicare?
Sì, assolutamente, è sufficiente vedere che
gli influencer sono prevalentemente donne. È un mestiere nuovo. Chiara Ferragni è partita
da zero e oggi parla a milioni di persone.
Solidarietà per le mense francescane operanti in Italia, per le famiglie italiane in difficoltà, per i progetti delle missioni in tutti i continenti, per l’invio di aiuti umanitari ai civili colpiti dalla guerra in Ucraina. Carlo Conti presenta la serata da Assisi con Francesco Gabbani, Malika Ayane, Nek, Al Bano e Raoul Bova. Venerdì 10 giugno ore 21.25
Venerdì 10 giugno, in diretta dalla Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi, in
prima serata su Rai1 e
Rai Radio1, Carlo Conti presenta l’appuntamento con la solidarietà “Con il
cuore, nel nome di Francesco” con la
partecipazione di Francesco Gabbani, Malika Ayane, Nek e con Al Bano e Raoul
Bova. Giunto alla XX edizione, l’evento è promosso dai Frati del Sacro
Convento di Assisi con il coordinamento di Padre Enzo Fortunato. L’intento solidale di quest’anno è
quello di aiutare le mense francescane
operanti in Italia, le famiglie italiane in difficoltà, i
progetti delle missioni francescane operanti in tutti i continenti e di inviare
tutti gli aiuti umanitari possibili ai civili colpiti dalla
guerra in Ucraina. Immersi in un’atmosfera francescana,
Carlo Conti e tutto il cast daranno vita a un evento eccezionale, una serata
unica di musica, racconto e solidarietà, che unisce spettacolo, cultura e spiritualità. Sarà
possibile sostenere la campagna raccolta fondi fino al 31
luglio donando 2 euro al 45515 con un sms da cellulare Windtre, Tim, Vodafone, Iliad,
Postemobile, Coop Voce, Tiscali. Oppure donando 5 o 10 euro per le chiamate da
rete fissa Tim, Vodafone, Windtre, Fastweb e Tiscali e 5 euro per le chiamate
da rete fissa Twt, Convergenze, Postemobile.
Con il claim “cuori selvaggi” il Salone Internazionale del Libro di Torino ha accolto oltre 150 mila visitatori. Lettori in erba e consumati hanno affollato i padiglioni del Lingotto per vivere l’esperienza, sempre straordinaria, dell’incontro con il libro e con gli autori
“Leggere è una risorsa per la società, rende liberi. Lo
scambio di conoscenze crea ponti”. Sono state le parole del Capo dello
Stato Sergio Mattarella ad aprire il Salone Internazionale del Libro di Torino 2022,
definito dagli organizzatori “il più bello e grande di sempre”.
Superati i 150 mila visitatori, il Salone ha dimostrato ancora una vola di
essere luogo di incontro privilegiato di pensieri, idee ed esperienze. Un
susseguirsi di eventi, anteprime, presentazioni, tra gli affollati padiglioni
del Lingotto nei quali 938 editori hanno esposto i propri volumi. “È un momento
importante per il settore dell’editoria con grandi autori e grandi investimenti”
ha affermato da Torino il ministro della Cultura Dario Franceschini, che si è
impegnato a completare il percorso di approvazione della legge per la
promozione del Libro e della Lettura, che sosterrà tutta la filiera. Obiettivo,
dare una struttura solida a un settore che cerca regole certe per aumentare la
propria competitività. Per il ministro “i dati che riguardano l’editoria sono
confortanti e, in particolare, la stagione del lockdown ha riavvicinato le
persone ai libri, alla lettura e ai consumi culturali, mi aspetto una grande
crescita. In questi tempi di guerra il libro può fare tantissimo, è l’antidoto
principale contro l’odio e strumento importantissimo per promuovere il rispetto
e la conoscenza reciproca”. La fotografia del settore proposta da AIE,
Associazione italiana editori, evidenzia come negli ultimi quattro mesi le librerie
fisiche siano tornate a essere il canale di vendita privilegiato per romanzi,
saggi e manuali con il 52,4 per cento, l’online
si ridimensiona al 43 per cento, la grande distribuzione cala fino al 4,6 per
cento. I
libri venduti negli store tradizionali sono stati 32 milioni, con una flessione
del 2,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021, pur mantenendo un dato
migliore del pre covid. “L’editoria italiana ha ben superato gli anni
della pandemia – dice Ricardo Franco Levi, presidente AIE, Associazione Italiana
Editori – ma adesso affronta un contesto economico caratterizzato dall’aumento
dei prezzi della carta, dall’inflazione, dalla caduta dell’indice di fiducia
dei consumatori. Sul lungo periodo, la sfida è conquistare nuovi lettori
giovani, che vanno raggiunti attraverso i canali di comunicazione da loro più
utilizzati e con un’offerta editoriale e culturale in cui possano sempre più
riconoscersi”. Un libro può aiutarci a riflettere e regalarci emozioni,
tanti libri insieme possono cambiare la nostra vita, indirizzare il nostro
destino. Il Salone, diretto da Nicola Lagioia, ha scelto il claim “cuori
selvaggi”: “Nelle nostre intenzioni i ‘cuori selvaggi’ sono i cuori luminosi, i
cuori generosi, i cuori coraggiosi, i cuori capaci di mettersi in gioco per
provare a immaginare un futuro migliore del presente che stiamo vivendo e
cominciare a costruirlo – ha affermato – Il Salone è un laboratorio di idee e
al tempo stesso una grande festa popolare. Arrivano lettori forti insieme ad
altri che non leggerebbero alcun libro se non venissero qui. Il Salone fa la
sua parte per la diffusione della lettura, insieme a una filiera impegnata in
questo, dalle case editrici alle librerie, alle biblioteche, alla scuola”.
Lettura che negli ultimi due anni ha rappresentato ancora di più, per
tantissimi italiani, un antidoto contro la solitudine. “Nei mesi della pandemia
il libro è stato per molte e molti un rifugio – prosegue Lagioia – un modo per
viaggiare, per provare a capire il mondo. Il libro è un’avventura solitaria e
intima, lo dimostra il fatto che ci portiamo i libri a letto, ma che richiede
anche il momento della condivisione, e il Salone è uno di questi momenti”. Al Lingotto
di Torino non ha mancato di portare il proprio contributo la Rai, con un ampio
palinsesto di eventi radiofonici e televisivi, momenti di confronto,
presentazioni librarie. Nello stand, che ha ricostruito una grande sala di
lettura aperta a tutti i visitatori, si sono succeduti molte decine di
scrittori, intellettuali, personaggi dello spettacolo, musicisti. Rai Libri,
casa editrice del Servizio Pubblico, ha presentato al Salone le proprie storie,
i propri autori. “Una casa editrice del Servizio Pubblico ha un compito molto
chiaro e molto preciso, fare Servizio Pubblico – dice il direttore Marco
Frittella – ciò vuol dire fare servizio a tutto il pubblico, a tutti i segmenti
del pubblico. A chi chiede svago e divertimento, ma anche a chi chiede analisi
e riflessione. Il Servizio Pubblico deve essere in grado di fornire al pubblico
degli elementi che siano credibili e fondati per comprendere e analizzare la
realtà che ci circonda. Questo è vero per la televisione, per la radio, ma è
soprattutto vero per uno strumento come il libro, che è il momento nel quale
più precisamente ci fermiamo a riflettere, a studiare, a capire. E in questo
nostro mondo, che è così dominato, purtroppo, dalla manipolazione mediatica,
dalle fake news, da tutti gli elementi fuorvianti che mettono addirittura a
rischio la solidità delle istituzioni democratiche, una casa editrice del
Servizio Pubblico deve fornire libri che aiutino l’onesta riflessione sulla
realtà, sulla storia, sulla nostra dimensione geopolitica, sull’economia, su
ciò che ci attende, sull’emergenza climatica. Non manipolata ma onesta, fondata
e veritiera”.
Con 631 punti gli ucraini hanno vinto l’Eurovision Song Contest di Torino. Record di ascolti su Rai 1. Per la finale 6 milioni e 590 mila spettatori e uno share del 41.93 per cento
I 439 punti
assegnati dal pubblico con il televoto hanno fatto la differenza portando la
Kalush Orchestra e il brano “Stefania”, in gara per l’Ucraina, alla vittoria
del 66esimo Eurovision Song Contest. Con 631 punti totali, la band ha
confermato un successo già in parte annunciato. Ad accoglierne il trionfo i 7 mila
del Pala Olimpico di Torino e una sterminata platea televisiva che ha
testimoniato piena vicinanza alle vittime della guerra. La voce di Oleh
Psjuk, la forza della musica, si sono fatte bandiera di un profondo messaggio
di pace. “Il nostro coraggio impressiona il mondo, la nostra musica conquista
l’Europa – ha dichiarato poco dopo la proclamazione il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky – l’anno prossimo l’Ucraina ospiterà l’Eurovision per la
terza volta nella storia. Faremo tutto il possibile affinché possa essere
Mariupol la città ospitante”. A complimentarsi con
la Kalish Orchestra anche i vertici delle Istituzioni europee, Ursula von
der Leyen e Josep Borrell in testa. Secondo sul podio il Regno Unito (Sam
Ryder, “Space Man”, 466 punti), seguito dalla Spagna (Chanel, “SloMo”, 459
punti). Sesti i rappresentanti italiani Mahmood e Blanco che con la loro
“Brividi” hanno totalizzato 268 punti. Nella lunga notte della musica a
trionfare è stata anche la Rai, broadcaster che ha organizzato e realizzato
l’evento: a seguire la finale in Italia sono stati 6 milioni e 590 mila
spettatori per uno share del 41.93 per cento. “L’Eurovision Song Contest 2022 è
riuscito a cogliere appieno lo spirito del momento e i risultati di ascolto di
tutte le serate e della finale in particolare lo mostrano con chiarezza – dice
la presidente della Rai Marinella Soldi – Sono stati soprattutto i giovani a
seguire con passione la gara, in tv , in radio, in streaming, sui social e a
decretare, con il televoto, la vittoria dell’Ucraina: una scelta che, insieme
all’apprezzamento per la canzone in gara, rispecchia anche la volontà di pace
dei popoli d’Europa”. Per l’amministratore delegato Carlo Fuortes “gli ottimi
ascolti dell’Eurovision Song Contest 2022 in Italia e all’estero dimostrano la
ricchezza della musica di oggi, con tante e diverse tendenze e linguaggi
musicali, e sono una conferma della statura internazionale della Rai. La
vittoria dell’Ucraina, in gara con un brano vitale e originale, premia anche un
popolo al quale tutta l’Europa dimostra di stringersi in modo solidale”.
Tra le firme più apprezzate del giornalismo musicale e conduttore, insieme a Ema Stokholma, di “Back2Back” e di “Back2Back Speciale Let’s Play!”, in prima serata su Rai Radio2. Della radio dice: «Si adatta ai tempi, non invecchia. L’essenza non cambia e questa penso sia la sua bellezza»
Dal
2017 ai microfoni di “Back2back”, ora sono tornati i live… cosa rappresenta per
te questo programma e come vivi questo momento…?
“Back2back” continua a rappresentare uno spazio di libertà, di avventura. Il dialogo con Ema, che va avanti da qualche anno nella quotidianità, è per entrambi un modo di crescere insieme, e di farlo viaggiando con la musica e con gli ascoltatori con i quali c’è un feedback continuo. Osserviamo quello che succede in musica, ci rendiamo conto delle reazioni, lo facciamo anche attraverso gli ospiti musicali che ci vengono a trovare a “Back2Back Speciale Let’s Play!”, che hanno davvero tanta voglia di suonare.
Cosa hanno dato (o tolto) alla musica gli
ultimi due anni?
Hanno
tolto una delle cose essenziali per i musicisti, i live, e hanno dato
sicuramente una possibilità di maggiore riflessione sul ruolo della musica.
Molti artisti hanno capito ancora di più l’essenza del loro lavoro, anche nella
privazione di parte di questo. La mancanza dei concerti dal vivo ha avuto un
effetto paradossale, è avvenuta in un momento di grande trasformazione della
nostra musica, con un tasso di cambiamento che non si percepiva da molti anni.
Il paradosso è questo: una rivoluzione musicale che ha avuto pochi sbocchi dal
vivo.
I
giovani artisti quanto hanno pagato tutto questo?
Alcuni
sono diventati delle star nel giro di due anni, ma magari non si sono mai
esibiti in pubblico, o lo hanno fatto pochissime volte. Ce ne sono alcuni che
hanno il dono di Madame, quando è arrivata a Sanremo credo che fosse la seconda
volta in tutta la sua vita che si esibiva davanti a un pubblico. Lei è dotata
naturalmente, ed era come se l’avesse sempre fatto. Altri sono cresciuti nel
pensare, nello scrivere e nell’incidere la musica, ma sono immaturi per
l’esibizione live.
Per
chi la musica la racconta, cosa vuol dire stare “back”?
In
questo momento più che la critica musicale mi piace raccontare la musica. Penso
sia la forma più adatta ed efficace in questo momento storico. Mi piace farlo
in tanti modi, attraverso libri, le serate, grazie alla radio.
Quando
hai capito che la musica sarebbe stata la colonna portante della tua vita…?
Tutto
questo è avvenuto in un’epoca in cui il mio lavoro non esisteva (sorride).
È stata
un’equazione venuta fuori naturalmente, nulla era previsto. Amavo scrivere e mi
vedevo proiettato in quello, e poi ero appassionatissimo di musica, pur non
suonando o cantando. La musica sui giornali era un fatto di cronaca, non
esisteva un giornalismo musicale. Quando mi chiamarono da Repubblica, che
ancora doveva uscire in edicola, mi chiesero se volessi collaborare con il loro
progetto. La cosa bella fu che ringraziai e dissi di doverci pensare. Non lo
feci per presunzione, ma perché in quel momento si dava un’enorme importanza ai
valori, all’etica, quindi la prima cosa da pensare era se fosse giusto o meno
farlo. Ne parlai con gli amici, per fortuna alla fine accettai. Da lì lo
scrivere di musica divenne gradualmente il mio lavoro. È stato
un po’ romanzesco, erano anni in cui le cose erano più avventurose di oggi.
Al via la tredicesima stagione di una delle fiction più seguite di sempre. Insieme all’amatissimo prete-investigatore, interpretato dal grande Terence Hill, troviamo don Massimo, nei cui panni si cala Raoul Bova, sacerdote al primo impegno in una parrocchia. Con loro vecchi e nuovi amici: il maresciallo Cecchini (Nino Frassica), il capitano Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta), il colonnello Flavio Anceschi (Flavio Insinna), la perpetua Natalina (Nathalie Guetta), il pm Marco Nardi (Maurizio Lastrico). Da giovedì 31 marzo in prima serata su Rai1
E tredici!
Terence Hill e il suo don Matteo tornano sui teleschermi di Rai1 (e sulla
piattaforma RaiPlay) per dieci serate e altrettante avventure straordinarie.
Una stagione speciale, quella che entrerà nelle nostre case a partire da
giovedì 31 marzo, che vedrà l’attesissimo debutto nella serie di don Massimo,
interpretato da Raoul Bova. “Don Matteo” rimane fedele a se stesso, continuando il viaggio
nella vita e nella società di oggi, ma al tempo stesso si rinnova, dimostrando
di stare al passo con i tempi, mantenendo sempre lo sguardo positivo e la
convinzione che sia sempre possibile cambiare e avere una seconda possibilità. I numeri della serie sono i veri testimoni
di un successo planetario: 256 gli episodi realizzati, 1.659 (tra repliche e
prime Tv) i passaggi solo su Rai1. A seguire Hill-don Matteo nelle sue indagini
sono stati nel corso degli anni i telespettatori dell’America Latina e quelli
degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Australia e, ovviamente, del Vecchio
continente. “Vorrei ringraziarvi
tutti, – ha detto Terence Hill intervenendo da Los Angeles alla conferenza
stampa di presentazione della tredicesima stagione – in particolare il pubblico
perché senza di voi che seguite Don Matteo da tanti anni, Don Matteo non
esisterebbe. Da quando ho lasciato il set, ancora vi penso. Un grande abbraccio
a tutti, agli attori, alla troupe e a Luca Bernabei che mi ha sempre fatto
lavorare bene”. La serie è prodotta da Lux Vide e da Rai Fiction. “La longevità
di Don Matteo – ha affermato Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction – ci
ha permesso di diventare un brand, un marchio che continuiamo a esplorare nella
sua evoluzione, nel coraggio e nella possibilità di cambiare. Nel frattempo,
ricordiamo che questa è stata una grande palestra per molti attori, per registi
e anche per noi, perché 22 anni sono tantissimi. Un grazie davvero a tutti”. Dietro
la macchina da presa, in questa tredicesima stagione, Francesco Vicario, Riccardo
Donna e Luca Brignone.
Le grandi sfide della scienza e gli interrogativi dell’umanità. Da sabato 12 marzo alle 21.45 su Rai 3 il nuovo programma di approfondimento e divulgazione scientifica. «Conoscenza come dimensione umana e desiderio di raccontare quello che avviene alle frontiere della ricerca» afferma la conduttriceC
Che cos’è la quinta dimensione?
Albert Einstein ci ha mostrato un universo in quattro dimensioni, le tre dello spazio e la quarta del tempo, però i fisici già ritengono che possano esistere delle dimensioni aggiuntive. Abbiamo chiamato il programma “Quinta dimensione” per esprimere la nostra intenzione di raccontare quello che avviene alle frontiere più avanzate della ricerca, ma allo stesso tempo, per come la intendiamo noi, la quinta dimensione è anche quella della conoscenza, del desiderio degli esseri umani di indagare la natura, di capire come funziona quello che ci circonda, della curiosità che ci rende umani.
Dove ci porterete con la prima puntata?
La prima puntata sarà un po’ un tirare le fila di tutto quello che ci è accaduto negli ultimi anni, quelli della pandemia, per fare il punto sulle grandi domande, che in molti casi sono rimaste in sospeso, anche perché i fatti si sono succeduti in modo molto veloce. Ci chiederemo come abbia avuto origine tutto, se saremo costretti a vivere altre emergenze di questo tipo, come si sono sviluppati i vaccini e i farmaci. Affronteremo le grandi questioni sullo sviluppo della pandemia, ma cercheremo anche di capire cosa abbiamo imparato e cosa potrà portarci dei buoni frutti in futuro. Infine, ci domanderemo quali altre emergenze potremmo dovere affrontare e come sapremo affrontarle alla luce di quello che abbiamo vissuto.
Il suo libro “Le grandi epidemie” (Donzelli) è stato quasi profetico alla luce di quanto accaduto, e così ci chiediamo a che punto siamo nella lotta al covid? Questa lezione a cosa ci è servita?
Ho sempre pensato che, tutto sommato, questa pandemia ci sarebbe servita a capire che le grandi emergenze. Le difficoltà, in particolare quelle dei cambiamenti climatici, si vincono solo compatti come esseri umani, vedendo però ciò che sta accadendo in questo momento del mondo, da questo punto di vista si perdono un po’ le speranze. Credo che l’insegnamento principale della pandemia avrebbe dovuto essere che abbiamo nemici comuni, come umanità, e che vanno affrontati in maniera compatta. Penso che, dal punto di vista strettamente dell’epidemia, la parte peggiore sia dietro di noi, perché adesso abbiamo dei vaccini, sappiamo come farne eventualmente aggiornati se dovessero comparire delle mutazioni particolarmente preoccupanti del virus, cominciamo ad avere dei farmaci. Insomma, è finito l’effetto sorpresa, quello che ci ha messo più in difficoltà. Cominciamo a essere ragionevolmente immunizzati come umanità, quindi, starà probabilmente succedendo quello che i ricercatori hanno previsto sin dall’inizio, ossia che saremmo andati incontro a ondate epidemiche sempre meno forti e dalle conseguenze sempre meno gravi. Credo che possiamo augurarci di essere sulla via d’uscita. Il problema è che in qualche modo questa epidemia non è stata che un assaggio della grande emergenza rappresentata dai cambiamenti climatici, che dobbiamo affrontare tutti insieme.
Sottotitolo del programma è “Il futuro è già qui”, ma il futuro nasce dai successi e dagli insuccessi del presente, del passato recente. Quali sono le grandi conquiste degli ultimi cinquant’anni e quali, invece, le occasioni perdute?
Il futuro è già qui perché, effettivamente, quello che accadrà nel nostro futuro lo stiamo decidendo e impostando adesso. Quello che ha messo in luce l’epidemia è che se si fanno degli sforzi molto grandi e con grande determinazione la conoscenza accelera in maniera veramente straordinaria. Possiamo pensare che i semi per i vaccini a RNA che stiamo utilizzando adesso, siano stati messi trenta, quaranta anni fa, ma probabilmente farmaci a RNA paragonabili a questi li avremmo ottenuti fra diversi anni, se non ci fosse stata la straordinaria accelerazione data dai fondi e dalle energie profusi per far fronte alla pandemia. Negli ultimi decenni abbiamo perso l’occasione a livello planetario di affrontare molto meglio il problema energetico, che porta all’emissione di una quantità di gas serra che mette in crisi la nostra possibilità di sopravvivenza sul Pianeta come specie. Credo sia il grande rimpianto che possiamo avere come comunità. D’altro canto, se guardiamo alle conoscenze scientifiche che avevamo nel 1970 e a quelle che abbiamo oggi, agli strumenti che abbiamo dal punto di vista medico, tecnologico, dell’efficienza energetica, è chiaro che di occasioni ne abbiamo colte moltissime.
In un altro suo libro, “Confini invisibili” (Mondadori), ci ricorda come l’uomo non sia il padrone della Terra ma un ingranaggio, forse anche uno dei più fragili. Oggi sembriamo avere maggiore consapevolezza della necessità di affrontare le emergenze, quali sono le priorità del pianeta Terra?
La grande emergenza ha a che fare con il fatto che qualcosa come il 70 per cento degli uccelli che abita sulla Terra è pollame per la nostra alimentazione. Allo stesso tempo, una percentuale impressionante di mammiferi presenti nel Pianeta è rappresentata da noi stessi e dai nostri animali da allevamento. Nell’ultimo secolo abbiamo plasmato, con una grande accelerazione, l’intero ecosistema Terra, di cui siamo una componente. Un ecosistema funziona quando tutte le componenti godono di buona salute. La grande sfida è quella di non tornare a un passato in cui le persone avevano una speranza di vita di 26 anni, se eravamo nell’Impero romano, o di 42 se eravamo nel 1901 in Italia. Vogliamo raggiungere una condizione in cui ci sia una qualità della vita che reputiamo accettabile e allo stesso tempo sostenibile.
L’energia, la gestione delle risorse, i conflitti a Est rischiano di farci fare scelte repentine, quali strade seguire?
I problemi complessi non hanno purtroppo soluzioni semplici, e questa è una cosa a cui dobbiamo in qualche modo rassegnarci. Ci troviamo di fronte a moltissime scelte da compiere, anche come cittadini, che hanno dei contro, oltre ad avere dei pro, e dobbiamo imparare a bilanciare pro e contro. Dal punto di vista della gestione energia c’è un problema enormemente complesso. In questi giorni si è parlato di riattivare le centrali a carbone che erano in via di dismissione in Italia. Ce ne occuperemo nella puntata sulla sostenibilità, in cui un esperto ci spiegherà come questa sia una soluzione sicuramente possibile ma non pensabile a lungo termine, una soluzione di emergenza. A lungo termine, invece, dovremo evidentemente trovare un bilanciamento di produzione di energia che ci porti a rinunciare ai combustibili fossili entro pochissimo tempo per ridurli drasticamente entro il 2030 e cercare di eliminarli entro il 2050. Questo ci porta a fare delle scelte: o puntare moltissimo sulle rinnovabili, o valutare se utilizzare per esempio certe forme di nucleare, che nel frattempo si stanno sviluppando. Sono decisioni che comportano pro e contro.
Il nucleare oggi è più sicuro che in passato?
È una tecnologia che diventa sempre più sicura, ma soprattutto, entro dieci anni e in un passo successivo entro venti, dovrebbero essere disponibili sistemi che permettano una drastica riduzione delle scorie, una maggiore sicurezza rispetto alle centrali tradizionali, parlo ad esempio di piccole centrali nucleari come quelle che alimentano alcuni sottomarini. Un sistema di centrali più sicuro, che produca meno scorie e che sia più efficiente. Però è cruciale capire se la cittadinanza le vorrà utilizzare.
La scienza è al centro della sua vita, alla vigilia dell’8 marzo possiamo dire che il ruolo e le capacità delle donne siano sempre più determinanti nel terreno della ricerca?
Credo che possiamo dire che anche nella scienza non si può fare a meno delle donne, che non ci si può permettere di rinunciare a quel 50 per cento di creatività e di intelligenza che rappresentano nella popolazione mondiale. Ne parleremo in una delle puntate, in cui racconteremo la figura di Rosalind Franklin e la scoperta della struttura del DNA. Lei è diventata un po’ l’emblema del mancato riconoscimento, nella storia, del ruolo delle donne nella scienza, situazione che tuttavia il mondo della scienza affronta ormai da anni in maniera molto seria. Questo dovrebbe avvenire anche in altri campi, con la consapevolezza che le donne a volte incontrano ostacoli ingiustificati nella loro carriera.
A chi dedica la “Quinta dimensione”?
Mi piacerebbe dedicarla alle nuove generazioni, perché il futuro è già qui, ma il futuro è soprattutto loro. Contribuiranno molto presto a cominciare a costruirlo perché, per come siamo strutturati come società, facciamo sin da piccoli delle scelte importanti. Sarebbe bello coinvolgere da subito i giovani nel dibattito sulla scienza. ν
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