Lo sguardo nuovo di Bellocchio sull’Italia di Aldo Moro

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ESTERNO NOTTE

Dopo la presentazione al Festival di Cannes, al Festival di New York e al BFI London Film Festival, il film lungo in tre atti del pluripremiato regista andrà in onda su Rai 1 il 14, 15 e 17 novembre, portando sul Servizio Pubblico uno dei momenti più tragici della vita del nostro Paese. Il racconto vede Fabrizio Gifuni nei panni del presidente della Democrazia Cristiana e Margherita Buy in quelli della moglie Eleonora, Toni Servillo è Papa Paolo VI, Fausto Russo Alessi è Francesco Cossiga, mentre Daniela Marra e Gabriel Montesi sono brigatisti. Una produzione Lorenzo Mieli per The Apartment, con Simone Gattoni per Kavac Film, in collaborazione con Rai Fiction, in coproduzione con Arte France.

«Questa serie rappresenta a pieno titolo la nostra idea di Servizio Pubblico e Marco Bellocchio racconta con lucidità uno dei momenti più drammatici della nostra Repubblica» sono le parole dell’Ad Rai Carlo Fuortes, che rende omaggio a uno dei più grandi cineasti italiani. Il maestro Marco Bellocchio sbarca per la prima volta in televisione, e in Rai, dopo aver accettato la sfida della serialità, perché alla fine, dichiara «le cose che ci coinvolgono sono sempre delle grandi avventure. È stato fatto un buon lavoro, abbiamo capito subito dalle prime proiezioni che c’era una vibrazione, un interesse, un coinvolgimento».

“Esterno notte” è un’opera che ritorna, dopo quasi vent’anni da “Buongiorno, notte”, sul tema del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro con un nuovo originale sguardo. «Ho voluto stavolta farne una serie – afferma Bellocchio – per raccontare l’esterno di quei 55 giorni italiani stando però fuori dalla prigione tranne che alla fine, all’epilogo tragico. Stavolta i protagonisti sono gli uomini e le donne che agirono fuori della prigione, coinvolti a vario titolo nel sequestro: la famiglia, i politici, i preti, il Papa, i professori, i maghi, le forze dell’ordine, i servizi segreti, i brigatisti in libertà e in galera, persino i mafiosi, gli infiltrati» Il regista sarà premiato dagli EFA, i prestigiosi Oscar europei, per la narrazione più innovativa, un riconoscimento commentato con orgoglio da Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction: «Ci sono prodotti che si impongono per l’originalità della struttura, la qualità del linguaggio, l’intensità dell’interpretazione e l’inconfondibile identità autorale. Rai Fiction ha aderito da subito al progetto del maestro, riconoscendo in “Esterno Notte” una proposta volta a reinventare il rapporto tra cinema e serialità televisiva». Un riconoscimento che celebra il talento e la versatilità del regista e conferma, ancora una volta, l’impegno della Rai nel perseguire una linea strategica con progetti capaci di superare le barriere che hanno separato piccolo e grande schermo.

Cosa ha spinto però il regista de “I pugni in tasca” a ritornare sul caso Moro? Di certo «non per scoprire nuovi segreti, ma perché questa tragedia ci fa ancora palpitare, ci coinvolge, ma senza l’intenzione di condannare» afferma Bellocchio che, dopo l’acclamazione di pubblico e di critica, prima a Cannes e poi al cinema, intuisce che qualcosa di veramente speciale si è messo in moto, «un interesse sincero, una passione non ideologica. Pur non sapendo molto del grande pubblico televisivo, posso solo sperare infantilmente che in tanti lo guardino, perché sono importanti anche i risultati. E spero – continua – che ci sarà il tempo di fare altre cose seriali». 

La storia 1978. L’anno tra i più tormentati e ingombranti per la storia del nostro Paese. Violenza di piazza, rapimenti, gambizzazioni, scontri a fuoco, attentati. L’anno del rapimento e dell’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse, l’organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. L’anno in cui sta per insediarsi, per la prima volta in un Paese occidentale, un governo sostenuto dal Partito Comunista (PCI), in una storica alleanza con la Democrazia Cristiana. Aldo Moro, il suo Presidente, è il principale fautore di questo accordo che segna un passo decisivo nel reciproco riconoscimento con il più grande partito comunista in Occidente guidato da Enrico Berlinguer. Proprio nel giorno dell’insediamento del Governo che con la sua abilità politica è riuscito a costruire, il 16 marzo 1978, sulla strada che lo porta in Parlamento, Aldo Moro e gli uomini della sua scorta cadono in un agguato in via Fani a Roma. Il presidente della Dc viene rapito e l’intera scorta sterminata. È un attacco diretto al cuore dello Stato. La sua prigionia durerà cinquantacinque giorni, scanditi dalle lettere di Moro e dai comunicati dei brigatisti. Cinquantacinque giorni di speranza, paura, trattative, fallimenti, buone e cattive azioni. Cinquantacinque giorni al termine dei quali il suo cadavere verrà abbandonato in un’automobile in via Caetani, esattamente a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista

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Le mie belve? Determinate, tenaci, libere

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FRANCESCA FAGNANI

Dopo il grande successo delle passate edizioni tornano, dal 1° novembre, le graffianti interviste ai grandi nomi dello spettacolo, della politica, del costume e della cronaca disposti a mettersi davvero in gioco, accettando le regole del programma: raccontarsi senza filtri, rispondere alle domande chiare, dirette e spesso irriverenti della conduttrice. Il martedì, il mercoledì e il giovedì, in seconda serata, su Rai 2

2022,Francesca Fagnani

Tornano i pungenti e ironici faccia a faccia in cui Francesca Fagnani si confronta senza sconti con grandi personaggi. Un incontro occhi negli occhi, che porta alla luce il ritratto di una vita, le vittorie e le sconfitte, i rimpianti e le rivendicazioni di donne e uomini che arrivano a tracciare il bilancio di una strada percorsa con la tenacia e il coraggio di essere sempre e solo se stessi, nel bene e nel male

In onda tre volte a settimana dal martedì al giovedì, come cambia “Belve”?

Il format non cambia, ci sono sempre due interviste per ogni puntata, anticipate da un’anteprima di pochi minuti che è un antipasto di quello che vedremo nel corso del programma.

Da donna cosa ti incuriosisce di un’altra donna che ti si racconta?

Non mi piace fare discorsi di genere, da donna a donna. Faccio interviste a persone che ritengo interessanti, spero di tirare fuori risposte che possano interessare a uomini e donne, al di là del genere.

Che cosa hai scoperto del mondo femminile in questi anni di interviste?

Mi interessa lo sguardo degli altri, proporre un modello femminile più vincente, che gioca più all’attacco, un modello più determinato e meno vittimistico.

Tre caratteristiche di una “belva”…

La determinazione, la tenacia, la libertà di scegliere in modo autonomo.

Perché una “belva” accetta di venire a raccontarsi da te?

Perché fa uscire un aspetto inedito interessante e perché ci si diverte, per primo chi lo fa.

Come ti comporti quando ti accorgi che un ospite non è sincero?

Se reciti, come me ne accorgo io, se ne accorge anche il pubblico a casa. La lucetta rossa non perdona. Provo con la prima, la seconda, la terza domanda a fare emergere un aspetto di maggiore autenticità, perché la verità è un concetto un po’ complesso, soprattutto in televisione. Se qualcuno vuole recitare è libero di farlo.

C’è una domanda che non faresti mai?

In linea di principio non esistono domande che non farei mai, magari ci sono situazioni particolari, delicate, in cui le farei con maggiore attenzione oppure potrei decidere di non farle.

Mi dici il nome di una persona che vorresti avere in trasmissione e che non ha ancora accettato l’invito?

Me lo tengo per me, così magari un giorno mi dirà di sì.

In quale direzione sta cambiando la Tv?

Cambia il modo di fruizione dei contenuti. Capita che un contenuto televisivo abbia una diffusione maggiore su Tik Tok, oppure che i programmi Rai che hanno una collocazione complessa, vengono visti attraverso RaiPlay. Il pubblico sceglie di più e vede i programmi in modo meno tradizionale.

Belve si nasce o si diventa?

Se ci nasci sei avvantaggiato, ma ci si può allenare.

A chi dedichi la nuova stagione di “Belve”?

Alle belve, a chi accetta di fare l’intervista. Le ringrazio tutte.

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Per la vita

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SERVIZIO PUBBLICO

Circa 377mila nuovi casi di tumore diagnosticati lo scorso anno, più di mille al giorno. La ricerca continua a essere la strada maestra per affrontare l’emergenza cancro. Dal 6 al 13 novembre Rai e AIRC uniscono le loro forze dando vita a una campagna d’informazione che coinvolge Tv, radio, testate giornalistiche, web e social

foto di Giulio Lapone

Il cancro rappresenta ancora un’emergenza: sono circa 377mila i casi di tumore diagnosticati in Italia lo scorso anno e 181mila 330 le morti stimate. La ricerca ha dato nel tempo, grazie al sostegno degli italiani, risultati importanti. Oggi  sono 3,6 milioni i cittadini ad avere superato una diagnosi di cancro, con un incremento del 36 per cento rispetto a soli dieci anni fa. E in molti casi i pazienti sono tornati ad avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chi non si è mai ammalato. Dal 6 al 13 novembre, per otto giorni, Rai e AIRC uniscono le forze dando vita a una campagna d’informazione che coinvolge tv, radio, testate giornalistiche, web e social. “I Giorni della Ricerca sono un appuntamento ormai tradizionale, di cui la Rai è particolarmente orgogliosa – afferma la presidente della Rai Marinella Soldi – la collaborazione tra Rai e Airc è stata essenziale, in Italia, per cambiare l’atteggiamento delle persone nei confronti della malattia, per rendere il cancro un argomento raccontabile e una malattia sempre più curabile. Il servizio pubblico anche quest’anno si mobilita, mettendo a disposizione i suoi punti di forza: il rapporto consolidato con gli utenti, il talento degli artisti e delle maestranze, la capillarità dell’ informazione, la varietà delle piattaforme che spaziano dai canali lineari ai social. Otto giorni di staffetta tra programmi di intrattenimento, di attualità, documentari e notiziari”. Una campagna cresciuta nel corso degli anni e che ha fatto entrare nelle case degli italiani la corretta informazione sul tema “cancro”, permettendo di raccogliere donazioni per oltre 131 milioni di euro, fondi investiti in centinaia di progetti innovativi per la cura del cancro e in programmi di formazione e specializzazione per i giovani talenti della scienza del nostro Paese.  “L’alleanza con la Rai è il motore di una vera e propria mobilitazione collettiva per cambiare tutti insieme il domani, accelerando il lavoro dei ricercatori impegnati a sviluppare diagnosi sempre più precoci e terapie più efficaci per tutti i pazienti – sostiene Andrea Sironi, Presidente Fondazione AIRC – AIRC è una grande comunità che può contare sull’impegno e la fiducia di 4,5 milioni di sostenitori, ventimila volontari e diciassette Comitati Regionali, ai quali si aggiungono in questi otto giorni tutta la Rai e le sue maestranze per mettere in campo una straordinaria campagna per promuovere una corretta informazione scientifica e insieme raccogliere nuove e fondamentali risorse per i nostri cinquemila scienziati. La ricerca ha tolto molto terreno al cancro in questi ultimi decenni, in Italia le percentuali di sopravvivenza a cinque anni per tutte le neoplasie sono in crescita e sono arrivate al 59 per cento negli uomini e al 65 per cento nelle donne. Ma questo non ci può bastare, oggi la nostra ricerca si concentra sui temi più complessi, come la malattia metastatica e la resistenza alle terapie. Approfondire la conoscenza su questi argomenti significa migliorare le terapie e offrire un futuro migliore ai pazienti. Per questo è fondamentale alimentare la ricerca oggi per arrivare domani a nuove cure”. A guidare gli ambasciatori della Rai nei giorni della ricerca è Carlo Conti, al fianco della Fondazione dal 2011: “Anche quest’anno sarò in prima fila insieme a tante colleghe e colleghi per promuovere il sostegno alla ricerca sul cancro. Rai e AIRC insieme hanno contribuito ad abbattere molti tabù sul cancro, parola che fino a qualche decennio fa non si poteva nemmeno pronunciare, tanto più nelle trasmissioni di spettacolo. Noi abbiamo dimostrato di poterne parlare nella prima serata di Rai1 a “Tale e Quale Show” dove non facciamo informazione scientifica. Siamo riusciti però a proporre un intrattenimento valoriale a cui il pubblico da casa ha risposto con grande partecipazione e con straordinaria generosità attraverso le donazioni, lo scorso anno durante la nostra serata abbiamo raccolto duecentocinquanta mila euro. Quest’anno cercheremo di fare ancora meglio, un impegno che prendo personalmente insieme a tutta la mia squadra per aiutare la ricerca a dare le giuste risposte a tutti coloro che oggi si trovano ad affrontare la malattia”. Insieme a “Tale e Quale” a sostenere AIRC saranno trasmissioni di intrattenimento come “L’eredità”, con un appuntamento speciale, “E’ sempre mezzogiorno” con l’ambasciatrice Antonella Clerici, e ancora “Ballando con le stelle”, “Uno Mattina in famiglia”, “I soliti ignoti”, “Vita in diretta” e molti altri. In campo anche l’informazione e l’approfondimento con telegiornali e radiogiornali, i programmi “Elisir”, “Check-Up”, “Buongiorno Benessere”.

COME DONARE

Per sostenere AIRC e i suoi 5.000 ricercatori oltre alle donazioni al numero 45521 (attivato dai principali gestori di telefonia fissa e mobile TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb, Tiscali, TWT, Iliad, Coop Voce, Convergenze e PosteMobile), si potrà donare anche con tutte le carte di credito sul sito airc.it, sui canali digitali e nelle filiali di Banco BPM, con bonifico bancario sul conto intestato ad AIRC presso Banco BPM – IBAN: IT 18 N 05034 01633 000000005226 e con bollettino postale sul conto corrente 000000307272 intestato ad AIRC

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Nei nostri archivi la nostra storia

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SERVIZIO PUBBLICO

Dalla digitalizzazione al restauro, dalla documentazione alla valorizzazione dell’immenso archivio della Rai e alla sua promozione sui social. Immagini salvate, e da salvare, un patrimonio che è testimonianza di ciò che siamo. Il RadiocorriereTv incontra Andrea Sassano, direttore di Rai Teche: «Stiamo lavorando a un percorso di recupero massivo e urgente dei nostri supporti»

Partiamo da “Spazio 1999”, serie cult fantascientifica degli anni Settanta. La prima stagione è già disponibile su RaiPlay per la gioia di tantissimi fans…

“Spazio 1999” era un tassello immancabile da recuperare, e la Direzione Teche ha voluto farlo confezionando una versione in alta qualità, avvalendosi delle professionalità altamente specializzate del Supporto Tecnologico di Torino: un lavoroimpegnativo, durato quasi sei mesi, che ha consentito di offrire tutti gli episodi nella qualità migliore possibile. I colleghi, attraverso un lavoro certosino di allineamento, hanno sincronizzato la traccia audio italiana al video restaurato da ITV (rete televisiva britannica), ma non si sono fermati a questo. Alla famosa puntata “L’ultimo tramonto”, il cui sonoro era andato perduto e le cui repliche erano state ritrasmesse grazie all’audio registrato da un telespettatore con un registratore a nastro di bassa qualità, è stato finalmente restituito un audio in alta qualità. Rai Teche ha anche soddisfatto il desiderio della fan base di rivedere le sigle originali italiane diverse per ogni puntata; ognuna è stata restaurata attraverso un upscaling del video in HD, con una ripulitura da graffi e imperfezioni e una color correction.

Qual è il lavoro di Rai Teche?

Possiamo sintetizzare la nostra missione in tre azioni: recuperare, documentare e valorizzare il materiale audiovisivo della Rai.

Il patrimonio audiovisivo della Rai ha un valore inestimabile…

Un valore che ci impone di rimpossessarci del nostro archivio storico. Attualmente la Rai ha recuperato, quindi digitalizzato, soltanto una piccola parte del proprio archivio; tra i diversi supporti dovremo dare precedenza alla pellicola, particolarmente delicata e soggetta all’usura del tempo. Il suo processo di digitalizzazione è complesso e deve essere avviato velocemente perché gli agenti atmosferici rischiano di renderla non piùrecuperabile. La pellicola è un supporto prezioso, utilizzato negli anni in cui la Rai era l’unica emittente a livello nazionale, ed è testimonianza di molti decenni della nostra storia. Il suo recupero non è solo una responsabilità verso l’Azienda, ma anche verso l‘intero Paese.

Ma il recupero dell’archivio storico non si ferma alla pellicola…

Infatti, comprende anche i supporti magnetici IMX, Beta, BVU, un’operazione monumentale di milioni di supporti da recuperare e da riscoprire a valle del processo di digitalizzazione.

Secondo step, documentare…

Senza documentazione non ci sarebbe fruizione. La documentazione è una fase importantissima, perché consente la successiva ricerca, l’individuazione e la fruizione dei materiali all’interno del nostro catalogo multimediale. Il team di documentazione di Rai Teche è un gruppo di lavoro che assume una rilevanza strategica nel processo di valorizzazione del materiale d’archivio, ed è composto da figure molto esperte e uniche in ambito audiovisivo.

L’ultimo step della vostra mission?

Una volta digitalizzato e documentato, il nostro patrimonio può consacrarsi con una valorizzazione che prevede quattro filoni di sfruttamento: il conferimento di materiale d’archivio a beneficio di enti, istituzioni, ministeri, associazioni;  la pubblicazione sulla striscia Teche di RaiPlay; l’apporto di materiale d’archivio all’interno di produzioni interne o di coproduzioni; il confezionamento di clip da pubblicare sui social. Il team del customer service di Rai Teche, che gestisce molte centinaia di richieste ogni anno, è il nostro prezioso punto di accesso per coloro che richiedono alla Rai materiale d’archivio per utilizzi e sfruttamenti non commerciali, in coerenza con quanto previsto nel contratto di servizio.

Un supporto fondamentale per chi realizza programmi…

Il team editoriale è di supporto ai Generi Rai (Fiction, Documentari, Cultura) per la realizzazione di documentari, fiction, programmi radiofonici e televisivi. Lo fa guidando anche le scelte delle società di produzione, indirizzando il moodboard dei progetti e definendone il taglio anche grazie ai materiali indicati.  Lavoriamo anche internamente alla produzione di documentari su materiale d’archivio, da proporre alle reti per la messa in onda e alla piattaforma RaiPlay per lo streaming. Inoltre il team di verifica diritti di Rai Teche offre un servizio importante agli Editori/Generi Rai perché certifica la titolarità del diritto del singolo contenuto.

Rai Teche è sempre più protagonista anche sui social. Quale strada state percorrendo?

Si potrebbe definire “memoria del futuro”: seguendo i temi più caldi e le notizie di più stretta attualità, così come il palinsesto televisivo e i trend suggeriti dai social stessi, vengono riproposti i materiali d’archivio collegati, così che il passato funga da supporto nella lettura del presente proiettandosi nel futuro. Un esempio, a seguito della morte della regina Elisabetta II abbiamo mostrato le rare immagini della sua visita a Capaci nel 1992 a cinque giorni dall’attentato a Giovanni Falcone. In nove mesi sono cresciuti enormemente i follower e l’engagement degli utenti: in particolare su Instragram siamo passati da circa 2.500 follower a quasi 36.000. Questi segnali ci suggeriscono che la memoria e la storia della televisione, se ben rappresentate, hanno molto da raccontare a chi vive nel presente e guarda al futuro.

Quali sono i progetti futuri di Rai Teche?

Stiamo finalizzando un progetto di recupero massivo e urgente dei nostri supporti, purtroppo interrotto nel periodo pandemico. Sono arrivato a Rai Teche un anno fa consapevole della priorità rappresentata dalla digitalizzazione. Stiamo studiando insieme ad altre Direzioni aziendali sistemi avanzati di documentazione, ossia una vera e propria metadatazione dei materiali con strumenti di intelligenza artificiale che consentiranno una descrizione ancora più puntuale del nostro patrimonio audiovisivo.

Cosa l’ha spinta a guidare Rai Teche?

L’idea di lasciare qualcosa alla Rai, cosa che è per me un grande privilegio. La mia sfida passa dalla digitalizzazione, dal restauro e dal consentire la fruizione del patrimonio attraverso la rete con una piattaforma che, come tutti gli archivi internazionali, sia consultabile dall’esterno. Parliamo dell’archiviazione e dalla digitalizzazione di milioni di ore di trasmissione, un’operazione che richiede grande cautela: si tratta di un passaggio obbligato per evolvere da broadcaster a media company.

Un grande lavoro frutto di una grande squadra…

Quando sono arrivato non mi sarei mai immaginato di trovare un gruppo di donne e uomini così appassionati ed entusiasti di ciò che fanno. Sanno di non svolgere un lavoro comune, ma pensano, anche attraverso il progetto  al quale stiamo lavorando, di consegnare alla Rai, e soprattutto al Paese, un patrimonio per il futuro, salvandolo dall’incuria. Lo fanno nella consapevolezza di lasciare anche una parte di loro all’Azienda che li ha fatti diventare, nel tempo, veri e propri professionisti nella ricerca, nella documentazione e nella valorizzazione dell’archivio Rai. Questa intervista è un omaggio al loro quotidiano e meticoloso lavoro.

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L’attore è equilibrio e curiosità

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TERESA SAPONANGELO

Vivace, ironica e solare come la sua Nives, il personaggio a cui dà corpo nella serie “Vincenzo Malinconico” su Rai 1. L’attrice pugliese si racconta al RadiocorriereTv: l’incontro con De Silva e Massimiliano Gallo, la recitazione, la popolarità, ma anche il David di Donatello per “È stata la mano di Dio” di Sorrentino: un momento straordinario per una delle artiste più apprezzate da pubblico e critica

Come è stato l’incontro con i romanzi di De Silva?

Mi piace moltissimo il tono che utilizza nel parlare di sentimenti. Racconta l’amore con grandissima profondità, ma anche con uno sguardo sempre ironico e autoironico. Sarebbe bellissimo se esistesse un Malinconico donna, nei personaggi femminili manca spesso la profondità di riflessione legata all’ironia. I romanzi di Malinconico raccontano una coralità, pensiamo all’ambiente del tribunale, che il regista Alessandro Angelini, la produzione, sono riusciti a restituire molto bene in questo lavoro.

E con la sua Nives?

Era già raccontata così scoppiettante da De Silva, piena di energia e di contraddizioni, ma io ci ho messo del mio e Diego me lo ha riconosciuto dicendomi che ho creato una Nives molto più tonda di quella del libro, cosa che mi ha dato soddisfazione. L’esperienza del set, Nives, il clima che si è creato con Angelini e Massimiliano Gallo, hanno comportato una progettualità sul futuro, anche perché dal punto di vista attoriale capisci davvero se un personaggio funziona quando lo porti in scena.

Ha detto di essersi divertita molto nel corso delle riprese, di avere anche improvvisato con Massimiliano Gallo, cosa rappresenta questo per un attore?

La possibilità di essere creativi e non limitati alla scrittura, che è una traccia. All’interno di quelle battute puoi metterci un urlo, un pianto, e creare un mondo. Una grandissima opportunità. Anche lì dove c’è una scrittura ferrea, che il regista vuole non sia tradita, si può mettere del proprio. Quando incontri un collega che gioca con te la possibilità aumenta in maniera esponenziale. Massimiliano è un attore di lunga esperienza, è anche un comico e per questo ha una carta in più rispetto all’attore che sa fare una sola cosa. Ha una pratica di palcoscenico di anni, con lui puoi tentare qualsiasi strada.

C’è qualcosa che la accomuna a Nives?

Il temperamento e la frenesia. L’instabilità. Nives è una donna continuamente alla ricerca. Ha una vivacità mentale, caratteriale, che la tiene sempre in movimento, in maniera un po’ frenetica. In questo mi ci ritrovo un po’.

Vero è che un personaggio non si giudica mai, ma se potesse dare un consiglio a Nives, le direbbe di lasciar perdere con Malinconico o di provare a riconquistarlo?

Di riportarlo a casa. È un uomo sexy, che la fa ridere.

De Silva sostiene che alle donne piacciono gli uomini che inciampano stando fermi, lei, da donna, è d’accordo?

Sono d’accordo, in questo c’è un che di erotico. È come essere attratti dall’uomo con la pancia o quello con la tartaruga… l’uomo con la tartaruga può attrarre uno sguardo che dura un giorno, quello con la pancia può avere un potere attrattivo per la vita. È dietro la pancia, dietro la piega, che si nascondono le risorse (sorride). L’inciampo che produce una risata è spesso più invitante che non un atteggiamento perfettino.

Cosa significa essere un’attrice oggi?

Avere molta forza ed essere molto stabile emotivamente. Le tentazioni di trasformarti, di apparire sempre bella e giovane sono tante. Questo lo vedo più nelle mie colleghe che su di me. Io ho quel tratto di trascuratezza che mi salva. Non sono ossessiva nella preparazione, nel dover apparire sempre impeccabile, vestita bene, nel bene e nel male. Nella tentazione di rifarmi il viso o altre cose e questo mi salva. L’attrice deve avere grande stabilità e deve essere una persona che alimenta sempre la propria curiosità. Già, l’attrice non deve mai perdere curiosità.

Nella sua carriera c’è tanta fiction, come ha visto cambiare, nel corso del tempo, la serialità televisiva?

In meglio, fortunatamente. Oggi ci si pone il problema del tema, il soggetto si racconta, fino a quindici anni fa non era così. La competizione con le piattaforme ha fatto alzare il livello e ha portato alla diversificazione dei temi. Si racconta ancora poco di quello che siamo oggi come società, c’è una fetta della popolazione non raccontata, penso alle adozioni, alle malattie fisiche e mentali. Serve un racconto nel segno della normalità. Ci sono troppe figure istituzionali e pochi racconti quotidiani della gente semplice.

Che rapporto ha con la popolarità?

Sereno. Mi piace che sia riconosciuto il mio lavoro, sono contenta quando una persona mi si avvicina dicendomi che da un mio personaggio ha ricevuto un’emozione.

Il David di Donatello, Il Nastro d’argento, come ha vissuto questi importanti riconoscimenti?

Mi hanno dato sicuramente più forza, mi sento legittimata a dire ancora di più quello che penso su un personaggio, su una sceneggiatura. Mi sento più forte, gratificata, è come se avessi avuto anch’io la consapevolezza di avere fatto un buon lavoro in un grande film. Il film di Paolo Sorrentino (È stata la mano di Dio) ha scatenato uno sguardo nuovo su di me, comunque di conferma. Questo ha portato anche tanto lavoro in più.

Cosa deve avere un personaggio per interessarla e per rimanere in lei?

Un personaggio nuovo porta un mondo nuovo. In questo periodo sto affrontando il film che racconta la storia di Luca Trapanese, il primo omosessuale single che ha adottato una bambina down. È chiaro che se racconti quella storia, nella quale interpreto il ruolo dell’avvocato di Trapanese, ti immergi in un mondo del quale sei partecipe emotivamente e che quindi ti arricchisce. Non scelgo solo il personaggio guardando al regista e al numero di pose, ma il tema, la storia che vai a raccontare.

Il cinema, la televisione, c’è sempre spazio per il teatro?

È diventato sempre più difficile ricavare il tempo, ma cerco di fare almeno uno spettacolo all’anno.

Teresa è una donna felice?

Molto serena per alcuni aspetti e per altri meno. Arriverà un equilibrio in tutte le sue parti (sorride).

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L’educazione (e il tempo) per superare i tabù del sesso

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TECLA INSOLIA

Nell’original di RaiPlay “5 minuti prima” l’attrice interpreta il ruolo della sedicenne Nina alle prese con il sesso, l’amore, le amicizie, la costruzione della propria identità nel cuore dell’adolescenza. «Ci sono sempre parole complicate per esprimere una cosa bella come fare l’amore – afferma – tutti rendono complessa una cosa bellissima»

Cosa ha pensato quando le è stata assegnata la parte di Nina in “5 minuti prima”?

Subito dopo il provino c’è stata intesa con Duccio (Chiarini, regista) cosa che penso abbia convinto fino in fondo. Quando sono stata scelta e ho visto le sceneggiature mi sono subito appassionata. In Nina ho trovato qualcosa di me, non di una me di adesso, ma di qualche anno fa. Anche per questo è stato interessante portare avanti il progetto. 

Tecla, chi è Nina?

È una ragazza di 16 anni che all’apparenza può sembrare vagamente ordinaria ma che in realtà, come tutte le persone, ha un mondo dentro che nemmeno lei stessa riesce a comprendere. Lo esprime attraverso la delicatezza nell’affrontare la vita e con l’arte, che consente di vivere a fondo la meraviglia. Io, come lei, ho iniziato a fare il mio mestiere, canto e recitazione, proprio perché l’arte ti dà la possibilità di esprimere ciò che sei. Quando non hai l’ordine mentale per poterti esprimere al meglio, c’è l’arte che ti viene in aiuto.

Cosa può significare, per un giovane, la prima volta, sia nel sesso che nei sentimenti?

La serie ci mostra come i tabù, in realtà, non sono affatto scomparsi, nonostante di sesso oggi se ne parli di più. Questo è motivo di frustrazione per Nina, che vede un mondo intorno a sé, a partire dai suoi amici, dove tutti hanno già fatto tutto, in cui sembra che tutti siano già arrivati. “5 minuti prima” mi ha fatto comprendere ancora di più che ogni cosa ha il suo tempo, che bisogna accettarsi e comprendersi, senza fretta.

Come cambia in un giovane la visione della vita, dell’amore, tra il prima e il dopo?

In realtà finché non cresci le cose non cambiano, ma molto dipende dal tipo di esperienza che vivi, perché è tutto soggettivo. C’è chi è stato fortunato e ha avuto la possibilità di fare l’amore, di approcciarsi al sesso, con una persona con cui c’era anche un rapporto amoroso effettivo. Ma ci sono tanti  casi in cui questa cosa non avviene. Per quanto mi riguarda non ho visto una differenza, una crescita, dopo le mie prime volte. Posso dire che la consapevolezza arriva con il tempo.

Come si parla oggi di sesso, d’amore, di sentimenti profondi tra giovani?

Sono un po’ un’adolescente anomala. Mi sono spesso relazionata con persone più grandi di me, anche perché ho cominciato a lavorare presto. Noto però che tra i ragazzi c’è un forte atteggiamento di spavalderia, e in questo non c’è differenza nel genere. Molti raccontano le proprie esperienze con una sicurezza che non è reale. Sarebbe forse più coraggioso raccontare quella volta in cui è andata male perché è successo qualcosa che ti ha messo in imbarazzo, qualcosa che non ti aspettavi. In realtà il tabù ancora c’è. Spero che si arrivi a istituire l’educazione sessuale nelle scuole per aiutare i giovani ad avere consapevolezza.

Un deficit da colmare…

Tante cose accadono ancora perché non c’è educazione, perché non si conoscono, perché non si chiedono, e quando si chiedono non ti si risponde realmente. Ecco, ci sono sempre parole complicate per esprimere una cosa bella come fare l’amore. Tutti rendono complessa una cosa bellissima. Se ci fosse consapevolezza tutti vivremmo con più tranquillità, senza l’ansia dell’aspettativa, che rende così agitata e frustrata Nina (sorride).

Che messaggio vuole dare la serie ai giovani?

Che abbiamo il tempo di capirci, che non dobbiamo farlo presto solo perché gli altri, intorno a noi, sembrano arrivati prima di noi al traguardo. Che poi non è mai un traguardo, ma una continua ascesa.

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In viaggio con … leggerezza

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ELISABETTA FERRACINI

Dal lunedì al venerdì, su Rai Isoradio e poi su RaiPlaysound, conduce con Max Locafaro la nuova stagione del programma che tiene compagnia agli ascoltatori all’insegna del buonumore

Com’è ripartito “In viaggio con Elisabetta”?

Molto bene, perché quella di marzo è stata una serie numero zero, come una specie di grande prova in diretta. Per me era la prima volta. Questo programma è un mio progetto, è un’ora di leggerezza, per far sorridere gli italiani che sono in viaggio. Abbiamo rubriche per coinvolgere i radioascoltatori e anche le dediche, come mi piaceva fare da ragazzina quando chiamavo la radio per dedicare una canzone a un’amica o al mio primo fidanzato. Al 348731010 ci lasciano un vocale canticchiando la canzone che poi programmeremo in diretta.

Prima volta per lei in radio, ma programma riconfermato…

Sì, sono stata riconfermata, ne sono davvero felice. Mi sono rimessa in gioco perché avevo fatto la mamma a tempo pieno e, quando mio figlio è andato a studiare a Madrid, ho voluto ricominciare. Anche la conferenza stampa di presentazione è stato un bel momento perché la direttrice ha speso belle parole per me, per questa idea.

Quali sono le più belle avventura e disavventura in viaggio che le sono state raccontate in radio?

Mi ha fatto molto ridere un viaggio di Claudia Gerini che era capitata a Panarea nella settimana in cui c’erano tutti ragazzi molto giovani e con le figlie furono giorni al cardiopalma. Invece Maria Grazia Cucinotta mi ha raccontato del suo più bel viaggio, quello del cuore, quando torna nella sua terra con la sua famiglia. Anche mia madre (Mara Venier) ha raccontato un viaggio particolare, quello del ritorno nella sua Venezia dopo tanti anni, a seguito della perdita di sua madre, mia nonna. Ma poi ci sono le disavventure che ci fanno tanto ridere. Alessandro Basciano, mio amico, ha raccontato che la sua più grande disavventura è quella di percorrere il Raccordo di Roma ogni giorno per tornare a casa e trovarsi imbottigliato nel traffico. Anche la routine quotidiana spesso può diventare un viaggio.

Quali sono i luoghi del cuore?

Ci tengo tantissimo a questo spazio del programma, è il viaggio del cuore dei nostri ospiti, personaggi conosciuti, che raccontano viaggi che non vogliono più ripetere. Da lì prendiamo spunto e parliamo della loro carriera. Devo dire che nei primi tre mesi del programma, quella che prima ho definito prova, abbiamo avuto ospiti circa cinquanta star. Anche mia madre è stata generosa, venendo direttamente in radio e rimanendo per tutta la puntata insieme a noi.

E se non fossimo in radio, in viaggio con Elisabetta, dove andremmo?

Alle Maldive. Avrei voglia di fare un viaggio lungo, cosa che non faccio da molto tempo per una serie di ragioni, ultima il Covid.

Lei ama viaggiare in macchina?

Viaggio molto in macchina e mi piace tanto. Butti tutto dentro e parti. Vorrei farlo molto di più.

Il viaggio del cuore che le piacerebbe fare?

Vorrei andare a fare un safari con mio figlio. Anche se è grande ormai, ma credo sia sempre affascinante vivere questo tipo di esperienza.

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Malinconico? Suona come una chitarra

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DIEGO DE SILVA

Lo scrittore e sceneggiatore napoletano parla del suo avvocato d’insuccesso, protagonista della nuova serie di Rai 1: «Si ride addosso, e ride del mondo. E piace alle donne perché inciampa da fermo»

Le vicende di Vincenzo Malinconico arrivano in Tv, cosa prova lo scrittore De Silva?

Sono molto contento, è stato un lungo percorso. Abbiamo lavorato tre anni alla sceneggiatura e poi c’è stato l’incontro con il regista Alessandro Angelini, che ha fatto un lavoro egregio, e con Massimiliano Gallo…

… che ha dato volto, anche nella sua mente, al personaggio…

… sono uno scrittore che non descrive mai né i suoi personaggi né i luoghi, perché secondo me la descrizione imbriglia l’immaginazione del lettore. Così per cinque libri non sapevo chi fosse Malinconico, non avevo idea delle sue fattezze estetiche. Ora, anche per me, il volto dell’avvocato Malinconico è quello di Massimiliano Gallo e non potevo essere più fortunato. Lui è una persona deliziosa e un attore con una pluralità di registri che controlla perfettamente, è riuscito a rendere il personaggio in tutte le sue variazioni umorali.

Quando inventò Malinconico immaginava che avrebbe ottenuto un consenso letterario così ampio?

È stata una sorpresa. Era tra l’altro la prima volta che scrivevo in prima persona e mi prendevo delle libertà che in terza persona non mi consentivo. Quando scrivi in terza devi raccontare l’essenziale, ciò che è funzionale alla storia, scrivendo in prima mi rendevo conto di essere più libero, innanzitutto nella digressione (sorride). Nei libri di Malinconico sono fortemente digressivo, perché  io stesso ho quel tipo di carattere. Quando mi faccio prendere da una congettura difficilmente cambio strada, e rimango continuamente attratto da altre cose che capitano. Mi accadeva anche ai tempi della scuola.

Con il rischio di andare fuori tema…

L’insegnante di filosofia mi diceva che andare fuori tema non avrebbe rappresentato  un problema se avessi portassi la narrazione in un posto in cui valesse la pena andare. Questo è rimasto il mio faro.

Definisce il suo Malinconico un “perdente” e non un “fallito”. Che differenza c’è?

La figura del loser, come la chiamano in America, ha una sua poesia. La grande narrativa, anche comica, è piena di perdenti. Per quanto ci riguarda, da un punto di vista sia editoriale che culturale penso a Massimo Troisi, la sua figura è quella del perdente, ma nessuno di noi penserebbe a lui e al suo ruolo, come a dei falliti. Era semplicemente un uomo a disagio che affrontava la vita con tutti i suoi limiti. Malinconico è uno di noi. È uno che si sente a disagio nei ruoli che la vita gli assegna di volta in volta: è a disagio come avvocato, come genitore, come amante, come ex marito. Fa la battaglia che facciamo tutti per mantenerci in vita con dignità e possibilmente cercando di farci amare. Malinconico riesce a essere amato, anche se poi le donne lo lasciano e non è che gli vada molto bene nella vita. È una persona che non deve vincere per essere felice, questo credo che sia anche un bel messaggio.

Il suo è un entusiasmo quasi fanciullesco…

Che nasce dal trovare la vita sempre incantevole, ossia in grado di provocare incanti. Questo soprattutto per una ragione che più che poetica è filosofica: la vita è incomprensibile, ed essendo tale, l’unico modo che abbiamo per cercare di chiuderla in uno schema logico è raccontarla, o almeno, cercare di farlo.

Ha mai provato, da scrittore, la paura di rimanere intrappolato in un suo personaggio?

Sicuramente sì, è un problema che ti poni proprio quando un personaggio funziona. Ma Malinconico per me è una voce, è come suonare uno strumento su cui mi trovo particolarmente bene, è un modo attraverso il quale penso, e questo mi facilita moltissimo la scrittura. La sua voce mi viene naturale, ha una sua autenticità, è una sorta di sdoppiamento della mia mente come se io parlassi con me stesso, e attraverso la voce di Malinconico trovassi la realtà, sempre un po’ ridicola. Malinconico si ride addosso, e ride del mondo, essendo sempre parte della scena ridicola. Non ridicolizza mai nessuno, e se accade parte sempre da sé. Questo è anche un principio della migliore comicità, che non è mai quella che deride qualcuno. I grandissimi comici sono sempre i primi a tirarsi da soli i pomodori in faccia.

Ha parlato di Malinconico come  di uno strumento, a quale si riferisce?

La chitarra, che è il mio strumento. Ai tempi dell’università avevo anche una band. Non ho più il tempo di suonare ma mi circondo ugualmente di chitarre, la musica è importante, è presente nei miei romanzi, ne parlo spessissimo. Malinconico è una chitarra, il più femminile degli strumenti, anche dal punto di vista della forma, della corporeità. Tutti gli strumenti sono erotici e sensuali, la chitarra ha una forma, una sensualità, molto femminile.

Malinconico come vede le donne?

Ha un rapporto di grandissima devozione, ma è anche per un fatto generazionale. Siamo cresciuti nell’ammirazione quasi biologica del femminile. L’idea che una donna potesse mettere gli occhi addosso a te, potesse degnarti della sua attenzione, del suo amore, era un dono immenso, come se quest’essere alieno e meravigliosamente bello potesse posare gli occhi su un terrestre. Lui non è un adone, non è un seduttore, ma riesce a sedurre proprio con il suo senso del limite, con il suo sentirsi inadatto. La cifra di autenticità e fragilità attira una donna sensibile. Mi diverto sempre a dire che Malinconico forse piace alle donne perché è il tipo di uomo che inciampa da fermo, la mia opinione è che alle donne piacciono gli uomini che inciampano da fermi (sorride).

Quali sono stati i paletti al di fuori dei quali ha chiesto che la serie non andasse?

Quando si parla di una trasposizione bisogna sempre essere disponibili e non difendere stupidamente e ostinatamente il testo dal quale si parte. Nel momento in cui accetti devi capire che nell’altro settore ci sono altre regole, altri principi e altri obiettivi. Mi piace molto considerare il mio mestiere come artigianato, se scrivo un libro, una commedia, un articolo di giornale, una sceneggiatura, faccio cose diverse. La scrittura si muove a seconda degli ambiti in cui la eserciti. La cosa fondamentale è che si rispetti la complessità del personaggio, Malinconico è un personaggio molto facile da macchiettizzare, se vuoi semplificare puoi anche far ridere, ed è un po’ il problema di molta commedia fatta male, ma è un errore. Ridere per ridere non ha senso, bisogna costruire un ragionamento, un’opinione, una prospettiva sul mondo che possa incontrare la sensibilità del lettore e dello spettatore. Devi attirare l’attenzione e lo fai attraverso una scrittura molto affilata, una recitazione alta, e la mente di un regista, in modo da organizzare la scena e dare un’ottima direzione. Devo dire che in questo sono stato molto fortunato.

Malinconico molto racconta del nostro Sud, ha mai pensato a come se la caverebbe a Milano?

Malinconico a Milano? Non è male (sorride). Ci starebbe con molto disagio perché è difficile trovarsi in una realtà in cui tutto funziona. È come se una persona abituata a vivere in una città molto piovosa si trasferisse a Napoli, ecco, la prima settimana sarebbe rincoglionito dal sole.

Al suo Malinconico ha dedicato un libro di “massime”, o meglio, di “minime” (“Le minime di Malinconico”, Einaudi), ce ne regala una?

Una che amo moltissimo è “dicono che la felicità si trova nelle piccole cose, sapeste l’infelicità!”

Un’altra ancora…

“Le volte in cui mi capita di avere ragione sono sempre solo”. Hai un’illuminazione rispetto a una discussione avvenuta tempo prima e ti dici: se avessi potuto dire questa cosa al momento giusto! È un po’ il problema della vita, che ti coglie impreparato. Spesso la letteratura serve a dare la risposta giusta quando non serve più.

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Le tante facce della realtà

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ILARIA D’AMICO

Meno politica e più società civile, con uno sguardo sfaccettato sul mondo. “Che c’è di nuovo” è l’appuntamento con l’approfondimento di Rai 2. «In queto momento storico c’è bisogno più che mai di serietà e di grande competenza» dice la conduttrice che al nostro giornale confida: «Tornare in Rai è come tornare a casa». Dal 27 ottobre in prima serata

2022, Ilaria D’Amico

Ilaria, “che c’è di nuovo”?

Un mondo che ci sta cambiando sotto gli occhi, sia all’interno del nostro Paese sia all’esterno. Vediamo ridisegnarsi i riferimenti  che abbiamo avuto per tanto tempo, a partire dalle leadership mondiali, si stanno ribaltando tanti canoni e tutto va raccontato con uno sguardo privo di pregiudizi, giorno dopo giorno con curiosità.

In onda il giovedì, nel bel mezzo della settimana politica, che tipo di narrazione farete?

Cercheremo di raccontare le cose con uno sguardo sfaccettato, facendo emergere le contraddizioni o le suggestioni sentimentali di un tema, oppure provando a raccontarlo sotto un aspetto insolito. Cercheremo anche di proporre una seconda verità. Più si cresce e più è difficile pensare che ci sia un’unica verità delle cose, è difficile immaginare che non si possa empatizzare con le varie facce delle realtà del racconto.

Torni in Rai dopo molto tempo e con un bagaglio professionale importante, come vivi questo momento?

Come un ritorno a casa. Mi capita di girare per i corridoi degli studi di via Teulada a Roma e di incontrare le sarte e i truccatori che conobbi quando ci lavoravo a 23, 24 anni. Mi sembra di essere tornata in uno di quei posti che conosci perché ci sei cresciuta, in cui hai imparato delle cose. È una bella sensazione. Credo che la Rai, soprattutto se fa informazione, abbia la missione di incuriosire e fare Servizio Pubblico. Lo fa già bene con vari programmi, se riuscissimo ad assolvere a questa funzione con “Che c’è di nuovo”, sarebbe per me una grandissima soddisfazione, proprio perché siamo sulla Tv di Stato che appartiene a tutti noi.

La forte astensione elettorale ben racconta la frattura tra gli italiani e la politica, cosa può fare l’informazione televisiva per ridurre il gap?

Per esempio, avere meno politica e più società civile, dando spazio ai politici quando si sta approfondendo una parte tecnicamente politica, o facendoli parlare dei fatti concreti e non delle questioni di palazzo, dei partiti, delle correnti. C’è bisogno di serietà e grande competenza. Spero che il nuovo governo riesca a pescare competenze all’interno della politica.

Come nasce una buona intervista?

Con l’ascolto. Bisogna preparare un percorso fatto di domande ideali per poi saperci rinunciare quando la persona in carne e ossa, in diretta, ti sta fornendo altre occasioni. Quelle occasioni le cogli soltanto se non hai in testa solo lo schema che avevi inizialmente disegnato. Dall’ascolto nasce la capacità di carpire le emozioni sincere o le contraddizioni che l’intervistato ti sta offrendo. Le mie interviste migliori sono nate dall’idea di fare dieci domande, per poi porne solo tre di queste e proseguire sulla pista dell’interlocutore.

Come reagisci se ti accorgi che un ospite ti sta mentendo?

L’intervistato non va processato. Se sta mentendo l’unica cosa che puoi fare è provare a mettere in evidenza la menzogna, a renderla più palese possibile, ma rispettando la scelta dell’intervistato di mentire. Non siamo  dei giudici, non c’è la condanna.

C’è una domanda che non faresti mai?

Tendenzialmente non mi interessano le domande pruriginose personali.

Social e racconto televisivo, qual è il punto d’incontro?

Penso che i social siano una grandissima occasione per chi fa informazione per aprire lo sguardo sui mondi con cui non siamo direttamente in contatto o non lo saremmo. Sono un gigantesco ponte sul pensiero dei ragazzi, dei giovani giornalisti, dei giovani pensatori.

Da giornalista e conduttrice, tra politica e sport, chi vince?

Sono due facce di una medaglia che racchiude al cento per cento il mio interesse, e in entrambe le cose c’è un filo conduttore: fanno parte di una passione che muove le viscere. La politica perché riguarda il tuo quotidiano, ci sono i tuoi amministratori, è la storia che stai scrivendo della tua vita come italiano. Dall’altra parte c’è lo sport, dove c’è una rappresentazione fantastica del merito e della capacità di essere primi per le qualità che possiedi.

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Che Mondiali sulla Rai!

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QATAR 2022

In diretta e in esclusiva tutte le 64 partite della Coppa del Mondo di calcio, in televisione, alla radio e sul web. Fischio d’inizio domenica 20 novembre con Qatar-Ecuador

ROMA 21 OTTOBRE 2022 PRESENTAZIONE DEL PALINSESTO RAI PER I MONDIALI IN QATAR “VISIONE MONDIALE.QATAR 2022” NELLA FOTO YURI CHECHI – ALESSANDRA DE STEFANO – SARA SIMEONI

Un’avventura lunga un mese, che da domenica 20 novembre ci porterà alle soglie del Natale, il 18 dicembre, quando allo stadio Lusail, poco a nord di Doha, si giocherà la finale della 22esima edizione della Coppa del Mondo di calcio. Un Mondiale che, in seguito alla mancata qualificazione della Nazionale di Mancini, vedrà l’Italia e gli italiani tifare sportivamente per le altre squadre della competizione dagli spalti mediatici attraverso la Rai. Si parte con Qatar-Ecuador, il primo dei 64 match in programma. “La Rai ce l’ha messa e ce la metterà tutta – afferma l’amministratore delegato dell’Azienda Carlo Fuortes, nella sede di Viale Mazzini vestita a festa con i colori della Coppa del Mondo – il Mondiale è uno degli eventi, insieme alle Olimpiadi più importante a livello internazionale. Ed è molto importante che Rai lo faccia suo e faccia il massimo sforzo per portarlo in modo gratuito in tutte le case degli italiani. È un pezzo del servizio pubblico, tutti lo considerano patrimonio universale ed è così. Sono molto felice di avere tutto in casa Rai”. Saranno 37 le partite in onda su Rai 1, 19 su Rai 2 e 8 su Rai sport HD.  Quelle trasmesse da Rai 1 saranno anche in altissima definizione 4K, ricevibili via satellite e in modalità ibrida con un ricevitore di ultima generazione connesso alla rete. Un Mondiale che saprà stupire per la qualità dell’immagine e della realizzazione tecnica, che vedrà al lavoro 34 telecamere per ogni match, il numero più alto mai utilizzato. “La Rai proporrà un racconto dei Mondiali declinato in  tutte le possibili fruizioni”, sottolinea Marcello Ciannamea, direttore del Coordinamento Editoriale Palinsesti Televisivi. “Quando l’Italia è stata eliminata, c’è stato il buio – dice Alessandra De Stefano, direttore di Rai Sport – poi abbiamo reagito anche noi. Il Mondiale è un’opportunità di crescita sociale, culturale, antropologica, sociologica. Noi ci saremo e vi daremo anche quello che non vedrete. Siamo una squadra, vi faremo divertire”. Il racconto televisivo di Rai Sport sarà affidato a telecronisti, commentatori, conduttori e inviati coordinati dalla team leader Donatella Scarnati. A condurci in campo saranno Stefano Bizzotto, Luca De Capitani, Dario Di Gennaro e Alberto Rimedio, in compagnia di Lele Adani, Antonio Di Gennaro, Claudio Marchisio e Sebino Nela. Quattro, invece, gli inviati, che avranno il compito di arricchire il racconto delle partite: Alessandro Antinelli, Marco Lollobrigida, Simona Rolandi e Jacopo Volpi. La squadra di otto radiocronisti di Rai Radio porterà invece nelle nostre case le voci, i racconti, i suoni e le emozioni del calcio per un Mondiale vissuto minuto per minuto. “Le voci del calcio accendono la magia – dice Andrea Vianello, direttore di Rai Radio 1 e Rai Radio 1 Sport – Ciotti, Ameri, Martellini, che hanno segnato la storia di tutti noi, sono lì a dimostrare quanto la radio sia importante nel racconto di questo sport”. Il commento tecnico delle radiocronache è affidato a Fulvio Collovati, Beppe Dossena, Massimo Orlando, Sebino Nela e Katia Serra.

Calcio giocato ma non solo, i Mondiali del Qatar saranno anche sinonimo di approfondimento e intrattenimento. Ogni sera, al termine della partita delle 20, Alessandra De Stefano, Sara Simeoni e Jury Chechi, daranno vita su Rai 1 a “Il circolo dei Mondiali”, spin-off calcistico de “Il Circolo degli Anelli” in onda in occasione dell’ultima Olimpiade. Per chi preferirà l’approfondimento radiofonico l’appuntamento sarà, alle 22.05, con “Torcida  Mundial”. Al microfono, il caporedattore della redazione sportiva Filippo Corsini e Guido Ardone.

La Coppa del Mondo di calcio godrà della massima visibilità su RaiPlayche, oltre a ospitare le dirette delle partite, avrà anche una sezione dedicata all’on demand, nella quale troveranno spazio, subito dopo la conclusione, gli highlights del match e le interviste. Ogni partita sarà disponibile, dal fischio finale alla conclusione del Mondiale, anche in forma integrale e on demand, per chi non avesse avuto la possibilità di seguirla in diretta. Su RaiPlay spazio anche all’approfondimento, con un programma original dedicato ai Mondiali del passato: dieci clip di tre minuti realizzate interamente con immagini di repertorio delle Teche Rai. Per ognuno dei 29 giorni del Mondiale in campo troveremo anche Rai News24, con Sport 24 alle 12.30 e alle 19.30 e Rainews.it, che proporrà gli HL delle partite, le interviste, e contenuti esclusivi.

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