Il sabato alle 22 le opere teatrali più famose del commediografo e sceneggiatore romano precocemente scomparso nel 2019. Dal 19 novembre per cinque settimane, si parte con “Migliore” con Valerio Mastandrea, seguiranno “Perfetta”, “Qui e ora”, “456”, “In mezzo al mare”, “Gola”. Il regista Paolo Sorrentino: «Torre è un grandissimo indagatore delle nostre miserie e soprattutto ci ricorda che certe miserie possono essere amate»
Gli
amici di una vita, insieme, per portare in scena l’opera dell’amico che non c’è
più, Mattia Torre. I “Sei Pezzi Facili”, dal 19 novembre alle 22 su Rai 3,
aprono le porte di un mondo in cui la parola, le emozioni, la rappresentazione
scenica, diventano un tutt’uno. A dirigere “Migliore”,
“Perfetta”, “Qui e ora”, “456”, “In mezzo al mare” e “Gola”, tutti realizzati
al teatro Ambra Jovinelli di Roma, il regista premio Oscar Paolo Sorrentino: «Il teatro di Mattia Torre viaggia su un doppio binario,
fondamentalmente è comico ma si muove su temi estremamente profondi, delicati e
paurosi – afferma il regista – è un teatro estremamente contemporaneo e
libero, non schiavo delle derive degli ultimi tempi, libero nell’uso
delle parole, appassionato e coerente con gli argomenti che esplora.
Mattia è stato un grandissimo indagatore di certi nostri vizi e miserie,
amandoli e ricordandoci sistematicamente che quelle miserie possono essere
amate». Un teatro che ci racconta con
ironia e intelligenza. A dare voce e volto ai personaggi sul palcoscenico, gli
stessi gli attori chiamati da Torre per le prime rappresentazioni: Valerio Mastandrea, Valerio Aprea, Paolo
Calabresi, Geppi Cucciari, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo
De Ruggieri, Giordano Agrusta. «Mi sono avvicinato al suo teatro con il massimo
rispetto e con la voglia di valorizzare e amplificare il suo talento, io come
regista mi sono limitato a pochi appigli cinematografici, delle minime
ibridazioni, perché con testi e interpreti così ogni aggiunta è superflua –
prosegue Sorrentino – Mi manca
molto Mattia, e questo lavoro in qualche modo è servito anche a me per poter
sentire ancora una volta la sua voce’». Il teatro
che incontra il piccolo schermo per dare all’opera di Torre una «divulgazione che solo la televisione e nello specifico la Rai
poteva dare» conclude il regista. Una
realizzazione «nella migliore tradizione del Servizio Pubblico,
progetto originale, proprio come ‘Esterno notte’ di Bellocchio, che fa
della Rai la casa, il laboratorio dei più grandi registi, cineasti,
intellettuali, proprio come accaduto in passato con i vari Fellini,
Bertolucci, Ronconi, Olmi’», afferma Carlo Fuortes, amministratore
delegato della Rai. Per la direttrice di Rai Cultura Silvia Calandrelli Mattia
Torre è un classico della contemporaneità: «Non c’è
più purtroppo e la missione del Servizio Pubblico deve essere quella di rendere
il suo lavoro fruibile per tutti. Gli attori sono quelli che Mattia aveva
scelto per interpretare questi pezzi, in teatro, ora la televisione ci
consente di raggiungere più pubblico possibile. E ‘Sei Pezzi Facili’,
grazie soprattutto a Paolo Sorrentino, diventa luogo di incontro
tra linguaggi diversi, quello teatrale, televisivo e cinematografico». A promuovere il progetto, Francesca Rocca, moglie di Mattia Torre: «Con ‘Sei Pezzi Facili’ e ‘Boris’ in onda è stato fatto
un grande regalo per i 50 anni che non ha mai compiuto, ne sarebbe felice. Ho avuto il privilegio di essere
testimone di quindici anni di vita di Mattia, del suo lavoro. I suoi sono
spettacoli di parola, e ogni parola doveva essere recitata come aveva
stabilito lui. Quando abbiamo fatto la celebrazione per lui all’Ambra
Jovinelli, l’apertura la fece Lorenzo Mieli e quello che disse, il modo in cui
lo disse, un po’ me l’aspettavo perché c’era una fratellanza che durava da anni
con Mattia. Poi Paolo Sorrentino ha letto un pezzo che aveva scritto per
Mattia e capii che l’aveva fotografato con precisione senza conoscerlo da
tutto quel tempo». “Sei Pezzi Facili” sarà disponibile anche
sulla piattaforma RaiPlay.
MIGLIORE con Valerio Mastandrea
La storia comica e terribile di
Alfredo Beaumont, un uomo normale che, in seguito a un incidente (di cui è
causa, di cui sente la responsabilità, e per cui sarà assolto), entra in una
crisi profonda e diventa un uomo cattivo. Improvvisamente, la società gli apre
tutte le porte: Alfredo cresce professionalmente, le donne lo desiderano,
guarisce dai suoi mali e dalle sue paure. “Migliore” è una storia sui nostri
tempi, sulle persone che costruiscono il loro successo sulla spregiudicatezza,
il cinismo, il disprezzo per gli altri. E sul paradosso dei disprezzati che, di
fronte a queste persone, chinano la testa e – affascinati – li lasciano
passare. «È stato un viaggio sentimentale, ognuno si è fatto
il suo, ognuno ci ha messo dentro quello che sentiva, che provava – dice
Valerio Mastandrea – l’idea era quella di confrontarsi con un linguaggio
diverso, una messa in scena filmica, e sento di dover ringraziare Sorrentino
perché ha portato la sua emozione vicino alla nostra e non sopra la
nostra. Ha avuto un approccio sano, lo stesso che avevamo tutti noi con
il lavoro di Mattia. La grossa sintonia che avevamo umanamente con lui
era quella di sentirci fragili, piccoli, contraddittori: Mattia scriveva
da dentro, era un pensatore rapidissimo, violentissimo, già pensava alla
cosa successiva e la scrittura era un tornare indietro. La sua
originalità sta in questo, nel raccontare situazioni ed esseri umani verso i
quali, seppur non aveva nessuna colpa, si sentiva responsabile».
Le voci dei protagonisti dell’evento cinematografico per la tv firmato da Marco Bellocchio. Un’opera potente, come fondamentale fu la vicenda umana e politica di Aldo Moro. Da allora, da quel 16 marzo 1978, l’Italia non fu più la stessa. In onda in prima serata su Rai 1 il 14, 15 e 17 novembre
FABRIZIO GIFUNI è Aldo Moro
Nella vicenda Moro c’è una grande
responsabilità di rimozione profonda… mi sono spesso chiesto perché in questi
ultimi decenni non si è più avuta la voglia di tornare su quella storia, perché
si è preferito dimenticarla
Il primo confronto con il maestro Bellocchio su questo ruolo…
Quello che ci ha chiesto Marco (Bellocchio, il regista),
ma che era già molto chiaro leggendo la sceneggiatura, era quello di entrare
ciascuno in questo grande racconto collettivo, che ha tanti punti di vista e
non sposa solo lo sguardo di un personaggio o di un altro. Ciascuno di noi
aveva la consapevolezza di essere parte di qualcosa di molto grande. Al regista
interessava un’indagine sullo stato d’animo profondo di ciascuno dei personaggi,
non solo un discorso politico o storico, ma proprio un’indagine serrata su
quello che si muoveva in quei 55 giorni all’interno di ognuna delle figure che
compongono il racconto.
In “Esterno Notte” c’è un Moro in assenza. Come si crea
un’assenza così presente nella storia?
Assenza più acuta presenza diceva un grande poeta. Credo che questo si crei
naturalmente grazie al formidabile talento di Bellocchio, organizzare un
racconto in cui la figura di Moro, anche quando non c’è, non è presente nella
vicenda, è fortemente presente in ogni momento. Come si crea non lo so, io ho
cercato di abbandonarmi il più possibile, anche perché avevo, per scelta e per
fatalità, attraversato la figura del leader della DC tante volte in questi
anni, soprattutto a teatro con un lungo lavoro dedicato alle carte di Moro.
Questa volta insieme a Marco ho scelto e cercato di dimenticare un po’ tutto e di
entrare in questo grande fantasma della nostra storia. Questa è anche una
storia di fantasmi nel nostro passato di ombre, anche il titolo suggerisce una
visione notturna, nei palazzi della politica le cose importanti accadono di
notte, ma di notte ciascuno di noi si abbandona a un’altra vita, quella dei
sogni, una componente molto forte anche in “Esterno Notte”.
Viviamo come Paese un forte senso di colpa verso la vicenda
di Aldo Moro. Cosa significa questo approfondimento televisivo per un pubblico
più giovane?
Questo progetto ha già avuto una sua prima vita
cinematografica, inaspettata, non certamente per la storia di Marco Bellocchio.
È stato al Festival di Cannes, poi a New York, a Londra, in Italia è uscito al
cinema in due parti e già in questo primo tragitto abbiamo avuto la sorpresa di
vedere le sale piene di giovani. La stessa cosa è successa per il mio
spettacolo che ogni sera si riempiva di generazioni nate dopo il nostro
racconto. Dobbiamo avere più fiducia nei nostri ragazzi, ai quali negli ultimi
decenni abbiamo suggerito con una certa ossessività che bisognava vivere in una
sorta di eterno presente, cancellare le tracce di un certo passato, recidere
accuratamente i fili, perché ci è stato detto che siamo in un’Italia nuova, con
uomini e donne che nulla hanno a che vedere con quel passato. Avere la pazienza
di comprendere cos’è successo a questo Paese negli ultimi decenni, ha a che
fare molto con il nostro presente. Questo film non racconta solo una pagina di
storia del nostro passato, forse la pagina più importante del secondo
Novecento, ma ci costringe a fare i conti con quello che siamo ora.
Moro richiamava la politica alla responsabilità. Che valore
ha questa parola oggi?
Responsabilità, come anche memoria, sono parole che possono
essere svuotate di qualsiasi significato e ridotte a brandelli, oppure riempite
giorno per giorno di un significato concreto. La responsabilità, soprattutto
per chi si occupa di istituzioni, dovrebbe essere una delle prime parole
dell’abecedario, ma non riguarda solo chi ci governa, la responsabilità è la
nostra. Nella vicenda Moro c’è una grande responsabilità di rimozione profonda.
Quando ho iniziato a pensare al mio spettacolo e poi a “Esterno Notte”, è stato
perché in questi ultimi decenni non si è più avuta la voglia di tornare su
quella storia, perché si è preferito dimenticarla.
MARGHERITA BUY è Nora Moro
Mi rivolgo a chi ancora deve avere un
ruolo, ai genitori e ai nonni, devono aiutare queste nuove generazioni a
studiare e a capire la storia
Come nasce lo studio del suo ruolo?
Bellocchio mi ha raccontato che personaggio fosse, ho letto
un libro che la riguardava, cercando di entrare nell’animo di questa donna, una
persona semplice che amava molto la famiglia, ma che stava lontana dal mestiere
del marito e che invece, improvvisamente, si è ritrovata a vivere una vita che
non immaginava per lei e per la sua famiglia, troppo esposta. Vivere un dolore
così forte, ma molto schiva e attenta a non mostrare eccessivamente le sue
emozioni. Viveva con rigore il suo dolore, arrivava a delle punte di estrema
disperazione con freddezza. È stato molto complicato ma interessante per un
lavoro di attore.
Cosa rivela il film di Bellocchio di alternativo rispetto
alla storia, alla cronaca e alla letteratura?
C’è un occhio diverso nel raccontare questi momenti, c’è una
libertà e uno sguardo d’autore. La vicenda è ripercorsa sicuramente anche dal
punto di vista storico, con situazioni che vanno viste perché rendono il racconto
ancora più inquietante. E’ stato uno spaccato storico tra i più allucinanti che
il nostro Paese abbia vissuto, ma Bellocchio ce lo mostra con un occhio di
artista quale lui è.
Cosa rende questo film necessario?
Necessario lo è sempre quando si parla di vicende così
importanti, sono contenta che la Rai si sia messa al servizio di questa storia,
che sia poi capitato proprio in questo momento storico è davvero interessante. “Esterno
Notte” andrà dentro le case degli italiani, spero che le famiglie vogliano spiegare
ai propri figli che sono cose che vanno viste, insieme, proprio come succedeva
qualche tempo fa, quando ci si riuniva per guardare e discutere. Siamo abituati
a non parlare più di niente, a vedere immagini, gente che occupa degli spazi
nella nostra testa. Mi rivolgo a chi ancora deve avere un ruolo, ai genitori e
ai nonni, devono aiutare queste nuove generazioni a studiare e a capire la
storia.
TONI SERVILLO è Papa Paolo VI
Mi auguro che siano tanti i giovani a
guardare questo film che invita a ricordare di non dimenticare
L’importanza di raccontare anche in tv, oggi, la storia di
Aldo Moro…
Credo che un editore importante come la Rai debba prendersi
questi rischi proprio per il ruolo che occupa all’interno della cultura nel
Paese. Chiamare un grandissimo autore a fare un’opera di questa natura, che
mette insieme una originalità di linguaggio e un approfondimento su contenuti molto
importanti.
Come è entrato nell’animo del suo personaggio?
Sono personaggi storici realmente esistiti quindi sicuramente
era necessaria una documentazione, per ragione di età io ricordo perfettamente
la vicenda che qui è raccontata. Marco ci ha chiesto soprattutto di dare forza
all’aspetto simbolico dei personaggi, nel caso del Papa, di raccontare il
conflitto molto forte che c’era in una persona in quella posizione, tra il
senso di responsabilità di un uomo che esercita anche un potere temporale e la
misericordia che appartiene a un uomo di fede.
Cosa rappresenta questo racconto?
È un film necessario perché suggerisce a una platea molto
ampia, come quella televisiva, di riflettere su una pagina della nostra storia
che non ci ha reso più uguali a come eravamo prima.
In questo spartiacque storico che ha creato la vicenda di
Aldo Moro, cosa si augura possa arrivare di questa narrazione?
Mi auguro che siano tanti i giovani a guardare questo film
che invita a ricordare di non dimenticare.
GABRIEL MONTESI è Valerio Morucci
L’approfondimento è sempre
un’opportunità per crescere, migliorare e mettere in discussione se stessi e le
proprie convinzioni
Il primo incontro con il regista. Com’è andata?
È stato un onore partecipare a un progetto diretto da una
creatura immensa come Marco Bellocchio, a un giovane attore non accade tutti i
giorni di confrontarsi con un regista di questo calibro. Abbiamo immediatamente
stabilito un dialogo con lui sul set, ci ha chiesto di riportare una gioventù
piena di ideali e convinzioni molto chiare, di determinare cioè una distanza
con il loro nemico. Con il regista e con tutto il cast siamo riusciti a
comporre una figura “necessaria” per l’elaborazione di un fatto ricostruito in
maniera maniacale.
Qual è il suo ruolo in questo grande racconto?
Interpreto il brigatista Valerio Morucci, un ruolo difficile
da comprendere e rappresentare, complicato trovare una sola direzione nella
recitazione. È stato un personaggio controverso, pieno di contraddizioni a
livello politico, storico e anche umano, di cui sappiamo veramente poco. Un
lavoro complesso per un attore, le verità su di lui sono tante e diverse, ci
affidiamo a degli sprazzi di intuizioni da scovare nelle letture, nei processi,
nelle telefonate, decisive in quel periodo storico.
È un film necessario oggi, soprattutto per i giovani?
L’approfondimento è sempre un’opportunità per crescere,
migliorare e mettere in discussione se stessi e le proprie convinzioni. È
certamente una serie necessaria perché, anche a chi ha voluto saperne di più,
tanti dettagli di quel che è accaduto sono sfuggiti. Si tratta di un passato
che ha condizionato il nostro presente, attraversarlo dà una presa di
coscienza, a me sia come attore che come persona. Credo che “Esterno Notte” sia
un’opportunità importante.
DANIELA MARRA è Adriana Faranda
Non si presenta solo l’evento storico,
ma si affronta anche la sfera più intima dei personaggi, c’è quindi un aspetto
creativo molto forte
Cosa le ha chiesto il maestro Bellocchio prima di iniziare
questo viaggio?
Mi ha subito esposto il dramma che di questo personaggio
voleva raccontare, ovvero quello di una donna da un lato molto forte e
determinata, che compie una scelta estrema, per niente semplice e che implica
l’uso della violenza, della lotta armata, dall’altro anche molto fragile,
costretta a fare i conti con le conseguenze della sua scelta, abbandonare un mondo
di amore, di affetti, compreso quello della desideratissima figlia.
Cosa deve arrivare di questo lavoro al pubblico?
È un racconto talmente tanto sfaccettato che è difficile da
sintetizzare. Non si presenta solo l’evento storico, ma si affronta anche la
sfera più intima dei personaggi, c’è quindi un aspetto creativo molto forte. Io
spero che l’opera di Bellocchio possa essere di stimolo per i ragazzi, una
spinta ad approfondire i fatti, a conoscere uno spaccato della nostra storia,
fondamentale non solo per il mondo della politica italiana, ma per tutti i
cittadini.
Entrare nei panni di un personaggio così estremo, quali corde
ha toccato?
Ho certamente fatto un lavoro di grande documentazione,
alla fine però ho cercato di staccarmi da tutto questo e affidarmi allo script,
alle indicazioni del regista. Mi sono concentrata moltissimo sul dramma personale
di Adriana, dovevano emergere chiaramente i suoi contrasti, le sue
contraddizioni. Mi sono affidata molto anche alla tecnica per affrontare un lavoro
fatto di estremi. Questa è stata la mia via
Interpreta Eva in “The land of dreams”, il film diretto da Nicola Abbatangelo: «È un personaggio che mi somiglia molto – dice l’attrice al RadiocorriereTv – Non molla mai, nonostante le difficoltà»
Protagonista
di un film che viaggia tra la realtà e il sogno… qual è il punto di equilibrio?
A
trovarlo (ride)… è un lavoro che può durare tutta la vita, è sempre un
equilibrio molto sottile, anche nel mio lavoro. Termino con un set e
immediatamente corro dai miei bambini, faccio la spesa, poi ritorno al lavoro.
È questa però la bellezza, vivere sempre molte vite diverse.
Chi
è Eva di “The Land of Dreams”?
È
un personaggio che mi somiglia molto, è una giovane immigrata italiana che
arriva nella New York degli anni Venti, vorrebbe fare la cantante, ma è
consapevole che, per come è andata la sua vita fino a quel momento, potrebbe
non riuscirci mai. Nonostante tutto, lei non molla e persegue i suoi sogni.
Quali
sono i punti di contatto tra la sua storia e quella di Eva?
Sono
arrivata in Italia dalla Bielorussia all’età di dodici anni con mia mamma, Eva
invece accompagnata dal suo papà, anch’io come lei ho avuto immediatamente la
consapevolezza che per riuscire ad andare avanti avrei dovuto faticare molto di
più dei miei coetanei. Ho frequentato la scuola a Ostia e, ogni giorno, dal
Villaggio Tognazzi dovevo prendere da sola tanti mezzi, avevo una vita per
tanti aspetti più complessa rispetto ai miei compagni che a casa trovavano il
pranzo pronto o la mamma che li aspettava. Come Eva, ho imparato presto ad
arrangiarmi, sviluppando un grande senso di adattamento. Credo che questo, per
entrambe, sia un punto di forza, qualcosa che mi è stato utile anche nella
professione. Ho avuto la fortuna di interpretare sempre ruoli diversi, cercando
di attingere dalle mie esperienze personali.
Musica
e canto per affrontare grandi temi. Com’è andata mettersi alla prova con un
musical?
Il
musical è un genere che può avvicinare generazioni diverse, è una sorta di
favola che si affida a un linguaggio universale. D’altra parte, siamo tutti
circondati dalla musica nel nostro quotidiano, è un modo più diretto per
raccontare qualcosa.
Quale
posto occupa la musica nella sua vita?
Prima
di questa esperienza la musica era, come per la maggioranza delle persone, un
sottofondo che mi faceva compagnia a casa, nei viaggi, con gli amici. Non avevo
mai cantato in vita mia, al massimo un po’ di karaoke. Quando ho avuto
l’occasione di un provino con Nicola Abbatangelo (regista), mi sono
confrontata con colleghe molto più brave di me, con un’ottima educazione
musicale. Alla fine, il regista, alla sua opera prima, ha voluto correre il
rischio e mi ha scelto. Ho studiato tutta l’estate con Elisabetta Tulli, una
coach vocale straordinaria che mi ha preparata sui pezzi del film, che abbiamo
poi registrato a Roma, prima di partire per le riprese in Bulgaria. Un
bellissimo tour de force, una sfida eccitante!
Com’è
stato calarsi nella New York di 100 anni fa?
Davvero
divertente, ogni nuovo lavoro diventa l’occasione per evadere da me stessa. Indossare
abiti così importanti, trasformarsi grazie al trucco e al parrucco, essere obbligata
ad assumere la giusta postura di un’epoca lontana, sulla quale c’è stato uno
studio molto dettagliato, è stato davvero un viaggio entusiasmante.
Qual
è l’insegnamento più grande che ha ricavato da questo progetto?
Non
mollare mai. È questo il tema del film, l’invito a circondarsi dell’amore delle
persone giuste che ci aiutano nel percorso verso la realizzazione dei nostri sogni.
Il
pubblico la sta conoscendo sempre di più… qual è la cifra che sente più sua?
Ho
un percorso professionale molto vario, ho iniziato con “Un passo dal cielo” con
Terence Hill, continuando con esperienze diverse. Oggi si è quasi del tutto
superata l’idea che gli attori che lavorano in tv non possano cimentarsi anche
al cinema, o viceversa. Un attore deve sapersi adattare a ogni ruolo o
situazione, io voglio mettermi alla prova ovunque, con registi affermati, ma
anche con quelli meno conosciuti. È sempre una nuova sfida.
La
passione, come ci ricorda il film, come motore che spinge le nostre vite…
È
qualcosa di vitale. Credere fortemente in qualcosa mi aiuta a gestire lavoro e
privato, a dimenticare le difficoltà e i dubbi. Senza, probabilmente, avrei già
mollato.
Prossimi
impegni?
Sto
girando “Il Re” con Luca Zingaretti, tra Torino, Trieste e Roma e in
contemporanea sono impegnata in un’opera prima sempre a Roma. È importante dare
spazio alle nuove leve, creare nuove visioni.
Protagonisti dei suoi programmi sono la parola e il racconto. Su Rai 1 con “Da noi… a ruota libera” e su Rai 3 con “Fame d’amore”, la conduttrice abbatte muri e spinge gli ospiti a liberarsi del loro “personaggio”. E del suo ruolo televisivo ci dice: «Nel tempo ho scelto di lasciarmi andare, di mostrarmi più per ‘la Francesca’ che non per ‘la Fialdini’, ho deciso di assomigliare di più a quella che sono»
ROMA 18 SETTEMBRE 2022 PUNTATA DI “DA NOI…A RUOTA LIBERA” IN ONDA LA DOMENICA SU RAIDUE ALLE 17 30.
NELLA FOTO FRANCESCA FIALDINI
Un’altra stagione di super lavoro,
come sta andando?
Siamo molto felici sia per “Da noi… A
ruota libera” che per “Fame d’amore”. “Da noi… A ruota libera” ha conquistato
una fetta di pubblico che lo aspetta, e questo fa sì che si crei una dinamica
tra noi e il pubblico di reciproco affetto e di voglia di stimoli. Considerando
che siamo un programma giovane, siamo molto felici della grande famiglia che
stiamo diventando, siamo contenti anche degli ospiti che vengono a trovarci.
Quella del racconto è un po’ la
modalità e la missione del conduttore degli anni 2000, come si trova in questi
panni?
È il lavoro che ho sempre desiderato
fare, e raccontare storie rimane la formula vincente in ogni forma di
espressione. Dentro ci sono tutte le emozioni, tutte le scale di valori, i
punti di vista che appartengono alle persone sono universali. Immedesimarti
nella storia degli altri può fare molto bene. Sia per prenderne le distanze,
alle volte, sia per riuscire a trovare una motivazione dentro noi stessi. Per
far girare la ruota per il verso giusto, per cambiare le cose e avere il
coraggio, la forza, la voglia, la determinazione di non arrendersi alle
difficoltà. La scelta di sottolineare come dentro di noi possa scattare una
scintilla che ci fa reagire, ci fa resistere, è quella che ha premiato “Da noi…
A ruota libera”. Evidentemente c’è bisogno di questo in un momento storico
delicato come quello che stiamo vivendo.
“Fame d’amore” è un viaggio che l’ha
portata a indagare il rapporto tra i giovani e il cibo, cosa ha imparato?
Se prima ero già convinta che
l’empatia fosse la chiave di volta di tutta una narrazione, il rapporto con le
persone, le cose che indaghiamo e incontriamo, oggi dico che con “Fame d’amore”
questa empatia è diventata proprio l’unico punto di vista possibile per
mettermi davvero in ascolto. Mi sono messa tanto in sottrazione dimenticando me
stessa per accogliere i ragazzi che abbiamo intervistato a braccia aperte,
senza nessun tipo di filtro o pregiudizio, perché altrimenti diventa davvero
complicato. Se ragioni per cercare di comprendere il motivo per cui questi
ragazzi si fanno del male o fuggono dalla loro routine, magari non ce la fai
perché sei troppo condizionato dal tuo modo di vivere la vita. Se ti abbandoni
totalmente al loro racconto, dando valore al tempo che trascorri insieme a loro,
diventa il più bel lavoro possibile. Entrare nella mente degli altri non è mai
facile, ma un lavoro infinito. Lo sanno bene i nostri esperti che ci guidano
nell’incontro con i ragazzi. Di fronte a questo ignoto così complesso, così
grande, che può essere anche un abisso per noi, l’unica cosa da fare è mettersi
in ascolto.
Occuparsi di questi temi porta ad
attivare un lavoro “introspettivo”, di autoanalisi, cosa ha capito di più di se
stessa?
L’effetto di “Fame d’amore” è doppio:
da un lato ti dà delle chiavi di comprensione di ciò che è difficile da capire,
dall’altro, inevitabilmente, ti fa da specchio. Specchio in cui le tue ferite,
i traumi personali, vengono amplificati. Parlo delle cose rimaste irrisolte e
sospese nel tempo. La tua vita viene raccontata attraverso gli occhi degli
altri, è molto avvincente da un lato, dall’altro ti inchioda alle tue
responsabilità. Ti fa capire che se tu non risolvi le questioni dentro di te
non sei neppure sufficientemente in grado di potere raccontare la persona che
hai davanti. È molto impegnativo, un lavoro mentale, psicologico, emotivo.
Lei è abituata ad abbattere muri, a parlare
della vita a ruota libera… quanto si emoziona e quanto si diverte?
La cifra di “Da noi… A ruota libera”
è quella del sorriso, dell’allegria, della positività. Un modo di raccontare
completamente diverso. “Fame d’amore” non cerca il dolore, ma è una docu-serie
che racconta la realtà, cruda, con l’intento di investigare, di portare alla
luce le emozioni forti. Il programma di Rai 1 vuole fare la stessa cosa
utilizzando una chiave completamente diversa. A interessarci non sono le
emozioni fini a loro stesse, ma il modo in cui vengono affrontate. Il tema
delle emozioni, dell’intelligenza emotiva, dei traumi emotivi che ci portiamo
dentro, sta diventando per me una chiave di lettura della realtà e delle
relazioni, che sta condizionando anche la mia vita oltre al mio lavoro. È un nuovo filone di psicoanalisi che
approfondisco a casa, un punto di vista che va a integrare il giornalismo in
modo potente. Paradossalmente un programma di intrattenimento, dove le emozioni
sono una forma di conoscenza della realtà, diventa un appuntamento
motivazionale, per dare coraggio, speranza, una prospettiva, e comunque offrire
un punto di vista laterale sulle cose. Raccontare la storia di una famiglia
numerosa, o la scelta di un ragazzo o di una ragazza di affrontare la propria
disforia di genere, per diventare qualcuno che assomigli di più alla loro
profonda intimità, significa raccontare due facce della realtà: entrambe vanno
accolte e valorizzate per quelle che sono. Allo stesso tempo, fornisci
strumenti agli altri per comprendere meglio di cosa si tratta.
Che cosa cerca in un ospite, sia vip
o meno?
Che riesca a mettersi seduto sullo sgabello
senza una maschera. Se mi accorgo che quella maschera c’è cerco di
togliergliela, studiando molto anche il linguaggio del corpo. Tante volte un
ospite viene per portare il suo personaggio. Quando c’è questo svelamento,
quando si abbattono le difese, quando stai bene in un posto anche se sei in
televisione, ma ti dimentichi di avere le telecamere addosso perché si crea un
dialogo intimo, profondo, bello, anche se con il sorriso, allora io ho vinto.
Quest’anno la vediamo con un look più
rock…
Probabilmente ho fatto un cambiamento
profondo, pian piano, dentro di me, che mi ha portato a buttare via la veste
della conduttrice, che mi dava sicurezza per andare in onda. Ho indossato i
panni dell’intrattenitrice e ho scelto di lasciarmi andare, di mostrarmi più
per la Francesca che non per la Fialdini, di raccontare di più anche la mia
persona, ho deciso di assomigliare di più a quella che sono. Anche attraverso
il look, che è qualcosa che ci racconta. Tutto ha il suo significato dentro il
testo televisivo.
Cosa prova e cosa pensa quando si
rivede in televisione?
Quando mi ricapita, e mi ricapita su
RaiPlay, è perché vado a vedere come migliorare le cose, vado a verificare. Mi
riguardo in un contesto, in relazione al pubblico, all’ospite, alla telecamera.
Lì sono uno strumento a disposizione, mi guardo con l’occhio di chi cerca di
capire se sia andato tutto per il meglio. Quando vado in onda sono totalmente a
disposizione e mi metto tanto in gioco. Nell’ultimo anno e mezzo emozionarmi è
diventato sempre più frequente e non mi nascondo. Nella vita, nelle nostre
giornate, dobbiamo condividere gioie e dolori, questo deve succedere anche in
un contesto televisivo, dove le relazioni, se sono autentiche, portano a una
condivisione.
A breve partiranno i Mondiali senza
l’Italia, li seguirà?
Li seguirò certamente, anche perché
andranno in onda al posto mio per ben 4 domeniche. Non ho scuse, guarderò i
Mondiali. Certo, è un tifo sbiadito, avrei tanto voluto vedere la nostra
Nazionale dare il meglio di sé e farci sognare. Comunque sia, è bello pensare
che il mondo venga raccontato anche attraverso il gioco del calcio in un
momento in cui c’è bisogno di sentirsi tutti più legati, insieme.
Che rapporto ha con lo sport?
Non ci frequentiamo molto. Usiamo
giuste distanze per andare d’accordo, lo seguo più in televisione. Amo andare a
sciare, amo la montagna. La passione per lo sci è in cima a tutte le altre,
speriamo di poterlo fare quest’anno.
Pensa al futuro?
Lo faccio tutti i giorni perché il
futuro è già qua. Ci penso a 360 gradi, come donna preoccupata per quello che
vede e come professionista. A maggior ragione credo che la strada che ho scelto,
di tirare fuori il meglio dalle persone che vengono a trovarmi, sia la scelta
giusta.
Il lunedì, in seconda serata su Rai 1, uno dei più amati giallisti italiani ci porta alla scoperta di “Cronache criminali”: «La mia idea non è tanto raccontare un caso, o una collezione di casi, ma il contesto in cui questi si inseriscono»
CRONACHE CRIMINALI
Scrittore,
sceneggiatore, drammaturgo e ora anche narratore televisivo, come sta vivendo
l’esperienza di “Cronache criminali”?
Una
magnifica avventura. In realtà nel 2013 avevo già fatto un programma
televisivo, un talent sulla scrittura, “Masterpiece”, ma questa è una cosa
diversa. Sono solo nella conduzione, ma accompagnato da uno squadrone nella
preparazione, perché la televisione è un’opera collettiva. “Cronache criminali” è un’esperienza nuova e molto coinvolgente, cerco di
mantenere il sangue freddo.
Come
ha scelto le storie raccontate dal programma?
La
mia idea non è tanto raccontare un caso, o una collezione di casi, ma il
contesto in cui questi si inseriscono. Per due motivi: il primo è perché i casi
che ci affascinano e ci turbano non lo fanno casualmente, ma perché ci sono
domande molto precise che entrano in risonanza con le nostre paure, i nostri
dubbi, i nostri terrori, i nostri sentimenti più profondi. La seconda è che
ogni delitto può essere una chiave d’interpretazione di un’epoca. È
questo che ci interessa raccontare. C’è sicuramente il racconto dell’accaduto,
ma questo non è il programma che deve buttare tutto all’aria per dire “adesso
dico io la verità”. “Cronache criminali” vuole dire perché è avvenuto un
determinato fatto, come è stato vissuto dall’epoca in cui accadeva, e come lo
possiamo interpretare adesso, ad anni di distanza.
Una
fotografia della società del tempo…
Della
società del tempo, ma anche delle nostre reazioni, di come siamo cambiati.
Alcuni delitti sono paradigmatici. Il delitto del Circeo, ad esempio, cambia il
modo di raccontare lo stupro e la violenza sulle donne.
Quanto
c’è della sua esperienza in magistratura nel De Cataldo scrittore e narratore?
Nel
De Cataldo scrittore e narratore c’è questo grande campionario umano che si
osserva nei processi nei Tribunali. Lì si vedono gli esseri umani sotto stress,
uomini e donne, si colgono reazioni immediate. Non sono tanto le storie a
colpirti quanto i loro protagonisti, le vittime e i colpevoli, gli avvocati.
Un’enorme palestra umana a cielo aperto che è il processo. In questo programma
la sapienza tecnica, la conoscenza dei meccanismi, mi permettono anche di
indirizzare la narrazione, questo è almeno il tentativo, in modo non
tendenzioso. A volte nelle trasmissioni che si occupano di cronaca le parti
prendono la parola per portare acqua al proprio mulino. A me, naturalmente,
questo non interessa: sto raccontando delle storie inserite in un tempo ben
preciso.
Come
nasce il suo interesse per l’inchiesta, per i fatti di criminalità?
Sono
sempre stato molto affascinato dalla storia con la esse maiuscola. E uno dei
modi per conoscerla, attraverso i tempi, è la cronaca nera. Anche la nera antica,
anche i delitti antichi. Del resto, credo che non esista nessun racconto, a
partire dalla Bibbia, in cui non ci sia un rapporto con il male di chi narra e
di chi vive. La nostra cultura occidentale nasce con la cacciata dal Paradiso
terrestre e prosegue con il fratricidio di Caino e Abele. Caino viene cacciato
e che cosa fa? Fonda una città. Siamo un po’, diceva un sociologo francese, la
stirpe di Caino. Credo che guardare al male, al delitto, sia un modo per
guardare anche dentro se stessi e cercare di analizzare le proprie pulsioni e
le proprie paure. A me piacciono anche le storie d’amore, i fumetti, i racconti
per bambini, ma se passa una settimana senza che abbia letto un giallo o un
crime mi sento un po’ privato di qualcosa.
Cosa
deve avere una storia, un caso di cronaca, per attrarre la sua attenzione?
Deve
rispondere ai due requisiti essenziali che sono anche quelli della
trasmissione. Deve essere una storia che pone delle domande, degli
interrogativi profondi, anche quelli a cui arrivare con un attimo di attenzione
in più. Le stragi della Uno bianca ci colpiscono perché ci dicono che chi è
pagato per difendere l’ordine pubblico e la nostra sicurezza, cioè i
poliziotti, a volte può sbagliare. Che non significa dire che la polizia sbaglia,
ma che in quel caso alcuni poliziotti erano mele marce. Questo ci fa riflettere
molto perché ci spiazza. Una madre che uccide un figlio, o un figlio che uccide
i genitori, sono fatti che ci colpiscono perché vanno contro l’ordine naturale
delle cose. E questo entra in risonanza con i nostri terrori, le nostre
angosce. L’altra condizione è che ci sia un legame con il tempo. L’omicidio di
Pierpaolo Pasolini, altro caso di cui ci occuperemo, racconta un passaggio
epocale. Finiscono gli anni Settanta delle grandi riforme sociali e iniziano
quelli che ci porteranno agli anni di piombo. Alcuni delitti non avvengono a
caso.
Il
suo ultimo romanzo, “Dolce vita, dolce morte”, ci riporta al caso di Christa Wanninger,
siamo negli anni Sessanta…
È anche il caso più antico che
raccontiamo nel programma, è avvenuto a Roma nel 1963. Io, ragazzo di
provincia, arrivavo nella Capitale in quell’anno e guardavo con occhi incantati
questa città, uno sguardo che in parte non mi ha mai abbandonato. La dolce vita
l’ho conosciuta dai film di Federico Fellini, ero troppo piccolo per farlo
direttamente. Sono legato agli anni Settanta perché sono quelli della mia
formazione, avevo vent’anni, ma già verso gli Ottanta avevo una diffidenza
maggiore. I Sessanta li vedo come un periodo in cui è cambiato il costume, si è
conosciuta la liberazione sessuale, l’arte ha prodotto le ultime grandi
avanguardie del Novecento, Roma era la città in cui c’erano i divi del cinema e
le avanguardie, Franco Angeli, Carmelo Bene, Schifano. Era una città in cui
stava accadendo qualcosa e si percepiva nell’aria. Era un tempo in cui anche la
cultura aveva un valore enorme e questo mi manca.
Lei
è un uomo di cultura, di legge, se dovesse descriversi in un tweet quali parole
userebbe?
È proprio per evitare questo
tipo di descrizione che sono fuori da tutti i social.
Cosa
la diverte nella vita di tutti i giorni?
Mi
diverte, ma anche mi sconsola, il ripetersi di certe situazioni. Il fatto che
noi esseri umani cadiamo inevitabilmente nelle stesse trappole, volta per
volta, di continuo. Lei ha usato giustamente la parola “diverte”, quando uno ha
la capacità di cogliere il lato umoristico delle cose, vive meglio. Ogni volta
che mi imbatto in un film di Totò continuo ad ammazzarmi di risate, non riesco
a farne a meno (sorride).
…
impossibile vivere senza ironia…
Assolutamente
sconsigliabile, fa male alla salute.
Nelle sale una delle pellicole più attese della stagione cinematografica, scritta, diretta e interpretata da Michele Placido che firma la sua quattordicesima opera da regista. Una co-produzione italo-francese con Riccardo Scamarcio nel ruolo del protagonista e con Louis Garrel, Isabelle Huppert, Micaela Ramazzotti, Tedua, Vinicio Marchioni, Lolita Chammah
Italia 1600.
Michelangelo Merisi è un artista geniale e ribelle nei confronti delle regole
dettate dal Concilio di Trento che tracciava le coordinate esatte nella
rappresentazione dell’arte sacra. Dopo aver appreso che Caravaggio usava nei
suoi dipinti sacri prostitute, ladri e vagabondi, Papa Paolo V decide di
commissionare a un agente segreto del Vaticano una vera e propria indagine, per
decidere se concedere la grazia che il pittore chiedeva dopo la sentenza di
condanna a morte per aver ucciso in duello un suo rivale in amore. Così
l’Ombra, questo il nome dell’investigatore, avvia le sue attività di inchiesta
e spionaggio per indagare sul pittore che – con la sua vita e con la sua arte –
affascina, sconvolge, sovverte. Un’Ombra che avrà nelle sue mani potere
assoluto, di vita o di morte, sul destino di un genio. “L’Ombra
di Caravaggio”,scritto, diretto e interpretato da Michele
Placido è una co-produzione italo-francese siglata da Goldenart Production con
Rai Cinema e per la Francia Charlot, Le Pacte e Mact Production. Il film
esplora l’intricata e avventurosa esistenza di Michelangelo Merisi, in arte
Caravaggio, già una popstar al suo tempo, raccontato nelle sue profonde
contraddizioni e nelle oscurità del suo impenetrabile tormento. Ribelle e
inquieto, devoto e scandaloso, indipendente e trasgressivo, il Caravaggio che
Placido mette in scena è un’artista maledetto dal talento assoluto, ma
soprattutto una rockstar ante litteram, un “rebel without a cause” costretto ad
affrontare gli inquietanti risvolti di una vita spericolata – con le sue donne
e i suoi demoni – in cui genio e sregolatezza convivono per regalarci un
personaggio fuori dal tempo e un’icona affascinante e universale. Nel cast,
oltre lo stesso Placido nel ruolo del Cardinale del Monte, Riccardo Scamarcio
(Caravaggio), Louis Garrel (L’ombra), Isabelle Huppert (Costanza Colonna), Micaela
Ramazzotti (Lena), Tedua (Cecco) e ancora Vinicio Marchioni (Baglione), Lolita
Chammah (Anna), Alessandro Haber (Battista), Moni Ovadia (Filippo Neri). “Il filmimmagina Caravaggio come un artista pop che vive la vita vorticosa
che vivrebbe oggi a New York o a Londra – scrive Placido nelle note di regia – e
per questo è venuto a Roma: il centro del mondo, un universo di immigrati,
prostitute, preti, pellegrini, cardinali, principi e malviventi. Un pianeta di
grandi ricchezze e grandissime povertà, poteri forti e immense servitù, denaro
a fiumi nei palazzi e un popolo che muore di fame nei vicoli. Qui, la Chiesa
controriformista chiede statue, dipinti, cupole, colonnati, per celebrare la
propria opulenza in un gigantesco cantiere delle meraviglie. Qui, in pochi
anni, Caravaggio diventa un personaggio di culto per i giovani artisti e per i
ricchi e potenti collezionisti. Il suo più grande sostenitore è il Cardinale
del Monte un grande mecenate e collezionista d’arte. Il pittore è vicino
all’ala pauperista della chiesa che cerca un ritorno ai valori evangelici. Lo
studio dove realizza i suoi capolavori è frequentato da gente della strada,
come da nobili e prelati. Lo vediamo all’opera: i pantaloni aderenti come un
paio di jeans, le scarpe pesanti infangate, una camicia sporca di ogni vernice.
E lui stesso è una tela: colore incrostato sulle mani, sotto le unghie, sulle
braccia, nella barba, nei capelli. Ci sono poi le donne della sua vita: una,
quella che ha contato di più e che lo ha sempre protetto fin dall’infanzia, è
la marchesa Costanza Colonna. L’altra è una delle prostitute più famose di
Roma, si chiama Lena, che è anche una delle sue modelle preferite,
rappresentata spesso come Maria, la madre di Gesù. Una terza donna è Anna,
quella che diventerà il volto di uno dei suoi più grandi capolavori, “La morte
della Vergine” conservato tutt’ora al Museo del Louvre a Parigi”. La prima idea del film risale al 1968 quando
Placido, appena arrivato a Roma, trascorreva i pomeriggi a Campo de’ Fiori
insieme ai suoi colleghi dell’Accademia. Le suggestioni della grande città, la
sua storia, la vicenda di Giordano Bruno
accendevano discussioni sul filosofo e sulla sua epoca e disegnavano sogni su
futuri progetti che avevano come cornice quel periodo storico e quella città
teatro del mondo, in cui papato, nobiltà e suburra convivevano e in cui
Caravaggio cercava il suo spazio. Il film che Placido aveva in mente era un
racconto cinematografico nella cifra di Caravaggio che restituisse tutta
l’autenticità dell’artista con i suoi vizi e le sue virtù nella sua profonda e
viscerale umanità e allo stesso tempo tutta la verità della sua epoca, con i
suoi odori e sapori, lontano da ogni patina scolastica o accademica. Una delle principali sfide del film
consisteva nella ricostruzione di un’epoca che aderisse alla visione del
regista. Si trattava quindi di sovvertire l’immaginario corrente delle
pellicole d’epoca ambientate alla fine dell’500 per realizzare un film vero, “sporco”
e lontano dalla tentazione di una rappresentazione iconografica o patinata. Per
realizzare un film originale e autentico che frantumasse gli stereotipi dei
luoghi di Caravaggio è stato necessario ricostruire e reinventare alcuni spazi,
come nel caso dei sotterranei delle Terme di Caracalla a Roma che sono stati
trasformati in strade cittadine piene di sporcizia, con mendicanti, acqua,
cloache sempre nel segno di quell’autenticità che era al centro della visione
del regista. Altri set del film sono stati Palazzo Chigi di Ariccia, Villa
Aldobrandini di Frascati, Sutri, Vignanello e Napoli.
Il racconto dell’avventura politica e umana di Marco Pannella. L’11 novembre in prima serata su Rai 3
I linguaggi della
fiction e del documentario per rendere omaggio a un personaggio centrale della
nostra storia. Venerdì 11 novembre Rai 3 trasmette “Romanzo Radicale”, la
docufiction di Mimmo Calopresti su Marco Pannella interpretata da Andrea Bosca,
coprodotta da Rai Fiction e Italian International Film. “Romanzo Radicale” è il racconto dell’avventura politica
e umana di Marco Pannella, attraverso le risorse espressive della fiction per i
momenti più intimi, il repertorio, per i gesti che hanno fatto epoca e che
nessuna rappresentazione riuscirebbe a restituire con la stessa forza e,
infine, le testimonianze degli amici o di chi a lui si è opposto. Un
controcanto utile e necessario per restituire, almeno in parte, la vita e la
complessità di uno straordinario uomo del Novecento. Nel 1959 l’Italia è un
Paese dove prevale una mentalità chiusa ai cambiamenti. Non è possibile
divorziare. L’aborto è un reato. Il servizio militare un obbligo. Meno di
vent’anni dopo, divorzio, aborto, obiezione di coscienza sono diventati diritti
irrinunciabili. Marco Pannella riesce a scuotere l’Italia mosso dalla
convinzione, semplice e rivoluzionaria, che la politica debba occuparsi della
vita delle persone e della loro felicità. E per farsi ascoltare, inventa un
nuovo linguaggio della politica fatto di digiuni, arresti, provocazioni.
«Sono felice di assumermi la responsabilità di
raccontare un uomo che è stato capace di affermarsi in tutta la sua
complessità, un individuo che è riuscito, grazie anche alle sue contraddizioni,
a diventare società e affermare per tutti noi la società dei diritti. La sua passione per la politica e la
vita sarà il racconto che diventerà verità storica con le immagini di
repertorio e con le interviste dei personaggi di quel periodo storico, quando
il partito radicale vinse la sua battaglia sul divorzio – dichiara il regista Mimmo
Calopresti. E la fiction per entrare nell’intimo della vita di un uomo che ha
vissuto con passione ogni singolo momento della sua storia. Entrare in azione
era l’idea trainante di Marco Pannella, io sto provando con questo metodo a
raccontare lui e i suoi compagni radicali». Marco Pannella è
interpretato da Andrea Bosca,
affiancato da Marco Leonardi (Gianfranco Spadaccia), Maxence Dinant (Jean Yves Autexier), Irene Casagrande (Mirella Parachini), Francesco Siciliano (Franco Roccella). La parte documentaria è arricchita
dalle testimonianze delle persone che hanno conosciuto, collaborato e condiviso
le battaglie con Marco Pannella, come Matteo
Angioli, Angiolo Bandinelli, Marcello Baraghini, Bianca Beccalli, Emma Bonino,
Luciana Castellina, Laura Hart, Giampiero Mughini, Mons. Vincenzo Paglia,
Mirella Parachini, Vasco Rossi, Sergio Rovasio, Francesco Rutelli, Vittorio
Sgarbi, Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori. La regia è di Mimmo Calopresti e la sceneggiatura di Monica Zapelli, Luca Lancise e con la collaborazione di Mimmo Calopresti.
Su RaiPlay e RaiPlay Sound tutte le partite del Campionato del mondo di calcio, l’intera offerta Rai Sport e i programmi original. La direttrice Elena Capparelli al RadiocorriereTv: «Sempre accesi sulla competizione per soddisfare ogni bisogno di fruizione». E sulle performance della piattaforma della Rai: «Utilizzata da quasi 6 milioni di utenti registrati a settimana, grande soddisfazione»
RaiPlay è la casa dei grandi eventi, dal
20 novembre i protagonisti saranno i Mondiali di Calcio, come li racconterete?
Ai Mondiali del Qatar è già dedicata
una sezione di RaiPlay all’interno della quale pubblichiamo i video che descrivono
le 32 squadre che parteciperanno al Campionato del mondo. E questo è il primo
avvicinamento. Il contenuto al quale teniamo di più è la docu-serie “C’era una
volta il 10”, che pensiamo accenderà il confronto degli sportivi anche sui
nostri social. Si tratta di dieci top ten dedicate ai Mondiali: si va da “I 10
gol più belli su azione” a “Le 10 punizioni più spettacolari”, da “Le 10 parate
più belle” a “Le 10 papere più clamorose dei portieri”, quindi “I 10 gol
sbagliati”, “I 10 rigori sbagliati”, “I
10 autogol”, “I 10 errori arbitrali”,
“Le 10 simulazioni” e “I 10 risultati più sorprendenti”. All’interno di queste
top ten ci saranno tantissime curiosità. Il pubblico, attraverso i social,
potrà poi proporre le proprie classifiche dei dieci gol più belli della storia
di tutti i Mondiali. RaiPlay accenderà Qatar 2022 con tutte le dirette
streaming, gli highlights di tutte le partite, che saranno immediatamente
disponibili alla fine dei match, quindi la possibilità di vedere tutti gli
incontri in modalità on demand. Sulla piattaforma saranno disponibili anche tutte
le trasmissioni che Rai Sport dedicherà al Campionato del mondo, a partire dal
“Circolo dei Mondiali”, che avrà una
parte totalmente original in esclusiva su RaiPlay.
Un’offerta immersiva per un mese di
grande calcio…
Dal punto di vista dell’esperienza
offerta all’utente possiamo dire che RaiPlay sarà sempre accesa sulla
competizione, sperando di poter soddisfare tutti i bisogni di fruizione anche
in mobilità e tramite qualsiasi device. Abbiamo ovviamente anche RaiPlay Sound
che sempre in mobilità consentirà al nostro pubblico l’ascolto di Rai Radio 1 e
dell’offerta Mondiali. Un’opportunità in più per gli spettatori della Rai, un
racconto completo per ogni necessità. Tutte le partite di Qatar 2022 rimarranno
disponibili su RaiPlay fino al 31 dicembre.
Come sta la piattaforma della Rai a
un mese e mezzo dall’avvio dei nuovi palinsesti?
La fotografia cha scattiamo oggi è di
grandissima soddisfazione. Questo inizio di palinsesto autunnale ci racconta
che RaiPlay è utilizzata settimanalmente da quasi 6 milioni di utenti
registrati alla piattaforma, su un totale di 21 milioni. Un risultato veramente
straordinario che racconta una retention molto forte. Dal punto di vista
dell’on demand in questo periodo abbiamo un’offerta dei canali Rai molto ricca. Successo è stato riscosso anche dai contenuti
originali RaiPlay, mi piace citare la serie “5 minuti prima” e le nuove puntate
di “Ossi di seppia”. Per l’offerta sinergica con la televisione lineare penso a
“Il Collegio”, dedicata a un pubblico digitale giovane, ma anche alle fiction
“Imma Tataranni Sostituto Procuratore” e “Sopravvissuti”. Rispetto al pari
periodo dello scorso anno l’andamento di RaiPlay è in crescita verticale, in
particolar modo sulle smart Tv che vedono raddoppiata la fruizione dallo
schermo grande di casa. Lo switch off e il conseguente rinnovo del parco
televisori ha anche avvicinato i più giovani, che accendono il televisore per
scegliere un programma direttamente dalla piattaforma.
Qualche sorpresa del dopo Mondiali?
Entro la fine dell’anno lanceremo
“Confusi”, nuovo formato che entrerà nelle case degli studenti fuori sede, l’offerta
straordinaria delle strenne delle feste e il cofanetto di Charlie Chaplin. A
Natale proporremo anche “Istantanee”, dodici piccoli docu per raccontare questo
incredibile 2022, purtroppo non sempre con buone notizie.
Un auspicio e un obiettivo per
RaiPlay…
Penso che il nuovo punto d’arrivo e
di partenza sia la grande squadra Rai, che avendo vissuto così tanta esperienza
nell’audiovisivo, nell’audio, nel linear e nel non linear, si muove oggi tutta
insieme per essere luogo in cui non c’è distinzione né di target né di
piattaforma, ma dove ognuno trova quello che vuole. Non ragioniamo più a compartimenti
stagni ma tutti insieme, con un pubblico che diversifica la sua fruizione a
seconda dei momenti della giornata, così come noi diversifichiamo i nostri
prodotti e la nostra distribuzione, ma con una visione sempre più sinergica, a
partire dalla progettualità.
Cinema, televisione, teatro, il suo volto è uno dei più apprezzati della scena nazionale. Il Radiocorriere Tv incontra l’attrice che in “Vincenzo Malinconico avvocato d’insuccesso” veste i panni di Assunta, ex suocera del protagonista: «Un personaggio simpatico che dice sempre quello che pensa. Vincenzo la ascolta e con la sua dolcezza la completa. Hanno una comunicazione molto affettuosa»
Come è stato il suo incontro con Assunta?
Assunta detta Ass (sorride). Un
bell’incontro, lei è un personaggio simpatico che dice sempre quello che pensa,
che ha un rapporto diretto con la vita, con la verità. Una donna sicuramente
sola e non felice, ma piena d’energia. Non è una madre tipica del Sud e questo
mi ha fatto piacere, non si sa bene che marito o compagno abbia avuto nella
vita perché nella serie non se ne parla. Con la figlia ha un rapporto quasi
inesistente, l’ha avuta da giovane e in un certo senso non è madre, mentre con
l’ex genero Vincenzo si trova bene. Lui ascolta, da uomo mite quale è le fa da
spalla. Con la sua dolcezza la completa. Hanno una comunicazione molto
affettuosa.
Afferma che Assunta è una donna che ha un
rapporto con la verità, nella vita reale è cosa così difficile da realizzare?
Lo è. Io, Lina, ho sempre avuto un rapporto
con la verità, mi è difficile non averlo e questo nella vita l’ho sempre un po’
pagato.
Diego De Silva sostiene che alle donne
piacciono gli uomini che inciampano stando fermi, lei, da donna, è d’accordo?
Non so se piacciono. A un certo tipo di donna
un po’ autoritaria, sicuramente l’uomo mite, timido come Vincenzo, che
attraversa la vita senza opporsi, può fare tenerezza. Ma l’attrazione è
un’altra cosa.
Assunta e Vincenzo: quello pensato e portato
su carta da De Silva è davvero un rapporto speciale, su cosa si basa?
Assunta non si sente giudicata, di fronte non
ha un nemico che la mette in discussione. Da Vincenzo si sente accolta,
protetta.
Ha affermato che “di ruoli come quello di
Assunta il cinema italiano non ne offre molti”, non le piacciono le donne
raccontate dal nostro cinema, dalla nostra televisione?
Non è vero, ci sono ruoli meravigliosi, nel
cinema come nella fiction. Però penso che la generazione dai 40 ai 60 anni, la generazione
di mezzo, sia meno raccontata.
Cosa le fa dire di sì a un progetto
televisivo?
Il personaggio dentro la storia e la storia
che è intorno al personaggio. La regia e gli altri attori del cast, le persone
con le quali mi trovo a confrontarmi, a creare quel personaggio in quel pezzo
di vita.
Cosa deve avere un personaggio per
interessarla e per rimanere in lei?
Di solito i personaggi si legano a un periodo
della tua vita vera. Ti ricordi che lo facevi in un determinato periodo. Ricordo,
ad esempio, di avere fatto Assunta con il grande dolore della perdita di mio
fratello, cosa che mi porto dietro. Così come quando facevo “Ballando con le
Stelle”, programma allegro, ad angustiarmi c’era la malattia di mio fratello.
Cosa significa essere un attore oggi?
Sa che non lo so? (Sorride).
Soprattutto oggi, è tutto spettacolarizzato. Chiunque si trova a camminare fa
le foto di quello che vede, di quello che mangia, di quello che succede. Fa
video, selfie. Sui social tutti sono protagonisti di qualcosa, tutti sono
diventati attori. Una volta l’attore era un individuo unico e irripetibile che
veniva chiamato, come in questo caso, da un giornalista che faceva
un’intervista che poi veniva pubblicata. E questo succedeva perché eri un
personaggio pubblico, un attore, un politico, uno sportivo. Oggi no, oggi è
pubblicato tutto di tutti in ogni momento.
Cosa la rende felice?
Poche e piccole cose. Una risata con gli
amici, un brindisi, stare vicina al mare. Le cose più semplici, che hanno a che
fare sempre e comunque con i sentimenti della vita.
Nel suo futuro professionale?
Il mio primo film da regista che si intitola
“La casa di Ninetta” e che ho già cominciato a girare. Ne ho scritto anche la
sceneggiatura tratta dal libretto che dedicai a mia madre Ninetta. Ci tengo
molto, è un momento nuovo per me. A novembre riprenderò lo spettacolo “Eduardo
mio. Maestro di vita e di palcoscenico”, che andrà in tour. Per il momento
credo che basti così (sorride).
Giuseppe Zeno è Raffaele Acampora, un allevatore campano che si ribella alla camorra e si batte per la legalità: «Non vuole più chinare il capo e vedere negli occhi dei primogenito un’espressione di idealizzazione di certi modelli». Nel cast Antonia Truppo e Tosca D’Aquino. Soggetto e regia di Umberto Marino. In onda lunedì 7 novembre in prima serata su Rai 1
Raffaele Acampora è un uomo come tanti. Ha una
moglie, Anna, che ama, e quattro figli, di cui il più grande, Peppino, ha
quattordici anni e, come molti ragazzi della sua età, comincia a cercare la sua
strada nel mondo. Ma non è facile farlo quando vivi in un territorio dove le
organizzazioni criminali dettano legge. Raffaele è un allevatore che “fa” i
mercati, mestiere che ha ereditato da suo padre. Tutti giorni si sveglia prima
dell’alba e percorre anche decine di chilometri per vendere gli animali che lui
stesso ha allevato. Una vita dura, che però affronta a testa alta con il piglio
di chi sa di far bene il suo lavoro. Ma purtroppo i tentacoli della camorra non
risparmiano nemmeno il suo settore. Ogni settimana Raffaele e i suoi colleghi
sono vittime del racket criminale, che impone loro il pizzo e vessazioni di
ogni tipo. Fino a quando, un giorno, Raffaele decide di ribellarsi. Fonda un
sindacato e, con la sua forza d’animo contagiosa, convince i suoi colleghi a
iscriversi. Collabora con la polizia e la magistratura, denuncia, fa nomi. È
consapevole del rischio che corre. Sa che Anna e tutti i suoi familiari sono
preoccupati per lui, ma ormai non può e non vuole tornare indietro. La camorra
cerca in ogni
modo di farlo
smettere, prima con offerte e poi con minacce e intimidazioni. Ma Raffaele ha detto agli iscritti del
sindacato che avrebbe difeso i loro interessi, e ha una parola sola. “Vedremo una storia forte, toccante,
dove si muovono emozioni enormi, di uomini e di donne che vivono in un tessuto
sociale decisamente particolare” dice Giuseppe Zeno, che nel film Tv diretto da
Umberto Marino veste il ruolo del protagonista. Il racconto ci porta a metà
degli anni Novanta, nella provincia campana, e mette in scena “uomini che
cercano di ribellarsi e di riappropriarsi della propria dignità, di fare il
possibile per cambiare un territorio difficile, per dare ai propri figli la
prospettiva di un futuro migliore, estirpando quel male legato a fenomeni
criminali, in questo caso la camorra, che attraverso la prepotenza e creando
stati d’ansia, di paura nei confronti di piccoli lavoratori, piccoli
imprenditori di se stessi, fa sì che l’intera economia non possa crescere.
Raccontiamo di un personaggio che si ribella a tutto ciò e di una struttura
malavitosa che spesso, in territori abbastanza difficili, cerca di sostituirsi
allo Stato, e raccontiamo di uno Stato che comunque è presente e che ha solo
bisogno di mezzi per poter contrastare questi fenomeni”. Un film
tv che si propone dimostrare il male senza
romanticizzarlo e di raccontare come il bene vi si opponga con gesti
e comportamenti piccoli, legali, poco eclatanti, ma non per questo meno
importanti.“Non credo che Raffaele
Acampora in qualche modo risulti o diventi un eroe, credo che voglia essere un
esempio, non voglia compiere un gesto eroico o straordinario, ma ne voglia
compiere uno che ritiene essere ordinario – conclude Zeno – non vuole più chinare il
capo e non vuole più vedere negli occhi di suo figlio un’espressione di
idealizzazione nei confronti di certe organizzazioni criminali”. Il cast è elemento centrale del film con ben
42 ruoli, tra grandi, piccoli e piccolissimi, tutti serviti dall’eccellenza
della scuola napoletana. A questa pattuglia di attori, che annovera Giuseppe
Zeno e Antonia Truppo, Tosca D’Aquino e Mimmo Mancini, Ernesto Mahieux e
Giuseppe Pirozzi, Massimiliano Rossi e Nello Mascia, Roberto De Francesco e
Fabio De Caro, è affidato il compito di dare credibilità e sentimento a tutti i
caratteri che fanno vivere la storia.
“Raccontiamo un uomo semplice, non delle istituzioni – dice il regista
Marino – Raffaele Acampora è un allevatore di conigli, animali che consideriamo
i più timidi, i più timorosi, i più vigliacchi, e che in realtà dimostra di
avere un enorme coraggio opponendosi alla mafia della sua zona, la camorra. Lui
fa questa rivolta per due motivi, uno elementarissimo: ha quattro figli e non
ha soldi per pagare il pizzo, deve quindi trovate il modo per non farlo. E poi
perché ha un figlio che sta ‘scarrocciando’, scivolando, verso il lato della
camorra. In quelle zone molti ragazzi vedono nei giovani camorristi degli
esempi, in qualche modo da seguire e da imitare, sono quelli che hanno le
macchine, le donne. Raffaele, vedendo questo ragazzino, pensa, in quanto padre,
di dovergli fare capire quale sia la direzione giusta e lo può fare solamente
in un modo, dando il suo esempio”.
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