CRISTIANA CAPOTONDI

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Il cammino delle donne

Il RadiocorriereTv intervista Cristiana Capotondi, protagonista di “Bella da Morire”, la domenica su Rai1 in prima serata

Donna e poliziotto, Cristiana ci racconta la sua esperienza “in divisa”?

Non ho avuto molte occasioni per indossare la divisa sul set, ma Eva è sicuramente una donna con la pistola e con il tesserino da poliziotta a portata di mano. Qualcuno l’ha definita “non troppo professionale” ma, se è vero che prende tutto molto sul personale e non mette in campo quel distacco utile alle indagini, ha un pathos molto forte perché si occupa di femminicidio. Si intuisce che queste storie la toccano da dentro. In alcuni casi, muovendosi in maniera molto goffa, diretta e ideologica commette degli errori. La serie non è solo il racconto di un’indagine per scoprire chi ha ucciso Gioia, ma anche la storia di una ispettrice di polizia e della sua emancipazione dalle proprie fragilità, dalle rigidità ideologiche. Nella sua ricerca della verità Eva indaga anche all’interno di se stessa per scardinare dei punti che la fanno soffrire.   

Cosa c’è dietro il titolo “Bella da morire”?

È chiaramente una provocazione che prende spunto dalla storia di una ragazza che vuole diventare attrice, soubrette e durante il proprio percorso artistico viene uccisa. Anche se si scoprirà poi che le dinamiche che hanno condotto alla morte la donna non hanno niente a che fare con la sua aspirazione artistica, “Bella da morire” vuole richiamare l’attenzione sul concetto di corpo e di come la società ha considerato quello femminile fino ad oggi. In questo, per esempio, ci vengono in aiuto le calciatrici che raccontano l’utilizzo del proprio corpo senza il “ricorso” alla seduzione, ma per il gioco e il piacere del gioco.

Come ha costruito il suo personaggio? Cosa troviamo di lei in Eva?

Condivido con Eva quella severità interiore di punto di pretesa nei confronti di se stessi, la determinazione, la capacità di cambiare quando capisco di aver sbagliato. Mi allontana da lei il suo essere troppo maschile, “ossessivo” nelle azioni, e soprattutto quell’aggressività nel rapporto con i compagni di lavoro. In un mondo prevalentemente maschile anche Eva si comporta da maschio, una dimensione che le donne dovrebbero imparare a cambiare. Il valore di una donna in un posto di lavoro oggi è proprio la sua femminilità.

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ANTONIO LIGABUE

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Volevo nascondermi

L’arte, la sua voce

Nelle sale il film che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei più importanti artisti del ’900. Diretto da Giorgio Diritti ed interpretato da Elio Germano, il biopic, in concorso al 70° Festival del Cinema di Berlino, è prodotto da Rai Cinema e Palomar

E’ uscito delle sale italiane “Volevo Nascondermi”, il film diretto da Giorgio Diritti che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Il biopic, interpretato nel ruolo del protagonista da Elio Germano, è stato presentato in concorso al 70° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Sin da bambino Antonio Ligabue trova nella pittura il suo personale riscatto al senso di solitudine e di emarginazione. Figlio di un’emigrante italiana e di un padre ignoto, nasce a Zurigo nel 1899. Abbandonato in un orfanotrofio, viene dato in affidamento a un’anziana coppia del posto. Dopo aver trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, caratterizzate anche da ricoveri in istituti rieducativi e manicomi dove per altro gli viene riconosciuta una grande abilità nel disegno, è espulso dalla Svizzera “per i continui atteggiamenti turbolenti nei confronti della famiglia e della comunità”. Vive per anni in una capanna nei boschi lungo il fiume Po e proprio qui incontra lo scultore Renato Marino Mazzacurati.

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VOLEVO NASCONDERMI

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L’arte, la sua voce

Nelle sale il film che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei più importanti artisti del ’900. Diretto da Giorgio Diritti ed interpretato da Elio Germano, il biopic, in concorso al 70° Festival del Cinema di Berlino, è prodotto da Rai Cinema e Palomar

E’ uscito delle sale italiane “Volevo Nascondermi”, il film diretto da Giorgio Diritti che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Il biopic, interpretato nel ruolo del protagonista da Elio Germano, è stato presentato in concorso al 70° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Sin da bambino Antonio Ligabue trova nella pittura il suo personale riscatto al senso di solitudine e di emarginazione. Figlio di un’emigrante italiana e di un padre ignoto, nasce a Zurigo nel 1899. Abbandonato in un orfanotrofio, viene dato in affidamento a un’anziana coppia del posto. Dopo aver trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, caratterizzate anche da ricoveri in istituti rieducativi e manicomi dove per altro gli viene riconosciuta una grande abilità nel disegno, è espulso dalla Svizzera “per i continui atteggiamenti turbolenti nei confronti della famiglia e della comunità”. Vive per anni in una capanna nei boschi lungo il fiume Po e proprio qui incontra lo scultore Renato Marino Mazzacurati.

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FRANCESCO GABBANI

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Da Sanremo a Verona (o viceversa)

A distanza di tre anni da “Magellano” e reduce dal secondo posto al Festival, il cantautore toscano ha pubblicato “Viceversa” (BMG), quarto album da studio, un inno alla condivisione e all’abbandono dell’individualismo. “Ogni brano diventa l’occasione per mettersi in discussione e decifrare il proprio equilibrio all’interno della società – afferma – Chi sono io? Come mi vedono gli altri? Un’osservazione che prima è interiore, poi si rivolge verso la collettività. O viceversa”. L’8 ottobre Gabbani sarà protagonista di un concerto all’Arena di Verona

Secondo posto a Sanremo, prima del Festival sperava nel podio o è stata una sorpresa?

È stata una piacevole sorpresa, sono molto felice del risultato e dell’affetto ricevuto. Sono tornato con un brano più intimista e il fatto che sia stato recepito in questo modo e che tante persone mi abbiano votato e lo abbiano apprezzato, è per me un risultato molto bello. Non sapevo quale sarebbe stata la reazione della gente e invece “Viceversa” è stato accolto con grande entusiasmo e ciò mi dà molta gioia.

Al pubblico di Sanremo lei piace, le giurie e i telespettatori del Festival la premiano. Dove nasce questo feeling?

Io cerco sempre di essere sincero e di salire sul palco mostrandomi per quello che sono, in modo spontaneo, e penso sia questo che arrivi alle persone. 

Ha affermato che il brano “Viceversa” è anche una strada per capire qualcosa di sé. Chi è Francesco oggi?

Questo album è frutto di un percorso mio personale. Dopo il successo del 2017 ho capito che per me era importante continuare il mio percorso di analisi personale che si è declinata nelle canzoni dell’album. Una ricerca nel tentativo di interpretare il rapporto tra l’individuo e la collettività, tra chi sono e come mi vedono gli altri.

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ALESSIO PRATICO’

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Faccio ruoli da cattivo, ma amo la commedia

L’attore calabrese interpreta il mafioso Enzo Brusca ne “Il cacciatore”, la cui seconda stagione è in onda il mercoledì in prima serata su Rai2. “Non ho fretta di bruciare le tappe – afferma – certo, mi piacerebbe un giorno avere un ruolo da protagonista per fare uscire il lato divertente che c’è in me”

Da “Lo spietato” al cinema a “Il cacciatore” in televisione, nel ruolo del cattivo lei funziona molto bene…

Questo mi fa piacere, significa che la ricerca funziona. Non ho i lineamenti da cattivo, sono forse il bravo ragazzo della porta accanto, quindi si lavora per contrasto. È giusto che approfondisca l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, il contrasto enfatizza ancora di più il personaggio negativo. Per mia natura, e per ciò che ho fatto a teatro, mi sento più vicino alla linea della commedia, è comunque molto interessante il confronto con registri diversi di recitazione. Ne “Lo spietato”, una sorta di gangster comedy, ho interpretato il personaggio Slim con grande autoironia, gli ho dato una forma quasi grottesca.

Come si è avvicinato al personaggio di Enzo Brusca?

Abbiamo fatto uno studio legato ai fatti, agli accadimenti, alle testimonianze del processo. L’impianto della serie è reale, si basa su fatti accaduti, raccontati anche dal libro di Alfonso Sabella, e poi c’è una parte romanzata. Nella prima stagione abbiamo lavorato su un Enzo Brusca che si sente sottovalutato dal fratello, un giovane uomo che si trova dentro a una gabbia che lo opprime.

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Diodato

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Sono affamato di vita

Il RadiocorriereTv intervista il cantautore vincitore del 70esimo Festival di Sanremo con il brano “Fai rumore”, contenuto nell’album “Che vita meravigliosa” (Carosello Records) uscito il 14 febbraio: “Sono riuscito a raccontare la mia intimità, a condurre nel profondo della mia anima chiunque mi ascoltasse”

foto di Giuseppe Gradella

La sua esibizione ha fatto un bel rumore sul palco dell’Ariston, soddisfatto?

Non mi aspettavo tutto questo rumore, eppure non potrei essere più felice. Devo ammettere che mi sono sentito accolto con un grande calore fin dal primo giorno, ancora prima di salire sul palco dell’Ariston. Ricevere, poi, tutti questi premi e questo apprezzamento mi riempie il cuore di gioia. Ho partecipato al Festival senza grandi aspettative, ciò che mi interessava era portare il mio vissuto, comunicare la mia interiorità nella maniera più autentica e sincera possibile. E forse è stato proprio questo ad avermi premiato: credo che quando ci si mette totalmente a nudo ci si connette umanamente con l’altro.

Cosa succede nella vita di un cantautore che vince Sanremo?

Il palco di Sanremo è un grandissimo amplificatore, partecipare, e ancor di più vincerlo, sicuramente influisce sulla quotidianità. Ed è giusto godersi tutti i cambiamenti in atto, le gioie, il successo, ma è importante, allo stesso tempo, rimanere se stessi. 

Lei non è nuovo al Festival. Cosa le ha consentito, questa volta, di conquistare pubblico e critica?

Esattamente è stata la mia terza volta sul palco dell’Ariston. Come ho già detto nell’arco della mia carriera ho sempre ottenuto ciò che meritavo. In passato mi esponevo fino a un certo punto e ancora non ero riuscito ad abbattere quel “muro dell’incomunicabilità” e a colmare quei vuoti che mi divoravano lo stomaco. Se oggi, anche grazie a Sanremo, la gente si è avvicinata a me, è perché io stesso glielo ho permesso. Sono riuscito a raccontare la mia intimità, a condurre nel profondo della mia anima chiunque mi ascoltasse. Se riesci ad essere sincero con te stesso probabilmente quella emotività arriva anche a chi ti ascolta.

Da Aosta a Taranto passando per la Svezia. Quanto la sua vita ha contaminato e contamina la sua musica?

Credo che ogni minima esperienza, ogni persona che incontriamo, ogni luogo in cui andiamo, ogni viaggio lasci una traccia dentro di noi, talvolta anche in maniera inconscia per poi ripresentarsi inaspettatamente. E tutti questi vissuti si mescolano tra di loro e forgiano la tua identità. Taranto, che è quella che sento più casa mia, mi ha sicuramente dato una grande spinta a fare rumore e allo stesso tempo a stimolare gli altri a farlo. Il brano che ho portato a Sanremo è anche una dedica a Taranto e alla situazione insostenibile che sta vivendo, per aiutarla a farsi sentire, a fare rumore.

Il suo brano è un invito a fermarsi a riflettere, a essere se stessi. Come e quando ha raggiunto questo obiettivo?

Non credo ci sia un momento particolare in cui ho capito di averlo raggiunto, piuttosto credo che questa consapevolezza si sia affermata progressivamente nel corso della mia carriera artistica, anche dopo numerose delusioni e sofferenze. Sono soprattutto queste che ci permettono di fermarci a riflettere sugli errori, su quello che è stato per affrontare al meglio quello che sarà. Oggi, e ancora di più grazie a Sanremo, credo di avere acquistato quella maturità necessaria a capire che anche dai dolori possono nascere grandi cose. Il mio album “Che Vita Meravigliosa” si chiama così non perché la vita è tutta rose e fiori, ma è meravigliosa proprio per i suoi saliscendi, per i suoi continui cambi di direzione e le belle opportunità che nascono proprio dagli stessi errori.

Continua a leggere sul RadiocorriereTV N. 7 a pg. 14

Il Cacciatore – Serie Tv

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Torna il Cacciatore

Da mercoledì 19 febbraio su Rai 2 quattro prime serate per proseguire il racconto liberamente ispirato dal libro autobiografico“Cacciatore di mafiosi” scritto dal magistrato Alfonso Sabella.

Torna su Rai 2, da mercoledì 19 febbraio, una delle serie più potenti e innovative: il Cacciatore. Quattro prime serate, liberamente tratte dal libro “Cacciatore di mafiosi” scritto da Alfonso Sabella, già sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo, che partendo da fatti veri, ripercorrono gli anni cruciali della lotta dello Stato contro mafia. Francesco Montanari interpreta Saverio Barone, entrato a far parte dell’antimafia di Palermo nel 1993, lo stesso giorno in cui il dodicenne Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, viene rapito dai Corleonesi. E’ un personaggio animato da un grande desiderio di giustizia, ma anche estremamente ambizioso e motivato dalla volontà  di liberare quel bambino, simbolo della ferocia che caratterizza Cosa Nostra, e di farla pagare ai boss. La seconda stagione, che riprende esattamente da dove si era interrotta la prima, racconta la sfida tra Barone e il boss Giovanni Brusca, capo mafioso responsabile del rapimento e della segregazione del piccolo Di Matteo. Cacciatori e prede si fronteggiano in uno scontro spietato, durante il quale vengono messe in evidenza le vite degli uomini che, nel bene e nel male, hanno scritto una pagina indimenticabile della storia italiana. Da una parte gli uomini di giustizia, costretti a vivere all’ombra del pericolo, mentre cercano di preservare un barlume di umanità e proteggere le persone che amano. Dall’altra i boss, le belve in fuga, ferite ma capaci di rispondere alle minacce con una violenza implacabile.  Altro aspetto fondamentale di questa seconda stagione è l’evoluzione che la mafia sta vivendo in quegli anni: a quella corleonese guidata da Brusca, lo “Scannacristiani”, si contrappone quella della “sommersione”. Anche Bernardo Provenzano è nato a Corleone, ma vuole una mafia diversa, che non spara più, che non fa rumore, che non combatte lo Stato con le bombe, ma che si rende invisibile e silenziosa e si annida anche nelle Istituzioni. E’ la nuova “mafia dei colletti bianchi” che punta a prendersi tutto e di fronte alla quale anche la lotta dello Stato deve cambiare ed adattarsi. “La Sicilia – spiega il regista Davide Marengo – diventa una terra di frontiera contesa tra forze contrastanti, dove personaggi crepuscolari si affrontano consci che solo chi è in grado di adattarsi ai cambiamenti del tempo resterà in piedi, mentre gli altri verranno catturati o cadranno in battaglia”. “Il Cacciatore è uno dei prodotti – ha sottolineato Eleonora Andreatta, direttore di Rai Fiction – più ambiziosi e di altissima qualità che sono stato realizzati.

Continua a leggere sul RadiocorriereTV N. 7 a pg. 8

Leo Gassman

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Sono me stesso e sono felice

Il RadiocorriereTv incontra il vincitore delle Nuove Proposte della 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana. Il giovane cantautore romano ha conquistato il pubblico con il brano “Vai bene così”: “Dobbiamo imparare che la sconfitta non è cadere, chiedere scusa e ripartire, ma l’ossessione della vittoria”

Leo, chiuda gli occhi un istante e riviva gli ultimi mesi…

È stata un’esperienza incredibile, tutto inaspettato. Ho dato il massimo in ogni esibizione e non avrei mai creduto di arrivare in finale, tantomeno di vincere. Mi sono divertito, non sono una persona competitiva, ho semplicemente portato il mio messaggio molto sincero. Forse, alla fine, è stato proprio questo a essere premiato. La canzone “Vai bene così” l’avevo scritta in un momento particolare, nel quale avevo bisogno di sentirmi dire quelle parole, poi ho pensato di condividerle con altre persone. Dobbiamo imparare che la sconfitta non è cadere, chiedere scusa e ripartire, ma l’ossessione della vittoria

Sanremo giovani, le selezioni, l’amicizia con i suoi compagni d’avventura. Cosa le ha lasciato questo percorso?

Sicuramente mi ha regalato autostima e fiducia in ciò che faccio, mi ha dato molta motivazione, facendomi capire che il duro lavoro e la sincerità premiano. Sono felice di avere fatto questo percorso con Matteo Costanzo, un grande amico con il quale scriviamo la musica, una persona sincera come me, anche lui aveva bisogno di rivalsa. Sono onorato anche del lavoro di tutto il mio team.

Musicalmente a chi si ispira?

Ammiro moltissimo il cantautorato italiano, apprezzo chiunque scriva nella nostra splendida lingua e riesca a comunicare emozioni. Le parole italiane sono molto più difficili da incastrare nella musica in modo originale, è una lingua complessa. Mi appassionano poi le sonorità inglesi e americane. Nei miei brani c’è anche quel suono più internazionale.

Ci sono artisti che sente più vicini?

In Italia Brunori Sas, Jovanotti, tra gli storici Lucio Dalla, Ivano Fossati, Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, Vasco Rossi, sono tutti artisti dei quali mi sono sempre nutrito. I loro testi rimangono nella storia della canzone, sono impegnati, il loro è un linguaggio ricercato che viene sempre dal cuore. In campo internazionale penso agli Oasis, ai Coldplay, agli Imagine Dragons, Ben Howard, ci sono artisti che sono incredibili. Penso che la qualità della musica sia elemento essenziale. Mi piacerebbe essere ricordato, un giorno, come un artista che fa buona musica, che sa quello che fa.

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Don Matteo

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Frassica e Cecchini: due facce dello stesso Nino

L’attore siciliano, nel cast sin dalla prima stagione, si racconta al RadiocorriereTv: “La serie mescola il nero, il rosa, la commedia, il giallo, è un cocktail per tutta la famiglia, senza violenza, un prodotto pulito e sincero”

Frassica, vent’anni di Don Matteo, quando iniziò questa avventura pensava che avrebbe avuto tanto successo?

Assolutamente no. La serie era già pronta da un anno e non si sapeva quando sarebbe andata in onda, cosa che di solito succede quando c’è qualche indecisione. Una volta trasmessa ha spaccato, è stata subito un successo.

Come si è evoluto il suo personaggio nel corso degli anni?

È cresciuto insieme a me. Prima era più arzillo, poi pian piano le figlie sono diventate grandi, si sono sposate, quindi è diventato nonno, poi vedovo. La sua è la vita di un uomo comune, Nino Cecchini è un uomo di oggi con tutti i pregi e i difetti. È un uomo di provincia, è caldo, sa stare in mezzo alla gente, è molto sociale.

Lei, Nino, cosa si porta dietro della sua provincia?

Penso di portarmi tutto. La provincia la conosco, così come conosco i miei paesani. A volte, anche non accorgendomene, imito qualcuno, qualche atteggiamento di persone del mio paese. Immagazzino tutto quello che vedo, lo teatralizzo, prima o poi esce in una battuta.

Quanto si assomigliano Nino Cecchini e Nino Frassica?

Sono stato io a farlo assomigliare a me, in modo che fosse più facile recitarlo. Ho fatto sì che si comporti come mi comporto io.

Dopo tanti anni come vive il set di “Don Matteo”?

È come andare a scuola. Si lavora per mesi e poi ci sono le vacanze che ti consentono di fare altro, passa un po’ di tempo e ci si ritrova per la nuova stagione. È stancante ma piacevole, quella è la mia classe, con il capoclasse e i maestri.

Continua a leggere sul RadiocorriereTV N. 7 a pg. 22

Alfonso Celotto

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Solo il Web ci salverà

Da garanzia di legalità a fardello insostenibile per il nostro Paese. Nel libro “È nato prima l’uomo o la carta bollata?”, edito da Rai Libri e in vendita dal 20 febbraio, l’autore racconta “storie incredibili (ma vere) di una Repubblica fondata sulla burocrazia”

Professor Celotto, è nato prima l’uomo o la burocrazia?

Lei mi fa una domanda facilissima, è ovvio che nel Paradiso terrestre ad Adamo ed Eva fu chiesto il codice fiscale e quando non lo esibirono in tempo furono cacciati. La burocrazia è sempre con noi, fin dalla nascita.

Così ha pensato di dedicarle un libro…

Come testimonianza civica, siamo tutti atterriti e perseguitati dalla burocrazia. Cerco di raccontarla, di farla conoscere, anche storicamente, capendo com’è nata e come si è sviluppata.

Un termine che ha una connotazione sempre più spesso negativa…

Inizialmente era un termine positivo, il suo significato è “potere degli uffici”, dall’etimologia mista francese e greca (bureau-kratos) e dava l’idea di un sistema automatico, oggettivo, uguale per tutti. Perché prima della burocrazia c’era il re, che era sovrano assoluto.

Le troppe regole, anche se giuste, quanto bloccano lo Stato?

Tantissimo, come raccontiamo nel libro, abbiamo troppe leggi, oltre 200 mila, e troppi enti, più di 10 mila…

Quali sono gli enti inutili di cui si parla nel libro?

C’è una legge del 1956 che cercò di eliminare gli enti inutili, enti del tutto superati, come l’Ente per la Gestione e Liquidazione Immobiliare, nato con le Leggi Razziali del 1938, e però anche l’ente per l’abolizione degli enti inutili, venne abolito ancor prima di riuscire ad abolire tutti gli enti. È difficilissimo riuscire a chiudere un ufficio, spostare il personale, chiudere tutte le cause. Quello che cerco di raccontare e di dimostrare è che il problema burocratico è un problema antico.

Continua a leggere sul RadiocorriereTV N. 7 a pg. 30