Un giallo psicologico nel quale la ricerca della verità si incrocia con le storie delle protagoniste, rappresentative di un universo femminile contemporaneo. Dal 28 febbraio su Rai 1 tre prime serate all’insegna del mistero
La scomparsa di una ragazzina, Leila, e del
suo patrigno Gregorio, è il mistero attorno al quale si sviluppa “Sei Donne
– Il mistero di Leila”, serie creata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta,
diretta da Vincenzo Marra (Tornando a casa, L’ora di punta, L’equilibrio),
al suo debutto nella serialità. Un giallo psicologico in tre puntate nel quale
la ricerca della verità si incrocia con le storie di sei donne di oggi – Anna,
Michela, Alessia, Viola, Aysha, Leila– ciascuna con un proprio vissuto
e con i propri segreti, rappresentative di un universo femminile contemporaneo,
tra determinazione e fragilità, amore e odio, costrizioni e libertà.
Un mistery avvincente che indaga la
psicologia di personaggi complessi e sfaccettati, con particolare attenzione al
tema del riscatto femminile, già sperimentato in acclamate serie Rai come “Un’altra
vita”, “Sorelle”, “Mentre ero via”.
Un titolo innovativo e corale che unisce un cast
di grandi nomi a un approccio produttivo e narrativo autoriale. Protagonista
Maya Sansa, nel ruolo del Pubblico Ministero di Taranto Anna Conti, stimata e
autorevole professionista con un problema di alcolismo, riaffiorato dopo la
fine del suo matrimonio, che la rende dura nei rapporti interpersonali,
soprattutto con il nuovo ispettore Emanuele(Alessio Vassallo), appena
arrivato in Procura. Trovando nella sparizione di Leila (Silvia Pacente) delle
analogie con il suo passato, Anna si butta senza tregua nella risoluzione del
caso, inizialmente sottovalutato dalla Procura come un semplice allontanamento
volontario, ma sul quale sembrano aleggiare bugie, incongruenze e testimonianze
poco convincenti. Intorno al “mistero di Leila” ruotano le altre donne della
serie: Michela (Ivana Lotito), la zia materna, chirurgo ortopedico, Alessia
(Denise Tantucci), l’allenatrice di atletica, Aysha (Cristina Parku), la
migliore amica di Leila e Viola (Isabella Ferrari), la vicina di casa.
Arricchiscono il cast Maurizio Lastrico nel ruolo di Gregorio, il patrigno di
Leila, Pier Giorgio Bellocchio nei panni di Roberto, l’ex marito di
Anna, e Gianfelice Imparato, che interpreta il Procuratore capo Marcello
Trifoni, molto vicino ad Anna, con lei duro e protettivo allo stesso tempo.
Nulla è scontato e prevedibile in questo
intreccio noir che si dipana, puntata dopo puntata, offrendo allo spettatore
indizi, conferme, confessioni, inaspettati risvolti e giochi di ruolo capaci di
condurlo, senza rassicurazioni né retorica, alla verità.
Realizzata con il contributo di Apulia Film
Fund della Fondazione Apulia Film Commission, la serie restituisce la
fotografia di una Taranto inedita e contemporanea, a fare da cornice a un
racconto corale dove le storie dei protagonisti si intrecciano con un tessuto
territoriale lontano da stereotipi.
Una serie che spazia tra toni e generi diversi, presentando al pubblico una storia dai molti sapori. Non un semplice poliziesco, ma un “romanzo” in cui all’esaltazione della forza si preferisce l’indagine sulle fragilità umane. La domenica in prima serata su Rai 1 e in streaming su RaiPlay. Il RadiocorriereTv ha incontrato i protagonisti
Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo.
Nella foto Francesco Arca, Laura Adriani e Mario Di Leva.
Foto di Gianni Fiorito
Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film.
E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito.
Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo.
in the picture Francesco Arca, Laura Adriani and Mario Di Leva.
Photo by Gianni Fiorito
This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film.
The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.
FRANCESCO ARCA
La firma di De Giovanni in una serie
che il pubblico ha già dimostrato di amare molto…
La scrittura di un autore così
importante come Maurizio De Giovanni e lo sviluppo della sceneggiatura di
Donatella Diamanti hanno permesso a noi attori di entrare immediatamente dentro
i personaggi. Erano scritti in maniera sapiente, noi abbiamo solamente lavorato
sulla profondità e sulle loro fragilità.
Parliamo di questa Napoli notturna…
Una notte che non diventa buio
perché, anche durante le riprese, abbiamo incontrato allegria, energia, ma
soprattutto solidarietà. Tantissimi sono stati gli incontri con persone che, come
angeli, si muovono nel silenzio per regalare ad altri un po’ di conforto.
Il piccolo e il grande schermo ci
hanno abituati a vedere personaggi che esaltano la forza. In “Resta con me” si punta
il faro sulla fragilità umana
Il pubblico ha incontrato Alessandro nel
momento più bello della sua vita, sia dal punto di vista professionale sia
familiare. L’evento drammatico che cambia la rotta della sua vita, di cui in
qualche modo è responsabile, produce ulteriori situazioni drammatiche che lo costringono
a prove sempre più dure. È qui che deve inevitabilmente fare i conti con le sue
debolezze e contraddizioni. L’ingresso di Diego nella storia però è una scossa
per i protagonisti, costretti a relazionarsi con le loro emozioni più profonde.
Gli inciampi della vita costringono
l’uomo a continue ripartenze. In che modo accade ai protagonisti di questa
storia?
La vita mette sempre davanti a nuove sfide
che, per sopravvivere, devono essere affrontate. Da tutto questo ne puoi uscire
bene o a pezzi, come accade ad Alessandro e Adriana. Il loro rapporto viene
messo su un banco di prova interessante, la loro storia è un’altalena
emozionale che li porta verso un profondo cambiamento.
Chi è alla fine Alessandro?
Me lo sto chiedendo tutt’ora, dopo
tutti i mesi in cui “siamo stati insieme”, e non avrei voluto lasciarlo andare.
Sono molto affezionato a lui, abbiamo cercato di lavorare su quelle fragilità
che anch’io avevo bisogno di tirare fuori. È stato bello, emozionante.
Cos’ha colpito il pubblico di questa
serie?
La lunghezza del racconto ha aiutato
ad andare in profondità dei personaggi, a sviscerare ogni aspetto, permettendo
allo spettatore di stabilire un legame. C’è una varietà bellissima di anime,
con colori e sfumature diversissime nelle quali ci si può immedesimare.
Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo.
Nella foto Francesco Arca e Laura Adriani.
Foto di Gianni Fiorito
Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film.
E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito.
Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo.
in the picture Francesco Arca and Laura Adriani.
Photo by Gianni Fiorito
This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film.
The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.
LAURA ADRIANI
Com’è stato l’incontro con la sua
Paola?
All’inizio semplice. Ricordo quando
ho cominciato a leggere la sceneggiatura durante il provino, è entrata dentro
di me facilmente, l’ho capita, sono subito entrata in empatia con lei. Poi,
come avete potuto seguire dalla storia, è stato tutto molto travagliato.
La scrittura di Maurizio De Giovanni
e la narrazione televisiva…
Gli scrittori sono le fondamenta di
tutto. Se hai una buona sceneggiatura, una bella storia, dei personaggi che
colpiscono per il mondo di cui si fanno portatori, come accade per ogni essere
umano, quando vedi un’opera così piena di personaggi sui quali non si è fatto
un lavoro approssimativo, ma si è voluto andare a fondo, allora si è già a metà
dell’opera. Questo è importante anche per noi attori che arriviamo con qualcosa
di ben definito. Se manca, siamo costretti a crearlo noi, facendo però il
lavoro di qualcun altro.
Come entra Napoli in questa storia?
Spero che si percepisca una città
familiare, una città che accoglie. Una Napoli che è casa, che può essere una
casa.
Quando nelle vite dei protagonisti
tutto si fa complesso, arriva un bambino…
Diego, come tutti i bambini, porta la
verità. Se li ascoltassimo un pochino di più saremmo tutti degli esseri umani
migliori.
Qual è il sentimento che vorrebbe
questa serie lasciasse allo spettatore?
Serenità, nonostante tutto quello che
in questa vicenda accade. La serenità di capire che, anche una disgrazia, può
portare a una liberazione, a una leggerezza. In me ha lasciato una gran voglia
di vivere e un forte desiderio di amore.
Mercoledì 22 febbraio 2023. È da poco passato mezzogiorno quando raggiungiamo al telefono il compagno d’avventura di Fiorello a “Viva Rai 2!”, programma rivelazione della stagione Tv. La sua voce è squillante, il tono è accogliente, nonostante la sua giornata sia iniziata molte, ma molte, ore prima
ROMA 7 DICEMBRE 2022 PUNTATA DI “VIVA RAI2” IN ONDA DAL LUNEDI AL VENERDI ALLE ORE 07 00 SU RAIDUE.
NELLA FOTO FABRIZIO BIGGIO – ROSARIO FIORELLO
Ciao Fabrizio, come stai?
Bene, un po’ assonnato, ma appena riattacco con
te vado a letto (sorride).
“Viva Rai 2!”, da una scommessa a un successo…
come stai vivendo questo momento della tua carriera?
Mi diverto e questa è una cosa preziosa.
Quando puoi fare il tuo lavoro divertendoti è un privilegio. Non è cosa
scontata. A “Viva Rai 2!” si è creato un clima di amicizia, di amici al bar,
perché tutto è nato al bar. Si ride in trasmissione, ma questo è soltanto la
punta dell’iceberg, perché continuiamo a divertirci e a scherzare per tutta la
mattinata mentre cerchiamo le idee per il giorno dopo. C’è davvero un bel clima.
Certo, se non fosse alle cinque del mattino sarebbe tutto perfetto… (sorride).
Che cosa stai scoprendo delle prime ore
dell’alba, anzi della fine della notte, che prima non sapevi?
Esco sempre alle 5.25 in punto dal residence
in cui vivo a Roma e a quell’ora c’è pochissima gente in giro. E così incontro
sempre le stesse persone, chi attraversa la strada sempre al solito incrocio,
la stessa ragazza che fa jogging, il furgone del pane di fronte alla panetteria
parcheggiato allo stesso modo. Sembra il giorno della marmotta che si ripete
sempre identico. Quando le persone in giro sono poche, le loro abitudini si
notano facilmente. E poi è bello che alle 8 del mattino abbiamo già fatto la
performance e abbiamo tutto il giorno davanti.
Le persone vi amano così tanto da sopportare
di essere svegliate presto… una bella dimostrazione d’affetto…
C’è tanta gente che ha cambiato le proprie
abitudini per vederci, che mette la sveglia alle 7.15 per stare con noi. Questo
ci fa un piacere enorme, oltre ai tanti che vengono in via Asiago tutte le
mattine e ci riempiono il cuore. Pensa se arrivassimo un giorno e trovassimo la
strada vuota. Voglio dire grazie a tutti quelli che passano a trovarci, ci
danno un sacco di energia.
Quando hai capito che la formula “2 + allegra
brigata” sarebbe stata quella giusta per uno show del mattino?
Già dal bar di Roma dove cominciammo a
novembre con “Aspettando Viva Rai 2!” su RaiPlay. Non c’è un momento esatto, è
stato tutto molto graduale. Rosario crea un clima molto bello in cui sono tutti
felici di essere lì, a partire da chi viene a pulire il glass box alle 5 del
mattino con il sorriso. Siamo come una grande famiglia, felici di essere dentro
questa grande avventura.
Come questo show ha cambiato la tua vita?
La mia vita è cambiata perché sono un
dormiglione, posso svegliarmi a mezzogiorno senza nessun senso di colpa. Non mi
sembra di sprecare la vita quando dormo. Inoltre, mi sono trasferito a Roma,
quindi la famiglia, i bambini, li vedo meno. Però è bello mancarsi e nel
week-end, quando ci ritroviamo, apprezziamo di più lo stare insieme. Ci sono
tante belle cose che sono venute fuori da
questo programma.
Ricordi il tuo primo incontro con Rosario?
Tre anni fa ero andato a trovare l’amica
Andrea Delogu in via Asiago mentre lui stava facendo “Viva RaiPlay!” nel glass.
Andrea, amica comune, ci presenta e si comincia a parlare. A un certo punto
Fiore mi chiede di seguirlo nel glass e mi fa sedere accanto a sé. Ci
conoscevamo da appena tre minuti ed eravamo in onda insieme. Ci siamo divertiti
e così mi ha chiesto di fare con lui anche le altre puntate. Lo scorso anno,
con “Viva Rai 2!”, mi ha richiamato.
Cosa ti ha insegnato Fiore?
Tante cose. È
un po’ come giocare a calcio. Tu sei un buon calciatore, poi capiti in squadra
con Maradona. Lo vedi giocare e dici… ma come fa! Un po’ di cose le osservi e
basta, e niente, le può fare solo lui. Io rubo, rubo, vedo il ritmo che Rosario
riesce a dare, i suoi tempi, il mestiere, la preparazione. Ho imparato che per
questo mestiere bisogna sempre prepararsi, perché è un mestiere e bisogna
onorarlo. Si va in onda essendo preparati, poi, sulla preparazione, nascono
l’improvvisazione e il cazzeggio. Si prova, si pensa, si studia, quando si è in
diretta c’è il risultato di tutto quell’impegno. La cosa bella è che in Tv passa
la leggerezza, come se fosse tutto semplice. Come quando vedi giocare Maradona
o Roberto Baggio (sorride).
Niente male il tutù o la tutina da ballo, come
sei arrivato a osare così tanto?
È colpa sua (Fiorello).
Un giorno ha detto di volermi vedere ballare nudo in strada con zero gradi,
questo per la goliardia che c’è tra di noi. E così, ospite di una puntata Elena
D’Amario, mi sono cimentato con lei. Ha funzionato, era divertente e da lì è
nata la gag che tutte le grandi ballerine vogliono danzare con me.
Nessun precedente
di Biggio-ballerino?
Le volte che ho
ballato in vita mia le puoi contare a “Viva Rai 2!”, perché sono solo quelle (sorride).
Tu di “Viva Rai 2!” sei anche autore, quanto
ci potrete ancora stupire?
Ci chiediamo ogni giorno, con tante puntate
ancora da fare, come potremo mantenere l’asticella così alta. E poi ci sono gli
ospiti, le ricorrenze. Chiacchierando, le cose vengono fuori. Anche noi ci stupiamo. Finché dura siamo
contenti.
Dall’altro lato del tavolo (e di Fiorello),
c’è il buon Mauro Casciari…
Mauro è una persona stupenda, meravigliosa. Fa
parte del buon umore, tante trovate sono le sue. Magari in onda è più
silenzioso, ma è indispensabile.
Alle vostre spalle si anima all’improvviso
Ruggero… cosa provi di fronte alla sua energia?
Gli chiedo spesso come faccia. Nelle puntate
notturne di “Viva Rai 2… Viva Sanremo!” eravamo tutti distrutti. Quando Rosario
andava in onda nei collegamenti con il Festival e faceva quello stanco, era una
gag fino a un certo punto, lui era veramente distrutto. L’unico sveglio, con
gli occhi aperti e pimpante, era Ruggero. A 83 anni è rinato, va in onda, firma
gli autografi, fa le foto. Ha un’energia invidiabile.
Andare a ruota libera, quali rischi si
corrono?
Con Rosario nessuno. Ti tiene sotto la sua ala
protettrice, finché c’è la sua intelligenza nel fare le cose, che è il suo
marchio, sei tranquillo. Se io o Casciari dovessimo dire una cosa sbagliata,
lui rimedierebbe in qualche modo.
Nel tuo cassetto dei sogni che cosa c’è
dentro?
Un mio film, che è già scritto e che mi piacerebbe
riuscire a realizzare. Chissà, intanto sta nel cassetto.
Fabrizio Biggio è un uomo felice?
Madonna! Felice perché la vita è difficile,
faticosa però sorprendente. Lasciarsi sorprendere è forse un po’ il segreto per
essere felici.
«Io e Pino? Come gemelli siamesi. Ma lui ha avuto maestri sbagliati». L’attore parla del suo personaggio e del successo ottenuto nella serie di Rai 2
Come ha vissuto il ritorno
a “Mare Fuori”?
Con grande entusiasmo e
spensieratezza, sapendo che “Mare Fuori” avrebbe “spaccato” (sorride). I
risultati delle prime due stagioni facevano prevedere un buon successo della
terza.
Come
questa esperienza ha cambiato la sua vita?
L’ha
cambiata in modo positivo. Lavorare significa imparare, confrontarsi con gli
altri. Significa formarsi da un punto di vista artistico, personale e
spirituale. La vita è magnifica e bisogna crescere, avendo sempre gratitudine
nei confronti di ciò che ci viene dato, delle possibilità che ci vengono
offerte. Sono grato a Dio, ai produttori, alle persone con cui collaboro.
Pensi
ad Artem prima di “Mare fuori”, che ragazzo ricorda?
Un
ragazzo che aveva fame, che voleva lottare in qualsiasi modo pur di raggiungere
il suo sogno.
Com’è
cambiato nel tempo il rapporto con Pino, il suo personaggio?
Oggi
lo vedo molto più maturo, più a suo agio nell’amore, nelle amicizie. Pino è più
sereno, e questo mi fa piacere, da un certo punto di vista stiamo crescendo
insieme. Certo, lui non ha avuto una guida, non ha saputo convogliare nel modo
giusto le proprie energie e si è fatto trascinare dal contesto in cui è vissuto,
ha avuto maestri sbagliati.
Si
dice che un attore non debba mai giudicare il proprio personaggio, ma che debba
viverlo e basta. Lei a Pino è arrivato a volere bene?
Lo
adoro. Ormai fa parte di me e io faccio parte di lui. Siamo due gemelli
siamesi.
Che
cos’è Napoli per lei?
La
mia casa, il mio tempio, è il luogo in cui sono diventato uomo. Vorrei che ci
fossero meno pregiudizi nei suoi confronti e al tempo stesso che potesse
offrire maggiori opportunità. Napoli ha grandi potenzialità ed è anche una
città ricca di talenti.
Quando
nasce la sua passione per la recitazione?
Dopo
l’uscita della prima stagione di “Mare Fuori”, lì è accaduto qualcosa, un boom
interiore che mi ha fatto capire che la strada era quella giusta. Tutto è nato
per caso, per gioco, per speranza. Lavoravo in un autolavaggio e cercavo di
mettere da parte i soldi per realizzare quello che era il mio sogno all’epoca,
diventare pugile, campione del mondo. Oggi sono contento e grato per avere
scoperto la recitazione.
Pronto
a mettersi alla prova anche con altri personaggi?
Quando
metti disciplina e amore in ciò che fai, tutta la tua anima, puoi interpretare
personaggi diversi. L’attore è come il musicista, che con sette note può creare
tantissime composizioni. Bisogna credere nella propria evoluzione, nelle proprie
capacità.
Cosa
la rende felice?
La
vita.
Cosa
si dice in famiglia di questa sua affermazione?
Gli
occhi di mia madre parlano da soli, vederla orgogliosa di me è la felicità più
grande. Sono sempre stato concentrato sui miei obiettivi, sono felice che
arrivino i frutti.
Come
vede il suo futuro?
Non
temo il futuro perché sto costruendo bene il mio presente. Non ho paura nemmeno
di smettere di lavorare, di un eventuale declino, di cadere, anche perché vengo
già dal basso. Al tempo stesso guardo la vita con ottimismo.
Nel
cassetto dei sogni?
C’è
l’Oscar. Per dimostrare che anche se vieni dal basso, ma hai la testa sulle
spalle e tanta volontà, puoi arrivare al riconoscimento più grande.
Gianluca Gobbi e Giuseppe Spata sono i protagonisti del thriller psicologico con Elena Sofia Ricci, in onda il lunedì su Rai 1 e in streaming su RaiPlay
24 gennaio 2023
FIORI SOPRA L’INFERNO : Rai1
con Giuseppe Spata, Elena Sofia Ricci, Gianluca Gobbi
GIANLUCA GOBBI
Tutto nasce da un caso letterario…
Il romanzo di Ilaria Tuti ha davvero conquistato tutti, non
so quante traduzioni ha concretizzato in Europa. Sull’onda di questo successo,
speriamo di replicare anche noi con la serie.
Qual è il
suo ruolo in “Fiori sopra l’inferno”?
Sono l’Ispettore Capo Giuseppe Parisi, l’ombra di Teresa
Battaglia in questo crime-thriller molto “freddo”. Mi piace definire questa
storia come un quadro di Hopper, c’è sempre un lume di candela all’interno di
un enorme buio. Tutto si svolge a Travernì, immaginario paesino tra Italia e
Austria, la cui tranquillità viene sconvolta da un serial killer. Parisi segue
passo dopo passo le indagini con Teresa, una donna alla quale vuole molto bene
e che sente di dover proteggere.
Quali
sono i punti di forza di questo thriller psicologico?
Probabilmente la società oggi ha bisogno di questo tipo di
storie, un thriller “accogliente”, qualcosa di molto teatrale che tiene sempre
qualcosa di caldo in mezzo al buio, alle ombre e al freddo della neve. È lì che
troviamo una speranza, la solita e vecchia luce.
TITOLO:
GIUSEPPE
SPATA
TESTO:
Come
entra il romanzo di Ilaria Tuti nella storia?
Questo libro è stato un punto di riferimento assoluto fin
dalla preparazione, si passava dalla sceneggiatura al romanzo per catturare
quante più suggestioni possibili. È grazie alla penna strepitosa della Tuti che
tutto questo progetto è nato, le sue montagne, il suo immaginario, i suoi
personaggi… Un testo che andava assolutamente rispettato.
Chi è
Massimo Marini?
Un giovane ispettore che viene assegnato alla sezione omicidi
di Travernì sotto il comando di Teresa Battaglia. In questi luoghi si ritrova a
cominciare da zero la sua vita, deve tagliare i ponti con il proprio passato e
ripartire dal proprio mestiere, che è l’unica cosa in cui crede fermamente. Il
suo è un cammino verso la ricerca della felicità. È un personaggio molto
fragile e, allo stesso tempo, coraggioso.
Sulle
montagne di questo paese immaginario l’incontro con Teresa Battaglia…
All’inizio è stato piuttosto difficile, condizionato dal
retaggio un po’ provinciale di Marini. È un giovane che vuole immediatamente
dimostrare di saper fare bene il proprio mestiere ma, grazie a Teresa, scopre l’enorme
differenza tra la teoria e la pratica nella gestione delle indagini. Impara,
dunque, a stimare questa donna prima professionalmente e, verso la fine, anche
umanamente.
Quale
rapporto sì instaurato con i suoi colleghi di set?
Molto bello, un bel viaggio con tutti. Elena Sofia Ricci,
poi, mi ha restituito con estrema semplicità e generosità la sua esperienza
enorme, tra teatro, tv e cinema, lavorare con lei è stato un privilegio, un
motivo di crescita.
Cosa
colpisce di questo racconto?
È imprevedibile, avvincente, insolito. Un racconto dai toni molto
scuri, con la montagna che incombe con il suo fascino già nel romanzo, un luogo
che cela un “inferno” sotto, restituisce dei cadaveri, nasconde killer, ma lo
fa in uno scenario meraviglioso. i cosiddetti “fiori sopra l’inferno”.
Il RadiocorriereTv incontra Amadeus, direttore artistico del 73° Festival della Canzone Italiana: «Orgoglioso dei miei giovani, fanno bene alla musica»
SANREMO 11 FEBBRAIO 2023 SERATA FINALE DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALANA DI SANREMO.
NELLA FOTO AMADEUS GRUPPO MUSICALE ANTYTILA
È calato il
sipario su Sanremo 2023, cosa rimane nel suo cuore?
È un cuore
affollato di gioia, di sentimenti, di canzoni, di emozioni. Cinque giorni che
mi sono sembrati quasi il triplo, talmente tante sono state le cose accadute in
così poco tempo, che normalmente accadono in un anno intero (sorride).
Ventotto canzoni
che raccontano quello che siamo, la nostra società. Soddisfatto, a Festival
concluso, della sua scelta musicale?
Assolutamente
soddisfatto, felice. Sono ventotto canzoni che rispecchiano intanto la storia,
l’umore, quello che volevano portare in gara i cantanti. Poi, chiaramente,
rispecchiano il sentimento di molte persone, di molti giovani.
È alla quarta
conduzione, come è cambiato il suo modo di vivere e sentire Sanremo?
L’emozione è la
stessa. Dal primo al quarto festival il mio atteggiamento non è mai cambiato,
mai mi sono sentito più tranquillo o sicuro. Diciamo che, ovviamente, conosco di
più la macchina. L’esperienza ti aiuta a conoscere meglio tutto il mondo
Sanremo anche se, per assurdo, rispetto al primo anno oggi ci lavoro di più
perché con il tempo bisogna affinare la perfezione.
Come è cambiata
la musica nel nostro Paese?
È cambiata totalmente.
Ma la cosa bella è che c’è una presenza di giovani notevole, con musica
attualissima, internazionale, mantenendo però lo stile della musica più
tradizionale. Al tempo stesso i nomi più tradizionali, anche musicalmente, si
stanno adeguando a un suono attuale. I giovani fanno bene a tutti.
Soddisfatto dei
sei giovani che ha portato sul palco dell’Ariston?
Sono orgoglioso
di loro.
Ci regala una frase
con la quale ama descrivere il Festival?
Sanremo è la luce
più forte che illumina lo spettacolo, la musica, l’arte, i sentimenti e la
libertà di espressione. Tutto questo è Sanremo e tutto questo non può più
tornare indietro.
Dopo essere approdata nel cast di “Don Matteo”, l’attrice è entrata a far parte di quello di “Che Dio ci aiuti 7”, la seguitissima serie di Rai1. Ruoli che la stanno facendo apprezzare e conoscere. Il suo personaggio è Ludovica Perini, una ragazza che fugge dalla famiglia e che, inizialmente, si presenta con freddezza. Con il tempo riuscirà a farsi amare nella serie e dal pubblico.
Ha già interpretato
ruoli di spessore in serie tv amate dal pubblico. Com’è stato recitare in “Che
Dio ci aiuti”?
La mia prima esperienza è stata “Don Matteo”, sempre con la
famiglia Lux, dove sono entrata come in una macchina già avviata. Poi è
arrivato il ruolo in “Che Dio ci aiuti”, dove mi sono sentita accolta come in
una famiglia.
Data anche la sua
giovane età, possiamo dire che “Don Matteo” è stata un’ottima palestra?
La mia prima cosa importante. Non pensavo di essere pronta
per affrontare un personaggio nella serie dato che in quel momento mi trovato
in un percorso formativo. Sono tornata a casa, dopo averlo girato, con un
bagaglio gigante. Devo tanto a tutti.
Che personaggio è oggi Ludovica
Perini?
Ha iniziato il suo percorso nella serie con un fare
antipatico. Però gli stessi spettatori si sono resi conto subito che in lei c’era
qualcosa che la rendeva così fredda. Senza spoilerare nulla, posso però dire
che la madre di Ludovica, che è anche la sua eroina, è in carcere per frode. Un
punto di riferimento per lei che viene a mancare improvvisamente. Ecco perché è
introversa e non vuole legare con nessuno. Fa praticantato in uno studio legale
solo per cercare di tirare fuori dal carcere sua madre. Inizierà ad avere una
storia, a provare affetto anche per le altre ragazze del convento, cambierà
atteggiamento. Il pubblico amerà questo personaggio.
Come si è sentita in
questo particolare ruolo?
Mi sono divertita ad interpretare l’antipatica che ha battute
taglienti nei confronti di Azzurra.
Nella fiction sono
presenti attrici di grande talento e molto apprezzate come Elena Sofia Ricci e
Francesca Chillemi. Che rapporto avete creato?
Ho avuto la sfortuna di non lavorare tanto con Elena Sofia
Ricci che ha girato con me poche scene. Non ho potuto trascorrere con lei molto
tempo, ma ho constatato che è veramente come ognuno di noi se la immagina.
Super ospitale, con me e con tutti. Nella prima scena insieme, abbiamo parlato
e condiviso una passione comune, la danza. Ha iniziato a parlarmi di ballerine
e ci siamo subito trovate. Il rapporto con Francesca è stato graduale. Ci siamo
prima studiate e poi è nato qualcosa, come nei nostri personaggi, come tra
Ludovica e Azzurra. Adesso è vero affetto, io le voglio molto bene.
La danza diceva, è la
sua passione…
Mi ha accompagnato sin da quando ero piccolina, quando
praticavo danza classica. Ho dovuto smettere per un incidente, ma adesso che mi
sono rimessa in sesto e ho terminato anche gli studi al Centro Sperimentale,
voglio iniziare di nuovo a ballare. Fa parte di me e mi manca tanto. E’ una
disciplina che, secondo me, anche gli attori dovrebbero praticare per percepire
il proprio corpo e i propri istinti. E’ fondamentale secondo me fare un
percorso del genere.
Cosa c’è di Ludovica,
il personaggio che interpreta, che le appartiene?
La sua sensibilità. Più avanti si scoprirà che ha un cuore
grande e poi mi ritrovo anche nel valore che dà all’amicizia, alla famiglia e
all’amore. Credo che molte ragazze potranno rispecchiarsi in questo
personaggio. A me è successo. L’importante è che venga compreso.
Attiva sui social,
condivide spesso anche immagini dal set. Come definisce questi momenti?
Un viaggio bellissimo di otto mesi. Abbiamo vissuto tanto,
tutti insieme, abbiamo fatto tanti backstage, quindi perché non condividere
anche questo. Il dietro le quinte è sempre affascinante.
Con le loro hit fanno e hanno fatto cantare e ballare centinaia di milioni di persone. Ora sono tra i giudici di “The Voice Senior”. Il RadiocorriereTv li ha intervistati
THE VOICE SENIOR
Come state vivendo il ruolo da coach a “The Voice Senior”?
Angela: Stiamo vivendo un’esperienza meravigliosa perché ci
divertiamo, spesso dimentichiamo anche il ruolo che abbiamo talmente stiamo
bene con gli altri coach. Profonde e belle anche le storie dei protagonisti.
Angelo: Quando ci giriamo verso il pubblico, in attesa di
ascoltare le canzoni, facciamo due chiacchere con gli altri coach e ci sembra
di stare nel salotto di casa con gli amici.
Cosa vi aspettate da questa nuova avventura?
Angela: Non abbiamo aspettative, noi facciamo le cose che ci
piacciono e ci divertono. Naturalmente abbiamo progetti di lavoro e ci fa
sempre piacere fare cose nuove. Nonostante abbiamo tanti anni di esperienza e
gavetta, c’è sempre da imparare dagli altri.
Angelo: Impariamo anche da noi stessi, perché ci si mette
sempre alla prova.
Quale tipo di voce vi emoziona di più?
Angelo: Mi emoziona tanto Mengoni, penso sia molto bravo,
così come Giorgia.
Angela: A me piacciono quelli che si emozionano mentre
cantano, perché mettono anima e cuore. Si può fare un’esecuzione perfetta, ma
senza cuore non arriva al pubblico.
Siete sempre d’accordo tra voi sulle scelte e sulle voci?
Angelo: No.
Angela: No, a volte ci diamo anche le gomitate ma non si
vede. Poi ci guardiamo e ci ritroviamo sempre. Alla fine arriviamo alle stesse
conclusioni. Siamo così anche nella vita, esattamente come a “The Voice”.
Che sensazione avete provato nel guardare prima la
trasmissione dal televisore per poi viverla sulle famose poltrone girevoli?
Angelo: Per me è stato molto diverso, da spettatore esterno
noti altre sfumature.
Angela: Sono due cose differenti, in studio vivi la magia del
momento, sei coinvolto.
Come è il rapporto con gli altri coach?
Angelo e Angela: Siamo affiatati, stiamo benissimo insieme.
C’è affetto e stima.
Nonostante abbiate scalato le classifiche italiane e
internazionali, vi presentate sempre con la stessa semplicità e ironia. È anche questo il segreto del vostro
successo?
Angela: Penso di si, per noi è come se fosse sempre la prima
volta. Il pubblico ci dispensa tanto affetto perché coglie l’autenticità della
nostra emozione.
Angelo: Il pubblico percepisce la nostra complicità. Non
recitiamo: sul palco siamo noi stessi.
Quanto contano le storie dei senior, la parte emotiva del
programma…
Angela: Al 50 per cento, quando i cantanti hanno storie
particolari e forti scatta l’empatia.
Angelo: Se conoscessimo le storie personali prima
dell’esecuzione forse daremmo giudizi diversi ma noi giudichiamo la voce, la
performance ed è giusto che sia così.
Ci raccontate il giorno più bello della vostra carriera?
Angela: Quando ci siamo conosciuti. Angelo ancora non
cantava, quando abbiamo sentito la sua voce bellissima e lui ha deciso di
cantare con me ero felicissima, anche perché eravamo ragazzini. Poi sono
arrivati Franco e Marina e si è formato il gruppo, il prosieguo lo conoscete
tutti.
Angelo: Io da ragazzino ero molto più timido, è stata Angela
ad incoraggiarmi con la sua verve.
Quali sono i vostri prossimi progetti musicali?
Angela: Subito dopo “The Voice” abbiamo il tour in Australia
e poi ci aspetta la sala d’incisione con nuovi progetti.
Angelo: Per noi è come il primo giorno, ci entusiasmiamo sempre
per i progetti da realizzare.
“The Voice Senior” è un altro appassionante viaggio nella
vostra incredibile carriera. C’è qualcosa che non avete ancora fatto?
Angela: Un film o un musical, una fiction, per il resto
abbiamo fatto tutto.
Angelo: Nella nostra carriera abbiamo sperimentato anche il
teatro con mostri sacri come Walter Chiari, Sandra Mondaini e Raimondo
Vianello.
Angela: Queste esperienze ci sono rimaste nel cuore. Il
teatro ti rimane addosso, e poi chissà…
In onda la domenica su Rai 1 la serie di Rai Fiction – Palomar tratta da un’idea di Maurizio De Giovanni e diretta da Monica Vullo. Ottimo riscontro di pubblico per la prima puntata, seguita da…. spettatori per uno share di…
Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo.
Nella foto Francesco Arca, Mario Di Leva e Alex Vandamme.
Foto di Gianni Fiorito
Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film.
E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito.
Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo.
in the picture Francesco Arca, Mario Di Leva and Alex Vandamme.
Photo by Gianni Fiorito
This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film.
The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.
È una Napoli
notturna e diversa quella narrata da “Resta con me”, la serie con Francesco
Arca e Laura Adriani diretta da Monica Vullo in onda la domenica in prima
serata su Rai 1. “‘Resta con me’ è stato un
viaggio lungo ed emozionante, una sfida che mi ha permesso di spaziare nei toni
e nei generi – afferma la regista – la storia, infatti, contiene in sé molti
sapori: quello che all’apparenza è un poliziesco procedural classico, man mano
acquista mille sfumature e lambisce generi diversi, dal family alla commedia,
passando per il racconto sociale”. Un arco di racconto lungo, che segue i
protagonisti nel corso di un’indagine ma soprattutto li accompagna nella loro
ricerca della verità di sentimenti fondanti come l’amore, l’amicizia, la
famiglia e la solidarietà. “I protagonisti della serie formano un coro mosso da
un forte senso del dovere – prosegue Monica Vullo – impaurito dalla sofferenza,
bisognoso di amore, che mi ha dato l’occasione di raccontare stati d’animo,
atti di vero e proprio eroismo e la necessità di ricostruire sé stessi e una
propria famiglia, fino a comporre un racconto sfaccettato, divertente e mai
scontato. Dal punto di vista registico, poi, tornare a Napoli e raccontarla
prevalentemente di notte è stata un’altra importante sfida”. La serie,
coproduzione Rai Fiction e Palomar, è tratta da un’idea di Maurizio De
Giovanni, e vede nel cast anche Antonio Milo, Arturo Muselli, Chiara Celotto,
Mario Di Leva e Maria Pia Calzone. “Una serie caratterizzata da una ibridazione di generi, una
storia che parte da un uomo, un poliziotto che fa un errore che fa
“saltare” in aria due famiglie e dovrà affrontare una rincorsa
continua per riannodare i fili di un amore distrutto”, dice Francesco Nardella,
vice direttore di Rai Fiction. A fargli
eco è il produttore Carlo Degli Esposti (Palomar): “Ne vado fiero! Scrittura, regia, ma
anche recitazione e interpretazione impeccabili. Un gruppo irripetibile con
racconto avvincente”.
L’attrice è tra i protagonisti della serie in onda il mercoledì in prima serata su Rai 2 e disponibile su RaiPlay: «La speranza va nutrita perché spesso ci aiuta a spingerci oltre i nostri limiti»
La prima volta a tu per tu con le storie di “Mare Fuori”…
cosa ha provato nel leggere la sceneggiatura?
Ho
capito subito di avere fra le mani una grande responsabilità. La serie fa da
lente d’ingrandimento a una realtà troppo spesso dimenticata; quella delle
carceri intesi come luoghi di reinserimento nella società. Di Naditza mi sono
innamorata fin da subito, è una giovane donna grintosa e coraggiosa, molto in
ascolto con se stessa.
Qual è l’insegnamento di Naditza?
Naditza
insegna l’amore incondizionato, l’amore senza misure. Insegna che per sentirci
veramente liberi l’unica chiave è ascoltare ciò che abbiamo dentro e da questo
farci guidare. Assecondare le nostre emozioni senza temere di sbagliarci.
Com’è cambiato questo personaggio nell’arco
narrativo delle tre stagioni?
Se prima poteva permettersi di non pensare troppo a cosa fosse giusto e/o
sbagliato, adesso sa che le scelte che si fanno hanno un peso e ovviamente
delle conseguenze. Questo inevitabilmente la porta a crescere moltissimo.
L’anteprima degli episodi su RaiPlay della serie ha registrato
numeri impressionanti. Provi a spiegare l’amore che lega il pubblico a questo
progetto…
Credo che la grande fortuna di “Mare Fuori” risieda nel fatto che è una serie
che abbracciando più generi, abbraccia tanto pubblico. In “Mare Fuori” ci sono la
storia d’amore, l’action, il thriller. E in più è una serie che a suo modo
racconta l’adolescenza, la fase più delicata della vita, che per qualcuno può
essere nostalgica, per altri il presente e quindi forse, aiuta a sentirsi meno
soli.
Partendo dalla storia
personale di Naditza, il suo “esempio” come può indurre gli spettatori più
giovani a una riflessione più profonda?
Nad è l’unica detenuta che sceglie di
ritrovarsi in carcere pur di evadere dalla condizione troppo dolorosa che ha in
casa. Per lei l’IPM è un luogo sicuro, dove i mostri del suo vivere non sono
ammessi. L’esempio, forse, risiede proprio nella sua capacità di riconoscere
ciò che è giusto per lei, stando molto in ascolto con se stessa. Credo che la
connessione con noi stessi sia un esercizio difficile ma necessario e Nad in
questo è una brava maestra.
Esiste un prima e dopo “Mare
Fuori” nel suo rapporto con il pubblico e nella carriera artistica?
Devo riconoscere che “Mare Fuori” è stata
per noi tutti una grande fortuna. Per quanto mi riguarda oggi, nel mio dopo “Mare
Fuori”, riconosco l’importanza di essere, nel mio piccolo, un esempio per le
giovani donne che hanno amato con passione il personaggio di Naditza,
riconoscendone la forza, la tenacia e l’estremo senso di libertà; tutti valori
che sono arrivati anche a me interpretandola e che rimarranno per sempre parte
di me.
Qualcuno ha definito le
storie dei ragazzi dell’IPM “necessarie”. È d‘accordo?
Assolutamente si. Questa serie fa luce su una realtà dimenticata che ha un
grande bisogno di essere raccontata perché se è vero che si vogliono cambiare
le cose, il primo passo per mettere in moto un cambiamento è conoscere questi
mondi da vicino.
È possibile “confondere”
attore e ruolo quando ci si confronta con progetti così aderenti alla realtà?
È possibile, ma bisogna fare attenzione e
prendere le giuste misure. Il personaggio chiede in prestito la tua vita e non
puoi tirarti indietro. Ma evitare di con-fondersi con la sua vita è davvero
importante, non snaturarsi.
A un certo punto nella
serie si dice, “l’amore è libertà”. Come vive il suo personaggio e cosa
rappresenta questo sentimento, nel senso più assoluto, nella tua vita?
La libertà per me risiede nell’ascolto e
questo penso che me lo abbia insegnato proprio Naditza. Là dove c’è ascolto,
c’è il vero amore libero.
Che cos’è per lei il “mare
fuori”?
La speranza.
Le è mai capitato di
vivere in un tempo sospeso come quello in cui si trovano i ragazzi dell’IPM?
Non si può dire proprio come il loro ma
credo che la condizione di lockdown che abbiamo vissuto tutti è stata una dura
messa alla prova anche in termini del nostro senso di libertà di cui ci siamo
sentiti privati, anche se per una buona causa.
Qual è per lei il valore
della speranza?
La speranza va nutrita perché spesso ci
aiuta a spingerci oltre i nostri limiti, non considerando troppo gli ostacoli
ma imparando a superarli per raggiungere un obiettivo.
Si è chiusa
definitivamente “La porta rossa”… proviamo a fare un bilancio di questo lavoro?
È difficile. La porta rossa è uno dei
progetti a cui sono più legata in assoluto, ci sono cresciuta. È stata
un’esperienza straordinaria. Credo che un gruppo di lavoro così affiatato sia
davvero raro, abbiamo girato a Trieste, una città che ho amato e continuo ad
amare moltissimo. Mi sento di dire che mi ci vorrà del tempo per metabolizzare
tutto questo, intanto quello che posso dire è che è stata un’esperienza
indimenticabile.
Cosa spera accada nel suo
“domani” professionale?
Spero tante cose,
spero soprattutto di continuare a nutrire la mia curiosità e il mio entusiasmo
che oggi mi hanno portata fino a qui.
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