Poesia, comicità, commozione

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SEI PEZZI FACILI

“Qui e Ora” è il terzo dei cinque appuntamenti con le opere teatrali di Mattia Torre con la regia televisiva del Premio Oscar Paolo Sorrentino. Protagonisti dello spettacolo Valerio Aprea, che abbiamo intervistato, e Paolo Calabresi. Il 3 dicembre alle 22.00 su Rai 3

Valerio Aprea, qual e il valore del teatro di Mattia Torre oggi?

Il coronamento di un percorso, iniziato tanti anni fa nella più totale sordina che è arrivato fino a qui. In questo mestiere, se si rimane assolutamente fedeli a se stessi, portando avanti quello che ci rappresenta profondamente – come ha fatto Mattia – senza cercare alcuna forma di successo, il successo arriva. Non è un caso che la firma televisiva sia quella di Paolo Sorrentino.

Qual è l’eredità di Torre?

Rappresenta tutta la mia vita, al pubblico Mattia lascia del materiale imprescindibile. Tra le sue tante peculiarità, ha dimostrato che la scrittura può anche permettersi di utilizzare in abbondanza una forma di turpiloquio senza per questo essere mai lontanamente volgare, anzi coltissima. Mattia è stato elegante e raffinatissimo perfino nell’usare parolacce, mischiando nei suoi testi lessico sopraffino e lussureggiante.

In che modo convivono i diversi linguaggi del teatro e della televisione?

“Sei Pezzi facili” sono la dimostrazione del fatto che il classico ossimoro teatro-televisione, sia possibile. In questo caso è stata molto importante la mano di Sorrentino che ha portato il cinema a servizio del teatro per la televisione. Una miscela misteriosa ben riuscita. Chi ha avuto la fortuna di assistere alla registrazione dello spettacolo dal vivo, ha vissuto le macchine da presa come parte integrante dello spettacolo, tra interazione e fusione totale.

Davanti a quale emozione mettono queste opere?

Sono quattro monologhi e due spettacoli. Io faccio “Gola”, un reading di mezz’ora, forse lo spettacolo più esclusivamente comico rispetto agli altri, quello che meno reca con sé la tridimensionalità tematica ed emotiva. È una pièce che nasce per far ridere furiosamente, ma amaramente.  “In mezzo al mare” invece, è un monologo scritto da Mattia nel 2003 che ho portato a teatro per diversi anni, comico e amaro, è la storia di un uomo che dichiara di non sapere nulla di sé e della vita. Si creano per questo momenti di comicità irrefrenabile, ma anche una buona dose di poesia e di commozione. “Qui e Ora”, l’altro spettacolo che faccio con Paolo Calabresi, racconta di due motociclisti incidentati che per un’ora e un quarto di spettacolo interagiscono in una sorta di antagonismo perenne che rivela modi di porsi differenti e confliggenti. Tutti gli spettacoli mischiano l’altissimo e il bassissimo, la furia e la gentilezza, la poesia, la comicità e la commozione. Parlano di tutto, della vita e della morte, di noi in quanto italiani, ma anche di noi individui.

Come potremmo definire la scrittura di questo autore?

Uno sguardo sulla vita in un incontro di contenuti molto originali, con una lingua irriproducibile.

Trama

Un incidente frontale tra due scooter in una strada secondaria della periferia di Roma, con i soccorsi che tardano ad arrivare, porta due uomini feriti e a terra, a confrontarsi e a odiarsi perché opposti, inconciliabili. Aurelio è un cuoco famoso, sicuro di sé, protagonista anche di un programma radiofonico. Claudio è un disoccupato, mammone, impacciato, svogliato e sempre sul punto di soccombere ma ancora miracolosamente vivo

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Con l’Italia che cambia

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LA RAI PER L’ESTERO

Sul satellite e in rete sulla piattaforma RaiPlay, tanti programmi ad hoc e il meglio della programmazione della Rai. Il Servizio Pubblico raddoppia la sua offerta internazionale e lo fa nel segno della contemporaneità, inserendo la lingua inglese in Tg dedicati e sottotitoli su molti prodotti

Rai Italia, Rai Italy e Rai World Premium sono l’offerta che la Rai dedica agli italiani all’estero, a tutti coloro che vogliono conoscere il Belpaese e apprezzano il Made in Italy. La nuova programmazione guarda al futuro e parla al mondo con l’intento di portare l’Italia e l’italianità in ogni dove. A parlare di offerta innovativa è l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes: «La direzione per l’estero guidata da Fabrizio Ferragni è in una fase di grandissimo cambiamento, che rispecchia il cambiamento dell’azienda. Il  nuovo contratto di servizio prevede la digitalizzazione della nostra  offerta e Rai Italy è esattamente questo. Stiamo immaginando un’offerta estero innovativa rispetto al passato». Una rivoluzione che passa attraverso la piattaforma Rai Play, che ospita la nuova finestra Rai  Italy. «La parte video on demand disponibile sarà sempre più ricca – prosegue Fuortes – composta da programmi che rispecchiano le nuove linee guida del contratto di servizio e costruiscono un racconto contemporaneo, di modernità. Ci  saranno anche corsi di lingua fatti con la Treccani, corsi di cucina.  Ma soprattutto ci sarà una parte in inglese dedicata a coloro che non parlano italiano». Una svolta digitale che ben disegna l’attuale contesto storico, la presidente della Rai Marinella Soldi ha ricordato come all’estero vivano «sei milioni di italiani stranieri residenti, circa 80 milioni di oriundi, soprattutto in Sudamerica e principalmente in Brasile e Argentina, e poi 250 milioni di persone che affermano di amare il nostro Paese e di esserne particolarmente interessate. Pubblici molto diversi, che richiedono un’offerta diversificata che vada oltre una classica produzione incentrata sulla nostalgia, tipica di quella rivolta agli emigrati». A sostenere l’azione della Rai sono le istituzioni governative, come testimoniato dal ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani e del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. «La Rai è fondamentale per la difesa della cultura italiana, per promuovere il nostro Paese nel mondo – ha detto il responsabile della Farnesina – svolge un ruolo importantissimo perché i nostri connazionali, sei milioni, che vivono all’estero più tutti gli italiani che viaggiano, hanno la possibilità di sentirsi vicini alla ‘casa’ Rai. Un ruolo fondamentale che va assolutamente sostenuto». L’offerta estera della Rai gioca un ruolo centrale nella promozione del sistema Italia. «La Rai deve tornare ad assumere la funzione di raccontare al mondo l’immaginario dell’Italia, che è una vera e propria superpotenza mondiale della cultura – ha affermato Gennaro Sangiuliano – l’Italia è un unicum, un immenso patrimonio storico-culturale frutto del passaggio e della coesistenza di culture diverse: latini, greci, longobardi, arabi, goti, spagnoli. Un grande bacino di conoscenza, l’architrave su cui si può fondare il nostro Pil insieme all’industria, pure frutto del genio italiano». A Fabrizio Ferragni, direttore Rai per l’offerta estera, il compito di presentare le novità di Rai Italy, nuova sezione della piattaforma RaiPlay: «I punti centrali sono il passaggio dal satellite al digitale per quanto riguarda l’Europa, che renderà Rai Play trasparente in tutto il continente. Rai Italy mette a disposizione degli utenti un servizio in lingua inglese che raggiunge 22 milioni di case». Sul fronte satellitare Rai Italia realizza quattro differenti palinsesti suddivisi a seconda delle aree geografiche del mondo: diversi per orari di messa in onda e anche per contenuti. Quattro le novità della nuova proposta: l’uso della lingua inglese e il Tg in lingua, appositamente realizzato da Rainews24, che sarà fruibile anche on line; l’utilizzo di un canale satellitare e della piattaforma di RaiPlay con una sezione dedicata; la possibilità di vedere Rai Italia anche in Europa, dove vivono 3 milioni di italiani iscritti all’Aire; la presenza di 350 ore delle produzioni originali, iniziando da ‘Casa Italia’, trasmissione quotidiana condotta da Roberta Ammendola e da “Il Confronto” settimanale condotto da Monica Setta, anche sulle tre reti generaliste e sul web. Altri format dedicati all’estero sono “Italian Colors”, in collaborazione con la TgR, “Italian Food” dedicato all’enogastronomia, “Paparazzi” con l’ironia di Filippo Solibello e di Marco Ardemagni, “Cristianità”, con la Santa Messa e l’Angelus del Papa, e ancora “Gli Italians”, “Italian Genius”, “Unesco 58”, “Borghi”, “La classe”, “A scuola di italiano con lo Zecchino d’Oro”.

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Tornano i Nuovi Eroi

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ACCESS PRIME TIME

30 storie straordinarie di persone che si sono distinte in alcuni campi professionali e non solo, rappresentative dei più alti valori umani e solidali, insignite dal Presidente Sergio Mattarella con l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Dal 28 novembre, dal lunedì al venerdì alle 20.15, su Rai 3

Tornano le grandi storie di eroismo quotidiano di cittadine e cittadini insigniti dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, nella nuova stagione di “Nuovi Eroi”, il format originale prodotto da Stand by Me e Rai Approfondimento con la preziosa collaborazione del Quirinale, in onda dal 28 novembre, dal lunedì al venerdì alle 20.15 su Rai 3.

Trenta nuove puntate per raccontare le storie straordinarie di persone che si sono distinte in alcuni campi professionali e non solo, eroi comuni, quasi sempre sconosciuti al grande pubblico, rappresentativi dei più alti valori umani e solidali che definiscono il significato di Nazione, che si sono fatti apprezzare per l’impegno civile e per il forte senso di comunità, diventando un esempio virtuoso per tutto il Paese.

Tra le storie della nuova stagione, quelle di cittadine e cittadini che si sono impegnati a favore di persone fragili o svantaggiate, cercando di modificare in meglio le loro esistenze, come Matteo Mazzarotto e Ivana Perri che –  attraverso la loro associazione il Carro – si dedicano all’inclusione e al sostegno delle persone con gravi disabilità cognitive-sensoriali nella delicata fase del ‘Dopo di noi’, quando non si hanno più accanto i propri familiari; Vittoria Ferdinanditra i fondatori nonchédirettrice del ristorante inclusivo di Perugia, dove la metà del personale è costituito da giovani con disturbi psichiatrici; Marco Sciammarella che nel 2010 crea, insieme ad altri esperti e insegnanti di musica, musicoterapia e riabilitazione, AllegroModerato, un’orchestra sinfonica composta da 50 elementi, per due terzi con disabilità fisiche e mentali; Rachid Berradi marocchino di nascita, siciliano d’adozione, fra i mezzofondisti più forti della nazionale azzurra negli anni 2000, che oggi si impegna nel sociale e nella diffusione della legalità tra i giovani di Palermo.

E ancora storie di grande coraggio in situazione estremamente difficili, come quella di Giovanni Lo Dato e Mauro Mascetti che hanno salvato 25 bambini minacciati dal divampare di un incendio in un pullman; ma anche storie di persone comuni che, grazie al loro impegno, sono riuscite a fare cose straordinarie come Martina Pigliapoco, la giovane carabiniera di San Vito di Cadore, che durante un intervento eroico durato più di quattro ore, ha impedito il suicidio di una donna che minacciava di buttarsi da un ponte tibetano, o Valentina Bonanno, che ha fondato un’associazione in Kenya dedicata al supporto della gravidanza, in un contesto caratterizzato da elevata mortalità durante il parto, o ancora Ciro Corona, da anni impegnato in  progetti anti camorra di riqualificazione del territorio di Scampia e dei suoi abitanti e nella promozione di modelli alternativi all’illegalità e alla cultura camorristica.

In ogni puntata la storia di uno di questi eroi comuni viene raccontata attraverso un’intervista diretta al protagonista, intervallata dalle testimonianze di amici, familiari e colleghi, da immagini fotografiche e video privati e da repertorio di cronaca, perché le loro vicende s’intrecciano molto spesso con momenti cruciali della nostra storia recente.  Anche per questa stagione, a guidare il racconto la voce fuori campo di Veronica Pivetti, mentre i passaggi decisivi della vita del protagonista di puntata sono ricostruiti come sempre attraverso suggestivi re-enactement.

Chiude ogni episodio la cerimonia di conferimento dell’Onorificenza al Merito Civile svoltasi al Quirinale alla presenza del Presidente Mattarella. Un Ordine nazionale, istituito nel 1951, destinato a “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari’’.

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Un nuovo sguardo di Diabolik

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GIACOMO GIANNIOTTI

«Avevo bisogno di un ruolo non solo interessante, ma che fosse completamente diverso da quello di Andrew DeLuca in “Grey’s Anatomy”. Questo film era proprio quello che cercavo». L’attore italo canadese è il nuovo Re del terrore nel secondo capitolo dei Manetti Bros, “Ginko all’attacco”, e della sua compagna Miriam Leone dice: «L’alchimia tra di noi si è sentita subito»

Dal bravo ragazzo in “Grey’s Anatomy”, a Diabolik. Com’è andata?

Quando è terminata la mia esperienza in “Grey’s Anatomy” (nel ruolo del Dr. DeLuca) avevo bisogno di un ruolo non solo interessante, ma che fosse completamente diverso da quello di Andrew. In “Diabolik. Ginko alla riscossa” ho avuto l’opportunità di recitare, dopo tanto tempo, in italiano, mettendomi alla prova in una parte più oscura, criminale. Era proprio quello che cercavo per reintrodurmi al pubblico italiano che mi conosceva di meno, ma anche per cambiare la mia immagine negli Stati Uniti.

Cosa prova quando vede scritto su tutti i giornali: Giacomo Gianniotti è il nuovo Diabolik?

È una grande emozione ritornare al cinema italiano con una storia così, in cui si respira tutto il made in Italy, con un personaggio iconico che tutti riconoscono. Questo mi mette un po’ di pressione, ma è un modo di lavorare che mi piace, è una buona spinta.

Cosa l’ha attratto di questa storia? Come si entra in sintonia con un personaggio di questa portata?

Anche se i fumetti non appartengono alla mia generazione (l’attore è nato a Roma nel 1989), grazie ai miei genitori sono cresciuto guardando i film di quell’epoca. Penso per esempio alla saga di James Bond con Sean Connery e le sue macchine bellissime, donne strepitose e gadgets davvero particolari, un po’ come in Diabolik.

Da Luca Marinelli a Giacomo Gianniotti…

Per un film e un Diabolik completamente diverso. Credo che il personaggio che interpreto abbia sfumature diverse da quelle portate in scena da Marinelli. Quello che vedrete al cinema non è un sequel, ma un altro progetto dei Manetti Bros. Come per i film di Bond, quando nella storia entra un nuovo attore questo cerca di prendere sempre il meglio del precedente, aggiungendo ciò che lui ha dentro di sé. Troverete un Diabolik più romantico, lui ed Eva Kant sono ormai una coppia realizzata, mentre nel primo capitolo abbiamo incontrato un uomo che provava a capire come amare questa donna, era il momento della conquista. Eva Kant è riuscita a sciogliere il suo cuore di ghiaccio.

Una crisi interna per tutti i personaggi, in che modo Diabolik è costretto a “fare i conti” con i sentimenti, a gettare la maschera? Anche lui ha delle debolezze?

Certamente! La maschera è una delle tante metafore del film, il suo travestimento riflette anche il nostro, le maschere che tutti noi indossiamo durante il giorno. La speranza, di Diabolik come la nostra, è che almeno con il proprio compagno si possa essere completamente nudi. Diabolik riesce a smascherarsi completamente con la sua compagna, l’unica che lo vede veramente per com’è.

Diabolik ed Eva Kant una coppia a prova di furto. Dal suo primo incontro con Miriam Leone all’ultimo ciak, come avete costruito sintonia e alchimia?  

Faccio l’attore da tanto tempo e ogni volta la speranza è che nel cast possa scattare la chimica e, anche se poi bisogna lavorarci su per renderla migliore, se non scatta naturalmente non ci si può fare niente. Con Miriam sono stato fortunato, l’alchimia tra di noi si è sentita subito, siamo andati molto d’accordo e ci ha accomunato carattere, senso dell’ironia, interessi. Ci siamo trovati molto bene insieme, nelle scene più intime si è creata quella connessione amorosa che si vede anche sullo schermo. Speriamo che il pubblico senta forte l’attrazione tra questi due personaggi, iconici proprio come il loro amore.

Eva Kant, l’unica a scaldare la vita oscura di Diabolik, è stata una femminista prima del femminismo. Cosa sarebbe Diabolik senza di lei?

Le sorelle Giussani hanno creato una storia di femminismo e questo si vede anche nei film. Nella prima pellicola dei Manetti vediamo Eva Kant lanciare un bellissimo gioiello nell’Oceano, Diabolik, prima di lei, si sarebbe certamente buttato a mare per recuperarlo. Ora invece capisce che non esiste qualcosa di più prezioso della sua donna. Alla fine, se vivi tutta la tua vita accumulando ricchezze ma non hai nessuno con cui condividere le tue gioie, questa è molto vuota. Lo capisce anche Diabolik, che con lei trova la ragione di tutto.

I Manetti hanno, ancora una volta, compiuto una finissima operazione di stile e cura di ogni particolare. Di questo secondo capitolo, quali dettagli l’hanno colpita di più?

La sceneggiatura, i set, i tanti particolari presenti nei vari rifugi, pieni di attrezzi, aggeggi di ogni tipo, le maschere che crea, le dentiere… I registi curano molto lo stile e non dimenticano quello delle Giussani, artiste capaci di creare qualcosa davvero originale che va comunicato anche nel film.  Per il pubblico, infatti, sarà come stare in una pagina del fumetto. Forse non è per tutti, ma il tentativo è stato offrire al pubblico un progetto moderno, che parte dagli anni Sessanta e resta attuale ancora oggi.

“La profondità degli abissi” di Manuel Agnelli (testo molto premiato) ha accompagnato il primo racconto. A Diodato il compito di immergerci nella mutevole materia del desiderio. Quanto hanno pesato le musiche questa volta?

Tutti i progetti dei Manetti hanno una cura maniacale anche delle musiche. Sono registi appassionati, che hanno anche grandi rapporti personali con molti musicisti italiani, tanto da realizzare un musical, “Ammore e malavita”. Diodato ha composto una sigla strepitosa, molto bondiana direi, che ci cala immediatamente nell’epoca.

L’ossessione di Ginko per il Re del terrore: è una forma estrema di amore anche questa?

Non direi amore, piuttosto rispetto, qualcosa che li accomuna. Diabolik riesce a sfuggire sempre alla cattura, lui è l’inafferrabile, ma Ginko non può far altro che riconoscere il suo essere un passo avanti, la sua intelligenza. Merita quindi di essere famoso. Al contrario, l’ispettore gli sta sempre alle spalle, e questo provoca al nostro ladro una grande eccitazione.

A un certo punto Eva Kant dice “Valeva la pena aspettare”. Lo pensa anche il pubblico italiano impaziente di vivere al cinema il secondo capitolo della saga dei Manetti. La spaventa tutta questa attenzione?

No, no, mi eccita. Sono così contento che finalmente sia al cinema, i film non sono realizzati per essere tenuti in un computer. Ovviamente c’è un po’ di ansia, però vogliamo far divertire, commuovere, eccitare, è un lavoro che merita di essere visto in sala. Sono contento che sia arrivato il momento di condividerlo.

La trama

Un piano apparentemente perfetto per Diabolik ed Eva Kant. Ma non sanno che dietro questo colpo si nasconde una trappola dell’astuto ispettore Ginko, che mette a dura prova il loro legame. Tradita dal Re del Terrore, Eva decide di vendicarsi, proponendo all’ispettore di collaborare alla cattura di Diabolik. Una decisione difficile per Ginko che deve anche affrontare l’arrivo di Altea, duchessa di Vallenberg…

Il commento dei Manetti Bros

Questo secondo capitolo della trilogia del diamante rosa, vuol continuare a essere la storicizzazione cinematografica del fumetto italiano più famoso dagli anni Sessanta che, con il primo capitolo Diabolik, aveva vinto la sfida sia per il giudizio della critica, sia per il riscontro del pubblico. Abbiamo così continuato a puntare a un prodotto capace di coniugare il cinema con le atmosfere ed i sapori del fumetto. Una meticolosa operazione di stile a livello di scenografia, location, costumi, ambienti e automobili, ricostruendo le abitudini degli anni ’60 attraverso lo scouting di luoghi, palazzi, strade, ristoranti e hotel a Milano, Trieste, Bologna e sul litorale romano. Dei protagonisti di Diabolik, hanno continuato la loro avventura con noi Miriam Leone (Eva Kant) e Valerio Mastandrea (Ginko), e nella ricerca del nuovo Diabolik e di una nuova protagonista, Altea, abbiamo puntato su due attori di fama internazionale quali Giacomo Gianniotti e Monica Bellucci. Diodato, artista di grande fama, ha composto ed interpretato per “Ginko all’attacco” la canzone originale “Se mi vuoi”, che siamo convinti possa ripetere e addirittura superare il grande successo di Manuel Agnelli con la sua “La profondità degli abissi”.

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Perfetta

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SEI PEZZI FACILI

Un monologo che racconta un mese di vita di una donna, attraverso le quattro fasi del ciclo femminile. «Mattia Torre era un essere umano sensibile, curioso. Non scriveva di quello che viveva, ma di ciò che lo appassionava e lo faceva riflettere» afferma Geppi Cucciari, protagonista di una delle opere teatrali dirette da Paolo Sorrentino. Sabato 26 novembre alle 22.00 su Rai 3

Un monologo tutto al femminile…

Un’opera in cui si respira l’ironia di Mattia Torre. Ho avuto, e ho ancora il privilegio di portare in scena il suo ultimo spettacolo scritto per il teatro. Si racconta di una donna che non sono io, ma che somiglia a me più di ogni altra donna abbia mai rappresentato, questo perché sapeva quali parole regalare a chi. Il mondo ha perso un grandissimo autore e drammaturgo, noi abbiamo perso un amico.

Di cosa tratta “Perfetta”?

Mattia Torre ha spesso scritto delle miserie e delle ricchezze dell’essere umano, argomenti che ben conosceva, ma riusciva a raccontare anche di ciò che non conosceva direttamente, come nel caso del mio spettacolo nel quale si affronta una cosa che innegabilmente non poteva sapere, il ciclo mestruale della donna di cui celebra la bellezza. Una volta mi disse “io e il mio cortisone abbiamo scritto questo spettacolo”. Lo compose, infatti, negli anni più difficili sotto il profilo fisico, ma certamente molto proficui dal punto di vista emotivo. Lui non scriveva di quello che viveva, ma di ciò che lo appassionava e lo faceva riflettere. E poi si si preparava, perché credeva nella competenza, termine che dovrebbe essere centrale nelle vite di tutti.  Ha potuto affrontare il tema della gravidanza, di ciò che accade a una donna ogni mese in quei giorni così pieni di vitalità e colori semplicemente perché ha studiato, ha parlato con ginecologhe, con sua moglie ostetrica, si è incuriosito su un tema così distante da lui. Mattia era un essere umano sensibile, curioso, lo studio veniva affinato dalla sua genialità, ma le due cose sono sempre andate insieme.  

Come avete affrontato questo viaggio?

Ci siamo approcciati a questo lavoro con quel senso di gratitudine nei confronti di un amico pieno di talento che ha creduto in noi in tempi diversi. Grazie a Paolo (Sorrentino, il regista) Mattia può ambire a quello che meritava di più, l’immortalità. In quindici anni abbiamo portato in giro per l’Italia le sue opere, la gente ha scelto di comprare un biglietto per andare a vederle a teatro. Questa volta, grazie a un regista come Sorrentino e a Francesca (moglie di Mattia Torre) che ci ha sempre creduto tantissimo, è il teatro che entra nelle case degli italiani. In queste opere si avverte tutta la sua presenza anche se in assenza. Abbiamo registrato questi sei spettacoli con sole venti persone a teatro. Davanti a noi un pubblico in totale silenzio. Era quasi come essere da soli. Il rumore di quel silenzio non lo dimentico, come non dimentico che, tutte le volte che succede qualcosa, mi chiedo cosa avrebbe scritto Mattia, come lo avrebbe trattato.

TRAMA

Un monologo che racconta un mese di vita di una donna, attraverso le quattro fasi del ciclo femminile. Una donna che conduce una vita regolare, scandita da abitudini che si ripetono ogni giorno e che, come tutti noi, lotta nel mondo. Ma è una donna e il suo corpo è una macchina faticosa e perfetta che la costringe a dei cicli, di cui gli uomini sanno pochissimo e di cui persino molte donne non sono così consapevoli. È la radiografia sociale ed emotiva, fisica, di ventotto comici e disperati giorni della sua vita.

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Il Mondiale è di tutti

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QATAR 2022

Lele Adani, nella squadra dei commentatori di Rai Sport, è pronto a raccontare con tutta l’emozione del caso il Campionato del mondo di calcio. Il RadiocorriereTv lo ha incontrato poco prima della partenza dall’Italia

ROMA 21 OTTOBRE 2022 PRESENTAZIONE DEL PALINSESTO RAI PER I MONDIALI IN QATAR “VISIONE MONDIALE.QATAR 2022” NELLA FOTO GABRIELE ADANI

Un Mondiale in assenza della nostra Nazionale da raccontare agli italiani. Da dove si comincia?

Si comincia dalla passione, dalla magia, dai grandi campioni, dalle storie. Dal fatto che il Mondiale di calcio è l’evento più popolare di questo sport, che è a sua volta il gioco più popolare di tutti. Per la proprietà transitiva il Mondiale è di tutti, e questa è la cosa più bella. Dispiace ovviamente non esserci con la nostra nazionale. Sappiamo anche che tanti dei protagonisti, giocatori che hanno caratterizzato le storie di noi tutti nell’ultimo ventennio, saranno al canto del cigno. Penso che tutto questo sia già tanto per attendere con impazienza l’avvio del Campionato del mondo.

Prima in campo, ora al microfono della Rai, come è cambiato il suo modo di vedere e vivere il calcio?

Da calciatore è stato un sogno realizzato, adesso cerco di accompagnare il sogno dei calciatori che lo stanno ancora vivendo, facendolo entrare con rispetto, trasporto e preparazione nella testa e nel cuore di coloro che seguono questo sport.

Diamo uno sguardo al campo di gioco, quali sono le nazionali favorite?

A mio avviso ce ne sono tre: Brasile, Francia e Argentina. Ma sarà un Mondiale che ci regalerà sorprese perché ci sono nazionali preparate, penso alla Spagna, alla Germania, all’Inghilterra, e poi il Portogallo è una squadra forte, così come l’Uruguay, che ha un buon ricambio generazionale e storicamente è difficilissima da battere. Non possiamo nemmeno escludere qualche sorpresa…

C’è una formazione che la incuriosisce in modo particolare?

Penso che possa essere proprio il Portogallo, veramente forte, una squadra che ha giocatori nei più grandi club del mondo. La seguirò con attenzione: qualche volta ha stupito, altre è arrivata e non ha raccolto. E poi ha Ronaldo, che sta vivendo un momento un po’ delicato e che in Qatar avrà il suo ultimo grande atto a livello mondiale.

Il campione che ci stupirà?

Sono tanti. Ai Mondiali arrivano i giocatori più forti, non è un campionato under. Penso all’uruguaiano Darwin Núñez che potrebbe dare il cambio a Suarez e a Cavani e potrebbe lasciare il segno, sta acquisendo sempre più titolarità nel Liverpool, sono curioso di vederlo.

La finale dei sogni?

Brasile-Argentina.

Scenario possibile?

Ci sono possibilità. L’Argentina ha trionfato proprio in Brasile con gol di Di Maria al Maracanã aggiudicandosi l’ultima Copa América, il Brasile è una squadra con giocatori fortissimi, campioni. Ma la Francia non sarà d’accordo.

Il ricordo più caro legato ai Mondiali?

Il commento, nel 2014, della partita Spagna-Cile giocata al Maracanã. La Spagna veniva da un ciclo supervincente e il Cile si riappropriò dei propri colori. Il risultato fu di 0-2. Non potrò mai dimenticare l’esplosione d’amore dei 50 mila cileni. Era il Cile di Sampaoli. Un momento incredibile in cui si fermerà la grande Spagna.

Da dove deve ripartire la Nazionale azzurra per ritrovare vigore?

Dalla mente del proprio allenatore, dalla capacità di ritrovarsi e rinnovarsi, dal dar fiducia ai giovani talenti italiani. E dal fatto che la nostra è una Nazionale che non può mai calare l’attenzione. L’Italia, storicamente, ha un passaggio quasi naturale e repentino che la porta dalle stelle alle stalle.

Cosa ha messo in valigia?

Magliette a maniche corte perché sarà caldissimo, ma soprattutto grande entusiasmo.

Cosa si aspetta dal Qatar?

Che ci siano calore, organizzazione e grande rispetto nei confronti di tutti i tifosi del mondo. Il Mondiale spinge le persone a fare grandi sacrifici per seguire le proprie nazionali, e dato che il Quatar non è un Paese calcistico per tradizione, mi auguro che si faccia trascinare e ammaliare da tutto l’entusiasmo che arriverà dal mondo intero.

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Una squadra

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DOCUSERIE

Sei episodi per raccontare la magica stagione di Coppa Davis, con le testimonianze dirette dei suoi protagonisti: Panatta, Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli, Pietrangeli. In prima visione su Rai 2, ogni venerdì in seconda serata, dal 25 novembre. Dal 24 tutte le puntate disponibili su RaiPlay

Arriva su Rai 2 in prima visione “Una squadra”, la docuserie in sei episodi di Domenico Procacci, trasmessa in tre seconde serate a partire da venerdì 25 novembre (su RaiPlay sarà disponibile dal 24 novembre), che racconta il segmento più avvincente e importante del tennis italiano.

La squadra è quella composta da Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, i quattro atleti che, nella seconda metà degli anni Settanta, rappresentavano l’Italia nella Coppa Davis, il più importante e blasonato torneo di tennis per nazioni del mondo. E poi Nicola Pietrangeli, che aveva smesso di giocare nel ’74 e, come capitano non giocatore, ha guidato gli azzurri alla loro prima – e fino a oggi unica – vittoria in Davis, nel 1976.

Era la squadra più forte del mondo: fra il ’76 e l’80 le finali giocate sarebbero state in tutto quattro. Il racconto sportivo e umano di questa storia è stato realizzato da Domenico Procacci, il numero uno di Fandango che, dopo una trentennale carriera di produttore ed editore, ha deciso per la prima volta di fare il regista.

La narrazione orbita intorno alla finale di Davis del dicembre 1976, quando a Santiago del Cile l’Italia vinse la coppa incontrando i padroni di casa. Una vicenda sportiva molto tormentata sotto il profilo politico: non era scontato che si accettasse di andare a giocare in un Paese governato al tempo da una feroce dittatura, quella di Pinochet. Il mondo politico si astenne dal prendere posizione, lasciando la decisione alla Federazione Italiana Tennis, che non senza esitazioni e polemiche decise che la finale andava giocata.

“Una squadra” è un documentario avvincente, destinato non solo agli appassionati di tennis, considerando fra l’altro la spiccata umanità dei suoi protagonisti che sono stati coinvolti, direttamente, tutti: “Se uno soltanto di loro mi avesse detto di no non avrei fatto niente”, spiega Procacci, che è riuscito, grazie a un montaggio agile e puntuale, a comporre le interviste realizzate nel 2021 con il materiale dell’epoca. La stagione della Davis italiana, oltre a essere un piccolo monumento mitologico del tennis e del nostro sport, contiene risate e musi lunghi, scherzi e dispetti, litigi e riconciliazioni, dramma e commedia, che non si ferma alla finale cilena.

Nel ’78 Pietrangeli sarebbe stato esonerato dal suo ruolo di capitano non giocatore per volere dei quattro tennisti i quali, Panatta su tutti, facevano parlare giornali e pubblico anche per quel che accadeva fuori dal campo, dandoci anche un affresco potente degli anni Settanta, tempi in cui uno sport popolare produceva campioni forse meno muscolari e potenti, ma molto meno omologati e prevedibili rispetto a oggi.

La docuserie si inserisce su Rai 2 nel quadro di una nuova stagione entusiasmante per il tennis italiano e dell’attenzione che il pubblico e il canale Rai stanno dedicando a questo sport: proprio su Rai 2 si può assistere, fino al 30 novembre, alle dirette delle Atp Finals, un torneo d’eccezione che vede sfidarsi a Torino i primi otto tennisti del mondo.

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L’inchiesta con rigore (e un pizzico di ironia)

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SIGFRIDO

ROMA 17 OTTOBRE 2020 PUNTATA DI “REPORT “IN ONDA SU RAITRE DA LUNEDI 19 OTTOBRE ALLE ORE 21 30 NELLA FOTO SIGFRIDO RANUCCI

Venticinque anni di inchiesta televisiva, “Report” è un tassello fondamentale del Servizio Pubblico, come vivi questo traguardo?

Quando è nata questa idea credo che nessuno potesse immaginare che sarebbe durata così tanto, che sarebbe stata così longeva. Era fatta con pochi mezzi, una trasmissione ruvida nei confronti del potere. Invece eccoci qua. Il merito è stato ovviamente di Milena Gabbanelli che ha avuto questa straordinaria idea, e di Paolo Ruffini, l’allora direttore di Rai 3, che ebbe la visione di mettere un programma d’inchiesta in prima serata. Un traguardo raggiunto grazie al coraggio, alla dedizione, alla passione di tutti i colleghi storici di “Report” che hanno portato la croce in questi anni, e l’hanno difesa, e la difendono ancora oggi, da attacchi e da imitazioni, contribuendo a rendere il programma un gioiello non solo del Servizio Pubblico, ma di tutta la televisione italiana.

In questo lungo viaggio cosa ha contribuito a dare credibilità a “Report”?

Il fatto di essere sopravvissuti ai tribunali, alle querele e alle richieste di risarcimento milionarie, agli attacchi della politica. A un certo punto c’è stato chi ha tentato di chiudere “Report”, di mettergli i bastoni tra le ruote, di privarlo degli strumenti necessari di difesa, come la tutela legale. Come mandare in guerra i soldati senza l’elmetto. Siamo sopravvissuti a tutto questo facendo inchieste di grande livello, ma soprattutto grandi ascolti. “Report” il lunedì sera viaggia a una media dell’8-9 per cento di share. Durante la pandemia abbiamo raggiunto ascolti record del 14 per cento. Questo ne fa di gran lunga la trasmissione d’inchiesta più vista d’Italia. E poi ci sono il movimento sui social e la capacità di fornire notizie originali che vengono riprese dai giornali.  Raramente la televisione dà notizie per quello che produce, lo fa più per i cattivi esempi o per qualche cosa che non funziona e che ha a che fare con la volgarità. “Report” va sui giornali per i contenuti, per il suo sguardo originale.

Quanto la tecnologia ha cambiato il vostro lavoro?

La tecnologia è fondamentale. Sicuramente consente analisi e comparazioni tra dati che prima non riuscivi a fare, o ci mettevi molto più tempo. Ti permette di ispezionare, di raccogliere informazioni, di collegarle tra loro, al tempo stesso è anche pericolosa perché le informazioni che sono sul web sono difficilmente verificabili. L’appeal della tecnologia  è così forte da far cadere, soprattutto negli ultimi anni, nella tentazione di scambiarla per il contenuto, e questo non deve accadere. I contenuti sono una cosa e la tecnologia è l’insieme degli strumenti per raccontarli e divulgarli.

Come nasce oggi un’inchiesta di “Report”?

Un po’ come nasceva ieri, da segnalazioni, da fonti che ciascuno di noi ha, e soprattutto dal patrimonio di originalità che sono le mail del pubblico:  ne arrivano circa 78 mila ogni anno. Siamo un po’ lo sfogatoio del Paese. Questo ci dà la possibilità di avere anche il polso della società, i settori più in crisi hanno bisogno di una due diligence da parte di “Report”. C’è anche tanta amarezza nel vedere che c’è chi è costretto a rivolgersi alla televisione per vedere rispettati i propri diritti, quando la gente è sulla soglia della disperazione perché le istituzioni, le amministrazioni, non la ascoltano.

Hai lavorato per anni al fianco di Milena Gabanelli, cosa ti ha insegnato?

Milena è una donna rigorosa, con grandissime dedizione e passione per il lavoro. Ci ha insegnato ad andare in onda solo avendo la documentazione a supporto e sempre con il beneficio del dubbio, chiedendosi se si stesse facendo la cosa giusta. Le sarò eternamente grato per quello che mi ha insegnato e soprattutto per la fiducia che ha mostrato nell’ affidarmi Report. E’ un’enorme fatica e responsabilità ma anche un enorme privilegio.

Per questo compleanno vi siete sentiti?

Ci sentiamo relativamente spesso, compatibilmente con gli impegni.  Sicuramente ci siamo sentiti nei momenti più complicati, più difficili, abbiamo condiviso anche lo spot per i 25 anni, mi sembrava giusto. L’idea di Milena ha continuato a camminare sulle nostre gambe, siamo stati dei custodi abbastanza fedeli alla mission originale.

Cosa deve avere un giornalista per essere all’altezza del programma?

Il rispetto per la squadra, per la trasmissione per la credibilità costruita negli anni. Poi deve avere rigore, l’abnegazione e la capacità di ascoltare tutti. Il giornalismo d’inchiesta, quello puro, che parte sgombro da una tesi, deve avere la lucidità di saper ascoltare tutte le voci perché in ciascuna di esse può nascondersi un brandello di verità importante che può dare letture diverse di un fatto. Poi chi lavora per Report deve sapere che sta indossando la maglietta di una trasmissione del Servizio Pubblico. Chiedo sempre la massima lealtà nei confronti delle persone che vengono intervistate, o che sono al centro dell’inchiesta. Se mandiamo in onda battute di persone che non sanno di essere intervistate, è solo perché rispondiamo a una lealtà superiore, quella nei confronti dell’interesse pubblico e del bene comune.

Ti capita di ricordare Ranucci prima di “Report”?

Sì, è una parte a cui sono affezionato, avevo come direttore Roberto Morrione. Se Milena è stata la mia madre professionale, Roberto è stato il padre: mi ha sdoganato come inchiestista quando nessuno credeva in me. Mi ha dato la possibilità e gli strumenti di fare delle cose che sono incancellabili, penso alle inchieste sulla mafia, al ritrovamento dell’ intervista smarrita a Borsellino,  ai miei viaggi nei Balcani nei luoghi di guerra, in Giordania al confine con l’Iraq, a New York dopo l’abbattimento delle Torri gemelle o a Sumatra dopo lo tsunami, o allo scoop mondiale sul fosforo bianco gettato dagli Usa su fallujah. Ho visto cose tremende, fare l’inviato mi manca. Mi sarebbe piaciuto farlo in Ucraina.

Cosa avresti cercato di raccontare?

Un inviato racconta ciò che vede. Non esiste un racconto unico se uno fa l’inviato veramente. Racconti quello che percepiscono i tuoi occhi in base alla tua sensibilità. Ce ne vorrebbero tantissimi ochhi e tantissime sensibilità per avere una visione più completa della realtà.

Il faro è l’obiettività…

A “Report” abbiamo dimostrato di esserlo. Siamo stati gli unici giornalisti al mondo a finire contemporaneamente nella lista degli amici di Putin e in quella dei suoi nemici. Credo che solo “Report” potesse riuscire a fare questo. Dopo la nostra inchiesta “Dalla Russia con amore” siamo finiti in una lista dei nemici  del Cremlino, pare dettata direttamente dal presidente russo, che ha stigmatizzato quella trasmissione, salvo poi finire in una lista presentata in Parlamento da un’associazione che ci metteva tra gli amici di Putin. Nel giro di dieci giorni siamo finiti in entrambe le liste, cosa di cui andare fieri.

Nella tua conduzione non manca mai l’ironia… Quanto può aiutare nel racconto della realtà?

È fondamentale, la componente ironica riesce a strapparti quel sorriso che può essere amaro e comunque riflessivo. Credo di aver preso l’ironia, che fa parte del mio carattere, da mio nonno, che si chiamava Sigfrido come me ed era simpaticissimo. Mi raccontava che da giovane, quando fu fermato da una pattuglia fascista, in piazza, e gli fu imposto di bere l’olio di ricino di fronte alla ragazza che sarebbe diventata mia nonna, a un certo punto bevve, poi tese il braccio con il bicchiere nei confronti di questa pattuglia e disse: riempi ancora. E così se ne bevve un altro bicchiere. Me lo ricordo negli ultimi tempi, malato, che prendeva un gran numero di pastiglie per il cuore, la pressione il diabete. Mi guardava sconsolato con tutte quelle pillole in mano e diceva: ma queste lo sapranno dove dovranno andare? (sorride). Credo di avere ereditato la componente ironica proprio da lui, con cui ho trascorso gran parte della mia infanzia.

Venticinque candeline le abbiamo spente, e ora?

Bisognerà lavorare per il futuro e per un futuro passaggio di testimone. Vorrei che chi subentrerà al mio posto trovasse una macchina perfetta per evitare di fare degli errori. Per quanto mi riguarda mi piacerebbe prima o poi poter completare la mia carriera facendo qualcosa di diverso e di importante, non so se in Rai o altrove, ma potrebbe essere un completamento.

Prima di salutarci, lunedì sera a parte, seguirai i Mondiali?

Vedrò Report. Il contesto Qatar non è che mi esalti in particolar modo. Rimanendo sul gioco mi piacciono moltissimo le squadre che si impongono con classe e fantasia, perché quello è il calcio. Mi piace l’idea che possa vincere qualche outsider. Mi piace l’idea che possa vincere una squadra che si impone per passione, forza, volontà, o chi impone la fantasia.  E su questo mi viene in mente  Spagna o Brasile. 

La finale che ti piacerebbe vedere?

In questi mondiali impossibile. Penso a quella del futuro: Ucraina-Russia. Significherebbe un ritorno alla normalità.

RANUCCI

Dal novembre del 2016 alla guida del programma di giornalismo investigativo più seguito della Tv. Insieme alla sua squadra festeggia l’importante traguardo dei 25 anni di “Report” e ringrazia Milena Gabanelli: «Rigorosa, ci ha insegnato ad andare in onda solo con la documentazione a supporto e sempre con il beneficio del dubbio». Il lunedì sera su Rai 3

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Dentro alla straordinarietà della vita

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FAUSTO RUSSO ALESI

Nella serie scritta e diretta da Marco Bellocchio è il ministro dell’Interno in carica nei giorni del rapimento, della prigionia e dell’uccisione di Aldo Moro. «Il mio Francesco Cossiga è un personaggio sfaccettato, geniale, coltissimo, e anche estremamente umano nelle sue ombre, nelle sue debolezze. “Esterno Notte” è un film che si occupa molto della complessità dell’essere umano» dice l’attore palermitano, già apprezzato protagonista di pellicole d’autore di successo

In “Esterno Notte” è Francesco Cossiga, come è stato il suo approccio con una figura tanto importante?

A guidarmi c’era un grande maestro, di fronte a me una bellissima sceneggiatura, ma anche lucida e visionaria, che ha creato un perimetro preciso. Sono i 55 giorni, il contenitore in cui ho cercato di concentrare il Cossiga che abbiamo portato in scena. Mi sono documentato attraverso le testimonianze, ho provato a conoscere quello che è stato il Cossiga giovane. Per una questione anagrafica avevo memoria del Cossiga presidente della Repubblica, l’ultimo Cossiga. Quello dei 55 giorni è anche il più misterioso, con Marco Bellocchio abbiamo scavato nel suo privato, entrando anche nelle situazioni familiari, quelle più intime. Ho tentato di restituire quanto più possibile il Cossiga che è nell’immaginario di tutti, per poi cercare anche di allontanarmi e farne un’interpretazione. Dopo tutto, quando siamo di fronte a personaggi così conosciuti e che rappresentano un ruolo pubblico, istituzionale, è anche interessante riuscire a scavalcare il ruolo per andare proprio dentro l’essere umano. “Esterno Notte” è una serie, un film, che si occupa molto della complessità dell’essere umano.

Della complessità dell’essere umano Cossiga che sensazioni ha avuto?

Francesco Cossiga mi ha affascinato molto, è un personaggio sfaccettato, geniale, coltissimo, e anche estremamente umano nelle sue ombre, nelle sue debolezze. Quella che vive in quei 55 giorni è una tragedia collettiva, si dibatte tra la ragione di Stato e quella umana. Moro è stato il suo maestro, il suo amico per poi divenire la sua ossessione, per non essere riuscito a salvarlo. È un personaggio che mi è rimasto in maniera molto forte nella sua imprendibilità, nei suoi misteri, come fosse un contenitore di segreti. Tante cose erano dentro di lui e non sono state comunicate.

Raccontare Moro a 44 anni dalla strage di via Fani è pagare un conto rimasto in sospeso?

Ciò che accadde è una ferita aperta che ci riguarda come italiani, una pagina della nostra storia che non bisogna dimenticare e che ha ancora molte ombre, molti buchi. È importante che questa pagina torni oggi nel presente, è una storia che muove molti sentimenti. Credo che Marco Bellocchio abbia cercato di fare il più possibile un film non ideologico, ma una pellicola capace di toccare i sentimenti di quella vicenda, degli esseri umani, e questo ci fa da specchio.

Come racconterebbe ad un giovane del nuovo millennio, che ha difficoltà ad approcciarsi ad una letteratura cinematografica tradizionale, la figura di Aldo Moro, il suo Cossiga e quel momento storico?

Era sicuramente un momento molto importante, in cui si stava cercando di fare un grande cambiamento nel Paese con una forte collaborazione tra le parti. Per prima cosa porterei questo giovane a vedere un film del genere, cosa che ho fatto con mia figlia. Il cinema è un’esperienza vissuta in maniera collettiva, un viaggio immersivo, totale. Ogni elemento, ogni personaggio descritto, anche il fatto che una stessa vicenda venga raccontata da più punti di vista, invita a cercare la verità, spinge a farsi delle domande. Agli occhi di mia figlia ogni personaggio risultava misterioso, ambiguo, con una complessità che nascondeva anche delle ombre che appartengono all’essere umano. In questo senso è davvero un’opera shakespeariana, dostoevskiana, quindi universale.

Lei è uno dei protagonisti del nuovo cinema d’autore, può, proprio questo cinema, aiutare il grande schermo a superare la crisi?

Assolutamente sì. Credo innanzitutto che lo spettatore debba riscoprire quel piacere, perché probabilmente se ne è dimenticato. A volte ci dimentichiamo delle cose, poi quando le andiamo a toccare ne riscopriamo il valore, l’importanza. Il cinema d’autore, fatto di immagini forti che restano, che puoi portare con te e che arrivano al cuore, può avere un ruolo importante in un mondo che si muove con tanta rapidità. È qualcosa che nessuno ti toglie più.

Francesco Cossiga in “Esterno Notte”, Giovanni Falcone ne “Il Traditore”, e ancora altri personaggi che hanno lasciato il segno. Cosa la porta ad accettare una parte?

Poter affrontare personaggi così importanti e diversi come Cossiga e Falcone con un grande regista come Bellocchio è stato un regalo enorme della vita. Non ho avuto un momento di esitazione, è stata una grande sfida, una possibilità di conoscenza.

Determinante il rapporto di fiducia con il regista…

Penso che possa consentire di andare oltre, di lavorare il più possibile al servizio dell’opera d’arte, della passione di voler portare sullo schermo, al cinema, certi personaggi. Ciò che mi muove, mi appassiona, è qualcosa che ha una ragione forte nel presente, qualcosa che parli di noi e che possa emozionare, fare uscire dalla routine più noiosa per andare dentro alla straordinarietà della vita.

Dove trova questa straordinarietà nel suo vivere quotidiano?

Negli affetti familiari, nelle amicizie, nei rapporti lavorativi duraturi, in quelli di apprendimento: quando, attraverso e insieme agli altri, si può essere migliori per cercare di scoprire qualche cosa che da solo non scopriresti mai.

Cosa significa essere un attore oggi?

È una domanda importante, difficile da sintetizzare. Potrei dire molte cose certe e precise e altre incerte e precarie, e in questo senso penso che dentro l’essere attore ci sia un mistero, una necessità esistenziale, qualcosa che non permette altre scelte. Certamente significa fare questo lavoro con gioia e passione, avere la necessità di comunicare e farsi veicolo del nostro presente, ma su tutto penso significhi confrontarsi e porsi ogni giorno questa domanda alla ricerca di questa difficile risposta.

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La voce delle stelle

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DOCUMENTARI

Un affascinante ritratto di Margherita Hack attraverso le sue stesse parole, grazie a un’inedita registrazione rilasciata a Federico Taddia, amico e biografo ufficiale della grande astrofisica. Venerdì 18 novembre ore 15.35 su Rai 3

Nel Giugno del 2022 si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Margherita Hack, la donna che capiva e sapeva spiegare le stelle. Astrofisica e divulgatrice di fama internazionale, divertente e scontrosa, sincera fino alla provocazione, sportiva appassionata e refrattaria ai cliché, anticonformista, atea e femminista, in prima linea nelle lotte per i diritti, vegetariana sin da piccola, amante viscerale di gatti e cani. Ma soprattutto libera e innamorata perdutamente: delle stelle e di suo marito, Aldo. Difficile comporre in un ritratto unico la straordinaria esistenza di Margherita Hack, una sfida narrativa che il nostro documentario affronta in un modo unico e affascinante: un viaggio nella vita di Margherita e nel senso profondo del suo lascito, grazie alla sua voce viva, in una lunga ed inedita registrazione rilasciata a Federico Taddia, amico e suo biografo ufficiale. La regia del documentario, in onda venerdì 18 novembre alle 15.35 su Rai 3, è di Samuele Rossi.

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