Si torni a essere poeti e sognatori

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ALESSANDRO SPERDUTI

È tra gli interpreti più apprezzati del nostro cinema. L’attore romano è Dante nel film che Pupi Avati ha dedicato all’Alighieri. «Oggi è venuta un po’ a mancare la capacità di immaginare, di illudersi, anche in amore – afferma – Dante racconta di aver pianto per disperazione, di essere svenuto per l’emozione. Questa cosa è bellissima»

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di prendere parte a questo film?

È stato un momento molto forte. La mia agenzia mi ha chiamato dicendomi che Pupi voleva incontrarmi per parlarmi del progetto. Avevo letto tanto tempo prima di come lui stesse lavorando al film “Dante”, e avevo pensato che sarebbe stato bello prendervi parte. Quello che non mi aspettavo, però, era che mi proponesse di interpretare il personaggio del Sommo Poeta. Quando accadde rimasi senza parole, pur fingendo tranquillità. Arrivato a casa non riuscii a guardare la sceneggiatura perché mi sentivo in soggezione. Poi presi coraggio e cominciai a leggere. La tensione iniziale era legata principalmente al fatto che i miei ricordi di Dante erano quelli scolastici, al di là di qualche lettura personale fatta negli anni successivi.

Che ricordo ha del suo primo incontro con Dante sui banchi di scuola?

Ricordo una certa inquietudine. Ero affascinatissimo, come tutti, dall’Inferno, tanto che mi immedesimavo molto in ciò che leggevo. L’inferno così dark mi creava una certa agitazione. Nel cinema mi piacciono molto l’horror, il gotico, e c’è tanto di questo nelle immagini che Dante ci racconta. Anche per questo, crescendo e rileggendolo, ho imparato ad apprezzarlo diversamente.

Il film l’ha portata a scoprire un Dante differente…

Partivo dall’immagine di un Dante un po’ austero, legato alla debolezza di non riuscire a soddisfare il bisogno d’amore. Certo, c’è anche questo aspetto. Ma ci sono molti lati meno conosciuti della sua personalità che invece sono decisi e consapevoli. Penso ad esempio al fatto che Dante ha scritto la Divina Commedia, tra le varie ragioni, per ritornare a Firenze ed essere fatto poeta, è un segno della consapevolezza del suo enorme talento. Era ambizioso. Dante era anche la persona che scelse di tradire la sua più grande amicizia per seguire la strada politica.

Quanto rimane di attuale della visione dantesca di amore e amicizia?

Oggi c’è bisogno di poesia, è venuta un po’ a mancare la capacità di immaginare, di illudersi, anche in amore. Siamo molto cauti nell’affrontare i rischi nelle relazioni, sono cambiati i tempi. Però è anche vero che si sono persi quel gioco e quella sofferenza tipiche di un amore insoddisfatto, della fatica di amare e di farsi amare. È tutto un po’ più cauto, meno poetico. Più che fare un paragone, c’è l’auspicio che ritorni la poesia, che sia tutto meno materiale, più sognato.

Il Dante che ha portato sullo schermo non è solo spirito, ma è un uomo molto passionale…

Anche questa è una caratteristica che a scuola non emergeva. Per avvicinarci un po’ di più anche alle sue opere è bello conoscere altri aspetti della sua personalità, tra cui la sua passionalità. Cosa che abbiamo scoperto da Boccaccio, un aspetto quasi mai raccontato.

Cosa le ha insegnato Dante?

Tante cose, è stata un’esperienza che sotto molti aspetti devo ancora metabolizzare. Leggendo la sceneggiatura e rileggendo le opere dantesche ho trovato forza nelle stesse parole del Poeta, nella sua determinazione nell’esprimere i sentimenti in modo così libero. Nel rileggere “La Divina Commedia” o “La Vita Nova”, mi ha stupito vedere la mancanza di imbarazzo. Se oggi mostri le tue fragilità non sempre vengono lette così bene, noi pensiamo di essere liberi nell’esprimere i nostri sentimenti, ma c’è una tendenza a uniformarci. Dante racconta di aver pianto per disperazione, di essere svenuto per l’emozione. Questa cosa è bellissima.

Sul proprio personaggio mai nessun giudizio…

Bisogna capirlo, nonostante talvolta sia complesso farlo. Ricordo che a proposito dei lati oscuri di Dante, ho faticato ad accettare come abbia fatto a votare per l’esilio del suo miglior amico, come un’amicizia così profonda possa essere finita in quel modo. Pupi mi ha detto: è umano, in quel momento era più forte la sua ambizione.

Non è nuovo a immergersi nella storia, da “I Medici” a “Leonardo”, ora “Dante”. Cosa le hanno lasciato queste esperienze?

Negli ultimi anni sono salito un po’ sulla macchina del tempo. Sicuramente ho avuto modo di approfondire, di immergermi letteralmente in altre epoche con tutte le scarpe. In Dante c’è tanta Italia vera che è oggi come all’ora.

Giovane e con una carriera importante. Cosa significa essere un attore?

Una domanda difficile (sorride). Ci sono ragioni che riguardano solo me e altre le persone che vedranno il mio lavoro. Fare l’attore mi dà la possibilità di immergermi in realtà che non conosco e questo mi aiuta anche a capirmi meglio. Penso anche che si sia creata una sorta di fusione tra l’aspetto personale e quello lavorativo. Ogni personaggio, infatti, è stato un’occasione per scoprire qualcosa di me. E poi c’è la grande soddisfazione di arrivare alle persone che si immedesimano nel personaggio che hai interpretato.

Se guarda al futuro cosa pensa e cosa prova?

Vorrei essere speranzoso. Viviamo tempi difficili, complicati per tutti. La mia speranza è che si vada in qualche modo a migliorare. Che si ritorni a essere un po’ più poeti e sognatori.

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Atuttocalcio

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SPORT

Jacopo Volpi conduce il nuovo appuntamento sportivo di Rai 2: la cronaca, i commenti, i personaggi, la voce dei tifosi: «Raccontiamo il calcio con serietà ma sempre con il sorriso sulle labbra»

Il venerdì sera, quando il fine settimana calcistico sta per prendere il via, su Rai 2 arriva “Atuttocalcio”…

Ci regala un po’ di continuità, abbiamo deciso di non dare tregua agli appassionati di calcio che non hanno neanche un giorno libero, ormai si gioca tutti i giorni (sorride). Mi piace ispirarmi a un programma che facevo vent’anni fa che si chiamava “Sportivamente” nel quale cercavo di fare il rotocalco d’attualità. Facciamo grande attenzione alle partite che si giocano il sabato, sperando anche che le nostre squadre vadano avanti nelle coppe europee. C’è uno studio fisso con Eraldo Pecci e Sebino Nela, che sono due finti anziani, sempre aggiornatissimi, leggono, studiano, e poi c’è Giulia Stronati che apre la finestra sul mondo del calcio attraverso i social. Ogni settimana cerchiamo di raccontare una storia, nella prima puntata ci siamo occupati di Zaccheroni, per cercare di capire come mai un allenatore così bravo non allena più. Nella seconda della Lazio dello scudetto, venerdì scorso sono stati i cento anni di Tommaso Maestrelli. Di contrasto con l’amarcord ci sono le interviste, le conferenze stampa. E poi la voce della gente comune, anche attraverso i social, per parlare del campionato più atipico del mondo, che sarà interrotto dal Mondiale e che riprenderà a gennaio. Il programma è divertente, con l’aiuto del direttore Alessandra De Stefano, mi sono costruito una bella squadra, sono contento del gruppo.

Che cosa significa raccontare il calcio oggi?

Per quanto ci riguarda e finché ci sarò io il calcio, pur riconoscendone l’importanza anche in termini economici, verrà sempre raccontato con serenità e con il sorriso sulle labbra. Il calcio va raccontato bene, i social e la Var sono importanti, ma non hanno la verità assoluta. Facciamo un racconto di cronaca insieme ai commenti di Pecci e Nela. Ci saranno anche puntate meno divertenti perché dovremo parlare di arbitri, di squadre che falliscono, di financial fair play, ma cercheremo di occuparci il più possibile di come le squadre giocano in campo.

Come vedi questa prima fase del campionato?

Molto equilibrata. I pronostici sino a ora sono stati smentiti, quasi tutti abbiamo detto Inter e Juventus, Juventus e Inter, invece sto vedendo un grandissimo Napoli, che arriva ai risultati tramite il gioco e questa è una cosa bellissima. Il Napoli di Spalletti sta facendo buone cose, in campionato e a livello internazionale. E poi c’è un grande equilibrio, l’Inter e la Juve si riprenderanno, il Milan è la squadra che ha vinto lo scudetto, ha problemi di infortuni, ma gioca sempre un bel calcio. E poi ci sono bellissime realtà come l’Atalanta, che ha un allenatore fantastico, e l’Udinese, che sta nelle prime posizioni della classifica in modo meritato. Un campionato un po’ atipico, ma molto equilibrato e divertente da raccontare.

Molti colleghi giornalisti dicono che oggi nei calciatori ci sia meno umanità, che facciano fatica a lasciarsi andare, tu come la vedi?

Non c’è meno umanità, è il discorso della comunicazione che ci riporta, in qualche modo, ai social. Quando ebbi la fortuna di iniziare a fare questo mestiere e scrivevo per “Il Tempo”, diretto allora da Gianni Letta, seguii per cinque anni la Roma dello scudetto. Incontravo tutti i giorni tutti i giocatori, Pruzzo, Falcao, Di Bartolomeo, c’era un rapporto diretto. Adesso la comunicazione è bloccata, se c’è un giocatore intelligente, che vuole dire cose intelligenti, che vuole lasciarsi un po’ andare, che vuole fare un’intervista approfondita, non ce la fai. Vai in sala stampa, ti portano un giocatore, una domanda per uno e se ne vanno. Anche i giocatori più intelligenti sembrano persone aride. Da questo punto di vista il calcio non si fa una bella propaganda.

Cosa ti aspetti dai Mondiali?

Se dovessi scommettere non saprei che fare. C’è la Francia campione del mondo, c’è l’Argentina, che ha giocatori importanti in attacco, il Brasile è sempre il Brasile, e poi ci sono altre squadre che possono arrivare, il Belgio di solito i grandi appuntamenti li fallisce, e poi c’è l’incognita di Cristiano Ronaldo, grande calciatore del Portogallo che sta invecchiando mestamente in panchina perché non è nelle condizioni di entrare. Ci aspettano tante belle partite che la Rai trasmetterà giorno e notte.

Mi regali un aggettivo per i tuoi compagni di viaggio, Pecci, Nela e Stronati?

Pecci geniale, Nela pragmatico e Giulia ottimista, un bel sorriso in studio aiuta sempre.

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Sulla notizia, anche il sabato e la domenica

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GIUSI SANSONE

Correttezza, completezza e grande passione sono le caratteristiche con cui la giornalista conduce Agorà Weekend, l’approfondimento di politica e attualità di Rai 3

Ogni fine settimana approfondimenti di politica e attualità. Com’è partita questa nuova stagione?

Venendo da una bellissima stagione, quella dello scorso anno, abbiamo cercato di mantenere la nostra identità che è molto forte. Abbiamo seguito il solco già tracciato da “Agorà”, un marchio che ha successo da molti anni.  Già dallo scorso anno, quindi, abbiamo occupato anche la stessa fascia oraria il sabato e la domenica con una proposta ben articolata. Abbiamo continuato a credere in un’offerta di informazione e di approfondimento, da servizio pubblico. Ripartiamo da questa sfida premiata dal pubblico.

Continuare a parlare di politica e di attualità nel fine settimana vuol dire tenere alta l’attenzione sui fatti più importanti e stare sulla notizia sette giorni su sette…

Nel pieno spirito del servizio pubblico, siamo la prima finestra informativa su Rai 3 perché il primo telegiornale il sabato e la domenica arriva più tardi. Però dobbiamo offrire qualcosa di più. Oltre alla prima notizia, dobbiamo dare anche uno spaccato sulla realtà che ci circonda, in una fase storica di grandi cambiamenti. E’ ciò che ci chiede il nostro pubblico che è esigente e molto strutturato dal punto di vista culturale.

Il nubifragio nelle Marche, il caro bollette, le elezioni ma anche la guerra, i funerali della Regina. I temi che si è trovata davanti sono stati davvero tantissimi. Un inizio particolarmente impegnativo?

Non direi, almeno rispetto alla scorsa stagione no, se pensiamo che c’era il Covid e che poi è arrivata la guerra. Insomma, negli ultimi due anni abbiamo passato momenti che sono già storia. Per chi fa informazione è una grande avventura questa, perché ci siamo ritrovati nell’occhio del ciclone mentre il ciclone stava avvenendo. Davanti a una notizia noi giornalisti ne diventiamo testimoni e dobbiamo spiegarla. Ad “Agorà Weekend” lo facciamo con l’aiuto di tanti professionisti ospiti della nostra piazza greca, bellissima metafora. Sempre con correttezza, completezza e grande passione, così com’è la Rai.

Quali sono le chiavi di lettura di “Agorà Weekend” dei fatti che accadono quotidianamente nei territori?

Vengo dal Tg3 e mi porto dietro la grande esperienza del telegiornale in una rete che è proprio vicina alla gente. Per questo abbiamo scelto un modo di raccontare che parte dalle storie delle persone, dai fatti che accadono anche nelle piccole città, in territori dimenticati. Le periferie del mondo e quelle italiane sono una nostra tradizione. Portiamo questa esperienza nella piazza di Agorà e cerchiamo sempre di essere vicini ai territori, come è accaduto per il terremoto, per la crisi economica delle periferie o dei piccoli centri, per le problematiche delle famiglie e dei pensionati. Una lettura a strati che ci permette di andare un po’ più a fondo, per cercare le motivazioni. Mi piace partire dalle storie raccontate nei collegamenti per poi tornare in studio a ragionare con gli ospiti, sempre variegati.

Entri nelle case degli italiani sempre con toni pacati e riflessivi. Quanto è importante il garbo nella comunicazione di oggi?

I toni pacati e riflessivi sono una mia caratteristica che mi riconoscono in molti. A me piace parlare con le persone in televisione come se entrassi a casa loro, con educazione e sensibilità, lo facevo anche nei telegiornali. Questa è una caratteristica che permette di creare empatia sia con i protagonisti delle storie sia con la gente a casa. Ci sono momenti in cui ti senti dentro al racconto.

La sveglia ha iniziato a suonare di nuovo molto presto il fine settimana. Come sono gli altri giorni?

Il fine settimana è un trauma! (ride) Mi sveglio alle 4.20, mi preparo e alle 5.15 sono in Rai a Napoli, che è un centro di produzione meraviglioso. Sono napoletana e tornare nella mia città è un’esperienza bellissima. Gli altri giorni della settimana, in particolare il lunedì, la sveglia continua a suonarmi nella testa e quando, verso il giovedì e il venerdì, inizio ad abituarmi a svegliarmi più tardi, ecco che arriva il sabato… Ma c’è anche un bell’aspetto, perché svegliandomi molto presto ho la sensazione di avere davanti una giornata lunghissima.

Quali sono le tue passioni che non vediamo in televisione?

Amo molto camminare e la mattina, quando posso, faccio tanti chilometri. Guardo tanto davanti a me e scruto il cielo, le nuvole, gli alberi. Quando cammino immagino e fantastico. Mi piace trascorrere il tempo con mia figlia, spiegarle le cose che accadono nel mondo. Mi piacciono l’arte e la lettura. Ho passioni abbastanza comuni. Ma il più grande sogno che ho realizzato è il mio lavoro. Ero una ragazza con la valigia, con la speranza di diventare giornalista. Quello di oggi è un gran lavoro di squadra e l’amore che ci metto è stato anche coltivato grazie alle persone con cui ho lavorato e che me lo hanno trasmesso. Nella vita bisogna avere passione!

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La vita tra tragedia e commedia

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BARBARA RONCHI

Ha studiato archeologia, ma sognava di fare l’attrice. Al RadiocorriereTv confida: «Felice di avere incontrato Diana, quello di “Imma Tataranni” è davvero un viaggio speciale». E svela: «Girare la serie mi ha fatto amare Matera e scoprire i peperoni cruschi, che non mancano mai sulla mia tavola». Giovedì 13 ottobre su Rai 1

Partiamo da Diana De Santis, com’è stato l’incontro con il suo personaggio?

È iniziato quattro anni fa ed è stato scandito dalla nascita e dai primi anni di mio figlio. Quando feci i provini per fare Diana ero incinta di Giovanni, durante le riprese della prima stagione a Matera lui aveva appena tre mesi e lo allattavo sul set. Anche quando siamo tornati in Basilicata per la seconda stagione, ed eravamo in lockdown, mio figlio era con me. È stato ed è un viaggio speciale, fortemente legato alla mia amicizia con Vanessa. Eravamo amiche da prima di “Imma Tataranni”, poi ci siamo ritrovate a fare Diana e Imma sul set, ed è stato bellissimo.

Nel corso delle puntate abbiamo visto Diana cambiare…

Penso che Diana sia un personaggio molto bello, mi sembra che il percorso che gli sceneggiatori hanno scelto per lei sia abbastanza chiaro. Lei è una donna legata al suo paese, alle convenzioni e a convinzioni. All’inizio pensa ad esempio che una donna non sia completa se non sta con un uomo, o che quando affronti un divorzio e hai una figlia non puoi permetterti di vivere un’altra storia d’amore, per ciò che potrebbero pensare gli altri. Ma nel corso della serie Diana si emancipa, prende consapevolezza cercando di vivere la propria vita da sola.

Diana è un po’ il controcanto della stessa Imma, cosa le accomuna?

L’amicizia, il bene che nutrono l’una per l’altra. Diana è una di quelle persone che Imma si porta dietro da tutta la vita. È la compagna di banco che non ha mai lasciato, che la conosce da quando era piccola, che l’ha vista sposarsi, avere dei figli, con cui condivide il lavoro. Il fatto divertente è che l’unica cosa che Diana non capisce è ciò che è sotto gli occhi di tutti: la storia tra Imma e Calogiuri. E questo crea il leitmotiv comico.

I suoi compagni di viaggio parlano della serie con grande affetto, cosa le sta lasciando questa esperienza?

A me lascia un gruppo di lavoro incredibile. Vanessa, Alessio Lapice, Massimiliano Gallo sono stati compagni di viaggio meravigliosi. E poi l’incontro con il regista, Francesco Amato, che ha diretto il tutto in maniera magistrale. Le serie sono progetti molto complicati, quelle molto lunghe possono anche venire a noia, e non è questo il caso, non per noi che la facciamo, come cast artistico, né per gli spettatori che la guardano e che l’hanno aspettata per tanto tempo. Il pubblico ci vuole bene e ci ripaga, e il bene è reciproco.

Romana ma con l’accento lucano impeccabile…

Abbiamo lavorato con una coach, Lia Trevisani, che ha seguito tutti gli attori non materani della serie. È bravissima come coach ed è anche un’attrice molto in gamba: è riuscita a coniugare il lavoro dell’accento e del dialetto, dandoci anche l’interpretazione.

A Matera come è andata?

Matera l’abbiamo vissuta in diversi momenti e non perde mai il suo fascino, sia nel silenzio più totale sia quando la gente la anima. Sembra che in città ci sia sempre qualcosa di sospeso, che non cambia mai.

Un territorio dalla storia millenaria che avrà sollecitato la sua passione per l’archeologia, disciplina nella quale è laureata…

Giravamo dal lunedì al sabato e la domenica si andava alla scoperta di Matera e dei suoi dintorni, a partire dalle chiese rupestri, del sasso Barisano, dal sasso Caveoso. Gite storico-archeologiche, ma anche enogastronomiche…

Quali sapori ha scoperto?

Vabbè, su tutti i peperoni cruschi, che anche adesso ho sempre in casa (sorride). Non c’è un piatto sul quale non li metta. Adoro anche la purea di fave e cicoria, altro piatto della tradizione lucana.

Quando nasce la sua passione per la recitazione?

L’ho scoperta sin da piccola, con le recite scolastiche. Poi sono arrivati i laboratori teatrali pomeridiani, i testi scritti con il mio gruppo di teatro, le scenografie realizzate da noi. Ne frattempo andava avanti il mio percorso di studi. La svolta ci fu quando a un nostro spettacolo vennero ad assistere dei professori dell’Accademia, che al termine mi chiesero se avessi mai pensato seriamente di fare l’attrice da professionista. A dire il vero ci avevo pensato, ma avevo paura, mi vergognavo di dirlo. Una volta laureata mi dissi: provaci adesso, datti una possibilità. Mi piacevano la storia e l’archeologia ma volevo qualcos’altro, sentivo di non essere fatta per quel tipo di ricerca. Arrivò tutto al momento giusto.

Come vive il rapporto con una popolarità crescente?

Con molta serenità. Le persone che mi guardano, che mi riconoscono e mi fermano per la strada lo fanno sempre con molta grazia. Quelli che vedo intorno a me sono tutti gesti d’affetto e questo mi fa molto piacere, anche il quartiere in cui vivo a Roma sembra partecipare alla mia felicità. Mi capita dal macellaio sotto casa, con il giornalaio e il fioraio, con i miei vicini.  È divertente e fa piacere.

La cifra della commedia le appartiene, così come quella drammatica, quali sono i personaggi che si sente meglio addosso?

I personaggi e le storie che riescono a coniugare gli aspetti del tragico e della commedia, una sorta di commedia umana.

Un attore dona energia ai propri personaggi, come ricarica le batterie?

Non è sempre facile, poi quando hai un figlio piccolo tutte le energie che ti rimangono sono per lui, ho imparato però a dosare bene il tempo. L’energia la recupero al mare, la faccio mia durante l’estate e la porto con me per tutto l’anno. Amo l’isola de La Maddalena, è il mio posto del cuore, il luogo in cui desidererei, un giorno, trasferirmi, invecchiare, rimanerci. Anche nel corso dell’anno cerco di scappare in qualche posto di mare, per guardare l’orizzonte, per fare una passeggiata, per leggere un libro sulla spiaggia.

Cosa significa essere un attore?

Avere la possibilità di portare te stesso e qualcun altro in un’altra storia. L’attore ti fa conoscere verità diverse da quelle che hai sempre considerato, ti mostra altri modi di vivere e di essere.

Tanta fiction e tanto cinema, il suo è uno dei volti che più piacciono agli spettatori, dove la vedremo nei prossimi mesi?

Sarò alla Festa del cinema di Roma con “Era ora” di Alessandro Aronadio con Edoardo Leo. Ho finito di girare “La Conversione” di Marco Bellocchio e sto girando in questo periodo il film di Maria Sole Tognazzi. E poi, con l’anno nuovo, gireremo la terza stagione di Imma.

Cosa la rende felice?

Mio figlio, l’amore della mia vita. Qualsiasi sua piccola conquista quotidiana mi dà gioia.

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Il mare è desiderio, paura e speranza

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LINO GUANCIALE

L’attore abruzzese, tra i protagonisti di “Sopravvissuti” al RadiocorriereTv: «Ogni passeggero dell’Arianna è reso uguale agli altri dal non avere più niente, è il dato per combattere e sopravvivere». Lunedì 10 ottobre le nuove puntate della serie di Rai 1 diretta da Carmine Elia

Il naufragio, la morte e la disperazione. Quindi il ritorno a casa dei superstiti e per loro un grande segreto da proteggere…

Credo che ci si possa immedesimare tanto nella vicenda di queste persone che ci somigliano molto. L’equipaggio è variegatissimo e rappresenta un po’ un campione statistico, con classi e provenienze diverse, del nostro Occidente privilegiato. Ognuno di loro si trova però democraticamente reso uguale agli altri dal non avere più niente, è il dato per combattere e sopravvivere. Di fronte a tutto questo la scelta è molto difficile e altrettanto chiara: che cosa sei disposto a sacrificare, di quello in cui credi, moralmente, per sopravvivere? Anche chi come il mio personaggio, Luca Giuliani, si trova a difendere fino in fondo ciò che ci rende umani davvero, ed è guidato dal desiderio di tornare a casa, punto e basta, si trova davanti questo muro, perché restare umani costa moltissimo. Chi ci seguirà fino al 12° episodio vedrà davanti a quali scelte e dubbi, che sono quelli della nostra vita quotidiana, si troveranno i personaggi. Il filo d’Arianna è questo, la catena di scelte che fai per tornare a casa.

Il mare, così come il viaggio o la sopravvivenza. Questa vicenda è ricca di elementi simbolici, a quali si sente più vicino?

Al mare, cosa che non avrei detto fino a qualche anno fa. Non sono nato in un luogo con il mare a disposizione, non sono cresciuto con il mare nel mio paesaggio o come sfondo fisiologico dell’orizzonte, però sono cresciuto con il mare come orizzonte della mente. Da bambino, poi da ragazzo, sono stato appassionato di romanzi d’avventura, da Stevenson a Verne, a Salgari, e lì il mare c’è sempre, lo respiri anche quando non c’è. Ho sempre contemplato il mare all’interno dei miei pensieri come simbolo del desiderio, della paura e anche della speranza. Niente ti fa sperare di più se non vedere l’orizzonte lontano del mare. Anche negli spettacoli che ho fatto negli ultimi anni il mare c’è sempre stato, e ora c’è “Sopravvissuti”, in cui c’è tanto. Sono contento che questa serie mi abbia dato la possibilità, umana prima ancora che professionale, di approfondirne la conoscenza da un punto di vista tecnico. Questo gesto primitivo, se si vuole, ma decisivo che l’uomo fa da millenni, di solcare il mare con le vele, è una cosa di enorme fascino. Essere in grado, adesso, di orientarmi meglio in quel linguaggio, mi ha dato come l’impressione di avere imparato davvero una lingua nuova con una letteratura molto appassionante…

Un rapporto divenuto più consapevole…

… mi sono sentito come se potessi, d’un tratto, leggere correntemente il giapponese e tutta la meravigliosa letteratura medievale giapponese. È stata la stessa sensazione, potere leggere meglio che cosa significhi andar per mare.

Tra i protagonisti di questa avventura ci sono quattro giovani sceneggiatori. Che valore aggiunto hanno portato?

Questo è un progetto enorme sin dal concept, che è tutto loro. Sono stati poi capacissimi di tradurre un’ottima idea iniziale, un ottimo soggetto, in una sceneggiatura completa, complessa, stratificata, che ha dato tanto materiale a noi attori e che ci ha consegnato soprattutto la bellezza di poter lavorare non tappando dei buchi o “accontentandoci” dello script. Ho trovato poco di già letto, perché anche lì dove ti trovavi a esplorare situazioni di conflitto di coppia, di conflitto intergenerazionale, di dinamiche action, già sperimentate in racconti più classici, il contesto era talmente nuovo che acquisiva un altro valore. Un lavoro importante parte sempre dalla scrittura, la chiave di tutto, insieme ai mezzi che hai per sognare la serie nel momento in cui la scrivi.

Trovare equilibrio in un racconto corale non è spesso facile, soddisfatto del risultato raggiunto?

Credo che le narrazioni seriali moderne più forti siano quelle corali, in cui magari c’è un personaggio che fa da chiave d’accesso privilegiata per fare entrare lo spettatore nella storia, ma in cui poi i protagonisti sono tanti. Sono costruiti così tantissimi successi degli ultimi anni, “Madmen” ha Don Draper, ma vogliamo dire che gli altri siano dei comprimari? Sono dei protagonisti della narrazione. Stessa cosa che accade in “Euphoria”, con Rue. Sono tutti quanti protagonisti di ciò che accade, nessuno è un personaggio secondario. Anche se poi il protagonista è leggibile, in realtà la sua sovranità è negoziata con il desiderio di restituire allo spettatore uno scenario il più ricco possibile, con tante diverse figure in cui riconoscersi, specchiarsi od oggettivare qualcosa di distante da sé. Le grandi storie sono fatte così, ti offrono tante cose davanti per godere di più del racconto a cui assisti. Non sono mai stato un fan delle narrazioni con un protagonista verticistico.

Genova città di mare, com’è andata?

Benissimo, l’abbiamo vissuta in un periodo estremamente particolare perché eravamo in piena seconda ondata ed è durata otto mesi. Abbiamo vissuto tanto chiusi in albergo, tanto nelle piazze della città con capienza ridotta, in virtù delle fasce gialle o rosse in cui molto spesso la Liguria e la città di Genova finivano. Nonostante queste difficoltà l’abbiamo vissuta come uno scenario ideale. È un paesaggio cinematografico estremamente ricco, che ti restituisce sia l’implacabile freddezza di alcune architetture, funzionale per un certo tipo di racconto, sia il calore di altri scorci, come quelli della città vecchia, che allo stesso tempo si portano dietro un carico di bellezza e potenziale claustrofobico che sono l’ideale per una narrazione come la nostra. Genova è versatilissima e si consegna, nelle mani di chi gira lì una storia, abbastanza trasversalmente rispetto ai generi da ambientarci.

Lino Guanciale protagonista ancora una volta sullo schermo e adesso anche in libreria con un libro al quale tiene particolarmente, com’è andato questo debutto?

Il 20 settembre è uscito in libreria “Inchiostro”, un lungo racconto illustrato che ho pubblicato con Round Robin, una bellissima casa editrice indipendente, e con le illustrazioni di Daniela Volpari, disegnatrice meravigliosa. La storia è concepita per essere letta tutta d’un fiato, difficile anche lì parlare di inquadramento di genere. Chi l’ha letto, e lo ha amato, ha parlato di una specie di solco da Piccolo Principe intrapreso da questa scrittura, e ne sono lieto. Questo racconto io l’ho visto un po’ crescermi fra le mani durante il lockdown. Ho sempre scritto tanto, però funzionalmente al lavoro, come ritratti di personaggi che dovevo interpretare. Questa volta mi è nata una storia che ambiva a finire nelle mani di qualcuno che la leggesse, e così ho dato soddisfazione a un bisogno. Chi lo legge mi dice come sia molto facile riconoscersi nella protagonista nonostante l’assurdità di ciò che le capita: i suoi tanti tatuaggi impazziscono, prendono vita propria e cambiano continuamente posizione sul suo corpo finché lei non capisce che vogliono dirle qualcosa e comincia a seguirli. Sono loro a indicarle la strada verso un cambiamento importante. Essere alle prese con cambiamenti o sconvolgimenti importanti, torniamo anche a “Sopravvissuti”, è una cosa in cui ci si riconosce. Tutti noi siamo sempre o in procinto di attraversare, o stiamo attraversando, o abbiamo appena attraversato, delle soglie importanti nelle nostre vite, con tutto quello che costa farlo.

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Con Dante per riscoprire il Per Sempre

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PUPI AVATI

Il grande regista racconta il lato umano del Sommo Poeta nel film di Rai Cinema: «Ho cercato di proporre un Dante estremamente umano, con cui l’identificazione possa essere totale»

Un progetto, quello del suo “Dante”, che viene da lontano. Cosa prova oggiche questo film è diventato realtà, che ha raggiunto il grande schermo?

Una trepidazione dopo una rincorsa di vent’anni che è stata anche piacevole, e che ha fatto sì che la mia conoscenza di Dante, del mondo dantesco, del rapporto del Poeta con la cultura del suo tempo, soprattutto con Boccaccio, crescesse. Penso alle mie varie ricerche che in qualche modo si disseminano nell’arco della narrazione, alla collaborazione con i tanti dantisti che hanno partecipato come consulenti a questa scrittura: un periodo anche felice, in cui Dante è stato qui con me, con Boccaccio, forse per troppi anni. L’attesa, a un certo punto, induceva anche alla rassegnazione, ma io sono una persona caparbia e avevo la sensazione che fosse un film, come ha scritto un illustre intellettuale di recente, necessario. Dante andava risarcito, cinematograficamente o televisivamente parlando.

Un vuoto da colmare con un’opera capace di raggiungere una grande platea…

Si è trascurato l’italiano al quale dobbiamo di più, più celebre e tradotto nel mondo, e che ha avuto una vita avventurosa e dolorosa. La scuola ha un approccio diverso nei riguardi della sua vita e della sua opera. Andava in qualche modo supportata da un tipo di racconto che intervenisse sugli aspetti umani di questo personaggio. Attingendo da quell’opera indispensabile che è “La Vita Nova”, questo diario che Dante stesso ci ha lasciato all’indomani della morte di Beatrice, e dal trattatello di Boccaccio che è la prima biografia che abbiamo dell’Alighieri. C’erano delle premesse, dei presupposti, tra i quali il viaggio che Boccaccio fece da Firenze a Ravenna per andare a conoscere la figlia di Dante e portarle un modesto risarcimento di dieci fiorini d’oro, come se fossero sufficienti a risarcire del tanto male che i fiorentini avevano fatto al padre.

Che ricordo ha del suo primo incontro con Dante al tempo della scuola, della lettura de “La divina commedia”?

Penso alla curiosità che poteva indurti quel mondo ultraterreno, soprattutto l’Inferno, penso alla fascinazione che dà a un ragazzo il fatto che quell’aldilà venga descritto con una dovizia di particolari straordinaria. La spettacolarità dell’Inferno non poteva non sedurti. Tuttavia, l’autore di quell’opera, colui che l’aveva immaginata, rimaneva sempre sfocato, in campo lungo, senza una spiegazione sufficiente o una seduttività che un autore deve produrre nel fruitore, che sia un lettore o uno spettatore cinematografico. Ho cercato di proporre un Dante estremamente umano, con cui l’identificazione possa essere totale.

Quanta attualità c’è in Dante?

Dante è vissuto in un mondo in cui la sacralità prevaleva su tutto. È evidente che il mondo di oggi è estremamente distante, lo dimostra il fatto stesso che si sia affidato, per comunicare la sua visione delle cose, a uno strumento così elevato come la poesia. Sappiamo bene come oggi il poeta sia totalmente anacronistico, al di fuori di qualunque contesto. Il poeta vive di sue urgenze personali, scrive e cerca di pubblicare poesie ma consapevole che difficilmente gli daranno la gloria, difficilmente lo arricchiranno. Tra gli strumenti dell’espressione del sé la poesia è sicuramente quello più puro, meno contaminato dal commercio, quindi quello più distante da noi.

Racconta un Dante che non è solo spirito, ma anche un uomo che si confronta con le proprie passioni…

Non ho immaginato o inventato niente di più di quello che ha raccontato Boccaccio e che si desume da “La Vita Nova”, sono gli aspetti della sua quotidianità. Ad esempio, un Dante lussurioso, che amava le donne, un Dante che è inimmaginabile, lo si pensa sempre legato a quell’amore fatto di puro spirito per Beatrice, che certamente c’è, esiste, che lo accompagna per tutta la sua vicenda umana. Simultaneamente Dante continua a essere anche un essere umano, che tenta una carriera politica, con molti problemi, pieno di debiti, che accattona la sopravvivenza di signoria in signoria dove di volta in volta viene poi anche allontanato, un uomo che ha paura di combattere a Campaldino. Queste componenti lo avvicinano tantissimo. Quando lui incrocia il suo sguardo in quello di Beatrice, prima una bambina, poi una ragazza, che diventerà una donna e sposerà un altro e morirà, abbiamo la sensazione che in quello sguardo ci sia un’emozione universale.

Cosa ci insegna Dante?

La bellezza dell’idea che ci sia un sempre, questa locuzione avverbiale che è uscita dal nostro lessico. Vengo da un’Italia remota che, fino agli anni Sessanta, credeva in questo per sempre, era applicabile all’amore come all’amicizia, alle tue passioni di quel momento. Vivevi nella convinzione di poterti impegnare con le cose per sempre. Adesso tutto è volatile, volubile, destinato a durare un niente, in tutti gli ambiti. Tutto è perituro tranne la morte, l’unico momento della nostra esistenza al quale possiamo applicare questa locuzione. Dante ha una visione ancora diversa, sacrale in quel capolavoro che è “La Commedia”, che lo impegna per vent’anni, scritto nelle condizioni più punitive, più negative nelle quali si possa scrivere, perché scappando corre il rischio di essere bruciato vivo, decapitato. Scrive un capolavoro che si conclude con questa sua autocertificazione: “E io ch’al fine di tutt’i disii”, è il momento in cui, depurato da quelle che sono le tentazioni, i ricatti della vita, arriva a incontrare “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, Dio. Insieme alla sua opera si conclude la sua vita. Non possiamo non immaginare che questo libro non sia un testo sacro.

Ha un ricordo che le è particolarmente caro dei due mesi trascorsi sul set?

I momenti in cui io non riuscivo a dire stop alla scena, quelli in cui Beatrice incrocia il suo sguardo con quello di Dante. In quei momenti sarei restato lì per sempre. Lo sguardo di lei è di una profondità e di un’intensità assolute, mi sono perduto in quello sguardo diventando il giovane Dante. Pur nel dolore, pur scambiando quello sguardo nell’istante in cui lei si sta sposando con un altro. È totalmente appagante e ti dice quanto Beatrice sia consapevole di essere Beatrice. Non è una barbie. Non è una bella ragazza e basta, è molto di più.  Questi sono stati i momenti più alti della lavorazione.

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Flesh and Blood

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MINISERIE

Un avvincente dramma dai toni brillanti e spiritosi in prima visione assoluta il 6 e il 7 ottobre su Rai 3

Creata da Sarah Williams, diretta da Louise Hooper e con un cast strepitoso, “Flesh and Blood” è una miniserie tipicamente British (girata a Pevensey Bay, nell’East Sussex), in bilico tra mystery e dark comedy, che esplora le dinamiche di una famiglia e le relazioni tra le persone quando lentamente si avvicinano a una tragedia e a un possibile crimine. Helen, Jake e Natalie, tre fratelli adulti, rimangono sconvolti quando la loro madre, Vivien (Francesca Annis), vedova settantenne benestante e attraente, perde la testa per Mark, (Stephen Rea), medico di famiglia in pensione, anche lui vedovo e perfetto gentleman inglese con un disperato desiderio di sposarsi.  Le priorità di Vivien si spostano dunque lontano dai figli che cominciano a preoccuparsi e a insospettirsi di questa relazione. La felicità del matrimonio di 45 anni tra i loro genitori (Terry è il padre morto da 18 mesi), viene messa in discussione, creando una scossa sismica nelle vite dei tre figli. Segreti, bugie, rivalità e tradimenti che per anni sono rimasti nascosti minacciano di far saltare in aria tutto ciò che hanno di più caro. I ricordi felici della loro infanzia e la loro eredità, con la grande casa di famiglia che si affaccia sulla costa meridionale, sono improvvisamente minacciati dall’arrivo di Mark. I fratelli vogliono sapere di più su di lui. Ma i loro rancori sepolti da tempo e le complicate vite personali permetteranno ai tre fratelli di collaborare per raggiungere l’obiettivo? Poi c’è Mary (Imelda Staunton), che vive accanto a Vivien da 40 anni. Nonostante non sia una di famiglia, Mary appare eccessivamente attenta a Vivien e al dramma in corso nella sua famiglia. La scena iniziale ci mostra – lasciando molto all’immaginazione – che sulla spiaggia della ventosa costa del Sussex è successo qualcosa di grave, mentre la Polizia interviene aprendo un’indagine… Realizzato da un team creativo tutto al femminile, “Flesh and Blood” è una potente riflessione sulla mascolinità tossica e sulle famiglie disfunzionali, piena di suspense e inaspettatamente divertente.

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Gli amori di Mina

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SERIE TV

Mamma Olga, l’ex marito Claudio e l’affascinante ginecologo Mimmo. Sono gli affetti più cari dell’assistente sociale dal cappottino rosso protagonista della serie ispirata ai romanzi di Maurizio De Giovanni, interpretata da Serena Rossi. Nei loro panni Marina Confalone, Giorgio Pasotti e Giuseppe Zeno. La domenica in prima serata su Rai 1

Marina Confalone è mamma Olga

In “Mina Settembre” la cifra drammatica e la commedia si intrecciano… come ha vissuto l’incontro con questa storia?

Mi hanno sorpreso parecchio sia il successo della fiction sia quello del mio personaggio, anche perché per me le cose che fa Olga sono abbastanza normali. Anch’io sono bellicosa, in lotta con il mondo, sono una frequentatrice dei commissariati dove vado a sporgere denuncia quasi ogni mese e, a differenza di Olga, le cui guerre sono un po’ campate in aria, io per fortuna riesco a ottenere una soddisfazione dalle mie denunce. Il personaggio mi appartiene talmente che mi sembra normale tutto quello che fa.

Ora a casa di Olga e Mina è arrivata zia Rosa, interpretata da Marisa Laurito…

Marisa è per me una sorella da sempre. Abbiamo iniziato a fare teatro insieme, siamo venute insieme a Roma abitando nella stessa casa con i nostri due compagni. Nessuno di noi quattro lavorava e abbiamo fatto la fame, ma è stato un periodo divertentissimo. Ultimamente, vedendo che Marisa è tornata a Napoli come direttrice del teatro Trianon, il teatro della canzone napoletana, finalmente posso rivederla un po’ di più.

Come cambia il rapporto tra Olga e Mina in questa seconda stagione?

Non cambia molto. Olga è terribile, fa subire alla figlia i suoi colpi di testa, partenze improvvise e ingiustificate, ha un comportamento sempre esplosivo. Quello è il suo bello e questo mi piace.

La serie è diretta da Tiziana Aristarco, cosa può dare di più e di diverso una lettura registica femminile?

Moltissimo, Tiziana è stata accuratissima. Poi ha una salute di ferro, ha lavorato ore e ore senza stancarsi mai. E poi ha raccontato Napoli nella sua eleganza. Quest’anno credo che la fotografia sia ancora più bella e curata, ha fatto un ottimo lavoro.

Che cosa racconta di Napoli la serie?

Il pregio principale è proprio il personaggio di Mina, la solidarietà che esprime verso tutti, la sua apertura, l’aiuto che dona. E siccome siamo stati molto chiusi in noi stessi, questo è molto importante. A Napoli ci sono ancora sacche di resistenza di umanità.

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Il martedì c’è Morgane

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SERIE TV

Su Rai 1 e su RaiPlay tornano la detective geniale e le sue indagini. Dal 4 ottobre in prima serata la seconda stagione della serialità francese con Audrey Fleurot, presentata in anteprima all’Ambasciata di Francia a Roma

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Le sue indagini intrigano e divertono. A partire dal 4 ottobre il martedì di Rai 1 sarà all’insegna di Morgane Alvaro, detective dal quoziente intellettivo molto al di sopra della media, madre di tre figli avuti da due uomini diversi, look improbabile e sempre sopra le righe. Nella prima stagione l’abbiamo vista farsi notare e promuovere, grazie alle sue doti investigative fuori dal comune, da addetta alle pulizie in una stazione di polizia a consulente della Direzione Interregionale della Polizia Giudiziaria di Lille. Morgane è una donna dall’intuito acutissimo, spiritosa, resa tenace dalle difficoltà della vita, ma con un carattere difficile. È incontrollabile e, questione non da poco per chi lavora nelle forze dell’ordine, è insofferente verso l’autorità. Spesso nel lavoro entra in conflitto con le rigidità delle procedure investigative e soprattutto con il suo capo, il detective Karadec (Mehdi Nebbou), un uomo serio che segue metodi di indagine tradizionali. Sin dal primo incontro tra Morgane Alvaro e Adam Karadec si è creato un rapporto controverso di stima reciproca, ma anche di forte contrasto. Nel corso delle puntate di questa stagione il poliziotto e la geniale apprendista investigatrice lavoreranno fianco a fianco per risolvere complicati delitti in un centro commerciale, tra le mucche di una fattoria, in un tribunale o in uno strip club… Insieme, tra situazioni comiche, tensioni e attrazioni latenti, dovranno collaborare per trovare i colpevoli. Ma per quanto ancora? Nella seconda serie appare un nuovo personaggio, Roxane Ascher (Clotilde Hesme), investigatrice ostinata e affascinante, con la missione di valutare l’operato di Morgane in polizia, che contribuirà a creare non pochi contrasti, mentre le vite private dei protagonisti dovranno fare i conti con novità inaspettate. “Il mio cervello funziona da solo e io gli corro dietro”, dice Morgane che, grazie al suo alto potenziale intellettuale e comico, sorvegliata dal suo premuroso capo Karadec, risolverà, unghie finte e tacchi a spillo, mistero dopo mistero.

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Sopravvissuti

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SERIE TV

Una barca che scompare nel nulla, solo sette passeggeri scampano al naufragio. A unirli è un terribile segreto. Su Rai 1 da lunedì 3 ottobre in prima serata

Debutta su Rai 1 “Sopravvissuti”, la grande coproduzione internazionale a guida italiana dell’Alleanza Europea che vede la Rai collaborare con i servizi pubblici di Francia e Germania, France Télévisions e ZDF. Sei serate, a partire dal 3 ottobre, per una serie attesa dal pubblico e dalla critica. “Una grande sfida narrativa, intrigante, nata dalla penna di giovani autori, con un grande cast e un grande regista. Un viaggio che diventa action, thriller, e mistery, un mix di generi che si muove tra passato e presente” dice Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction. La narrazione ci porta in alto mare. Una barca di nome Arianna, un viaggio, dodici passeggeri. Dopo pochi giorni di navigazione, l’imbarcazione scompare dai radar. Un anno dopo, al largo delle coste venezuelane, viene ritrovato un relitto. È proprio l’Arianna. A bordo, ancora viva, solo la metà dell’equipaggio: i sopravvissuti, sconvolti e prostrati dalla fame e dalla sete. “Una storia complicata, che racconta le rotture dei personaggi soggetti all’imponderabile – afferma il regista Carmine Elia – la menzogna diventa così qualcosa di necessario per addolcire una verità amara, terribile”. La gioia del ritrovamento e del ritorno a casa lascia presto spazio a una dura realtà. Non solo la vita che i sopravvissuti hanno lasciato non è più la stessa, ma agli occhi dei propri cari, anche i superstiti sembrano persone diverse. Che cosa nascondono? Cos’è successo durante quell’anno? I sopravvissuti scopriranno che anche a terra dovranno ancora lottare contro i fantasmi del naufragio e contro i sospetti di chi non crede alle loro parole e, strenuamente, cerca indizi che aprano delle crepe nel loro racconto e facciano emergere la verità. “A volte, quando finalmente crediamo di aver capito chi siamo, la vita ci mette di fronte alla vastità ridicola del nostro errore con tutta la violenza di cui è capace – prosegue Elia – nella nostra serie questo simbolico furto di identità compiuto dal destino è la tempesta che ad alcuni passeggeri toglie la vita e agli altri toglie tutto il resto”. Principale protagonista sullo schermo è Lino Guanciale, che parla di “un’avventura molto appassionante, un viaggio esaltante, una serie che restituisce allo spettatore un senso bellissimo di meraviglia”.

La serie è stata ideata da quattro allievi della prima edizione del Master di Scrittura Seriale organizzato da Rai Fiction in collaborazione con il Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento in giornalismo radiotelevisivo di Perugia e con il sostegno dell’Associazione Produttori Audiovisivi (APA). I quattro allievi del Master – Sofia Bruschetta, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano – dopo aver ideato il concept sono stati guidati nella fase editoriale dalla headwriter Viola Rispoli e dallo sceneggiatore Massimo Bacchini. Nel cast Luca Biagini, Barbora Bobulova, Stéfi Celma, Maddalena Crippa, Vincenzo Ferrera, Florian Fitz, Giacomo Giorgio, Pia Lanciotti. La colonna sonora di “Sopravvissuti” è stata scritta da Stefano Lentini, che per la Rai ha già firmato le musiche delle serie “Mare fuori” e “La porta rossa”.

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