Amo giocare (e vincere)

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PAOLO CONTICINI

Dal lunedì al venerdì alle 19.50 conduce “Una scatola al giorno”, il preserale di Rai 2. «È un giochetto pazzo – dice il conduttore – servono intuizione e fantasia, ma la strategia è solo una, quella del divertimento»

Una grande scatola a sorpresa e un gioco tutto nuovo nel preserale di Rai 2, come sta andando?

Benissimo! È una scatola che ha in sé tante sorprese, al suo interno ci sono un oggetto o una persona conosciuta. La scatola ci fornisce ogni sera cinque indizi e io e il mio ospite dobbiamo indovinarne il contenuto. Ad aiutarci, o forse meglio a complicarci simpaticamente la vita, c’è il comitato tecnico-scientifico formato da Francesca Manzini e Marco Marzocca.

Conduttore e al tempo stesso concorrente, ha capito quale strategia adottare per vincere?

È un giochetto pazzo che mi diverte tanto e spero che diverta anche il pubblico che ci segue da casa. Servono intuizione e fantasia, ma la strategia è solo una, quella del divertimento. Puoi indovinare oppure perdere, ma devi assolutamente divertirti.

Che rapporto ha con il gioco?

Da sempre bellissimo, amo il gioco inteso come sport, a partire dal calcio, così come i giochi da tavolo. Mi piacciono il Risiko, il Monopoli, Indovina Chi, un po’ meno i giochi di carte, anche se non mi sottraggo mai a una partita con gli amici. Al di là del gioco che fai, l’aspetto importante è l’aggregazione, lo stare insieme.

Quando gioca è competitivo?

Da morire. Voglio vincere sempre, anche se gioco a “tappini”, altrimenti che si gioca a fare (sorride)?

Se va male, per così dire… “rosica”?

Dipende, se ho l’avversario che mi prende in giro rosico eccome (sorride). L’ultima volta che ho giocato è stato questa estate sulla spiaggia di San Rossore in Toscana. Io e alcuni amici, coetanei, abbiamo fatto una gara con le biglie di plastica, quelle che all’interno hanno le immagini dei ciclisti.

Chi ha vinto?

Io, ma agli ultimi due tocchi. È stato in testa un amico per tutta la gara, sul finire l’ho superato e ho vinto.

Che figurina c’era all’interno della biglia?

Gianbattista Baronchelli, correva negli anni Settanta e Ottanta. Ricordo che da bambino giocavo con la biglia raffigurante Miro Panizza, sempre in maglia nera. La sfida era quella di portarlo alla vittoria.

C’è un gioco della storia della televisione che ricorda con affetto?

Non era propriamente un gioco ma uno dei programmi più amati della Tv, parlo di “Portobello”. Venivano presentati oggetti curiosi, ma l’impresa vera e propria era quella di fare parlare il pappagallo (sorride).

Alle otto di sera, quando non lavora, cosa è solito fare?

Se non vado in palestra sono a casa. Esco sempre di meno, forse sto invecchiando (sorride). Mi piace stare nella mia dimensione, leggere, stare al computer, disegnare…

Passione per il disegno?

Ho fatto la scuola d’arte, abbandonata al terzo anno e ripresa a 28 anni per prendere la maturità. Il disegno è sempre stato la mia passione.

Cosa disegna?

I cavalli, le loro teste con le criniere. Mi piace moltissimo.

Come alimenta la sua curiosità?

Non ho un modo in particolare ma sono curiosissimo, osservo le persone, le cose. È un modo per acchiappare la vita, fa parte un po’ del mio carattere. Mio nonno mi chiamava “arruffamondo”, colui che mette in confusione il mondo, perché facevo tutto e non portavo a termine niente. Non finivo le cose, ma ero consapevole di saperle fare. Faccio il conduttore, il teatro, la fiction, mi piace ancora far tutto. Non so dire se faccio bene o male, ma sento che la strada mi appaga.

Cosa le piace della Tv che cambia?

Accetto i cambiamenti delle mode, tutto quello che ai giovani piace, altrimenti si rischia di diventare come i nostri nonni, che dicevano “noi, ai nostri tempi”, anche se non è che avessero poi tutti i torti (sorride)…

Vive il passato con nostalgia?

Accolgo tutto quello che viene dal presente, ma guardo con nostalgia il passato. Mi sono sempre piaciute le cose dei grandi. Nel mio spettacolo “La prima volta” c’è un episodio in cui dico che da ragazzo guardavo gli adulti perché i miei coetanei mi annoiavano, andavano a suonare i campanelli, tiravano i sassi sui vetri, io, invece, ascoltavo e guardavo mio nonno e mio padre. Sono sempre stato un pochino vecchio, ma non avevo poi così torto. Se penso alla musica del passato, degli anni Quaranta, Cinquanta come dei Sessanta o Settanta, rimane ancora oggi. E’ eterna. Quella di oggi, invece, è un pochino usa e getta.

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Recitare, piacere infinito

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GIACOMO GIORGIO

Protagonista di “Sopravvissuti”, il lunedì in prima serata su Rai 1, e “Mare fuori” si racconta al RadiocorriereTv: «Quello dell’attore è un mestiere che ti permette di sfidare il tempo e di rimanere bambino». Il suo futuro? «Un misto di ansia e desiderio» ma anche di nuove serie per la Rai e di ruoli al cinema. «A novembre mi vedrete in “Diabolik” e riuscirò anche a farvi sorridere»

Giacomo, come è stato l’incontro con Lorenzo?

Molto particolare, una sfida ardua. Venivo da Ciro di “Mare fuori”, un mondo molto napoletano e di violenza, un mondo con poca consapevolezza, e mi sono trovato a fare un personaggio di dieci anni più grandi della mia età reale, perché Lorenzo ha 34 anni. Lui ha vissuto, ha sofferto, ha fatto la galera e ha un rapporto complicato con il fratello, è un uomo abbastanza segnato. L’ho preparato in parecchio tempo, anche da un punto di vista fisico, con un lavoro di trucco, parrucco e costumi eccezionale. In qualche mese mi sono allenato, mi sono fatto crescere i capelli, la barba e ho preso una quindicina di chili che ho dovuto mantenere per tutto il periodo delle riprese.

“Sopravvissuti” è un racconto corale, come è andata con i compagni d’avventura?

Una famiglia meravigliosa. In “Mare fuori” molte delle scene le ho condivise con dei ragazzi, coetanei, vestiti i panni di Lorenzo mi sono confrontato invece con attori di esperienza, come Lino Guanciale, Barbora Bobulova, Fausto Sciarappa, cosa che all’inizio un po’ mi preoccupava. Una preoccupazione svanita al primo ciak perché ho trovato belle persone, ci siamo aiutati tanto e, quando io avevo bisogno, i miei compagni di set sono stati i primi a darmi sostegno. Non è scontato che un grande attore sia anche una grande persona. Siamo stati tutti i giorni insieme per otto lunghi mesi e ci siamo divertiti moltissimo.

Si è chiesto come avrebbe vissuto questa vicenda se fosse stato al posto di Lorenzo?

Me lo sono chiesto preparandomi alle riprese, ed è anche la domanda che vuole porre la serie che vede tanti personaggi, tra loro molto diversi, costretti a condividere un piccolo spazio, contornato dall’infinità del mare, in un momento di grande difficoltà. Una cosa mentalmente problematica. Ecco quindi messaggi e domande, a partire da “cosa sono disposto a fare pur di sopravvivere?”.  Penso non ci sia risposta fino a quando non ti trovi in quella situazione. E poi c’è un’altra domanda centrale,  “qual è la linea oltre la quale non puoi più definirti uomo?”

Cosa prova di fronte a una carriera che sta prendendo velocità?

Mi commuove vedere che qualcuno crede in me, cosa che aumenta il mio senso di responsabilità. Voglio essere all’altezza del compito per non deludere mai le aspettative. Mi vengono in mente i giorni in cui, ragazzino, immaginavo di avere una possibilità di esprimermi davanti a una cinepresa. Quando questa possibilità arriva vuol dire che qualcuno si è reso conto che lo puoi fare.

Cosa prova per questo mestiere?

Un piacere infinito, è il più bello del mondo e non ha età.  Ti consente di rimanere bambino, quel bambino che gioca a guardie e ladri nel parchetto, una volta sei guardia, un’altra sei ladro. È anche una sfida al tempo che passa, perché il tempo un po’ mi spaventa…

Il trascorrere del tempo può spaventare anche a 24 anni?

Penso di essere nato così. Fare l’attore mi aiuta, è un mestiere che non ha tempo, che potenzialmente puoi fare fino a novant’anni. Un gioco molto serio che puoi fare per tutta la vita.

Da bambino sognava di fare l’attore?

Volevo fare il poliziotto e il supereroe (sorride). E così ho scoperto un lavoro che mi ha permesso di entrare in tanti ruoli.

Chi è Giacomo Giorgio?

C’è sempre la sensazione di non saperlo. Quando lavoro tanto sono felice perché mi sveglio e dico: oggi sono Lorenzo Bonanno, oggi sono Ciro Ricci. Un bisogno che cerco costantemente: essendo qualcun altro posso forse, sotto sotto, essere me stesso.

Un percorso di fuga da qualcosa?

Potrebbe essere. Forse una incapacità di stare da solo con me stesso.

Ciro e “Mare fuori” l’hanno resa popolare, come vive l’affetto del pubblico?

Sono contento. Quando una persona ti ferma per la strada per chiederti una fotografia significa che dietro a quel gesto c’è apprezzamento per quello che hai fatto. Quest’estate, girando “Mare fuori 3”, sono stato ogni giorno commosso dall’affetto della città di Napoli. Al tempo stesso vorrei essere un’ombra perché non amo particolarmente stare al centro dell’attenzione nella mia vita privata. Mi piace l’immagine di un attore riservato di cui si sa poco e niente, quasi anonimo. Se non vivessi in quest’epoca mi piacerebbe anche non avere Instagram, ma mi rendo conto che non esserci sarebbe un po’ anacronistico.

Quando pensa al suo futuro che cosa prova?

Un misto di ansia e desiderio. Cerco di immaginare come vorrei che fosse e fremo dalla voglia di viverlo. Al tempo stesso cerco di non fuggire troppo nel futuro, così come nel passato. Peter Brook, un grande del teatro mondiale, ci insegna l’importanza del “qui e ora”, fondamentale anche per la recitazione. Quando mi rendo conto di non essere allineato al presente cerco di rimettermi in riga da solo.

Del presente cosa la emoziona?

Le emozioni stesse, nella recitazione come nella vita. Percepirle è una cosa incomprensibile a livello razionale, oserei dire divina. Mi ritrovo a soffermarmi sui particolari, mi piace guardare le persone, osservarne il modo di porsi, di parlare, guardarne le caratteristiche. Una fotografia affascinante del presente.

A breve la vedremo al cinema…

Sarò nel secondo e nel terzo capitolo di “Diabolik” e sarò l’agente Zeman, il braccio destro di Ginko. Anche in questo caso, girando due film contemporaneamente, ho condiviso molto tempo con il cast, con Valerio Mastandrea, Giorgio Bellocchio, con i Manetti Bros., registi meravigliosi, ed è stato bellissimo. Poi è un fumetto, un’operazione cinematografica leggermente più di finzione: il mio personaggio ha l’accento nordico, un po’ comico un po’ stronzetto, e questo mi ha divertito molto.

Ha trovato in sé anche la cifra della commedia…

Avevo fatto personaggi drammatici, violenti. In “Diabolik” o nella nuova serie che sto girando con Carmine Elia, “Noi siamo leggenda”, mi calo in personaggi che hanno i tempi della commedia, un genere che non sapevo di essere in grado di fare. Ho anche scoperto lati autoironici della mia persona molto divertenti.

Giacomo Giorgio è felice?

Molto felice.

Cosa significa essere felici?

Le rispondo con una mia frase e con una di Totò. Io dico che forse sei felice quando nelle tue giornate puoi fare ciò che ti piace, una cosa affatto scontata. La risposta più bella, però, è quella di Totò: “La felicità sono attimi di dimenticanza”.

Nel salutarci, Giacomo Giorgio ci chiede di citare e ringraziare alcuni dei tanti professionisti che hanno lavorato alla realizzazione della serie “Sopravvissuti”, Massimo Toppi per il trucco, Giuliana Cau per i costumi, Vincenzo Cormaci per il parrucco e Marco Garavaglia per il montaggio. 

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Spazio 1999

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SERIE TV CULT

Dalla Luna al Lucca Comics & Games, con l’anteprima del 29 ottobre. Le “Aquila” atterreranno in esclusiva su RaiPlay dal 30 ottobre, grazie all’impegno di Rai Teche

La prima stagione di “Spazio 1999”, la serie cult co-prodotta dalla Rai e dalla britannica ITC (oggi ITV), torna ad appassionare il folto pubblico di affezionati e, senz’altro, a crearne di nuovi: la prima puntata sarà proiettata in anteprima al Lucca Comics & Games sabato 29 ottobre alle ore 16.30, presso il Cinema Centrale. A partire da domenica 30 l’intera serie, in HD, con audio restaurato e nelle versioni italiana e inglese, approderà in esclusiva sulla piattaforma RaiPlay. “Spazio 1999” ha plasmato indelebilmente l’immaginario fantascientifico dei telespettatori, in Italia e nel mondo. Questa maestosa produzione, una delle più costose degli anni Settanta, ha registrato un successo planetario e duraturo, creando un’amplissima schiera di estimatori appassionati alle vicende della base lunare Alpha. Tutto ha inizio con una violenta esplosione, in seguito alla quale si verifica il distacco della Luna dall’orbita terrestre. Da quel momento, niente è più come prima: comincia l’odissea nello spazio alla ricerca di un nuovo pianeta su cui ricominciare a vivere lontano dalla Terra. Iconiche le navicelle spaziali “Aquila”, così come il comandante John Koening (Martin Landau) e la dottoressa Helen Russell (Barbara Bain), coppia nella serie così come nella vita. La prima stagione, realizzata dai coniugi Gerry e Sylvia Anderson fra la fine del 1973 e l’inizio del 1975, è andata in onda in Italia da sabato 31 gennaio 1976. Rai Teche, grazie in particolare al Supporto Tecnologico di Torino, ha lavorato per fornire agli utenti una versione italiana in alta definizione. A proposito di questo importante recupero, il Direttore di Rai Teche Andrea Sassano sottolinea che “il patrimonio dell’archivio Rai è un tesoro inestimabile dal quale continuamente emergono nuove perle. Scovarle, restituirle al pubblico e dar loro nuova vita è la missione cui dedichiamo, con passione, i nostri sforzi. Spazio 1999 è una colossale co-produzione Rai-ITV, che ha segnato la storia della fantascienza in TV e che sarà finalmente disponibile in alta qualità sulla piattaforma multimediale RaiPlay, grazie anche al lavoro imponente del reparto Tecnologico della nostra Direzione.”. Il Direttore di RaiPlay e Digital Elena Capparelli ricorda che “negli anni Settanta un’intera generazione è cresciuta guardando Spazio 1999. Siamo davvero felici che il pubblico di allora possa ritrovarla su RaiPlay, restaurata e anche in lingua originale, ma anche che i più giovani possano scoprire questo cult assoluto della serialità televisiva fantascientifica e divertirsi a guardarla.”  Sarà nuovamente possibile apprezzare l’accuratezza degli effetti speciali realizzati dal team di Brian Johnson (che aveva collaborato con Stanley Kubrick al celeberrimo 2001: Odissea nello spazio), con la pregevole fattura di astronavi e veicoli in scala, il dettagliato arredamento degli interni e la progettazione delle astronavi Aquila, divenuti preziosi pezzi da collezionismo. Così come riascoltare la colonna sonora composta da Vic Elmes e Barry Gray, indelebilmente impressa nelle menti di chiunque abbia avuto occasione di ascoltarla. Ma soprattutto, si potranno rivivere le vicende della base lunare Alpha e del suo avventuroso viaggio, durante il quale i membri dell’equipaggio si imbattono in forme di vita aliena e in strani fenomeni intergalattici, il tutto in HD.

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Scelte responsabili subito

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Geologo e ricercatore, ma anche divulgatore capace di conquistare con i suoi programmi la fiducia e l’affetto del pubblico televisivo. E’ tornato con “Sapiens” il sabato in prima serata su Rai 3. «Il destino degli uomini – dice al RadiocorriereTv – coincide con quello che loro stessi si vogliono dare»

Da dove riparte “Sapiens”?

Dall’anno più caldo che ci sia stato sul pianeta Terra da quando gli uomini sono in grado di registrare la temperatura. Riparte dal 2022, dall’attualità più stringente, dalla problematica climatica, dall’energia, e cerca di mettere una parola un po’ più chiara su questioni scientifiche. Ancora si sente dire che quanto sta accadendo forse dipende dal sole, da principi naturali, vogliamo dimostrare che ciò non è assolutamente vero e non la pensa così nessuno scienziato serio che studi il clima.

L’estate che ci siamo lasciati alle spalle ha cominciato a presentare il conto, ci dovremo abituare?

Questa che sembra essere stata l’estate più calda e più secca dell’ultimo periodo, sarà la più fresca e la più umida del prossimo futuro. Ci dobbiamo abituare a situazioni anche peggiori probabilmente.

Siamo fuori tempo massimo?

No, il lockdown ha dimostrato come bloccando certe attività gli inquinanti spariscano subito e i cieli si ripuliscano. Allo stesso modo, riconvertendo certe attività, anche l’anidride carbonica può diminuire parecchio. Naturalmente ha una certa inerzia per cui ci vuole tempo prima che diminuisca in atmosfera, che si neutralizzi.

Gli uomini sono i principali responsabili del proprio destino?

Quasi sempre, tranne che in alcuni casi speciali. Se arriva un asteroide, ad esempio, possiamo fare molto poco, per quanto abbiamo assistito a un tentativo di deviazione fatto dalla Nasa qualche settimana fa. Per quanto riguarda il resto, il destino degli uomini coincide con quello che si vogliono dare: hanno deciso di basare una società sui combustibili fossili? Questo è il prodotto. Basta che lo sappiano, ogni nostra azione ha una conseguenza ambientale.

L’approvvigionamento energetico resta un problema, quali strade potrebbero essere intraprese?

Bisogna mollare prima possibile i combustibili fossili. Non ha molto senso cambiare il luogo di approvvigionamento del gas, se rimani schiavo del gas, è come cambiare spacciatore, ma rimani tossicodipendente. Andrebbe abbandonata questa logica. Al contrario, ci dobbiamo abituare a una società senza combustibili fossili e puntare tutto, fino all’ultimo centesimo, sulle rinnovabili, ora. Sono disponibili in un tempo relativamente breve, bisogna fare in modo che siano minori gli impacci di natura burocratica.

E il nucleare?

Nel breve periodo non è un’opzione. Per avere una centrale in Italia ci vorranno vent’anni, forse, visti i tempi delle centrali in altri Paesi d’Europa che sono più snelli di noi, penso alla Finlandia. Non so se abbia senso parlarne visto che servirebbero così tanto tempo e così tanti soldi.

Anche le pandemie sono frutto di come trattiamo l’ambiente, cosa dobbiamo aspettarci da questo punto di vista?

Se si continua con le opere di deforestazione e se il cambiamento climatico incrementa, le malattie infettive aumenteranno. Togliere spazio alla foresta significa lasciare i suoi abitanti con un altro ambiente attorno. Siccome questi abitanti, come i pipistrelli, sono ricchi di tutti i virus, perché hanno un grande sistema immunitario, levare spazio alla foresta significa indirettamente favorire quei salti di specie, quegli spillover, che sono i responsabili delle pandemie. Si è scoperchiato il vaso di Pandora deforestando troppo, il cambiamento climatico influisce aumentando le zone in cui alcuni insetti non ci sarebbero mai stati. Vogliono il caldo e adesso lo trovano anche ad alta quota. Siamo al punto in cui queste malattie possono tendere a rivelarsi più diffuse e intense di un tempo.

Siamo davvero vicini a una nuova estinzione?

A nuove estinzioni di piante, insetti e altri viventi sì, perché le provochiamo noi. Ma i Sapiens sono una specie piuttosto prepotente e hanno un grande apparato tecnologico. È vero però che non sono tutti uguali, si salvano come specie ma magari ci rimettono milioni di vite, portarli all’estinzione sarà difficile. Saremmo la prima specie al mondo corresponsabile in toto dell’estinzione della specie stessa. Sarebbe un caso da studiare nell’annuario di chi verrà dopo di noi.

A un bambino che le chiedesse “cosa sta succedendo su questa Terra”, che risposta darebbe?

Che una grande ubriacatura di intelligenza, di potere, di ricchezza degli uomini sta producendo danni che diventeranno un’arma a doppio taglio. Quello che vediamo è il gran caos dei sistemi umani di fronte al fatto che c’è una reazione da parte dell’ambiente, del clima soprattutto, che dovevamo prevedere. Stiamo assistendo a un ridisegno del mondo, vedremo se avverrà in una maniera sostenibile o se si arriverà al collasso di parte delle nostre civiltà come le conosciamo.

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Gioco di ruoli in Famiglia

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Un’occasione per comprendersi, un esperimento sociale tra divertimento e commozione. “Quando è nato il mio primo figlio, mi sono ritrovata improvvisamente ad analizzare dinamiche familiari all’interno del mio nucleo con un interesse che non ho mai avuto prima”: la giornalista, che diventerà presto mamma per la seconda volta, conduce “Nei tuoi panni”, dal lunedì al venerdì alle 17.00 su Rai 2

Mia Ceran fotografata negli studi Rai di corso Sempione, Milano 4 Ottobre 2020. ANSA/MATTEO CORNER

Come nasce l’idea di questo programma?

Il giorno in cui la Rai mi ha chiesto di immaginare un nuovo programma per la fascia oraria tra le 17 e le 18 su Rai 2, la prima cosa che mi è venuta in mente da professionista, da conduttrice, da spettatrice e da madre, e che mancava, è stato un format in cui si riflettesse sulla famiglia, sui rapporti che nascono dentro alle famiglie, soprattutto su quelle incomprensioni, quei giudizi dati in maniera troppo frettolosa. E poi ha contato anche l’aspetto personale.

In che senso?

Nell’ultimo anno, quando è nato il mio primo figlio, mi sono ritrovata improvvisamente ad analizzare dinamiche familiari all’interno del mio nucleo con un interesse che non ho mai avuto prima. Ho capito che questo argomento poteva essere un collante che apre un dialogo immediato tra persone anche di latitudini diverse, di ceto sociale diverso. E’ qualcosa che ci coinvolge tutti, perché tutti abbiamo una famiglia, dei rapporti a cui teniamo, che custodiamo e sui quali lavoriamo. Da questa idea, insieme a Roberta Briguglia con la quale ho sviluppato questo nuovo format, abbiamo ipotizzato di chiedere a dei nuclei familiari di provare a scambiarsi i ruoli, di passare una giornata nei panni di qualcun altro che per qualche ragione non ha la nostra comprensione e vedere l’effetto che fa. Quindi un marito al posto della moglie, ma anche una suocera al posto della nuora, figli adolescenti al posto dei genitori, cercando di fare l’esercizio più banale, ma anche il più difficile.

Com’è strutturato il programma?

Una parte di questo format è reality di fatto, andiamo nelle case delle persone e osserviamo come funzionano messe in ruoli invertiti. Un’altra parte invece è in studio, dove queste persone vengono e si rivedono per la prima volta, avendo modo di osservare, insieme a tutti noi e a degli esperti, come si sono comportate nei panni dell’altra persona. Cercheremo di avere sempre alcuni ospiti “titolati”, che ci possano illuminare e guidare: uno psicoterapeuta, un pedagogo, insomma qualcuno che abbia gli strumenti per cercare di leggere i nostri comportamenti, dove sbagliamo, che cosa abbiamo fatto in maniera errata per generare una determinata reazione, quali sono gli atteggiamenti che possono essere corretti.

Gli esperti saranno gli unici ospiti?

No, ci sarà anche una compagnia di giro che cercheremo di costruire nel tempo, di amici del programma che saranno con noi. Comunque, tutti gli ospiti, noti e meno noti, verranno in qualità di componenti di un loro nucleo familiare. L’idea è: non vieni per parlare di temi generali, ma per raccontarci come sei dentro la tua famiglia. La stessa cosa varrà anche per me, cioè io mi siedo in questo studio, che abbiamo costruito sul modello di una casa accogliente, e sarò prima di tutto “Mia”, madre, compagna, figlia. Tutti questi ruoli si siedono con me.

Con che criteri avete selezionato le famiglie?

Sulla base di chi effettivamente aveva bisogno di ascolto, bisogno di questo scambio. Non abbiamo un criterio ideologico, per noi famiglia è chi famiglia si sente. Non abbiamo neanche un criterio anagrafico perché ci sono famiglie nelle quali giocano dei ruoli fondamentali persone che anagraficamente non sono legate. Ci sono famiglie monogenitoriali nelle quali degli amici diventano praticamente parenti delle persone di casa. Senza nessuna preclusione, insomma, sulla tipologia di famiglia. Quello che ci interessava era raccontare delle storie universali, nelle quali le persone possano riconoscersi. E la verità è che se anche la composizione delle famiglie è diversa, ci somigliamo tutti molto più di quanto non crediamo.

Cosa ti aspetti da questa nuova avventura?

La mia speranza è che questo tipo di prodotto faccia passare il messaggio che questo esercizio, questo lavoro di provare a mettersi nei panni degli altri, lo si possa fare ovviamente anche senza la televisione. Invitiamo le persone a fare un esercizio di empatia ed è per questo che abbiamo anche degli esperti che cercano di dare gli strumenti, perché siamo consapevoli del fatto che non tutti abbiano voglia o modo di farlo dietro a una telecamera. Anch’io nel mio piccolo cercherò di farlo a casa mia.

Ti mancheranno l’ironia e la satira che hanno caratterizzato le ultime tue esperienze televisive?

La satira probabilmente non ci sarà, però l’ironia la considero un bagaglio, arricchito tra l’altro in anni di esperienza con tutti i comici e gli artisti con cui ho lavorato, che mi porterò dietro sempre, qualsiasi casa scelga di abitare. Dentro al nostro salotto ci sarà anche l’ironia, non mancheranno le battute, il gioco perché è vero che trattiamo temi seri, però è vero anche che si può ridere di tutto. Questa è una grande lezione che ho imparato negli anni.

Ma tu ti sei messa qualche volta nei panni di qualcun altro?

E’ un po’ l’esercizio che ho cercato di fare da quando è nato mio figlio per tentare di capire le dinamiche che accadevano dentro alla mia famiglia. Ho provato a mettermi nei panni di mia mamma da quando sono diventata madre, ho provato a mettermi in quelli di mia suocera, in quelli di tutte le persone che ogni giorno ruotano intorno a questo nucleo e che tra l’altro determineranno probabilmente anche la personalità e il futuro di mio figlio. E’ un esercizio che cerco di fare, ma penso che sia uno di quegli esercizi che è come la palestra, va fatto con una certa costanza, non lo si può fare un giorno solo e quindi provo a farlo tutti i giorni.

Quanto è difficile invece conciliare il tuo lavoro con la tua famiglia, che tra l’altro sta per crescere?

Quanto sarà difficile con due figli non lo so (ride). Mi dicono che comunque uno più uno non fa due, ma fa tipo undici… Mi sento molto fortunata, ho un nucleo familiare allargato, principalmente i nonni, super attivi, giovani, che ci hanno permesso anche di allargare la famiglia. Questo lo devo riconoscere perché lavorare a un quotidiano, lavorare così tanto, è una cosa che ti puoi permettere soltanto se sei sicuro che i tuoi figli siano protetti in qualche modo. Resta difficile, comunque, fare delle giornate molto lunghe, come spesso accade, soprattutto quando parte un progetto, che è un po’, ovviamente con un sapore totalmente diverso, una gestazione. E’ la prima volta che mi viene data l’occasione di avere carta bianca, di poter disegnare il mio progetto come voglio. La trovo una grande responsabilità, soprattutto verso il pubblico e verso l’azienda che me lo ha concesso e che ringrazio, insieme alla direttrice Simona Sala, per come hanno accolto la notizia della mia gravidanza.

Per chiudere, nei panni di chi non vorresti metterti mai nella tua vita?

E’ difficile, perché in fondo sono curiosa… Diciamo che non vorrei essere nei panni di quei vertici europei che devono in questo momento negoziare per trovare una soluzione alla crisi energetica.

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Nella nuova grande casa delle notizie

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Nel quartiere generale di Saxa Rubra a Roma incontriamo Paolo Petrecca, a capo della grande redazione che realizza il canale televisivo all news, il sito informativo rainews.it e il televideo. Il direttore ci apre le porte del nuovo studio disegnato da Renzo Piano: «Un rinnovamento nell’idea, nei materiali, nella colorazione». Immutata la mission di Servizio Pubblico: «Il nostro mestiere è il racconto della verità, qualunque essa sia, senza gettare chi ci segue nel panico e senza dire menzogne»

Rai News 24 da pochi giorni ha una nuova casa, lo studio disegnato dal maestro Renzo Piano, riconoscimento importante per il canale all news della Rai. Come nasce questo incontro?

Da un dialogo casuale, amichevole, tra Renzo Piano e l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes. Piano, che ha definito Rai News un ponte verso le notizie, da lui utilizzato nei suoi frequenti viaggi all’estero, ha ridisegnato lo studio insieme agli architetti Massimo Alvisi e Junko Kirimoto, e la cosa ci rende particolarmente orgogliosi. Un rinnovamento nell’idea, nei materiali, nella colorazione.  L’utilizzo del legno di ciliegio ci dà la sensazione di entrare in un salotto, in un luogo caldo. Centrale è la newsroom, in trasparenza, con i giornalisti al lavoro, elemento distintivo di Rai News 24. E soprattutto c’è un grande specchio, in studio, sul quale si riflette il lavoro dei cameramen e del personale tecnico. Giornalisti, tecnici, notizie, conduttori, è una squadra che dà il prodotto finale al quale lavoriamo tutti i giorni dell’anno.

Ogni progetto nasce da un confronto, come è andata con Piano?

Il grande architetto fa il progetto, che deve poi integrarsi con il mondo televisivo, con le esigenze tecniche. Insieme al comparto tecnico, a Marco Silenzi e Paolo Poggio, vicedirettore e caporedattore centrale, che hanno lavorato molto al confezionamento finale, abbiamo indicato alcune modifiche, sempre in grande sinergia con il team di Renzo Piano. Ho la fortuna di essere un frontman, di guidare una squadra motivata, cosa che ci consente di portare le notizie a casa della gente con grande determinazione, ma anche con grande semplicità. Lo facciamo in un ambiente molto più caldo di quello precedente, un po’ diverso da quelli che sono gli studi televisivi dei telegiornali.

Il covid e l’emergenza sanitaria, quindi la guerra, la crisi politica e il voto. Com’è stato raccontare tutto questo in modo ininterrotto, nelle 24 ore, agli italiani?

Sono passati quasi tre anni dal primo segnale del covid. In quel periodo ero già vicedirettore e il direttore Antonio Di Bella mi aveva delegato la gestione delle emergenze. È stato complicato. Anche  noi giornalisti, come i medici, ci siamo trovati sul campo e l’emergenza era costantemente dietro l’angolo. Ci sono state giornate, soprattutto nella prima fase, in cui a causa del propagarsi del virus abbiamo dovuto svuotare improvvisamente la regia o la newsroom. All’inizio non c’erano strumenti di protezione, le mascherine, i tamponi. Cercando di trovare qua e là qualche buona notizia, abbiamo raccontato un mondo devastato in cui la gente non sapeva come fare a uscire di casa, in cui c’erano le polemiche sui green-pass ed era fondamentale difendersi dalle fake news. Il nostro mestiere è il racconto della verità, qualunque essa sia, senza gettare chi ci segue nel panico e senza dire menzogne. È stato difficile cercarla in mezzo a tanta confusione, facendo poi da filtro con i telespettatori. Dal campo di battaglia del covid siamo passati a quello ucraino, e tutto questo ci ha portato in una crisi economica che definirei la prova finale. Ora dobbiamo impegnarci a raccontare presente e futuro.

I dati Auditel confermano come Rai News 24 sia entrata nella quotidianità del pubblico Tv…

Il canale ha ascolti sorprendenti mentre solo 15 anni fa eravamo una nicchia. La nostra rassegna stampa del mattino raggiunge il 3 per cento di share. Nel corso della notte, tra le 2 e le 6.30, siamo in onda su Rai 1 e consegniamo alla rete share con punte fino al 15 per cento. Un bel risultato.

Tra le grandi sfide lanciate, e vinte, c’è rainews.it, il sito dell’informazione Rai…

È il sito di tutta la Rai, sta andando molto bene ed è motivo di grande soddisfazione per me e per il vicedirettore Diego Antonelli. Ogni giorno raggiungiamo tra il milione e mezzo e i tre milioni di persone e abbiamo avuto punte anche di sette milioni. La crescita è continua, stiamo raccontando in modo capillare la guerra in Ucraina, abbiamo raccontato la crisi del governo Draghi, la campagna elettorale, il voto. Ci seguono sempre più i giovani, motivo per cui abbiamo ulteriormente potenziato la nostra redazione sportiva e lavoriamo molto sui video. Segnalo anche la forte interazione Rainews.it/Rainews24.

A chi parla Rai News 24?

Bisogna parlare ai giovani senza mai dimenticare il nostro pubblico più adulto, quello che guarda la televisione quotidianamente. Puntiamo sulla semplicità, sulla riscoperta dell’italiano, su input grafici che siano d’ausilio al racconto. Abbiamo cambiato la titolazione, rendendola più immediata e incisiva, e stiamo lavorando per creare una redazione titoli. Per quanto riguarda i giovani, e i giovanissimi, abbiamo dato più spazio al Tg Kids. L’idea è di parlare loro con un maggiore ausilio delle grafiche e delle immagini.

Da quindici anni in questa redazione, quali sono i momenti di questo viaggio che ti sono più cari?

Entrai in Rai con il contratto biennale dopo otto anni di precariato e non fu una passeggiata (sorride). I miei ricordi più belli sono legati alla rassegna stampa serale, che conducevo e avevo impostato come un vero e proprio talk. La rassegna è stata un grande trampolino di lancio anche per molti degli ospiti che ci sono passati e oggi vengono chiamati in tutte le tv. I ricordi sono tanti e molti di questi drammatici, penso al terremoto de L’Aquila, al crollo della torre di controllo nel porto di Genova, al naufragio della Costa Concordia. Da direttore, invece, il momento più brutto è stato quando ho ricevuto la telefonata con la quale mi si informava dello scoppio della guerra in Ucraina, di notte, ed siamo andati subito in onda con quelle terribili immagini.

Cosa auguri al canale che dirigi e ai suoi spettatori?

L’augurio è che si continui così, con lo stesso entusiasmo che instillò Roberto Morrione, primo direttore. Mi auguro anche che il pubblico non si disaffezioni mai e che anche grazie a questa nuova casa disegnata da Renzo Piano sia sempre più legato a noi.

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Benvenuti nel 1958!

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Tra novità e conferme, al via la settima edizione del format che quest’anno porta i giovani studenti negli anni ’50, quando in Italia sta arrivando “il miracolo economico” e tutti cantano “Volare”. La voce narrante è di Nino Frassica. Da martedì 18 ottobre alle 21.20 su Rai 2

Da martedì 18 ottobre parte su Rai2, alle 21 20, la settima edizione del “Il Collegio” che, solo per questa settimana, raddoppia l’appuntamento con una seconda puntata prevista il giorno successivo, mercoledì 19 ottobre sulla stessa rete e sempre in prima serata.

Il programma, realizzato in collaborazione con Banijay Italia, quest’anno porta i protagonisti e gli spettatori negli anni ’50. I giovani studenti, infatti, lasceranno le proprie famiglie, i social network e l’inseparabile telefono per vivere nel 1958.

Accanto alle conferme del cast, si registrano anche delle new entry e non mancheranno le sorprese a scombussolare le giornate dei giovani collegiali. La prima novità di questa edizione è la voce narrante di Nino Frassica, che accompagnerà il racconto delle avventure dei 20 protagonisti. Dagli scontri con il Preside e il corpo docenti, alle simpatie e le antipatie verso gli altri collegiali, fino alle gite fuori dal convitto. La narrazione si animerà nell’atmosfera tipica degli anni in cui l’Italia inizia ad assaggiare il “miracolo economico”, quando le industrie dell’automobile e degli elettrodomestici vivono una crescita senza precedenti: la Cinquecento, il frigorifero e la lavatrice sono gli emblemi del boom dei consumi.

Il 1958 è un anno di grande ottimismo e spinta verso la crescita, ma è anche un momento di forti migrazioni interne, di svuotamento delle aree rurali e di espansione delle città: due «Italie» si ritrovano così faccia a faccia. Sono anni in cui in Italia cresce anche la domanda di scolarizzazione e il boom della produzione industriale inizia a richiedere figure specializzate: avvocati, operai e ragionieri diventano richiestissimi. Non a caso, nel decennio 1948-1958 gli iscritti all’istruzione media raddoppiano e s’incrementa la scuola secondaria, specie quella tecnica e professionale. Al contempo però restano ancora alti i numeri dell’esclusione: nel 1958 il 65% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni non frequenta alcuna scuola secondaria di 1° grado, mentre il 35% residuo è diviso tra scuola media col latino e l’avviamento professionale. Il Ministro della Pubblica Istruzione di questo periodo è Aldo Moro. Nel 1958 le infrastrutture cominciano a unire l’Italia: viene inaugurato il primo tratto di un’autostrada, l’A1 da Milano a Parma. La Comunità Economica Europea si riunisce per la sua prima seduta; a Sanremo trionfa Modugno con «Il blu dipinto di blu»; Paul Anka e i Platters sono in alto nelle hit parade, mentre Elvis si arruola. Poi ancora in tv va forte «Canzonissima»; la Rai lancia il programma «Telescuola» per l’insegnamento tramite tv ai ragazzi che vivono in posti privi di scuola secondaria; viene pubblicato «Il Gattopardo» di Tomasi di Lampedusa; al cinema escono «Vertigo» di Hitchcock e «I soliti ignoti» di Monicelli, che fra i suoi interpreti consacra Marcello Mastroianni. Tra le delusioni di quell’anno c’è la Nazionale di calcio che non si qualifica ai Mondiali in Svezia, dove si afferma la stella di Pelè e il mondo scopre il Brasile, che vince il suo primo titolo.

In questo contesto storico si svolgeranno – per otto settimane – le lezioni in vista dell’esame di terza media del 1958. Ad ospitare i giovani studenti sarà, per il terzo anno consecutivo, il Collegio Regina Margherita di Anagni, dove vigeranno le regole di sempre: preside, professori e sorveglianti rappresentano l’autorità. Vanno dunque ascoltati e rispettati. Massima è, infatti, la severità per il rispetto delle norme, con giornate scandite da studio e attività ricreative.

Su Rai Play sono disponibili i provini più divertenti e tutte le back stories dei partecipanti.

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Prepariamoci al futuro

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Ambiente, clima, energia: come sarà il nostro domani e come potremo esserne virtuosi protagonisti? Un programma in sedici puntate dedicato ai giovani, il venerdì alle 15.00 su Rai 3 e sulla piattaforma Rai Play. L’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes: «Prepararsi al futuro è il vero testamento di Piero Angela»

“Piero Angela pensava al futuro all’età di 93 anni, è un esempio per tutti noi”, il suo “è un lascito straordinario che fa alla nostra televisione e un esempio unico di devozione al Servizio Pubblico”, è l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, a presentare alla stampa “Superquark – Prepararsi al futuro”, il ciclo di 16 puntate ideato e condotto dal celebre divulgatore prima della scomparsa avvenuta il 13 agosto scorso. Parlare con tutti i telespettatori, unendo il rigore scientifico a un linguaggio facilmente accessibile, facendo proprio il motto “ludendo docere” (insegnare divertendo), questo l’obiettivo del più grande divulgatore italiano.  “In modo semplice e speriamo non noioso – dice Piero Angela in apertura della prima puntata – affronteremo i problemi che l’umanità deve affrontare, legati al cambiamento climatico e alla ricerca di nuove fonti di energia, ma anche il ruolo della scienza e della tecnologia nella società moderna”. Una dichiarazione d’intenti e al tempo stesso un monito. “È un caso unico al mondo – ha proseguito Fuortes – la Rai gli deve essere sempre grata”. “Piero Angela ha lavorato con passione e con rigore fino all’ultimo giorno – ha ricordato la direttrice di Rai Cultura, Silvia Calandrelli – si tratta di una grande eredità e di una grandissima sfida. Sedici grandi lezioni rivolte alle giovani generazioni. Angela, con uno spirito straordinario e capacità di innovazione, aveva deciso di dedicare questo lavoro ai ragazzi, parlando di ambiente, di clima, di energia, con una capacità e una lungimiranza di comprendere da sempre i problemi del mondo, del futuro”. Comprendere le difficoltà per individuare le soluzioni, senza mai nascondere la testa sotto la sabbia: “Io ho fatto il liceo classico tanti anni fa e la gran parte del programma era rivolta a studiare il passato – racconta Angela – c’erano anche le materie scientifiche, ma forse sono stato sfortunato, non ho avuto dei professori che mi abbiano fatto amare la scienza: erano noiosi, pedanti, poco coinvolgenti. L’ho capito dopo, grazie al mio lavoro da giornalista, che mi ha aiutato a comprendere come alcune cose non mi fossero state insegnate, per esempio il metodo della scienza, le regole, l’etica, il piacere di scoprire, la filosofia della conoscenza. A quel punto ho iniziato a leggere libri, riviste e a realizzare programmi di scienza e tecnologia. Se vi ho raccontato questa vicenda personale è perché mi sono chiesto quanto sarebbe stato importante, per voi giovani, avvicinarvi alla scienza e alla tecnologia, in un mondo che è in costante cambiamento”. Regista del programma, in onda il venerdì alle 15.00 su Rai 3, Alessandro Morbioli: “Fin dall’inizio, quando Piero mi ha incaricato di fare la regia, avevo chiara l’intenzione di ciò che volevo fare. Anche Piero era preoccupato un po’ per questa incertezza su dove sta andando il mondo. Ho lavorato grazie alla grafica, alla musica, alla scenografia, a creare un’atmosfera di sospensione, non sapremo come sarà il mondo fra venti, dieci o cinque anni, Piero voleva che lo spettatore avvertisse questo, questa incertezza e che facesse la sua parte, responsabilizzandosi in ogni sua azione quotidiana”.

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Signori, Vincenzo Malinconico

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L’avvocato di insuccesso che vive nei romanzi di Diego De Silva (Einaudi) è protagonista della nuova serialità coprodotta da Rai Fiction, in onda da giovedì 20 ottobre in prima serata su Rai 1. Con Massimiliano Gallo, Denise Capezza, Francesco Di Leva, Teresa Saponangelo, Lina Sastri. La regia è di Alessandro Angelini: «In quel carnevale sgangherato che è la sua vita – afferma– Malinconico riesce a stare in piedi solo con l’autoironia e il giusto distacco di chi pensa che in fondo, in ogni situazione, poteva anche andare peggio»

Simpatico e sbadato, saggio e al tempo stesso eterno fanciullo. Vincenzo Malinconico è avvocato, ma alle cause vinte a tutti i costi preferisce essere se stesso. La sua vita è caotica, le difficoltà non mancano in famiglia come sul lavoro e altrettanto disordinati sono i suoi pensieri. A salvarlo sono l’ironia e la capacità di leggere il mondo e la sua stessa vita con filosofia. Protagonista dei romanzi di Diego De Silva, è pronto a incontrare la grande platea televisiva. A portarlo sullo schermo, uno degli attori più popolari e amati, Massimiliano Gallo: “Malinconico lo sento molto mio – afferma – ma è un antieroe che non si preoccupa di vincere. È un precario della vita, sul lavoro, nei sentimenti, come padre, ma molto amato anche dalla ex suocera. Ha sempre un pensiero fuori tema per la testa, non lo dice a nessuno, ma ha anche un amico immaginario. Questo la dice lunga sul suo animo puro e fanciullesco”. Trentacinque anni di gavetta e ora, per Gallo, un ruolo da protagonista assoluto nella serie diretta da Alessandro Angelini: “Dopo tanto teatro, il cinema, la Tv, ora c’è questa grandissima gioia. È un progetto che ho voluto da subito, l’ho cucito addosso e vissuto. Ho aggiunto la valigetta che lui tiene al petto come una coperta di Linus”. Nel cast della serie in quattro serate, Denise Capezza, Francesco Di Leva, Teresa Saponangelo, Lina Sastri. “Il mondo delle libere professioni (in questo caso, quella forense) è, da tempo, in difficoltà. Il perdurare della crisi economica, la penuria di lavoro e l’immissione di un numero spropositato di professionisti su un mercato al limite della saturazione hanno fatto dell’avvocato contemporaneo un nuovo precario, ben lontano dalla solidità e dalla reputazione sociale di un tempo… Vincenzo Malinconico, napoletano, quarantatré anni portati non benissimo, è uno di questi – dice Diego De Silva, autore dei romanzi pubblicati da Einaudi – il suo portafoglio clienti ha un profilo decisamente low: difende più che altro amici e parenti, che si rivolgono a lui per contenziosi non particolarmente impegnativi e non sempre porta a casa delle vittorie. Non è famoso, né fra i colleghi né fra i magistrati. Faremo la conoscenza del suo mondo professionale come della sua vita privata. Conosceremo l’umanità che afferisce al contenzioso ordinario, quello che non fa notizia e non va in tv e tuttavia rappresenta uno spaccato di società interessantissimo e vero”. Per Alessandro Angelini Vincenzo Malinconico non è solo un “avvocato d’insuccesso” ma soprattutto un acrobata dei sentimenti: “In quel carnevale sgangherato che è la sua vita, riesce a stare in piedi solo con l’autoironia e il giusto distacco di chi pensa che in fondo, in ogni situazione, poteva anche andare peggio”. Nel passaggio dalla pagina scritta alla realizzazione, “il cast ha arricchito e valorizzato quanto di prezioso esisteva – prosegue il regista – Massimiliano Gallo si è calato nei panni di Vincenzo Malinconico con grande cura, facendo suoi i vizi e le nevrosi del personaggio letterario per contagiarlo con la sua simpatia, la sua bravura, tutta la sua irresistibile umanità. Per il mondo di Malinconico, in cui il rovesciamento dalla commedia al drammatico avviene alla velocità della luce, Massimiliano è l’attore perfetto al posto giusto! Lina Sastri, straordinaria signora delle scene italiane, e Michele Placido, autentico mattatore sulla scena e fuori, non solo hanno reso indimenticabili i loro personaggi ma hanno capitanato con grazia ed esperienza un gruppo di formidabili attori che ha saputo mettersi in gioco fino in fondo”.

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PRIX ITALIA 2022

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Tutti i vincitori

Categoria per categoria i premi assegnati nel corso della 74esima edizione del premio della Rai svoltosi a Bari

Tv

A conquistare il premio nella categoria Tv Drama è la storia di una bambina di 9 anni che viene sistematicamente espulsa da qualsiasi struttura in cui viene inserita: “Systemsprenger” della tedesca ZDF. Nella categoria Performing Arts si aggiudica il premio “Quinte & Sens: une symphonie pour les éléments”, una traiettoria musicale disegnata dall’Orchestra di Parigi percorrendo dal seminterrato al tetto la sede della Filarmonica. Menzione speciale in questa categoria a “Lene Marie oder Das wahre Gesicht der Anorexie” della tedesca Ard, una storia drammatica, ma anche di rinascita, su una donna che esce dalla trappola dell’anoressia attraverso la fotografia e in particolare l’autoritratto. La svedese SVT vince nella categoria Tv Documentary con “Sabaya”, in cui Mahmud, Ziyad e altri volontari dello Yazidi Home Center salvano le sabaya, le donne yazide tenute prigioniere da Daesh.  Menzione speciale a “F@ck this Job” della Ard, che racconta delle difficoltà di una giovane donna che decide di lanciare una stazione televisiva indipendente nella Russia di Putin.

Radio

Un serie musicale che abbraccia tutti i continenti, i generi e le epoche, trovando collegamenti sorprendenti tra i più diversi tipi di musica, i cui brani vengono analizzati nel corso della trasmissione. “Add to Playlist” (Aggiungi alla playlist) della Bbc è il vincitore della sezione Radio Music.
Menzione speciale invece a “Nasza kołysanka” (La nostra ninna-nanna) della radio pubblica polacca PR, storia di un brano musicale che si fonde con i rumori di un macchinario che tiene in vita una bambina. Nella categoria Radio Drama vince “803” della norvegese NRK. Menzione speciale a “Endless Second” (Secondo senza fine) della Bbc, in cui si tratta di un caso di stupro in un college e si riflette attraverso la narrazione sul tema del consenso sessuale. Va alla tedesca ARD il premio della sezione Radio Documentary and Reportage per “Babys für die Welt – Das Geschäft mit ukrainischen Leihmüttern” (Bambini per il mondo – Il business delle madri surrogate ucraine), che esplora il tema delicato e drammatico della gestazione per altri. Menzione speciale a “Gilles, ma sœur et moi” (Gilles, mia sorella e io) di Arte France, storia familiare in cui due sorelle si ritrovano vicine nel capire e scoprire di più della sindrome di Tourette di cui soffre la maggiore.

Web Factual

Nella categoria vince “On The Morning You Wake – To the end of the world” di ARTE sui lunghi 38 minuti di paura vissuti alla Hawaii nel 2018 quando si pensava fossero in volo dei missili diretti sull’arcipelago statunitense.  Menzione speciale a “What’s Happening in Myanmar?” della giapponese NHK, che ha messo in piedi un sito web per raccogliere i video e le informazioni inviate dal Myanmar mentre i militari cercavano di non far trapelare nulla di ciò che accadeva nel Paese. Per le Web Fiction viene premiata “@IchBinSophieScholl” di Ard: nel giorno del suo centesimo compleanno, il profilo Instagram @IchBinSophieScholl trasporta la combattente della resistenza ai nazisti Sophie Scholl dal 1942 nel presente.  Menzione speciale a “Entä jos päättäisit?” della finlandese YLE, un gioco interattivo che combina narrazione audio, chat fiction e gameplay, tra un susseguirsi di scelte e ipotesi a partire da una domanda: e se…?  Premio della categoria Web Interactive a “Schackmästaren vs Sverige”, della SVT, emittente svedese, un livestream di 6 ore in cui il pubblico sfida collettivamente un grande maestro di scacchi, il miglior giocatore svedese: Nils Grandelius.  La menzione speciale viene assegnata a “Stolpersteine NRW – per non dimenticare” di Ard: grazie a un’app per smartphone e un sito web, Stolpersteine NRW offre un approccio innovativo e interattivo al tema del nazionalsocialismo.

I premi speciali

Premio speciale in onore del Presidente della Repubblica a “Charlie Chaplin, le génie de la liberté” di France 3, il primo documentario interamente dedicato a Charlie Chaplin, con scene da antologia tratte dai suoi capolavori più conosciuti e sequenze a volte sconosciute. Due le menzioni speciali: una a “I’ll Send You Butterflies”, un documentario crudo e emotivo su una donna e la sua famiglia che affrontano una diagnosi di malattia terminale, e una a “Lotta per il trono di Futureking” dell’emittente pubblica giapponese NHK, quiz show in VR in cui gli spettatori imparano a conoscere questioni ambientali come il riscaldamento globale e l’inquinamento da plastica. Questo progetto web interattivo si aggiudica anche la menzione speciale, a pari merito con “Djanet, le condizioni sanitarie delle popolazioni nomadi Tuareg” della emittente algerina EPRS, del premio speciale Prix Italia- Ifad-Copeam, che sceglie come lavoro vincitore “Sarayaku” di France Television, dedicato a un popolo che abita a nord del Rio delle Amazzoni e difende la propria cultura e il suo territorio dai tentativi di estrazione del petrolio. Il Premio Speciale Signis è stato assegnato a “Comment l’agrochimie a tué les insectes ?” di ARTE G.E.I.E della sezione Tv Documentary, un lavoro che punta i riflettori sulla massiccia scomparsa di insetti a causa di insetticidi, con ripercussioni su tutto l’ecosistema. “What’s Happening in Myanmar?” della giapponese NHK si assicura anche il riconoscimento della Giuria degli Studenti, composta da giovani universitari coinvolti nel progetto Ylab. I ragazzi hanno assegnato la menzione speciale a “Ser o no ser” della spagnola RTVE, Web Fiction percorso di formazione di un ragazzo transessuale.

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