SABRINA GIANNINI
Oltre l’apparenza
Sono tornate le inchieste di “Indovina chi viene a cena”, il martedì in prima serata su Rai 3. La biodiversità, gli stili di vita, i sistemi socio-economici e la nostra alimentazione, un viaggio che ha al centro i diritti fondamentali delle persone
Martedì 19 maggio in prima serata, Rai 3 trasmette la seconda puntata della nuova stagione, il filo conduttore sembra essere ben presente in una domanda: “un capitalismo etico è possibile?”. Quali risposte possiamo azzardare?
La puntata si allontana in parte da ciò che un telespettatore si può aspettare da noi, da un programma che indaga sui consumi, sull’origine delle materie prime, che siano tessuti e alimenti, soffermandosi sempre sui diritti fondamentali. Ma non deve sorprendere se approfondiremo il tema dei diritti, un tema estremamente attuale, facendo particolare attenzione al mondo dei giovani. Siamo andati negli Stati Uniti e abbiamo portato a casa un’inchiesta notevole, con interviste esclusive a insider di aziende social che raccontano come i proprietari non tutelino le persone dai truffatori e i bambini da contenuti pericolosi. Anche le inserzioni veicolate incessantemente dalle piattaforme social possono diventarlo, e così mostreremo di come il mondo della cosmetica non pone regole, banali, a protezione della pelle e quindi della salute dei minori, pur sapendo che alcune sostanze contenute nei prodotti possono essere per loro più aggressive e pericolose.
“Indovina chi viene a cena” è da sempre un osservatorio sociale. Oggi che fotografia emerge su larga scala?
Se un extraterrestre guardasse la nostra specie in questo momento storico penso si chiederebbe se siamo veramente intelligenti come pensiamo di essere. A ottant’anni dalla Seconda guerra mondiale alcuni miliardi di persone del pianeta Terra non mangiano a sufficienza, al tempo stesso altri miliardi mangiano troppo e prendono un farmaco per dimagrire dopo essere diventati in sovrappeso, nel caso degli americani due su tre. Nella nostra prima puntata (disponibile su RaiPlay) abbiamo raccontato come è nata l’epidemia di obesità in America, ma abbiamo anche parlato delle cliniche della longevità, dei sistemi della purificazione del sangue, e quindi di come le lobby dei farmaci stanno facendo paura a quelle del cibo processato, perché 20 milioni di americani non mangiano più il loro cibo ultraprocessato. Sta succedendo qualcosa di epocale e su questo ci siamo soffermati. Lobby contro lobby si stanno facendo la guerra, e i nostri corpi come sempre al centro dei loro interessi, eppure sarebbe così semplice mangiare naturale, cibi integrali, semi e proteine soprattutto vegetali, senza esagerare, evitando i cibi ultraprocessati, come suggerisce il nostro ospite, l’epidemiologo Franco Berrino.
Parte delle vostre inchieste è anche il racconto di esperienze virtuose.
Vado sempre alla ricerca di buoni esempi. Nella seconda puntata siamo andati in una scuola dello stato di New York, unico negli USA ad avere finanziato le custodie ermetiche in cui i giovani inseriscono gli smartphone prima dell’inizio delle lezioni. Una scelta coraggiosa e rivoluzionaria che sottrae per otto ore gli studenti alla dipendenza da smartphone.
Il tuo impegno nel giornalismo televisivo d’inchiesta ha radici lontane nel tempo, quando lavoravi a “Report”.
Feci la prima inchiesta del programma di Milena Gabanelli, quella sull’amalgama dei denti, quasi trent’anni fa, e con quell’inchiesta rivoluzionammo il sistema dell’odontoiatria in Italia. Quando penso a quante persone non si sono intossicate di mercurio grazie al mio pezzo mi sento gratificata. Tra le altre inchieste che lasciarono il segno ci furono quelle sulle mense scolastiche, che oggi sono fatte bene e servono cibo sano. Sento che anche il nostro pubblico ci segue perché qualcosa, negli anni, abbiamo seminato.
Che cosa significa fare inchiesta nell’ambito dei consumi?
Essere dalla parte dei cittadini. Un programma come il mio non può essere fuori dal Servizio Pubblico, le televisioni commerciali vivono di pubblicità, non sento mai una critica al sistema economico e a mio parere i giornalisti dovrebbero avere il coraggio di farlo, lo impone la deontologia. Quando parli di consumi vai contro poteri ben più forti di quelli della politica.
Come ti poni nei confronti delle situazioni più spinose e divisive?
Noi giornalisti, anche se siamo convinti di avere ragione, dobbiamo fare cento verifiche, perché dietro a ogni singola parola che diciamo ci sono le persone, le aziende. Poi, a un certo punto, c’è la discriminante: sono più importanti le migliaia di posti di lavoro di una multinazionale o i miliardi di persone che, ad esempio, subiscono gli effetti del glifosato, di un cosmetico, di un cibo? La risposta è chiara. Anche con tutte le tutele che cerco di avere nei confronti delle aziende, il principio è sempre quello di tutelare i diritti fondamentali delle persone: alla salute, alla trasparenza, alla tutela dei più fragili, e questo a partire dai bambini. Aggiungo anche gli animali, che a mio parere devono avere diritti e quindi tutele che al momento non esistono. È l’evoluzione della civiltà che ancora manca alla nostra specie.
Da “grillo parlante” televisivo e digitale, qual è il fulcro della vostra divulgazione?
Cerchiamo di risvegliare la coscienza delle persone su un principio fondamentale, ossia che tutto ciò che è sul mercato non è detto che sia sicuro. Questo accade perché i prodotti, siano cosmetici, additivi, cibo, pesticidi, tabacco, vengono introdotti sul mercato senza tenere conto del principio di precauzione, sapendo bene che soltanto dopo anni emergeranno le evidenze, gli studi a lungo termine. È il loro metodo, collaudato.
I telespettatori continuano a chiedervi di scavare a fondo…
Abbiamo a disposizione cento minuti e questo può consentirci di scendere nei meandri, per comprendere ciò che spesso non vediamo in superficie. Da un po’ di tempo siamo passati a un diverso livello di approfondimento e di interpretazione della realtà, per capire come stanno cambiando in fretta i nostri comportamenti, strettamente legati al consumo dei beni e a questo sistema economico dove pochi ricchi posseggono la gran parte dei soldi predando le risorse che non solo loro. C’è una iniqua distribuzione delle risorse, ma i loro soldi servono per pagare le campagne elettorali dei politici che poi li agevolano, e l’inchiesta di martedì confermerà questa evidenza. Il proprietario di Meta, Facebook e Instagram, Mark Zuckerberg ha finanziato Trump.
Affrontare tematiche complesse senza perdere l’attenzione dello spettatore. Qual è il tuo punto di equilibrio?
In trasmissione arrivo subito al dunque senza mai dilungarmi, con l’obiettivo di non annoiare. Se necessario tralascio qualcosa, è una questione di costi e benefici. Questo comporta che io debba avere molto più materiale da mandare in onda e quindi lavorare di più nella preparazione delle puntate. Solo nella prima, quella della scorsa settimana, avevamo almeno cinque situazioni diverse. Diluire eccessivamente il racconto significherebbe perdere l’attenzione di chi ci segue.
Come si avvicina il pubblico giovane?
La Tv è per le persone più grandi. L’unico modo per portare i nostri contenuti a chi ha modalità di fruizione diverse, quindi ai ragazzi, è dividerli in tanti piccoli contribuiti da fare passare in rete, sui social. Cosa che facciamo con la massima attenzione ma che non è certamente il racconto complessivo, quello capace di mostrarti anche uno spiraglio di speranza.
Una speranza che quando percepita può indurre cambiamenti.
Quando non c’è l’etica il capitalismo diventa avidità, e questo oggi è dominante. Con il nostro giornalismo dobbiamo essere le sentinelle contro la deriva. Ho un approccio protettivo nei confronti dell’economia sana e non significa essere comunisti. Parlo di capitalismo etico perché credo che al momento non ci siano sistemi migliori. Bisogna andare oltre le etichette e pensare alle generazioni future. Cerchiamo un sistema che rispetti i diritti fondamentali dell’uomo, a partire dai bambini, dalle fragilità, dalle biodiversità.