Storie della Shoah in Italia. I Giusti

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Prodotto da Rai Documentari e dalla Fondazione Museo della Shoah e con il sostegno dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma e dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). Venerdì 26 gennaio in seconda serata su Rai 3 con la regia di Alessandro Arangio Ruiz

Il documentario viene proposto come seguito di un primo progetto realizzato dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma, andato in onda su Rai2: “Storie della Shoah in Italia. I complici”. Il progetto di taglio storico-divulgativo, basato sulle più recenti acquisizioni della storiografia italiana e internazionale, prosegue con il racconto delle vicende di coloro che hanno aiutato gli ebrei durante il periodo dell’occupazione nazista dell’Italia. I “Giusti fra le Nazioni” sono coloro che hanno aiutato, a rischio della vita, gli ebrei. Nascondendoli, fornendo cibo, medicine e documenti falsi o organizzando vere e proprie reti di solidarietà, allo scopo di metterli al sicuro dalla persecuzione nazi-fascista. Il titolo di Giusto viene conferito dallo Stato di Israele dopo una rigorosa indagine storico-scientifica che accerta l’effettiva realtà dei fatti. Le vicende di alcuni Giusti sono già state raccontate in film e sceneggiati di successo in tutto il mondo, tuttavia, mancava un documentario che divulgasse in maniera ampia e rigorosa storie meno conosciute ma altrettanto importanti. Il documentario racconta infatti storie di persone comuni, per far conoscere la banalità del bene di tanti italiani che rischiarono, senza chiedere nulla in cambio, le loro vite per aiutare i perseguitati ebrei. Attraverso l’intervista alla storica Chiara Dogliotti si ricostruisce la storia del cardinale Pietro Boetto e del suo segretario Don Francesco Repetto, che a Genova, operarono assieme a una organizzazione ebraica creando una rete di aiuto e solidarietà che permise la salvezza di centinaia di perseguitati, alcuni dei quali riuscirono, grazie a questa stessa rete, a fuggire in Svizzera. La testimonianza di Nicoletta Teglio, figlia di Massimo Teglio, aviatore genovese di religione ebraica che collaborò con la Chiesa cattolica nel creare la rete di solidarietà, racconta con grande lucidità gli eventi che l’hanno visto protagonista. Il commendatore Alberto Zapponini editore della “Guida Monaci”, a Roma, nascose negli uffici della sua società la famiglia Fiorentini per tutto il periodo dell’occupazione nazista della Capitale. Grazie alla testimonianza di Mirella Fiorentini, che ha concesso una emozionante intervista, nel 2021 Alberto Zapponini è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni.  Mario Martella era un tipografo romano che riuscì ad avvertire in tempo la famiglia Sabbadini, proprietari di una tipografia, della razzia del 16 ottobre, e successivamente salvò gli anziani della stessa famiglia, prelevandoli con la sua auto e nascondendoli nella sua abitazione di campagna. Martella rileva la tipografia dei Sabbadini, la mantiene efficiente e nel dopoguerra la restituisce ai legittimi proprietari. Nel 2008 Mario Martella viene nominato Giusto tra le Nazioni. La vicenda viene ricostruita attraverso i ricordi della figlia Carla, di Paolo Sabbadini e con una intervista allo stesso Mario Martella registrata pochi anni prima della sua morte ed inedita in televisione. Bruno Fantera, all’epoca ventiduenne, salvò la famiglia di Gino Moscati allora Shammash (custode) della Sinagoga di Roma. Questa vicenda viene raccontata attraverso le testimonianze inedite dei protagonisti: Bruno Fantera intervistato dal nipote Francesco e Giacomo (Mino) Moscati, all’epoca quattordicenne, intervistato nel 2015, pochi anni prima della morte.  Il documentario si sviluppa attraverso gli interventi della storica Isabella Insolvibile. “Storie della shoah in Italia. I Giusti” con la regia di Alessandro Arangio Ruiz, contiene le musiche originali di Leonardo Svidercoschi, filmati di repertorio provenienti da archivi storici dell’Istituto Luce e del CCentro di Documentazione Ebraica Contemporanea), documenti originali e fotografie provenienti da archivi storici pubblici e privati.

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Il nostro lungo viaggio con Doc

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Il RadiocorriereTv incontra tre dei protagonisti presenti nella fiction fin dalla prima stagione, tra ricordi, aneddoti e amore incondizionato per una “favola” moderna amata dal pubblico

SARA LAZZARO

Bentornata Agnese…

Siamo ripartiti alla grande, Andrea Fanti riprende il suo posto come primario, dando così inizio a un nuovo ordine delle cose che, inevitabilmente, riguarda anche la mia Agnese. È una donna che, come già alla fine della seconda stagione abbiamo capito, ha fatto la sua scelta. È ripartita dal suo presente, da Davide e Manuel, la sua famiglia, e ora con l’uomo che in passato ha amato tantissimo, percorre la via del compromesso.

Nessun compromesso per il pubblico che ama “DOC”…

La storia, vera, di Pierdante Piccioni è stata fondamentale per il successo della serie, sicuramente il trampolino di lancio. Ricordo che gli stessi sceneggiatori commentavano questa vicenda come qualcosa di incredibile, capace di superare ogni espediente narrativo. È quasi fantascientifica, qualcosa che offriva una possibilità di racconto e di sviluppo senza uguali, è estremamente stimolante, in particolare se pensiamo al momento storico che stiamo vivendo. Oggi ci rendiamo meglio conto, per fortuna, che la medicina, i medici e gli operatori sanitari sono gli eroi della nostra contemporaneità in tutti i paesi del mondo. Penso a quel che sta accadendo in Medio Oriente o a Gaza, luoghi nei quali i medici, con il loro “eroismo” sul campo, ricordano dell’umanità che manca.

Di questo bellissimo viaggio, cosa le rimane?

È la prima volta che faccio una lunga serialità che mi occupa tanto tempo. Con i miei compagni di viaggio, davanti e dietro la macchina da presa, siamo partiti nel 2019, condividendo momenti storici molto intensi e importanti. Portare un medical drama in prima serata Rai 1 ai tempi della pandemia è stato un rischio, ma ora possiamo dire anche, una sfida vinta.

Cosa le lascia il suo personaggio?

Sono cresciuta molto con Agnese, sono diventata sempre più donna, ho conosciuto nuovi aspetti della mia personalità, riuscendo a sviluppare una più profonda sensibilità verso la categoria che raccontiamo e, soprattutto, verso il ruolo delle donne, delle madri.

PIERPAOLO SPOLLON

Qual è la sfida di questo terzo capitolo della serie?

Tra gli addetti ai lavori si discute spesso se sia più difficile la prima o le successive, perché con un debutto c’è l’effetto novità, la seconda volta conosciamo qualcosa in più e si può puntare su qualche novità, nella terza, come nel nostro caso, si deve ricostruire, ricominciare da capo. All’inizio di questa avventura ricordo che dicevo a tutti, con estrema sicurezza, che questa serie sarebbe stata “una bomba” e avrebbe avuto un grande successo. Non vi dico gli scongiuri… (ride) Ora ne sono ancora più convinto, c’è stato un reset, siamo ripartiti da zero, ma con la memoria del passato. Abbiamo fatto veramente un gran bel lavoro.

Come sta Riccardo?

Lo avevamo lasciato emotivamente annullato, costretto a metabolizzare la morte della sua compagna con la quale era riuscito finalmente a trovare una stabilità emotiva dopo un duro periodo di confronto. Quando le cose sembravano sistemate, la vita ci ha messo lo zampino e il castello è crollato, costringendo questo ragazzo a trovare nuove soluzioni per sopravvivere a così tanto dolore. Questa volta Riccardo deve assolutamente riappropriarsi di una condizione umana ed emotiva stabile, per occuparsi dei suoi pazienti e di se stesso.

Come è cresciuto il suo rapporto con Doc-Argentero?

Il rapporto con Argentero cresce e diventa sempre più stretto, Luca e Pier Paolo sono come Riccardo e DOC. C’è della magia.

GIOVANNI SCIFONI

Terzo capitolo di “DOC”, com’è andata con il suo psichiatra?

Enrico è un personaggio che ha a cuore le persone, a partire dalla sua compagna Teresa, la caposala di “DOC” interpretata da Elisa Di Eusanio, e dal suo caro amico Andrea Fanti. A volte, però, per il troppo amore si possono commettere degli errori, anche in buona fede, che, come nel suo caso, possono avere delle conseguenze impegnative.

Quali i temi su cui batte la nuova stagione?

Al primo posto c’è quello della memoria che torna, tema molto attuale… Con l’avvento dell’intelligenza artificiale la domanda che tutti ci facciamo oggi è quanto sia davvero importante la memoria umana e quanto sia, al contrario, insostituibile.

Perché secondo lei questa serie è stata accolta così bene dal pubblico?

Un elemento potente della stagione in onda è vedere come i protagonisti, prima ancora di dimostrare di sapersi prendere cura di qualcuno, sanno che devono curare se stessi. Medici e pazienti, alla fine, si trovano sullo stesso identico livello e possono creare legami empatici più forti. Con Doc mettiamo in atto un grande desiderio, quello di essere accolti, prima ancora di essere curati. A volte quando si entra in un ospedale si avverte un forte senso di smarrimento, di ansia, sapere, di entrare in un luogo dove ti ascoltano e provano a comprenderti, è una bellissima favola. 

Ci racconta un momento che negli anni di “DOC” le è rimasto impresso nella memoria?

Natale 2022 passato sul set. Eravamo impegnati a girare la scena struggente della morte di Alba, meravigliosa. Abbiamo pianto come bambini, era un momento così potente, lo ricorderò per tutta la vita.

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Il mio programma in dieci parole

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VALERIO LUNDINI

Tra reale e surreale è arrivato su RaiPlay “Faccende complicate”. «Mi diverte molto l’interazione con la naturalezza delle persone» dice il conduttore-regista, che confida: «La cosa più divertente? Immergersi in contesti di cui si sa poco o nulla»

Partiamo con una prova di sintesi, ci descriverebbe il programma in dieci parole?

Ok. Dieci puntate di 25 minuti dove vado in posti normali.

Complimenti per la precisione…

Aggiungo qualche altra parola che lei potrà abilmente riassumere: reportage su persone, posti, situazioni, o a volte su di me che faccio delle cose. Come accadeva per “Una pezza di Lundini” era difficile spiegare le puntate, perché sono un po’ diverse tra loro. Alcune hanno un taglio più documentaristico, in altre tutto ciò che succede è completamente assurdo.

Con “Faccende complicate” è uscito da uno studio e ha incontrato l’Italia vera, come è andata?

Mi trovo sempre bene a relazionarmi con persone che non siano addetti ai lavori. Mi sento più dalla parte loro. Ho scelto la strada anche per non fare un programma simile a quello di prima, dove usavo lo studio come base poi c’erano follie che cambiavano ogni volta. C’è anche il format estetico che rende diverso il programma. Mi diverte molto l’interazione con la naturalezza delle persone, ho cercato anche di andare in contesti in cui il pubblico non mi riconoscesse.

Per affrontare cose complesse serve metodo, qual è il metodo dell’indagatore Lundini?

Sono andato a vedere contesti di cui sapevo poco, ad esempio ho incontrato gente che da morta si farà ibernare. Sarà forse poco educativo dirlo, ma secondo me meno so di una cosa meglio mi viene parlarne. E se c’è una cosa che mi interessa ma della quale non so niente, mi diverte molto di più. Molte domande, che fanno parte di una sorta di personaggio, sono proprio mie curiosità piuttosto naif (sorride). Immergersi in contesti di cui si sa superficialmente qualcosa è più divertente.

Quando una faccenda complicata si presenta nella sua vita come la affronta?

I gran fastidi mi spaventano meno dei piccoli fastidi. Di fronte ad analisi cliniche che danno risultati spiacevoli sono molto più filosofico, mi dico “vediamo che ho”. Quando la macchina si ferma per strada diventa invece un vero fastidio. Quando scopro che mi hanno annullato un treno o un aereo impazzisco.

“Una pezza di Lundini” le ha dato grande popolarità. È cambiata la sua quotidianità?

Indubbiamente. “Una pezza di Lundini” è coincisa anche con il lockdown e con la mia crescita anagrafica. C’è un prima e un dopo la pezza (sorride). Se un tempo inciampavo per strada ero semplicemente uno che era inciampato. Se accade oggi sono quello della Tv che è cascato per terra, “che stupido”. Ti senti sempre un po’ gli occhi addosso, ma ci si fa l’abitudine.

Cosa la diverte nella vita di tutti i giorni?

Mi divertono tante cose, alcune nate per divertire nei film, nell’arte, a teatro, ma mi diverte soprattutto il cazzeggio puro con gli amici. Quelle cose che mi hanno portato a farne un mestiere. Tra i miei amici di vecchia data anche altri avrebbero potuto fare il mio lavoro, semplicemente ne hanno trovato uno più serio prima. Dalle chiacchiere, anche puerili, nascono idee che mi divertono.

Cosa invece la fa arrabbiare?

Leggere su Internet che ogni cosa, ogni fatto personale di personaggi pubblici, debba diventare un dibattito e motivo di polarizzazione, un tema su cui ognuno possa dire la sua, anche in maniera aggressiva. Anche perché può capitare a tutti, non mi permetto mai di criticare i fatti degli altri.

Lei è anche musicista, a breve ci sarà Sanremo, che rapporto ha con il Festival?

Prima ero spettatore saltuario. Poi, poco prima del covid, partecipai al “Dopofestival” con Nicola Savino e fu molto divertente. Un anno andai con Fulminacci a fare l’ospite sul palco, lo scorso anno ho condotto un programma radiofonico dal glass di fronte all’Ariston. Quest’anno non ci vado, ma so già che nei giorni del Festival dirò che mi sarebbe piaciuto essere lì. Nel bene o nel male, belle o brutte che saranno le canzoni, Sanremo è un momento di grande ritrovo. Quando sono lì mi piacciono ancora di più i brani. Sono contento che ci sia Sanremo.

A proposito di Festival sogniamo in grande, preferirebbe essere in gara o presentare sul palco?

Assolutamente il presentatore. In gara non sarei in grado di colpire in quattro minuti, il tempo di una canzone, io sono per i tempi dilazionati. Sarebbe divertente, ma immagino ci sia una grande dose di stress. Mi chiedo sempre come fanno i grandi della Tv, Amadeus. Io a volte non ho tempo di scrivere, di finire di fare una cosa, e c’è sempre Amadeus. Come fa lui se il vicino di casa ha un’infiltrazione e gli dice di dover fare dei lavori alla doccia e che deve scendere per vedere il soffitto crepato. Quando ha tempo Amadeus? Questa è la domanda che gli farò.

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Con noi dentro le storie

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MATILDE GIOLI

«“Doc – Nelle tue mani” racconta il mondo reale, la medicina, l’importanza dell’empatia nel rapporto medico-paziente» dice l’attrice che nella serie di Rai 1 interpreta il ruolo della dottoressa Giulia Giordano

La serie non si è mai sottratta al racconto della contemporaneità. Come è stata affrontata questa volta?

Siamo sempre rimasti molto agganciati a ciò che succedeva nel mondo reale, l’abbiamo visto bene la scorsa stagione con il racconto della pandemia. È il bello di questa serie, il fatto che le persone si sono viste dentro le nostre storie. Quest’anno raccontiamo altri fatti aderenti alla contemporaneità, come per esempio i Big Data e l’intelligenza artificiale, che sta arrivando ovunque, anche nel mondo della medicina, temi che si aggiungono agli intrecci narrativi sui sentimenti, un evergreen con cui sicuramente empatizzerà il nostro pubblico fedele, che ringrazio sempre per il supporto.

Prendersi cura dell’animo, prima ancora del corpo…

Questa serie ha un fil rouge che, nonostante i temi di puntata, accomuna tutti gli episodi: l’empatia, l’importanza del mettersi nei panni dell’altro per capirlo. In “Doc” i pazienti non sono numeri o clienti, ma persone e come tali vanno trattati, un tema importantissimo, soprattutto al giorno d’oggi, caratterizzato da una grossa crisi di valori. Spero che questo tema dell’empatia faccia riflettere tutti su quanto sia la ricchezza più grande da cercare.

Quella è la vera ricchezza.

Il mio personaggio arriva da una serie di vicissitudini davvero impegnative. Abbiamo visto Giulia interfacciarsi con un uomo di cui è innamorata ma che non si ricorda più di lei. Nella seconda stagione prova a ripartire con un altro affetto, un altro amore, ma Lorenzo muore e lei perde il bambino. In questa stagione vuole ampliare i propri orizzonti, ripartire, anche in campo medico. La vedrete agguerrita.

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Finalmente il camice

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GIACOMO GIORGIO

«Il rapporto oltre la macchina da presa, il volersi bene, il capire che si sta facendo qualcosa di importante, tutti questi elementi messi insieme probabilmente sono, per me, la chiave del successo di “Doc”» racconta l’attore napoletano, new entry nella terza stagione di “Doc. Nelle tue mani”, il giovedì su Rai 1

Una nuova sfida. Com’è andata?

È andata molto bene, sono contento, mi sono divertito tanto. Questo è uno di quei ruoli che un attore, almeno una volta nella vita, vuole fare. Fin da piccolo, quando ho iniziato a entrare nel mondo della recitazione, alla domanda “cosa ti piacerebbe interpretare”, insieme al supercattivo, al supereroe, c’era ovviamente il medico. Mi sono rimesso in gioco con un ruolo totalmente agli antipodi rispetto a quelli fatti finora.

Chi è Federico Lentini?

È uno dei tre nuovi specializzandi della terza stagione, un ragazzo milanese figlio di papà, apparentemente viziato, piuttosto svogliato che, a un certo punto, scopre di avere delle capacità e comincia a osservare la medicina con uno sguardo diverso. Spesso si ha a che fare con personaggi bidimensionali, in questo caso il personaggio è stato scritto talmente bene che le dimensioni di Federico le abbiamo esplorate tutte.  

Quale rapporto si crea tra lo specializzando e Doc?

La figura centrale di Federico è sicuramente suo padre, molto presente nella sua vita. Doc, invece, rappresenta la figura paterna, ma al Policlinico Ambrosiano, in una veste totalmente opposta, ma fondamentale. Se all’inizio questo ragazzo vive la sua presenza in ospedale come una punizione inflitta dal padre, grazie a Fanti comprende il senso profondo dell’essere medico, comincia a vivere la professione non come una condanna, ma come una possibilità per il futuro. Vedremo se alla fine Federico ne sarà realmente consapevole o no, ma diciamo che Doc è un punto di riferimento per tutti, anche per lui.

E Luca Argentero?

Un capitano della nave importante, un esempio di professionalità, che sento di dover ringraziare per la serietà. La presenza di attori di questo calibro, tra l’altro i primi nomi della serie, è una delle chiavi per la riuscita di un progetto.

Quale secondo lei l’elemento vincente di questa terza stagione?

Il cast certamente, lo è per tutte le serie di successo, una tra tutte “Mare Fuori”. Quando gli attori funzionano, si trascorre molto tempo insieme, si creano legami forti e la giusta confidenza anche fuori dalla scena, tutto funziona anche sullo schermo, trapassa la cinepresa e arriva dritto al pubblico. A volte capita che devi girare delle scene, magari d’amore o di violenza, e il “partner” lo hai conosciuto solo un attimo prima, e tutto diventa più complicato, perché la recitazione è uno scambio emotivo. Il rapporto oltre la macchina da presa, il volersi bene, il capire che si sta facendo qualcosa di importante, tutti questi elementi messi insieme probabilmente sono, per me, la chiave del successo di Doc.

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Con il sorriso e la leggerezza di Nino

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FRANCESCO ZENGA

Il giovane attore campano, al debutto cinematografico, è tra i protagonisti della serie di Rai 1 diretta da Francesca Archibugi. Al RadiocorriereTv confida: «È accaduto tutto in pochi mesi. I provini, il mio arrivo a Roma, il set. Sono stato buttato in una lavatrice (sorride). È stata la mia prima volta, era surreale»

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

Com’è stato l’incontro con “La Storia”?

Entusiasmante. È accaduto tutto in modo veloce, a partire dai provini. Il primo è stato a febbraio del 2022, ad aprile hanno deciso di darmi il ruolo e il mese successivo sono iniziate le riprese, che si sono concluse a novembre. Sono stato buttato in una lavatrice (sorride). Essendo stata la mia prima volta era tutto surreale.

Cosa l’ha colpita della sceneggiatura, del suo personaggio?

La preparazione del personaggio è avvenuta sulla sceneggiatura di Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi. Il mio intento era quello di interpretare il loro Nino. Approcciarsi a un personaggio di quel periodo storico, per un ragazzo del XXI secolo, non è facile, nonostante il nostro presente ci sputi in faccia l’orrore della guerra, in Ucraina come in Palestina. Sono fatti che ci fanno capire quanto sia importante godersi anche i piccoli momenti di vita, che possono essere spazzati via da un secondo all’altro. Ed è quello che sostanzialmente fa Nino, vive la vita con sorriso e leggerezza.

Cosa pensa abbia visto in lei chi l’ha scelta per il ruolo di Nino?

I miei genitori, dopo le prime puntate, hanno detto di avere visto nel personaggio di Nino quello che io sono nella quotidianità, a casa. Ad accomunarmi a lui penso siano proprio il sorriso, la leggerezza, l’atteggiamento, caratteristiche che penso abbiano colpito Francesca (Archibugi, regista), come Dario Cerruti ed Elisabetta Boni, l’aiuto regista e il casting director.

Nino è “ultimo tra gli ultimi”. Cosa l’ha colpita di quel giovane e di quel periodo storico?

All’inizio del racconto Nino è fascista per gioco, poi assume coscienza di quello che sta facendo. Lui, come molti dei suoi coetanei, credeva nella patria, per la quale era disposto a lottare.

Cosa le ha lasciato quel set?

Tanti ricordi ed emozioni, potrei scriverci un libro (sorride). All’inizio era tutto nuovo, mi chiedevo dove mi trovassi: lasciavo casa a Nocera in provincia di Salerno, gli amici, le mie abitudini, e iniziavo una nuova vita a Roma. Sono stato aiutato dagli attori del cast e dalla troupe e giorno dopo giorno siamo diventati una grande famiglia.

Quali consigli ha chiesto alla regista e ai colleghi?

A ogni scena chiedevo loro come potessi fare meglio, come gestire il personaggio e la mia ansia da set. C’è stato un vero e proprio confronto, mi hanno sostenuto e per me è stata una grande fortuna. Ho trovato persone trasparenti, pulite, da Francesca ai colleghi del cast.

Com’è andata con il romanesco?

Francesca è rimasta colpita da come passassi facilmente dal napoletano al romano (sorride), per questo devo ringraziare anche mio padre che, originario di Napoli, ha vissuto per molto tempo a Roma. La sua cadenza mi ha aiutato molto.

Si parla di lei come di una nuova promessa del cinema, questo la emoziona o le fa un po’ “paura”?

Spero innanzitutto di poter dare una buona impressione di me a chi sta seguendo “La Storia”. Certo, un po’ di paura c’è. Sto cercando di rimediare frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, dove spero di potere affinare la tecnica. Il Centro ti dà anche gli strumenti per conoscerti meglio, per scoprire nuovi aspetti di ciò che sei.

Cosa l’ha colpita della Roma raccontata da “La Storia”?    

È stato un tuffo nel tempo, incredibile.  L’ambientazione, i luoghi, i costumi, mi hanno aiutato ad entrare meglio nel personaggio. Ci sono luoghi che mi hanno colpito moltissimo, penso al Parco degli Acquedotti, all’Appia Antica, ma ho amato anche vedere con i miei occhi come la gente viveva in quegli anni difficili, dove si rifugiava, quali erano le difficoltà.

Come ha assistito alla messa in onda della prima puntata?

Nel mio paese in famiglia, con gli amici. È stata una grande soddisfazione.

Il ghiaccio ormai è rotto, cosa vede nel suo futuro professionale?

Mi piacerebbe tornare a lavorare con la grande famiglia che si è creata con “La Storia”, per ritrovare compagni di viaggio speciali.

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Pensare a un mondo senza violenza

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ELIO GERMANO

«Interpreto Eppetondo, un animo puro rimasto sola durante i bombardamenti che perde tutto e decide di dedicare la sua vita alla guerra di Liberazione per mandare via i nazifascisti e restituire dignità al nostro Paese» commenta l’attore romano tra i protagonisti de “La Storia” di Francesca Archibugi, il lunedì su Rai 1

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

“La Storia” è un romanzo che ha segnato la formazione di tanti giovani…

È certamente uno dei più importanti, anche se è sbagliato parlare di primati di bellezza nell’arte, che non è mai una competizione. È un testo che riguarda tutti noi, la nostra storia, da rimanere inevitabilmente nel sangue di chi ha la fortuna di leggerlo. Spero che la serie crei nuove occasioni per recuperare le parole della Morante che, nonostante l’approfondimento di un lungo racconto per immagini, è evidentemente pieno di altre cose che non sono entrate nel film. È interessante vedere come “La Storia” sia fatta di tante storie individuali, di esseri umani fallibili, non sempre pronti a fare la cosa giusta al momento giusto, che subiscono la storia con tutte le sue contraddizioni. Il mondo di oggi è troppo spesso raccontato dai buoni o dai cattivi, sono tutti supereroi che sanno cosa fare o cattivi mosse dal male. Ma gli esseri umani, non dimentichiamo, sono creature complesse e la storia è fatta dalle vite di ciascuno di noi, dalle decisioni che prendiamo, ma anche dalla nostra volontà di non scegliere, di non schierarsi o non partecipare.

Ci racconta il suo personaggio?

Interpreto Eppetondo, un animo puro rimasto sola durante i bombardamenti che perde tutto, anche gli animali e per questo, commettendo tantissimi errori, dedica la sua vita alla guerra di Liberazione contro i nazifascisti, provando a riconquistare la dignità per il Paese, sognando un mondo migliore fatto di regole giuste. La Morante nel libro, così come la serie raccontano di un’epoca storica animata da gente che lottava per le proprie idee e aveva voglia di costruire un diverso modo di stare insieme, di un cambiamento di rotta. Il risultato è stato la nostra splendida Costituzione, il faro che traccia la strada per uno stare insieme inclusivo, senza competizioni o privilegi e che, purtroppo, ancora oggi non siamo riusciti a onorare fino in fondo, mettendola talvolta anche in discussione. La strada ancora è lunga, molto di quello che è stato scritto nella Carta è rimasto solo un’ambizione che non siamo riusciti a trasformare in legge o, quando lo abbiamo fatto, queste leggi non le abbiamo rispettate. “La Storia” ha anche questa funzione, ricordare quelle che sono le ambizioni da realizzare.

Nella grande miseria umana e sociale raccontata dal libro e dalla serie, c’è posto per la speranza?

È un racconto che parte dalle bombe, dalla guerra, la peggiore creazione dell’uomo di cui non riesce a liberarsi ancora oggi e che, se è vero che è uscita da casa nostra, rimane ancora molto vicina a noi, nei racconti, anche propagandistici alla tv o peggio, viene dimenticata perché nessuno ne parla. Tutte le guerre creano distanza tra le persone, tra i civili che le subiscono e che certamente non ritengono un conflitto “giusto”. La guerra è giusta solo per chi è lontano da questa e vive al riparo, traendone profitto, per tutti gli altri non esiste alcun vantaggio, ma solo una condanna. Ricordiamo quello che è successo nel nostro Paese e, come ben è scritto nella Costituzione, cominciamo a pensare a un mondo che possa fare a meno della violenza della guerra.

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Quante emozioni in un applauso

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VIRGINIA RAFFAELE

La protagonista di “Colpo di luna” si racconta al RadiocorriereTv: «Ci siamo ispirati ai grandi varietà del passato, con l’attore al centro della scena. All’epoca la televisione era perfetta. Mi sarebbe solo piaciuto esserci, magari essere Mina o Alberto Sordi». Il venerdì in prima serata su Rai 1

Il luna park è gioco ed è sogno, per lei è stato anche casa. Qual è l’impronta di questo mondo sulla sua vita?

Totale, per una serie di fattori. Uno su tutti lo sguardo che mi ha insegnato ad avere nei confronti del prossimo, della gente, che è poi il pubblico. Sin da quando ero bambina sentivo mia mamma dire “stiamo al pubblico”. Noi eravamo già sul palcoscenico, come lo sono i ristoratori, come lo sono le persone che lavorano con la gente. In più, nel luna park, c’era l’esibizione, una affabulazione per cercare di attrarre il pubblico e farlo divertire. Il luna park mi ha fatto anche capire l’importanza del lavoro, dei sacrifici. Era un’attività fisicamente faticosa, stare ore al bancone, al freddo dell’inverno, al caldo dell’estate, durante le festività. La dedizione al lavoro è ciò che mi hanno insegnato i miei genitori ed è ciò che mi porto dietro.

Che cosa prova di fronte all’applauso del pubblico?

Gli applausi e le risate sono abbracci che non si possono descrivere, sono la cosa più bella, ti accorgi di essere entrata nel cuore di chi ti sta guardando, gli applausi sono vibrazioni, la colonna sonora della vita dell’attore…

Il varietà nella Tv di oggi ha assunto declinazioni diverse: il talent, gli stand-up comedy. Cosa l’ha spinta a portare in scena un programma che si ispira invece alla nostra più alta tradizione televisiva?

L’onestà intellettuale. Chi sono io per inventarmi un altro varietà? Se devi fare il varietà lo riproponi guardando i primi. Non ne abbiamo fatto una copia, impossibile copiarlo. C’è solo un’ispirazione, soprattutto per quanto riguarda la scena, pensata con Marco Calzavara, Duccio Forzano, che ricorda “Teatro 10”, questo spazio grande, largo, quasi teatrale, dove non c’è scenografia se non l’attore e il suo ospite.

Come si costruiscono una narrazione, una battuta, che facciano sorridere il pubblico?

Con l’ascolto di quello che si ha intorno, con il proprio gusto, è tutto molto personale. Non c’è un segreto, è una costruzione che si affina nel tempo. Sono vent’anni che faccio questo lavoro, già… mi sono distratta un attimo e sono passati vent’anni (sorride).

Cosa deve avere un personaggio perché lei decida di crearne una maschera?

Deve avere qualcosa che mi attragga, che può essere il modo di parlare, un tic, la sua storia. Ci sono diverse sfaccettature di un personaggio che possono colpirti e spingerti a farne una maschera. Le chiamo maschere rifacendomi alla tradizione teatrale. Balanzone, Pantalone, Mirandolina erano semplicemente virtù e vizi umani tramutati in maschere. Quello che cerco di fare è esattamente un lavoro teatrale e attoriale.

A quali delle sue maschere si sente più legata?

Per affezione ci sono la Fracci, Ornella, le faccio entrambe da tanti anni (sorride). Ma sono i personaggi inventati, di fantasia, quelli che più mi appartengono, penso alla poetessa transessuale Paula Gilberto, a lei sono molto affezionata.

La nostra televisione compie 70 anni, in quale programma del passato avrebbe visto bene le sue maschere?

Non lo so. All’epoca la televisione era perfetta. Mi sarebbe solo piaciuto esserci, magari essere Mina, Alberto Sordi, proprio perché sostengo non ci sia sessualità o diversità di genere in questo mestiere, ma solo gente brava e gente non brava.

Quale significato dà alla parola leggerezza?

La leggerezza, diceva Calvino, non è superficialità ma planare dall’alto sulle cose. Credo sia una delle cose più vere. Una visione leggera di tutto porta dietro un respiro diverso.

Cosa la fa sorridere per davvero nella quotidianità?

Gli animali sono molto buffi (sorride). Quando li osservi la natura ti parla…

Lei ne ha?

No, perché pur amandoli non avrei il tempo di occuparmene. Sarebbe egoistico prendere un cane e tenerlo in camerino. Quando mi dicono “lui è felice di star con te”, rispondo “che ne sai, glielo hai mai chiesto?”. Credo che un cane sia molto più contento di correre al parco.

Oltre agli animali?

I cartoni animati.

Preferiti?

“La spada nella roccia”, lo rivedo spesso, sono fan del gufo Anacleto. I cartoni animati sono la scuola perfetta della comicità, pensi a Willy il Coyote e a Beep Beep, i loro tempi comici non sono riproducibili. 

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Storie minuscole in una storia maiuscola

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JASMINE TRINCA

L’attrice romana è Ida Ramundo, protagonista de “La Storia”, capolavoro di Elsa Morante portato sullo schermo da Francesca Archibugi. «Anche grazie a un romanzo, a un film Tv, si può prendere sempre maggiore coscienza di come la guerra affetti la vita delle persone, soprattutto di chi la subisce. Penso che questo lavoro ci restituisca la singola umanità del collettivo». Da lunedì 8 gennaio in prima serata su Rai 1

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

Come è stato l’incontro con questa storia?

Il romanzo di Elsa Morante è stato uno dei libri più formativi della mia adolescenza. Lo lessi due volte da ragazza e l’ho riletto prima di fare la serie. È stato un po’ un mio romanzo di elezione. Per di più la Morante è la mia scrittrice preferita, una figura che abita moltissimo tutto il mio immaginario. Ho chiamato mia figlia Elsa per augurio e per omaggio nei suoi confronti (sorride). Quando il produttore Roberto Sessa mi ha parlato del progetto, prima ancora di Francesca Archibugi, era come se mi parlasse del più grande desiderio che potessi avere rispetto a un personaggio che viene dalla letteratura.

Una grande gioia…

… ma anche con un po’ di timore, per il progetto molto valido, per la bella scrittura, perché Francesca Archibugi è una grandissima narratrice di storie. Un grande lavoro di qualità.

Cosa le ha lasciato la rilettura del romanzo con gli occhi di una donna adulta?

Rileggendolo, la grandezza della scrittura di Elsa Morante mi si è svelata, pur avendo i suoi romanzi un livello anche immediato, che può arrivare in modo pieno anche a un giovane di 14, 15 anni. E poi la commozione di vedere raccontate con questo lirismo le vicende degli ultimi, dei poveri, della gente normale, di chi non ha potere. Questo fa riflettere anche rispetto alla storia attuale. È come se anche grazie a un romanzo, a un film Tv, si possa arrivare a prendere sempre maggiore coscienza di come la guerra affetti la vita delle persone, soprattutto di chi la subisce. Penso che questo lavoro ci restituisca la singola umanità del collettivo. È sempre più forte l’idea che sono le persone senza niente a subire l’orrore del potere.

Come si è confrontata con il personaggio di Ida?

Ida è una donna che proprio per condizione, per epoca, è molto dimessa, una donna che tende ad avere una natura talmente timorata di sé, del mondo, quasi da volere scomparire in mezzo agli altri. Allo stesso tempo però ha degli aspetti potenti, di pura sopravvivenza. È raccontata come una donna quasi freezata nel suo essere una fanciulla, ma con scatti felini, animaleschi, una complessità che mi piace raccontare nel femminile. Per me, come attrice, è stato un grande lavoro, oltre la durata di questa serie ci sono tanti passaggi dolorosi nel raccontare Ida e la sua comunità. Storie minuscole e in una storia maiuscola che le prevarica. Per me è stato divertente provare a fare un esercizio di adesione al personaggio di Ida rispetto alla persona che sono. Lei è piccola, minuta nel suo atteggiamento rispetto al mondo.

Dietro la macchina da presa, Francesca Archibugi… cosa ha rappresentato per lei questa collaborazione?

Ho sempre amato moltissimo il suo cinema, di romantica malinconia. Francesca ha la grande capacità di orchestrare i gruppi, mantenendo uno sguardo sempre felice sui ragazzi. Mi è piaciuto provare a fare insieme questo racconto, nel rispetto, autentico, per Elsa Morante.

Un cast di attori affermati e di nuove promesse…

Francesco Zenga e Mattia Basciani, che interpretano i figli di Ida, sono stati due grandi scoperte. Personalmente sono sempre molto in dialogo con l’altro attore, mi è piaciuto stare vicina ai ragazzi con un’idea non tanto di protezione ma sicuramente di accompagnamento.

Roma e la guerra, “La Storia” cosa racconta?

La duplice ferita, l’impatto della guerra sulla vita delle persone e sulla città. La grande ferita dell’attacco a una Roma che si pensa e che noi pensiamo intoccabile. È dolorosissimo visualizzare i bombardamenti che distruggono la materia, la storia di un posto, la socialità delle persone.

Che tassello rappresenta “La Storia” nella sua carriera di attrice?

La possibilità di sviluppare un racconto con più tempo in un progetto di grande qualità. E poi l’ammirazione per l’opera di Morante, il personaggio di Ida, tra quelli a me più cari. È un film nel quale ho messo tanto e sul quale punto tanto. Spero che venga tanto visto, per renderci sempre più umani e attaccati all’umanità.

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Skillz

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Competenze cruciali e lavori del futuro, le scelte migliori per affrontare le sfide della vita. Condotto da Martina Socrate, in esclusiva su RaiPlay dal 10 gennaio, il nuovo programma di Rai Contenuti Digitali e Transmediali

In un momento di cambiamenti sempre più rapidi, le conoscenze digitali sul lavoro sono oggi fondamentali per l’intera popolazione.  Per questo Rai, con il Fondo per la Repubblica Digitale, ha sviluppato un progetto dedicato alle competenze necessarie per le attività professionali del futuro. In esclusiva su RaiPlay dal 10 gennaio arriva SkillZ, una produzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali dedicata ad un pubblico tra i 15 e i 35 anni. Martina Socrateè il volto del programma. È lei, la content creator da un milione e seicentomila followers che, in un viaggio nei luoghi d’eccellenza italiana che vivono già nel futuro, guida i telespettatori nei mondi dello spettacolo, dello sport, della tecnologia, dell’arte per scoprire e far conoscere una o più competenze (hard, soft e/o trasversali) necessarie per le professioni di domani. Dieci le puntate previste nelle quali si parla di: pensiero critico e creatività; conoscenze digitali avanzate; abilità sociali e umane; flessibilità e adattabilità; attenzione ai dettagli; intelligenza artificiale. Nelle varie tappe Martina Socrate incontra diversi professionisti di settore tra questi Carlo Conti che parla di “leadership”, skill essenziale per guidare un team di successo; Vincenzo Schettini, il professore più amato del web, che svela l’importanza della “curiosità” dote imprescindibile per costruire un percorso solido; Andrea Soncin, Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio Femminile, che approfondisce i concetti di resilienza e di lavoro di squadra; Alessio Del Bue, dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, ricercatore esperto di Intelligenza Artificiale  e computer vision, due hard skillche saranno sempre più necessarie in futuro in quasi tutti i settori.  Michela Alfano, controllore del traffico aereo ENAV (Società Nazionale Assistenza Volo) che si sofferma sul problem solving, ossia la capacità di risolvere i problemi in modo efficace e tempestivo; Valerio Cardinali e Guido Guidi, del Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia di Pratica di Mare, che sottolineano l’importanza dei Big Data e del Machine Learning, tra le competenze digitali più strategiche per quasi tutti i lavori del domani.  “È molto importante che il Servizio Pubblico sviluppi, insieme a  partner qualificati, contenuti su misura per i Giovani Adulti – afferma Maurizio Imbriale, direttore Rai Contenuti Digitali e Transmediali – il progetto SkillZ è stato concepito con questa consapevolezza, ma anche con la consapevolezza che i tempi dell’innovazione sono di gran lunga superiori rispetto ai tempi di adeguamento culturale, formativo e giuridico, e che le soft skills e le competenze digitali devono entrare a far parte di quella “cassetta degli attrezzi” che ogni ragazza e ogni ragazzo devono avere a disposizione per intraprendere i nuovi lavori e quelli che ancora non esistono. Il contrasto al digital divide culturale – conclude Imbriale – è uno dei pilastri del Servizio Pubblico, ma è anche una delle mission del Fondo per la Repubblica Digitale.” “Imparare, disimparare e tornare a imparare di nuovo: è questa la principale competenza che sarà richiesta nei prossimi anni ai giovani, e non solo, per rispondere a uno scenario di mutamenti sempre più rapidi – sostiene Francesco Profumo, Presidente di Acri e Vicepresidente del Comitato di indirizzo strategico del Fondo per la Repubblica Digitale. Con il fondo per la Repubblica Digitale vogliamo contribuire a fare proprio questo, fornendo competenze digitali e soft Skills per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei ragazzi e l’upskilling e reskilling degli adulti. Anche il programma SkillZ, prodotto da Rai- Radiotelevisione italiana con il Fondo, va in questa direzione e diffonderà storie e testimonianze di chi ha saputo utilizzare al meglio le nuove opportunità offerte dalla transizione digitale.”

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