Il segreto è nel sapore

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CIBO, SPORT E SALUTE

Alimentazione, attività fisica, un sano stile di vita. Come trovare il giusto equilibrio? Il RadiocorriereTv incontra la dottoressa Monica Germani, dietista e nutrizionista, ospite fissa di “Domenica Dribbling – Salute”, programma di Rai Sport curato e condotto da Cristina Caruso. La domenica alle 16.10 su Rai 2

Quale equilibrio si può trovare, tra attività fisica e alimentazione, per essere in forma?

Se siamo degli sportivi l’equilibrio si mantiene in maniera naturale, in caso contrario l’attività fisica non deve essere mai estremizzata. I neofiti dovrebbero abbandonare gli schemi tradizionali: inizio la dieta e mi distruggo in palestra, estrema dieta, estrema attività fisica. Questo atteggiamento non ci aiuta affatto a trovare equilibrio. Lo sport deve essere un punto di scarico, l’attività fisica ci deve dare il sorriso, il piacere. Solo in questo modo lo sport diventa stile di vita. Fondamentali sono la costanza e la continuità nel tempo. Che siano tre volte, due volte o una volta a settimana non importa, la regolarità ci aiuta a trovare equilibrio anche con il cibo, perché lo sport è un equilibrante naturale anche dell’appetito: modula gli orari, la cadenza dei pasti, dà un ordine inconscio.

Facendo sport cosa accade nel nostro fisico?

Si liberano le endorfine, i recettori DOPA, una serie di neurotrasmettitori che danno benessere. Bisogna arrivare alla percezione di questo benessere, se lo sforzo è troppo alto sento solo la fatica. Percependo il benessere vengono meno la ricerca del comfort food e gli attacchi di fame. A tutti gli effetti cambia il modo di approcciare il cibo. Avviene in automatico, è quasi come se ci si mettesse a dieta. In più, per chi deve dimagrire, la muscolatura comincia a crescere, i recettori dell’insulina, che nelle persone sedentarie si chiudono e predispongo il corpo all’aumento di grasso, si riaprono tutti. Bisogna modulare l’alimentazione e lo sport, facendoli diventare qualcosa di veramente personale.

C’è un’alimentazione giusta per ogni età?

Da un’età all’altra l’alimentazione cambia radicalmente. Nella prima fase della vita, da dopo lo svezzamento fino all’adolescenza, abbiamo un fabbisogno proteico e di calcio leggermente più alto. Si fa meno attenzione alla quota di carboidrati assunta, anche se non bisogna andare in over. In età adulta, dai 25 ai 45-50 anni, si trova una minima stabilità, a meno che non ci siano, nel caso delle donne, gravidanza e allattamento. Se si vive una vita sedentaria dobbiamo togliere almeno 600 calorie al giorno. Il corpo ha bisogno di un mantenimento equilibrato per arrivare alla fase critica, quella dei 50. Ogni dieci anni, a partire dai 30, la massa grassa aumenta fisiologicamente del 10 per cento. Quando arrivo ai 50 il corpo sta producendo più grasso rispetto a quello che accadeva prima. Grasso che può diventare pericoloso, perché si aumenta di peso più facilmente e si va incontro alle patologie cardiovascolari. Bisogna arrivare a quell’età nella miglior forma possibile. Se ci si arriva bene, la fase tra i 50 e i 60, delicatissima, si affronta con piccoli accorgimenti, altrimenti bisogna utilizzare l’alimentazione come se fosse terapia.

E nella fase successiva?

Dopo i 60 il rischio maggiore è quello della disidratazione perché lo stimolo della sete viene meno. A livello chimico l’acqua è fondamentale per farci funzionare, è un intermedio metabolico, chimicamente cede l’elettrone e si tiene l’ossigeno. Senza acqua si bloccano le varie macchine. Se rallenta il sistema biologico, il processo di invecchiamento e le patologie collegate accelerano. Bisogna cercare di bere di più. Altra cosa importante è che dopo i 50 si inizia a perdere massa muscolare. È un momento che va sostenuto con l’alimentazione e con l’attività fisica, anche per evitare le fratture precoci.

Quanto è necessario bere nel corso di una giornata?

Due litri, ed è sbagliato eccedere se non si è sportivi. Certo, se ho una fuoriuscita di liquidi importante posso arrivare anche ai 3 litri, o, se sono un maratoneta, ai 4. 

Vale lo stesso discorso per le bibite gassate?

In quel caso non parliamo di idratazione, ma di sfizio. L’acqua frizzante va bene, ma dalle bibite, anche le zero, la quota d’acqua che prendiamo è pari al 10-15 per cento. Questo perché in presenza di additivi e conservanti l’assorbimento di acqua viene meno.

Quanti pasti devono essere consumati in una giornata?

Per mantenere il metabolismo in movimento si deve mangiare ogni tre ore, per questo dobbiamo capire quante ore stiamo svegli. Se si dorme tra le 6 e le 7 ore, possiamo mangiare anche 7 volte.  Se si è sportivi si può arrivare anche a nove.

Quali sono gli alimenti che non possono mai essere consumati insieme?

È sbagliato abbinare carboidrato e carboidrato, come pasta e dolcetto, senza una fibra intermedia. Se mangio quella dose di carboidrato tutta insieme, e non mi alleno, il corpo non sa che farne e la cosa che gli viene più facile è trasformarla in tessuto adiposo. Non conviene nemmeno abbinare due proteine, come la carne con il formaggio.

Come si calcola il peso forma?

Secondo quattro fattori. Quello classico, con il rapporto peso-altezza attraverso il BMI (Body Mass Index): il valore tra 18,5 e 24,9 indica la fascia di normopeso. A livello domestico si può anche fare la misurazione del rapporto vita-fianchi. Altro indicatore è quello della corporatura con il calcolo dell’Indice di Grant, che mette in rapporto la circonferenza del polso e l’altezza. L’ultimo fattore è quello della quantità di grasso e di muscolo.

È vero che mangiare sano ci fa spendere di più?

È  il contrario. Se compro la carne e la verdura a km zero e se acquisto i biscotti dal fornaio spendo probabilmente di più. Al tempo stesso se consumo cibo sano e genuino, ha anche un sapore decisamente diverso e più gratificante da un punto di vista sensoriale e non crea dipendenza. In tal modo esalto il sapore e, in assenza di componenti che mi portano a mangiare e a comprare di più, a fine mese spenderò di meno. La gratificazione data dal sapore ci consente di mettere il punto e di non abbuffarci.

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Il tempo della maturità (e dell’amore)

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MARE FUORI

Al via la terza stagione della serie diretta da Ivan Silvestrini che ha appassionato milioni di telespettatori in Italia e nel mondo. Tornano la direttrice dell’IPM Paola Vinci e il comandante di polizia penitenziaria Massimo Esposito, Filippo e Carmine, Edoardo e Pino, e ancora Naditza e Viola, Silvia e Gemma. Da mercoledì 1 febbraio su RaiPlay e da mercoledì 15 su Rai 2

«L’Istituto di detenzione minorile è una bolla in cui ‘ragazzi interrotti’ hanno la possibilità di capire chi sono e cosa vogliono al di là di cosa sono stati fuori da quelle mura». Sono l’ideatrice Cristiana Farina e il cosceneggiatore Maurizio Careddu a presentare la terza stagione della serie prodotta da Rai Fiction e Picomedia, in onda su RaiPlay da mercoledì 1 febbraio e da mercoledì 15 in sei serate su Rai 2.  «È una parentesi di sospensione in cui hanno la possibilità di navigare nel loro mare interiore, fare nuove scoperte e conoscere nuovi mondi. Luoghi che fuori non hanno mai esplorato – proseguono – alcuni dei nostri detenuti questo viaggio lo hanno compiuto con coraggio, affrontando la paura di scoprirsi deboli o incapaci di soddisfare i desideri dei propri familiari. Altri pensano ancora che il coraggio sia quello di aggredire la vita e prendersi tutto passando sopra ad ogni tipo di sentimento». Nella terza stagione di Mare Fuori i protagonisti sono cresciuti e molti di loro si trovano a dover compiere la scelta di come affrontare il loro ruolo di adulti nel mondo. «La scoperta dell’amore è la rotta che li conduce alla scoperta di nuovi aspetti di se stessi. Continenti sinora inesplorati – concludono gli sceneggiatori – qualcuno di loro si troverà perso a causa di questa emozione sconosciuta, qualcun altro invece vivrà questo sentimento come fosse un faro nella notte e si farà guidare dalla sua luce abbagliante. Nuovi personaggi faranno il loro ingresso nell’IPM, come Giulia, una trapper appartenente ad una gang milanese. O i fratelli Di Meo che insieme a Dobermann, un amico extracomunitario di colore, entrano in prigione per aver devastato un ospedale. Le pagine di cronaca nera si riempiono di tragici eventi che vedono protagonisti ragazzi giovani e spietati. Il fallimento di un minore è il fallimento di un adulto». Nel cast adulti e ragazzi, Carolina Crescentini, Carmine Recano, Lucrezia Guidone, Nicolas Maupas, Massimiliano Caiazzo, Vincenzo Ferrera, Antonio De Matteo, Anna Ammirati, Valentina Romani. Insieme a loro Matteo Paolillo, Artem, Domenico Cuomo, Alessandro Orrei, Maria Esposito, Kyshan Wilson, Clotilde Esposito, Serena De Ferrari, Serena Codato. «Dirigere la terza stagione di Mare Fuori è stata un’avventura indimenticabile – dice il regista Ivan Silvestrini – dopo aver contribuito a raccontare le storie di questi personaggi nella scorsa stagione non vedevo l’ora, per primo, di sapere come sarebbero andate le cose. Credo che la serie abbia raggiunto ormai la sua piena maturità, ed è stato un privilegio essere al timone di una squadra così devota e inarrestabile in ogni reparto. La storia punta sempre più in alto, il cast ha ormai un affiatamento e un’alchimia che mi hanno permesso di approcciarmi alla narrazione visiva libero da qualsiasi canone. Ho mosso la macchina da presa cercando di attenermi al mio principio guida, ovvero di essere sempre, in ogni momento alla ‘distanza perfetta’ dai personaggi, con uno stile fluido alla continua ricerca dell’emozione, attraverso spesso coreografie articolatissime dove ogni cosa doveva essere al suo posto, avvenire in un momento precisissimo affinché il ritmo non inciampasse».

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Black-Out, vite sospese

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Serie Tv

Quando si crede di aver perso tutto, spesso si ritrova se stessi e il coraggio di combattere per ciò che conta davvero. Lunedì 23 gennaio arriva su Rai 1 il mistery-drama diretto da Riccardo Donna con Alessandro Preziosi, Rike Schmid, Marco Rossetti, Aurora Ruffino, Caterina Shulha, Maria Roveran

“Black Out” è un mistery-drama ambientato in alta quota che mescola scenari mozzafiato, suspence e sentimenti. I protagonisti sono i clienti di un lussuoso albergo nel piccolo ed esclusivo polo sciistico nella Valle del Vanoi, in Trentino. Una valanga isola la valle e, quella che avrebbe dovuto essere una piacevole vacanza, diventa una trappola che porta a galla segreti, identità celate, ambigui professionisti pronti a tutto e la presenza di un assassino. La valanga costringe vacanzieri e residenti del piccolo paese a vivere un’esperienza unica che li obbligherà a fare i conti con se stessi e con gli altri: potranno venirne fuori, solo se supereranno le loro paure, i loro pregiudizi e impareranno a essere una comunità. Quando si crede di aver perso tutto, spesso, si ritrova se stessi e il coraggio di combattere per ciò che conta davvero. Questo il filo conduttore dell’intenso mistery, diretto da Riccardo Donna, che vede protagonista Alessandro Preziosi affiancato dall’attrice tedesca Rike Schmid, Marco Rossetti, Aurora Ruffino, Caterina Shulha, Maria Roveran, l’attore francese Mickaël Lumière e, tra gli altri, i giovani Federico Russo, Riccardo Maria Manera e Juju Di Domenico. «Girare un film in montagna d’inverno non è semplice, ma eravamo preparati bene e pronti a superare le difficoltà – afferma il regista – purtroppo la neve non la controlli, a volte c’è, a volte no, a volte è troppa e ti arriva all’ombelico e a volte fa caldo e inesorabilmente si scioglie. Nei luoghi scelti per le riprese, a pochi giorni dal primo ciak, la neve, prima abbondante, si era via via sciolta e non si prevedevano nevicate. Passavano i giorni e la situazione si stava facendo drammatica… Che fare? Soltanto chi ha esperienza cinematografica può capire il dilemma che ci siamo trovati ad affrontare. Ma alla fine lo abbiamo risolto. La neve non arrivava e allora siamo andati noi da lei. In tre giorni abbiamo fatto nuovi sopralluoghi, cambiato programmi, locations, e abbiamo cambiato il famoso piano di lavorazione… insomma abbiamo ripensato molte cose e siamo andati dove la neve c’era… anche troppa». Girato in grande formato 6K, con una troupe di più di cento persone, ottanta attori e tante figurazioni scelte sul territorio, “Black Out” è una coproduzione Rai Fiction – Èliseo Entertainment, con la partecipazione di Viola Film, in collaborazione con Trentino Film Commission, prodotta da Luca Barbareschi.

La prima puntata

È la Vigilia di Natale. Un gruppo di sconosciuti rimane intrappolato in una valle, dopo che una valanga ne blocca l’unico accesso impedendo le comunicazioni con il mondo esterno. Tra loro ci sono Claudia, medico, testimone sotto protezione, che vive in una baita appartata con la figlia Anita; Marco, ex marito di Claudia che è giunto con la sua nuova fidanzata, Irene, nella speranza di poter portare via con sé Anita; e Giovanni, ricco imprenditore in vacanza con i figli Riccardo ed Elena, entrambi ancora provati dalla recente scomparsa della madre. Ma c’è di più. Giovanni ha un segreto: è legato alla cosca contro cui Claudia dovrebbe testimoniare. Per ordine del clan, Giovanni deve uccidere la donna, ma durante la valanga sua figlia rimane seriamente ferita, e Claudia diventa l’unica speranza di Giovanni per tenere in vita la piccola Elena.

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Scelgo le storie che mi parlano

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ANTONIO FOLLETTO

La serie dedicata a Carlo Alberto dalla Chiesa “Il nostro Generale” è stata un successo su Rai 1 ed è disponibile su RaiPlay: «è stata un’avventura incredibile. Ci siamo letteralmente catapultati in una parte di storia che, almeno per me, ragazzo del 1988, era totalmente sconosciuta». In attesa di vederlo nella quarta stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone”, della sua città l’attore dice: «Per me Napoli è uno stupore continuo, tutte le volte che torno è come un bagno di umiltà»

La Rai ha raccontato la vicenda umana e professionale del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Che esperienza è stata?

Incredibile, ci siamo letteralmente catapultati in una parte di storia che, almeno per me, ragazzo del 1988, era totalmente sconosciuta. Con la serie abbiamo considerato gli anni dal ‘73 all’’82, affidandoci a un grandissimo lavoro di ricostruzione storica, dalla sceneggiatura ai costumi di Gaia Calderone, al trucco e il parrucco.

Un lavoro incredibile…

È stata fondamentale la consulenza storica di Giovanni Bianconi, ma soprattutto il confronto con quelli che allora furono i ragazzi del Nucleo del Generale dalla Chiesa. Abbiamo trascorso con loro una bellissima mattinata, ascoltando i loro racconti, entrando nella loro psicologia. Mi ha colpito molto la facilità con cui ci hanno reso partecipi della loro storia, ancora ricordo lo sguardo di Domenico di Petrillo nel ricordare il Generale. Gli occhi gli brillavano. O le parole piene di adrenalina di Luciano Seno nel ricordare il momento dell’arresto di Alberto Franceschini e Renato Curcio (due dei fondatori delle Brigate Rosse). Per tutti Carlo Alberto dalla Chiesa è stato come un padre.

Ma anche un innovatore…

Grazie a lui, il Nucleo è stato il primo a usufruire di mezzi all’avanguardia per le indagini, il primo ad avere le carte di credito grazie alle quali stare al passo delle Br, gruppi ben organizzati e ben finanziati.

Che riscontro ha avuto la serie tra i giovani?

Ho ricevuto molti messaggi di ragazzi che si sono appassionati alla vicenda, a quel periodo storico così avvolto nell’ombra e che, purtroppo, non si studia a scuola. Conoscerlo però è fondamentale per comprendere quello che siamo diventati oggi. Credo che la Rai con questa serie abbia offerto un grandissimo servizio pubblico.

Un racconto che non dà giudizi, ma scatta una fotografia. Cosa pensa di quegli anni?

Di quel periodo storico mi è rimasto impresso un fattore oggettivo, la straordinaria quantità di avvenimenti accaduti e le tantissime morti. Parlando con gli ex membri del Nucleo, ho chiesto se mai avessero messo in discussione il loro operato, se avessero mai cercato di comprendere le ragioni di quel che accadeva nel Paese. La loro risposta è stata netta: mai. Credevano nei loro valori, si fidavano del Generale, dello Stato e della democrazia.

Cosa rappresenta umanamente per lei il Generale dalla Chiesa?

Ho incontrato Rita e Nando, i suoi figli, durante la presentazione della serie, ed è stato molto emozionante. Il loro sacrificio non può passare inosservato. Per me dalla Chiesa è stato un eroe, un uomo che ha lottato per la democrazia.

Dove cerca i punti di riferimento nella sua vita?

L’esempio arriva dalla famiglia, dall’educazione ricevuta: rispettare se stessi, il prossimo, dare valore a quello che si fa, farlo con passione. Credo che sia una buona base di partenza, nella speranza di migliorare.

Alle spalle il teatro, tanto cinema e tv. Qual è la sua ambizione?

È difficile rispondere, mi auguro di poter fare sempre questo mestiere nella maniera più libera possibile.

Ci racconta di quando ha scoperto la passione per la recitazione?

Ho iniziato a vent’anni, ho frequentato a Roma una piccola scuola di teatro – Teatro Azione – e successivamente mi sono iscritto all’Accademia Silvio D’Amico. Nessuno della mia famiglia ha a che fare con questo mondo, l’amore però è scattato guardando con mio nonno i film di Totò, Troisi, Sordi, Mastroianni, attori e opere che mi hanno completamente rapito. Io volevo essere come i personaggi che ammiravo. Mi sono reso conto che quello dell’attore è un mestiere complesso, come dice Castellitto, “è un po’ come prendere i voti”.

Cosa deve scattare per farle accettare un progetto?

La storia, se questa mi parla, se il personaggio mi comunica subito qualcosa e io posso contribuire a farlo crescere, mi butto.

Ha terminato da poco le riprese della quarta stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone”. Cosa rappresenta nella sua carriera questo progetto?

Sono molto legato ai Bastardi, un lavoro che mi ha permesso di collaborare con una squadra di attori fantastici, è stata un’avventura lunghissima, ormai si è creata una famiglia. Quando abbiamo iniziato conoscevamo la grande attenzione dello zoccolo duro dei lettori di Maurizio De Giovanni, questo poteva mettere anche un po’ di pressione, perché è un pubblico esigente. Ma è andato tutto bene. Sento l’affetto della gente, è un pezzo del mio cuore.

Non solo casi di risolvere, ma una squadra…

… che esprime la sua forza nello stare insieme, nel supportarsi. Al di là delle indagini, che sono le linee guida di ogni episodio, mi sono reso conto che, i lettori prima, gli spettatori poi, si sono affezionati alle vicende personali di ciascun personaggio.

Un napoletano che vive la propria città anche nella professione…

Per me Napoli è uno stupore continuo, tutte le volte che torno è come un bagno di umiltà. Eduardo De Filippo diceva che questa città “è un teatro a cielo aperto”, è luce. Colpisce ogni volta il meraviglioso modo in cui un napoletano affronta una giornata, nonostante tutte le difficoltà. Sorrido pensando a una battuta di Troisi in “Scusate il ritardo”, alla frase “’a vita s’adda piglià comme vene!”, risponde “Io ’a piglia comme vene, ma guardacaso a mme vene sempe ’na chiavica, guarda ’a combinazione!”. Questo esorcizzare anche le sfortune quotidiane, gli inciampi della vita è una possibile, bella filosofia di vita.

Come gestisce l’affetto del pubblico, la popolarità?

Cerco di ricambiare dando tutto me stesso, facendo al massimo delle mie possibilità il mio lavoro. Quando qualcuno si interessa a ciò che faccio, sono felice perché è un atto di stima. Ce la metto tutta a non tradire il pubblico (ride). Le critiche non mi spaventano, provo a rimanere con i piedi per terra di fronte ai complimenti, non mi abbatto quando i giudizi su di me sono meno esaltanti. Una volta all’Accademia, Sergio Castellitto disse che la vita di un attore è fatta a scale, c’è un periodo in cui si sale e nemmeno ci si accorge, momenti di stallo e altri in cui si scende. È per questo che si deve provare a tenere i piedi per terra, non per falsa umiltà, ma per salvaguardare proprio il mestiere.

Ha mai pensato di fare il regista?

In questo momento no, è un lavoro di troppe responsabilità, preferisco essere diretto. Non sono bravo a comandare (ride). Ci sono delle storie personali che mi piacerebbe raccontare, ma è ancora troppo presto.

In quali progetti sarà impegnato prossimamente?

Quasi contemporaneamente a “I Bastardi di Pizzofalcone” ho girato la seconda stagione della serie di Gabriele Muccino, ho dei progetti di cui ancora non posso parlare. Nel futuro imminente c’è stare insieme alla mia famiglia, anche perché nell’ultimo anno ho lavorato molto: ho finito di girare a marzo “Il nostro Generale” e a maggio ero sul set di “Shukran” di Piero Malegori con Syrus Shahid. Ora è arrivato il momento di fermarsi per ricaricare le energie.

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Che Dio ci aiuti 7

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Tre dei personaggi più amati della serie raccontano al Radiocorrieretv la meraviglia di far parte del Convento più famoso della tv italiana. Il giovedì in prima serata su Rai 1

Francesca Chillemi… più Azzurra che mai

Per il suo personaggio è arrivato dunque il momento della maturità?

Non so se Azzurra sia pronta per la maturità, di certo questa ragazza è, suo malgrado, costretta a compiere un’evoluzione e dovrà farlo da sola, contando solo sulle sue forze. In questa settima edizione il mio personaggio viene messo alla prova in maniera brutale, si trova ad affrontare il proprio percorso di vita senza quello che fino a poco tempo prima era stato il suo sostegno, il bastone che l’ha accompagnata in tutti questi anni e su cui lei ha sempre fatto affidamento. Questa sarà la sua sfida più grande.

Qual è il sentimento che tiene uniti pubblico e personaggi?

L’amore, la comprensione, il non essere giudicati. Alla fine, è quello che spinge tutti noi a rimanere nel luogo in cui ci si sente meglio e a proprio agio.

Tra lei ed Elena Sofia Ricci un passaggio di testimone emozionante…

Tutto è avvenuto in maniera molto organica, sia dal punto di vista emotivo, sia professionale. Non nascondo che a Elena voglio un bene davvero particolare, è una di quelle persone che incontri nel tuo percorso di vita perché evidentemente era destino che accadesse. Il nostro legame è iniziato con il lavoro e alla fine ci siamo volute bene semplicemente come Elena e Francesca. Anche il rapporto tra Azzurra e Suor Angela in alcune cose ci assomiglia, in questi anni io ho fatto molto affidamento su di lei, è stata una persona estremamente generosa professionalmente, ma soprattutto dal punto di vista umano. E questo mi ha toccato profondamente. È una persona che ammiro, che stimo, parte di lei vorrei che mi appartenesse.

Pierpaolo Spollon… Che bellezza vivere in convento

Come sta il suo Emiliano?

Quest’anno per lui è stata una gestazione, un po’ come la durata delle riprese, otto mesi. Se non è una gestazione questa, poco ci manca (ride). In questa edizione assistiamo a un bel cambiamento e, attenzione, non farò nessuno spoiler, forse sto crescendo anch’io. Rispetto a come lo avevamo lasciato nella passata stagione, Emiliano è più fermo, rigido, più consapevole di se stesso e del percorso di crescita intrapreso, un pochino più maturo, anche se rimane il “pirla” di sempre, forse anche di più (ride).

Qual è secondo lei la forza della serie…

Ritornare ad Assisi è una meraviglia, la città ci accoglie sempre in maniera straordinaria, la gente viene apposta a salutarci, questo per me è già un unicum. Credo che in poche serie televisive succeda che le persone, anche straniere, riempiano pulmini per venire a vedere il set. È una serie molto pop, nella sua accezione più positiva, condivisa dalla coscienza collettiva. È una bella avventura, a me tutto questo piace molto. 

Ci dica la verità, come si vive nel Convento degli Angeli Custodi?

Non si sta poi così male in un convento, la mattina, ridendo e scherzando ti preparano la colazione, a pranzo è tutto servito, la sera ti rassettano anche la stanza… alla fine queste suore mi cacceranno (ride). Il Convento degli Angeli Custodi offre una bellissima compagnia! Devo fare i complimenti al casting che per i nuovi personaggi ha scelto attrici veramente molto brave. Il gruppo è davvero forte, solido, abbiamo “perso” una Elena Sofia Ricci che faceva da capocomico, però lo scettro, l’onore e l’onere è ora su Francesca Chillemi, che dovrà accompagnare queste ragazze per mano.

A Spollon piace “Che Dio ci aiuti” perché…

… come dice il nostro regista Francesco Vicario, un genio del settore, è l’equivalente italiano di “Friends”, un progetto che si basa solo sugli scambi umani, che ha bisogno di tempistiche narrative ed editoriali ben precise e si basa su modelli recitativi che richiamano la commedia all’italiana. È difficile essere pretenziosi, tutto deve essere semplice e veloce.

Valeria Fabrizi… Brontolo per rendervi felici

Ben ritrovata Suor Costanza…

Il brontolio di Suor Costanza alla fine è sempre buono. È una suora positiva, dà consigli a tutti, anche se non glieli chiedono, cerca sempre di impicciarsi di tutto, ma sempre a fin di bene. Quando si ha una certa età come lei, e come me, è facile dare dei consigli e in qualche modo i più giovani devono farne tesoro perché c’è l’esperienza della vita. Io mi arrabbio se non lo fanno (ride).

Perché tutti amiamo questa serie?

Dopo tutto quello che abbiamo passato in questi anni è proprio arrivato il momento di dire “Che Dio ci aiuti”! Nonostante tutto dobbiamo essere ottimisti, e io lo sono. Questa serie è un prodotto leggero e rilassante che, come spesso mi dicono, ci manda a letto felici e contenti. Le storie che raccontiamo sono ispirate alla realtà, alla fine vince sempre il bene, questo fa piacere e fa bene anche al pubblico. Anche i miei amici che vivono all’estero non vedono l’ora di vederla.

La ricetta della felicità…

Basta essere se stessi, io lo sono sempre, è un dono. Tutti mi vogliono bene, mi amano, me lo dimostrano e io mi sento appagata. Quando guardo indietro, a quello che è stato, non ho rimpianti e al futuro penso sempre con molta filosofia. Mi sento una persona molto fortunata, sono ancora qua che lavoro… i giovani non devono mollare mai, devono insistere e perseverare nei loro sogni.

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Binario 21

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GIORNO DELLA MEMORIA

La Senatrice a vita Liliana Segre, accompagnata da Fabio Fazio, conduce gli spettatori in un viaggio al Memoriale della Shoah della Stazione Centrale di Milano, per un evento televisivo esclusivo in onda venerdì 27 gennaio alle 20.35, in diretta su Rai1

NO WEB PREVIA AUTORIZZAZIONE Milano 23/10/2022 Trasmissione tv “Che tempo che fa” Nella foto: Liliana Segre e Fabio Fazio Ph. Matteo Di Nunzio / PIXONLINE

Da quel luogo nascosto, il Binario 21, il 30 gennaio del 1944 partì il treno che condusse la tredicenne Liliana Segre al campo di sterminino di Auschwitz, insieme ad altre 604 persone, fra cui suo padre Alberto, da dove fecero ritorno in 22. Ed è da quel sotterraneo che la Senatrice a vita, accompagnata da Fabio Fazio, riapre il cassetto della memoria al pubblico di Rai1 e ripercorre in diretta la storia di quella terribile giornata del ’44, per una testimonianza emozionante e personale, che diventa racconto civile collettivo. Un viaggio indietro nel tempo di 79 anni che si avvale anche di materiali fotografici, stampa e video dell’epoca, per rendere visibile a tutti un luogo normalmente invisibile e per ricordare una delle vicende più nere nelle pagine della storia dell’uomo e che non deve mai essere dimenticata. In diretta dal Binario 21, Liliana Segre racconta i momenti concitati che precedettero la sua deportazione, ricordando i luoghi simbolo della sua esperienza, dalla pietra d’inciampo dedicata al padre Alberto, morto nel campo di sterminio, e posta davanti a casa Segre, alla scuola elementare di via Ruffini a Milano che Liliana frequentava e dalla quale nell’ottobre del 1938 fu espulsa a causa delle leggi razziali, fino al carcere di San Vittore, penultima tappa di quel viaggio all’inferno, e dalla quale quel 30 gennaio del 1944 venne prelevata per essere condotta a forza su un vagone merci in quel sotterraneo oscuro, nascosto nelle viscere della Stazione Centrale di Milano, a pochi metri dal via vai quotidiano inconsapevole dei viaggiatori. “Binario 21″è realizzato da Rai Cultura in collaborazione con l’OFFicina. “Binario 21″è scritto da: Fabio Fazio, Arnaldo Greco, Piero Guerrera, Veronica Oliva e Francesco Piccolo, con la collaborazione di Stefano Faure, Giacomo Freri e Antonietta Zaccaro. Responsabile Casting Monica Tellini. Coordinamento editoriale Felice Cappa. Produttore esecutivo L’OFFicina Marcello Mereu. Produttore esecutivo Rai Eliana Mercieri. Capo progetto Luisa Pistacchio. Con la regia di Cristiano D’Alisera.

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Televisione, la mia passione

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CLEMENTINO

«‘The voice’ mi rende vero, come sono nella vita»: perla terza volta sulla poltrona dei giudici nel talent condotto da Antonella Clerici, l’artista si racconta e spiega al RadiocorriereTv cosa cerca nei concorrenti: «l’originalità, qualcosa che ancora non ho ascoltato e che mi dà la sensazione di armonia». Il venerdì in prima serata su Rai1

THE VOICE SENIOR

Nella prima edizione disse che non si sarebbe aspettato di fare il giudice in un talent. Torna anche nella terza edizione, sempre più a suo agio nel ruolo di coach?

Più passa il tempo e più penso che voglio fare televisione anche nel resto della mia vita perché ho scoperto la bellezza di fare l’intrattenitore. La bellezza è proprio nel fare la televisione. Mi piace. Nella mia vita credo di aver avuto già tante esperienze come attore teatrale, al cinema, come rapper, cantante, a Sanremo. Ma la tv ha un tocco di classe in più e la metto sullo stesso livello dei concerti dal vivo. Entri nelle case delle persone e questa è una cosa fantastica.

Cosa si aspetta da questa terza edizione?

Dico sempre che quest’anno devo vincere io. Un anno è toccato a Gigi, un altro a Loredana, adesso per la par condicio tocca a me dato che i Ricchi e Poveri sono appena arrivati. Ovviamente è un modo di scherzare, di creare tormentoni. Mi aspetto di andare bene, di essere riconosciuto al meglio anche come intrattenitore, non solo come rapper. Mi piacerebbe tanto essere apprezzato anche come presentatore, poi magari fare un programma da solo, con un bravo regista e un bravo autore. Sarebbe un sogno. E comunque siamo partiti benissimo quest’anno, con numeri di ascolto davvero alti. Stiamo andando più forti delle altre due edizioni.

Com’è stato ritrovarsi con Loredana Bertè e Gigi D’Alessio? E come ha accolto l’arrivo dei Ricchi e Poveri?

Tutto molto bello. I Ricchi e Poveri, poi, sono fantastici perché hanno un modo di scherzare che a me piace tantissimo. Sono delle leggende della musica e, devo dire la verità, è stato bello ritrovare una coppia tra i coach, perché c’è una persona in più come giudice. Poi parliamo di un gruppo che ha fatto la storia della musica. Sono super popolari, sono anche ascoltati all’estero è questo per noi è molto positivo. Con Gigi e Loredana c’è un ottimo rapporto. Gigi è un fratello e Loredana la mia cantante preferita. Insieme abbiamo ritrovato quel sapore di serietà e di scherzo che abbiamo sempre avuto insieme. Io sono un po’ il nipotino del gruppo a cui è permesso dire tutto.  I Ricchi e Poveri, Angelo e Angela, sono gli angeli, io sono il diavoletto. Mi diverto, tutti i coach hanno pazienza con me perché sanno che all’improvviso inizio a cantare, a gridare. “The voice” mi rende vero, come sono nella vita.

Il pubblico di “The Voice Senior” è molto lontano apparentemente dal suo genere musicale. Eppure, lei è amatissimo, perché?

Non lo so e me lo chiedo continuamente. Con Antonella Clerici c’è un ottimo rapporto e quando vado a trovarla nell’altra sua trasmissione, “È sempre mezzogiorno”, ottengo sempre un discreto successo. Allora mi chiedo insistentemente come mai uno come me, che è un rapper che viene dalla musica urbana, riesce ad avere questo successo in un programma così popolare. Semplicemente credo che se prima mi ascoltavano i figli, adesso mi guardano i genitori. Ora ai miei concerti non viene più solo il ragazzo, ma vengono anche il padre e la madre. Nelle piazze riesco ad avere tutte le età e questo mi rende orgoglioso. Io vengo dai villaggi turistici, dove avevo un pubblico misto. Forse nel mio subconscio lavoro allo stesso modo, intrattenendo tutti, ma con le regole dello spettacolo.

Ogni cantante di “The Voice Senior” ha una storia da raccontare. Ce n’è qualcuna della passata edizione che non dimentica?

Di storie indimenticabili ce ne sono tante. Persone che hanno superato malattie, persone che in famiglia hanno ragazzi speciali, altri che nella vita hanno lavorato tantissimo in ruoli pesanti fisicamente, oppure che per tanti anni non ce l’hanno fatta a sfondare nella musica. Molte storie belle sono anche quelle delle rivincite di chi era popolare in passato e poi è piombato nell’anonimato e cerca di rientrare alla grande. Ma non possiamo non ricordare Claudia Arvati, una grandissima cantante. Bruttissimo pensare che fino a poco tempo fa era sul palco con noi e poi all’improvviso abbiamo dovuto salutarla. Fa molto male vivere questo tipo di esperienza.

Quanto conta l’originalità nella sua musica e nei suoi ruoli televisivi?

L’ottanta per cento. Io sono per un venti per cento bello. Tra l’altro mi sto trasformando. Mi si sta allungando il naso, ho perso i capelli.  Per fortuna che ci sono l’originalità e la simpatia che mi aiutano. Nella musica ricordo che quando ascoltavo il rap, la chiave stava proprio nell’originalità. Il ragazzino quando premeva play sullo stereo, dopo dieci secondi, anzi cinque, doveva capire che quello era Clementino.

Un ricordo legato alla sua passione per la musica?

Ne ho moltissimi. Ad esempio, alle scuole medie ero il compagno di classe intrattenitore. Quando c’era lo spettacolo di Natale o quello di fine anno, io dovevo essere lì davanti a cantare rap o a presentare. Ricordo i primi saggi di chitarra con mia madre e mio padre che mi portavano in giro per la Campania. E poi le prime corride nei paesini della provincia di Napoli, oppure quando provavo a fare le prime rime e suonavo gratis con un gruppo, per farci conoscere. Una volta un organizzatore a cui chiesi soldi per esibirmi mi disse, prendendomi in giro, che non ero Eminem. Adesso deve pagare il biglietto per venirmi a vedere. Insomma, è una rivincita anche per me.

Chi cerca a “The Voice Senior”? Chi fa girare la sua sedia?

Qui chiudiamo il cerchio: l’originalità, qualcosa che ancora non ho ascoltato e che mi dà la sensazione di armonia, a prescindere che sia divertente o d’amore o malinconica. La chiave è che mi deve comunicare uno stato d’animo puro.

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Cibo, tutto quello che…

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SUPERQUARK+

Dal 26 gennaio su RaiPlay le 10 puntate inedite dell’ultima trasmissione realizzata da Piero Angela

RaiPlay presenta in esclusiva le nuove puntate della trasmissione di Piero Angela Superquark+ dedicata alla conoscenza e all’approfondimento. Si tratta dell’ultimo progetto seguito dal grande divulgatore scientifico poco prima di lasciarci, realizzato in collaborazione con la sua storica squadra di autori e con i giovani divulgatori. Questa serie di “SUPERQUARK+”, dal 26 gennaio sulla piattaforma della Rai, si compone di 10 puntate dedicate all’alimentazione e potremmo definirla, per una volta contravvenendo l’abituale understatement di Piero Angela, “l’ultima incompiuta” visto che nelle ultime due puntate mancano i suoi contributi in video, non certo le sue parole e la sua intelligenza. Non solo calorie, principi nutritivi e cibi cosiddetti farmaci naturali, ma anche un viaggio nell’alimentazione fatto da angolazioni diverse: quanto si può stare senza mangiare? E cosa si mangia in condizioni estreme? Fino all’extrema ratio: ci si può mangiare tra simili? E poi scopriamo i tanti simboli legati al cibo, seguiamo il lungo viaggio fatto da alcuni alimenti prima di finire nel nostro piatto e quanto incideranno i cambiamenti climatici nel nostro modo di produrre e di mangiare. E infine, ma quanto mai attuale, chi controlla la terra e suoi prodotti?

Piero Angela

Le puntate

Mangiare responsabile

Mangiare inquina: come la mettiamo la mettiamo questa è una verità incontrovertibile. Già oggi la produzione del cibo da sola è responsabile del 30% delle emissioni di gas serra. Ma allora che dobbiamo fare? Intanto fare attenzione a non sprecarne, oltre il 17% viene gettato. Poi capire che ci sono cibi che incidono di più, altri di meno. Mangiare meno carne sarebbe un buon punto di inizio. Infine, investire in tecnologia, puntare sull’agricoltura sostenibile che garantisce gli stessi risultati ma con meno acqua, meno fertilizzanti, meno pesticidi

Che grilli hai nel piatto?

Se mangiare inquina, allora cerchiamo di starci attenti. Ma come? Le soluzioni ci sono, qualcuna esistita da sempre, qualcun’altra guardando al futuro. Se insetti, funghi, alghe sono da sempre presenti, e con ottimi risultati, nelle diete di popoli lontani dal nostro perché non proviamo ad assaggiarli? Oppure potremmo mangiare carne prodotta in laboratorio, o il latte di mandorla, di riso, di soia, di avena, o addirittura le bistecche vegetali stampate in 3D: la scienza non si ferma e la vera sfida per convincerci a mangiare tutto questo sarà quella …del gusto.

A pranzo nello spazio

Cosa si mangia in una stazione spaziale quando una piccola briciola di pane potrebbe provocare danni irreparabili? E quando siamo in cima ad una montagna? Qual è il cibo migliore per chi va in guerra? E un naufrago, ce la può fare a sopravvivere in mezzo all’oceano con mezzi di fortuna? Situazioni estreme che richiedono cibi estremi e soluzioni ingegnose.

Nutrirsi…digiunando

Mangiare troppo fa male, indubbiamente. Ma non mangiare non fa certo bene. Soprattutto se deciso da soli per inseguire falsi miti, magrezze da copertina! Ma quanto si può vivere senza mangiare e con quali conseguenze?  Gli animali che vanno in letargo come fanno a digiunare? Oggi si sa che mangiare meno allunga la vita, ma più che di digiuno è corretto parlare di restrizione calorica.

Cannibalismo e altri tabù

Mangiare un proprio simile, c’è qualcosa di più scabroso, quasi inconcepibile? Eppure, nella storia umana lo si è sempre fatto, un po’ per finalità rituali, alcune volte per necessità, altre per perversione criminale. Ma poi, ci domandiamo quasi per scherzare, quanto è nutriente la carne umana? Infine, c’è un cannibalismo positivo: quello delle cellule del nostro corpo, che si nutrono di se stesse, dei propri scarti, producendo effetti positivi sulla nostra salute.

Guerre alimentari

Forse non ce ne rendiamo conto, ma tutto quello che ogni giorno troviamo nel nostro piatto è legato strettamente agli avvenimenti che accadono nel mondo. Ogni cosa che mangiamo ha fatto un più o meno lungo percorso, il più delle volte ha passato delle frontiere, è stata venduta e comprata, ha arricchito o impoverito qualcuno. E l’Italia, la patria del buon cibo, in questo confronto geopolitico mondiale che ruolo ha?

Cibo tra riti e miti

Mangiare è un evento così importante per la vita che non serve solo… per alimentarsi! Da sempre, l’atto del mangiare si è caricato di significati storici, simbolici, religiosi. Cosa si mangia, ma anche come si mangia, varia in base al luogo dove ci si trova e alle sue tradizioni. Ma anche ai tempi: nuove conoscenze ma anche nuove sensibilità ci consigliano di evitare quello che era addirittura consigliato mangiare fino a pochi anni fa.

Il mondo nel piatto

Ogni cucina è meticcia, la maggior parte degli ingredienti viene da lontano. Stranieri che ci mettiamo nel piatto. Per averli, fino a non molto tempo fa, si combattevano guerre, si traversavano gli oceani. L’incontro tra il vecchio e il nuovo mondo fu l’occasione per una delle più straordinarie operazioni di scambio nella storia dell’alimentazione umana. Assieme al pomodoro arrivarono in Europa il mais, il fagiolo, l’arachide, la patata e poi il cacao, la vaniglia, oltre al tabacco. Sul continente americano sbarcarono riso, frumento, orzo, vite e olivo, caffè e canna da zucchero. Ma allora il famoso chilometro 0 è mai esistito?

La salute nel frigorifero

Prevenzione, la parola magica! Per curare una malattia c’è solo la medicina ma, oramai è stato dimostrato, per prevenirla una alimentazione sana può aiutare. Quindi tante fibre, legumi, verdura, frutta, poca carne, soprattutto quella rossa, del buon olio d’oliva. Tutto questo cosa ci ricorda? La nostra cara vecchia dieta mediterranea, che può proteggerci dalle principali malattie croniche e infiammatorie. Se poi, in conclusione di un pasto, ci mangiamo anche un pezzetto di cioccolato…ancora meglio!

Calorie: nemiche amiche

Tutto dipende dalle calorie, per vivere ne servono una certa quantità, ma senza esagerare. Il rischio obesità è sempre più frequente, almeno nelle nostre ricche società. Poi dipende anche da quali cibi mangiamo per ottenere l’energia che ci serve. Quindi? Mangiamo il giusto, evitiamo cibi spazzatura e magari facciamo un po’ di movimento. Facile a dirsi! Altrimenti, ci sono le diete. Ma attenti a quelle farlocche che fanno dimagrire più che il girovita… il portafogli!

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Conduttrice con master in politica

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NUNZIA DE GIROLAMO

Sorridente e tenace, ironica e curiosa. Al timone di “Ciao Maschio” per il terzo anno consecutivo si racconta al RadiocorriereTv: «Da maschiaccio tra i maschi riesco a instaurare un rapporto di complicità con i miei ospiti. Quando sono troppo caciaroni so come metterli in riga».  Il sabato in seconda serata su Rai 1

È partita la terza edizione di “Ciao Maschio”, soddisfatta?

Sono molto contenta della prima puntata. Penso che il trio di maschi Carlo Conti, Lele Adani e Giovanni Esposito sia stato scoppiettante, sono tre personalità completamente diverse. Questo mio ingresso in un club di soli uomini, che è il mio studio, lo trovo un fatto nuovo ed entusiasmante per il racconto che stiamo facendo dell’universo maschile.

All’inizio di questa avventura immaginava che il programma  sarebbe andato così bene?

No, avevo i fucili spianati contro, per cui la paura di un flop era dietro l’angolo. Ma oggi ci sorrido perché penso che il sacrificio, il lavoro, l’impegno, l’aver cresciuto “Ciao Maschio” dopo averlo scritto, veramente come un figlio, mi ha dato la soddisfazione di arrivare alla terza edizione. Continuare a intervistare maschi, divertire le donne e stringere anche amicizia con persone che prima non conoscevo, è per me un arricchimento da tutti i punti di vista, umano e professionale.

Come sceglie i suoi maschi?

È il lavoro più impegnativo che facciamo tutti i giorni in redazione. Facciamo una grandissima ricerca, ci stiamo sforzando di fare anche un percorso generazionale. Vogliamo mettere tre maschi di età diverse a confronto, per capire come il maschio sia cambiato nel tempo. La ricerca è complessa perché bisogna trovare personalità differenti, professioni diverse. Al tempo stesso cerchiamo personaggi non troppo timidi, parlanti e che possano incuriosire.

Che cosa le ha insegnato il programma dell’universo maschile?

Una cosa meravigliosa che in parte già conoscevo ma ne ho avuto la conferma, ossia che i maschi hanno la capacità di fare squadra, di stare insieme, di fare sistema, cosa che noi donne dobbiamo ancora imparare. E poi ho appreso, con tanto stupore, che non sanno di avere difetti. Quando chiedo a ognuno di loro, nell’ingaggio, di definirsi con tre aggettivi, questi sono sempre positivi. A quel punto chiedo ai miei ospiti di definirsi anche con un aggettivo negativo e il massimo che mi è stato detto è “diplomatico”.

Due edizioni alle spalle, una in corso, c’è stato un ospite che le ha fatto per così dire perdere la pazienza, o che ci è andato vicino?

No, sono stati quasi 90 maschi perfetti. Essendo un maschiaccio tra i maschi riesco a instaurare un rapporto di complicità. Mi hanno fatto innervosire qualche volta quando facevano troppo spogliatoio e facevano casino (sorride).

C’è stato un ospite che l’ha fatta particolarmente divertire?

Tanti. Innanzitutto, penso che la presenza di un comico nella puntata sia sempre vincente, perché regala il sorriso, dà spensieratezza. Penso a Paolantoni, a Salemme, a Esposito, ma penso anche a non comici che fanno ridere per la loro simpatia, come Clementino e Gigi D’Alessio.

Quando si accorge che con un ospite non si crea la giusta sintonia, oltre alla professionalità, come si comporta?

È facile. Sono una donna, quindi lo seduco (sorride).

Molti la definiscono una donna forte, è così?

Nella mia intimità, quando sono sola con me stessa, piango anche di piccole cose, mi emoziono anche di fronte a vicende di quotidianità che leggo, che approfondisco, che osservo. Ci sono tante cose che mi commuovono. Sono forte, ma sono una forte sensibile.

Un punto debole ce l’ha?

Mia figlia Gea. Sono prima di tutto una mamma che vuole proteggere a tutti i costi sua figlia, un grande sforzo quotidiano.

Per cosa è disposta a battersi?

Odio le ingiustizie, le violenze, qualsiasi esse siano o in qualsiasi forma si manifestino. Non riesco mai a girare la testa dall’altra parte, sono capace di finire in un burrone per difendere chi subisce un’ingiustizia.

Chi è oggi Nunzia De Girolamo?

Una conduttrice con master in politica.

Cosa significa avere una passione?

La passione è il motore, è ciò che ti alimenta quotidianamente. Ti fa superare la stanchezza, l’avvilimento di alcuni momenti, il buio che può sorgere nella vita. Mi alimento di passione, dalla vita personale a quella professionale. Se non avessi passione sarei un’ameba.

Quali sono, suoi cari a parte, le sue più grandi passioni?

In assoluto amo moltissimo viaggiare. Sono una persona molto curiosa e mi piace vedere il mondo, scoprirlo in tutte le sue forme, nei gusti, nelle abitudini. Mi piace leggere, vedere mostre di arte contemporanea, alle quali vado anche con mia figlia. E poi amo il mare, fare le immersioni e andare sott’acqua.

Future mete di viaggio?

Innanzitutto il Giappone, per vedere una cultura così lontana dalla nostra, e poi il Sudafrica.

Con i programmi di parola ha dimostrato di saperci fare, pur non dimenticando l’esperienza a “Ballando con le stelle” e  le incursioni a “Stasera tutto è possibile”, ci sono altri generi televisivi che vorrebbe esplorare da conduttrice?

Mi piacerebbe occuparmi d’attualità, con un programma po’ più vicino al mio mondo d’origine. E poi, un giorno, vorrei avvicinarmi all’intrattenimento, con una trasmissione su modello dei “Soliti Ignoti”.

Tra un paio di settimane ci sarà Sanremo… che rapporto ha con il Festival?

È un evento che mette intorno al tavolo tutta la famiglia. Se ne parla con mio marito, mia figlia, con i figli di mio marito che sono più grandicelli. È un momento di confronto sulle nuove mode, sui nuovi personaggi che salgono sul palco dell’Ariston. E poi mi incuriosiscono sempre le entrate in scena delle figure femminili, quest’anno guarderò particolarmente Chiara Ferragni, per conoscerla oltre i social, e Francesca Fagnani, un’amica. Non vedo l’ora di vederle scendere dalle scale.

Un pronostico sul vincitore?

Ho fatto Fantasanremo, mi sono iscritta (sorride). I tifi son tanti, Marco Mengoni,  Articolo 31, Paola e Chiara, Giorgia. Voglio ascoltarle, poi deciderò.

Quando si rivede in video le capita di essere critica?

Sempre. Sono molto esigente con me stessa e in qualsiasi occasione trovo qualcosa che non va, vuoi l’estetica, vuoi il contenuto…

… le capita anche di farsi una carezza?

Qualche volta, se proprio sono giù di morale. Ma la maggior parte delle volte ci pensa Gea, che quando esco per impegni o vado a lavorare mi lascia la letterina notturna sulla quale scrive: “Mamma, sei la più brava e la più bella del mondo e sei bravissima anche come conduttrice” (sorride).

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Il piacere di saperne di più

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GIOVANNI MINOLI

Con “Mixer – Vent’anni di televisione” il giornalista rilegge i grandi temi della storia italiana e internazionale di fine Novecento, raccontati dal 1980 al 1998 dal programma cult della Rai. Il giovedì in seconda serata su Rai 3 

ROMA 10 GENNAIO 2023 PRESENTAZIONE DI “MIXER” IN ONDA SU RAITRE DAL 12 GENNAIO IN SECONDA SERATA. NELLA FOTO GIANNI MINOLI

Possiamo dividere l’informazione Tv tra prima e dopo “Mixer”. Cosa le fece capire, nel 1980, che era il momento di osare?

Non di osare, era cambiato il mondo e noi l’abbiamo interpretato. Erano nati il telecomando e le televisioni private, quindi i programmi culturali della Rai, se volevano sopravvivere, dovevano per forza reinventarsi in un altro modo. Noi lo abbiamo fatto, cogliendo la palla al balzo. Abbiamo incorporato il telecomando dentro la scaletta della trasmissione, cambiando soggetto ogni venti minuti. Per di più abbiamo fatto un uso molto spinto e molto avanzato della tecnologia.

Da subito il programma ebbe grande consenso di pubblico, gli addetti ai lavori e i critici come lo accolsero?

Venne visto come una cosa assolutamente nuova, che ribaltava tutti gli stereotipi delle riprese televisive. Il faccia a faccia, fatto in quel modo, era qualcosa di rivoluzionario. Rimasero tutti molto sorpresi, colpiti.

Ha intervistato centinaia di protagonisti della vita pubblica italiana e internazionale, quali incontri ricorda con più affetto e interesse?

Li ricordo tutti con enorme affetto, ognuno ha una sua storia particolare.

Lei è un giornalista che non le ha mai mandate a dire…

No…

… ci fu qualcuno che le fece perdere le staffe?

A me no, forse io le ho fatte perdere a qualcuno. Sono sempre rimasto lucido e presente a me stesso.

Come costruisce un’intervista?

Studiando moltissimo il personaggio e costruendo una sorta di sceneggiatura, psicologica e razionale, dove si alternano momenti diversi che cambiano rapidamente.

C’è una domanda che non farebbe mai a un suo intervistato?

No, ho sempre fatto tutte le domande che mi venivano in mente. Se non ne ho fatta qualcuna era perché non mi è venuta in mente.

Come si pone di fronte a chi le sta spudoratamente mentendo?

Con la domanda successiva, sbugiardandolo. 

Le è capitato spesso?

Mi è capitato.

Se avesse la possibilità di intervistare Putin e Zelensky, cosa chiederebbe all’uno e all’altro?

Mi lasci studiare bene, poi glielo dirò.

Com’è cambiato, se è cambiato, negli anni, il modo di intervistare dei giornalisti nei programmi di approfondimento?

Ho l’impressione che i giornalisti, prevalentemente, invece di intervistare, porgano il microfono. Il lavoro lo fanno gli uffici stampa, che concordano più o meno quasi tutto prima.

Vede una Tv troppo concordata?

Molto concordata.

Cosa le fece capire che “Mixer” stava cambiando per davvero la narrazione televisiva?

Il fatto che vedevo che tutti cercavano di fare qualcosa di simile.

Negli ultimi anni ha scelto la radio, ora torna anche in televisione. Qual è la casa in cui le piace di più raccontare?

Tutte e due le case. La radio ha il vantaggio di essere più sexy della televisione perché eccita maggiormente la fantasia, uno deve immaginare, si fa il suo film. Poi oggi la televisione è diventata radio nel novanta per cento dei casi, sempre la stessa, sempre più “chiacchierata”. Se è per chiacchierare, dato che la differenza tra radio e televisione dovrebbe essere data dalle immagini, tanto vale fare la radio che costa meno ed è più veloce.

Come vede il futuro dell’approfondimento televisivo?

Dipende da chi lo farà.

Cosa augura a Giovanni Minoli?

Di morire lavorando.

E ai telespettatori italiani?

Di essere trattati come cittadini e non solo come consumatori.

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