Io, che vivo in un bel mondo

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ROMANO REGGIANI

Ne “Il nostro Generale” in onda su Rai 1 veste i panni di Funzionario, uno dei componenti della squadra di carabinieri che combatté il terrorismo sotto la guida di Carlo Alberto dalla Chiesa. Dal teatro scoperto in oratorio alle serie televisive, al cinema d’autore con Pupi Avati. «Non sono uno che frequenta i salotti, l’ambiente dello spettacolo. Lavoro, e poi voglio avere la mia vita, un po’ provinciale, proletaria, insieme agli amici di sempre»: l’attore bolognese (e musicista per passione) si racconta al RadiocorriereTvI

Il cinema e le serie Tv con ruoli sempre più importanti, l’affetto del pubblico e l’attenzione della critica crescenti, cosa sta succedendo in questo momento della sua carriera?

Non noto niente di diverso da quello che c’era prima (sorride), sono giunti semplicemente a compimento alcuni progetti faticosi che ho realizzato in questo ultimo periodo, ed è una cosa gratificante. Sono lavori in cui ho un ruolo centrale: in “Lamborghini” (Lamborghini – The man behind the legend) sono protagonista, ne “Il nostro Generale” faccio parte della squadra di Carlo Alberto dalla Chiesa. Sono molto contento di questa serie, che è il primo prodotto di Rai 1 costruito in un modo corale. Una dimensione di scrittura che parla del gruppo, della comunità, che non si focalizza solamente sul singolo. Ed è la prima volta che mi ritrovo a fare un ruolo tecnicamente molto operativo. Devo dire che anche questo è stato molto divertente.

Riavvolgiamo il nastro, da dove parte la sua corsa verso lo schermo e il palcoscenico…

Sono sempre stato appassionato di recitazione, per quanto riguarda il cinema  anche a livello registico. Il mio approccio a questo mestiere è avvenuto all’oratorio, a Bologna, dove ancora ragazzino ho cominciato a frequentare i corsi di teatro. Ed è proprio lì che ho conosciuto Paolo Bertuzzi, responsabile dei corsi e grande appassionato di questo mondo. Come un nonno mi ha dato la spinta, mi ha trasmesso l’entusiasmo che veniva dal suo cuore, mi ha fatto pensare che potevo davvero fare questo lavoro, di essere portato. 

E in famiglia come sono andate le cose?

La mia famiglia, così come Paolo, mi hanno spinto a perseverare. Invece di regalarmi il motorino, i miei genitori mi hanno comprato una videocamera con cui ho iniziato a realizzare dei cortometraggi con gli amici. A un certo punto ho deciso  di sottopormi alla prova, un po’ complicata,  del Centro Sperimentale di Cinematografia, dove è nato tutto. Non è un fatto di presunzione, ma penso che ognuno di noi debba capire quale sia il proprio talento, che sia essere un bravo meccanico o un bravo chef. Ognuno deve capire che cosa sa fare. Io, crescendo, ho capito che questa cosa la so fare.

Il primo ruolo che ricorda con particolare affetto? 

Nel 2015. Un ruolo secondario, ma molto bello, nel film di Marco Pontecorvo “Tempo instabile con probabili schiarite”. Un’esperienza che mi ha fatto capire di avere qualcosa sulla quale potevo lavorare.

Dopo il Centro Sperimentale ha lasciato Roma, capitale italiana del cinema,  per tornare nella sua Bologna. Che cosa è accaduto?

Una cosa semplice e che comunque, ancora, indirettamente pago e pagherò: ho fatto una scelta di vita. Non sono la persona che ama frequentare i salotti, non sono quell’attore che va alla ricerca di situazioni in cui parlare con questo o con quello, in poche parole non sono quella persona che vive il proprio ambiente (sorride). Io lavoro, e poi voglio avere la mia vita, che non ha niente a che vedere con il mio lavoro. Nulla. Bologna è una città che artisticamente mi ha sempre dato molto di più di Roma, dove mi sentivo un po’ incastrato. Stavo facendo un percorso e scelte di vita molto superficiali e così sono tornato a casa. Con i pochi risparmi che avevo ho aperto un music club, che ho avuto per due anni e che è andato anche molto bene. A Bologna c’è la mia fidanzata, ci sono i miei amici veri, quelli d’infanzia. Sono sempre stato legato alle relazioni, siamo lo stesso gruppo di quando avevamo dieci anni. La mia vita è più provinciale, proletaria, insieme ad amici che fanno lavori totalmente differenti dal mio.

Come vedono questo Romano che lavora al cinema e in Tv ma che è rimasto uno di loro?

Mi prendono sempre molto in giro, certo, rispettandomi. Uno di loro, che fa l’operaio, mi dice simpaticamente: “Tu vivi in un bel mondo”. Hanno imparato a comprendere che si tratta effettivamente di un lavoro (sorride). Loro non si capacitano ma io vivo di questo. Credo che sia anche il mio ambiente a farmi  rimanere nella vita vera. Vivo del mio lavoro proprio come lo fa il mio amico operaio, con la differenza che lui ha un posto fisso, io, invece, ogni volta sono qui ad arrabattarmi, a capire chi mi prenderà, cosa succederà.

Cosa le ha lasciato l’esperienza de “Il nostro Generale”?

Grazie alla fiducia ricevuta dalla Stand By Me (società di produzione della serie con Rai Fiction) ho potuto condividere quest’avventura con un cast d’eccellenza, recitando con colleghi che ho sempre stimato. Anche Sergio (Castellitto) si è trovato bene con noi, c’è stato un clima inaspettato e oggi c’è un po’ di malinconia, è stato un lavoro molto sincero. 

Come si è preparato al set?

È stato emozionante avere a fianco le persone che hanno lavorato con il Generale dalla Chiesa, le stesse che non hanno avuto una vita per quindici anni, che hanno vissuto sotto copertura con nomi inventati. In un certo senso abbiamo reso onore a un periodo. La domanda “chi sono le persone che lavoravano al fianco del Generale?” ha ora una risposta. Poter parlare con i carabinieri Domenico Di Petrillo e Luciano Seno, con il loro capitano Gian Paolo Sechi, è stato incredibile. Ci hanno fatto capire come approcciarci al Generale: era un mondo sotto copertura, non un ambiente di caserma nudo e crudo, ma di famiglia, in cui questa gente non stava in uniforme. La frase che più mi ha colpito del loro racconto è stata: “Eravamo persone normali ma eravamo militari”.

Tra le sue esperienze recenti anche “Dante” di Pupi Avati, nel quale ha vestito i panni di Guido Cavalcanti. Cosa ha scoperto del periodo in cui nascono la nostra lingua e la nostra letteratura, e che rapporto ha con la poesia?

Premetto, per quanto riguarda la poesia, di avere sempre odiato il periodo dantesco, di lotte socio-politiche tra Guelfi e Ghibellini. Ma un giorno, improvvisamente, è arrivata la proposta e mi sono messo a studiare.

Come ha affrontato la preparazione?

Ho scritto sui social che avrei interpretato Cavalcanti e sono stato contattato da una ragazza che mi ha detto di essersi laureata da poco con una tesi su di lui. Le ho chiesto di leggerla, e su quella ho costruito il personaggio.

Un avvicinamento atipico…

Una tesi di una difficoltà disarmante, ma tramite il lavoro di quella ragazza ho capito il legame d’amicizia tra Cavalcanti e Dante. Con Pupi, poi, c’è stato un lavoro di getto, l’unico modo per rendere veri i sentimenti. Credo che la forza di quel film sia la grande profondità emotiva. È molto interessante vedere come Pupi ha costruito i personaggi, che hanno tutti qualcosa di radicato nella cultura contadina, sociale. È un film molto vero anche da un punto di vista storico. 

La macchina da presa ma anche la musica, come convivono in lei queste due anime?

In un modo molto semplice. L’attore è il mio lavoro, la musica è solo una passione. Certamente, la musica è vita, suono ogni giorno la chitarra, ho scritto canzoni, ogni tanto organizzo eventi. Ma non ho mai voluto che diventasse un lavoro, per lo meno oggi è così.

Quanta ironia c’è in Romano Reggiani?

A detta di tutti ce n’è, anche troppa. Mi diverto, dico un sacco di cavolate. Sono molto pungente.

Che cos’è la popolarità?

Non lo so perché non ce l’ho. Il concetto di popolarità si riduce al commerciale, io invece ho una popolarità molto intima, legata alle relazioni vere, alle persone che mi seguono perché faccio cose specifiche. Quei diecimila che mi seguono su Instagram, sapendo per di più che non sono social, sono persone che ci sono sempre. E questo mi dà gioia.

C’è un attore al quale si ispira?

Cinematograficamente a Ethan Hawke, lo amo tantissimo perché amo la sua carriera, apprezzo il fatto che sia sempre stato un attore dell’establishment ma fuori dal giro, che sceglie progetti particolari, che si vende ogni tanto ma non sempre. È bello pensare che lavori con la Marvel e che poi vada a Cannes con un film in cui ha un ruolo secondario e in cui dice quattro battute. Un attore che si mette al servizio di quello che vuole fare in un determinato momento. E poi scrive, ha fatto romanzi bellissimi che mi hanno appassionato.

Le capita di pensarsi fra dieci anni?

Se ci devo davvero pensare mi mette un po’ paura. Sono felice della mia vita di oggi, e lo dico con grande sincerità.  Fra dieci anni mi basterebbe che tutto fosse ancora così. Non ho pretese.

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Il momento delle scelte

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LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO  

Un universo maschile che fatica a tenere a bada il vicequestore più amato della tv. Tra amori non corrisposti e sentimenti che devono spiccare il volo, il RadiocorriereTv incontra i tre attori che orbitano intorno al personaggio nato dalla penna di Gabriella Genisi. La seconda stagione della serie è in onda la domenica in prima serata su Rai 1

Filippo Scicchitano è Danilo

Seconda volta con Lolita Lobosco…

È stata un’esperienza intensa, mi ha aiutato molto il fatto che, essendo una seconda stagione, ci conoscessimo già tutti molto bene e il clima era affiatatissimo. Abbiamo riportato quella stessa energia che ci aveva accompagnati la prima volta, speriamo che il nostro entusiasmo arrivi anche al pubblico.

Come sta Danilo Martini?

Dopo una prima stagione trascorsa a inseguire Lolita, provando nei confronti di questa donna un amore incondizionato, non totalmente corrisposto, questa volta assistiamo a un’evoluzione positiva. Li ritroviamo insieme, si ameranno, affronteranno situazioni tipiche di ogni relazione, come quella della convivenza. Arriverà un momento di scelta molto importante, che condizionerà il loro futuro.

Cosa si aspetta dalla serie?

Non mi chiedo mai come andranno le cose, per un attore conta il lavoro che si fa sul set quando si gira. È là che devi dare il meglio di te, poi tutto il resto si deve in qualche maniera incastrare. Non avremmo mai immaginato un successo così grande della prima stagione, ce lo auguravamo ma, come tutti i progetti che si fanno, il risultato è sempre un mistero. L’affetto del pubblico ce lo siamo presi volentieri…

Giovanni Ludeno è Antonio -Jacopo Cullin è Lello D

Durante le riprese…

Cullin: Si è creato un clima da gita scolastica. Il pubblico ha bisogno di leggerezza

Lolita, Antonio e Lello… 

Cullin: Tu sei quello più devoto di me (ride)

Ludeno: Io sono il grande amico d’infanzia di Lolita, ne ha sempre subito il fascino e, in qualche modo, è sempre stato innamorato di lei. Lo scombussolamento per il ritorno di Lolita a Bari in questa stagione lascerà spazio a un rapporto di profondissima amicizia, un sentimento che evolve e si trasforma in un diverso tipo di amore. 

Cullin: Io non sono innamorato del mio capo, ma sono il suo fido collaboratore, puntualmente massacrato da questa donna. Esposito matura, partecipa molto di più alle indagini e diventa quasi un bravo poliziotto, ogni tanto, riesce perfino a stupire Lolita con qualche intuizione brillante. E poi vive il suo grande amore con Caterina, c’è una madre sempre molto presente… insomma, le prende da tutte le parti.

Gli uomini della serie… 

Cullin: Diciamo che questi maschi sono un po’ retró, le nostre rispettive compagne sono decisamente più avanti. A un certo punto miglioriamo anche noi (ride).

Ludeno: Il conflitto esiste, ma è sempre positivo e genera anche qualcosa di nuovo. Nel caso di Antonio, il mio personaggio, si ritrova a fare i conti con una moglie che, da un giorno all’altro, manifesta la propria volontà di cambiare vita. Chissà come andrà a finire.

Bari…

Ludeno: In questa stagione abbiamo vissuto la città (Bari) nella sua bellezza più totale, quindi anche l’atmosfera di quella città ci ha guidato nel raccontare queste storie.

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Il mio amore per Suor Angela

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ELENA SOFIA RICCI

«La serie è arrivata alla sua settima edizione, ormai è un appuntamento tenero e rassicurante per chi ci segue da tanti anni. Ci sarà tanto da ridere, ma anche da versare molte lacrime» afferma l’attrice toscana che sulla suora più “peccatrice” della Tv afferma: «Mi è entrata nel cuore, non riuscivo a separarmi da lei. Ora sono orgogliosa di passare il testimone a Francesca Chillemi». Il giovedì in prima serata su Rai 1

“Che Dio ci aiuti” rappresenta la primavera della Tv…

In questo inizio d’anno di Rai 1 ci sono tante primavere, mi pare (ride). Questa serie è arrivata alla sua settima edizione, ormai è un appuntamento tenero e rassicurante per chi ci segue da tanti anni. Chi scrive le sceneggiature lo sa fare molto bene, penso che, anche questa volta, ci sarà tanto da ridere, ma anche da versare molte lacrime. Ci si emozionerà, si rifletterà sul nostro modo di vivere, sull’amore e anche sulla spiritualità.

Qual è il sentimento che lega il pubblico e tutti i personaggi della serie?

È il sentimento più importante, l’amore fra le persone, la possibilità di saper perdonare e offrire una seconda possibilità a chi sbaglia. “Che Dio ci aiuti” ha cambiato molta gente perché, a parte il divertimento e la simpatia, questi personaggi sono così meravigliosamente imperfetti. Suor Angela è un’impicciona, una peccatrice, i suoi “difetti” però ce la rendono così umana. Allo stesso tempo è una donna di grande fede, che ha improntato tutta la sua vita sull’amore. È questa l’onda che arriva nei cuori delle persone a casa. Ricevo moltissimi messaggi di ringraziamento dai fan, c’è un legame speciale, si sentono consolati.

Un passaggio di testimone importante, il maestro che consegna il suo dono all’allievo…

Io ho avuto tanti maestri nella mia carriera, da loro ho imparato molto. In questa epoca della mia vita professionale ciò che mi piace di più è restituire ai giovani che si affacciano a questo mestiere quello che mi è stato dato. Ora sono a teatro con “La dolce ala della giovinezza” (dal testo di Tennessee Williams), circondata da ragazzi ai quali posso offrire qualcosa di me. È sempre motivo di grande felicità “sostenere” i colleghi giovani e quando mi è capitato di dare consigli tecnici smart, sul modo di uscire dalle difficoltà della recitazione, vedere le loro reazioni quando comprendono i trucchi del mestiere per me è una gioia incredibile.

… e Francesca Chillemi?

A lei passo con molta gioia e orgoglio il testimone. In questi anni l’ho vista crescere, passare da ragazza inesperta a donna, mamma e attrice sempre più brava e sensibile. Quando lavoro con lei riesco a esprimere doti che non ho mai avuto.

In questa serie c’è uno sguardo “diverso” sul femminile?

C’è una grande attenzione verso il femminile, in queste sette stagioni si sono affrontati temi difficili, come la violenza sulle donne, gli abusi e le manipolazioni. Nonostante il tono sia quello della commedia, abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo su questo femminile ferito.

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Tra game e varietà c’è… Alessissima

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BOOMERISSIMA

Boomers Vs Millennials. «È uno scontro generazionale molto divertente, scopriamo come i giovani d’oggi stiano vivendo gli anni ‘80 e ‘90 nella moda, nella musica, nelle serie Tv. C’è tanto in comune tra le due generazioni» dice la conduttrice Alessia Marcuzzi. Tra gli ospiti dell’appuntamento di martedì 17 gennaio su Rai 2 Drusilla Foer, Rocco Hunt e NekA

Ambito, o meglio, ambitissimo. Il trofeo di “Boomerissima” sarà di nuovo in palio martedì 17 gennaio in prima serata su Rai 2, quando Boomers e Millennials torneranno a scontrarsi nella seconda puntata del programma condotto da Alessia Marcuzzi. «È uno scontro generazionale molto divertente, una sfida che nelle nostre case spacca in due il divano – dice la conduttrice – scopriamo come i giovani d’oggi stiano vivendo gli anni ‘80 e ‘90 nella moda, nella musica, nelle serie Tv. C’è tanto in comune tra le due generazioni». Parole d’ordine leggerezza, ironia, divertimento, per un programma che coinvolge, senza tregua alcuna, il telespettatore a casa e il pubblico in studio. «È la prima volta che scrivo un programma e ‘Boomerissima’ mi assomiglia tanto – afferma la Marcuzzi – avevo voglia di poter fare qualcosa in cui mettermi in gioco rispetto alla classica conduzione. Quella di vedermi in un’altra veste è stata anche una richiesta di Stefano Coletta (direttore Intrattenimento Prime Time)». Lo Studio 6 del Centro di produzione Fabrizio Frizzi della Rai di Roma ospita il palco della trasmissione e la “casa” di Alessia, ambienti in cui si sviluppa tutto lo show. E proprio in quest’ultima si trova l’armadio dei sogni, luogo molto caro alla conduttrice e che nella prima puntata ha visto la trasformazione in Madonna di Claudia Gerini: «Anche nelle prossime puntate vedrete questo luogo magico che consente agli ospiti di tornare indietro nel tempo e, nel caso dei Millennials, di fare cose anche molto attuali». A sfidarsi nel secondo appuntamento saranno le squadre composte da Lodovica Comello, Corona, Geppi Cucciari, Francesca Manzini, Giorgio Mastrota, Mietta, Francesco Paolantoni, Riki e Pierpaolo Spollon. Tra gli ospiti della puntata Drusilla Foer, Rocco Hunt e Nek. Una corsa di emozioni che si concluderà con l’arringa finale, quando il pubblico decreterà la squadra vincitrice. «Rai 2 è una rete che mi somiglia molto, ha le corde giuste per me – conclude Marcuzzi – ho trovato grande accoglienza da parte di tutti e tanto amore, protezione, mi sento un po’ in famiglia. Ormai vivo in questi studi (sorride), sono precisa e ci tengo che le cose vengano bene».

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Mondi uniti dalla musica

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THE VOICE SENIOR

Antonella Clerici è tornata alla guida del programma di Rai 1 che premia le più belle voci over 60 del Paese. «Per me le storie sono quasi più importanti della musica – dice la conduttrice – i nostri concorrenti sanno cantare, ma privilegiamo tantissimo il lato umano». La prima puntata dello show è stata seguita da 3 milioni 777 mila telespettatori (23,3% di share). Ai coach storici Loredana Berté, Gigi D’Alessio e Clementino, si sono uniti quest’anno i Ricchi e Poveri

THE VOICE SENIOR


«In questo programma ho creduto sin dall’inizio. Le storie che raccontiamo sono il 70 per cento della trasmissione, certamente i nostri concorrenti sanno cantare, ma a ‘The Voice Senior’ privilegiamo tantissimo il lato umano. Raccontiamo anche storie di sofferenza perché la vita, quando si superano i 60, ha avuto per forza degli alti e dei bassi». Energica, solare, accogliente, sempre pronta ad ascoltare e a raccontare le emozioni e il vissuto dei protagonisti delle puntate. Antonella Clerici è alla guida della terza edizione del programma che ha saputo conquistare il cuore del pubblico di Rai 1. Dietro alle poltrone girevoli, i coach impegnati e determinati nel dar forma alla propria squadra: Loredana Berté, Gigi D’Alessio, Clementino e, new entry, i Ricchi e Poveri. Loro compito, ascoltare le voci e decidere se accoglierle nel proprio team. «Sono l’unica a sapere, insieme agli autori, qualcosa di più dei concorrenti, mentre i coach sono all’oscuro di tutto, non conoscono le loro storie. Nei mesi scorsi abbiamo provinato almeno 3 mila persone, un numero molto alto» dice la conduttrice, fiera di poter dare una chance di fronte alle telecamere a decine di senior.  «Quest’anno ci sono molte donne e c’è anche il più senior di tutte le edizioni sino a ora fatte, un signore di 89 anni – prosegue Antonella Clerici – ci sono persone che nella musica hanno fatto qualcosa, c’è chi ha avuto un approccio con il palco, ma ci sono soprattutto persone comuni, quelle che piacciono a noi, che malgrado ciò che è loro capitato nella vita, di bello e di brutto, hanno sempre avuto un solo grande amore, che è appunto la musica. C’è un infermiere di una struttura psichiatrica, c’è un manager, c’è un ex colonnello dei carabinieri». Al termine delle Blind Auditions, le tradizionali audizioni al buio che ben caratterizzano il programma, nel corso delle quali i coach selezioneranno i 24 aspiranti talenti musicali (6 per team), i concorrenti passeranno al Knock Out dove si sfideranno fra loro con il proprio cavallo di battaglia. Quindi sarà la volta della Finale, prevista per venerdì 3 marzo, dove sarà il pubblico da casa, tramite il televoto, a decretare il vincitore. Musica ed esibizioni sempre dal vivo per un racconto sul filo dell’emozione. «‘The Voice Senior’ ha una conduzione più ‘a togliere’ rispetto a quelle a cui sono abituata, all’esplosività della diretta, del ballo, del cazzeggio, e in questo periodo della mia vita è perfetto. Credo che un conduttore si debba modulare mettendosi a servizio del programma» dice la Clerici, convinta che la musica sia lo strumento capace di unire generazioni tra loro distanti:  «Imparo moltissimo da mia figlia Maelle, che ha gusti musicali molto indie. Lei mi fa scoprire mondi che non conosco visto che io sono più tradizionale. Sia Maelle che i miei figli acquisiti guardano il programma. Sentono la musica, che non ha età, e sono anche intrigati da queste storie. Questo è un programma che può unire due mondi». Un programma fortemente voluto dal direttore dell’Intrattenimento Prime Time Stefano Coletta: «Ci sono i programmi di testa e i programmi di cuore, per me ‘The Voice Senior’ rappresenta davvero una emanazione del cuore, con una grande chiarezza di scrittura, una conduzione molto conosciuta e amata da casa. Questo insieme a un percorso di tante persone non conosciute che possono esprimere il loro talento e il loro sogno di libertà nella parte tardiva della vita, nella terza parte».

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Dear mama

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DOCUMENTARIO

La vita in una casa famiglia per dimenticare il passato e sognare un futuro migliore. Dal 14 gennaio in esclusiva su RaiPlay

Non ascoltano fiabe appena nati. Alle spalle hanno un passato oscuro fatto di abbandoni e solitudine. Ed entrano in strutture di accoglienza nella speranza di dimenticare e sognare un futuro migliore, che va oltre la violenza subita. “Dear Mama” dal 14 gennaio in esclusiva su RaiPlay, è un documentario che   attraverso Cristina, Dorina e Fabio racconta la storia di oltre quindicimila adolescenti che ogni anno, in Italia, sfuggono all’abbandono, alle vessazioni, agli abusi sessuali e alle botte. Con la loro voce i tre ragazzi lasciano entrare il pubblico in quel mondo sordo, lontano, indifferente e spesso privo dell’amore materno, per sradicare dal silenzio quelle storie vissute in prima persona e metterle sotto gli occhi di tutti. “Perché alcune storie sono troppo importanti per non essere raccontate” dice Alice Tomassini, regista del documentario recentemente inserita nella lista Forbes 30under30 European Media, per il forte impatto sociale delle sue opere. Prodotto dalla Società Italiana di Pediatria, “Dear Mama” nasce dalla necessità di parlare delle adozioni e far conoscere la situazione delle case famiglia nel nostro Paese, dove ogni anno è in aumento il numero dei fallimenti adottivi.

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Sahara Jam

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JOVANOTTI

Una settimana in Niger. Il cantautore al Festival de l’Aïr nel cuore del deserto africano. Il viaggio in esclusiva su RaiPlay

“Sahara Jam” è il racconto di un viaggio straordinario, culturale e sentimentale, di Lorenzo Jovanotti per partecipare al Festival de l’Aïr, un concerto nel deserto del Ténéré, in Niger.Dopo l’incontro con il Presidente Mohamed Bazoum, il cantante è ospite d’onore del Festival, con gli amici Bombino e Tinariwen, leggende locali e mondiali premiate ai Grammy, per una grande jam nell’oasi di Iferouane, e co-protagonista di un’importante missione.  “Siamo grati a Lorenzo per averci proposto questo progetto – sottolinea Elena Capparelli, direttrice di RaiPlay e Digital – Sahara Jam è per il nostro pubblico un vero e proprio regalo, un viaggio fatto di musica, parole, colori, contaminazioni, incontri”. Jovanotti attraversa le meraviglie di una terra affascinante, filtrandone suoni e misteri, alla scoperta del Sahara Blues, la musica del deserto degli artisti tuareg.   E proprio a Niamey, capitale del Sahel, dà il via ufficiale al progetto Sahara Peace Hubs “Una casa per le musiche del Sahara”, promossa da Ara Pacis Initiatives for Peace con la Fondazione Noor per la costruzione di un Centro per la musica, al fine di valorizzare la storia e il patrimonio musicale locale e di creare opportunità di apprendimento e di produzione per giovani talenti tramite una scuola e una sala di registrazione. “Giorni di doni continui”, come scrive lo stesso Lorenzo, resi possibili grazie ad Ara Pacis, motore dell’intera iniziativa insieme alla Fondazione Noor, Musicalista, coordinatore del viaggio, e grazie a EKO, azienda di strumenti marchigiana che al fianco di Jovanotti ha inviato un carico di chitarre, bassi, amplificatori, corde, cavi, e tutto il necessario per inaugurare la scuola sahariana.

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Il nostro Generale

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SERIE TV

Dalla lotta al terrorismo alla strage di via Carini. Sergio Castellitto è Carlo Alberto dalla Chiesa, uomo dello Stato che alla democrazia e alla libertà ha dedicato la propria vita. Dal 9 gennaio in prima serata su Rai 1

2022,Dalla Chiesa

Quarant’anni fa, era il 3 settembre 1982, la strage di via Carini a Palermo, nella quale, per mano della mafia, persero la vita Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo. La serie Tv di Lucio Pellegrini, prodotta da Rai Fiction e da Stand By Me ci porta indietro di dieci anni, quando il Generale dalla Chiesa, interpretato da Sergio Castellitto, viene trasferito dalla Sicilia, dove era impegnato nella lotta alle organizzazioni mafiose, a Torino dove le Brigate Rosse stanno iniziando a rivendicare le loro prime azioni di propaganda armata. “Questa è la storia della guerra tra Stato e Brigate Rosse, come non è stata ancora raccontata – dice il regista Lucio Pellegrini – dai rapimenti lampo del 1973 all’arresto dell’ultimo capo delle Br, Giovanni Senzani, nel 1982, passando dal rapimento di Aldo Moro a Patrizio Peci, il primo pentito delle Br. Un decennio cupo e violento, che si è lasciato dietro un’enorme scia di sangue. Una guerra, combattuta da ragazzi: da un lato i giovani aderenti alle organizzazioni terroristiche rivoluzionarie, dall’altro un gruppo di ventenni, carabinieri e poliziotti, appartenenti ai Nuclei speciali antiterrorismo. Al centro la figura di Carlo Alberto dalla Chiesa che indaga sul clima di tensione che sta investendo il triangolo industriale. Il Generale lentamente riesce a comprendere e poi a colpire le Brigate Rosse, grazie a un lavoro di analisi modernissimo e all’utilizzo di armi inedite per l’epoca, come gli infiltrati e poi anche i pentiti”. La serie si avvale della consulenza storica del giornalista Giovanni Bianconi e del coinvolgimento, in fase di produzione, dei familiari del Generale dalla Chiesa, di membri del Nucleo speciale antiterrorismo, di magistrati che hanno partecipato alle indagini e poi istituito i processi. Al centro della narrazione la squadra di dalla Chiesa, che sposa con tenacia e passione la battaglia del Generale. “Il titolo è caldo – prosegue il regista – perché racconta del rapporto che questo gruppo di ragazzi messo insieme proprio da dalla Chiesa negli anni Settanta, ha con la propria guida. Al tempo stesso la serie mette in scena il rapporto intimo che racconta di un uomo che cerca di ricreare una situazione quasi di normalità familiare in una situazione tanto difficile”.  Rita dalla Chiesa, primogenita del Generale, ricorda “un papà molto presente”, che di mamma Dora era “un marito innamoratissimo. Mamma era la cassaforte di mio padre, a lei raccontava qualunque sua fragilità, dubbi e incertezza: lei incamerava tutto, papà sapeva di potersi fidare ciecamente di lei”. Da Rita il ringraziamento a tutti coloro che hanno preso parte al film: “Ci ho trovato amore, emozione, passione, e un grande punto interrogativo, perché è successo tutto questo?”. Amore e passione manifestate anche nel titolo della serie: “‘Il nostro generale’ significa il generale di tutti noi, significa qualcuno che ci è appartenuto, anche intimamente anche se non l’abbiamo conosciuto – afferma Sergio Castellitto – tutti, come cittadini, quel giorno siamo stati colpiti, abbiamo sofferto per quella morte, per il dolore dei figli. E tutti ci siamo sentiti in qualche misura figli. Ma figli soprattutto di una generazione di uomini che oggi forse fatico un po’ a immaginare, persone per le quali il senso del dovere, dell’abnegazione, il sentimento della difesa della democrazia, seppure fragilissima, come era a quel tempo, avevano un significato profondo. Una delle cose che mi commuove di più, tra quelle che Carlo Alberto dalla Chiesa ha detto o scritto è che certe cose si fanno per continuare a guardare in faccia i propri figli, il futuro”. Castellitto sottolinea come Dalla Chiesa avesse capito “che la lotta armata, condita con i sentimenti ideologici e rivoluzionari di chi la faceva, realtà terrificante, aveva comunque alla base un sentimento di rottura nei confronti di una società che ad alcuni non appariva giusta. Forse perché era un militare, come prima intuizione ebbe quella di conferire una certa dignità all’avversario, al nemico. Questo gli ha consentito, in qualche misura, di attuare un tipo di strategia psicologica, investigativa. La vera novità fu la sua capacità di investigare”. Realizzata con la collaborazione del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, con il sostegno del Ministero della Cultura e di Film Commission Torino Piemonte, la serie è stata girata anche in alcuni luoghi delle vicende narrate, tra cui la Caserma dei Carabinieri Pietro Micca di Torino e il cortile dove le Brigate Rosse uccisero Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati del capoluogo piemontese. Nel cast, al fianco di Sergio Castellitto, Antonio Folletto (Nicola), Teresa Saponangelo (Dora Fabbo), Flavio Furno (Cap. Gian Paolo Sechi), Andrea Di Maria (Trucido), Viola Sartoretto (Minnie), Stefano Rossi Giordani (Tedesco), Roberto De Francesco (Col. Enrico Riziero Galvaligi), Alessio Praticò (Umberto Bonaventura), Romano Reggiani (Funzionario), Renato Marchetti (Mario Rossi), Cecilia Bertozzi (Simona dalla Chiesa), Camilla Semino Favro (Rita dalla Chiesa), Luigi Mola (Nando dalla Chiesa). La serie prodotta da Simona Ercolani è scritta da Monica Zapelli e Peppe Fiore, la regia è di Lucio Pellegrini e Andrea Jublin.

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Il cacciatore di sogni

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STEFANO BUTTAFUOCO

La disabilità raccontata capovolgendo gli stereotipi legati all’handicap attraverso le storie di personaggi che hanno trasformato i loro punti deboli in punti di forza. «Credo che le loro esperienze e la loro determinazione possano dare a tutti quanti un valore di positività» afferma il conduttore e ideatore del programma. Quattro nuove puntate in onda da venerdì 13 gennaio in seconda serata su Rai 3

Perché “Il cacciatore di sogni”?

Nella vita di tutti noi il sogno è una componente essenziale. È importante per porsi degli obiettivi, per avere un motivo per cui svegliarsi alla mattina e cercare la felicità. Il raggiungimento di un sogno è sempre qualcosa di gratificante. Pensiamo quanto possa esserlo per una persona che parte da una situazione di disabilità, di difficoltà. È il motivo per cui vogliamo raccontare queste storie di persone che conducono una vita sognata, in cui sono state capaci di raggiungere i loro obiettivi a dispetto della loro situazione.

Quali sono le novità di questa seconda stagione?

Andiamo in onda su Rai 3 il venerdì in seconda serata e raddoppia la durata, che passa a 45 minuti.  Sull’onda dei buoni risultati dei numeri zero dello scorso anno abbiamo potuto contare su una struttura di produzione più importante. Ringrazio la Rai per avere creduto nel progetto, il direttore dell’Approfondimento Antonio Di Bella, la capostruttura Ilaria Capitani, così come la squadra, tutta interna Rai.

Cosa significa raccontare la disabilità?

È un tema così delicato che richiede la massima attenzione ai dettagli. Spesso c’è il rischio di cadere nel pietismo o in una rappresentazione troppo positiva, quella del supereroe. Con “Il cacciatore di sogni” abbiamo cercato di fare un racconto autentico, vogliamo emozionare: è un programma in cui si ride, si piange, si riflette, ci sono momenti di leggerezza. Chi vive il mondo della disabilità ne conosce benissimo le difficoltà, le salite, ma è anche un mondo in cui si può gioire delle piccole cose. La disabilità può essere vista come una leva per condurre una vita piena, per emozionarsi delle piccole conquiste della vita quotidiana.

Come si combattono gli stereotipi che spesso accompagnano la narrazione della disabilità?

Nel programma raccontiamo la leva di riscatto del protagonista della storia, che nel nostro caso è sempre stata lo sport. Il format prevede che nella parte finale di ogni puntata ci sia un ribaltamento dei ruoli. Sono io a mettermi in discussione cimentandomi nell’attività sportiva del protagonista e, spesso, sono proprio io ad avere difficoltà, paura. In una sorta di ribaltamento di ruoli e anche di cambiamento delle situazioni. È la persona diversamente abile a trovare le parole di conforto, a darmi forza. La vera inclusione  è quando i due mondi vanno di pari passo.

Chi conosceremo nella prima puntata?

Arianna Sacripante, nuotatrice artistica con sindrome di Down che agli Europei si è esibita insieme al campione mondiale Giorgio Minisini. Il messaggio di quell’esibizione ha emozionato il mondo: due atleti, uno normodotato e uno diversamente abile che si cimentano nella stessa competizione.

Quattro puntate, quattro storie…

Abbiamo scelto storie di persone che in modi differenti possano colpire l’attenzione di spettatori che non hanno a che fare con questo mondo. Vogliamo mostrare il quotidiano dei nostri protagonisti, non solo la difficoltà iniziale dalla quale tutto è partito, non solo l’obiettivo raggiunto.

Un viaggio nella quotidianità dei vostri protagonisti…

Abbiamo cercato di stare con loro e con tutte le persone che li circondano, coloro che noi definiamo il “coro”. Ci siamo resi conto di come un fattore fondamentale sia l’ambiente familiare. Quando non c’è va ricercato nel tessuto associativo. Dove non possono arrivare la famiglia o l’aiuto statale ci sono tante associazioni, vicine in maniera gratuita. 

Qual è il sogno più ricorrente tra queste persone?

L’autonomia, sentirsi integrati nella società. Detestano il pietismo, preferiscono un sano cinismo a un bieco paternalismo. Sono persone che hanno un grande orgoglio, vivono più intensamente il presente e godono della quotidianità, gioendo anche per piccole conquiste. Credo che le loro storie possano dare a tutti quanti un valore di positività.

Qual è il tuo sogno di giornalista, narratore di questo mondo?

Credo che raccontare queste storie rientri nella natura del Servizio Pubblico, penso che sia un nostro dovere. Svegliandomi la mattina per andare a registrare le puntate sapevo che mi sarei arricchito, ma alla fine della giornata di lavoro mi rendevo conto di essermi arricchito ancora di più di quanto non avessi pensato. Sogno che la televisione possa dare sempre più spazio a queste storie. Credo che queste persone meritino visibilità e che possono essere un esempio fondamentale per chi deve trovare la forza per reagire.

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Una storia che appartiene a tutti i Sud del mondo

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AL CINEMA

Pietro Marcello dirige “Le vele scarlatte”, liberamente ispirato al libro di Aleksandr Grin (Leningrado, 1923, ed.itEditori Riuniti, 2020), scrittore russo pacifista del XX secolo. Il film è un racconto popolare, musicale e storico, al confine con il realismo magico. Nelle sale dal 12 gennaio. Il RadiocorriereTv propone l’intervista al regista….

I cosiddetti miracoli si possono compiere con le proprie mani

Aleksandr Grin

Che cosa l’ha convinta a trarre un film dal romanzo di Grin?

Non avevo in programma questo adattamento, mi è stato proposto dal produttore Charles Gillibert e dal suo collaboratore Romain Blondeau. Aleksandr Grin è uno scrittore d’avventure nato sul finire dell’Ottocento, aderì al socialismo rivoluzionario e cominciò a scrivere le prime novelle dopo la rivoluzione del 1905. Fu arrestato varie volte per la sua attività politica, nonostante il successo, il tono antimilitarista e romantico imbarazzava gli editori dell’epoca che cominciarono a rifiutare di pubblicarlo. Divenne un reietto e morì in povertà dopo essersi trasferito in Crimea. Come tanti dissidenti di quell’epoca, vittime del dispotismo di sempre. L’elemento che mi ha fatto vedere un film in quel romanzo è il rapporto tra il padre e la figlia. La madre muore, il padre si prende cura della bambina che diventerà una donna indipendente. Nel romanzo la donna passa dal padre al giovane avventuriero che entra nella sua vita come un principe azzurro. Nel film, invece, le cose vanno in maniera diversa. Un uomo arriva, è un aviatore, ma non il principe azzurro. Jean (Louis Garrel) rappresenta per me l’uomo moderno, fragile, instabile, non sa qual è il suo posto nel mondo moderno. Ama il gioco, è uno scavezzacollo e Juliette non si lascia salvare da lui, come una damigella in pericolo. Al contrario, è lei a prendere l’iniziativa, a baciarlo, a curarlo, e infine a lasciarlo andar via. L’altro elemento del romanzo che mi intrigava era quello della strana famiglia allargata che accoglie Raphaël (Raphaël Thiéry) quando ritorna a casa dalla guerra. Era un elemento inaspettato del libro che ho trovato molto moderno. C’era il potenziale per creare una piccola comunità matriarcale, che poi è diventata nel film la «corte dei miracoli» formata da un gruppo di reietti del villaggio.

È un film femminista?

Preferisco dire che è un film femminile. Così come la gran parte dei miei film precedenti erano maschili. Ora che Le vele scarlatte è finito, e che lo osservo come uno spettatore, sono il primo a sorprendermi di questa mia personale evoluzione. Ma è per questo che si fanno film, per evolvere, cambiare, tentare nuove strade. Le vele scarlatte, che sembra portarci nel passato, in realtà si può guardare con occhio moderno, come un film su un modello nuovo di matriarcato. È un film che prende il punto di vista delle donne.

La scoperta del film è Juliette Jouan, l’attrice che interpreta Juliette adulta

È stato un incontro eccezionale, dopo mille provini in giro per tutta la Francia, lei mi ha colpito. Cinematograficamente parlando, me ne sono subito innamorato. È una ragazza straordinaria, sa cantare, sa scrivere, ha portato moltissimo al film, contribuendo a costruire il proprio personaggio. È stata lei ad adattare la poesia di Louise Michel L’Hirondelle, che non era prevista nella sceneggiatura e, grazie a Juliette, è diventata anche una canzone che chiude i titoli di coda.

Alcuni motivi sembrano fare eco a Martin Eden, come se i due film dialogassero

Martin Eden tradisce la sua famiglia per istruirsi e cambiar vita, prende le distanze dalle sue origini. Non è un tradimento di classe, ma di affetti. Ed è ben più profondo, tanto che alla fine ne è come consumato. Juliette è un anti-Eden. Bambina, ha la possibilità di andar via, di studiare in città e farsi una vita. Decide al contrario di rimanere a fianco del padre e lavorare con lui. Solo la morte di Raphaël la libera da quel patto. Che però non è stato per lei né un sacrificio né una violenza. Juliette continua a far parte di una comunità matriarcale. Quella di “Martin Eden” è una figura torturata, “Le vele scarlatte” al contrario è un film arioso.

È il suo primo film francese… Come si è ritrovato a fare un film in Francia e in francese?

Per motivi familiari mi sono trasferito a Parigi, avevo appena terminato Martin Eden e avevo diversi progetti da concludere a cui tenevo moltissimo: un film dedicato a Lucio Dalla, un reportage collettivo – Futura – realizzato insieme ai registi Francesco Munzi e Alice Rohrwacher. Sei mesi dopo essermi trasferito, mi sono ritrovato a girare “Le vele scarlatte” in Picardie. È stata ovviamente un’avventura. In Italia ho una rete di conoscenze nel mestiere, so a chi rivolgermi per questa o quella esigenza, in Francia al mio arrivo non conoscevo nessuno e non parlavo una parola di francese. Piano piano, mi sono impegnato, mi sono affidato al mio produttore e mi sono lanciato. Del resto, questo è un film che, per la sua anima, si sarebbe potuto girare benissimo in Calabria o nel beneventano.

Come Martin Eden, anche “Le vele scarlatte” è un film storico…

In realtà, non è più possibile fare film storici, ricostruire fedelmente un’epoca è diventato impossibile da un punto di vista economico e produttivo, anche perché le maestranze scompaiono come scompaiono gli artigiani nel mondo moderno. È vero che anche “Martin Eden” è un adattamento e che la storia è ambientata nel passato, ma con “Le vele scarlatte” è solo il metodo che è comune. Rossellini, Bresson hanno fornito dei metodi e da loro si può imparare rapidamente tutto quello che c’è da sapere sul cinema. Non sono tuttavia dei modelli da imitare, ma metodi del fare cinema. Con il direttore della fotografia, Marco Graziaplena abbiamo preso il film in mano e lo abbiamo girato come un documentario, con quella freschezza e quell’impeto che hanno fatto sì che l’opera venisse realizzata.

Il film non sarebbe lo stesso senza Raphaël Thiery.

Anche per il ruolo del padre di Juliette, il cast è stato lungo. Avevo in testa un’idea ben precisa, e non riuscivo a riconoscerla nei volti che mi venivano proposti. Volevo qualcuno la cui corpulenza eccezionale stridesse con la leggerezza della bambina. E, nella stessa maniera, volevo che le sue mani tozze stupissero per contrasto con i gesti precisi e le delicate creazioni di cui sono capaci. Infine, il mio produttore mi ha proposto Raphaël Thiery. Sono stato conquistato dal suo incredibile talento e dall’espressività del suo volto antico. Ho subito detto: è lui.

Accanto a Juliette Jouan, troviamo alcuni dei più importanti attori del cinema francese contemporaneo: Noémie Lvovsky, Louis Garrel, Yolande Moreau…

Si è trattato per tutti loro di un incontro al tempo stesso professionale e umano. Noémie Lvovsky ha preso il film in mano con una passione assolutamente sorprendente. In lei ho ritrovato il carisma delle attrici protagoniste del teatro di Eduardo De Filippo. Louis Garrel è un attore solido che conosce e ama profondamente il cinema e con il quale si è instaurato da subito uno scambio prezioso. La partecipazione di un’artista della statura e dell’esperienza di Yolande Moreau è stata un vero e proprio regalo. Con tutti è nato un rapporto autentico, anche di amicizia.

Le musiche originali sono firmate dal Premio Oscar Gabriel Yared…
Quella con Gabriel Yared è stata un’esperienza completamente nuova e, devo dire, fondamentale. Gabriel ha accompagnato il progetto fin dall’inizio e mi è stato vicino. È un uomo straordinario, un grande compositore contemporaneo con il quale ho condiviso tutto ed è stato una delle guide più importanti di questo lavoro, un vero riferimento. 

(materiale da Rai Cinema – 01 Distribution)

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