Vite di donne

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FRANCESCA FIALDINI

Dopo il successo della scorsa stagione, la giornalista è tornata a condurre con “Le Ragazze” il sabato in prima serata su Rai 3. «Le donne che raccontiamo – spiega –  sono esempi di donne che, a prescindere dalla vita privata, hanno saputo costruire la loro felicità puntando sulle capacità»

Dopo il successo dello scorso anno, è tornata con “Le Ragazze”. Quali sono, in questa edizione, le vite che sta raccontando?

Sono tutte vite di donne che hanno puntato sulle loro abilità, sulle capacità, sul loro talento, che non si piangono addosso ma basano la vita su loro stesse. Sono esempi di donne che, a prescindere dalla vita privata, hanno saputo costruire la loro felicità, puntando sulle capacità. Un messaggio importante, attuale e necessario.

Anche in queste nuove puntate, la storia delle protagoniste si intreccerà con quella del nostro Paese?

Certo. In questo senso c’è la storia di Mira Micozzi che è emblematica, figlia di un partigiano ucciso nelle Fosse Ardeatine. Nella vita ha sperimentato la fame del Dopoguerra e, dopo aver vissuto un anno lontano dalla sua mamma perché i bambini venivano generosamente accolti da altre famiglie della Pianura Padana, dice a se stessa che vuole cambiare il suo destino. E lo fa, perché una volta tornata a Roma, impara un mestiere, reinventandosi tante volte. Mira è stata benzinaia, forse tra le prime in Italia, ma anche controfigura a Cinecittà e parrucchiera senza sapere neanche come si facesse, con l’arte continua dell’arrangiarsi. La sua storia ci parla della forza delle donne, della capacità di stare sempre in piedi, ma ci racconta anche la nostra storia che affronteremo a fine puntata con Stefano Martini.

Per la prima volta, ogni puntata apre allo sguardo maschile. Che confronto sarà?

Schietto e sincero. La curiosità era quella di capire come i maschi dell’epoca, vissuti da ventenni nello stesso decennio delle protagoniste, vivessero le lotte per le rivendicazioni sociali dell’universo femminile. Parliamo degli anni ’60, ’70, ’80. Un conto è essere donna, scendere in piazza e lottare per il divorzio, un conto è essere uomo. Abbiamo chiesto ai nostri protagonisti come si sono lasciati toccare da quello che accadeva intorno, dalle richieste che arrivavano dal mondo femminile, come le hanno vissute, interpretate e a quale punto siamo arrivati oggi.

Ci saranno delle decane con le loro storie, le loro vite. È  un po’ come entrare in un libro di storia…

È così, e tutto è molto affascinante. Sembra a volte di poter entrare in tutti questi argomenti, provare le emozioni di chi racconta. Io immagino ad esempio Rosanna Bonelli, la prima donna che corre al Palio di Siena e che resta l’ultima perché non ci sarà nessun’altra. Sale ancora a cavallo, aiutata dai figli. È bellissimo raccontare questa resistenza. Mi piace tanto anche la storia di Teresa De Sio perché lei trova la sua identità sul palco e lo fa a trecentosessanta gradi con tutte le arti di cui è capace, senza mai sottrarsi alla sfida. Oggi è una donna piena di colori. Ma sarà con noi anche Veronica Lucchesi, una ragazza degli anni 2000, cantante di “La Rappresentante di Lista”. Che domande si portava dentro quando è arrivata al successo con brani che sono diventati iconici della musica contemporanea? Che cosa c’è dietro quel famoso “Ciao Ciao” di un suo pezzo? C’è una generazione che urla contro il cambiamento climatico, che ci mette in guardia sulle sfide del presente, perché lei è una ragazza di quegli anni 2000, che iniziano proprio con il crollo delle Torri Gemelle. Lei ci dice chi sono oggi i giovani e quali angosce hanno ereditato.

Ogni epoca rivive anche attraverso il prezioso repertorio delle Teche Rai?

Un tesoro inesauribile per fortuna nostra. Le Teche danno forza alle nostre storie e ci permettono di entrarvi. Immagini di una società che non c’è più. Vedremo ad esempio Minnie Minoprio anche in contesti che oggi appartengono al nostro immaginario, la prima grande show girl che si è imposta con le sue gambe chilometriche e i suoi riccioli biondi. Le Teche ci permettono un viaggio nel tempo.

“Da noi a ruota libera”, “Fame d’amore”, “Le Ragazze”. Programmi che vedono al centro la parola, il racconto, la narrazione. Cosa le lascia tutto questo?

Come fare un corso accelerato all’università o come aver letto cento libri tutti insieme, che sono in parte romanzi e in parte libri storici. Un compendio eccezionale, un bagaglio di emozioni che mi arriva da tutte, insieme alla formazione e a nozioni che io non avevo. La forza di “Le Ragazze” è proprio questa: guardarlo e riscoprire il tempo che è stato, ricordare, immedesimarsi. Se si è invece più giovani, si possono imparare tante cose.

C’è una figura femminile storica che le sarebbe piaciuto intervistare?

Mi sarebbe piaciuto tanto incontrare Rita Levi Montalcini, anche se appare scontato. La sua potenza, intelligenza, la sua indipendenza emotiva mi affascinano tanto. Una donna che non si concedeva molto volentieri alla chiacchiera. Mi sarebbe piaciuto starle anche soltanto vicino per un po’, per conoscerla meglio. Il suo è un approccio moderno alla vita, che in lei era innato e che l’ha resa una pioniera. Le ragazze di oggi dovrebbero recuperare quel tipo di visione del mondo, quella sicurezza che lei aveva nelle proprie capacità e nella propria forza, a prescindere dall’aspetto fisico sul quale lei giocava molto dicendo che non era mai stata bella ma che non era importante per lei. Scoprire vite come quella di Rita Levi Montalcini oggi, significa un confronto su temi urgenti.

Francesca Fialdini,2024

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La scoperta di sé

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ALICE ARCURI

«Mi sono sentita molto a mio agio in questo ruolo, spesso in televisione mi vengono proposti ruoli diversi… se non sorrido sembro già cattiva, antipatica. Questa volta, invece, ho potuto tirare fuori le parti più autentiche di me» racconta l’attrice genovese protagonista con Edoardo Leo de “Il Clandestino”, il lunedì in prima serata su Rai 1

Un noir che ha immediatamente conquistato il pubblico…

La serie si presenta con un mix accattivante di tanti generi, drama, commedia, trama detective che non dimentica il romanticismo, in più è ambientata in una sorta di open world che colpisce. Abbiamo girato a Milano, una location poco conosciuta dalla televisione italiana ma che, in questo racconto, svela degli scorci e sfumature cromatiche davvero molto interessanti. È un ambiente apparentemente respingente, molto malinconico, le scene passano dalla Milano glamour della high society, alla sua parte più periferica, colorata. A dare ancora più valore al tutto, è la perfetta scrittura dei personaggi, ciascuno dei quali presenta linee narrative molto dense.

Quale ruolo interpreta nella serie?

Carolina Vernoni incarna la classica sciura milanese super “infighettata”, sempre occupata in attività frenetiche, vive con una figlia in una casa eccezionale, da rimanere a bocca aperta. Ma cosa nasconde tutto questo rumore, cosa c’è dietro la sua frenesia? Di puntata in puntata trapelano, infatti, le sue insicurezze, quelle che appartengono a tutte le donne, ma che stonano in una persona così piena di vita.

Quale relazione si stabilisce con il protagonista?

Luca (Travaglia, personaggio interpretato da Edoardo Leo) e Carolina sono in apparenza due personaggi diametralmente opposti, emerge fin da subito il loro essere rotti. Sono, infatti, due esseri umani che portano addosso l’odore dello stesso bosco condividono le medesime fratture interne e, per questo, si riconoscono. Un incontro che all’inizio stride ma che, inevitabilmente, riuscirà a toccare in loro nuove corde, costringendoli a fare i conti con se stessi. La serie riesce a mettere in luce la difficoltà molto umana di accettare che tutti, prima o poi, siamo spinti a giudicare l’altro solo dalle apparenze, ma ci costringe a riflettere sul fatto che la vera forza è accettare le nostre fragilità, trasformarle in un vantaggio.

In che cosa il suo personaggio si sente un “clandestino”?

Carolina ha un passato oscuro, la verità verrà svelata solo alla fine, è una clandestina nel mondo in cui si muove, non si sente completa, ma l’incontro con un essere umano così diverso da lei, le darà uno stimolo per riprendere a vivere. Se vivessimo in un mondo di persone molto simili a noi non saremmo nemmeno in grado di riconoscerci, perché è solo nella diversità che possiamo renderci conto di quanto siamo autentici, di quello che siamo, è nel diverso che ci riscopriamo. Succede anche a Carolina che inizia un percorso di trasformazione quando comprende, finalmente, di non aver bisogno di un più uno, di non dover avere accanto a sé un uomo per esistere. Questo suo bisogno di libertà sarà la sua salvezza. È la famosa e difficile ricerca dell’es, della parte più profonda della nostra essenza, un cammino molto più complesso se sei una donna perché troppo spesso ci si sente incastrate in ruoli prestabiliti, di mogli, di madri, di immagini prestabilite da cui è difficile emanciparsi. Ecco perché la serie, per me, è un inno alla libertà e alla scoperta di sé.

Nessuno può salvarsi da solo…

… lo sanno bene Carolina e Travaglia che, incontrandosi in momenti molto difficili delle loro esistenze, riescono a stabile un legame profondo destinato a modificare per sempre la loro vita. Di fronte alla morte e ai crepacci nei quali spesso cadiamo, l’uomo deve fare il possibile per non mollare perché, nonostante tutto, la vita è più forte di ogni cosa. Ciascuno di noi ha delle fratture, ma queste rappresentano la bellezza dell’essere umano, ci rendono quello che siamo. La serie parla di piccoli dolori, di crimini, di persone che sono sempre alla ricerca di qualcosa, di un bisogno di aiuto, e riesce ad affrontare con grande delicatezza tematiche profonde, senza rinunciare, però, alla componente di comedy. Travaglia, nel suo viaggio di espiazione, diventa a sua volta il punto di riferimento di persone ai margini, di chi si stente fuori luogo come lui.

C’è qualcosa del suo personaggio nella quale si riconosce?

Di Carolina ritrovo in me moltissimo, sono una persona molto solare, piuttosto espansiva, piena di vitalità che, arrivata ormai a quaranta anni di età, comincia a fare i conti con se stessa per comprendere bene quale sia la propria missione, al di là di essere madre e moglie. Mi sono sentita molto a mio agio in questo ruolo, spesso in televisione mi vengono proposti ruoli diversi, per un tipo di conformazione scheletrica del volto mi viene più facile interpretare la dura, se non sorrido sembro già cattiva, antipatica (ride). Questa volta, invece, ho potuto mostrare le parti più autentiche della mia personalità, quella delicatezza, quella morbidezza che, in qualche modo, mi accomuna a Carolina. Anche io, come lei, sono una persona alla costante ricerca di luce.

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Sicuri si parte

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Servizio Pubblico e Sicurezza stradale camminano insieme

“Sicuri si parte” campagna del Tg2 e Rai Isoradio per la sicurezza stradale in collaborazione con la Polizia di Stato. Venti pillole ideate e curate da Maria Leitner a partire da domenica dalle 13.30 circa all’interno della rubrica del Tg2 “Tg2 Motori” e in simulcast su Isoradio, il canale dedicato principalmente alla infomobilità

“Con la nuova serie ‘Sicuri si parte’ Rai aggiunge un importante tassello alla sua funzione di servizio pubblico per promuovere tutte quelle pratiche virtuose che diventano ‘cultura’ della sicurezza stradale. Una serie per la quale è stato fondamentale il prezioso contributo, anche ‘didattico’, della Polizia di Stato e di questo ringraziamo il Ministro dell’Interno Piantedosi e il Capo della Polizia Pisani, oltre a tutti gli altri protagonisti di queste ‘pillole’ di educazione alla strada del Tg2 e Isoradio”. Così l’AD Roberto Sergio e il Direttore Generale Giampaolo Rossi sulla nuova campagna dedicata al viaggiare in auto in modo piacevole e sicuro. “La serie – aggiungono Sergio e Rossi – sarà per tutti gli automobilisti un utilissimo ‘ripasso’ sul come si guida e l’occasione per scoprire che lo si può fare ancora meglio. E speriamo, infine, che questo progetto possa essere utile anche ai giovani per comprendere quanto la sicurezza stradale e il rispetto delle regole siano fondamentali ogni giorno”. Norme basilari, da come s’impugna il volante a come si sta seduti in auto, da come si frena, alle regole di comportamento previste dal Codice della strada che verranno sviluppati con l’ausilio degli uomini della Polizia di Stato e dagli istruttori del centro guida sicura dell’autodromo di Vallelunga. Uno sguardo particolarmente attento ai ragazzi ai quali, ricorda il direttore del Tg 2 Antonio Preziosi “vogliamo fornire cassetta degli attrezzi per capire in che modo fare una guida sicura”. Una campagna quindi necessaria perché “Sicuri si parte, ma sicuri si deve arrivare” afferma Alessandra Ferraro, direttrice di Isoradio. Venti pillole per “imparare” a guidare in sicurezza partendo proprio dalle regole base per comprendere meglio che “le regole non sono dettate e imposte dall’alto a caso, ma rispondono a logiche ben precise, fare attenzione a come ci si siede in auto, aiuta a non stancarsi e a prestare più attenzione alla guida, tenere correttamente il volante, e non abbracciarlo come se fosse un salvagente, ricorda che siamo noi a portare l’auto, e non il contrario” afferma la giornalista che ribadisce l’importanza di “una cultura della sicurezza stradale da spiegare bene per far sì che il movimento e la mobilità sia piacevole e sicura per tutti”.

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PizzaGirls

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In arrivo su Rai Italia il nuovo branded content “PizzaGirls” per raccontare otto eccellenze femminile, maestre dell’arte bianca. Il programma sarà in replica su Rai Premium dal 20 aprile e disponibile su RaiPlay

Donne che si sono fatte strada nel competitivo mondo della ristorazione e un prodotto iconico della cucina italiana al centro di “PizzaGirls”, il nuovo branded content, in onda dal 6 aprile su Rai Italia. Otto puntate da 45 minuti che raccontano la storia, i segreti del mestiere e il talento di otto pizzaiole, eccellenti maestre di arte bianca: Roberta Esposito, Petra Antolini, Francesca Calvi, Concetta Esposito, Helga Liberto, Eleonora Orlando, Francesca Gerbasio e Federica Mignacca. In uno studio dotato di vero forno a legna, le protagoniste del programma spiegheranno la loro tecnica e il percorso che le ha portate a diventare imprenditrici, vincere premi e lavorare all’estero. Tra i momenti cult di “Pizza Girs” la sfida per creare una pizza “speciale” da dedicare a una donna che ha lasciato un segno nella storia, rappresentando al meglio l’identità italiana all’estero, personalità che si sono distinte nel cinema, nella scienza, nello sport e nella cultura: Margherita Hack, Gina Lollobrigida, Rita Levi Montalcini, Bebe Vio, Mina, Alda Merini, Samantha Cristoforetti, Sophia Loren. L’identità del personaggio femminile, protagonista della pizza da realizzare in puntata, e l’ingrediente speciale al quale è legato saranno svelati attraverso un quiz: “Nelle pizze ispirate alle donne iconiche ci sono anche ingredienti particolari come il caffè o la carambola che quando viene tagliato presenta una sezione a stella ed è stato usato per questa sua caratteristica nella pizza dedicata a Margherita Hack” racconta la conduttrice Angela Tuccia, affiancata dalla giovane inviata Fabrizia Santarelli che, insieme al Pizza Chef Alessandro Servidio, svelerà i segreti di una pizza “home made”. In ogni puntata si farà riferimento alle materie prime scelte tra le eccellenze del territorio italiano, non mancheranno i consigli nutrizionali della biologa nutrizionista Alessandra Botta per coniugare salute e gusto.

La mission tutta al femminile di “PizzaGirls” è pronta, inoltre, a espandersi verso uno sviluppo sempre più cross-mediale grazie anche alla consulenza del professore di diritto dei media digitali Universitas Mercatorum di Roma Angelo Maietta.

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Un viaggio umano felicissimo

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IL CLANDESTINO

Il Radiocorrieretv ha incontrato il regista Rolando Ravello e Edoardo Leo, protagonista della nuova serie in prima serata Rai 1, da lunedì 8 aprile

Potete raccontarci che viaggio è stato?

Ravello: È stato un viaggione durato quasi due anni di vita, tra il lavoro sulle sceneggiature, scritte benissimo, la preparazione e il girato di sei mesi, un tempo non facile, né per un attore, né per un regista. Durante un periodo così lungo e stancante può succedere davvero qualsiasi cosa, si va incontro a ogni tipo di problema, il lavoro, così, diventa un viaggio durante il quale i rapporti possono cementarsi o distruggersi completamente. In questo caso, grazie a Dio, dal punto di vista umano si sono stabilite delle relazioni bellissime, abbiamo camminato tutti insieme nella stessa direzione, facendo passare in secondo piano ogni fatica. Il momento peggiore per me è quello dell’attesa che la propria creatura venga accolta dal pubblico, ci si trova in una sorta di limbo dove aspetti di capire se sei un santo o un cretino (ride).

Leo: Te lo dico io, sei un cretino (ride). Battute a parte, quando lavori così a lungo con un regista che, oltre alla stima professionale, è anche un amico che appartiene alla tua ristretta cerchia degli amici di sempre, tutto diventa facile, il rischio è solo quello di distruggere quel rapporto. E invece si è rafforzato, perché non si trattava di fare solo un lavoro, era qualcosa in cui credevamo tanto. Per questo abbiamo accettato di metterci in gioco, imbarcarci in un progetto molto lungo, molto complesso. È stato, dunque, un viaggio umano, finora, felicissimo, poi i numeri ci diranno se tutta questa umanità riuscirà a passare anche al cuore degli spettatori.

Nessuno si salva da solo, in che modo l’io e il noi si fondono in questa storia?

Leo: Questa è una delle chiavi di lettura che abbiamo cercato di percorrere nella serie. C’è una frase che dice “per conoscere veramente qualcuno devi camminare due giorni con le sue scarpe”. Luca Travaglia (il protagonista della serie) si mette a disposizione di persone che non aveva mai considerato prima, perché improvvisamente è come loro, è diventato anche lui un clandestino a casa sua, un fuori posto. Questo gli consente, nel suo lungo viaggio di espiazione, di mettersi a disposizione degli altri, di vederli veramente, di comprendere che per salvarsi l’unica cosa da fare, in ogni ambito, è mettersi nei panni di un altro essere umani.

Ravello: Espiazione che, grazie all’umanità dei personaggi che incontra, diventa una riscoperta della capacità di essere empatici. Quando parlo della serie, per me è importantissimo soffermarsi sull’empatia, quella caratteristica fondamentale che rende l’essere umano diverso dalle bestie e che invece oggi, come vediamo da quello che sta accadendo nel mondo, sembra essere completamente dimenticata, rendendo così l’uomo la bestia peggiore. E invece l’empatia è oro.

Restare umani è uno slogan bellissimo, più difficile da attuare…

Ravello: All’inizio del viaggio Travaglia vive da clandestino rispetto a se stesso e alle proprie emozioni, si è chiuso al mondo, solo la frequentazione con gli strati sociali che noi dimentichiamo, o che vogliamo dimenticare, riscopre una nuova capacità umana, il gusto degli abbracci, di un contatto fisico, di uno sguardo, riscopre il calore che la gente ti può dare se veramente ha voglia di condividere le proprie emozioni. A mettere in moto questo processo di riabilitazione sono quelle persone che riteniamo essere le ultime della società, ce ne rendiamo conto bene episodio dopo episodio, tappe di un viaggio dentro un’etnia diversa, dalla comunità cinese alle gang latino-americane, mondi che convivono con noi, ma che facciamo finta di non vedere, o rifiutiamo a priori. E invece saranno proprio queste realtà che aiuteranno il protagonista, e speriamo anche il pubblico, a ritrovare la capacità di essere empatici.

Leo: È assolutamente così. Quando si prova un dolore così enorme e catastrofico come quello che ha travolto Travaglia ci sono due vie, chiudersi e cominciare a odiare tutti, oppure cercare di capire, a guardarsi intorno e riconoscere immediatamente quelli che stanno vivendo il tuo stesso dramma interiore. In questo modo può finalmente metterti allo stesso livello, espiare le proprie colpe e aiutare quelli come te. Questo, involontariamente, perché nessuno ha la pretesa di lanciare messaggi, è il tema fondante de “Il Clandestino”.

Gloria!

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Ambientato in un istituto femminile nella Venezia di fine ‘700, “Gloria!” di Margherita Vicario racconta la storia di Teresa, una giovane dal talento visionario, che, insieme a un gruppetto di straordinarie musiciste, scavalca i secoli e sfida i polverosi catafalchi dell’Ancien Régime inventando una musica ribelle, leggera e moderna. Pop! Dall’11 aprile al cinema

All’alba dell’anno 1800, poco lontano da Venezia, si staglia l’istituto Sant’Ignazio, una via di mezzo tra un orfanotrofio, un conservatorio e un convento. Qui, ormai da anni, vive Teresa (Galatea Bellugi), una giovane donna con un dono speciale: un talento visionario che le consente di ascoltare il mondo che la circonda e trasformarlo, animandolo di una musica nuova, contemporanea, fuori dal suo tempo. Un incanto… che si spezza quando la realtà fa incursione e la riporta ai suoi doveri. Sì, perché al convento per tutti è la Muta, una sguattera che vive silenziosa e solitaria. Ma le cose per lei stanno per cambiare… mentre il convento è in subbuglio per l’imminente concerto che il Maestro di Cappella, l’arido e dispotico Perlina (Paolo Rossi), deve dirigere in onore di Papa Pio VII presto in visita, Teresa fa una scoperta eccezionale: un pianoforte, nuovo di zecca e mai usato, nascosto nel deposito del convento. Può finalmente tradurre nella realtà la musica che ha in testa! Una sperimentazione esaltante e solitaria… finché una notte, guidate dalla strana melodia di Teresa, un gruppetto di musiciste che vivono nel convento fa capolino nel deposito: sono Lucia (Carlotta Gamba), primo violino del Sant’Ignazio, e le sue amiche, Prudenza (Sara Mafodda), Bettina (Veronica Lucchesi) e Marietta (Maria Vittoria Dallasta). Presto, conquistate dal magnetismo di Teresa, che crea canzoni come una compositrice pop del nostro secolo, le ragazze formano un affiatato gruppetto di musiciste ribelli, dando vita a una nuova musica che il Papa (e il mondo) certamente non si aspettavano… Gloria! parla dell’immaginazione, della fantasia e del talento di tutte le compositrici che, come fiori lasciati seccare, sono rimaste nascoste tra le pagine della Storia. In sala dall’11 aprile, il film diretto da Margherita Vicario annovera nel cast anche Elio, Natalino Balasso, Anita Kravos, Vincenzo Crea, Jasmin Mattei. Il mio obiettivo era quello di calare una storia di fantasia in un contesto storico preciso e pieno di dettagli – afferma la regista – da Johan Stein costruttore di pianoforti, all’elezione di Papa Pio VII a Venezia, dal declino della Serenissima alle composizioni di Lucia che corrispondono a quelle dell’unica compositrice orfana arrivata ai giorni nostri: Maddalena Laura Lombardini Sirmen. Tenevo tantissimo, in generale, alla verosimiglianza di questa storia, che è vero, è piena di guizzi fantastici, salti nel tempo musicali, ma ha anche l’ambizione di raccontare la reale condizione di queste musiciste nella loro epoca. Con costumi, scenografia e fotografia abbiamo lavorato in questa direzione: apparentemente è un film propriamente d’epoca con molta cura nei colori, nelle references pittoriche e nei dettagli di scenografia. Il punto di partenza è quindi filologico e solo da lì poteva partire poi l’aspetto più “fantastico” che è invece delegato al mondo interiore delle protagoniste e alle loro creazioni musicali”. Coprodotto da Rai Cinema, e  presentato al Festival del Cinema di Berlino, il film è pronto a conquistare le sale italiane: “C’è stato un lungo lavoro di preparazione delle attrici sia per creare un gruppo affiatato di sorelle, sia per entrare nei panni di eccellenti musiciste – prosegue Margherita Vicario – hanno infatti studiato per mesi con un coach di violino e violoncello per cercare di amalgamarsi con il resto dell’orchestra che è invece composto da vere musiciste e coriste di musica barocca”.

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La Rai è casa

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CHIARA FRANCINI

Canzoni, sorrisi, pensieri, risate e racconti. Dal 10 aprile l’attrice toscana conduce il nuovo one woman show di Rai 1: “Forte e Chiara”. In diretta per raccontare la storia di una ragazza di paese, senza filtri, con entusiasmo e allegria. «Essere veri è molto meglio che essere perfetti» afferma la conduttrice che confida: «Estrarrò dal mio baule argomenti e ricordi che riguardano un po’ tutti gli italiani»

Cosa pensa se le dico Rai 1 e prima serata?

Mi viene in mente il primo giorno di scuola. Una sensazione di emozione, di felicità, di frenesia, il grande desiderio di non deludere nessuno e di fare del mio meglio.

Da dove si comincia?

Si comincia sempre dalla verità, che è l’unico punto di partenza. Quindi racconterò la mia, la storia di una ragazza di paese, di una provinciale che è arrivata in prima serata su Rai 1. Porterò tutto il mio bagaglio. Partirò dall’inizio e andrò a raccontare delle cose che, come ho avuto modo di vedere, toccano tanti e tanti italiani. In fondo l’Italia è una grande provincia e siamo tutti un po’ provinciali.

Che spettacolo sarà?

Uno spettacolo in cui ci sarà la volontà di parlare di argomenti e di ricordi che riguardano un po’ tutti gli italiani. Ci saranno momenti di profonda allegria, gli ospiti che mi accompagneranno li ho scelti tutti perché li amo, li stimo. Insieme a loro costruiremo tasselli di spettacolo che sono in linea con il mio racconto.

Come si sta preparando al debutto?

Mi preparo sempre nella stessa maniera, che si tratti di scrivere un libro, di fare uno spettacolo teatrale o un film per il cinema. Cerco di studiare, pur lasciando grande spazio alla fantasia, all’improvvisazione. Perché come mi ha insegnato il grande Pippo Baudo, potrai conoscere tutte le domande del mondo, ma non conoscerai mai tutte le risposte. Devi studiare e fare qualcosa in cui credi, che conosci in maniera profonda. A quel punto sarai in grado di improvvisare, di far nascere al momento quel fiore che è la televisione e che è soprattutto la diretta. Non scordiamoci che andrò in diretta (sorride).

Ricorda il primo incontro con la Tv?

È avvenuto sicuramente a casa dei nonni materni. Di nonno Danilo e della nonna Irlanda. I miei genitori lavoravano. Era il momento in cui stavamo insieme, la televisione era veramente come il dessert, l’ultimo boccone di dolce, che è sempre quello più buono. È un ricordo dolce, ed è tale proprio perché è legato alla mia infanzia.

Che cosa rappresenta per lei la Rai?

La Rai mi riporta all’infanzia. Penso alle sigle, a quello che capivo e anche a quello che non capivo in maniera perfetta. La Rai era un po’ come il profumo dei pranzi domenicali che preparava la nonna. La Rai è casa.

Quali parole la descrivono meglio?

Sono proprio “forte” e “chiara”. Due parole che sono al tempo stesso aspirazioni. Quella di essere sempre forte e di essere sempre autentica e vera.

Quali sono le parole che per lei hanno più valore?

Sono riconoscenza e gratitudine, parole che credo debbano essere il fondamento per ogni essere umano. Non mi scordo mai di chi mi ha fatto del bene, sono maggiormente capace di scordarmi di chi mi ha fatto del male. Lo dimentico.

Quale tra le dive del passato le piacerebbe essere almeno per un giorno?

Ce ne sono tante. Monica Vitti, Marilyn Monroe, Sofia Loren, Anna Magnani, Franca Valeri, Anna Marchesini.

Cosa si sente di dire a Chiara bambina?

Di continuare a mangiare il pan con l’olio e la schiacciata con l’uva (sorride).

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11 marzo 2024 FORTE E CHIARA nella foto chiara francini

Tutti i premi della 69ᵃ edizione

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Venerdì 3 maggio Carlo Conti e Alessia Marcuzzi conducono la cerimonia in diretta su Rai 1 dagli Studi di Cinecittà. Ad accogliere le star sul red carpet Fabrizio Biggio. In queste pagine tutte le cinquine, Paola Cortellesi con “E’ ancora domani” è regina di nomination

La Rai ancora una volta al fianco dell’Accademia del Cinema Italiano per raccontare, venerdì 3 maggio in diretta su Rai 1, la cerimonia di premiazione dei “David di Donatello”, condotta da Carlo Conti con Alessia Marcuzzi. La serata evento si svolgerà negli iconici studi di Cinecittà. A ospitare la diretta il leggendario Teatro 5, per anni “regno” di Federico Fellini e “tempio” della grande cinematografia nazionale e internazionale. Una narrazione diffusa, che includerà il Residential Stage del Teatro 14, un unico set che racchiude cinque ambientazioni, e il Teatro 18, il Volume Stage per la produzione virtuale, tra i più grandi d’Europa, che ospiteranno diversi momenti della cerimonia. Sul red carpet, ad accogliere gli ospiti, sarà Fabrizio Biggio. Scoperte le cinquine, cresce l’attesa per scoprire chi vincerà gli ambiti riconoscimenti. Quel che è certo è che a svettare su tutti per numero di candidature (19) è “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. Al secondo posto, “Io Capitano” di Matteo Garrone, 15 candidature, seguito da “La Chimera” di Alice Rohrwacher (13), “Rapito” di Marco Bellocchio (11), “Comandante” di Edoardo De Angelis (10) e “Il Sol dell’Avvenire” di Nanni Moretti (7). Un’edizione da record, la numero 69 dei Premi David Donatello: “Il primo record è che il David quest’anno è stato protagonista di “Call My Agent”, “Gloria” e oggi a teatro di una pièce con Silvio Orlando, questo significa che è diventato un brand in questi anni con l’aiuto di tutti” dice Piera Detassis, presidente e direttrice artistica dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello Detassis che prosegue: “Abbiamo lavorato molto con il Mic, con il consiglio direttivo e con la Rai proprio per riuscire a fare questo salto di qualità. Sono molto felice delle new entry nella conduzione e nel red carpet, che daranno ancora più slancio a quanto fatto di straordinario da Carlo Conti”. Grande l’emozione tra i conduttori: “È un onore essere ancora una volta al timone dei premi David di Donatello, sarà una grandissima festa del cinema italiano – dice Carlo Conti – cercheremo di rendere la cerimonia di premiazione sempre più uno spettacolo televisivo possibilmente coinvolgente”. Altrettanto entusiasta è Alessia Marcuzzi: “Prenderò possesso degli studi di Cinecittà e non mi troverete per qualche giorno. Per me sarà un onore incredibile presentare questo evento perché sono una grande estimatrice del cinema italiano. Non uscirò più dal Teatro 5”.

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Nel cinema come nella vita

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MARIA GRAZIA CUCINOTTA

Dall’11 aprile al cinema con “Gli agnelli possono pascolare in pace” e su Rai 1 il 3 aprile con “Il meglio di te”. L’attrice si racconta al Radiocorriere Tv

Ne “Gli agnelli possono pascolare in pace”, diretto da Beppe Cino, i toni drammatici incontrano quelli della commedia in una narrazione che mette al centro l’essere umano e le sue fragilità… come si è avvicinata a questa storia?

Ho accettato subito la proposta di Beppe Cino, l’ho fatto forse prima ancora di leggere il copione. Sapevo che sarebbe stato uno dei suoi viaggi tra realtà e fantasia. Beppe è un visionario, uno dei pochi registi italiani rimasti fedeli al cinema in cui non si tralasciava nulla. Per me è stato un grande onore lavorare con lui. Il cinema esiste per dare messaggi e questa pellicola ne è piena.

Come è stato l’incontro con la sua Alfonsina, personaggio protagonista del film?

È stato naturale, anche se per affrontarla ho preso un po’ di chili (sorride). Alfonsina è una donna in prepensionamento, con qualche anno in più di me, è stato affascinante entrare nel suo mondo, osservarla. Il film è come un metaverso che si muove sul mondo attuale, reale.

Tra i temi affrontati c’è quello del pregiudizio, dei confini che ci poniamo e che inevitabilmente ci limitano…

Quando vivi di pregiudizi e di rancori, rimani legato al passato. Nella vita niente ti sblocca se non togli le barriere, se rimani legato ai confini che tu stesso crei. Ogni confine ti riduce lo spazio mentale e visivo nei confronti degli alti.

Cosa può insegnare questa storia?

Sono sempre stata molto aperta. Sono nata e cresciuta in Sicilia dove il pregiudizio era presente anche se ti muovevi da un quartiere all’altro, perché vivevi in una zona popolare e non in centro. Poi sono stata al Nord, dove ho vissuto il disagio di essere del Sud. Sono cose che elabori piano piano. Poi capisci che il problema non è il tuo, ma di chi il pregiudizio ce l’ha installato nella mente. Sono cresciuta con una madre che mi ha sempre insegnato a rispettare le vite, che sono tutte uguali. Ognuno di noi nasce in posti diversi con colori della pelle diversi, parla lingue diverse, ha posizioni sociali differenti. Non esiste chi fa un lavoro migliore dell’altro, i lavori sono tutti indispensabili e utili, così come tutte le vite. Ho sempre guardato le persone a trecentosessanta gradi, per quello che erano e sono, per il loro modo di porsi, e mai chiedendo cosa facessero o da dove venissero. Questo mi ha dato un’apertura mentale pazzesca, ho sempre abbracciato il mondo come un regalo, non come qualcosa da valutare a secondo del conto in banca. Gli stessi valori li ho trasmessi a mia figlia, cresciuta in una casa in cui sono entrati tutti i miei amici, senza mai giudicare le loro scelte che erano semplicemente le loro.

Come si pone nei confronti del sacro?

Sono cresciuta in una famiglia molto credente. Anche perché quando non c’è niente, credi che Dio sia il supereroe che ti verrà a salvare. Ho sempre creduto di averlo a fianco, che i miei angeli fossero con me, pronti a salvarmi. La fede mi ha fatto crescere con la speranza, guardando al bene che fai, che in qualche modo ti ritorna. A volte, se dici di essere credente, vieni percepita come una bigotta. Io invece sono la persona più aperta e libera del mondo.

Cosa deve avere un personaggio perché lei scelga di interpretarlo?

Deve rappresentare una sfida, al tempo stesso la sua storia mi deve divertire.

Nei prossimi giorni la vedremo su Rai 1 in un altro film di cui è protagonista, “Il meglio di te” di Fabrizio Maria Cortese. I temi sono quelli della perdita, dell’amore, del perdono… un’esperienza che ha definito “il mio film più maturo”…

È il film che mi è rimasto più sottopelle di tutti. Abbiamo girato tra gli splendidi boschi di Rifreddo di Potenza, su una montagna. C’erano solo l’albergo e, a ottocento metri, la casa che è stata il nostro set. Non c’era nient’altro. Abbiamo vissuto in una bolla: andavi sul set e a fine riprese portavi con te le emozioni del film. È stato anche un percorso psicologico, che mi ha portato a riflettere sul tema del perdono. Sono sempre stata molto attenta a non fare del male alle persone, mi aspetto pertanto che certe attenzioni le abbiano anche gli altri nei miei confronti. Per me è sempre stato difficile perdonare chi crea sofferenza, mortificazione. Il tempo che hai investito su una persona non te lo dà più nessuno. È un film che parla di verità. Alla fine della prima, quando le luci si sono riaccese in sala, ci siamo trovati tutti in lacrime.

Come è cambiato, nel corso degli anni, il suo essere attrice?

All’inizio ero molto timida. Ero un elastico, da un lato pronta ad andare, perché questo lavoro è da sempre la mia passione, dall’altro la timidezza mi bloccava. Nel tempo ho vinto quel mostro che avevo dentro. La timidezza mi ha limitata tanto nella vita.

Si pensi giovanissima, al debutto. Cosa prova per quella ragazza che sognava di fare il cinema?

Grande tenerezza. L’emozione e l’entusiasmo sono anche oggi quelli di allora, non sono mai cambiati. Il regalo più bello me l’ha fatto mia mamma che mi ha insegnato ad apprezzare le piccole cose attorno alle quali ho costruito la mia vita.

A chi deve dire grazie?

A mia madre, a tutte le persone che ho incontrato lungo il cammino e che hanno compreso la mia timidezza senza farmene una colpa.

Quali sono i momenti della sua carriera che porta di più nel cuore?

Tutti. Non puoi sceglierne uno. È tutto importante.

Quando pensa al futuro cosa prova?

Curiosità. Il futuro ti offre la possibilità di fare ciò che non hai fatto, o che hai sbagliato, fino ad adesso.

La vita è dunque un continuo programmare…

Quando fallisci non è la vita che fallisce, a essere andato male è stato solamente un tentativo. L’importante è voler cambiare e io sono una lottatrice. Voglio essere felice, e per esserlo veramente devono stare bene anche gli altri. Le due cose vanno di pari passo.

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Tempesta su Mussolini

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Andrea Frediani

Un grande romanzo storico sul delitto Matteotti. Di Andrea Frediani, edizioni Rai Libri

È il 30 maggio del 1924 quando nell’aula della Camera Giacomo Matteotti accusa il presidente del Consiglio Benito Mussolini, ex compagno di partito, di essersi macchiato di brogli e violenze per vincere le elezioni e ottenere la guida di un governo di coalizione. Una denuncia coraggiosa quella di Matteotti, dai suoi soprannominato “tempesta” per il temperamento risoluto e impavido. All’origine dello scontro con Mussolini posizioni politiche ormai inconciliabili. Pochi giorni più tardi, il tragico epilogo: Matteotti sarà rapito e barbaramente ucciso. Il romanzo di Andrea Frediani racconta un momento decisivo della storia italiana, con i toni della suspense e nel pieno rispetto della vicenda storica, accompagnando il lettore al cospetto di uno dei più importanti “gialli” dell’epoca contemporanea. Il romanzo fa parte della collana di Rai Libri “Cristalli Sognanti” dedicata alle parole che aspirano a diventare visioni. Un contenitore di storie pensate per diventare film o serie tv perché costruite con il ritmo del racconto per immagini, attraverso la creatività dei grandi autori italiani.

Frediani, perché è così importante ricordare la figura di Matteotti oggi?

Quest’anno ricorrono i cento dalla morte di Giacomo Matteotti, e non si tratta di anniversario che riguarda una persona; o perlomeno, non solo: il delitto Matteotti segna una cesura simbolica nella storia d’Italia. La data in cui avvenne, il 10 giugno 1924, si potrebbe a buon diritto considerare un momento di trapasso da un’epoca all’altra, così come il 476 segna una ideale caduta dell’Impero romano, la notte di Natale dell’800 la nascita del Sacro romano impero, il 1492, con la morte di Lorenzo il Magnifico, il crollo dell’equilibrio tra gli stati italiani e l’inizio delle guerre d’Italia, il 1861 l’unità d’Italia, il 25 aprile 1945 la liberazione. Matteotti non è il primo deputato che viene ucciso dagli squadristi fascisti, ma è quello che più clamore aveva suscitato con le sue coraggiose denunce contro il regime instaurato da Mussolini, con la sua personalità dirompente che ne avrebbe fatto, se fosse vissuto più a lungo, uno statista di straordinaria levatura. La sua morte sancisce la trasformazione del regime fascista in dittatura. Mussolini vacilla, ma grazie anche agli errori degli avversari, privati del leader più carismatico, nell’arco di pochi mesi dal delitto si libera degli ultimi vincoli imposti dal sistema democratico: della stampa critica, imbavagliata dalla censura, dell’opposizione parlamentare, che si esclude da sé disertando per protesta il parlamento, dei dissidenti all’interno dello stesso partito fascista, di cui, grazie alla crisi Matteotti, il duce si libera. Matteotti è un martire e, in quanto tale, un simbolo, al pari di Navalny in Russia: anche lui sapeva bene a cosa stava andando incontro, quando denunciava in Parlamento i crimini fascisti. E oggi, di fronte all’attuale riflusso delle democrazie in un mondo che vede più che mai acuirsi lo scontro tra regimi autocratici e democratici,  è tanto più importante ricordare, con lui, chi si è consapevolmente immolato per la libertà.

Come si trasforma un evento storico in un thriller appassionante?

Ogni evento storico ha in sé le potenzialità per trasformarsi in un thriller. La Storia, talvolta lo si dimentica, ha come fulcro l’uomo, con i suoi odi e amori, le sue ambizioni e i suoi progetti, e soprattutto, le sue sfide. Quando la si approfondisce, si desidera sempre vedere come va a finire. Tanto più se ci sono due ingredienti fondamentali per creare suspence, come in questo caso: un omicidio con molte ombre, e la sfida tra due personalità carismatiche e antitetiche, come Matteotti e Mussolini. A pensarci bene, sono gli ingredienti alla base di molti film avvincenti, romanzi appassionanti, serie tv incalzanti, non necessariamente a sfondo storico. Se a questi elementi si unisce una scrittura “cinematografica”, con soggettive e montaggi paralleli, scene invece che capitoli, la ricetta per un thriller è pronta.

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