L’arte di non vedere

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VINCENZO MOLLICA

Una confessione al pubblico del cronista e dell’uomo. Un viaggio di emozioni che attraverso i racconti della musica, del cinema e dello spettacolo, fotografa la nostra storia più recente. A pochi giorni dal debutto a teatro, il popolare giornalista incontra il direttore del RadiocorriereTv Fabrizio Casinelli

Come nasce l’idea di questo racconto teatrale?

Ci sono la mia vita e il mio lavoro. L’ho intitolato “L’arte di non vedere” perché è la condizione attuale, dato che non vedo più niente. Fin da quando ero piccolo ho sempre visto solo dall’occhio destro. Ho vissuto insieme la vita da vedente e quella da non vedente. Per cui quando volevo capire com’era la vita di un cieco bastava tapparmi l’occhio destro. Ma con quell’occhio lì sono riuscito a lavorare una vita intera, fino a cinque anni fa. E in tutto questo si intrecciano il mio lavoro, le persone che ho incontrato. Ho avuto la fortuna di stare quarant’anni al Tg1 che considero la mia seconda casa, la mia famiglia. Ho sempre voluto lavorare per la mia testata, senza mai chiedere un distacco, sempre fedele. Per me il Tg1 significa Rai, servizio pubblico in cui ho sempre creduto e mai smetterò di credere.

Hai detto una cosa bellissima: io sono un cronista. Di cronache ne hai raccontato tante e hai realizzato interviste straordinarie…

È la verità. Sono nato cronista. Sono un cercatore di storie che cerca di ascoltare le persone che incontra. Sono uno che si è emozionato tanto e che racconta, con il sentimento più vero, ciò che ha scoperto. Cronista è una parola immensa, straordinaria. Far bene il lavoro da cronista non significa rispondere alle domande “chi, come, dove, quando e perché”, ma narrare il sentimento che una storia porta con sé. Se sai raccontarla bene, lascia il segno.

Qual è stata l’intervista più bella che hai fatto e quale quella che avresti voluto fare?

L’intervista più bella che ho potuto fare è quella che ogni volta mi sono ritrovato a fare con Federico Fellini. Lui è stato il più grande artista e la più grande persona che ho conosciuto nella mia vita. Era soprannominato “il faro” perché dentro di sé aveva una luce che trasmetteva. Credo che tutte le volte che l’ho intervistato, alla fine, ero migliore di quanto fossi all’inizio. Il desiderio senza tempo è invece l’intervista che avrei voluto fare a Charlotte, non a Charlie Chaplin, ma a quel vagabondo che ci ha spiegato la vita meglio di qualunque altro personaggio che abbia attraversato la storia del cinema. E ancora oggi, le sue comiche sono portatrici di qualcosa che ci aiuta a capire il senso della vita. E se posso esprimerne un altro, scelgo Walt Disney. 

Infatti, sei diventato anche un personaggio di Topolino.

Ho avuto la fortuna di diventare Vincenzo Paperica, grazie alla matita di Giorgio Cavazzano. Una gioia grande. Come Vincenzo Paperica ho seguito lo stesso percorso di Vincenzo Mollica. Come umano andavo al Festival di Sanremo, a Cannes, agli Oscar, al Nobel. Quando tornavo facevo le cronache per il Tg1 e poi iniziavo quelle per Topolino. Abbiamo fatto tante storie, lui è stato un mio compagno di viaggio. Spesso, nelle storie di Vincenzo Paperica, ho messo quello che non mettevo in Vincenzo Mollica.

Sei riuscito, anche attraverso il disegno, a comunicare diverse sfaccettature del cronista…

Disegnavo da quando ero piccolo. La cosa che mi manca di più oggi che non ci vedo, è quella di scarabocchiare, di usare i colori. E mi sono inventato, quando ancora ci vedevo, due movimenti artistici, totalmente finti chiaramente. Uno si chiamava Puppismo che ho fatto disegnare da grandi pittori e fumettisti, il secondo è il Poldismo, ispirato al personaggio Poldo che fa i panini a Braccio di Ferro, un grande filosofo che ha espresso attraverso il suo silenzio tante sottolineature della vita che mi hanno fatto compagnia e tanto ridere. Di solito, nei personaggi dei fumetti, a Superman con l’ultravista, ho preferito Clark Kent che ci vedeva poco. A Topolino ho preferito Pippo con la sua faccia lunare.

Forse perché ti immedesimavi in personaggi che non erano di primo piano, come il cronista che fa il passo indietro…

Il vero cronista fa sempre un passo indietro per ascoltare e capire. Non è necessario essere invadenti o talmente narcisisti da mettere se stessi in evidenza rispetto alla storia o alla persona da intervistare. Per ascoltare e capire bisogna sempre fare un passo indietro, capire quello che c’è intorno, capire come quella storia è nata, intorno a che cosa. Bisogna coltivare le storie come dei fiori, cercarle, trovare le sementa, capirle, farle crescere e viverle. E solo poi, con la scrittura, la televisione con le immagini, la radio con le parole e i suoni, saperle raccontare.

Se ti trovassi su un’isola deserta, potendo portare un disco, un libro e un film, cosa porterebbe con sé Vincenzo Mollica?

Sicuramente porterei “Tempi moderni” di Charlie Chaplin e “La Strada” di Federico Fellini. Ne porto due! Per i dischi ne porterei uno di Paolo Conte, “Un gelato al limon”. Se dovessi portare un altro disco sceglierei Leonard Cohen. Per quanto riguarda i libri io sono appassionato di uno scrittore che si chiama Daniele Del Giudice. Mi porterei “Nel museo di Reims”. È un libro piccolo, che vale più di un romanzo. Racconta la storia di uno che sta per perdere la vista e che va nel museo di Reims per vedere il quadro che ha amato di più nella sua vita e lì incontra una donna. Ecco, questa storia è quella che mi commuove di più oggi e che porterei su un’isola deserta. 

“DoReCiakGulp” è stato il modo più intelligente e giusto, oltre che televisivamente parlando il modo più veloce, per raccontare quello che accadeva nella musica e nel cinema. Com’è nata l’idea?

Nasce dall’idea di una rubrica che si chiamava Prisma di Gianni Raviele, condotta da Lello Bersani che ho iniziato a condurre anch’io. Quando Prisma ha chiuso, ad un certo punto mi chiesero di fare una rubrica dentro al Tg1 di 3 minuti. Nel ’95 nacque quindi “DoReCiakGulp”, il cui direttore era Marcello Sorgi. Da allora in 3 minuti ho cercato di raccontare, ogni sabato, qualcosa che aveva a che fare con il cinema, il teatro, la letteratura. Inizialmente pensavo che in tre minuti non si potesse raccontare nulla, invece, si può raccontare il mondo intero. La sigla era fatta da personaggi che dicevano DoReCiakGulp. L’ho fatto dire a Spielberg, Woody Allen, Fiorello, Benigni…

A proposito di Benigni, Fiorello e aggiungo Vasco Rossi…

Tre nomi bellissimi. Aggiungerei Adriano Celentano. Quattro nomi straordinari, fondamentali nella mia vita, importantissimi. Il primo è stato Celentano, cronologicamente parlando. Ho seguito le sue storie da ragazzo, il suo essere ribelle, non convenzionale, così lanciato verso il futuro. Lui ha sempre cercato di capire, non di cavalcare. Roberto Benigni è sempre stato un poeta della comicità. Una persona di grande cultura, di passione per il cinema. Ci conosciamo da più di quarant’anni. Mi ha regalato una delle gioie più belle che è quella degli Oscar. Assistere ai suoi Oscar per “La Vita è Bella” a Los Angeles è stata una cosa meravigliosa. Mi ha regalato una delle frasi più belle che io abbia mai sentito. Al mio microfono ha detto: “lo scienziato apre gli occhi e guarda, il poeta chiude gli occhi e canta”. Fiorello è un maestro dell’arte della sorpresa. Ogni mattina se ne inventa una. Tutto quello che semina fiorisce, come dire, diventa a misura sua. Qualsiasi persona deve combinare qualcosa con lui, diventa colorata e si impossessa del suo sentimento contagioso. Incontrarlo è una festa della vita. Vasco Rossi lo amo infinitamente. È un grande artista, un poeta che ha scritto canzoni memorabili, che hanno segnato la nostra vita, che uniscono, che hanno la voglia di farsi cantare da tutti in uno stadio. Lui esprime i nostri sentimenti in maniera molto limpida, perché ha una caratteristica, un cuore sincero.

Parlo al cronista, ad un collega… 

Ti ho sempre considerato un grande collega, ho sempre visto il sentimento con cui lavori. Questo lavoro, si fa con un sentimento e dobbiamo farlo vivere, innaffiarlo. Ti ho visto lavorare con la mia stessa passione e siamo uniti dalla voglia di raccontare bene la storia che stiamo vivendo. E questo non lo tagliare.

Grazie Vincenzo. Sei una delle poche persone a cui tutti vogliono bene e per un cronista è uno dei traguardi più belli che si possano raggiungere.

Me ne sto accorgendo da quando sono andato in pensione tre anni fa, dopo il festival di Sanremo. Quando lavoravo non me ne accorgevo. Adesso incontro tante persone che si ricordano tutti i servizi che ho fatto. C’è tanto affetto che non pensavo di avere. I miei settant’anni mi hanno regalato questo: l’affetto della gente.

Hai lavorato con grandi giornalisti come Emilio Rossi, Nuccio Fava, Enzo Biagi, Albino Longhi, Alberto Maccari, che hanno scritto pagine importanti della nostra storia. Com’era lavorare con queste persone?

Era come lavorare in un transatlantico, che era poi il Tg1. Navigava in tutti i mari e li sapeva raccontare. Il primo direttore del Tg1 è quello che mi ha assunto, Emilio Rossi, insieme a Nuccio Fava vicedirettore. Mi hanno insegnato il senso vero del servizio pubblico che non è qualcosa di finto, ma di concreto, di reale che si misura quotidianamente con tutto quello che noi facciamo come giornalisti Rai. Albino Longhi ha vissuto su questa scia come Alberto Maccari. Persone che mi sono care e sicuramente forse il più grande è stato Enzo Biagi con cui ho avuto la fortuna di lavorare e di essere suo amico fino alla fine della sua vita. Un signore di una grandezza umana. Bastava guardare come muoveva un sopracciglio. Gli ho visto fare delle interviste meravigliose con Benigni, Indro Montanelli, degli incontri pazzeschi con tanti personaggi, come Marcello Mastroianni. Ma Biagi era uno che sapeva ascoltare e mi ha insegnato l’arte di fare domande senza che queste vengano preparate, perché devono essere figlie di una conversazione. Solo ascoltando e capendo quello che uno dice, si possono fare altre domande.

“Di questa chiacchierata taglia quello che vuoi, ma non il mio pensiero su di te, perché sei un grande professionista, un amico e un cronista vero”.  A queste parole non nascondo che una lacrima sia scesa sul mio viso e quella che doveva essere una chiacchierata di auguri natalizi è diventata qualcosa di più, anche perché l’11 gennaio, in teatro, Vincenzo Mollica si racconterà.

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Faccende complicate

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Inchieste reali su realtà surreali. Dieci puntate in esclusiva su RaiPlay con Valerio Lundini, ogni venerdì dal 12 gennaio

Un originale viaggio in giro per l’Italia per intervistare personaggi comuni e raccontare storie che riguardano tutti molto da vicino. “Faccende Complicate”, da venerdì 12 gennaio in esclusiva su RaiPlay (le prime tre puntate, e poi le altre il 19 e il 26 gennaio) è tutto quello che Valerio Lundini non aveva ancora pensato: inchieste sugli aspetti più assurdi della realtà che ci circonda. Dieci puntate in giro per l’Italia tra Torino, Napoli, Milano e poi in alcune province, nelle quali il comico e conduttore romano è testimone delle faccende complicate che coinvolgono gli italiani da Nord a Sud, con qualche passaggio anche fuori dei confini nazionali. Tra il nonsense e il surreale, Lundini spazia nella vita degli studenti stranieri in Italia, osserva la nascita di un successo discografico, scopre le tradizioni culinarie italiane e i segreti delle persone di bell’aspetto, segue le difficoltà e le peripezie a cui si è costretti nella vita di tutti i giorni. Lundini, con il consueto stile stralunato e la passione per l’assurdo, va alla scoperta di storie vere che nascono complesse e lo diventano sempre più. «Siamo molto felici di avere su RaiPlay Valerio Lundini, uno dei talenti della comicità italiana – sottolinea Maurizio Imbriale, direttore Rai Contenuti Digitali e Transmediali – che ha conosciuto un immediato successo televisivo con “Una pezza di Lundini” su Rai2, e che prosegue il suo percorso artistico con noi presentando un prodotto originale in cui è coinvolto non solo come interprete ma anche come autore e regista. Con il suo stile inconfondibile e surreale ha creato un prodotto fuori dagli schemi rispetto agli standard televisivi.»

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Chiamatemi Doc

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Al via giovedì 11 gennaio in prima serata su Rai 1 la terza stagione di una delle fiction più amate di sempre. Tornano il dottor Andrea Fanti, interpretato da Luca Argentero, e la sua equipe. La regia è firmata da Jan Maria Michelini, Nicola Abbatangelo e Marco Aleotto

Un colpo di pistola alla testa. È stato questo a mandare in frantumi la vita di Andrea Fanti, primario di Medicina Interna del Policlinico Ambrosiano di Milano. Anche se è sopravvissuto, una volta uscito dal coma ha dovuto fare i conti con una terribile scoperta: gli ultimi dodici anni della sua vita erano svaniti nel nulla, come se non fossero mai esistiti. Non ricorda la fine del suo matrimonio, l’inizio di una nuova storia con una collega, la morte di suo figlio. Una ferita da cui non è stato facile riprendersi, ma che si è rivelata un’inaspettata opportunità: perché se prima dello sparo era freddo e distante, ora, grazie all’amnesia, Andrea ha avuto modo di avvicinarsi ai pazienti, capirne le esigenze e i bisogni, diventando un medico, ma anche un uomo migliore. È diventato Doc. Almeno così lo chiamano i colleghi e gli specializzandi del reparto. Reintegrato nel ruolo di primario, fa del suo meglio per gestire il reparto, cercando di raggiungere gli obiettivi fissati dalla Direzione, senza però rinunciare alla qualità e all’attenzione che pretende nei confronti dei suoi pazienti. Ed è proprio al termine di una dura giornata di lavoro che Andrea viene folgorato da un ricordo dei dodici anni che credeva perduti per sempre. Non è che un frammento della vita che ha dimenticato, ma è sufficiente a generare in lui la speranza che la memoria torni definitivamente. La possibilità, concreta come mai prima d’ora, che Andrea recuperi la memoria è però destabilizzante per le donne che gli sono più vicine: Giulia (Matilde Gioli), la sua seconda in reparto, e Agnese (Sara Lazzaro), l’amatissima ex moglie. Giulia pensava che gli anni della sua passione per Andrea fossero sepolti per sempre. Prima la tragica storia con Lorenzo e una possibile nuova relazione con Damiano Cesconi (Marco Rossatti) l’avevano aiutata a distaccarsi da quest’uomo che amava. Ma se ora lui ritrovasse l’amore che provava per lei prima dell’amnesia? Cosa succederebbe se Andrea recuperasse anche i ricordi della loro relazione? È però Agnese quella più sconvolta dalla possibilità che Andrea recuperi la sua memoria, perché al suo risveglio, dopo lo sparo, non è stata del tutto onesta con lui: la morte di Mattia, il loro divorzio, la sua trasformazione nel Dottor Fanti. Ci sono cose, in quei dodici anni, che Agnese ha tenuto per sé, credendole svanite per sempre insieme ai ricordi del suo ex-marito. Intanto in reparto Riccardo Bonvegna (Pierpaolo Spollon), appena rientrato da un periodo di aspettativa dopo la morte di Alba, sta cominciando il suo ultimo anno da specializzando e deve adattarsi a una realtà nuova.  rischiano di avere conseguenze sulle sue prestazioni in reparto e sulla sua vita privata. E proprio ora Riccardo si trova a doversi occupare come tutor dei nuovi arrivati: Federico Lentini (Giacomo Giorgio), medico talentuoso e viveur impenitente,; Lin Wang (Elisa Wong), timida e schiva, ma con una profonda passione per la medicina, e infine Martina Carelli (Laura Cravedi), l’astro nascente di Medicina Interna. Una ragazza che viene da un piccolo centro di montagna, con un talento cristallino che rischia addirittura di oscurare quello di Bonvegna. Riccardo, infatti, fatica a tenere il passo della nuova arrivata, che però deve convivere con la paura che il resto del reparto scopra un suo intimo, inconfessabile segreto. Per fortuna c’è sempre Doc a prendersi cura dei quattro specializzandi, anche se il suo rinnovato ruolo di primario lo tiene lontano dal reparto. La nuova Direttrice Ammnistrativa gli pone subito un aut aut: se gli obiettivi di bilancio non verranno raggiunti, il suo reparto verrà ridotto e accorpato a un diverso primariato. E lui verrà riassegnato a un reparto minore, lontano. Se questo accadesse, Doc perderà non solo il suo gruppo, ma anche la possibilità di risvegliare i ricordi che il suo ruolo di primario ha il potere di rievocare. La prima stagione della serie ha raccontato la scoperta di Doc, di un presente diverso da quello che credeva. La seconda la sua lotta contro la pandemia, per proteggere il suo futuro e quello dei suoi cari. La terza la sfida più dura: affrontare un passato diverso da quello che gli hanno raccontato. Per poi ricominciare dall’unica cosa essenziale: curare i pazienti per curare sé stesso.

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Vi aspetto nel mio Luna Park

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Dal 12 gennaio il venerdì di Rai 1 è all’insegna di “Colpo di Luna”, il nuovo coinvolgente show di Virginia Raffale. Tre puntate delle quali saranno co-protagonisti Francesco Arca, la Signora Coriandoli (Maurizio Ferrini), Carlo Conti e Gigi D’Alessio. A dirigere il programma è Duccio Forzano

Tutti i mille colori di Virginia Raffaele che hanno reso unico il suo talento: la comicità, la magia, la leggerezza, il divertimento, l’invenzione e il sogno. Dal 12 gennaio, per tre venerdì, la prima sera di Rai 1 si aprirà su “Colpo di Luna”, in onda dall’iconico Teatro 5 di Cinecittà, uno show che vive dell’atmosfera magica della migliore tradizione del varietà ispirandosi in particolare allo storico “Teatro 10”. Fonte di ispirazione del programma è anche il Luna Park, dove Virginia è cresciuta, che rimane nel DNA dell’artista, che porta ovunque vada con i suoi personaggi, i suoi racconti, i suoi ospiti. In questa nuova e importante avventura Virginia presenterà maschere nuove e del passato. Tra le new entry la maschera della diva Patty Pravo, che sarà intervistata da Carlo Conti. Tra i protagonisti dello show Gigi D’Alessio, Francesco Arca, Maurizio Ferrini e una band di 15 elementi diretta dal maestro Maurizio Filardo. Dopo anni di grande successo a teatro e al cinema, Virginia Raffaele torna finalmente in televisione portandosi dietro un bagaglio arricchito di esperienze e racconti, immagini e suoni per dar vita a un vero e proprio viaggio nelle emozioni.

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Clara vince Sanremo Giovani

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#SANREMO2024

Insieme a lei tra i big sul palco dell’Ariston arrivano i BNKR44 e i Santi Francesi

Sanremo, Sanremo Giovani 2023. Nella foto : Clara (Clara Soccini)

Il cast artistico di Sanremo 2024 è finalmente completo. Dopo la finalissima di Sanremo Giovani, i 30 “big” in gara sono pronti a scaldare i motori per il Festival della Canzone Italiana, in programma dal 6 al 10 febbraio, dal Teatro Ariston di Sanremo, e in diretta su Rai 1, Rai Radio2 e RaiPlay. I tre artisti di Sanremo Giovani 2023 che entrano nel cast dei Big sono Clara, BNKR44 e Santi Francesi. Clara vince Sanremo Giovani 2023 con la canzone “Boulevard”. A decretare il risultato, dopo l’esibizione dal vivo, la Commissione musicale presieduta dal direttore artistico del Festival Amadeus e composta dalla vicedirettrice prime time Federica Lentini, l’autore Massimo Martelli, il maestro Leonardo De Amicis. La serata di Sanremo Giovani, andata in onda su Rai 1, ha visto, inoltre, la partecipazione dei 27 Big che hanno svelato, durante la diretta, il titolo del proprio brano in gara.

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Rischiatutto 70’

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Carlo Conti conduce la grande festa che celebra i settant’anni dall’inizio delle trasmissioni ufficiali della Rai. In gara nell’edizione speciale del quiz lanciato e portato al successo da Mike Bongiorno, divenuto uno dei programmi cult della Tv, tre coppie di concorrenti vip amatissimi dal pubblico televisivo: Mara Venier e Albero Matano, Loretta Goggi e Luca Argentero, Piero Chiambretti e Nino Frassica. Ospiti musicali, Renato Zero e Massimo Ranieri e, in collegamento, Pippo Baudo. Mercoledì 3 gennaio in prima serata su Rai 1

ROMA 7 DICEMBRE 2023 PUNTATA DI “RISCHIATUTTO” IN ONDA IL 3 GENNAIO SU RAIUNO. NELLA FOTO CARLO CONTI

Una serata evento per festeggiare i settant’anni dell’avvio delle trasmissioni ufficiali della Rai, avvenuto il 3 gennaio del 1954. Esattamente 70 anni dopo, il 3 gennaio del 2024, arriva su Rai 1 in prima serata “Rischiatutto 70’” per una festa di ricordi, personaggi, aneddoti, curiosità ed emozioni. Un compleanno televisivo da non mancare condotto da Carlo Conti. «Compie 70 anni questa meravigliosa signora che è la Rai – afferma il conduttore – ed è per me un grande onore festeggiare insieme al pubblico un anniversario così importante: il compleanno della Rai e della televisione. Proprio il 3 gennaio 1954, infatti, iniziavano ufficialmente le trasmissioni sul piccolo schermo come, ad esempio, ‘La Domenica sportiva’ o, ancora, ‘Arrivi e partenze’ che sanciva il debutto televisivo in Italia di Mike Bongiorno. Per rendere omaggio a questa ricorrenza prenderemo a prestito uno dei suoi titoli storici, il quiz per eccellenza, il ‘Rischiatutto’. Faremo una puntata speciale per ripercorrere i tanti volti, i tanti personaggi, i tanti programmi, le tante storie di questi 70 anni. I personaggi tv che giocheranno insieme a me e al pubblico in studio e da casa – conclude Conti – formeranno tre coppie fantastiche, Mara Venier e Albero Matano, Loretta Goggi e Luca Argentero, Piero Chiambretti e Nino Frassica. Avremo celebri ospiti musicali, Renato Zero e Massimo Ranieri e, in collegamento, un altro grande protagonista della storia della Tv, Pippo Baudo».

Il divertimento e la memoria saranno elementi trainanti della serata evento del 3 gennaio 2024: usando il suo semplice ed efficace motore di gioco, il quiz, e le sue componenti fondamentali (concorrenti, cabine, tabellone, inserti audio e video), il “Rischiatutto” permetterà, infatti, di presentare, ricordare e commentare, in una cornice nota a tutti, quanto di meglio e più significativo la Rai ha prodotto in questi primi 70 anni. Le tre celebri cabine del ‘Rischiatutto’ ospiteranno sei concorrenti Vip, che si contenderanno il diritto di rispondere esattamente alla leggendaria “domanda finale” e di raggiungere la vittoria. Le materie e le domande del tabellone spazieranno dai varietà agli sceneggiati e alle fiction, dalla comicità alla musica, passando per i programmi più importanti (‘Canzonissima’, ‘Fantastico’, ‘Sanremo’…) e quelli che hanno lasciato tracce indelebili (‘Carosello’, ‘Indietro Tutta’…), e poi quiz, la scienza di Piero e Alberto Angela, i cartoni di Gulp e il grande sport. Insomma, per usare un vecchio slogan, “tutto quanto fa Rai”. La scenografia a led multiscena e i video che accompagneranno alcune domande, permetteranno di rivivere le atmosfere delle trasmissioni del passato per arricchire il ricordo e le emozioni dei telespettatori.T

Il quiz dei quizT

È il 5 febbraio del 1970 quando Mike Bongiorno porta in Tv uno dei suoi quiz di maggior successo: “Rischiatutto”. Ispirato all’americano “Jeopardy” il programma, diretto da Piero Turchetti, va in onda per cinque stagioni con grande consenso di pubblico. Insieme a Mike, nel ruolo di valletta, Sabina Ciuffini. Protagonista della fase centrale del quiz il grande tabellone elettronico composto da 36 caselle, suddiviso tra le sei materie di gara. Ambita la casella “jolly”, grazie alla quale chi gioca si aggiudica la cifra prevista senza dover rispondere ad alcuna domanda, temuta la casella “rischio”. Nella fase finale del quiz arriva il gioco del raddoppio. Tra i concorrenti più popolari Giuliana Longari, esperta di storia romana.

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Non ti pago

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Eduardo da Collection…

Dopo lo straordinario successo di “Napoli Milionaria”, la rete ammiraglia propone un nuovo titolo con Sergio Castellitto nei panni di Fernando Quagliuolo, eccentrico inventore, padre e marito scostante. In prima serata su Rai 1 martedì 2 gennaio

Continua con “Non ti pago” la Collection De Filippo, ambizioso progetto di trasposizione filmica dei capolavori teatrali di Eduardo De Filippo, grande protagonista del teatro italiano e internazionale. Le sue commedie fondono, in un meccanismo perfetto, la comicità̀ con l’inquietudine, il ritmo dell’azione con la riflessione e, sotto un’apparente leggerezza, sono in realtà̀ specchio amaro e ironico della nostra società̀ e, dunque, assolutamente attuali. Su questo fil rouge della contemporaneità si è iniziato a lavorare attraverso la trilogia di Eduardo De Angelis interpretata da Sergio Castellitto in “Natale in casa Cupiello, “Non ti pago” e “Sabato, domenica e lunedì” come un unico discorso che racconta lo sfaldarsi dei legami tradizionali e la loro sempre più faticosa ricomposizione all’irrompere delle mutazioni sociali ed economiche che attraversano la società italiana a partire dal dopo guerra. Al “punto di vista” del regista casertano ha fatto seguito quello di Francesco Amato che ha diretto l’unica commedia al femminile di De Filippo, quella “Filumena Marturano” scritta per la sorella, dove il conflitto tra Filumena (Vanessa Scalera) e don Mimì (Massimiliano Gallo) è l’occasione per fare i conti con il passato di entrambi, alla ricerca di un mondo che deve ritrovare quella umanità piena di amore e di lacrime dove “i figli so’ figli”. Quelli di Eduardo sono tutti personaggi umanissimi e fragilissimi, che rischiano di essere travolti dalla Storia, come nel caso di “Napoli milionaria!” (regia di Luca Miniero, con Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo), dove l’improvvisa ricchezza de “lo fanno tutti” corrompe prima l’anima che i corpi e alla quale bisogna resistere nella tragica speranza di “addà passà a nuttata”. Sono tutte storie che sembrano muoversi nel mondo di oggi piuttosto che nel tempo della loro scrittura. Obiettivo della collection è raccontare i rischi e il degrado della “modernità”, rivolgendosi in particolare alle nuove generazioni che conoscono uno dei più grandi autori della cultura italiana solo per “brandelli” o “citazioni”. È soprattutto a loro che parla Eduardo.

NON TI PAGO, la storia

Ferdinando Quagliuolo ha ereditato da suo padre Saverio un Banco Lotto ma sogna di sbancarlo con una vincita straordinaria. Per questo motivo passa intere nottate sui tetti, affiancato dal fido Aglietiello, cercando di svelare gli arcani che si celano nella composizione e nella combinazione fumogena delle nuvole, nella speranza di ricevere i numeri giusti da giocare. Finalmente il giorno della vincita arriva ma a beneficiarne è Mario Bertolini, il suo giovane e già fortunatissimo impiegato, segretamente fidanzato con sua figlia Stella. A dargli i numeri vincenti è stato proprio Don Saverio che gli è comparso in sogno chiamandolo “Piccerì”. Ferdinando è roso dall’invidia e, quando il giovane gli consegna il biglietto per fargli vedere che non sta mentendo, se ne impossessa; quel biglietto è suo di diritto: il padre, infatti, ha dato in sogno i numeri vincenti a Bertolini, è vero, ma solo perché questi abita nella vecchia casa di Quagliuolo. Il povero don Saverio, non sapendo del trasloco del figlio, era convinto di trovare nella camera da letto proprio lui, Ferdinando! Tant’è vero che lo ha chiamato: “Piccerì”.

I PERSONAGGI

FERDINANDO QUAGLIUOLO (Sergio Castellitto)
Eccentrico inventore, padre e marito scostante, ha ereditato la gestione di un Banco Lotto dopo la morte del padre. È egli stesso un accanito giocatore, alla perenne ricerca di numeri vincenti tra le stelle e le nuvole, a dispetto della sua eccezionale sfortuna.

MARIO BERTOLINI (Gianluca Di Gennaro)
Impiegato al Banco Lotto di Ferdinando, Mario inanella vincite su vincite suscitando la feroce invidia nel suo datore di lavoro. Come se non bastasse, è innamorato, corrisposto, di sua figlia Stella.

CONCETTA QUAGLIUOLO (Maria Pia Calzone)

Moglie di Ferdinando e madre di Stella, trascorre le sue giornate tentando di porre rimedio alle intemperanze del marito.

STELLA QUAGLIUOLO (Pina Turco)

Figlia di Ferdinando e Concetta, è innamorata di Mario che vuole fortemente sposare, nonostante l’ostilità del padre.

AGLIETIELLO (Giovanni Ludeno)

Fedele servitore di Ferdinando, complice delle sue intemperanze e compagno delle sue notturne osservazioni astrali. Invaghito, non corrisposto, della giovane Margherita.

MARGHERITA (Angela Fontana)

Cameriera di casa Quagliuolo, volitiva e ben decisa a non cedere alle avances del vecchio Aglietiello.

DON RAFFAELE (Maurizio Casagrande)

Uomo di fede, confidente spirituale di Concetta, particolarmente amante dell’anice. Proverà, invano, a convincere Ferdinando dell’illegittimità delle sue azioni.

AVVOCATO STRUMMILLO (Giovanni Esposito)

Uomo di legge coinvolto nell’azione dallo stesso Ferdinando convinto, erroneamente, che il diritto sia dalla sua parte.

LE SORELLE FRUNGILLO (Antonella Morea e Carmen Pommella)

Sorelle, zitelle, vicine di casa della famiglia Quagliuolo. Fermamente convinte, a buona ragione, del coinvolgimento di Don Ferdinando nella repentina dipartita del loro amato cane.

ERMINIA (Biancamaria D’Amato)

Zia di Mario, preoccupata per la sua sopravvivenza e intenzionata a far quanto possibile per aiutarlo.

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La luce nella masseria

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In onda domenica 7 gennaio in prima serata su Rai 1, il film Tv diretto da Riccardo Donna e Tiziana Aristarco si colloca nell’ambito delle celebrazioni per i settant’anni della televisione e racconta l’arrivo del nuovo medium in una famiglia del Sud Italia. Nel cast Domenico Diele, Aurora Ruffino, Giovanni Limite, Giusy Frallonardo, Carlo De Ruggieri e con Renato Carpentieri

Il 3 gennaio del 1954 la Rai inizia il regolare servizio di trasmissione su tutto il Paese e nel giro di pochi anni la televisione entrerà nelle case degli italiani: nel 1965 gli abbonati saranno oltre 6 milioni. “La luce nella masseria”, film tv in prima visione domenica 7 gennaio in prima serata su Rai 1 – una produzione Èliseo Entertainment in collaborazione con Rai Fiction, prodotto da Luca Barbareschi per la regia di Riccardo Donna e Tiziana Aristarco – si colloca nell’ambito delle celebrazioni per i settanta anni della televisione e racconta l’arrivo del nuovo medium in una famiglia del Sud Italia negli anni ‘60. Più precisamente in una famiglia di Matera, città della Basilicata che una quindicina di anni prima era stata definita da Palmiro Togliatti “vergogna nazionale” per le misere condizioni di vita degli abitanti. Si tratta di una popolazione che per il 95% si sostiene con l’agricoltura e che ha un’emigrazione (verso il nord e verso l’estero) ancora piuttosto significativa. Il racconto si colloca proprio nel momento in cui il progresso, portato anche dalle prime fabbriche, causa lo svuotamento delle campagne. «È una bella storia, educativa e leggera – dice Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction – ‘La luce nella masseria’ è una favola luminosa vista attraverso gli occhi di un bambino per celebrare i 70 anni di Rai, azienda che ha fatto la storia tecnologica, culturale e sociale». Anche i Rondinone, la famiglia narrata nella serie, si confrontano con l’avvento della modernità. Sono una famiglia numerosa e unita che, sotto la guida del patriarca Eustachio (Renato Carpentieri), ha sempre fatto fronte comune alle avversità e da decenni lavora la terra e vive dei frutti della propria fatica. Una vita dura, ma che per l’undicenne Pinuccio (Giovanni Limite) è impastata di magia e di sogni, come quello di avere un televisore. L’eroe di Pinuccio è suo zio Vincenzo (Domenico Diele): il più forte, il più simpatico ma anche il più moderno e al passo con i tempi. Essendo anche un bel ragazzo, è conteso da due donne: Giuseppina e Imma (Aurora Ruffino). Un giorno però zio Vincenzo si ammala, la diagnosi è grave: sclerosi a placche. Costretto a smettere di lavorare nei campi, Vincenzo presto si ritrova su una sedia a rotelle. La famiglia, preoccupata dall’avvenire di Vincenzo, per assicurargli una vita normale, gli compra una tabaccheria in città, proprio accanto a un negozio di televisori che diventa meta fissa di Pinuccio. «Siamo nel lontano 1962 – raccontano i registi Riccardo Donna e Tiziana Aristarco – Pinuccio ha nove anni e a modo suo ci racconta la vita della sua grande famiglia rurale, che fa i conti con le amare sorprese della vita e con l’arrivo della modernità. L’avvento della tv diventa un momento epocale nella memoria del bambino. Realizzare questo lavoro è stato per noi tutti una specie di viaggio nel tempo. Abbiamo girato realmente molte scene nelle case originali dei sassi di Matera. Con grande cura abbiamo ricostruito quel mondo che in quegli anni viveva ancora senza acqua corrente, senza servizi igienici e con gli animali dentro casa per scaldarsi». A coprodurre il film Tv sono Rai Fiction e la Eliseo Entertainment di Luca Barbareschi: «La Rai offre migliaia di ore di Servizio Pubblico tenendo compagnia a milioni di persone – afferma il produttore – è l’ultima possibilità di narrazione di questo Paese. ‘La luce nella masseria’ racconta come eravamo innocenti, aperti alle novità, alle tragedie e alle emozioni».

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LA STORIA

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Creature senza nessun potere

«Come mettersi al servizio di un’idea tanto semplice quanto gigantesca? Con tutta l’umiltà e la fedeltà possibili» afferma Francesca Archibugi, regista della serie evento tratta dal capolavoro di Elsa Morante, uno dei testi fondamentali della letteratura italiana. Quattro prime serate, da lunedì 8 gennaio in prima visione su Rai 1

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

Tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello Useppe Ramundo.

“La Storia”, Elsa Morante, 1974

Roma, quartiere San Lorenzo. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Ida Ramundo, maestra elementare rimasta vedova con un figlio adolescente di nome Nino, decide di tenere nascoste le proprie origini ebraiche per paura della deportazione. Un giorno, rientrando a casa, viene violentata da un soldato dell’esercito tedesco, un ragazzino ubriaco.  Dopo lo sgomento, l’angoscia e la vergogna, scopre di essere incinta. Mentre Nino trascorre l’estate al campeggio degli Avanguardisti, Ida partorisce in segreto un bambino prematuro, piccolo e quieto, con gli stessi occhioni azzurri del padre, quel soldato ragazzino tedesco già morto in Africa. Quando Nino torna a casa e scopre il fratellino, lo accetta di slancio e se ne innamora. Lo soprannominerà Useppe. La piccola famiglia viene stravolta dagli eventi della guerra: prima Nino, fascista convinto, decide di partire per il fronte contro il parere di Ida, lasciandola sola con Useppe; poi, nel bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943, la loro casa viene distrutta, Ida perde tutto ed è costretta a sfollare a Pietralata. Da quel momento, ogni giorno diventerà una lotta per la propria sopravvivenza e per quella del suo bambino. 

Intanto, Useppe cresce aspettando i ritorni di suo fratello, al quale è legato da un amore inossidabile, mentre una vitalità a tratti disperata spinge Nino verso la lotta armata di Resistenza, verso l’amore, verso i compagni, pieno di desideri; più soldi, più affari, più avventura. Dopo la guerra si darà al contrabbando, prima di sigarette e poi di armi. Vuole una vita migliore per sé, per Ida e per Useppe.


La parola a Francesca Archibugi, regista

Tutto nasce da una violenza sessuale di un giovane soldato tedesco su una donna incapace di difendersi. Quel giovane soldato morirà poco dopo, in guerra. Tutti sono incapaci di difendersi. I personaggi di questo grandioso libro sono creature senza nessun potere, attraversate da forze collettive, piccole figure che tentano di sopravvivere nel decennio di un secolo che ha attraversato l’orrore assoluto. Come mettersi al servizio di un’idea tanto semplice quanto gigantesca? Con tutta l’umiltà e la fedeltà possibili. Attenzione spasmodica alla distribuzione dei ruoli, alla scelta degli attori e delle attrici, dei cani e dei bambini, delle case, delle piazze, delle scarpe e delle ciabatte. Immagini. Voci. Luci. Suoni. Il lavoro di regìa è una sequenza infinita di scelte macro e microscopiche, grandi impostazioni e minimi dettagli. Guidare un’armata di collaboratori geniali, tutti tesi allo stesso scopo: cercare di restituire nei personaggi e nelle scene lo stesso stupore, divertimento, orrore, disperazione provati leggendo “La Storia” da adolescenti. Con la precisa certezza che sarebbe stato impossibile.

È stato terrificante e bellissimo.

I PERSONAGGI

Ida Ramundo vedova Mancuso (Jasmine Trinca)

È una diligente maestra elementare, figlia di maestri, semplice, infantile, conserva ancora una “faccia da bambina sciupatella”.  Crede con fervore nell’istruzione e solo dentro l’aula con i suoi scolari prova un po’ di pace. Il mondo le fa paura. Rimasta vedova e sola da giovane, mezza ebrea, attraversa il fascismo, le leggi razziali e l’occupazione di Roma da parte dei nazisti con un terrore occulto. Ama i suoi figli come un’innamorata, prima di Nino, adolescente bello e inquieto che la tiene in un continuo stato d’agitazione, e poi di Useppe, il suo pupetto dallo sguardo celeste. I suoi figli sono la sua unica ragione di vita, “come certe gatte malandate”.

Nino (Francesco Zenga)

Cresce durante i cinque anni di guerra. Odia la scuola, infrange i sogni di Ida di vederlo laureato abbandonando gli studi per arruolarsi volontario nell’esercito fascista. S’immerge nel caos della guerra, ritorna a casa dopo essersi unito a sorpresa ai partigiani della cellula dei castelli romani. L’Italia sobbolle, lui viaggia, attraversa il fronte, va a Napoli, si unisce agli americani. Nino è sempre in movimento, pieno di idee, a volte in conflitto fra loro; da orfano di padre, comanda sulla madre ed è intollerante a tutte le autorità, correndo a perdifiato felice e disperato verso il suo destino.

Useppe (Christian Liberti/Mattia Basciani)

Frutto della violenza sessuale di un soldato tedesco, è un bambino di una dolcezza quasi soprannaturale, pieno d’amore per l’universo, gli uomini e gli animali. Il suo sguardo azzurro conquista il mondo e tutte le persone che lo incrociano.  Durante la terribile occupazione nazista che affama Roma, Ida si batte come una lupa per cercare di trovare per lui qualcosa da mangiare, farlo crescere, non farlo ammalare. Perché Useppe soffre di assenze, chiamate Piccolo Male, che finita la guerra lo faranno passare attraverso la trafila di medici e medicine. Ida è fiduciosa perché è la stessa malattia di cui soffriva lei da piccola e dalla quale è guarita.

L’oste Remo (Valerio Mastandrea)

Proprietario di un’osteria a San Lorenzo, è una specie di capo di quartiere, amato e rispettato, l’unico che Nino sta a sentire e, per questo, amato anche da Ida. Si scoprirà essere uno dei capi della resistenza armata e farà da tramite per passare le notizie tra Ida e il figlio Nino. Non abbandonerà mai Ida e le sarà sempre vicino.

Eppetondo (Elio Germano)

Giuseppe Cucchiarelli è un marmista che dopo il bombardamento di San Lorenzo sfolla a Pietralata insieme a Ida e Useppe. Chiamato Giuseppe Secondo per l’eccesso di Giuseppi nel capannone degli sfollati, viene ribattezzato Eppetondo da Useppe che non sa pronunciarne il nome. Comunista, d’animo gentile e generoso, è uno strano tipetto che si lega con amicizia fortissima e anomala prima a Useppe e poi a Ida. Quando compare Nino partigiano, si unisce di slancio alla lotta armata. Catturato dai nazisti, si comporterà da piccolo grande eroe per non tradire i compagni.

Carlo Vivaldi (Lorenzo Zurzolo):

Il vero nome è Davide Segre, studente ebreo di Mantova, è un anarchico nonviolento. Scampato alla deportazione che ha sterminato la sua famiglia, dopo l’incontro con Nino si convince a partecipare attivamente alla lotta partigiana. L’uccisione violenta di un tedesco, lo porterà a un conflitto interiore che lo consumerà. Dopo la guerra, ritrova Useppe conosciuto durante lo sfollamento a Pietralata. Il bambino si legherà a lui, lo cercherà, mentre Davide, incapace di riprendersi dalle ferite della guerra, sprofonderà sempre di più nella solitudine.

I Mille (Vincenzo Antonucci, Anna De Stefano, Rosaria Langellotto, Arcangelo Iannace)

Famiglia mezza romana mezza napoletana, scampata ai bombardamenti a tappeto di Napoli.  Si sono rifugiati nel ricovero per gli sfollati di Pietralata, guidati dalla furbizia di Domenico (Vincenzo Nemolato). Chiamati così perché numerosi, sono tutti imparentati tra loro. Sono allegri, spregiudicati, ridono, litigano, fanno la borsa nera. Tra loro si distingue la sora Mercedes (Carmen Pommella), matrona della famiglia, che nasconde sotto una coperta i beni alimentari e li smercia anche all’interno del capannone; e Carulina (Flora Gigliosetto), chiamata da Useppe Ulì, una quindicenne già madre di due gemelline di cui dice di non sapere chi è il padre. Affettuosa, allegra, “canterina e piagnona”, resterà nei ricordi di Useppe per sempre.

La famiglia Marrocco: Ida e Useppe affittano una stanza nella loro casa di Testaccio una volta abbandonata Pietralata.  Sono ciociari: in casa ci sono il nonno, un vecchio un po’ rimbambito che vuole solo bere vino, il signor Tommaso Marrocco (Enzo Casertano) che lavora come portantino in ospedale, la signora Filomena Marrocco (Antonella Attili), sarta in casa, brutale e sboccata, sempre dietro al lavoro delle macchine da cucire e circondata di clienti, e Annita (Ludovica Francesconi), la piccola sposina del figlio Giovannino, disperso in Russia. L’attesa del ritorno di Giovannino è il pensiero fisso della famiglia. Il suo nome e la sua foto campeggiano nella casa e nei pensieri.

Santina (Asia Argento)

È una prostituta che va a casa Marrocco a leggere i tarocchi, di cui è esperta, interrogata come un oracolo da Filomena e Annita sulla sorte di Giovannino. Lì conosce Davide Segre, con il quale intreccia una relazione intima, anche di pensieri e conforto, che ingelosisce Nello (Josafat Vagni) il suo magnaccia violento e possessivo.

Blitz e Bella

Sono i cani della famiglia Ramundo-Mancuso. Blitz, voluto da Nino quando è nato il fratellino, come una sorta di risarcimento. Quando parte soldato, lo affida a Useppe, in segno del loro legame speciale. Ma il cagnolino morirà sotto le macerie del bombardamento di San Lorenzo, il primo trauma indelebile per Useppe. Bella, invece, è una magnifica maremmana enorme e bianca, di cui s’innamora Nino come fosse una ragazza e che va a vivere con loro appena finita la guerra. Sarà compagna di grandi avventure per Useppe e nelle sue scorribande romane starà sempre appiccicata a lui, per proteggerlo da tutto. Quando Nino non c’è, Bella veglia sulla famiglia e sulla malattia di Useppe come una seconda mamma.

Patrizia (Romana Maggiora Vergano)

È la fidanzata di Nino, di cui si innamora anche Useppe, per la sua dolcezza e la sua allegria. Fanno giri in moto in tre e, durante una scampagnata al lago, Useppe li vede fare l’amore. Insieme trascorrono momenti intensi di felicità. Di questa felicità resterà Ninetta, la pupetta che Patrizia avrà da Nino.

Vilma (Giselda Volodi)

È una strana donna, un po’ maga, un po’ strega, che Ida incontra al ghetto. È considerata dagli altri ebrei una che vaneggia, poiché riporta le notizie delle radio straniere che ascolta dalla signora da cui lavora. Notizie che sono prese con fastidio, come profezie squinternate di una donna fuori di sé. C’è troppo orrore in quello che racconta, morte, deportazione, nessuno le crede. 

Signora Di Segni (Anna Ferruzzo)

Ha un negozio di tessuti nella piazza principale del ghetto. È la più scettica sulle profezie di Vilma, non vuole crederle. Ida la incontra di nuovo vicino alla Stazione Tiburtina, dopo che tutta la sua famiglia è stata rastrellata il 16 ottobre del ’43. Ida la segue fino al treno, e la vede gridare ai fascisti e ai nazisti di fare partire anche lei con i suoi cari, pensando che andranno in un campo di lavoro e non in un campo di morte.

La storia inizia così…

La maestra Ida Ramundo è ebrea, ma lo tiene nascosto. Il marito è morto anni prima e lei vive con suo figlio Nino, adolescente bellissimo ed esuberante. La vita di Ida, fra scuola e San Lorenzo, procede impaurita ma tranquilla, aiutata spesso dall’oste Remo.  Un giorno di gennaio del 1941 tutto cambia: Gunther, un giovanissimo soldato tedesco, la segue in casa e la violenta. È quello il giorno in cui la Storia bussa alla porta di una donna normale: Ida si scopre incinta. Mentre Nino è lontano al campeggio con gli Avanguardisti, nasce un neonato magico, con degli occhi azzurri bellissimi. 

Al ritorno, Nino non fa domande e si innamora istantaneamente del fratellino.  E il piccolo di lui. Fra i due fratelli s’instaura un legame fortissimo. Però Nino, fascista esaltato, abbandona la famiglia e il liceo, spezzando i sogni di Ida, e si arruola in guerra volontario, salutato da tutto il quartiere. Ida resta sola con il piccolo soprannominato Useppe. La guerra sconvolgerà ben presto le vite di tutti. San Lorenzo viene bombardato, la casa di Ida distrutta e Blitz, il cagnolino di Nino, muore sotto le macerie. 

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La cucina che parla un linguaggio più intimo

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FLAVIO MONTRUCCHIO

L’attore e conduttore è tornato in Rai alla guida della nuova edizione di “Cook40”, il cooking game culinario del mezzogiorno di Rai 2, in onda tutti i sabati alle 12. Gli ospiti si raccontano tra ricette, consigli e sfide, in compagnia di uno chef professionista

Rai 2: Flavio Montrucchio conduce nuova edizione ‘Cook 40’ Flavio Montrucchio negli studi Rai di Napoli dove sta registrando le puntate della nuova edizione del programma ‘ Cook 40’, 20 novembre 2023. ANSA/CIRO FUSCO

La conduzione di questo programma è per lei un nuovo inizio?

Oppure un ritorno al futuro! Sono particolarmente felice. In questo momento sono a Napoli per registrare un’altra puntata e ne parlo con grande piacere e soddisfazione perché è bellissimo lavorare qua, in questa location così solare e brillante.

Questo programma di cucina è dedicato anche a chi ha davvero poco tempo. In tantissimi quindi?

La maggior parte ormai. Nella frenesia delle mille cose che dobbiamo fare, c’è pochissimo tempo. In trasmissione diamo questi famosi quaranta minuti agli ospiti, che sono un tempo congruo e coerente con gli anni in cui viviamo per cucinare qualcosa di buono e non buttato lì.

I personaggi noti si raccontano con le ricette. La cucina diventa qualcosa di intimo?

Quello che mi piacerebbe portare a casa è proprio questo. Conoscere il nostro ospite attraverso la cucina, vedere come se la cava non nell’ambito per cui è diventato famoso, ma alle prese con qualche fornello, coadiuvato da uno chef che gli dà una mano. La cucina ci dà la possibilità di parlare un linguaggio più intimo e conviviale come tra le mura domestiche. La cucina è dunque un pretesto per conoscerlo meglio. E poi ci divertiamo.

Lei come si trova tra i fornelli?

Mi trovo bene. Mi piace la situazione familiare, di tranquillità, di convivialità tra l’ospite, me e il pubblico a casa. La mia missione non è quella di addestrare il pubblico a casa su come cucinare meglio qualcosa, non ho questa pretesa. Il mio ruolo è quello di collante tra il pubblico e il prodotto che portiamo. Io faccio proprio la parte di quello che fa domande, che potrebbero essere anche quelle di chi è a casa e non è preparatissimo.

In questa edizione sono tanti i consigli per fare la spesa. Lei la fa? E le capita di comprare cose inutili?

Faccio la spesa spesso e compro tantissime cose inutili. Sono passato da vent’anni fa con la lista in mano, a campione di spesa. Sono un po’ compulsivo perché a parte le cose che devo comprare per necessità, mi faccio attrarre dalle offerte, dal marketing e poi dalla gola. Non sono uno di quelli che va a fare la spesa a stomaco pieno e per questo il carrello esce sempre pieno. Se volete interrogarmi conosco tutti i prezzi e le offerte del momento!

Le piace sperimentare in cucina oppure preferisce la tradizione?

Bella domanda perché, per come sono io, dovrei rispondere la tradizione. Ma in realtà, quando cucino, non replico mai la stessa cosa. In base a quello che trovo invento qualcosa.

Nel programma non mancano i consigli dei nutrizionisti. Lei segue una dieta precisa o si concede degli sgarri?

Ho la mia tecnica che è quella di ascoltare il mio corpo. Attendo un attimo quando vedo un alimento e cerco di capire se mi invita a mangiarlo. Ad esempio, non mangio dolci perché non mi piacciono, ma alcune volte sento la necessità di mangiarli. Altre volte capita con alimenti diversi. Non ho una dieta specifica, ma attendo suggerimenti dal mio corpo.

Quali erano i sapori della sua infanzia?

Vengo da una famiglia di estrazione contadina. Sicuramente i sapori legati alla terra, ai vigneti, all’uva quando c’era la vendemmia. Ho sempre fatto l’orto e tutt’ora lo coltivo, quindi la terra ha un odore particolare e anche gli ortaggi che vengono fuori hanno un sapore diverso. La mia infanzia ha una allure contadino.

Tra i piatti più strani che ha assaggiato, quale ritiene il peggiore in assoluto?

Mi è capitato più volte, viaggiando al di fuori dall’Italia. In Indonesia, ad esempio, ho assaggiato una cosa con un accostamento impensabile: cioccolata con il pomodoro. Non riesco a capacitarmene. Più volte all’estero sono rabbrividito.

Un invito a seguirla, ai lettori del RadioCorriereTv?

Mi farebbe molto piacere che ci seguiste non tanto per i consigli di cucina che diamo, ma per stare con noi un’oretta in compagnia e soprattutto in serenità, che è quella che mi piacerebbe portare con questo programma.

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