Il lunedì in prima serata su Rai 3 debutta “Farwest”, ultima creatura della Direzione Approfondimento della Rai. «Un racconto immersivo per entrare dento le cose, un programma che approfondisce nel segno della qualità» dice il giornalista siciliano
Che programma vedremo?
“Farwest” è un programma d’approfondimento, di
inchieste. Un programma diverso dagli altri che ha la possibilità di proporre
un’inchiesta giornalistica con il racconto in studio, con l’analisi di esperti
e di testimoni che ci aiuteranno a fare luce sugli angoli più bui del nostro
Paese. Cercheremo di portare una luce lì dove le istituzioni non esistono,
cercheremo di occuparci di tutti i farwest, delle piccole e delle grandi
truffe. Ci occuperemo anche di cronaca nera, di sociale, cercando di fare un
programma giornalistico puro, che sia di servizio pubblico e nello stesso tempo
di approfondimento.
Quali saranno i temi della puntata del
debutto?
Ci occuperemo di un caso che porto nel cuore,
quello dell’attentato a Paolo Borsellino. Cominciai proprio così, a 19 anni,
facendo la diretta della strage di via d’Amelio. Ci occuperemo quindi di una
grandissima truffa che ha creato una voragine nei conti pubblici dello Stato e
di un ricatto sessuale fatto da un calciatore ai danni di due ragazze che
intervisteremo in esclusiva.
Tanti farwest in lungo e in largo per lo
Stivale… e la speranza?
Non vogliamo dipingere l’Italia come se fosse
tutta un farwest. Il compito che ci diamo è quello di dare voce, e appunto una
speranza, a chi non ce l’ha. Ma per farlo dobbiamo immergerci nel farwest
quotidiano.
Questo programma segna un tuo ritorno alla
cronaca, alla strada…
Sono molto contento che la Rai e Paolo Corsini
(Direttore dell’approfondimento Rai) mi abbiano dato la possibilità di
tornare alle origini, al mio mestiere di cronista. Io e tutta la squadra cerchiamo
di fare il nostro lavoro in maniera onesta, puntando alla qualità. Sono molto
orgoglioso del mio gruppo di lavoro e dei giovani inviati che mi aiuteranno nel
racconto.
Qualità e buoni ascolti, questo l’obiettivo?
Gli ascolti sono importanti ma fino a un certo
punto, ci sarà tempo per crescere. Questo programma ha bisogno di un tempo fisiologico
per strutturarsi: cominciamo sapendo che sarà una sfida non facile, partiamo
con le migliori intenzioni e con la certezza di fare un programma di servizio
pubblico.
È uno dei giovani attori del momento, apprezzato dal cinema e dalla tv, amato dal pubblico come una rockstar. Due le serie di cui è protagonista, la seconda stagione di “Un Professore” e il fantasy “Noi siamo leggenda”: «Mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male»
Sta vivendo un momento d’oro, questo mestiere
non è più un sogno, le cose si stanno facendo molto serie…
È diventato il mio mestiere con annesse responsabilità, paure
e il grande impegno che ci vuole. Ancora oggi, però, recitare rappresenta una
grandissima opportunità, i sogni non sbiadiscono, al contrario si moltiplicano
e si riproducono da soli. Quando hai la fortuna di fare il lavoro che ami, conquisti
un sogno e se ne creano immediatamente altri. Spero di continuare a sognare a
lungo…
Una seconda stagione molto attesa, come siete riusciti a
conquistare il cuore delle persone?
“Un Professore” è un progetto estremamente sincero, genuino
nel quale si raccontano tante fasi della vita, dall’adolescenza all’età più
matura, si parla di famiglie e del dialogo tra ragazzi e adulti. È una serie
nella quale il pubblico riesce a trovare sempre una parte di sé, un lato del
proprio carattere, una sfaccettatura che permette a chiunque di immedesimarsi
nella drammaticità della storia. È un racconto che ti fa sentire a casa e dove
puoi ritrovare casa.
Il pubblico vi ama, avete fan che vi considerano delle
rockstar. Che effetto le fa tutta questa attenzione?
Fa un po’ paura, ma c’è anche la contentezza di
ricevere l’affetto delle persone. Ho ricevuto un’educazione familiare che mi fa
stare tranquillo, so di dover mantenere i piedi per terra.
Tra Manuel e Mimmo c’è Simone. Questo nuovo
ingresso come sposta il baricentro tra i due protagonisti?
Mimmo è una di quelle incognite che entra nella vita di
Simone e lo invade di molte domande, alle quali il mio personaggio cerca di dare
delle risposte. Più si va avanti con le puntate, più i due ragazzi imparano a
conoscersi meglio, i rapporti si fanno più stretti, le storie si intrecciano.
Dal punto di vista professionale, è stato molto interessante, dopo “Mare
Fuori”, lavorare di nuovo con Domenico Cuomo.
Avere come “maestro” Alessandro
Gassmann, Prof. e padre per fiction, fuori dal set, cosa le ha trasmesso?
Alessandro
ha uno stile comunicativo molto simile a quello di Dante, ha la generosità di
spirito. È una persona estremamente generosa, disponibile a dare a noi attori
più giovani consigli importanti sulla professione, su come ampliare le nostre
conoscenze, quali film guardare o quali libri leggere. È un essere umano
attento all’altro, che prende a cuore le persone. È un uomo buono, buono,
buono… e poi fa veramente ridere.
“Noi siamo leggenda”, ci racconta la sua
esperienza in questo fantasy?
Un teen drama corale nel quale l’elemento
fantasy rappresenta una bella scommessa, una sfida anche per noi attori che
abbiamo lavorato con il VFX (Visual Effects), con la fantasia o con elementi
non proprio canonici del mestiere. Meno nuovo per me è stato avere a che fare
con un ruolo che ha delle caratteristiche molto simili ai personaggi che ho
interpretato fino adesso. La sfida è stata, però, proporlo in una maniera
completamente nuova. Dal punto di vista drammatico, Jean è davvero molto
carico, ci sono tante lacrime, tanta incomprensione, si rappresenta, ancora una
volta, una fase dell’adolescenza un po’ cieca.
E i poteri?
Non sono i protagonisti, piuttosto delle metafore. Il
pubblico non troverà la spettacolarizzazione, ma il tema è “cosa fanno questi
ragazzi una volta che acquisiscono dei poteri”, come reagiscono, quali saranno
le loro azioni, che tipo di responsabilità sono in grado di assumere. Ma
soprattutto quali paure sono in grado di vincere o quali nuovi timori sorgono
dopo la scoperta di questi poteri.
Se avesse avuto un potere…
… mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti
poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel
pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male. Non tutte le
cose vanno dette, meglio lasciarle nascoste… scoprire qualcosa in più
dell’altro non è per forza sempre un bene.
In questa serie si esplorano le radici delle proprie paure e
le proprie insicurezze. Qual è la sua paura più grande?
È una domanda molto difficile… credo di averne di molto
umane, paura dell’abbandono, della solitudine, di ferire o essere ferito da
qualcuno, di perdere le persone a me care.
Quando non lavora, a quali altre
passioni si dedica? Il disegno è una attività che mi
piace e riesce a rilassarmi, poi c’è sicuramente la musica… adoro fare delle
ricerche, spulciare nelle playlist e scovare ritmi nuovi.
Sempre più di frequente ci sono attori che si cimentano con
la macchina da presa. Si vede nel futuro come regista?
Sì, è un’altra aspirazione.
Con quale ruolo vorrebbe mettersi alla prova?
Mi piacerebbe fare il cattivo, non ho mai
provato e sarebbe una bella prova per uscire dalle mie corde, sporcare un
pochino di più questo viso così pulito… ho anche provato a farmi crescere la
barba, ma ho dovuto tagliarla perché i commenti erano molto negativi (ride).
Lorena
Bianchetti conduce il primo game show tutto dedicato ai sentimenti. Dal 2
dicembre, il sabato alle 14.00 su Rai 2
Al
via “Mi presento ai tuoi”, una nuova sfida televisiva per Lorena
Bianchetti che, a partire dal 2 dicembre alle 14.00 su Rai2, proverà a
raccontare le famiglie e le loro dinamiche, attraverso una serie di giochi che
porteranno alla scelta di un possibile partner per il proprio familiare,
protagonista della puntata. “Mi presento ai tuoi” è un’alternativa
giocosa al dating tradizionale, un game show dedicato alle relazioni e ai
sentimenti. Ogni settimana un ragazzo o una ragazza,
accompagnato dalla propria famiglia, incontra un gruppo di persone tutte
diverse tra loro, ma che possiedono almeno una caratteristica che possa colpire
il suo interesse. Ed è proprio la famiglia a selezionare le persone da
proporre, mentre al figlio spetta il compito di scegliere con chi approfondire
la conoscenza. Ma come fare a capire quale sia
la persona giusta? In “Mi presento ai tuoi” sono stati messi a punto una serie
di giochi con lo scopo di far emergere le caratteristiche di ognuno dei
partecipanti e di mostrare ai familiari i lati ancora nascosti del proprio
figlio. Si parte da una rosa di sei possibili
pretendenti, tra cui i familiari selezionano i quattro con cui giocare. Al
figlio la possibilità di cambiarne uno. Da questo momento al termine di ogni
gioco, il cerchio si restringe sempre di più, fino ad arrivare alla scelta
finale. Qui, però, non ci sono consigli che tengano: la decisione è tutta nelle
mani del figlio. Farà bene la sua scelta? Ma soprattutto, sarà ricambiato?
Presente in studio la psicologa Flaminia Bolzan, che analizzerà alcuni
meccanismi che muovono gli atteggiamenti più comuni in famiglia, provando a
dare piccole soluzioni e spunti di dialogo. In
ogni puntata, inoltre, un personaggio noto del mondo dello spettacolo
racconterà in un’intervista il proprio rapporto famiglia/sentimenti che, da
qualunque lato lo si guardi, è speciale e a suo modo complesso.
In alcune puntate, al posto del nucleo familiare, sono previsti
gruppi di amici, coinquilini, colleghi di ufficio, compagni di squadra,
ecc.
Una vicenda epica, un protagonista, che crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Da lunedì 27 novembre, in prima serata su Rai 1, Alessandro Casale dirige la nuova serie crime con Alessio Boni
25 ottobre 2023
IL METODO FENOGLIO
“Il Metodo Fenoglio” racconta
una vicenda epica nella storia italiana con toni intimi e delicati, un viaggio
all’interno di una “zona grigia” dove diventa difficile, se non impossibile,
distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il
maresciallo piemontese Pietro Fenoglio si muove nella Bari degli anni Novanta,
è uno degli esponenti di spicco del Nucleo Operativo dell’Arma dei Carabinieri,
dotato di acuto istinto investigativo e spinto nelle sue azioni da un profondo
rispetto per la legge e la verità, anche quando la sua apertura umana nei
confronti dei criminali lo porta in diretto conflitto con i superiori. Durante
le sue ultime indagini Fenoglio ha cominciato a nutrire un sospetto che lo sta
ossessionando. È, infatti, convinto che la criminalità locale non sia più
composta solo da un manipolo di bande rivali, ma che sia nata una vera e
propria mafia barese. Eppure, le sue indagini personali non trovano ancora
riscontri pratici e vedono l’opposizione del suo superiore, il colonnello
Valente. Nei giorni successivi all’incendio doloso del Teatro Petruzzelli,
cuore pulsante della città di Bari, la tensione è alle stelle: agguati,
uccisioni e casi di lupara bianca creano un clima di terrore che rende
impossibile la vita in città. E Fenoglio non riesce a decifrare le ragioni di
quell’esplosione di violenza senza precedenti. Fino a quando non emerge un fatto inatteso e sconvolgente: il
figlio di Nicola Grimaldi, il boss più potente e spietato del territorio, è
stato sequestrato. Durante le indagini svolte in collaborazione con l’appuntato
Pellecchia, i cui modi spicci si scontrano con l’atteggiamento legalitario del
suo superiore, e guidate dalla scontrosa e carismatica PM Gemma D’Angelo,
Fenoglio vuole vederci chiaro. Scopre che il boss ha pagato un riscatto per
riavere suo figlio, ma che il bambino non è mai tornato a casa.
I sospetti di tutti si concentrano su Vito Lopez, ex braccio destro del boss
Grimaldi: la fortissima amicizia che li ha legati per anni è ormai entrata in
crisi e si è risolta in una lotta fratricida e mortale. Ma è davvero Lopez
l’artefice della faida, oppure è solo un ennesimo capro espiatorio in una
guerra criminale senza vincitori né vinti? Una domanda che tormenta Fenoglio,
mentre sul livido orizzonte delle vicende nazionali si consuma l’attacco di
Cosa Nostra al cuore dello Stato con i massacri mafiosi di Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino e delle rispettive scorte. La risposta arriverà da un’indagine
diversa da tutte le altre, che porterà a scoprire una verità sorprendente.
Alessandro Casale, regista
Trasporre per immagini in una serie televisiva il
romanzo di Gianrico Carofiglio “L’estate fredda” è stato un grande privilegio e
allo stesso tempo una sfida elettrizzante. Il mio obiettivo è stato ricostruire
il più fedelmente possibile le atmosfere che caratterizzavano Bari, capoluogo
pugliese, teatro delle vicende criminali dei primi anni ‘90 del secolo scorso
che si dipanano nella serie. Una città in cui il nostro protagonista affronta
importanti e delicate indagini nei mesi più caldi della lotta alla criminalità
organizzata italiana di quegli anni. Pietro Fenoglio è un personaggio raro,
crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei
confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Per
accompagnare il Maresciallo nelle sue complesse indagini ho scelto attori e
ambientazioni estremamente legati al territorio, atti a rendere la sua attività
investigativa assolutamente credibile, una scelta, per me, necessaria per
calare gli spettatori nella cruda realtà di quel periodo. Ho scelto una
grammatica di ripresa classica, elegante e decisamente cinematografica per
impreziosire questo racconto anche con accenni epici, avvalendomi della
collaborazione di ottimi capi reparto artistici per restituire il sapore e il
calore della realtà barese di quell’epoca, così affascinante e controversa.
Nelle sale dal 30 novembre il terzo capitolo della saga diretta dai Manetti bros. Con Giacomo Gianniotti, Miriam Leone e Valerio Mastandrea
Chi è veramente Diabolik? Le sorelle
Giussani nel marzo del 1968, a cinque anni dalla pubblicazione del primo numero
del leggendario fumetto, provarono a rispondere a questa domanda, scrivendo e
poi pubblicando quello che probabilmente è l’albo del Re del Terrore più famoso
di sempre: “Diabolik chi sei?”. «Dopo due film, e qualche anno di completa dedizione al nostro antieroe
preferito, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di prendere il toro
per le corna e di far diventare un film il mitico albo del ’68 – affermano i
Manetti bros. – Le Giussani, con la capacità di suggestione che le ha rese tra le autrici
di fumetti più importanti d’Italia e probabilmente del mondo, sono riuscite,
ancora una volta, a trovare la quadra magica, a spiegare il personaggio e le
sue origini senza veramente spiegarlo o, quantomeno, senza svelarlo
completamente, lasciandolo misterioso e affascinante». Un lavoro che trasferisce al cinema
la suggestione dalla pagina disegnata. «Nel primo film abbiamo raccontato Diabolik dal punto di
vista di Eva Kant, la donna che si innamora di lui e che affiancandolo lo
completerà – proseguono i registi – nel secondo attraverso quello
dell’ispettore Ginko, l’uomo che gli dà la caccia e alza costantemente il
livello della sfida. Nel terzo film abbiamo deciso di raccontare Diabolik dal
punto di vista di Diabolik stesso. Chi è Diabolik? E soprattutto: il Re del
Terrore è completamente conscio delle sue origini e della sua misteriosa
identità? Da lettori abbiamo visto Diabolik attraversare gli anni con quella
capacità magica, che hanno sempre i fumetti, di restare identico, e
apparentemente della stessa età, mentre passano i decenni. Abbiamo voluto
mettere anche questa caratteristica nel film, facendo un balzo in avanti di un
decennio». Dopo gli anni 60 del primo e del secondo
capitolo, la pellicola ci porta improvvisamente negli anni 70. Scenografie,
costumi e fotografia sono cambiati in modo piuttosto radicale: dalla fredda
razionalità ed eleganza che caratterizza gli anni 60, il passaggio alla follia
eccentrica e rivoluzionaria del decennio successivo, cosa che ha dato un taglio
completamente diverso al film, anche dal punto di vista cinematografico e di
ritmo del racconto. «Se
non bastasse, – aggiungono i registi – nella seconda parte, quando raccontiamo
la sorprendente infanzia di Diabolik, abbiamo fatto un tuffo in dei non ben
definiti anni 40, cambiando ancora una volta lo stile, in maniera ancora più
repentina, passando a un immaginario espressionista rigorosamente in bianco e
nero». «Il terzo film è pieno di canzoni e di straordinarie interpretazioni di
grandi cantanti italiani e non – concludono i Manetti bros. – Per il brano dei titoli di testa, dopo
l’oscurità di Manuel Agnelli e l’eleganza di Antonio Diodato, siamo passanti al
funky frizzante e stiloso dei Calibro 35 in coppia con Alan Sorrenti. Questa
canzone rappresenta la profonda differenza di questo film rispetto ai
precedenti». Nel cast di “Diabolik, chi sei?”, coprodotto
da Rai Cinema, ritroviamo Giacomo Gianniotti (Diabolik), Miriam Leone (Eva
Kant) e Valerio Mastandrea (Ginko). Nel cast anche Monica Bellucci (Altea),
Pier Giorgio Bellocchio (Sergente Palmer) e Chiara Martegiani (Elisa Coen). «Già durante il primo incontro, con i
Manetti avevamo scelto a quale albo si sarebbe ispirato il terzo film della
saga – afferma la casa editrice Astorina – Non soltanto perché il più amato dai
lettori, non soltanto perché il più ristampato (a grande richiesta), non
soltanto perché affascinava tutti e tre l’idea di trasferirlo dalla carta alla
pellicola… ma soprattutto perché eravamo certi che il pubblico delle sale,
dopo aver visto il Re del Terrore un paio di volte in azione, si sarebbe
chiesto: Diabolik, chi sei?. Lo stesso era successo tanti anni fa ai lettori
del fumetto e all’epoca le sorelle Giussani avevano risposto con poche
informazioni e molti misteri sul passato del loro personaggio. Lo stesso vale
per il terzo film, come i precedenti rispettoso della storia da cui è tratto,
che ha scelto come simbolo lo sguardo inquietante della pantera nera. Come fece
il fumetto».
Una panchina rossa in tutte le trasmissioni della Rai, il nastrino rosso nei loghi delle reti Tv, uno spot per invitare tutti, e in particolare gli uomini, a riflettere sul tema, un promo per “correggere” i luoghi comuni sessisti e la sede di Viale Mazzini, a Roma, illuminata di rosso. La Rai è scesa in campo con forza e determinazione nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
La
televisione e la radio, RaiPlay e RaiPlay Sound. I vertici aziendali, gli
artisti, i giornalisti, le maestranze. La Rai, unita, ha fatto di sabato 25
novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le
donne, la propria bandiera. «La
violenza di genere è la più drammatica e visibile piaga di una cultura della
non parità che viene da lontano – afferma la Presidente Rai Marinella Soldi – Rai,
come prima azienda culturale del Paese, deve essere protagonista di racconti
che promuovano la ricchezza della diversità, della parità di opportunità e di
una raffigurazione femminile moderna, reale e aspirazionale, specialmente per i
giovani. Per questo, oltre alla campagna contro la violenza sulle donne, il Servizio
Pubblico si impegna in progetti concreti per favorire la partecipazione delle
donne e per premiarne il merito e le competenze: No women no panel, sui
territori, e 50/50 nei nostri contenuti. La Rai oggi, come sempre nella sua
storia, è determinante per il progresso sociale e culturale del Paese».
In onda un
palinsesto articolato che ha attraversato, nel segno delle donne e contro la
violenza di genere, tutti i canali radiofonici, televisivi, digitali e social. Per
l’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, «la
Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è
stata l’occasione per il Servizio Pubblico di ribadire il proprio impegno a
combattere e a vincere a tutti i costi una battaglia che è prima di tutto di
civiltà, di rispetto della dignità, di rifiuto convinto e senza sconti di ogni
forma di violenza, anche la più subdola. La Rai è stata totalmente coinvolta,
per estirpare, senza se e senza ma, una piaga indegna del nostro Paese. Lo ha
fatto assumendo come simbolo, nelle sue trasmissioni, la panchina rossa, per
ricordare il colore del sangue femminile versato, che interpella ciascuno di
noi. Lo ha fatto tingendo dello stesso colore i loghi di tutte le reti e
l’esterno di Viale Mazzini, a Roma. La programmazione tv, radio e digital dedicata alla Giornata;
gli spot, in onda più volte durante il giorno: uno per cancellare i luoghi
comuni sessisti, l’altro per invitare soprattutto gli uomini a riflettere sulla
violenza. Perché la violenza contro le donne è
un orrore da cancellare».
«Ho sentito il peso della responsabilità, ma anche la consapevolezza di vivere una opportunità importante. Mi sono sentita molto fiera di avere avuto la possibilità di interpretare una donna che, seppure nel dramma, ha contribuito a un cambiamento epocale nella società italiana» racconta al RadiocorriereTv la giovanissima attrice, protagonista con Greta Scarano di “Circeo”, il martedì in prima serata su Rai 1
Quanta
fatica c’è stata per entrare nei panni di Donatella Colasanti, una donna che ha
avuto un vissuto così pesante?
Dal
punto di vista emotivo è stato un viaggio davvero impegnativo, non potevo mai
perdere di vista il rispetto verso una persona realmente esistita. Non ho
avvertito fatica, certamente sentivo il peso della responsabilità, ma anche la
consapevolezza di vivere un’opportunità importante. Mi sono sentita molto fiera
di avere avuto la possibilità di interpretare Donatella Colasanti, una donna
che, seppure nel dramma, ha contribuito a un cambiamento epocale nella società
italiana.
Dal
provino al set, che esperienza è stata “Circeo”?
Ricordo
che avevo mandato un video per partecipare ai provini, senza però pensarci più
di tanto. Mi hanno richiamato per vedermi dal vivo, per un provino con il
regista, e mi sono resa conto che per questo ruolo stavano provinando
tantissimi ragazzi. Più andavo avanti nella selezione, più mi rendevo conto che
mi stavo affezionando alla storia. Alla fine, ho cominciato anch’io a credere che
avrei potuto farcela. E così è stato. Alla mia carriera auguro di prendere
parte sempre di più a progetti come “Circeo”, una tappa importante del mio percorso
professionale.
Quali
sono state le indicazioni del regista per entrare nella vita di Donatella Colasanti?
Sono
stati mesi molto intensi sul set, il regista Andrea Molaioli mi ha lasciato
molta libertà, si è sempre preso cura di me, aveva a cuore la mia opinione
sulle scene, mi chiedeva sempre come volessi raccontarle. Sono stata seguita e
sostenuta passo dopo passo sia da Andrea che da Greta, da loro ho ricevuto
molti consigli, non solo a livello attoriale, ma su come affrontare il lavoro dal
punto di vista emotivo. Tutto questo è stato fondamentale, mi ha
tranquillizzato molto.
Spesso si accusano le
donne di non fare squadra, Greta Scarano ha invece parlato di “sorellanza”…
Con Greta non abbiamo
avuto bisogno di dire niente, è stato tutto naturale. Il carattere di entrambe
ha reso possibile stringere un legame molto stretto tra noi, che ha certamente permesso
di rendere veritiero il rapporto tra Donatella e Teresa. Quando nella vita
reale si va d’accordo, il resto va da solo…
Una serie al femminile…
Lo sguardo femminile è
presente ovunque nella serie, a partire dalla sceneggiatura. Raccontiamo il
movimento femminista e la sua capacità di scendere in campo e lottare per i
diritti delle donne, la stessa Donatella non rinunciare alla sua battaglia, e
la sua avvocata, Teresa Capogrossi, porta la voce delle donne nelle aule dei
tribunali.
Conosceva la storia del
massacro del Circeo e quello che è accaduto dopo?
Vivendo a Roma ne avevo
sentito parlare anche dai miei genitori, ma non sapevo molto di Donatella
Colasanti. La serie mi ha dato l’opportunità di conoscerla, di entrare nella
sua vita, nelle sue emozioni. Ha fatto una scelta forte, nonostante tutto
quello che le era capitato, è andata avanti, non come una vittima o una
sopravvissuta, ma come una persona che voleva giustizia. Ha sempre combattuto
in prima persona, dentro e fuori dai tribunali.
Una ragazza così giovane…
…così coraggiosa. La sua
forza mi ha colpito molto, mentre tutti le consigliavano di lasciar perdere,
lei che era una “sempliciotta” di borgata, ci ha messo la faccia e il suo coraggio ha cambiato la storia
italiana. Spero che il pubblico voglia vedere la serie, che i giovani possano
comprendere il valore di storie come quella di Donatella, così drammaticamente
attuale. Questa donna è un esempio per tutte le donne, il suo gesto ha
insegnato che, di fronte alla violenza, ai soprusi non bisogna far finta di
niente, si deve rispondere, si deve lottare per affermare se stesse e non farsi
mai dire cosa si può o non può fare.
Con “The Voice Kids” tornano su Rai 1 le voci (e le storie) di bambini e ragazzi. La conduttrice al RadiocorriereTv: «Ormai il talento è precoce, già a 13, 14 anni i giovani sanno quello che vogliono e hanno gusti musicali ben definiti, autonomi da quelli dei loro genitori». In giuria la new entry Arisa, Loredana Bertè, Clementino e Gigi D’Alessio. Dal 24 novembre in prima serata
I suoi bambini, i suoi ragazzi tornano
in scena con “The Voice Kids”, che edizione sta preparando?
Una bella edizione perché ci sono dei
veri talenti. Ormai il talento è precoce, accade nella musica come nello sport.
Vedi ragazzini di 13, 14 anni che non dico sappiano già che cosa vogliono, ma
che hanno sicuramente passioni ben definite. Sono tutti ragazzi che amano la
musica, che vanno a scuola di canto, che hanno una famiglia musicale. Hanno
magari il papà che suona o la mamma che canta, per hobby, perché nessuno di
loro ha genitori famosi. Hanno un talento naturale, che in alcuni di loro è già
pronto e che in altri casi deve ancora essere coltivato. Mi piace molto fare
questo programma, dove sono di casa gentilezza e rispetto, credo che sia un
appuntamento giusto per le famiglie, penso che anche l’inserimento di Arisa, che
si unisce ai giurati storici, sia perfetto.
Il talento lei l’ha sempre fiutato…
Moltissimi dei miei bambini di “Ti
lascio una canzone” oggi lavorano nel mondo della musica, e non parlo solo del
Volo, ma di chi sta dietro le quinte. C’è chi fa il produttore musicale, come
Mattia Lever, chi fa il pianobar, chi insegna musica. Pochi giorni fa ho
incontrato Ilaria Mongiovì, che ha preso parte recentemente a “Tale e Quale”.
Penso di avere lasciato in loro un buon ricordo. È bello vedere che le note di questa gioventù rimangono a
disposizione di tutti e che, a prescindere dal successo, hanno continuato a
coltivare la propria passione. C’è chi suona il pianoforte, chi la batteria. Suonare
uno strumento è importantissimo, perché come dice Gigi D’Alessio ti rende
indipendente, ti dà la possibilità di comporre la musica quando hai
l’ispirazione.
Bambini e anziani, che cosa hanno in
comune?
Tantissimo, innanzitutto perché bambini
e anziani stanno bene tra loro: i nonni tornano un po’ bambini e i bimbi si
affidano a una persona grande. Quando sei piccolo i nonni sono il tuo mondo.
Sono due età della vita che amo molto. L’inizio, in cui tutto è possibile, e il
secondo tempo, in cui i giochi sono fatti. Quando sei “senior” e sali sul palco
vivi quell’esperienza come fine a se stessa.
Cosa può dare Arisa, con il suo
sorriso, con la sua energia, alla narrazione di “The Voice Kids”?
Intanto il suo lato bambino. Lei è un
po’ un cartoon (sorride). E poi ci sono le sue canzoni che sono
amatissime dai più piccoli, sono tantissimi i bambini che ai provini portano
“La notte”. Arisa si è integrata perfettamente nel gruppo di lavoro, sia con
Loredana che con Gigi e Clementino, e questo è importante per la resa del
programma.
Regala un aggettivo o un pensiero per
ognuno dei giurati?
Loredana è una ragazza rock con uno
spirito indomito. Dietro alla sua scorza si nasconde una donna molto dolce.
Clementino è la follia, l’eccesso, la simpatia. Gigi è il musicista, è
romantico. Lo prendo spesso in giro perché sciorina frasi da Baci Perugina.
Arisa è suadente, delicata, anche con i bambini.
Prima “Ti lascio una canzone”, oggi
“The Voice Kids”, cosa le hanno insegnato i ragazzi?
Tantissimo. Iniziai “Ti lascio una
canzone” che non ero ancora mamma e lo diventai un anno dopo. Per me fu
importante anche come allenamento, per capire come erano i bambini. Da allora a
oggi, a quindici anni di distanza, ho notato un grande cambiamento tra i
ragazzi: ascoltano più musica, sono molto più consapevoli. Una volta i gusti
musicali dei bambini erano un po’ quelli degli adulti, oggi chi viene a “The
Voice Kids”, ha gusti musicali molto precisi. I bambini hanno le loro
classifiche, le loro playlist, accedono alla musica in modo diverso da come
avveniva un tempo.
Se fosse stata una cantante con quale
brano le sarebbe piaciuto arrivare al successo?
Sicuramente con una canzone di Mina,
un mito assoluto della musica, una vocalità straordinaria. Amo molto, da
sempre, anche Lucio Battisti, che per di più oggi sta ritornando molto di moda
tra i ragazzi.
Qual è la parola che più racconta la
sua carriera?
Eclettica. Credo di essere, tra i
conduttori, quella che ha fatto più cose diversificate, più titoli in assoluto,
nel prime time e non solo. Ho fatto anche tante sperimentazioni assumendomene i
rischi.
C’è un tassello che ancora manca a un
puzzle così bello e colorato come è la sua carriera?
Direi di no. Ho fatto tutto (sorride).
Lei è una donna felice?
La felicità è un attimo, e di attimi ne
ho avuti tanti. La serenità è più un equilibrio, che è quello che spero di
avere raggiunto.
Un viaggio nel mondo e nei mondi, un giornalismo che racconta ciò che siamo per restituirci la proiezione di ciò che saremo. Perché, in “XXI SECOLO, quando il presente diventa futuro”, alto e pop si incontrano e convivono in una narrazione non scontata e accessibile. Da lunedì 20 novembre in seconda serata su Rai 1
“XXI SECOLO, quando il presente diventa futuro”, un programma che vuole raccontare la contemporaneità con lo sguardo rivolto al futuro. Un obiettivo che può apparire ambizioso, da dove si parte?
È ambizioso perché bisogna cambiare
sicuramente il metodo di analisi delle notizie e dei fatti, però è doveroso,
soprattutto per il Servizio Pubblico radiotelevisivo, ed è sfidante farlo sulla
prima rete generalista. Siamo incoraggiati dal fatto che è sicuramente l’attualità
il punto di partenza di ogni ragionamento, non è semplicemente la delineazione
di scenari futuri, possibili o probabili che siano, né è soltanto la forza
dell’anticipazione degli eventi. C’è anche una forza che deriva dal radicamento
ai fatti, così come si sviluppano nell’ambito dell’attualità quotidiana,
italiana e internazionale, in più generi, dalla politica agli esteri,
dall’economia alla cronaca, alla società, all’ambiente.
Con una forte sensibilità verso i
dati empirici…
È sfidante, sicuramente ambizioso, ma
partiremo sempre dalla realtà: da evidenze manifestate. Useremo i dati, le
statistiche per spiegare temi, fenomeni, i dati più autorevoli, accertati, in
modo da non sbagliare nella segnalazione dei trend. Mi avvarrò sempre della
collaborazione di esperti per inquadrare il tema. Ci sarà spazio per la parte dell’analisi,
per quella dell’opinione e dell’interlocuzione con i decision-maker, coloro che
hanno la responsabilità della gestione dei temi, prevalentemente rappresentanti
del mondo politico-istituzionale.
Il
mondo e la nostra vita stanno cambiando con una velocità eccezionale, cosa deve
fare l’informazione per rimanere al passo?
Deve
munirsi di chiavi interpretative nuove, che sappiano osare ed essere interdisciplinari
dal punto di vista metodologico. L’era post-moderna, come dicono gli studiosi
di scienze sociali, è quella della iper comunicazione, ma è anche l’era della
iper complessità. La complessità dei fenomeni, dei temi, non la affronti con
chiavi interpretative vecchie, del passato, ragionando per settori che non
riescono a essere interconnessi tra loro. Devi collegare i puntini.
La
complessità non deve fare paura…
Io
aggiungo, è dovere del Servizio Pubblico raccontarla. La sfida di questo
programma, oltre che anticipare possibili sviluppi dei fatti, è quella di
spiegare in modo molto semplice questioni che sono oggettivamente complesse,
che non possono essere ridotte alla logica tipica della comunicazione
post-moderna che è quella della polarizzazione, del bianco e nero. Tra il bianco
e il nero c’è il grigio, c’è la complessità e noi dobbiamo provare a
raccontarla. Utilizzeremo tre linguaggi: i dati, il talk in modalità one to one,
e i reportage sul campo.
Negli
ultimi anni abbiamo capito ancora di più come ciò che accade fuori dai nostri
confini ci riguardi da vicino, pensiamo al covid, ai conflitti alle porte
dell’Europa. Di ciò che accade sul Pianeta conosciamo solo una minima parte,
c’è il rischio di altre brutte sorprese?
Dobbiamo
andare oltre. Fermarci in superficie ci fa comprendere soltanto una parte
minima della complessità a cui facevo riferimento. Abbiamo due guerre che non
sono slegate tra loro, che vanno lette in una logica di correlazione reciproca.
Abbiamo una geopolitica che impatta sulla geoeconomia e abbiamo una geoeconomia
che condiziona in modo sensibile, forte, la stabilità o la destabilizzazione
del quadro politico internazionale. Il tema del conflitto va letto in chiave
politica, economica, sociale, religiosa, culturale. Normalmente il giornalismo
d’approfondimento, quello dei telegiornali, del web si incentra sulla prima e
sulla seconda domanda: Che cosa sta accadendo? Perché sta accadendo? Qui invece
si vuole provare a raccontare gli sviluppi avventurandosi su percorsi, sentieri
che sono chiaramente probabilistici o possibilistici, ma sempre partendo da
quelli che sono i dati della realtà. Tutto questo con il linguaggio e i tempi
della televisione. La contaminazione di linguaggi è il modo migliore per tenere
insieme l’esigenza dell’approfondimento e l’essere pop, popolari. A volte diamo
per scontato che il pubblico conosca il significato di alcune definizioni,
credo che si debba cominciare dall’inizio, soprattutto da termini che entrano a
far parte del linguaggio corrente ma di cui non si conosce il significato vero
e proprio.
Hai
scelto la formula del faccia a faccia, forse non ti piacciono i salotti
rumorosi?
Diciamo
che ce ne sono troppi (sorride). Non avrebbe avuto senso rifare le
stesse cose che fanno gli altri, peraltro dalla mattina alla sera tardi. Provo
a far parlare ospiti che hanno la responsabilità del tema: politici di livello
elevato, anche dal punto di vista istituzionale, rappresentanti del governo,
dell’opposizione, amministratori delegati delle grandi aziende, esponenti della
società civile, del mondo della cultura, dell’arte, dello sport. Soprattutto
quando questi ultimi hanno delle storie di futuro da raccontare. Vorrei
provare, nel mio piccolissimo, a cambiare un po’ la narrazione su questo Paese.
Ci sono molte più cose positive di quanto noi non pensiamo e bisogna aiutare il
pubblico a capire quello che sta avvenendo. Il punto di ricaduta sarà sempre il
racconto dei temi, ma immaginando le conseguenze di questi sulla vita dei
cittadini.
Come
nasce una buona intervista?
Con
tantissimo studio, preparazione. Bisogna sapere quasi tutto della persona che
vai a intervistare. Se è un politico di primo piano devi rileggerti tutte le
sue dichiarazioni, le sue interviste, e quando cominci a buttar giù le domande
devi sempre porti nell’ottica di chi ti ascolta e chiederti: se il pubblico
fosse stato al mio posto cosa avrebbe chiesto a quel ministro, a quel
personaggio? Facendo questo sei in linea con la competenza specifica del
soggetto rispetto al tema e anche con le aspettative della gente.
Il giornalista rimane
ancora il cane da guardia della democrazia?
Credo
moltissimo nella logica del giornalista come watchdog, però dobbiamo prendere
atto di una cosa, e ti do una suggestione, come organizzazione professionale
non siamo più gli unici a intermediare tra la realtà rappresentabile e il
pubblico. Accanto a noi ci sono tanti soggetti che non sono riconducibili
all’organizzazione professionale giornalistica e che comunque producono
contenuti che spesso vengono fruiti, a torto o a ragione, come se fossero
contenuti informativi. Perché il giornalismo serve ancora, a maggior ragione di
fronte alla complessità dei nostri tempi? Perché si fonda su competenze
tematiche, relazionali, su competenze tecnico-espressive e deontologiche. Più
aumenta la complessità più servono dei soggetti mediatori, preparati, tra
realtà e pubblico. L’equilibrio nasce anche dalla competenza tematica. Poi, per
quanto ci riguarda, lo dico anche come direttore dell’Ufficio studi della Rai,
la bussola è il pluralismo, parola che va declinata non solo in senso politico,
ma anche valoriale, culturale, sociale e soprattutto territoriale. Ed è questa
la nostra forza, avere occhi e orecchie un po’ in tutto il mondo, con i nostri
colleghi, corrispondenti, è così sul territorio nazionale con la Testata
giornalistica regionale, ci diversifichiamo per mezzi, per linguaggi, per
tipologie di pubblico. Questa è già la garanzia del pluralismo, avendo sempre
nel Contratto di servizio la bussola del nostro agire quotidiano.
Da
giornalista e da docente ti confronti quotidianamente con le nuove generazioni.
Come si devono approcciare alla lettura della contemporaneità?
Li
sto abituando lentamente a capire che è vero che in questo nostro tempo così
incontinente, è molto facile accedere ai contenuti, alla conoscenza attraverso
fonti informali, come le piattaforme, ma questo deve solo innescare in loro la
curiosità, che non è sufficiente se non è suffragata da un grande bisogno di
studio e di analisi, mettendo a confronto le fonti più diverse. Altra cosa che
provo sempre a trasferire è il contrasto al cosiddetto information disorder,
alle fake news se vogliamo semplificare. Alleno i miei studenti allo sguardo
comparativo tra i vari contenuti, a individuare le fonti più qualificate, a non
fermarsi in superficie, a sottoporre sempre a un processo di verifica ciò che
ti viene detto.
Cosa
ti insegnano i giovani, i tuoi studenti?
A
considerare l’attenzione come la vera risorsa di questo nostro tempo. Loro ti
dicono: non ti ascolto a prescindere, ma solo se tu riesci a colpire la mia
attenzione. Vale nell’accademia, in televisione, nella vita. Loro sono curiosi
e al tempo stesso impietosi. Per cui è un allenamento straordinario a dire le
cose giuste ma nel modo giusto. Ho lavorato scientificamente sulla dicotomia
interesse vs importanza. Non è vero che si devono dare in televisione solo le
cose che interessano tutti, si possono dare anche quelle che interessano gruppi
meno consistenti di pubblico, l’importante è farlo in un modo che sia
compatibile con la fruizione del contenuto. Non ci sono argomenti tabù per la
televisione, la differenza la fa il modo in cui li racconti.
A Nizza, per la ventunesima edizione del Junior Eurovision Song Contest, l’Italia tiferà per Ranya e Melissa, interpreti di un duetto inedito nel pomeriggio di domenica 26 novembre su Rai 2 e RaiPlay
Riparte l’avventura della Rai al Junior Eurovision Song Contest. A
rappresentare l’Italia saranno Melissa e Ranya con “Un mondo nuovo”. Le due
giovani artiste, entrambe meno di 14 anni, provengono dalla prima edizione
italiana di “The Voice Kids”: la vincitrice Melissa Agliottone, di Civitanova
Marche, insieme a un’altra finalista Ranya Moufidi, di Ciserano, in provincia
di Bergamo. Direttore artistico del brano è il noto cantautore Franco Fasano,
che vanta un’ampia esperienza nella produzione di canzoni per bambini e ragazzi.
La manifestazione, giunta alla ventunesima
edizione, si terrà domenica 26 novembre a Nizza, in Francia, Paese vincitore
dell’edizione 2022. Anche quest’anno Rai Kids seguirà il Junior Eurovision Song
Contest con una diretta, da Nizza e dagli studi Rai di Torino, che andrà in
onda nel pomeriggio di domenica 26 novembre su Rai 2 e RaiPlay. A commentare la
manifestazione sarà il conduttore Mario Acampa insieme ad altri ospiti. Il Junior
Eurovision è un modo per dare spazio a giovanissimi talenti di tutta Europa e per
far conoscere, con canzoni e coreografie, la ricchezza delle tradizioni
artistiche e musicali del nostro continente. Con “Heroes”, lo slogan di questa edizione,
l’evento canoro vede la partecipazione, oltre all’Italia, di Albania, Armenia,
Estonia, Francia, Georgia, Germania, Irlanda, Macedonia del Nord, Malta, Paesi
Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Ucraina.
Rai Kids si è occupata della scelta delle giovani interpreti e del
brano, in collaborazione con Universal Music Italia, che produce il brano delle due giovani artiste.
L’iniziativa è realizzata con la collaborazione e la supervisione della
Direzione Relazioni Internazionali e Affari Europei della Rai, a cui è affidato
il coordinamento delle attività legate all’evento in loco, con particolare
riferimento ai rapporti con la produzione dell’Host Broadcaster France Télévisions e l’European Broadcasting Union (EBU).
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