L’amica geniale

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Il potere dell’amore

Giovanni Amura e Francesco Serpico, che interpretano Stefano e Nino nella seconda stagione della serie di Rai1 diretta da Saverio Costanzo insieme ad Alice Rohrwacher, si raccontano al nostro giornale

foto di Eduardo Castaldo

Giovanni Amura è Stefano Carracci

Chi sono Stefano e Lila e come vive il suo personaggio?

Non posso giudicare Stefano, capire le sue ragioni è stato molto difficile, ma ho dovuto farlo. È un commerciante, tratta affari, per lui anche l’amore di Lila è un affare. Lui, come tanti uomini del suo tempo, voleva una donna che si sottomettesse, come l’avevano avuta il padre e il nonno. Trovandosi ad avere a che fare con questa donna speciale, geniale, emancipata, lui, ignorante, la maltratta, arriva a usare le mani, perché è l’unico modo che conosce per rispondere all’intelligenza di una donna che non sa gestire. Questo è un po’ Stefano. Lila invece è poco più che una bambina, anche quando si sposa ha diciassette anni, è veramente piccola. Nel corso della serie lei cambierà tantissimo, anche dopo il matrimonio. Andando a Ischia, lontana dal marito, potrà ritrovare se stessa.

Napoli e la sua lingua sono anch’essi protagonisti della serie…

Sono di Torre Annunziata, nella provincia di Napoli, e sono stato da subito un lettore dei romanzi di Elena Ferrante. Il fatto che la storia di Lila e Lenù avesse avuto tanta risonanza, sia a livello nazionale sia internazionale, mi diede un’emozione forte. È un romanzo totalmente napoletano, quando seppi che volevano farne una serie, una trasposizione cinematografica proprio qui, a Napoli, con la nostra lingua, andata sottotitolata in tutto il mondo, pensai che fosse una scelta azzeccatissima. Solo chi vive qui, chi è di qui, poteva incarnare anche i valori della Napoli di un tempo. Noi attori abbiamo studiato tantissimo per parlare quel dialetto degli anni Cinquanta. La scelta dell a napoletanità è stata azzeccatissima.

Continua a leggere sul RadiocorriereTV N. 5 a pg.26

Teo Mammucari

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Ho realizzato un sogno

Teo Mammucari ha vinto la prima edizione del programma condotto da Milly Carlucci su Rai1 battendo nella fase finale il Leone Al Bano.   “Sono stanco e contento – dice l’artista romano a telecamere appena spente –. Quest’esperienza è stata una magia, mi aspettavo tutto ma non che un giorno qualcuno bussasse alla mia porta proponendomi di fare il cantante”

Teo, è contento?

Da bambino sognavo di fare il cantante, suonavo la chitarra, scrivevo canzoni. A 18-20 anni però ho scoperto di avere una vena comica, divertente e ho preso un’altra strada. Poi è arrivata Milly (sorride). Quando mi ha chiesto di cantare con una maschera ho sentito dentro di me una voce che mi diceva di farlo.

Come è iniziato tutto questo?

Milly, che ha seguito il programma in ogni sua fase, mi ha portato in una casa alla periferia di Roma, eravamo in una stanza con le tapparelle abbassate quando ha cominciato a raccontarmi questa “favola” e mi ha detto: non lo deve sapere nessuno.  Mi ha fatto vedere le maschere e le ho detto subito che avrei voluto fare il coniglio. Mentre parlavamo non realizzavo, ma avevo il cuore aperto di fronte alla sua passione, per una grande professionista che stava facendo una cosa nuova, rischiosa. Ho sposato il progetto, ho voluto darle una mano cercando, al tempo stesso, di fare ciò che avevo abbandonato vent’anni prima. Mi hanno dato un coach, un maestro, mi sono rimesso a cantare usando il diaframma, a studiare.

Mai nessun ripensamento?

A un certo punto ero titubante, non volevo proseguire e l’ho comunicato, così Milly ha detto a tutti che il coniglio era scappato. Mi si è accesa una luce e mi sono detto: non scappo mai. E lì il coniglio è rientrato nella gabbia.

Che cosa le piace cantare?

I brani che danno un’emozione. Per me i cantanti non sono quelli che hanno la tecnica, che è la base dell’essere professionisti. Amo quelli che ci mettono l’anima, parlo di Pino Daniele, di Riccardo Cocciante.

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70 anni di emozioni

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SANREMO 2020

Pochi giorni ancora e si alzerà il sipario sul 70° Festival della Canzone Italiana. Il RadiocorriereTv incontra John Vignola, critico musicale e conduttore di Rai Radio1, autore del libro “70 Sanremo”, edito da Rai Libri: “E’ il luogo dove la musica è anche società e cambia insieme all’Italia”

Sei curatore di “70 Sanremo”, libro in vendita dal 30 gennaio dedicato all’importante compleanno del Festival, come nasce questo progetto?

Raccontiamo una storia inesauribile attraverso un repertorio fotografico importante, che più di tante parole dà anche la tridimensionalità del Festival di Sanremo, un palcoscenico, Casinò o Ariston, sul quale si è letteralmente dispiegata la storia della musica in Italia. Siamo partiti dalle foto per raccontare, decennio per decennio, quelle che sono state le caratteristiche del Festival e 70 anni di canzoni. In questa narrazione mi sono fatto aiutare da voci eccellenti, che vanno da Vasco Rossi a Vincenzo Mollica, non potevano mancare Pippo Baudo e Renzo Arbore, mentre la prefazione è dell’attuale direttore artistico Amadeus. Le testimonianze, le fotografie, il mio lavoro, sottolineano come il Festival sia un luogo dove la musica è anche società. È un posto dove nel 1967 si suicida Luigi Tenco, in un momento terribile, ma è anche il posto nel quale Adriano Celentano canta “Chi non lavora non fa l’amore”, è il palco sul quale Vasco Rossi non arriva tra i primi, ma che dà il via a una carriera meravigliosa. Come dice Carmen Consoli, che abbiamo intervistato insieme a Irene Grandi all’interno delle nostre schede introduttive ai decenni, il Festival di Sanremo racconta tutta la musica. Forse non è per tutti gli artisti, ma è senza alcun dubbio un punto di riferimento per la musica in Italia.

Settanta festival, settant’anni di storia italiana, quali sono i momenti chiave e quali invece quelli rimasti impressi nella tua memoria?

Ce ne sono tantissimi, non riesco a fare una gerarchia, però è evidente che Adriano Celentano che dà le spalle al pubblico mentre interpreta “24 mila baci” è un momento iconico e icastico, così come quello che vede protagonista Domenico Modugno che apre le braccia verso il cielo e costringe i cameramen a fare un passo indietro. Penso anche al suicidio di Tenco nell’edizione del 1967, al Sanremo del 1968, che rendono conto di un momento particolare. Se poi dobbiamo parlare dei miei personali ricordi, il mio ricordo va a Vasco Rossi, che si dimostra un po’ refrattario al clima del Festival, penso alla vittoria di Mahmood, alla reazione di Ultimo, non tanto perché sia stata una reazione scomposta, ma perché testimoniava la tensione di quel momento.

Come è cambiato nel tempo Sanremo?

È cambiato così come è cambiata l’Italia. Il Festival nasce con un intento discografico, nelle prime edizioni gli interpreti si trovavano a presentare più di una canzone. C’è una serie di motivazioni, tra queste anche il tentativo di lanciare il turismo in Riviera, che hanno portato Sanremo a essere sinonimo di Festival della canzone italiana, una vocazione tramandata nel corso dei decenni. Il Festival ha accompagnato la canzone italiana dal suo legame con la melodia, con il belcanto, verso qualcosa di profondamente nuovo, avventuroso. Caratteristica delle ultime edizioni del Festival è l’apertura, sempre più decisa, a tutto ciò che gira intorno alla forma canzone. Il palco di Sanremo ci descrive, decennio dopo decennio. Anche negli anni più bui, quelli in cui il playback impazzava e l’attenzione del pubblico era minore, il Festival fotografava il Paese.

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CENTO ANNI DI FELLINI

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L’inarrivabile Federico

Il giornalista Vincenzo Mollica ricorda l’amico regista in occasione del centenario della nascita. “Incontrarlo era una bellezza – afferma – era come incontrare tutta la fantasia del mondo messa insieme”

Ci racconti il tuo primo incontro con Federico Fellini?

Avvenne nell’estate del 1978. Ero a Chianciano, lavoravo per una piccola televisione privata in Toscana, mi presentai e gli chiesi un’intervista. Mi disse di aspettare un istante, si diresse verso la porta del Grand’Hotel, abbracciò Gigi Proietti che andava via e tornò da me dicendomi: “hai visto che bella faccia da cavallo che ha?”. In quell’occasione parlammo di fumetti. Mi presentai con un libro che si intitolava “Contro Fellini”, fu l’unico regista al mondo, insieme a Charlie Chaplin, ad avere un libro scritto contro di lui. Federico guardò quel testo e dopo averlo sfogliato cinque secondi mi disse sorridendo: “non è successo niente, tienilo pure”.

Quando e come il vostro rapporto si è trasformato in una vera amicizia?

Agli inizi degli anni Ottanta, entrai in Rai il 25 febbraio e già ai primi di marzo ero a pranzo con Federico. Mi chiese di dargli una mano a scrivere una introduzione su un disegnatore spagnolo. Parlavamo dei suoi amati eroi del “Corriere dei piccoli”, io dei grandi disegnatori contemporanei, da Pazienza a Milo Manara. Poi, in comune, c’era la passione per il cinema, la mia passione sfegatata per i suoi film. Era una bellezza incontrare Fellini, era come incontrare tutta la fantasia del mondo messa insieme.

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Il cantante mascherato

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Non fidatevi delle apparenze!

Patty Pravo, Ilenia Pastorelli, Flavio Insinna, Guillermo Mariotto e Francesco Facchinetti sono i giurati del nuovo programma di Milly Carlucci, in onda da venerdì scorso su Rai1. A loro il compito di decretare il vincitore tra le otto maschere in gara. La prima puntata, che ha visto l’eliminazione dell’Unicorno ha convinto la grande platea televisiva

Milly ci aveva avvisato: non fidatevi delle apparenze. E sin dalla prima puntata “Il cantante mascherato”, show rivelazione dell’ultima stagione televisiva in molti paesi del mondo, ha rispettato le attese. Otto voci in gara, otto maschere, otto grandi personaggi, tanto divertimento, tutto rigorosamente in diretta. La prima puntata ha visto l’eliminazione dell’Unicorno sotto il quale si celava Orietta Berti, ma la gara continua. “Dopo averlo visto in America mi sono divertita da impazzire – dice Milly Carlucci, che del ‘Cantante mascherato’ è anche autrice – Mi sono detta: riusciremo a farlo nella televisione italiana? Ma perché non provarci. È un programma da fuori di testa. Ci sono elementi tradizionali come le maschere e il travestimento, che a noi italiani piacciono tantissimo. Poi amiamo cantare, ci sono tutti gli elementi del varietà e ci sono anche racconti interessanti che servono ad accendere la curiosità degli spettatori, che da casa possono esercitarsi a scovare i cantanti”. Negli studi Fabrizio Frizzi di Roma, che ospitano il programma, vigono regole ferree a tutela della segretezza delle identità degli artisti in gara. Solo pochissime persone che lavorano allo show conoscono le reali identità dei protagonisti, avvolte nel mistero persino nel backstage. Per potere girare all’interno degli studi, durante le prove così come al loro arrivo, i concorrenti devono infatti indossare un casco integrale e un mantello nero che li nasconde completamente e sono sempre accompagnati da una persona di produzione vestita in modo identico. Regola assoluta è il silenzio, sugli abiti scuri dei protagonisti campeggia una grande scritta: ‘Non parlarmi!’. Nemmeno i concorrenti sono a conoscenza delle reciproche identità.

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Amore criminale

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Storie di femminicidio

Da domenica 19 gennaio, in prima serata, sei nuove puntate, condotte da Veronica Pivetti, per denunciare una vera e propria emergenza sociale del nostro Paese. Novità di questa edizione uno spazio dedicato agli orfani, bambini e ragazzi di cui  troppo poco si parla e ci si occupa

Dare voce alle famiglie delle vittime e ricordare le donne uccise. E’ questo lo scopo della nuova serie di “Amore Criminale. Storie di femminicidio”, in onda da domenica 19 gennaio in prima serata su Rai 3. Il programma, fortemente connaturato alla missione di servizio pubblico, affronta il drammatico e delicato tema del femminicidio, una vera e propria emergenza sociale nel nostro Paese, fornendo strumenti di consapevolezza per le donne e aiutando nel difficile lavoro di prevenzione. Le sei nuove puntate vogliono dunque, ancora una volta, essere occasione di sensibilizzazione e denuncia su questo tema così importante e delicato. La novità di questa edizione, alla cui conduzione ritroveremo Veronica Pivetti, è l’inserimento di un nuovo racconto in cui saranno protagonisti gli orfani di femminicidio, di cui troppo poco si parla e ci si occupa. Al loro dramma, alla loro solitudine, alla loro esistenza stravolta, al loro essere orfani di madre perché ammazzata dal padre, al loro crescere, di fatto, senza entrambi i genitori, è dedicata l’apertura della trasmissione. Il linguaggio scelto per le storie di “Amore Criminale”, come di consueto, si muove su due binari: da una parte la docu-fiction, che è un po’ il marchio di fabbrica del programma, dall’altra la narrazione in studio. In quest’ultima si  intrecciano diversi elementi: le testimonianze delle famiglie delle vittime, degli amici, dei colleghi, degli avvocati di parte civile e della difesa, delle forze dell’ordine, i documenti scritti e filmati delle donne uccise, articoli e servizi della stampa che si è interessata al caso.

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Alessandro Barbero

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La storia parla di persone come noi

Il RadiocorriereTv intervista il conduttore di AcDc (Rai Storia) e di altri famosi programmi della Rai: “Questa materia ci insegna che non possiamo mai essere sicuri di niente, che non ci sono conquiste che non rischino di essere perdute, che non c’è una garanzia che le cose possano andare meglio in futuro”

Cosa significa raccontare oggi la storia in televisione?

Significa essere consapevoli di una cosa a cui è forse meglio non pensare, ossia che quello che sei abituato a raccontare in un’aula di fronte a cento studenti, lo esponi di fronte a qualche milione di telespettatori. Fa un po’ impressione, quindi non ci penso mai (sorride).

Quando nasce la sua passione per la storia?

Da quando ero bambino ed è legata all’interesse suscitato dai soldatini, dalle battaglie militari, dagli antichi romani. Da bambino trovavo in casa una rivista che si chiamava Storia illustrata, sulla quale ho imparato a leggere. In ogni numero erano protagoniste le grandi battaglie, le guerre mondiali, si parlava di fascismo e di nazismo, di Napoleone. Da grande, al liceo, ho poi scoperto, per fortuna, che la storia è qualcosa di un po’ più complesso, che non è solo la storia militare, anzi, mi sono innamorato del Medioevo, il mio vero periodo di studio e di ricerca, dove l’aspetto militare è secondario.

Perché si è soliti parlare del Medioevo come di un periodo “oscuro”?

In realtà il Medioevo è stato calunniato sin dal momento in cui si è cominciato a chiamarlo così. Ovviamente i dotti si rendevano conto che il mondo era cambiato rispetto a quello antico, non c’era più l’Impero romano e per di più il loro mondo era diventato cristiano. Gli studiosi sentivano di essere parte di una storia moderna, di certo non si pensavano parte di un periodo intermedio. L’Europa del Medioevo conosce secoli di crescita, a livello culturale, artistico, persino scientifico, è il mondo in cui Dante scrive “La Divina Commedia”, in cui si costruiscono cattedrali come “Notre Dame”. Ed è anche il mondo che costruisce le caravelle con le quali Cristoforo Colombo andrà in America. A quel punto gli europei cominciano a dire: siamo formidabili, viviamo un’epoca straordinaria, certo che prima, quando i libri si scrivevano a mano, erano davvero tempi oscuri. E ancora: certo che chi non conosceva l’America era proprio ignorante. Il successo stesso del Medioevo porta dunque a creare l’idea che l’epoca precedente sia stata immobile.

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Michele Riondino

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La memoria, la nostra identità

Una carriera costruita su film e fiction di qualità, il crescente apprezzamento del pubblico. Il RadiocorriereTV intervista l’attore tarantino protagonista de “La guerra è finita”, mini serie diretta da Michele Soavi, in onda il lunedì in prima serata su Rai1, che racconta il ritorno a casa dei sopravvissuti alle deportazioni nei mesi successivi alla Liberazione

foto di Angelo Turetta

Cosa ha pensato dopo avere letto la sceneggiatura de “La guerra è finita”?

Mi è subito piaciuto l’adattamento fatto da Sandro (Petraglia, già sceneggiatore di “Perlasca – Un eroe italiano”), l’ho trovato interessante perché offriva la possibilità di raccontare storie che già abbiamo conosciuto attraverso altri film, i libri e la scuola, in modo diverso. Il film dà corpo a due elementi che mi interessavano particolarmente: l’aspetto reazionario degli ebrei e il racconto del dramma, di fatti che siamo solitamente abituati a sentire da testimoni ormai anziani, attraverso la voce di una bimba di cinque anni.

Davide, il personaggio che interpreta, come risponde alla violenza subita?

All’inizio del film il mio personaggio vuole fare una carneficina, vuole ammazzare tutti per quello che ha subito, è tornato a casa e non ha trovato moglie e figli perché erano stati “arrestati”. Mi colpiscono molto i termini, le parole, che hanno un significato chiaro, incontrovertibile, ma che in un contesto storico come quello degli anni Quaranta assumono un altro tipo di significato. Si arresta qualcuno che ha commesso un delitto, non perché ebreo. Da un giorno all’altro gli ebrei erano diventati italiani diversi. Mi interessava quindi conoscere l’aspetto reazionario, la rabbia della comunità ebraica, che non abbiamo visto spesso sullo schermo. Abbiamo visto il dolore che subiscono, ma nel silenzio. Davide, così come Ben, il personaggio interpretato da Valerio Binasco, la brigata ebraica, hanno combattuto, armi in pugno, per difendere l’Italia, proprio come tutti gli altri italiani.

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Sanremo 2020

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Vi presento i miei big

Amadeus, conduttore e direttore artistico del 70esimo Festival della Canzone italiana, ha annunciato i nomi dei 24 artisti che si sfideranno sul palco del Teatro Ariston e davanti alle telecamere di Rai1 a partire dal 4 febbraio

Tre settimane ancora e la gara più attesa della musica italiana entrerà nel vivo. Ufficializzata la lista dei 24 big che si esibiranno nella Città dei fiori dal 4 all’8 febbraio. Nell’elenco di Amadeus artisti già noti al pubblico del Festival, tra questi tre vincitori di passate edizioni della manifestazione, e altri al debutto Sanremese. A darsi battaglia a suon di canzoni saranno Achille Lauro, Alberto Urso, Anastasio, Bugo e Morgan, Diodato, Elettra Lamborghini, Elodie, Enrico Nigiotti, Francesco Gabbani, Giordana Angi, Irene Grandi, Le Vibrazioni, Levante, Junior Cally, Marco Masini, Michele Zarrillo, Paolo Jannacci, Piero Pelù, Pinguini Tattici Nucleari, Rancore, Raphael Gualazzi, Riki, Rita Pavone e Tosca. 12 big si esibiranno nella prima serata del Festival, martedì 4 febbraio, gli altri 12 il mercoledì. La serata del giovedì vedrà invecela partecipazione di tutti i 24 campioni, impegnati nella gara “Sanremo 70”, che si esibiranno insieme ad artisti ospiti italiani o stranieri.

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Che successo Don Matteo!

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Apprezzata in Italia e nel mondo, la fiction con protagonista Terence Hill, giunta alla dodicesima stagione, è tornata sul piccolo schermo con dieci nuove puntate. Il primo appuntamento, in onda giovedì 9 gennaio, ha raccolto di fronte agli schermi di Rai1 oltre 7 milioni di telespettatori

“Don Matteo” festeggia i vent’anni dalla prima messa in onda e lo fa con una nuova serie, la dodicesima, trasmessa da giovedì scorso in prima serata sull’Ammiraglia Rai. A conclamare per l’ennesima volta il successo della fiction e di Terence Hill, che ritroviamo in sella all’inseparabile bicicletta, sono stati oltre 7 milioni di spettatori pari al 30,6 per cento di share. Il sacerdote più amato della televisione è ritornato con dieci nuove storie, veri e propri film con una forte unità tematica, incentrati sul contenuto dei Comandamenti, attualizzati e riletti in chiave religiosa e laica, con un tono capace di unire profondità e leggerezza. “Don Matteo”, prodotta da Rai Fiction e da Lux Vide, è una serie formato famiglia tra le più seguite e apprezzate nella storia della fiction italiana. Un successo che va decisamente oltre confine, passando dalla Francia alla Finlandia, dall’America all’Australia e raggiungendo persino la Russia. Un racconto avvincente e sempre attento alla contemporaneità e un cast di grande pregio sono i punti di forza della serie. Insieme a Terence Hill tornano Nino Frassica, che veste i panni del maresciallo Nino Cecchini sin dalla prima stagione, Maria Chiara Giannetta (capitano Anna Olivieri), Maurizio Lastrico (Marco Nardi), Nathalie Guetta (Natalina Diotallevi), Francesco Scali (Pippo), Pietro Pulcini (brigadiere Pietro Ghisoni), Pamela Villoresi (Sonia, mamma di Anna Olivieri). Tra le guest star che prendono parte alla nuova stagione troviamo invece Fabio Rovazzi, Christiane Filangieri, Simona Cavallari, The Jackal, Elena Sofia Ricci, Antonio Catania e Stefano Dionisi. La regia è affidata a Raffaele Androsiglio e a Cosimo Alemà.

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