il canale è visibile in 40 milioni di case nel mondo e 174 sono i paesi coperti dal segnale su un bacino di utenza che arriva a 80 milioni di oriundi e 250 milioni di ‘italici’
Rai Italia fa un nuovo, fondamentale passo, verso la sua diffusione anche
in Europa. E lo fa in ‘grande stile’ consentendo alla Rai di approdare per la
prima volta con le sue trasmissioni in Gran Bretagna e Spagna, due aree
geografiche dove la comunità italiana è vasta e molto attenta alle
vicissitudini del proprio paese di origine. L’accordo di distribuzione con la
World Stream – Il Globo è stato finalizzato da Rai Com e comprende, tra gli
altri, anche i territori di Irlanda del Sud, Portogallo, Svizzera, Francia,
Belgio, Malta, Grecia, Cipro, Turchia, Romania, Moldavia, Finlandia, Lettonia e
Lituania che si aggiungono a Germania, Ungheria e Lussemburgo. La World Stream
è parte integrante del Gruppo editoriale di Melbourne “Il Globo”, nato nel 2016
con l’intento di fornire un servizio di informazione cartacea e digitale alle
comunità di italiani residenti, in lingua italiana ed inglese ed ha già altri
accordi in essere per la distribuzione di Rai Italia in Australia ed America
del Sud. La platea del canale della Rai è davvero ampia e, oggi, è visibile in
oltre 40 milioni di case raggiunte attraverso piattaforme satellitari, cavo,
Iptv e OTT in tutti i continenti. Il suo pubblico nel mondo è rappresentato da
oltre sei milioni di italiani (iscritti all’Aire) che vivono e lavorano
all’estero, circa ottanta milioni di oriundi e duecentocinquanta milioni di
italici. Numeri capaci di garantire anche la validità del progetto e di
centrare appieno gli obiettivi del Servizio Pubblico. Rai Italia trasmette il
meglio dei programmi delle reti generaliste Rai cui si aggiungono le produzioni
originali per l’estero che superano le 8.760 ore l’anno. Il ‘best of’ comprende
i Tg Rai in diretta, la grande fiction, gli show serali e i talk di attualità
in contemporanea con la messa in onda italiana; gli approfondimenti e le
inchieste giornalistiche; i grandi eventi musicali in diretta. La
programmazione originale prevede circa 1300 ore di produzioni per l’estero, di
cui 430 dedicate all’approfondimento informativo, oltre 180 all’informazione
religiosa, 350 di sport e 100 dedicate al cinema italiano. Da sottolineare i
prodotti ‘Teche’ con varietà, volti, personaggi e territorio (250 ore).
Dentro una “zona grigia” dove diventa difficile, se non impossibile, distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il RadiocorriereTv incontra alcuni dei protagonisti e l’autore, ex magistrato, che con i suoi romanzi ha ispirato la serie
2022, Il Maresciallo Fenoglio
GIANRICO CAROFIGLIO
Esistono dei punti in comune tra lo scrittore e
l’investigatore?
È una mia vecchia fissazione riflettere su cosa accomuni lo scrittore
e l’investigatore. Sembra un pensiero un po’ bizzarro ma se ci si riflette bene
non lo è, perché entrambi si occupano di storie. Se per uno scrittore avere a
che fare con una storia è ovvio, lo è certamente meno per l’investigatore, ma
le buone storie sono sempre uno strumento di lavoro anche per chi prende le
tracce di un delitto e le deve ricostruire in una narrazione coerente dei
fatti. Più la narrazione è coerente, più esiste la possibilità che la spiegazione
di quello che è successo sia giusta. Un bravo investigatore è un buon
raccontatore di storie – anche soltanto a se stesso – che non deve dimenticare
di verificarle. È una somiglianza non da poco, me ne sono accorto quando ho
cominciato a scrivere ed è stata una folgorazione abbastanza inattesa.
Magistrato, scrittore, sceneggiatore. Quale equilibrio ha
trovato per la serie?
Il mio apporto alla serie è aver scritto i romanzi, che io
definisco investigativi, non crime o gialli. Aver fatto il magistrato, il pubblico
ministero che si occupa di criminalità organizzata, è stato decisivo per la
credibilità. La partecipazione alla sceneggiatura è un fatto collaterale, il
lavoro di sceneggiatore è un altro, non è il mio, e c’è chi lo fa meglio di me.
Chi è Pietro Fenoglio?
Sembrerà banale, ma Fenoglio è un carabiniere atipico… tutta
la sua idea di stare nel mondo e nelle indagini è abbarbicata al concetto di
dubbio. È il dubbio metodico di un uomo che probabilmente avrebbe voluto fare
altro nella vita, e che si è trovato un mestiere che gli permette di esercitare
un’intelligenza mite, non violenta, che va al cuore del male, evitando il
giudizio che offusca la visione, la capacità di leggere le cose. In un altro
libro mi è capitato di scrivere che i peggiori investigatori sono quelli che
fanno parte della categoria dei moralisti.
Con la serie ci si immerge in una città che piano piano si
scopre sopraffatta dal crimine organizzato…
Con le location è stato fatto un bellissimo lavoro, si percepisce
lo spirito del tempo, un senso di verità importante, perché quegli anni, per
tante ragioni, sono stati singolari sia per la storia della Puglia e della
criminalità organizzata pugliese, sia per la grande storia della lotta al
crimine organizzato nel nostro Paese.
In uno scambio di battute tra Fenoglio e Pellecchia si parla
della “pazienza” come qualcosa di rivoluzionario…
Penso che la pazienza sia un grande strumento di lavoro in
molti ambiti, tanto più importante, quanto più difficile da praticare. Ragionando
di pazienza mi piace anche pensare alle differenze tra fretta e rapidità. La
fretta è quel comportamento un po’ scomposto di chi si muove senza sapere bene
quello che deve fare e quando farlo. È il frutto dell’incompetenza, dell’ansia
della inadeguatezza. La rapidità, invece, è il modo di muoversi di chi è
competente, che non fa azioni non necessarie, che quando deve muoversi,
fisicamente o metaforicamente, lo fa in modo rapido ed efficace. Per essere
capaci di praticare la rapidità, bisogna essere capaci di praticare la
pazienza.
GIULIA BEVILACQUA (Serena)
Ci racconta il suo personaggio?
Serena è la compagna del maresciallo, che lei chiama sempre per
cognome. È una donna ironica, empatica che
riesce a gestire il rapporto con quest’uomo così spigoloso ricorrendo al
dialogo e alla dolcezza. Il loro legame si basa sulla stima reciproca e sul
rispetto.
Cosa rappresenta per lei questa serie?
È un racconto necessario su un momento drammatico della
nostra storia che non deve essere dimenticato, soprattutto dai ragazzi. Abbiamo
il dovere di ricordare, nonostante la sua tragicità. In questa serie, dal
regista Alessandro Casale a Gianrico Carofiglio, da un cast straordinario a
tutte le maestranze, ciascuno ha cercato di investire talento e professionalità.
C’è un’altissima qualità, non solo nella cura dei contenuti, ma anche estetica
che rende “Il Metodo Fenoglio” un bellissimo esempio di cinema nella
televisione.
Fenoglio e la mafia a Bari…
Fenoglio è impegnato in indagini faticose, difficili,
rischiose perché, per la prima volta si parla di mafia anche in Puglia… questo
il maresciallo lo aveva già intuito. Lui sa bene che dietro l’incendio del Tetro
Petruzzelli di Bari c’era la mano di un’organizzazione criminale.
PAOLO SASSANELLI (Antonio Pellecchia, alter ego di Pietro
Fenoglio)
Pellecchia e Fenoglio… che coppia!
Il loro è un rapporto bellissimo basato sull’amicizia e sulla
fiducia. Pellecchia rispetta la sua intelligenza, la sua cultura, il suo essere
un grande investigatore e pensatore raffinato. Fenoglio ha bisogno della mano
pesante e della crudezza dell’amico che ha una conoscenza profonda del
territorio e su questo si muove perfettamente. È uno strano miscuglio che
funziona. L’obiettivo di Fenoglio è sempre la verità, non si accontenta mai di
una sola pista, è l’uomo del dubbio e per questo si muove sempre in più direzioni,
in cerca di soluzioni mai scontate.
Cosa rappresenta il Metodo Fenoglio?
È un crime vero, si è scelto di concedere poco alla commedia
e alla leggerezza, siamo andati sulla sostanza, senza fronzoli, dritti alle
cose concrete. Gli sceneggiatori hanno trovato un ottimo equilibrio tra storia
vera e quella sceneggiata, anche per me che sono pugliese è stato difficile
percepire la differenza tra finzione e realtà perché è stato fatto un lavoro
ottimo.
Il suo ritorno in
televisione un viaggio nella musica italiana…
È un percorso che prosegue. Protagonisti del programma saranno sei grandi
cantautori con l’obiettivo, che poi è la battaglia di tutta la mia vita, di
divertire facendo cultura. La gente ascolterà delle grandi canzoni che sono
nell’immaginario collettivo.
Accanto a lei ci saranno
Flora Canto e la sua band…
Lo spirito è quello di proporre un programma non con la
classica orchestra Rai che suona i pezzi, ma un riarrangiamento come fosse un
concerto dal vivo con ospiti.
Gli ospiti saranno
legati alla storia dei protagonisti?
Non necessariamente. Ci sarà un po’ di tutto, anche dei
ragazzi, giovani cantautori.
E si disquisirà anche
del rapporto tra musica e filosofia…
Ci sarà Matteo Saudino, in arte BarbaSophia, docente di
filosofia in un liceo torinese. Molto piacevole da ascoltare. Ci siamo
incuriositi e interessati a lui perché avevamo notato che sui social, dove c’è
tanta superficialità, c’era un professore che veniva ascoltato in massa
raccontando la filosofia.
Come sono e cosa vedono
gli occhi del musicista?
A seconda dei musicisti che racconteremo. Vedono la vita di
tutti i giorni, l’amore. La canzone italiana ha spaziato su tutti i temi.
Avremo sei personaggi diversi l’uno dall’altro.
Nel 2003 pubblicava
l’album che ha ispirato il titolo del suo nuovo programma… è trascorso un
ventennio…
Vuol dire che la canzone ancora tiene botta.
Il programma racconterà
Tenco, Graziani, Bertoli, Endrigo, Cutugno e Califano. C’è una caratteristica,
oltre l’eccellenza del loro cantautorato, che li accomuna?
Erano tutti in anticipo sui tempi. Ascoltare alcune loro
canzoni è come avere la sensazione che siano state scritte tre anni fa. Nessuno
di loro stava seguendo una moda ai loro tempi. Ognuno di questi sei indicava la
strada e seguiva il proprio percorso.
Molto particolare è
anche la scelta del pubblico, formato da studenti di scuole di musica. Perché?
Tre anni fa ho insegnato Storia della Musica al Conservatorio
Giuseppe Verdi di Milano. Era interessante vedere dei ragazzi, giovanissimi,
portati per la musica, che ascoltavano con interesse le mie lezioni. Ho pensato
che adesso, in televisione, potesse essere la stessa cosa.
Le nuove generazioni
come vivono nomi come Tenco, Bertoli o Califano solo per citarne alcuni?
C’è una spaccatura incredibile. C’è il ragazzino totalmente
passivo che vede quello che funziona sulle app dedicate e se lo ascolta, e poi
c’è quello che ha una vita interiore completamente diversa e sceglie. Vedo
poche vie di mezzo.
Ci saranno delle
sorprese?
Grandi musicisti, amici. Nella prima puntata dedicata a
Tenco, ci sarà Ron.
Presentato in anteprima a “Viva Rai 2!”, è uscito “M’ama non m’ama”, singolo dell’artista bolognese nato ad “Amici” e consacrato dal morning show di Fiorello. E nel 2024 arriva l’EP con sei brani che parlano d’amore
Tommaso, lunedì 8 dicembre è per lei una giornata speciale…
A mezzanotte esce il mio nuovo singolo “M’ama non m’ama”, che ho scritto
lo scorso anno e nel quale ho messo tanta passione. Si ispira alla storia sentimentale
di una mia amica che quando ho scritto la canzone viveva una situazione difficile.
Quando ha ascoltato il brano ho visto le lacrime di commozione nei suoi occhi,
e così ho capito di avere centrato il punto. In questa canzone si sono
ritrovati anche altri miei amici.
“M’ama non m’ama” è il primo tassello di un progetto più ampio…
Un EP scritto interamente da me che uscirà il prossimo anno. Sono tutte storie
vere che raccontano persone diverse. Un anno fa ho vissuto una fase di down
emotivo personale, e così mi sono buttato sul lavoro, che mi è stato di grande
aiuto. In quel momento mi sono accorto che le persone intorno a me, i miei
amici, stavano vivendo la stessa situazione in modalità diverse: chi aveva il
cuore spezzato, chi sceglieva di rimanere sola. Ho cercato di raccontare quelle
storie, una parla di me.
La danza e la musica, come si incontrano questi due mondi nella sua
esperienza artistica?
Da piccolo mi era più facile comunicare le emozioni attraverso il corpo,
con la danza, poi mi sono accorto che le parole, la scrittura e il canto, sono
strumenti che mi aiutano ad andare oltre.
Una passione, quella per lo spettacolo, che viene da lontano….
Sin da bambino, a quattro anni, organizzavo gli spettacoli di Natale per
tutta la famiglia. C’erano le canzoni di Raffaella Carrà, degli Abba, che amo
tantissimo. Ma c’erano anche quelle di Britney Spears, di Jennifer Lopez. J-Lo,
ad esempio, nasce come ballerina, poi sono arrivati il canto, la recitazione.
Chi vive d’arte rimane affascinato da tutto ciò che questa può offrire. L’artista ha lo sguardo di un bambino, che non pensa al giudizio altrui. Voglio vivere
lo spettacolo in modo pieno senza mai avere rimpianti.
Come vive la popolarità?
Quando sono uscito da “Amici” è stato più complesso perché non ero
abituato a tanta attenzione. Oggi vivo tutto più serenamente, sono contento
quando le persone mi chiedono una foto o vogliono parlare con me…
Lei viene da Sant’Agata bolognese, in Emilia, il paese di Nilla Pizzi…
La cosa mi riempie d’orgoglio, per i miei compaesani dopo Nilla Pizzi c’è
Tommaso Stanzani (sorride). Mi sostengono. Le mie insegnanti, le mie
tate mi dicono che sapevano che lo spettacolo sarebbe stato nel mio futuro.
Prima Maria, poi Fiorello, cosa si sente di dire a entrambi?
Sono un po’ come una mamma e un papà artistici. “Amici” è stato l’inizio,
una tappa importantissima. Devo molto a Maria De Filippi, al programma, è stato
con quell’esperienza che ho capito quanto mi piacciano la televisione e tutto
quello che c’è dietro: le prove, i costumi, il trucco. Fiorello è stato lo step
successivo. Grazie a lui ho capito qual è la carriera che mi piacerebbe fare.
“Viva Rai 2!” è una scuola che mi insegna ogni giorno qualcosa. Non potrei
essere più fortunato.
Oggi ha 21 anni, come vede il Tommaso del futuro?
Vorrei un Tommaso sempre più consapevole e ancor più determinato, che
abbia superato piccole insicurezze. In passato quando leggevo critiche mi si
spezzava il cuore, oggi inizio ad avere qualche difesa in più. Spero di non
perdere mai la voglia di sperimentare, di fare le cose.
Guardiamo a un futuro un po’ più prossimo, cosa farà a Natale?
Andrò dai miei, starò un po’ in famiglia. Ci saranno i tortellini delle
nonne, Martina e Milva. Come da tradizione trascorreremo il Natale dall’una e
Santo Stefano dall’altra. Ci saranno anche cioccolata calda e pandoro.
Tommaso è un ragazzo felice?
Sì. Tommaso è un ragazzo che tutti i giorni si ricorda il motivo per cui
deve essere felice: faccio un lavoro straordinario, ho una famiglia che mi
supporta. Sto facendo quello che voglio fare e sto lavorando per continuare a
fare ciò che voglio fare. Mi dico “avanti così”.
L’attrice veste i panni del Sostituto Procuratore Gemma D’Angelo, magistrato indipendente e coraggioso. “Il metodo Fenoglio”, diretto da Alessandro Casale: Il lunedì in prima serata su Rai 1
2022, Il Maresciallo Fenoglio
Cosa ha significato confrontarsi con la
scrittura di Gianrico Carofiglio?
Per un attore partire da un romanzo è
un’occasione in più, che ti consente di scavare nella mente di chi ha scritto
un personaggio. Penso alla mia Gemma D’Angelo, alla sua gavetta, sulla carta ho
scoperto molto di lei. A colpirmi e a sorprendermi è stata anche una parte
della storia della mia regione, che non conoscevo. Per me, cresciuta a
Brindisi, la mafia in Puglia era quella dello spaccio delle videocassette. Non
pensavo che ci fosse un’organizzazione tanto allargata e complessa.
Come ha vissuto l’incontro con Gemma
D’Angelo?
All’inizio ero molto spaventata. La
sceneggiatura tracciava totalmente la sua veste lavorativa, mi ha fatto
conoscere il linguaggio legislativo, quello del magistrato. Ho cercato di
capire cosa significasse essere una donna magistrato negli anni Novanta e così
ho studiato la figura di Ilda Boccassini, molto attiva in quel periodo contro
la mafia. Nel corso delle riprese ho incontrato il procuratore della Repubblica
di Taranto, Eugenia Pontassuglia, che mi ha aiutato a recuperare un’urgenza,
tasselli mancanti.
Per una donna di legge quali erano le
difficoltà in quegli anni?
Purtroppo, le stesse che ci sono
ancora. A partire dal dover dimostrare di essere intelligenti, preparate,
cercando di affermarsi con tutte le forze. Non senza difficoltà.
Nella serie, invece, cosa accade?
L’aspetto interessante del rapporto tra
Gemma e Fenoglio è vedere come questo sia basato sulla stima reciproca, lui
l’apprezza da subito. Lei e Fenoglio sono uguali, hanno la stessa luce negli
occhi.
Quali strumenti le ha dato, l’essere
pugliese, nell’entrare in questa storia?
Sono nata in quegli anni e culturalmente
tanti rifermenti li conoscevo. Oggi la situazione è migliorata, ma la mafia si
esprime nei comportamenti, negli atteggiamenti, che ancor’oggi sono
riconoscibili.
Come ha caratterizzato il personaggio
di Giulia?
Ho cercato di lavorare molto
sull’accento. Un barese della Bari vecchia, soprattutto negli anni Novanta,
parlava diversamente da una persona istruita come Gemma, che aveva studiato a
Napoli ed era stata a lavorare in Calabria nell’Antimafia. Il suo accento
racconta la sua storia.
Cosa le ha lasciato questo set?
Un senso di famiglia. Ci siamo tutti
riconosciuti nel voler dare qualità, consapevoli di lavorare a un prodotto
importante. Il regista ha preteso due settimane di lettura del copione a
tavolino, insieme agli sceneggiatori, cosa che di solito accade in teatro, nel
cinema. Anche sul set c’era cura della parola, dei personaggi.
Un incontro virtuoso…
Lo stare bene insieme ti stimola a
stare meglio, a trovare poesia. E così è stato.
La sua Puglia è sempre più
protagonista sul grande e sul piccolo schermo, cosa prova di fronte a questa
popolarità?
Sono orgogliosissima. È stato bellissimo stare sul set di
una terra speciale, un onore. Ho scoperto Bari come una piccola metropoli dove
le cose funzionano. Volevamo che
quella magia non finisse.
La Commissione musicale della Rai presieduta da Amadeus ha selezionato i magnifici 12 che il 19 dicembre gareggeranno al Teatro del Casinò per aggiudicarsi l’accesso al Festival della Canzone Italiana. La serata andrà in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio 2
bnkr44
“Effetti speciali”
“Raccontiamo
una storia d’amore molto semplice, lo facciamo con una metafora
cinematografica, come se i personaggi fossero gli attori di un film. Fare
musica fa bene alla salute, saremo sul palco con l’energia di sei ventenni, ‘Sanremo
giovani’ è davvero una grande opportunità”.
CLARA
“Boulevard”
“Dedico la canzone a mia mamma,
una donna molto forte che per me è da sempre punto di riferimento. Credo che
nessuno di noi sia un animale solitario, come dico nel ritornello ‘nessuno si
salva da solo’. Essere sul palco di ‘Sanremo giovani’ rappresenta l’inizio di
un sogno”.
Dipinto
“Criminali”
“Il
brano parla di un momento di disagio nel mio passato e dei cambiamenti
successivi. Sono fiero e orgoglioso di me, sono e sarò me stesso, sul palco
come nella vita, niente di costruito”.
Fellow “Alieno”
“‘Alieno’
parla degli ‘sfigati’ della festa, delle persone che si sentono un po’ escluse.
Il brano invita ad avere una propria personalità, a lasciarsi andare. La mia
vita è solo musica, a ‘Sanremo giovani” sono arrivato grazie al tanto lavoro e
sono molto carico”.
Grenbaud
“Mama”
“Il
pezzo racconta un viaggio in cui esco di casa, i miei genitori non sanno dove
sono e… faccio cose… ma poi torno, quindi c’è sempre un lieto fine. Il mio
rapporto con la musica è necessario, la musica mi aiuta a esprimere ciò che non
riuscirei a comunicare diversamente”.
Jacopo
Sol “Cose che non sai”
“Un
pezzo che parla di overthinking, di una situazione in cui hai così tanti
pensieri da non capire più che cosa stai provando. Un pezzo energico e
imprevedibile. In me ci sono adrenalina, entusiasmo ed emozione. Vedo ‘Sanremo giovani”
come un punto d’inizio”.
Lor3n “Fiore
D’inverno”
“Quando
ho saputo che sarei arrivato in finale a ‘Sanremo Giovani’ ero a dir poco
incredulo. La mia canzone parla di una storia d’amore cresciuta in un periodo
sbagliato per entrambe le persone. Il mio sogno è quello di suonare di fronte a
un grande pubblico che canta la mia canzone”.
Nausica “Favole”
“Parlo
di una bellissima storia d’amore, poi finita, e per questo il brano è intriso
di malinconia. Sono grata alla vita di poter vivere questa esperienza. Sarò a
Sanremo con Kitty, la mia arpa. Proverò a fare parlare il mio cuore, mi lascerò
andare, cercando di creare una magia. Spero che un pezzettino del mio cuore
arrivi al pubblico”.
Omini “Mare
Forza 9oi”
“La canzone parla di una
relazione che potrebbe essere finita… oppure no… ma non spoileriamo più di
tanto. Siamo veramente uniti, suoniamo insieme da dieci anni, la musica ci
consente di esprimerci, soprattutto nei live. Prima di entrare in scena c’è
l’abbraccio di gruppo e poi… ci tiriamo una testata (sorridono)”.
Santi Francesi “Occhi tristi”
“Parliamo di promesse difficili
da mantenere, ma che sono comunque ossigeno per i rapporti. Saremo sul palco di
‘Sanremo Giovani’ con un mix di paura ed elettricità. Siamo felici di
partecipare, è un onore e un privilegio. Per noi la musica è una necessità”.
Tancredi “Perle”
“Nella mia canzone parlo di un momento un po’ buio, che ha intaccato la mia
relazione, la mia quotidianità. Non vedo l’ora di portarla sul palco, sto
cercando di ignorare l’ansia e sono molto gasato”.
Vale
LP “Stronza”
“Un
titolo un po’ provocatorio che non nasconde però alcuna malizia. Parla in
maniera onesta di sentimenti, di una rabbia emotiva che deriva da una paura
grandissima, che è quella di essere amata per quella che non sono, ovvero una
stronza. Spesso usiamo maschere che ci mostrano forti, per sopperire alle nostre
paure. Liberarsi è la strada giusta. Il palco è il mio posto sicuro, riesco a
sentirmi coraggiosa”.
Dopo gli ultimi annunci al Tg 1 la squadra di Amadeus è al gran completo. A co-condurre il Festival nelle sue cinque serate saranno Marco Mengoni, Giorgia, Teresa Mannino, Lorella Cuccarini e Fiorello. L’attesa per l’appuntamento musicale e televisivo più importante dell’anno è alle stelle. Il Direttore artistico al RadiocorriereTv: «Sanremo ha cambiato completamente la mia vita. Mi ha permesso di realizzare quello che sognavo da ragazzo e che non avrei mai pensato di poter raggiungere». E sugli artisti in gara: «Tra giovani e big il cast è fantastico»
Si parte con “Sanremo giovani”, l’anticamera
del Festival della Canzone italiana…
Si dà il via alla musica, e per me questa è
una fase importantissima da sempre. I giovani hanno un ruolo particolare nei
miei festival, che si tratti dei partecipanti a “Sanremo giovani” così come dei
giovani che fanno parte del cast che si esibirà all’Ariston. Ci sono talento,
entusiasmo e tanti sogni. È molto bello.
Tante ore di musica nelle orecchie per la
selezione dei brani, che viaggio è stato?
Un viaggio bellissimo come ogni anno,
quest’anno ancor più articolato. Tra “Sanremo giovani” e “Area Sanremo” abbiamo
superato i 1300 brani. Non è stato facile perché i giovani bravi sono tanti,
dover fare una selezione, portarli a una stretta cerchia, andare da 600 a 50
non è facile. Figuriamoci poi da 50 a 12. Sono davvero molto soddisfatto perché
i 12 finalisti sono tutti talenti.
Tra le sorprese che ha voluto riservare al
grande pubblico di Sanremo c’è anche la presenza al Festival di Giovanni
Allevi…
Il Festival deve percorrere le strade del
sentimento. Non organizzo Sanremo a tavolino, ma mi lascio guidare un po’ dalle
emozioni. Conosco il maestro Allevi da tanto tempo. Quando appresi della sua
malattia rimasi senza parole, quando l’ho incontrato qualche mese fa mi ha
raccontato tutto: la sofferenza, ma anche la forza e la voglia di tornare a
suonare, cosa che non accade da oltre due anni. Durante questo suo racconto gli
ho proposto il palco dell’Ariston, per tornare a suonare di fronte a un
pubblico numerosissimo. Lui ha accolto l’invito con una gioia immensa, e la sua
gioia è automaticamente la mia e sarà la stessa grande gioia che proverà il
pubblico a casa.
Dove sta andando la musica italiana?
La musica italiana viaggia con grande
velocità, anche rispetto al mio primo Sanremo di cinque anni fa. Ho ascoltato
circa 1800 brani, tra big e giovani, questa è un’ondata di musica, bellissima. Siamo
noi a dover stare al passo con la musica, senza avere pregiudizi, senza pensare
che un brano sia troppo nuovo, troppo strano e che quindi non vada bene.
Dobbiamo aprire la mente e lasciarci guidare dal gusto dei giovani, che poi può
trainare il nostro. Servono massima apertura mentale e voglia di ascoltare bella
musica.
Quanto e come Sanremo ha cambiato la sua vita?
Sanremo ha cambiato completamente la mia vita.
Mi ha permesso di realizzare quello che sognavo da ragazzo e che non avrei mai
pensato di poter raggiungere, tra l’altro in questa maniera, che non è solo
fare cinque festival, cosa che andava comunque al di là dei miei più ambiziosi
sogni, ma quello di poter scegliere la musica. Scegliere le canzoni è la cosa
che mi piace di più di Sanremo.
Sanremo si può solo amare?
Sanremo si ama, e le canzoni si amano. Tra
giovani e big il cast è fantastico.
La
prima della Scala in 4K. Con il Direttore musicale Riccardo Chailly sul podio e
la regia di Lluis Pascal, l’opera di Giuseppe Verdi in diretta su Rai 1, Radio
3, Rai 1 HD canale 501 e RaiPlay, giovedì 7 dicembre a partire dalle 17.45
Per la prima volta Rai
Cultura riprende in 4K una prima della Scala per trasmetterla come ormai di
consueto in diretta su Rai 1 a partire dalle 17.45. Avrà quindi una definizione
quattro volte superiore rispetto agli standard televisivi a cui siamo abituati
il Don Carlo di Giuseppe Verdi che inaugura la stagione del
Teatro alla Scala giovedì 7 dicembre 2023, con il Direttore musicale Riccardo
Chailly sul podio e la regia di Lluis Pascal. Dieci
telecamere in alta definizione, 45 microfoni nella buca d’orchestra e in
palcoscenico, 15 radiomicrofoni dedicati ai solisti. Un gruppo di lavoro di 50
persone tra cameraman, microfonisti, tecnici audio e video. Una preparazione
che vede lo staff di regia seguire fin dalle prime prove la messa in scena
dello spettacolo, e un numero crescente di addetti lavorare nelle due settimane
precedenti il debutto. Lo spettacolo, con la regia televisiva di Arnalda
Canali, sarà trasmesso in diretta anche su Radio 3, su Rai 1 HD canale 501 e su
RaiPlay, dove potrà essere visto per 15 giorni dopo la prima. Oltre tre ore di
trasmissione, completa di sottotitoli, per portare il capolavoro di Verdi nelle
case degli italiani, perché la grande musica è di tutti, come ha dimostrato il
milione e mezzo di telespettatori del Boris Godunov del 7 dicembre 2022. Oltre
a trasmettere l’opera, con grande attenzione per la ripresa audio e video
curata dal Centro di Produzione TV di Milano, come di consueto la Rai
racconterà anche ciò che accade attorno allo spettacolo più atteso della
Stagione. Su Rai1 Milly Carlucci e Bruno Vespa, con collegamenti di Serena
Scorzoni dal foyer, condurranno la diretta televisiva incontrando, prima
dell’inizio e durante l’intervallo, i protagonisti e gli ospiti presenti. Per
Radio 3 seguiranno la diretta Gaia Varon e Oreste Bossini. Saranno coinvolte
anche le diverse testate giornalistiche della Rai con dirette, servizi e
approfondimenti, con ospiti in studio e dal foyer della Scala. Come per il
Boris Godunov del 2022, anche quest’anno
la trasmissione dell’opera sarà corredata dall’audiodescrizione in diretta,
grazie alla quale anche le persone cieche e ipovedenti potranno avvalersi di
tutte quelle informazioni visive non trasmesse verbalmente – costumi, aspetto e
mimica dei personaggi, azioni non parlate, location, scenografia e luci –, tale
accessibilità sarà estesa anche a tutto ciò che accadrà intorno allo spettacolo
e verrà trasmesso in TV prima dell’inizio e durante l’intervallo. Il servizio è
realizzato da Rai Pubblica Utilità – Accessibilità. L’audiodescrizione,
attivabile dal televisore sul canale audio dedicato – e fruibile anche in
streaming su RaiPlay – fa parte del percorso di inclusione intrapreso con
impegno e determinazione dalla Rai, con l’obiettivo di rendere sempre più
concreta e ampia l’offerta di vero servizio pubblico.
Sei storie di vita vera, racconti a cuore aperto di persone affette da disturbi del comportamento alimentare. L’autrice incontra Martha, Benedetta, Giulia, Valentina, Marco e Anna, lo fa guardando, insieme a loro, all’interno del buco nero in cui sono caduti mentre rincorrevano un mito, un ideale di perfezione, la considerazione degli altri, un bisogno d’amore. Sei interviste intime e potenti in cui le parole sono strumenti centrali per riflettere sui motivi di un dolore che punisce e trasfigura il corpo, mettendo a repentaglio serenità e futuro. Il volume, scritto con lo psichiatra Leonardo Mendolicchio, propone una riflessione sull’uso delle parole nell’affrontare temi come l’anoressia, la bulimia, il bindge eating, con la consapevolezza di come proprio il linguaggio sia alla base delle nostre relazioni, proponga un’immagine di noi stessi e dia forma alle nostre ansie e paure più profonde
Martha, Benedetta, Giulia, Valentina,
Marco, Anna. Sei persone che hanno deciso di aprire la loro tana al suo
sguardo, alla sua narrazione, come è andata?
È stata una specie di immersione in
acque profonde. E come in ogni immersione bisogna saper prendere il respiro e
lasciarsi portare negli abissi. Ciascuno di loro mi ha condotto nelle
profondità del proprio animo, delle proprie paure, del proprio spirito, e anche
della propria intelligenza. Chi di solito inizia a sviluppare i disturbi del
comportamento alimentare è una persona particolarmente intelligente e
particolarmente sensibile. Ma come ogni immersione fa delle promesse, come
quella di garantirti una visione nuova delle cose, anche in questo libro,
dentro le loro storie, credo che si possa trovare un panorama meraviglioso. Però,
bisogna appunto saper respirare.
Quali sono i tratti che uniscono le
storie di queste persone?
Il desiderio di trovare qualcuno che
convalidi la loro esistenza. Sembra assurdo, perché viviamo iperconnessi,
concentrati in una comunicazione, ma che è solo fittizia, dopodiché non ci
sentiamo sufficientemente amati, compresi e considerati. Abbiamo bisogno di
convalidare il bene, sentirlo sulla nostra pelle. Come si fa? Con le parole
prima di tutto. Questi ragazzi di cui parlo sono persone alla ricerca di
affetto, di attenzione. Di qualcuno che dica loro: vai bene così!
Come è possibile trovare un rapporto
di equilibrio con il cibo?
Il rapporto con il cibo è uno
specchio. Anche le parole sono uno specchio, un riflesso continuo di come noi
ci vediamo, di come vorremmo essere visti, di come ci interpretiamo gli uni con
gli altri. Questi ragazzi non riescono però più a mettersi a fuoco, e lo stesso
accade con il cibo. Usano il cibo per modificare la propria immagine, e di
riflesso il loro corpo.
Quali sono le parole giuste per
raccontare tutto questo?
Spero di averle trovate, ma non è
detto che ci sia riuscita. Certo è che la cura delle parole è stata
particolarmente attenta e mirata durante questo lavoro. Quella che propongo è
proprio una riflessione sulle parole: quando i media trattano argomenti così
sensibili, come il malessere mentale, il disagio psicologico, i disturbi del
comportamento alimentari, devono essere premurosi. Anche nella velocità del lavoro dobbiamo fare
una riflessione. Queste ragazze, ad esempio, non amano sentirsi fare dei
complimenti, perché hanno un rapporto conflittuale con il loro corpo e con la
loro immagine. Se dici loro “come ti trovo bene!” vanno in allarme. Il loro
pensiero sarà “come mi trovi bene? Vuol dire che sono ingrassata”. Ecco che
inizia una vertigine dentro di loro, per cui rifiuteranno il pasto successivo.
Se vuoi fare un complimento a una ragazza anoressica, potrai dirle “che begli
occhi che hai”, perché gli occhi sono l’unica parte del corpo che non ingrassa
e non cambia. Quando noi in televisione, sui giornali, parliamo di questi
argomenti dobbiamo prestare attenzione alle parole che usiamo. Dobbiamo far
capire davvero le cose come stanno.
Quali finestre le ha aperto questa
esperienza?
Credo che sia una chiave di
comprensione dell’attualità e della realtà sociale del momento, che è diventata
un’emergenza che ci è esplosa tra le mani durante il covid e subito dopo la
pandemia. Adesso si parla del disturbo del disagio giovanile, prima molto meno.
E se lo sapevamo facevamo finta che non ci fosse e che prima o poi ce ne
saremmo occupati. E’ un’emergenza sociale a tutti i livelli, perché attraverso
la vita di un giovane si racconta esattamente lo stato di salute della società
in cui viviamo. Quindi che fine hanno fatto la famiglia e la scuola? Dove è
iniziato il corto circuito nel linguaggio e nella comunicazione? Di che cosa
hanno bisogno i giovani oggi? Perché la disoccupazione è così grande? Perché ci
rifiutano e perché non hanno un rapporto di fiducia con noi? Se parliamo di
loro parliamo del futuro e del presente del nostro Paese.
A chi dedica questo libro?
A loro. A tutti coloro che hanno fame
d’amore. A chi ha un disturbo del comportamento alimentare, ma anche altre
forme di disagio o di disturbo psichico, ma che non trova le parole per dirlo.
Scoperto da Alessandro D’Alatri, il giovane attore romano, tra i protagonisti anche della seconda stagione di “Un Professore”, è ormai stato lanciato nell’Olimpo del cinema e della tv: «È grazie a lui se io sto vivendo una vita così, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a fare questo mestiere»
Due artisti in famiglia… come stanno vivendo
tutto questo i suoi genitori?
È
stato molto bello per loro quando mia sorella ha deciso di intraprendere la strada
della recitazione, era una novità per la famiglia. Lea stava studiando
all’università – che ha terminato – e, poco dopo, per caso, anch’io mi sono
ritrovato a frequentare questo ambiente. Diciamo che è stato un po’
destabilizzante, anche perché sappiamo tutti che quello dell’attore è un mestiere
che comporta dei rischi, ci si espone e si vive nell’insicurezza, qualcosa che spaventa
chi cerca di farlo, figuriamoci un genitore. All’inizio, quindi, è stato un colpo,
ora però la vivono benissimo, sono orgogliosi di noi e dei risultati che stiamo
ottenendo. Per “Un Professore” organizzano anche le serate con gli amici, erano
presenti alla prima di “Nuovo Olimpo”, si divertono molto.
Poco
più che ventenne, eppure mostra una maturità, anche professionale, invidiabile.
Il segreto?
Il
fatto che mia sorella faccia questo mestiere da più tempo mi ha certamente
aiutato. Allo stesso tempo, sono sempre stato uno che ha cercato di informarsi
prima di muovere qualche passo, ho provato a capire come funzionava questo
mondo dietro le quinte. Diciamo che ho sempre voluto avere a che fare con il
cinema, mi mancava solo il coraggio di iniziare. Mi ha aiutato molto la
consapevolezza che insieme al fascino del mestiere, è importante non
dimenticare gli aspetti negativi, i no ai provini, le lunghe attese tra un
lavoro e un altro, le critiche…
Non
ha frequentato scuole di recitazione, la sua scuola sembra essere una
straordinaria emotività e spontaneità che si traduce in sensibilità artistica. Si
riconosce?
Quando
recito cerco di portare in scena i sentimenti del personaggio che interpreto,
nel modo in cui li ho vissuti nella mia vita, attingendo alle mie esperienze.
Senza dubbio, come attore provo a replicare in scena la mia sensibilità, anche
se nel quotidiano nascondo questo lato del mio carattere per proteggermi, per
non apparire troppo vulnerabile. Quello che invece mi ha davvero aiutato, nel
lavoro come nella vita, è stato dare sempre peso alle parole, al loro
significato, per non rischiare di usarle a sproposito.
Il
successo enorme della prima stagione di “Un Professore” ha catalizzato l’attenzione
di tutti per voi nuove leve di attori. Come è riuscito a concentrarsi dopo il successo?
È
una bella sensazione sapere che quello che fai emoziona le persone e che,
quando hanno l’occasione di incontrarti, mostrano il loro affetto, ti
raccontano come il tuo lavoro abbia portato dei frutti nella loro vita. Non avendo cercato all’inizio di diventare a
tutti i costi un attore, so bene cosa significhi essere fan, lo sono anch’io
quando incontro una persona che stimo: faccio di tutto per farglielo capire.
Trovarmi ora dall’altra parte è stimolante, non sento pressione perché ancora
vivo serenamente il mio privato.
Come
la mettiamo con sua “madre” Claudia Pandolfi?
Claudia
dice spesso che sono suo “figlio” veramente (ride), lei è una donna piena
di energia, fuori e dentro il set, una carica per tutti. I rapporti bellissimi
che si sono creati sul set hanno una origine: Alessandro D’Alatri.
Ci
racconta la sua esperienza con il regista che l’ha scoperta?
È
stato un incontro importante per la mia vita e per la mia carriera, nei suoi
confronti sento tanta gratitudine. È grazie a lui se io sto vivendo una vita così,
gli devo il mio presente, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a lavorare
come attore. Ha combattuto per avermi nel cast, rappresentavo un rischio,
perché non avevo nessuna esperienza, non avevo mai studiato recitazione, non aveva
idea di come avrei lavorato o di come avrei reagito a tutte quelle luci, alle
macchine da presa, a tutte le persone. A lui devo dire grazie anche per le
meravigliose persone che è riuscito a mettere insieme.
Come
sta Manuel?
È
sempre un po’ sfacciato, tormentato, anche perché a questo povero ragazzo
succede di tutto, deve affrontare situazioni molto complesse per uno della sua
età. Allo stesso tempo Manuel è maturato, come spesso accade quando, dopo tre
mesi di vacanza dalla scuola, dopo aver staccato dall’impegno scolastico per un
lungo periodo, hai vissuto la pausa estiva con più leggerezza, ti ritrovi a
settembre con più esperienza e con una consapevolezza diversa. È stato così
anche per quando ero studente, dopo la scuola era il tempo del riposo e dello
svago totale, ma anche un profondo momento di riflessione in cui sentivi che
qualcosa dentro di te stava cambiando, crescevi tu e quelli che ti stavano
intorno. Manuel è cresciuto fisicamente ovviamente, perché in questi due anni
sono cambiato anch’io (ride), emotivamente è meno impulsivo e indulgente
con chi nella vita è stato costretto a fare delle scelte.
La
filosofia del professor Balestra unisce tutti gli episodi della serie, qual è,
invece, la sua filosofia di vita?
Vivere
giorno per giorno senza farsi troppi problemi su come sarà il domani. Cerco di
non farmi troppe domande, prendo il buono di ogni attimo, perché non c’è mai un
momento vuoto, si impara sempre, sia stando fermi, sia impegnandosi in molte
cose… è un esercizio continuo per comprendere cosa ci fa star bene o cosa ci
rende felici.
Tra
le tante domande esistenziali che l’essere umano si pone, a quale non le
interessa dare una risposta?
Dove
siamo realmente, se ci sono altre forme di vita, lontane, vicine, se viviamo in
una realtà truccata, come vogliono farci credere le teorie complottiste, che
spesso mi fanno ridere, altre volte invece riflettere. In generale, meglio non
avere risposta, mi angoscia troppo.
A
un certo punto della sua vita è arrivato un regista che l’ha portata sull’Olimpo.
Come si sta?
A
Ferzan Ozpetek sono grato tantissimo, mi ha dato un’opportunità enorme, far
vivere sullo schermo la sua storia. Mi sono sentito onorato che lui abbia
riconosciuto in me qualcosa di lui, mi ha fatto venire i brividi. Se avessi
l’opportunità di girare questo stesso film adesso, avrei interpretato Enea in
una maniera totalmente diversa, perché le mie emozioni, il mio vissuto è
diverso.
Nel
film si raccontano molto gli anni Settanta, un periodo storico in cui la parola
d’ordine era libertà. Che valore assume per lei questa parola oggi?
Questa
parola diventa negli anni sempre più complicata, ognuno ha la propria visione
di libertà. Per me significa riuscire tutti a vivere in maniera serena. La
libertà per me è serenità, nell’esprimersi, nel vivere, nell’esporsi… Se mi
guardo attorno, oggi non la trovo e mi viene da pensare che tutta questa
libertà non c’è. Nel mondo ci sono tante persone impegnate in nome di questa
battaglia, vorrei che nessuno smettesse mai di lottare per la propria libertà,
soprattutto noi giovani e il nostro desiderio di esprimere quello che siamo.
Sappiamo
che è anche un appassionato di musica, in questo periodo della sua vita che
musica, che canzone si sente?
La
musica mi aiuta spesso, ci sono canzoni che per qualche mese ascolto almeno tre
volte al giorno, e poi le metto completamente da parte, ma che sono associate a
periodi precisi della mia vita. In questa fase, anche per motivi di lavoro,
seguo il ritmo di Jim Croce, in particolare il disco – “You don’t mess around
with Jim”, ritmi country e blues anni Settanta.
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