Il 5 marzo l’Italia intera ha celebrato gli 80 anni di un genio assoluto della musica, un innovatore, un precursore, un talento che ha ispirato generazioni di artisti: Lucio Battisti
@Tu non sai cosa sei stato capace di creare.
Grazie Lucio
Se avesse la possibilità di incontrare Battisti oggi cosa farebbe? “Lo abbraccerei… e poi avremmo ricominciato a scrivere” risponde Mogol raggiunto dalle telecamere Rai in occasione dell’anniversario della nascita dell’artista di Poggio Bustone. La coppia Battista-Mogol ha regalato alla storia molte delle più belle canzoni pop italiane, tra le quali “29 settembre”, “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, “Il tempo di morire” e molti altre. Un sodalizio che si interrompe negli anni Ottanta, ma che ha lasciato un segno indelebile nel panorama artistico e musicale del nostro Paese.
@Ogni tanto ho bisogno di ascoltarti perché mi fa star bene
Del suo privato, della sua personalità
sappiamo veramente poco, se non nulla, perché a parlare doveva essere solo la
sua musica. Rare le interviste, repentino il suo allontanamento dai riflettori,
che tanto detestava. Conosciamo Battisti esclusivamente dai capolavori che ha
consegnato all’immortalità. Artista unico, originale, un tono di voce inconfondibile,
pioniere della tecnologia musicale con l’utilizzo di sintetizzatori e
campionatori nelle sue produzioni e “influencer” di moda con il suo look lungo
e barbuto. Il 5 marzo scorso avrebbe compiuto 80 anni, ci ha lasciato in
eredità melodie indimenticabili, versi di pura poesia che hanno fatto sognare
milioni di persone.
Un sogno che ancora si tramanda di
generazione in generazione, una poetica e un sound originale, sorprendente,
fatto di tradizione, pop, rock, soul, jazz e folk.
@Ho 18 anni e ho conosciuto Lucio grazie ai miei. È il mio mito
Il più schivo di tutti, eppure il più cantato
di tutti. Il palcoscenico non era il suo “luogo”, neanche quello del Festival
della Canzone italiana a cui partecipò solo una volta nel 1969. Arrivò nono e
per lui fu il momento di “Un’avventura”, con commenti poco lusinghieri da parte
della critica. Cantava l’amore – “Non sarà un’avventura, non può essere
soltanto una primavera” -, un tema ricorrente del suo repertorio, che lasciava
spazio anche alle “emozioni e alle inquietudini” dell’essere umano. Ha
catturato l’essenza, creando immagini in musica poi entrate nell’immaginario
collettivo. Opere che si sono distinte per sensibilità sociale, con uno sguardo
sempre attento a tematiche importanti come l’inquinamento ambientale, la
povertà e la disuguaglianza sociale. Un approccio delicato e sensibile, in cui
esplodeva fantasia e l’immensa capacità di inventare a getto continuo, ancora
oggi fonte di ispirazione di molti artisti.
Poche note lo hanno reso un gigante che nascondeva se stesso per lasciarsi
condividere da tutti. E quel palco che non amava gli ha reso omaggio con Gianni
Morandi che, sulle note di Battisti, ha segnato uno dei momenti più emozionanti
dell’ultimo Sanremo.
@Battisti è eterno come Mozart, i Beatles e pochi altri
Tra i maestri di buonumore (e di ironia) di Via Asiago nel glass-box di “Viva Rai2!”. Il RadiocorriereTv incontra il conduttore e autore umbro: «Alle 7.15 accendi la Tv, vedi Fiore con la sua combriccola, ed è subito allegria»l
Il pubblico ha decretato il successo di “Viva Rai 2!”. Cos’è stato a rendere questo show del mattino qualcosa di cui non si può fare a meno?
Il successo è arrivato perché Fiorello ha pensato di fare una cosa davvero nuova: portare un morning show comico, equiparabile forse a qualcosa di fatto a quell’ora in radio, ma in Tv mai, con uno stile diverso da quello dei morning show americani o europei, quindi fatto sulla strada senza dei giornalisti impietriti dietro a un bancone. Si va in onda da questo acquario che visto dall’alto sembra un po’ una giostra, un circo, un po’ carillon. C’è poi l’atmosfera, perché Fiorello sceglie prima le persone dei personaggi e questo crea un’alchimia unica, delicata e, probabilmente, irripetibile.
Alle 7.15 date la sveglia a sempre più spettatori…
Le persone si stanno abituando, anche con il passaparola, ad aprire la giornata con il buonumore. Quello di “Viva Rai 2!” è un pubblico anche nuovo. Accendi la Tv, vedi Fiorello con la sua combriccola, ed è subito allegria. Si parte con il buonumore e lo conservi per tutta la giornata.
Com’è cambiato il tuo risveglio da quando nella tua vita è entrato Fiorello?
Paradossalmente il mio risveglio è migliorato. Prima, facendo l’early morning show su una radio nazionale privata, dalle 5 alle 7 di mattina, mi svegliavo alle 4.15. Ora, vedendo che abito proprio a fianco a Via Asiago, mi alzo alle 5.15. Ero già abituato a essere “fantozzianamente” svegliato da una serie di automatismi: parte il tostapane, si accendono lentamente le luci, la radio e la stufetta elettrica. Ero già attrezzato a un risveglio velocissimo, e Rosario lo sapeva (sorride).
Dalla radio, a “spalla” Tv di Fiorello, come stai vivendo questo nuovo corso?
La sto vivendo benissimo, aspettavo questo momento da tre anni, era una possibilità già nell’aria da prima della pandemia. Un evento che arriva prima dei miei cinquant’anni, dei capelli bianchi, ed è il massimo che potessi sperare per il mio sviluppo professionale. Ora si può solo scendere.
La leggerezza come risultato di una costruzione perfetta di chi la Tv di oggi la sa fare e immaginare. Qual è il punto di equilibrio?
Il punto di equilibrio è, secondo me, pensare che la propria nonna, la propria mamma e il proprio figlio stiano guardando il programma insieme poco dopo essersi svegliati. Devi pensare a un pubblico molto ampio. Suggerisco sempre due livelli di lettura, quello che capisce la maggior parte delle persone e un altro, se possibile, anche solo con una citazione, che capiscono solo alcuni. Vedo che il nostro programma ha un pubblico istruito, laureato, giovane rispetto a quello della Tv tutta, e altospendente. Davanti allo schermo ci sono anche tanti bambini. L’equilibrio è pensare alla famiglia, questa è la mia idea e penso sia anche quella di Fiorello. La Tv perfetta naturalmente non esiste, perché, dal mio punto di vista, la Tv è cinema fatto peggio. Dobbiamo però farla al meglio.
Una sfida quotidiana: stupire il pubblico. Da dove si parte?
Dal fatto che la creatività è una rivoluzione continua e lenta. Creatività è mettere insieme nella maniera più illusoria possibile elementi già esistenti. Stupire il pubblico significa inserire ogni tanto un piccolo elemento di cambiamento rispetto a ciò che si è già visto e fatto. Questo concetto è nella testa di Fiorello, anche troppo (sorride). Fosse per lui si stravolgerebbe tutto ogni giorno: vuole stupire noi, e ce la fa, e vorrebbe cambiare sempre tutto. Alcune cose, alcune idee, io le terrei molto più a lungo, ma c’è da dire che il passato, il presente, e probabilmente anche il futuro, danno ragione a lui. Io lo seguo e imparo.
Ad aspettarvi un palcoscenico che cambia in continuazione…
Si parte alle 7.15 da via Asiago, che è già un elemento di stupore. Al resto ci pensa Fiorello che ogni giorno prende la sua strada, al di là della scaletta e di quello che abbiamo preparato.
Dovresti essere il saggio del gruppo, ruolo non facile a “Viva Rai 2”…
In realtà il saggio non sono io bensì Ruggero, che è sempre alle nostre spalle. Io sono la spalla sinistra di Fiorello e rispetto a Biggio son più saggio, perché lui è più pazzo (ride). Saggi sono gli autori, quelli più seri, che si occupano anche di fare la scaletta, l’impaginazione, i tempi. Loro sono una sicurezza, anche se poi Fiorello, che sa sempre cosa si dovrebbe fare, fa poi sempre di testa sua. Ecco, forse la mia saggezza è capire dove sta andando Fiorello, cosa farà durante la diretta. Mi guardo intorno, cerco di capire quando sta cambiando la scaletta, intorno a Fiore siamo tutti un po’ giocolieri. In base a quello che decide di fare dobbiamo girargli intorno senza cadere in terra. Che poi, anche se cadi, lui ti riprende al volo.
In “Che Dio ci aiuti” è suor Teresa, la nuova madre superiora del Convento degli Angeli Custodi. L’attrice toscana si racconta al RadiocorriereTv: «Vengo da tanti anni di teatro di prosa, ho recitato in grandi drammi e grandi tragedie. Sono morta in scena infinite volte e ora sono felice di giocare con la commedia»
Com’è stato l’incontro con suor Teresa?
Partiamo da quando mi è stata
presentata per il provino. Come proposta è stata abbastanza spiazzante, mi
chiedevo come potessi entrare nella serie come nuova madre superiora quando
Elena Sofia Ricci era la madre superiora, quando Suor Angela era “Che Dio ci
aiuti”. Ho pensato che fosse una scommessa azzardata, sia da parte degli autori,
che nell’eventualità di prendere il personaggio.
Ma il personaggio le è stato affidato
e lei è entrata in scena…
Mi ha affascinato da subito il fatto
che “Che Dio ci aiuti” sia un mondo raccontato un po’ sopra le righe, nel quale
c’è un po’ la sospensione dell’incredulità. Non è un mondo naturalistico,
realistico, ma uno in cui i personaggi sono abbastanza caratterizzati, le cose
che succedono sono a volte un po’ paradossali. E questo permette di recitare.
La recitazione ti fa andare incontro al personaggio, ti fa costruire una
personalità contaminata da quello che tu sei ma che è anche a sé stante. Il
mondo della serie è pennellato un gradino sopra, nella direzione della commedia.
Ti consente di creare un personaggio, di trovarne i tic, il modo di muoversi,
di guardare, di parlare, di relazionarsi con gli altri, questo è stato molto
divertente.
A proposito del
genere della commedia, come se lo sente addosso?
La cosa
divertente di questo lavoro è che si possono sperimentare un po’ tutti i
registri. Vengo da tanti anni di teatro di prosa, ho recitato in grandi drammi
e grandi tragedie. Sono morta in scena infinite volte, da Shakespeare a Čechov, ero abbastanza avvezza a un linguaggio più
alto, poetico, letterario, quasi sempre nella direzione del dramma. Da qualche
anno ho avuto modo di giocare con la commedia, che è una cosa divertente e in
questo il sostegno della scrittura è indispensabile. L’interpretazione sulla
commedia deve essere calibrata sul tempo-ritmo delle battute, in modo che ci
sia un effetto di risata. Se la scrittura non ti sostiene, e una cosa non fa
ridere, non fa ridere. Credo che gli autori siano molto rodati sul linguaggio
di questa serie, ho trovato copioni e sceneggiature che sostengono molto la
possibilità di trovare effetti comici. In questo ho osservato moltissimo
Francesca Chillemi che alla sua settima stagione, aveva grande famigliarità con
questo linguaggio. Ci siamo molto divertite insieme.
Per un’attrice cosa significa vestire
i panni di una religiosa?
Si può dire che sia un personaggio
come un altro, che si porta dietro una costruzione di atteggiamento esteriore e
di emotività interiore, e poi c’è un abito che regala l’immagine del suo
personaggio. È chiaro che se devo fare una madre,
una sorella, una moglie, i vestiti sono di solito più moderni e allora si può
giocare sul colorire lo stile, che con Suor Teresa era già dettato dall’abito.
Come professionista era molto comodo avere un unico costume di scena, dal punto
di vista interpretativo invece non è facile sacrificare completamente la parte
di vanità. Non che io abbia mai puntato troppo su quella, perché la mia
preparazione è molto più culturale-intellettuale, sono un po’ una nerd da
questo punto di vista. Mi è sempre piaciuto di più lo studio “matto e
disperatissimo” sui libri che non l’esibizione di me stessa. Però è anche vero
che nel momento in cui ti vengono proposti dei costumi di scena speri sempre
che ti stiano bene, la tonaca invece è quella che è. Le scarpe sono dei
mocassini bassi che non metterei mai (sorride).
C’è qualcosa che accomuna Fiorenza a
Suor Teresa?
All’inizio pensavo non ci fosse nulla
in comune, la vedevo come un personaggio costruito in un altro universo con una
forte rigidità. Ma le maschere, i personaggi pennellati in modo deciso, spesso
sono l’esagerazione di espressioni comuni che vediamo nel mondo. In questo
senso la mia suor Teresa ha atteggiamenti di rigidità, si è costruita una
fortezza per schermare la sua parte emotiva, il suo passato, e questa penso sia
una caratteristica abbastanza comune. Lei è molto chiusa emotivamente, si
sbottona solo con il piccolo Elia. Non che io sia una persona particolarmente
chiusa o rigida, ma di sicuro mi sono
costruita degli alti muri per proteggere le parti più fragili ed esposte del
mio animo. Insegno da anni recitazione teatrale e cinematografico e dico sempre
ai miei allievi che il giro di boa di questo mestiere arriva nel momento in cui
si riesce a mettere a disposizione il proprio vissuto, la propria emotività,
con la maggiore emotività possibile ma senza farsi male. Impedendo agli altri
di saccheggiare ciò che di autentico si mette in gioco. Credo che questa sia la
soglia del professionismo.
La sua popolarità televisiva è giunta
negli ultimi anni, ma la sua carriera ha avuto inizio molto prima. Come è
cambiato il suo essere attrice?
In questo momento c’è un accesso a
una visibilità maggiore, qualche volta mi è capitato di essere riconosciuta per
strada o al supermercato ma la mia vita non è cambiata molto. Da una parte sono
grata di essere arrivata a una responsabilità professionale importante nel
momento in cui sento di avere gli strumenti per farlo. Penso che difficilmente
la popolarità possa darmi alla testa. Dall’altra mi sarebbe piaciuto ottenere una
visibilità come questa a vent’anni, quando ero molto più sicura del mio aspetto
(sorride). Nella vita quotidiana sono talmente impegnata tra lavoro e
famiglia che non c’è il tempo da dedicare a questa apparente notorietà.
Come nasce la sua passione per la
recitazione?
Ai tempi del liceo facevo un corso di
teatro a Firenze ed era il mio gioco preferito. Scoprii che immedesimandosi il
più possibile nelle vicende di un personaggio, dimenticandosi completamente di
aspetti esteriori, andando incontro a una immedesimazione vera, c’erano momenti
di viaggio: vivi per un attimo un’altra vita e questo è divertentissimo. Un po’
come un sogno. Il personaggio ti può far porre delle domande, su ciò che sei, sulle
dinamiche della società. Il teatro nasce per far vedere all’uomo se stesso e
permettergli di migliorare. “Che Dio ci aiuti” è un intrattenimento ma contiene
contenuti di amicizia, supporto, giustizia, verità, una serie di valori.
Dove trova le energie?
Non me lo sono mai chiesta. Ho sempre
pensato di essere una persona molto pigra, ma se guardo i fatti non sono mai
ferma. Nella mia vita ho preso tanti treni da non poterli contare (sorride).
Le mie energie vengono dal piacere di fare questa professione: la recitazione
diventa brutta e meccanica quando ci si dimentica quanto sia bello giocare a quel
gioco.
Un omaggio al drammaturgo premio Nobel e al suo teatro, che continua a dare voci alla contemporaneità, in tutto il mondo. In onda il 10 marzo alle 21.25 su Rai 3
“Dario Fo: l’ultimo Mistero Buffo” racconta la
storia del drammaturgo premio Nobel e del suo teatro. Il documentario, diretto
da Gianluca Rame, è una produzione Clipper Media e Luce Cinecittà con Compagnia
Teatrale Fo Rame in collaborazione con Rai Documentari e con il patrocinio di
Fondazione Fo Rame. In onda in prima visione il 10 marzo alle 21:25 su Rai 3, è
incentrato su un evento inedito: l’ultima messa in scena di “Mistero Buffo”, a
Roma il 1°agosto 2016, l’addio alle scene del suo autore e interprete, il
premio Nobel Dario Fo, scomparso soltanto due mesi dopo. Il documentario racconta
un percorso che parte dal camerino di Dario Fo, con il suo spettacolo più noto,
per percorrere insieme a lui un viaggio caleidoscopico che ci porta dalla
Turchia all’Argentina, lì dove le sue opere, dalla drammaturgia potente e
critica, infastidiscono ancora oggi lo “status quo” e il potere. Il novantenne
Dario Fo si appresta a calcare per l’ultima volta la scena. Dentro la sua mente
si accavallano i ricordi di una vita straordinaria. I suoni che giungono dalla
cavea si fondono con il ricordo di altre figure familiari: Franca Rame, con cui
Dario ha fatto coppia fissa in scena e nella vita, i loro intensi carteggi, le tante
storie vissute insieme. L’anziano attore si alza, si porta lentamente dal
camerino alle quinte e dopo un accenno di esitazione entra in scena mettendo
fine all’attesa. La magia del suo teatro si compie per un’ultima volta ancora.
Il Maestro sorride pensando alle tante compagnie che in tutto il mondo
rappresentano le sue opere. A Istanbul dove è in scena in curdo la commedia
“Clacson Trombette e Pernacchi” e a Buenos Aires dove “Muerte accidental de un
ricotero” adatta il testo su Pinelli per parlare del caso di Walter Bulacio,
assassinato dalla polizia nel 1991. Il film segue gli attori in un continuo
confronto nel quale il teatro di Dario Fo diventa spazio di riflessione sulla
condizione umana e sulle distorsioni del potere, superando differenze linguistiche,
geografiche e culturali e confermando l’attualità e l’universalità del suo
linguaggio.
L’attesissimo ritorno della regina della Tv con “Benedetta Primavera”, da venerdì 10 marzo in prima serata su Rai 1. Un viaggio in sessant’anni di spettacolo e di costume. «La malinconia non fa parte di me, mi godo ogni giorno e ogni esperienza» racconta al RadiocorriereTv: «Sono trent’anni che non ho un programma mio, ora sento il bisogno di riabbracciare il mio pubblico»
Come vive il ritorno da conduttrice
in prima serata su Rai 1?
È una specie di bisogno di
riabbracciare il pubblico. Sono trent’anni che non ho un programma mio. Ho
fatto molto teatro, non è che non avessi contatto con il pubblico, però avevo
desiderio di riprovare questa emozione, questo batticuore.
Dalle indiscrezioni sappiamo che vedremo
un grande varietà, come quelli che la Rai ha nel proprio DNA, cosa ci dobbiamo
aspettare?
“Benedetta primavera” non nasce per
celebrare me, nonostante abbia 63 anni di carriera da festeggiare quest’anno,
ma dal desiderio di fare un viaggio nel mondo dello spettacolo e del costume,
una lettura dedicata sia al passato che al presente, con ospiti sia di ieri che
di oggi. Uno scambio e un confronto tra i giovani e chi ha la mia età.
Con il titolo “Benedetta primavera” quale
messaggio ci vuole dare?
Cercavo qualcosa che mi identificasse
subito. Il “maledetta” era molto giusto per la canzone, per il momento in cui
l’ho cantata. Questa volta, andando in onda quasi a primavera, ho pensato che
sarebbe stato bello usare il termine “benedetta”. È stata una scelta
molto spontanea.
Nel ripercorrere tanti anni di una
carriera luminosissima, è possibile non rimanere vittime della malinconia?
Assolutamente (sorride). Vivo
tutto al presente, sono molto presente alla mia età, al momento attuale, alla
società, a quello che succede. La malinconia non fa parte di me, mi godo ogni
giorno e ogni esperienza.
Il suo nome è sinonimo di talento,
come coniuga questo termine con i nostri giorni?
Ai miei tempi il talento era
assolutamente necessario, poi ci volevano un briciolo di fortuna e tanta
gavetta. Io sono partita dalla Tv dei ragazzi fino ad arrivare al sabato sera. È stata lunga, mi sono dedicata al
canto, alle imitazioni, alla recitazione. Credo che i giovani di oggi abbiano
più talento di quanto non ne avessero quelli della mia generazione, la nostra
preparazione era un po’ naif. Oggi i ragazzi hanno le scuole di recitazione, di
canto, ci sono i talent. Escono con più facilità. Bisogna comunque ricordare
che il talento va coltivato, non è una cosa che dura per sempre se non lo sai
usare.
Da sempre anche imitatrice, cosa deve avere un personaggio
per essere nelle sue corde e per essere interpretato da lei?
Tutte le persone che ho imitato hanno un grande carattere,
una personalità. E poi io imito solo quelli che amo, sono un’imitatrice sui
generis.
Cosa la diverte, ancora oggi, di
questo lavoro?
Questo lavoro è la mia vita, non
posso raccontare la mia vita che attraverso il lavoro. Ho cominciato che avevo
10 anni, ora ne ho 72, molte tappe della mia vita sono legate al mio lavoro,
che è cresciuto con me. Ogni volta è un’esperienza nuova, mi arricchisco sempre
di più.
Ora le citerò alcuni momenti della
sua carriera chiedendole di associare un’emozione o un ricordo, a ognuno di
loro… partiamo dal 1968 con “La freccia nera” di Anton Giulio Maiano…
Dico una cosa un po’ buffa. Se a 18
anni non fossi stata piatta come una pialla non avrebbero mai pensato a me per
“La freccia nera”, dove dovevo passare per un maschietto. Oltre al talento è
stato dunque importante che io fossi piatta, cosa che personalmente mi faceva
un po’ male (sorride).
“Canzonissima” 1972, cantava “Vieni
via con me”, era la prima serata del Programma Nazionale…
“Canzonissima” è stata il mio
passaggio dalla prosa alla rivista, senza che io avessi mai ballato, fu una
specie di salto nel buio. È vero che Pippo Baudo, che ha sempre avuto grande naso, mi ha
scoperto cantante e imitatrice. Lui per me era una garanzia, ma pensavo anche
che quella di “Canzonissima” fosse un’esperienza una tantum e che poi sarei
tornata a recitare. Invece, facendo le imitazioni, sono riuscita a fare quello che,
come attrice, non mi avrebbero mai proposto. Avevo una faccia dolce e delicata
quindi nella prosa facevo sempre ruoli
senza carattere: la ragazza buona, povera, orfana. Con le imitazioni mi sono
divertita tanto a fare le vecchie, le brutte, le grasse, personaggi con i tic,
i nasoni. È stato un grande divertimento e ho scoperto che potevo fare qualcosa
di diverso da quello che i registi di prosa mi affidavano in quegli anni.
Sette anni dopo, è il 1979, arriva “Fantastico”,
la prima edizione di uno dei programmi più amati. Lei cantava “L’aria del
sabato sera”…
“Fantastico” è stato una specie di
consacrazione anche come conduttrice. Insieme a me c’erano Beppe Grillo ed
Heather Parisi, ma Beppe non voleva assolutamente avere il ruolo istituzionale,
dover spiegare i giochi, come votare, e così la Rai pensò bene di farmi
presentare. Quell’esperienza fu importante dal punto di vista professionale e
anche a livello di look. Venivo da un viaggio in India, da dove avevo portato
molti vestiti che non avevano nulla a che vedere con gli abiti che indossavano
le showgirl dell’epoca. Ero indiana, anche a piedi nudi, con le piume in testa.
E poi incontrai mio marito… quell’“Aria del sabato sera” non la scorderò
facilmente.
È il 1983, arriva “Loretta Goggi in
Quiz”…
Fu il mio ritorno da figliol prodiga.
Siccome in Rai non mi affidavano mai il ruolo di conduttrice da sola, ma dovevo
sempre affiancare un conduttore, me ne andai a Canale 5, che allora era una
piccolissima rete e feci “Hello Goggi”. Fu una consacrazione, con Enzo Trapani
alla regia, Tony De Vita alle musiche, Diego Dalla Palma per il trucco, Gianni
Brezza come primo ballerino e coreografo, andai “armata”. Sulla quantità di
pubblico non potevo sperare, ma sulla qualità di quello che facevo sì, tanto fu
che la Rai mi chiamò e mi propose questo quiz dedicato allo spettacolo, in cui
cantavo, ballavo, facevo le imitazioni. Andò molto bene: è stato l’unico
programma che feci per due anni di seguito perché sono solita non fare mai per
due volte la stessa cosa.
Nel 1988 c’è la fascia di mezzogiorno
con “Via Teulada 66”…
Venivo da un grande successo che era
“Ieri, Goggi e domani”, con il quale avevamo vinto tanti Telegatti. La Rai mi
propose il programma di mezzogiorno ed ero sicura di non essere il personaggio
giusto: sono una che parla veloce, che scherza, ironica, non mi sentivo molto
adatta a quella fascia. Mi dissero di voler cambiare e inserirono temi come gli
scavi di Pompei, l’AIDS, il buco nell’ozono, il Telefono rosa, il Telefono
azzurro e gli ascolti non erano più quelli dei giochi telefonici. Il programma
era all’avanguardia, ma il salto fu troppo netto. Ricordo “Via Teulada 66” come
l’ultima cosa che ho fatto in Rai quando ho capito che si andava verso una
televisione un po’ diversa e che non mi somigliava più tanto.
Dieci anni in giuria a “Tale e Quale
Show”…
Sono una persona che non giudica
nessuno molto volentieri. Quando Carlo Conti mi chiamò gli dissi di non essere
in grado di farlo, che non sarei mai stata in grado di giudicare un mio
collega. Ecco, facendo “Tale e Quale Show” ho scoperto che si possono dire le
cose in modo molto garbato, e se sono tecniche, e non riguardano il privato
della persona, ci si può esprimere con sincerità. Quel programma è stato anche
una scuola e mi ha ridato popolarità. Dopo la morte di mio marito non avevo più
intenzione di fare niente, con “Tale e Quale” mi sono riaffacciata a una platea
di milioni di persone. È stato piacevole. Devo dire che sono stata un po’ vigliacca perché
ho fatto televisione senza farla (sorride). C’ero, ma il programma non
era mio e non mi sentivo responsabile di niente.
Ma senza mai
abbandonare il suo pubblico…
Mai,
e devo tutto a lui. Non ho fatto niente per farmi ricordare, ho fatto il mio
lavoro e basta. Non ho avuto tessere di partito, non ho lasciato spazio al
gossip. Sono stata un po’ orsetta (sorride). Stefano Coletta dice che è il pubblico a
desiderare che io torni. E io gli ho creduto, ecco perché sono qua.
Che cosa le dà gioia nella vita?
Intanto la vita. È un bene immenso, bella in tutte le sue
sfaccettature. Fatta di gioie e di dolori, ma anche di momenti in cui metterti
alla prova per cercare di dare un senso al perché ci sei.
Per la seconda volta nei panni del Commissario Ricciardi, personaggio iconico nato dalla penna di Maurizio De Giovanni, autore che ha saputo generare «questa mirabile invenzione», l’attore racconta al RadiocorriereTv il profondo legame con quest’uomo, capace di «trovare una via per affrontare la complessità dell’esistenza e della realtà, nel rispetto più profondo possibile degli altri»
Come
nascono i rari sorrisi del Commissario?
Un
po’ lo dice Bruno Modo, quando sorride Ricciardi è un evento. In questa seconda
stagione succede più spesso, le crepe della diga che abbiamo visto apparire
nella prima si aprono inesorabilmente, nonostante egli voglia continuare a
mantenere una distanza di sicurezza che protegga gli altri da se stesso, non il
contrario. Ricciardi è ormai “vittima” di una forza più grande di lui, ha
assaggiato cosa sia il contatto più prossimo con gli altri e non riesce più a
farne a meno. Dalla prima all’ultima puntata si vedrà proprio un incremento
progressivo dell’apertura verso i propri affetti e la realtà esterna in generale.
Questa è una delle cose che amo di più di questa figura, ogni sua manifestazione
emotiva o relazionale è autentica, non è certo uno che dispensa sorrisi di
cortesia. Per me, da questo punto di vista, è un esempio da seguire perché, come
tutti quanti, anch’io non sempre riesco ad avere questa profonda e umanissima
schiettezza.
Che
esempio di essere umano sarebbe Ricciardi se vivesse nei giorni nostri?
Credo
che farebbe lo stesso mestiere, è il modo in cui riesce a mettere a frutto il
proprio dono, a dare un senso alla propria resistenza umana e sociale.
Ricciardi decide di darsi alla giustizia perché trova che sia quella la maniera
per dare sollievo alle manifestazioni che lo perseguitano e che, in qualche
modo, infestano la sua vita, rendendola impossibile. Creando giustizia trova
che invece, non solo può dare sollievo agli altri, ma anche a se stesso. La sua
occupazione sarebbe la stessa, immagino però un Riccardi molto impegnato sul
fronte umanitario, magari proprio su cause dedicate all’inclusione, alla sorte
degli ultimi della lista. In questo momento, forse, migranti e rifugiati.
Cosa
rende questo personaggio così attraente?
La
cosa impressionante è il suo enorme senso etico. Ricciardi non è uno distante
dagli altri, è in profonda connessione con gli altri. Di tutti i personaggi che
ho incrociato sulla mia strada, dalla versione letteraria di Maurizio (De
Giovanni, autore dei romanzi dedicati al Commissario Ricciardi), che ha
generato questa mirabile invenzione, a tutti quelli di cui ho esperienza, lui è
certamente quello più umano di tutti, quello che ha costruito la propria
esistenza sul trovare un modo per relazionarsi con il suo dolore e con quello
di tutti. Lo fa, però, sempre con un rispetto profondo della vita degli altri,
astenendosi dal dare facili giudizi, dalla superficialità e dalle
semplificazioni. È questo, forse, che gli rende possibile resistere in un
momento storico molto portato a semplificare, a costruire la realtà attraverso
slogan, decisamente costruito sull’annichilimento della complessità. È un uomo
che, al contrario, riesce a trovare una via per affrontare la complessità
dell’esistenza e della realtà, nel rispetto più profondo possibile degli altri.
Questa è una grandissima lezione.
Esistono
dei punti di contatti tra lei e Ricciardi?
Ci
sono, anche se io non sono vittima di una maledizione come quella che è toccata
a lui (sorride). Alcune sfumature del mio modo di approcciarmi agli
altri, quel rispetto di cui parlavo, in Ricciardi così macroscopico,
corrisponde a quello che tento di mettere in pratica nella mia esistenza. In
questa forma di discrezione e di attenzione agli altri sta un ponte, un punto
di contatto forte tra me e quest’uomo, che è un’idealizzazione dell’antieroe
veramente geniale e fulminante. Caratterialmente siamo senz’altro diversi, al
dispetto delle apparenze, soffro di un’impulsività maggiore rispetto a quella
che Ricciardi evidentemente doma con la forza della ragione (sorride).
23 febbraio 2023
SEI DONNE- IL MISTERO DI LEILA
con maya Sansa
«Per Anna tutto gira intorno alla sincerità, nel privato come nella professione» racconta al RadiocorriereTv la protagonista della nuova e attesissima serie tv “Sei donne”, un racconto corale al femminile in tre puntate, su Rai 1 e in streaming su RaiPlay
Partiamo dal suo personaggio: chi è la PM Anna Conti?
Anna è una donna che si è fatta strada da sola, alle spalle
una storia personale piena di problemi che non le ha impedito di rialzarsi,
ricostruire la propria esistenza, studiare, laurearsi, creare una famiglia con
l’uomo di cui si è innamorata e che credeva fosse un compagno complice, amico
per sempre. Il pubblico la conoscerà, invece, nel momento in cui tutta questa sicurezza,
che era stata in grado di costruire, crolla, lasciandola sola e in grande
difficoltà. Nel suo lavoro è spinta da passione, è dotata di un grande intuito,
di istinto che vedremo in azione ancora di più quando, sulla sua scrivania, arriva
il caso della scomparsa misteriosa di una ragazzina, Leila, e di suo padre.
Mentre tutti cercano di dissuaderla, Anna intuisce che sotto c’è qualcosa di
poco chiaro per cui vale la pena indagare, spinta quasi da un senso di immedesimazione
verso questa ragazza, come se, salvando Leila, volesse salvare se stessa dalla sua
infanzia difficile.
Quale viaggio intraprende la sua Anna?
Incontra molte persone, soprattutto donne, dalle quali si
aspetta aiuto e complicità e, al contrario, riceve una chiusura totale, forse
dovuta anche al suo atteggiamento un po’ brusco, chiuso, duro. Non potevamo
però “imbrogliare” il pubblico nascondendo una sofferenza sotto una finta
dolcezza, è una donna che ha sofferto e che sta soffrendo, dovevamo rimanere fedeli
alla scrittura e alla verità. Per Anna tutto gira intorno alla sincerità, al
senso di giustizia, nel privato come nella professione.
Con “Sei donne” arriva il debutto alla regia televisiva di
Vincenzo Marra. Com’è andata?
Da Vincenzo ho ricevuto una fiducia totale, è stato lui a
offrirmi questo ruolo e io ho accettato con entusiasmo perché è un
professionista con cui avevo voglia di lavorare, un autore dotato di un
linguaggio visivo, di una grammatica narrativa molto personale. A volte per un
attore è stimolante affrontare numerosi provini, scoprire il personaggio un po’
alla volta, confrontarsi con il regista, altre, invece, percepire che in te viene
immediatamente riconosciuto qualcosa di quel personaggio, può essere anche
molto liberatorio, perché si lavora solo sulle sfumature o su alcune specificità.
La scrittura di Ivan Cotroneo e Monica Rametta è una garanzia…
Con Marra abbiamo lavorato in sottrazione perché nel testo
c’era già tutto. La scrittura di Cotroneo e Rametta è molto chiara, il mio personaggio
è stato ben delineato subito nella sceneggiatura, non si doveva aggiungere
molto altro. Confesso, però, che l’inverno scorso avevo dovuto affrontare dei
provini per ruoli da giurista e, alle
riprese, sono arrivata con molto studio alle spalle. E poi, ho più volte
consultato uno zio giudice dei minori, adesso in pensione, tartassandolo di
telefonate perché volevo capire tutto di quel mondo. Alla fine, ero diventata più
pignola di lui (ride).
Una serie e un set corali…
Con il cast si è creata una relazione davvero molto bella, ma
non è stato un set facile. Vincenzo è un bravissimo regista, molto esigente e
serio, a noi attori ogni tanto veniva invece un fourire necessario
per allentare la tensione di una storia complessa, ma anche del caldo sofferto.
Abbiamo girato d’estate, in una Taranto che segnava 40°, è stato naturale creare
dei momenti di svago e di distrazione. Ricordo con piacere il tempo trascorso
con l’aiuto regista che la mattina ci faceva ripetere la scena in un contesto
più rilassante, poi si tornava come soldati sul set, dove dovevamo rigare dritto.
Credo però che la stessa serie girata d’inverno avrebbe avuto un sapore
diverso. Nonostante tutto, il caldo e il torpore, ovviamente stancanti, ci hanno
ben accompagnati.
Taranto, città poco nota al grande pubblico televisivo, in
che modo entra nella storia?
Il luogo più presente nella serie è in assoluto la procura di
Taranto, un palazzo bellissimo, importante, che ha qualcosa di caratterizzante.
Il mare è molto presente, ci sono dei passaggi in macchina in cui si vedono delle
zone bruciate dal sole, tra le quali si scorge il lato industriale della città.
Non si parla però della città turistica, tra l’altro molto bella, perché non
interessava restituire al pubblico una cartolina.
Quali sono le sfide di questo giallo psicologico?
Raccontare correttamente un universo femminile complesso,
vario. È un thriller, certo, c’è tanto mistero, tutto ruota intorno a questo,
ma i personaggi sono raccontati nelle loro diverse sfaccettature. Rispetto al
passato si propongono molte più storie al femminile e il titolo di questa serie
pone proprio l’attenzione su un racconto di donne che non devono sostituirsi
agli uomini, o trasformarsi in essi, soprattutto se occupano posizioni di
potere. Anna ha una tenuta molto sobria, sarebbe stato assurdo farle sfoggiare altri
abiti, è rigorosa, è un giudice impegnato, non ha tempo di occuparsi di altro.
Al di fuori di questo, però, tutto il suo universo emotivo è prettamente
femminile, al lavoro funziona con un intuito e un approccio di donna.
Al via l’edizione KIDS del talent show condotto da Antonella Clerici. In giura Loredana Bertè, Gigi D’Alessio, Clementino e i Ricchi e Poveri. Da sabato 4 marzo in prima serata su Rai 1
Dopo lo straordinario successo di
“The Voice Senior”, arriva dal 4 marzo in prima serata su Rai1, “The Voice
Kids”, la versione junior del talent show che premia le più belle voci del
Paese tra i sette e i quattordici anni. Alla guida del programma ritroviamo
Antonella Clerici che ci accompagnerà alla scoperta delle storie dei piccoli
protagonisti. Confermata anche la giuria di coach che ha decretato il successo
del talent: Loredana Bertè, Gigi D’Alessio, Clementino e i Ricchi e Poveri. Due
imperdibili puntate che si apriranno sabato 4 marzo con un’unica sessione di
“Blind Audition”, la tradizionale “audizione al buio” distintiva del programma.
I giudici, di spalle, ascolteranno i piccoli concorrenti di “The Voice Kids”
senza poterli vedere. Sarà solo la loro voce a doverli conquistare e, in quel
caso, il coach potrà voltarsi per aggiudicarsi il concorrente in squadra. Se
più coach si volteranno, invece, sarà il concorrente a decidere a chi affidare
il proprio percorso. Al termine della puntata scopriremo quali saranno i 3
giovani concorrenti per ciascun team che si esibiranno nel gran finale, in onda
sabato 11 marzo sempre in prima serata su Rai1, dove sarà il pubblico in studio
a decretare il primo vincitore di “The Voice Kids”. La
regia è di Sergio Colabona. “The Voice Kids” andrà in onda sabato 4 e 11 marzo in prima serata
su Rai 1; sempre disponile on demand su RaiPlay e visibile all’estero su Rai
Italia.
Nella serie di Rai 1 è Catena, la giovane ospite del convento degli Angeli custodi determinata a diventare una cantante. Al RadiocorriereTv parla degli esordi a teatro e nel cinema e di una passione nata da bambina: «Avevo quattro anni quando dissi a mia mamma di volere vincere l’Oscar, due anni più tardi lei mi iscrisse a un corso di recitazione»
Dal
2020 a oggi nella sua vita professionale sono successe tante cose, con quale
aggettivo definirebbe questo periodo?
In
continuo cambiamento e mai uguale. Ho sempre cercato, e lo farò anche in
futuro, di variare il più possibile le mie scelte professionali. Lo trovo
stimolante.
Come
nasce in lei la passione per la recitazione?
Sono
sempre un po’ a disagio quando mi si fa questa domanda perché non c’è stato un
momento vero e proprio. Dico sempre che è un po’ il mestiere a essere venuto da
me (sorride). Avevo quattro anni quando dissi all’improvviso a mia mamma
di volere vincere l’Oscar, due anni più tardi lei mi iscrisse a un corso di
recitazione e da allora non ho mai smesso. A diciotto anni è arrivato il vero
lavoro con una compagnia teatrale.
Ricorda
il debutto?
A
Roma, nel 2015, con “Cattivi ragazzi” al Teatro della Cometa, il protagonista
era Francesco Montanari. Fu emozionante vedere il mio nome in cartellone.
Finite le tre settimane di recite mi guardai allo specchio in camerino e capii
di voler continuare.
E
come andò?
Uscita
dal liceo feci il provino in tutte le accademie, ma non venivo mai presa, pur
arrivando molto vicina all’obiettivo. Provai per quattro anni senza mollare. A
un certo punto cominciai a pensare che non fosse la mia strada. Ma mi rimboccai
nuovamente le maniche fino a quando venni scelta per “Favolacce” dei fratelli
D’Innocenzo. Stavo facendo un workshop con il casting director di quel film,
Davide Zurolo, e arrivò la sua proposta. Il mestiere è venuto da me, ma io l’ho
voluto fortemente. Credo che la fatica ripaghi.
Cosa
significa essere un’attrice oggi?
Avere
ancora più incertezze di ieri perché quello dell’attore è un mestiere sempre
più precario. E poi avere una responsabilità umana e sociale importante.
Da
qualche settimana è impegnata in Tv su Rai 1, come ha vissuto l’incontro con “Che
Dio ci aiuti”?
Benissimo.
L’ho voluto fortemente. Riavvolgo il nastro e torno allo scorso anno, avevo
finito di girare due film molto impegnativi: “La prima regola”, di Massimiliano
D’Epiro, e “Il maledetto” di Giulio Base, film drammatici. Dopo quelle
esperienze ho pensato che avrei voluto divertirmi, puntando sulla vena comica
che sentivo di avere. Con “Che Dio ci aiuti” mi sono divertita sin dal provino,
ho svuotato la mente e ricaricato le batterie. Una nuova bellissima sfida.
Cos’ha
pensato alla prima lettura del copione?
L’ho
letto e ho detto: ci azzecco (sorride). Era tutto divertente e facile da
raggiungere perché vicino alla mia personalità.
Della
sua Catena ha apprezzato subito tutto?
Catena
crede nella fortuna e nella sfortuna, nelle quali io invece non credo
assolutamente, perché penso che siamo noi a muovere tutto. Ho avuto difficoltà
ad accettare questo suo modo di pensare. Nel corso dei mesi mi sono poi
affezionata anche a questa sua caratteristica.
Elena
Sofia Ricci e Valeria Fabrizi sono due colonne della serie, come è andata con
loro?
Ho
avuto la fortuna di lavorare con Elena Sofia e la prima volta che ho fatto la
scena con lei mi tremavano le gambe. La sua presenza scenica è magnifica.
Valeria mi ha dato molti consigli, in modo affettuoso, sono state entrambe
molto accoglienti.
Cosa
le ha chiesto il regista Francesco Vicario?
È stato lui a insegnarmi a
rendere comica Catena, ad azzeccare i tempi, che è una cosa molto complessa.
Cosa
ci insegna “Che Dio ci aiuti”?
Scalda
il cuore. È un prodotto
profondamente onesto e porta un po’ di leggerezza d’animo. È quasi una coccola,
è rassicurante e credo che questa sia una cosa molto bella.
C’è un consiglio che darebbe alla sua Catena per farle vivere al
meglio la sua permanenza in convento?
Le direi di fidarsi di più di
Azzurra, alla quale nasconde qualche piccola verità. E poi la inviterei a
pensare di essere la padrona della propria vita.
Un giallo psicologico nel quale la ricerca della verità si incrocia con le storie delle protagoniste, rappresentative di un universo femminile contemporaneo. Dal 28 febbraio su Rai 1 tre prime serate all’insegna del mistero
La scomparsa di una ragazzina, Leila, e del
suo patrigno Gregorio, è il mistero attorno al quale si sviluppa “Sei Donne
– Il mistero di Leila”, serie creata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta,
diretta da Vincenzo Marra (Tornando a casa, L’ora di punta, L’equilibrio),
al suo debutto nella serialità. Un giallo psicologico in tre puntate nel quale
la ricerca della verità si incrocia con le storie di sei donne di oggi – Anna,
Michela, Alessia, Viola, Aysha, Leila– ciascuna con un proprio vissuto
e con i propri segreti, rappresentative di un universo femminile contemporaneo,
tra determinazione e fragilità, amore e odio, costrizioni e libertà.
Un mistery avvincente che indaga la
psicologia di personaggi complessi e sfaccettati, con particolare attenzione al
tema del riscatto femminile, già sperimentato in acclamate serie Rai come “Un’altra
vita”, “Sorelle”, “Mentre ero via”.
Un titolo innovativo e corale che unisce un cast
di grandi nomi a un approccio produttivo e narrativo autoriale. Protagonista
Maya Sansa, nel ruolo del Pubblico Ministero di Taranto Anna Conti, stimata e
autorevole professionista con un problema di alcolismo, riaffiorato dopo la
fine del suo matrimonio, che la rende dura nei rapporti interpersonali,
soprattutto con il nuovo ispettore Emanuele(Alessio Vassallo), appena
arrivato in Procura. Trovando nella sparizione di Leila (Silvia Pacente) delle
analogie con il suo passato, Anna si butta senza tregua nella risoluzione del
caso, inizialmente sottovalutato dalla Procura come un semplice allontanamento
volontario, ma sul quale sembrano aleggiare bugie, incongruenze e testimonianze
poco convincenti. Intorno al “mistero di Leila” ruotano le altre donne della
serie: Michela (Ivana Lotito), la zia materna, chirurgo ortopedico, Alessia
(Denise Tantucci), l’allenatrice di atletica, Aysha (Cristina Parku), la
migliore amica di Leila e Viola (Isabella Ferrari), la vicina di casa.
Arricchiscono il cast Maurizio Lastrico nel ruolo di Gregorio, il patrigno di
Leila, Pier Giorgio Bellocchio nei panni di Roberto, l’ex marito di
Anna, e Gianfelice Imparato, che interpreta il Procuratore capo Marcello
Trifoni, molto vicino ad Anna, con lei duro e protettivo allo stesso tempo.
Nulla è scontato e prevedibile in questo
intreccio noir che si dipana, puntata dopo puntata, offrendo allo spettatore
indizi, conferme, confessioni, inaspettati risvolti e giochi di ruolo capaci di
condurlo, senza rassicurazioni né retorica, alla verità.
Realizzata con il contributo di Apulia Film
Fund della Fondazione Apulia Film Commission, la serie restituisce la
fotografia di una Taranto inedita e contemporanea, a fare da cornice a un
racconto corale dove le storie dei protagonisti si intrecciano con un tessuto
territoriale lontano da stereotipi.
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