Sul set con Marco è come andare a una festa

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LORENZA INDOVINA

In “Rocco Schiavone” veste i panni della poliziotta capace di tenere testa al Vicequestore, una professionista straordinaria alle prese con la scoperta della sua femminilità: «La ritroviamo più sexy, da quel montone e da quel colbacco esce una Gambino più sensuale»

Cosa rappresenta il suo personaggio, Michela Gambino, nell’universo di “Rocco Schiavone”, in particolare in quello femminile?

Michela è l’unica donna con la quale Schiavone riesce ad avere un rapporto di sano rispetto e confronto, è anche leggermente terrorizzato dalla Gambino, perché la sente come una che conosce più del dovuto. In questa stagione lei lo prenderà in giro, gioca con il Vicequestore e non mostra mai un atteggiamento servizievole. Dal punto di vista professionale è una donna straordinaria, comincia a tirare fuori la propria femminilità grazie alla relazione con Fumagalli. La ritroviamo quindi più sexy, da quel montone e da quel colbacco esce una Gambino più sensuale. È una donna che stimo e ammiro molto, l’unico elemento che mi inquieta è il suo essere complottista, pensare che il mondo ti spii.

Lei crede ai complotti?

Ovviamente no, neanche che esistano persone che portano sfortuna. Per me le cose succedono perché è la vita che le fa accadere e basta. Alla Gambino questo aspetto un po’ lo perdono, perché mi fa una simpatia e una tenerezza infinita, è una donna di grande forza, talento, energia, simpatia, ironia…

Come entrano l’ironia e la comicità nelle storie di Schiavone?

Rappresentano una parte importante della nostra esistenza. Come nella vita, anche in quella dei poliziotti della serie determinate situazioni diventano momenti divertenti grazie a una battuta, un buon modo per superare situazioni pesanti. L’ironia aiuta a vivere meglio, ad affrontare quel che accade in maniera più lucida.

Come stanno in equilibrio ironia e momenti di riflessione nella sua vita?

Spesso è conseguenziale, non è detto che una risata non porti ad avere una consapevolezza profonda. Guardi un film e magari ridi dell’ossessione di un personaggio, scoprendo alla fine che quel difetto appartiene anche a te. Lo riconosci ridendoci sopra, facendo un processo di analisi più profonda del tuo essere nel mondo. Non è detto che il momento di riflessione corrisponda per forza a un momento cupo, di silenzio o di concentrazione, le rivelazioni arrivano quando sei rilassato, pronto a recepirle meglio. L’angoscia, a volte, chiude ai pensieri.

Condivide con il suo personaggio la provenienza geografica… due siciliane ad Aosta come hanno riscaldato questi luoghi?

Il siciliano per natura è allegro, vuole vivere bene. Ogni volta che vado in Sicilia, anche col taxista, mi faccio un sacco di risate, appena c’è un raggio di sole stanno tutti in spiaggia, al mare a fare il bagno (ride). C’è una naturale attitudine a mangiare bene…

A godersi la vita…

E quando uno vede qualcuno che si gode la vita, paradossalmente, è spinto a provarci. Per “Rocco Schiavone” abbiamo sempre girato tra le montagne con temperature altissime, trovandomi puntualmente con abiti pesantissimi (ride).

Una serie a cui il pubblico è molto legato. Qual è la forza del personaggio e della scrittura di Manzini?

Questo racconto è il risultato dei meravigliosi romanzi di Antonio Manzini, scrittore che ha lavorato talmente bene sui personaggi, dando loro rotondità, una back story profonda che spesso in una serie, con tempi e spazi ben diversi da un libro, è difficile da realizzare. Tutti i personaggi hanno una propria storia, la propria verità nella quale il pubblico può riconoscersi. Schiavone piace perché i personaggi non sono degli estranei, sono di famiglia, a questo si aggiunge la parte di giallo congeniata in modo intelligente, mai banale.

Per ogni giallo di Manzini c’è un Giallini…

Conosco Marco da tantissimi anni, abbiamo lavorato insieme a “Almost Blue” di Alex Infascelli, dove interpretavamo due poliziotti. Ho assistito a tutta la sua crescita artistica, ho vissuto anche parte dei suoi dolori… è una persona a me cara. Arrivare sul set e lavorare con lui è come andare a una festa. Devo dire però che questo clima si respira con chiunque sul set, siamo tutti amici, abbiamo una chat, siamo diventati una piccola famiglia che si vuole bene. È una fortuna e si sente anche nel lavoro.

Esiste una differenza tra interpretare un ruolo e rispecchiarsi in questo?

Quando si recita si prende sempre qualcosa di sé, c’è però da ricordare che stiamo comunque nell’ambito della finzione. Non credo alla teoria dell’immedesimazione, anche se a volte andiamo a pescare sulle nostre cose personali.

È capitato anche a lei?

Una volta dovevo piangere in scena per mio figlio, e io pensavo ai miei cani. Ero triste per loro, tutti immaginavano che io piangesse per quel bambino.

Nella sua carriera troviamo tanti progetti televisivi. Com’è cambiata la serialità italiana?

Il confronto sempre più forte con le serialità straniere ha spinto quelle italiane ad alzare l’asticella della qualità, visiva, di costruzione dei personaggi. Quello che purtroppo sto vedendo, è che tutto si sta omologando e ho paura che questa fiammata entusiasmante di ripresa produttiva non contrasti la forza delle major a discapito del lavoro autoriale. C’è stata però una spinta importante, sono emersi tanti nuovi attori, soprattutto giovani, anche se il mondo femminile è sempre leggermente sacrificato, in particolare per ruoli di donne più mature. Io non sono una che vuole fare per forza la protagonista, io voglio solo divertirmi, fare delle belle scene, bei personaggi.

Un esempio?

Nell’ultimo film di “Cetto La Qualunque” interpretavo la moglie, avevo una scena sola in tutto il film, ma era talmente divertente, talmente bella che era una gioia.

Il fattore Antonio Albanese…

Un autore che ha un’attenzione maniacale alle cose, straordinario. Non lascia mai nulla al caso. Purtroppo, a volte, per mancanza di soldi e di tempo, i registi sono costretti a correre.

C’è nella sua carriera qualcosa che vorrebbe sperimentare?

Mi sto mettendo alla prova come regista, un’altra maniera di fare l’attrice. Le inquadrature per me sono immagini al servizio dell’interpretazione dell’attore. Ora sto lavorando a un documentario su uno degli incidenti aerei più gravi della storia italiana, forse europea, quello del 1972 a Punta Raisi, che provocò la morte di tutti i passeggeri. Su quell’aereo c’era mio padre, io avevo due anni. Nel documentario incontro i parenti delle vittime, indago sul fatto che forse non si è trattato di un incidente, ma di un attentato. Sono ancora in fase di lavorazione, speriamo che vada tutto bene.

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Ci vuole un fiore

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PRIMA SERATA

La leggerezza del varietà e le tematiche ambientali: Francesco Gabbani torna con il suo show per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di preservare il futuro del nostro pianeta. Due speciali appuntamenti il 14 e il 21 aprile su Rai 1

Francesco Gabbani torna con un one man show e raddoppia il suo appuntamento con due speciali prime serate, il 14 e il 21 aprile 2023 su Rai1, di un format originale che unisce la leggerezza del varietà con la tematica, sempre più urgente, dell’ecosostenibilità.

Accompagnato da un parterre di grandi ospiti, Gabbani affronterà, con un linguaggio diretto ma efficace, le tematiche ambientali, protagoniste del dibattito mondiale. Il suo intento è infatti quello di sensibilizzare, attraverso parole, musica e testimonianze, l’opinione pubblica sulle tematiche legate all’ambientee su come, ognuno di noi, partendo da una piccola scelta quotidiana, possa contribuire a preservare il futuro di questo nostro meraviglioso Pianeta.

Per fare questo Francesco Gabbani inviterà ospiti provenienti da diversi mondi – dallo spettacolo al cinema, ma anche dalla musica alla scienza – che portano con loro un fiore simbolico,una dedica d’amore alla Madre Terra.

Gabbani ballerà, duetterà, interpreterà alcuni dei suoi maggiori successi e brani di altri grandi cantautori. Con lui la sua band arricchita da alcuni musicisti e da tre coriste e un corpo di ballo inclusivo e lontano dagli stereotipi composto da 8 ballerini, con le coreografie di Luca Paoloni. 

Tra le novità di questa edizione uno studio completamente rinnovato
che regalerà al pubblico un’esperienza totalmente immersiva, un vero e proprio viaggio nella natura, mostrandola in tutta la sua bellezza.

“Ci vuole un fiore” è una produzione di RAI Direzione Intrattenimento Prime Time, in collaborazione con Ballandi. Un programma di Lucio Wilson e Francesco Gabbani, scritto con Carmelo La Rocca, Duccio Forzano, Adriano Roncari, Giacomo Berdini, Manuela Mazzocchi, Matteo Catalano.

La regia è di Duccio Forzano; scenografia di Gennaro Amendola; direttore musicale Valeriano Chiaravalle; coreografie di Luca Paoloni. Produttore esecutivo per Rai1 Rossella Arcidiacono. Produttore esecutivo per Ballandi Luca Catalano.

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Tra gli artisti di strada

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Nek

La voglia di mettersi gioco e il desiderio di imparare, un musicista attraverso la tv porta al successo le storie dei buskers che animano da Nord a Sud le piazze e le vie del nostro Paese. Il martedì in prima serata su Rai 2

La musica il suo faro, non un limite per uscire dalla comfort zone. Cosa le dà questo programma?

La possibilità di conoscere il mondo dei buskers, di cui sapevo molto poco, e di mettermi alla prova con un nuovo linguaggio, diverso da quello musicale. Sto imparando a essere più efficace nella conduzione, a rispettare i tempi televisivi. Così come una canzone in soli tre minuti deve arrivare al pubblico, anche un programma, nei tempi decisi dagli autori, deve conquistare le persone. Se però chi viene scelto per stare davanti alla telecamera non è empatico, si va davvero poco lontano. Per me uscire dalla comfort zone è assecondare il mio desiderio di imparare.

La prima edizione è stata un grande successo…

Che mi ha incoraggiato ad andare avanti e ha spinto il direttore Stefano Coletta e Carlo Conti, co-autore del programma, a credere in me. Cerco di ripagare questa fiducia con l’impegno, provando a migliorare le mie capacità nel minor tempo possibile.

Da artista, musicista di successo, qual è il suo contributo al linguaggio televisivo?

L’empatia! Attraverso una canzone cerco di essere il più empatico possibile con la gente, incontro gli sguardi, vado a toccare le mani, sistemo la voce in un certo modo quando ci sono frasi significative. Lo stesso faccio quando da uno studio televisivo mi rivolgo al pubblico a casa attraverso l’occhio della telecamera. Mi avvicino agli artisti di strada con l’empatia di un fratello perché, come me, hanno fatto dell’arte la loro vita. L’artista è colui che dialoga attraverso un’espressione artistica particolare, che cerca di arrivare al cuore delle persone con un linguaggio, con lo sguardo, o con un determinato comportamento. Io sono un musicista, un cantautore, mi hanno insegnato che sul palco si va e alla prima si canta, senza troppe prove per non perdere la spontaneità.

Un comportamento che assume anche da conduttore…

“Dalla strada al palco” è un programma registrato per esigenze tecniche, ma è strutturato come se fosse una diretta, e questo è bellissimo.

Sul palco salgono anche le storie personali e quelle di un Paese che si racconta. Qual è la fotografia che viene restituita?

È l’immagine dell’Italia. Il cuore di questo racconto sono proprio le storie degli artisti, il messaggio che traspare, oltre alla meraviglia di assistere alle diverse espressioni dell’arte, è che per arrivare lì hanno passato momenti importanti, complicati, difficili, sacrifici, scelte ponderate prese in piena libertà e con consapevolezza. Molti di questi artisti dal palco sono andati alla strada, e non viceversa, c’è chi ha calcato palchi importanti da protagonista, ma non era soddisfatto, c’è chi desidera stare lontano dalle dinamiche della discografia e non mostra alcun interesse per le classifiche. La loro unica velleità è essere sulla strada, su una piazza e incontrare l’interesse distratto dei passanti. Questo mi ha colpito molto.

Come accolgono i buskers questa opportunità?

Partecipare al programma è una possibilità alternativa di esibirsi e magari vincere i 10 mila euro in palio. Il desiderio però è tornare da dove sono venuti, ovvero nel loro angolo di piazza, o nella loro strada, o al loro camper per viaggiare in Italia o nel mondo.

Non è un talent, ma il talento ha un peso enorme…

Il talento è un dono speciale che possiedi fin dalla nascita, che custodisci dentro di te e arriverà sempre prima di chi si affida alla tecnica e allo studio. Il talentuoso è come un supereroe, sa esattamente quello che deve fare, nessuno gliel’ha insegnato, è una scintilla che si accende. Ci sono anche persone che non sanno di avere questo tesoro nascosto, o non hanno avuto l’occasione per esprimerlo ma, grazie agli incontri giusti, sono riusciti a esprimerlo nel tempo.

Come può un artista conservare la propria purezza, la propria libertà?

Continuando a dare fiato a questo dono, preservarlo e al tempo stesso condividerlo con gli altri per mantenerlo vivo. Il talento deve essere nutrito di stimoli, di idee, di continuo lavoro, come il fuoco che per mantenere le fiamme vive necessita di legna.

In studio con oltre 800 persone, è un po’ come un concerto. Quanto pesa questa presenza?

L’anno scorso, negli Studi Fabrizio Frizzi, eravamo poco più di 200, averne oggi 800 rende tutto più vivo, più sentito, come essere a teatro. Si percepisce immediatamente l’entusiasmo, la gente partecipa emotivamente alle esibizioni degli artisti. È come se fossimo in strada, è uno spaccato della vita vera. Il palco dello studio dell’Auditorium della Rai di Napoli ricostruisce l’ambiente da cui arrivano i nostri artisti, è presente un bellissimo ledwall circolare sul quale sono proiettate le foto delle meravigliose piazze italiane e sono inoltre presenti molti oggetti scenografici che creano atmosfere suggestive.

Che cosa augura agli artisti che partecipano al suo programma?

Agli artisti dico sempre di divertirsi. Nei loro sguardi leggo emozione e tanta felicità. “Dalla strada al palco” rappresenta una occasione in più di mostrare la propria arte, seguiti e coccolati da un gruppo di lavoro straordinario che li aiuta a non sprecare il proprio tempo. È una prova per tutti, per me, per gli addetti ai lavori, per gli artisti. Auguro a chi partecipa di sentirsi persone realizzate, di mettersi sempre in ascolto dell’altro.

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Supereroi”, una canzone sincera

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Mr Rain è una delle più belle sorprese dell’ultimo Festival di Sanremo. Mattia Belardi, questo il suo nome, è acclamatissimo e riceve numerosissimi attestati di stima. «Avere colpito tante persone è la vittoria più grande, al di là di dischi di platino e classifiche – spiega l’artista -Mi stanno scrivendo da tantissimi posti, anche medici dagli ospedali e poi psicologi, insegnanti, scuole, parroci»

Con “Supereroi” ha conquistato Sanremo, il pubblico, le classifiche e continua la sua ascesa. È una… super canzone?

Ho semplicemente portato una parte della mia storia… Pensare che poi “Supereroi” si sia fatta largo nelle vite di molte persone è la vittoria più grande, al di là di dischi di platino e classifiche. Tutto questo fa ovviamente piacere, e la cosa più bella è che questa canzone sia così apprezzata. Me ne rendo conto anche da tutti i messaggi e dai video che mi arrivano.

Secondo lei, perchè “Supereroi” ha colpito così le persone?

Secondo me le persone hanno capito che è una canzone veramente sincera. Io ho raccontato semplicemente quello che ho vissuto e credo che la sua forza stia nel senso di chiedere aiuto. Guardando i tanti messaggi che mi arrivano, trovo tante persone che mi ringraziano perché hanno trovato la forza di fare il primo passo e chiedere aiuto. Una cosa stupenda.

Cos’era per lei Sanremo e poi cosa è diventato?

Sanremo era un palco che ho sempre sognato. Avrei sempre voluto cantarci e avere questa opportunità gigante che permette di arrivare nelle case delle persone. Credo sia al momento il palco più importante che abbiamo. Ci ho provato per molto tempo e non ci sono riuscito. Adesso ho coronato uno dei miei sogni.

Si è parlato tanto dei bambini che ha portato a Sanremo. Come ha presentato loro questa canzone?

Semplicemente gliel’ho fatta ascoltare e ho spiegato loro il cuore di “Supereroi”, cioè il coraggio di mostrarci sempre come siamo, che è un po’ quello che facciamo quando siamo piccoli e che poi abbandoniamo con il tempo perché ci costruiamo questa maschera, questa armatura nella quale ci proteggiamo da insicurezze, paure. La cosa bella di quando si è piccoli è che si è semplicemente se stessi. Ho spiegato ai bambini di cercare di mantenere il più possibile il loro modo di essere e di non aver mai paura di chiedere aiuto.

Ma non è la prima volta che i cori sono presenti nella sua musica…

Uso i cori come amplificatori di messaggi. Inserisco la componente coro per far arrivare ancora di più l’essenza di una canzone, per renderla un po’ di tutti quanti. Sono contentissimo di aver portato un coro di voci bianche su un palco perché era uno dei miei sogni.

La sua canzone è un invito ad ammettere le proprie fragilità e a chiedere aiuto. A lei è successo?

Assolutamente sì. Ho trascorso un periodo veramente cupo due o tre anni fa. Sono sempre stato introverso, ho sempre tenuto tutto dentro e ho fatto fatica a spiegare agli altri come stavo se non scrivendo e facendo musica. Questa cosa nel tempo mi ha logorato e mi ha portato all’ultima goccia, fino a quando, nel 2020, nel periodo precedente la pandemia, ho deciso di vivere meglio con me stesso, intraprendendo un percorso preciso e mostrandomi alle persone così come sono, anche con le mie paure. Questo ha cambiato la mia vita. Mi sento una persona totalmente diversa.

Come vive tutta l’esposizione che è derivata dal Festival di Sanremo?

Sono in giro da quasi un mese, non mi sono mai fermato ed è bellissimo. Sto incontrando tantissime persone e ci scambio anche tante chiacchiere.  È stupendo perché capisco di aver fatto qualcosa di veramente bello. Sto cercando di metabolizzare tutto questo e non ho ancora il punto della situazione. Ero convinto di andare a Sanremo e di fare la mia gara, ma non pensavo che questa mia canzone colpisse così tanto. Sono cose che non puoi prevedere e mi sento pieno di gioia. Ma, ripeto, non ho ancora metabolizzato del tutto quanto accaduto…

Quali sono i supereroi che hanno popolato la sua infanzia?

Tra i cartoni, Spiderman. Tra i personaggi, Eminem, che è quello che mi ha portato a fare musica. Ma anche tutte le persone che sono state vicine a me e che hanno popolato la mia vita, che hanno contribuito alla mia crescita e al mio percorso, intendo la mia famiglia, la mia fidanzata, la mia band, i miei amici e tutti quanti gli altri. Sono tutti Supereroi.

Papa Francesco ha citato una frase della sua canzone per i suoi dieci anni di Pontificato. Quando lo ha letto, che cosa ha pensato?

L’ho scoperto ed è stato fantastico. Lì capisci di aver lasciato un segno. Una vittoria sicuramente.

È vero che molte persone, anche un parroco, le scrivono e la ringraziano per il testo della sua canzone?

Mi stanno scrivendo da tantissimi posti. Anche medici dagli ospedali e poi psicologi, insegnanti, tante scuole. La canzone sta arrivando a tantissime persone e davvero mi sembra surreale. Al bambino, al ragazzo, alla mamma o al nonno, questa canzone piace e sta coprendo varie generazioni, anche in campi particolari.

È stato un fan di Eminem, ma i suoi testi non ne sembrano affatto influenzati…

All’inizio sì. Poi ho trovato la mia chiave e ho seguito semplicemente quello che mi andava di fare. Io mi racconto, perché la musica è stata sempre l’unico modo che ho trovato di parlare di me. Le tematiche sono diverse dalle sue e ho trovato la mia via. Lui è stato fondamentale perché mi ha fatto entrare nel mondo dell’hip hop e mi ha trasmesso questa voglia di fare musica.

Ha mai avuto un contatto con Eminem?

Purtroppo no, ma lo sogno. Era tra i miei sogni anche Macklemore che poi ho avuto la possibilità di conoscere, due anni fa circa, ho cantato prima di un suo concerto ed è stato fantastico. Eminem è un pezzo di un puzzle che ancora devo completare e spero, al più presto, di incontrarlo anche solo 5 minuti, perché sono un suo super fan.

Quando uscirà il suo album? Ed intanto “Supereroi” diventa anche un tour con partenza il 6 aprile a Firenze…

Sto lavorando al nuovo album e uscirà quest’anno, ma ancora non posso dire la data. Devo finire tutte le canzoni perché ho pochissimo tempo per stare in studio. Poi io scrivo solo quando piove e quindi devo incastrare un po’ di pianeti… Però sto lavorando moltissimo anche al tour che ha la prima parte già sold out. Quest’anno sarò in giro per tutta l’Italia e finalmente riuscirò ad incontrare tutte le persone che mi hanno sostenuto a Sanremo ma anche prima. Si creerà quella magia possibile solo con i live.

Il suo supereroe nella vita quotidiana?

Dirne uno sarebbe riduttivo. Penso davvero che per me lo siano tutte le persone che mi circondano perché ognuna di queste, in qualche modo, mi ha aiutato. Sceglierne una è come chiedere ad una madre il figlio preferito.

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La vita al femminile

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LE RAGAZZE

Storie di donne che sono state ventenni dagli anni ’40 agli anni ‘90 o che lo sono oggi. Alla conduzione del programma di Rai Cultura realizzato da Pesci Combattenti, in onda da lunedì 10 aprile con sette nuove puntate, Francesca Fialdini

“Le Ragazze”, Francesca Fialdini,2023

Il microcosmo di ogni protagonista, famosa o sconosciuta, ricostruito anche attraverso le foto di famiglia, si allarga ad un piano più ampio, quello del contesto storico in cui ha vissuto e degli eventi che l’hanno sfiorata o a cui ha partecipato in prima persona. Racconti che si intrecciano e trattano, da un punto di vista unico, la storia di tutti noi. Ogni epoca rivive anche attraverso il prezioso repertorio delle Teche Rai e di una colonna sonora costruita ad hoc per ciascun decennio. A fare da cornice in questa edizione condotta da Francesca Fialdini, una location d’eccezione, Palazzo Corrodi a Roma. Mai come adesso uno sguardo al femminile sul mondo è un regalo alle nuove generazioni.

Francesca, “Le ragazze” è un programma conosciuto e amato dal pubblico, con quale spirito entri in questo progetto?

Entro con grande felicità e molto coinvolgimento. Raccontare il Paese dal punto di vista femminile attraverso il racconto di storie personali è come entrare dentro un libro di storia dove puoi toccare volti, ascoltare voci, stringere mani che quella storia l’hanno vista da vicino e hanno anche contribuito a farla.

Quali ragazze ci farete conoscere?

Ci saranno pioniere come la nostra decana che è stata la prima hostess italiana, rivoluzionarie come Barbara Alberti e Mabel Bocchi, passionarie come Adriana Asti… Tutte donne che hanno incarnato in modo personalissimo lo spirito del decennio in cui sono state ragazze.

Cosa significa raccontare le donne e farlo in televisione?

Significa raccontare l’altro cinquanta per cento della popolazione italiana, ma farlo con la forza della parola e del pensiero è la vera magia. Mi sono commossa spesso nel constatare quanto siamo forti e determinate, seppure spesso insicure e fragili al contempo.

Dopo “Da noi a ruota libera” e “Fame d’amore”, ancora impegnata in un programma incentrato sulla parola, sulla narrazione, è questa la cifra che senti più tua?

Questo taglio di racconto e approfondimento mi coinvolge totalmente. Ci credo moltissimo perché in fondo mi permette di indagare le persone, il loro animo, e metterle al centro del mio lavoro. L’ho scelto per questo parecchi anni fa.

Una stagione Tv ricca di soddisfazioni, c’è un tassello mancante nel bellissimo puzzle che è la tua carriera?

Devo e voglio trovare il coraggio di misurarmi con la scrittura … Forse ci siamo quasi!

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Fan di Schiavone, da sempre

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VALERIA SOLARINO

Il cinema e la televisione, il teatro e la… filosofia. Il RadiocorriereTv intervista l’attrice che nella serie ispirata ai romanzi di Antonio Manzini veste i panni della giornalista Sandra Buccellato: «Tra lei e Rocco ci sono spesso scontri e riavvicinamenti, sentimentali o lavorativi. Le figure femminili lo mettono sempre di fronte ai suoi aspetti più privati e personali»

Un ritorno atteso dal pubblico, quello di “Rocco Schiavone”, come ritroveremo la sua Sandra?

Il legame professionale e umano di Sandra con Rocco è sempre più forte e collaborativo. Si viene a creare una squadra. Le resistenze che Rocco ha sempre avuto nel confidarle delle cose, anche per il suo carattere, si ammorbidiscono un po’ anche grazie alla fiducia. Si crea un’unione tra i due personaggi.

Che tassello rappresenta il suo personaggio nell’universo femminile di Rocco Schiavone?

Le donne mettono Rocco di fronte a delle verità, a quello che lui ha dentro, a ciò che ha vissuto dal punto di vista personale. Penso al confronto con la moglie, che non c’è più, ma con la quale lui parla. È come se le sue donne lo mettessero un po’ alla prova, per capire dove è arrivato, nel percorso personale e interiore. Anche Sandra lo farà, in modo a volte movimentato. Tra loro ci sono spesso scontri e riavvicinamenti, sentimentali o lavorativi. Le figure femminili lo mettono sempre di fronte ai suoi aspetti più privati e personali.

Rocco Schiavone crea dipendenza, umana e televisiva, qual è la forza del personaggio creato da Antonio Manzini e delle storie raccontate?

C’è una struttura, presente anche nei romanzi, molto forte. C’è il giallo, il caso da risolvere, ma ci sono anche l’umanità e personaggi ben delineati dalla scrittura che hanno una vita sullo schermo, personaggi ai quali lo spettatore si affeziona con facilità. Questo al di là della trama accattivante. Rocco Schiavone è ormai un tutt’uno con Marco Giallini, non riuscirei a pensare Rocco con un’altra faccia. Fondamentali anche la cura della fotografia, della regia, che si percepisce anche mentre giriamo.

Che intesa si è creata tra lei e Marco Giallini?

Una collaborazione molto stimolante. Lui è un attore straordinario che vive le cose profondamente mentre le fa, è anche capace di sorprendere, di improvvisare. Un grandissimo talento.

Come si è trovata tra le montagne di Aosta?

Prima di trasferirmi a Roma vivevo a Torino e conosco bene anche Aosta e dintorni. È  davvero bello girare in luoghi così raccolti rispetto alle grandi città, è tutto più facile e accogliente, ci stiamo bene.

La serie “Rocco Schiavone” è innegabilmente un successo, come sceglie i lavori a cui prende parte?

In questo caso io ero già fan della serie, sono subentrata alla terza stagione. Non è stato difficile decidere. Di solito valuto il personaggio, la storia.

Teatro, cinema, Tv, cosa le regalano palchi tanto diversi tra loro?

Sono modi molto diversi di vivere il mestiere dell’attore, ma anche di relazionarsi con il pubblico. In questi giorni sono in scena con uno spettacolo teatrale che viene dal film “Perfetti sconosciuti”, ed è incredibile il rapporto che si instaura ogni sera con gli spettatori, c’è una grandissima partecipazione. Nel cinema incontri le persone in occasione delle presentazioni, con la televisione le incontri per strada. A teatro vivi le emozioni insieme al pubblico.

Tra le sue passioni la filosofia, cosa danno gli studi filosofici alla sua vita?

Quando iniziai a studiare filosofia era una scelta fatta dopo il liceo, oggi lo faccio per passione. È una ricerca personale di qualcosa di coinvolgente, è una cosa a cui tengo, senza scadenze e senza una prospettiva.

Nel suo cassetto dei desideri cosa troviamo?

Troviamo tutto quello che in realtà sto vivendo: il teatro, le serie Tv, il cinema. Mi auguro di poter continuare a fare tutte queste cose, a non dover scegliere tra un mezzo o un altro.

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LAURA 30

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ACCESS PRIME TIME

Uno speciale sulla straordinaria maratona live New York – Madrid – Milano in 24 ore per celebrare trenta anni di carriera. Martedì 4 aprile alle ore 20.35 su Rai 1

Il 27 febbraio, in occasione del trentesimo anniversario de “La Solitudine”, il brano che ha dato il via alla sua carriera, consacrandola l’artista italiana più premiata nel mondo, Laura Pausini ha festeggiato questo importante traguardo organizzando tre special performance in sole 24 ore, partendo dall’Harlem’s World-Famous Apollo Theater di New York, proseguendo al The Music Station di Madrid fino al Teatro Carcano di Milano.

Lo speciale “LAURA 30” mostrerà la genesi di questo progetto ambizioso, di questa vera e propria follia che Laura ha voluto realizzare per amore dei suoi fan, che l’hanno seguita con costanza e passione in tutti questi anni.

Contenuti inediti sveleranno come l’artista si sia preparata per affrontare questa staffetta, sia dal punto di vista vocale, con l’aiuto del suo foniatra Franco Fussi, insieme al suo allenatore Manfredi Gelmetti e alla nutrizionista Anna Laura Augeri. Verranno mostrati aneddoti legati al viaggio e le immagini più significative delle tre performance.

«La musica in tutte le sue sfaccettature – sottolinea l’artista – è una cosa seria, che richiede molto sacrificio. Ho voluto realizzare questo speciale per mostrare ai miei fan (e non solo) quanto lavoro richieda ogni singolo progetto e quante soddisfazioni porti. Dopo trent’anni di carriera, mi sono messa alla prova sotto tutti i punti di vista, alzando notevolmente l’asticella, e ho voluto condividere l’intero percorso che mi ha permesso di arrivare al risultato finale».

“LAURA 30”, nato da un’idea di Laura Pausini, prodotto da Friends TV in collaborazione con Gentemusic e Double Trouble Club per la regia di Dario Garegnani, andrà in onda domani, martedì 4 aprile, alle ore 20.35 su Rai1.

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Il Venerdì Santo su Rai 1

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PASQUA

La serata si apre alle 20.30 con lo speciale di “Porta a Porta” dal titolo “La Croce di Odessa”, un reportage di Bruno Vespa dal porto del Mar Nero sulla sofferenza del popolo ucraino. A seguire, in Eurovisione dal Colosseo, il Rito della Via Crucis presieduto da Papa Francesco. Alle 22.30, in prima visione, “In viaggio” di Gianfranco Rosi, un film d’autore che testimonia i valori universali espressi dal Pontefice durante le sue trasferte nel mondo

ROMA 18 OTTOBRE 2022 PUNTATA DI PORTA A PORTA IN ONDA SU RAIUNO ALLE ORE 23 30 NELLA FOTO BRUNO VESPA

Nell’arco del suo pontificato, Papa Francesco ha visitato tutto il mondo. I viaggi di Bergoglio, oltre a testimoniare il suo impegno pastorale, la sua vicinanza alle persone, compongono una vera e propria geografia della sofferenza del mondo. 

Venerdì 7 aprile alle 22.30, al termine della Via Crucis, Rai1 e in contemporanea RaiPlay offrono al loro pubblico, in prima visione assoluta, un film d’autore che testimonia i valori universali espressi da Papa Francesco: “In viaggio”, di Gianfranco Rosi, in cui il più celebrato dei nostri autori di cinema del reale ha fatto una personale selezione fra i tanti filmati che documentano le trasferte di Bergoglio, e li ha uniti a una parte girata da lui stesso. Il risultato ha uno schema limpido: si segue il Papa, si guarda quello che ha visto, si ascolta quello che ha detto. Ma proprio questa apparente semplicità, unita alla potenza naturale delle immagini, esprime la profondità del lavoro e suscita la meraviglia dello spettatore. 

Italia, Brasile, Cuba, Stati Uniti, Medio Oriente, l’Africa, il Sud Est Asiatico: la selezione di Rosi è stata composta su una mole immensa di materiale, oltre ottocento ore di girato, compreso quello del viaggio in Canada che il regista ha voluto seguire e filmare personalmente. “In viaggio” è «il ritratto di un uomo che ci fa guardare oltre», un film, come dice l’autore stesso «aperto, potenzialmente in divenire» che spinge ad una riflessione sui temi centrali del nostro tempo: la povertà, l’ambiente, le migrazioni, la solidarietà, la guerra. 

Nel 2013, appena eletto, Papa Francesco va a Lampedusa, nel 2021 compie un importante viaggio in Medio Oriente, in Iraq e Kurdistan. Gli stessi luoghi che Gianfranco Rosi ha raccontato nei suoi film precedenti: “Fuocoammare” e “Notturno”. Bergoglio in dieci anni di pontificato ha compiuto 40 viaggi, sono viaggi che, secondo Rosi, «tracciano una sorta di mappa della condizione dell’umanità».   “In viaggio”(Italia, 2022) soggetto e regia di Gianfranco Rosi; montaggio di Fabrizio Federico. Produzione: 21uno Film e Stemal Entertainment con Rai Cinema.

La serata di Rai 1 si apre invece alle 20.30 con “La Croce di Odessa”, il consueto speciale di “Porta a Porta”, un reportage di Bruno Vespa sulla sofferenza del popolo ucraino dalla città sul Mar Nero. 

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Sulle Dolomiti a… un passo dal cielo

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SERIE TV

La settima stagione di una delle fiction più amate del piccolo schermo. Con Giusy Buscemi, Enrico Ianniello, Marco Rossetti, Serena Iansiti, Gianmarco Pozzoli, Leonardo Pazzagli e Giulia Vecchio. Da giovedì 30 marzo in prima serata su Rai 1

“Un passo dal cielo” torna in prima serata su Rai 1 con la regia di Enrico Ianniello e Laszlo Barbo. Lo scenario è ancora una volta quello, straordinario, delle Dolomiti, che nelle sei stagioni passate ha incantato i telespettatori della Rai. Sulle montagne si posa lo sguardo di Manuela Nappi (Giusi Buscemi), che porta alla narrazione una prospettiva nuova. Questa stagione si gioca sull’incontro tra femminile e maschile, nelle sue infinite sfumature. Nel rapporto tra Manuela e Vincenzo (Ianniello) scopriremo due fratelli poliziotti che conducono le indagini in maniera opposta. Da un lato il commissario scafato e inflessibile e dall’altro la poliziotta empatica, capace di notare ciò che ad altri sfugge. Attraverso Manuela, scopriremo i nuovi personaggi maschili di questa stagione. Nathan, l’uomo degli orsi, interpretato da Marco Rossetti, che vive da solo nella foresta. Nessuno lo vede mai, se non raramente quando scende in paese per vendere la selvaggina e le pelli. Si dice che sia stata proprio un’orsa a prendersi cura di lui. Un giorno, una coppia di antropologi lo ha trovato e ha deciso di “adottarlo”, cercando di riportarlo alla civiltà. Lo hanno cresciuto, insieme alla loro figlia Adele (Giulia Vecchio), in una fattoria al confine tra il paese e il mondo selvaggio della foresta. Oggi è un uomo che vive lontano da tutto e da tutti, ma sembra avere un conto aperto con un grande allevatore della valle dall’aspetto di un cowboy d’altri tempi. Un personaggio potente, amato, temuto, rispettato, Luciano Paron (Giorgio Marchesi), il primo difensore delle tradizioni secolari della valle. Questo facoltoso cowboy, che non ha eredi, sembra aver messo gli occhi addosso al nipote di Nathan, Mirko (Alessandro Bedetti), che cerca di avvicinare a sé come fosse un figlio. Insieme a Manuela, Nathan andrà a fondo nella vita di Paron per difendere quei boschi e quegli animali che sono a tutti gli effetti la sua casa e la sua famiglia. Nel cast Serena Iansiti, Gianmarco Pozzoli, Leonardo Pazzagli, Giulia Vecchio. Con la partecipazione di Rocio Muñoz Morales. La serie, coprodotta da Lux Vide e da Rai Fiction, sarà trasmessa da giovedì 30 marzo in prima serata su Rai 1.

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Come la Signora in giallo

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IVA ZANICCHI

È la presidente di giuria e investigatrice ne “Il cantante mascherato” il sabato sera di Rai 1. «Bisogna indagare seriamente, ma quando vedo il maialino e le altre maschere mi vien da prenderla in caciara». E al RadiocorriereTv la cantante emiliana racconta anche una barzelletta (anzi due)

Come è andato il suo debutto a “Il cantante mascherato”?

Nella prima puntata ero un po’ frastornata, a dir la verità, ma adesso mi sciolgo (sorride). Milly è una padrona di casa perfetta, straordinaria, e sono anche contenta dei miei compagni di viaggio: Christian De Sica che ho sempre amato, Flavio Insinna che è spiritosissimo, Serena Bortone che fa un po’ da professoressa e ci bacchetta, poi DJ Francesco che è simpaticissimo. Abbiamo preso le misure, andremo benone.

Che rapporto ha con le maschere?

Quando penso alla maschera penso inevitabilmente al carnevale, e così ritorno bambina. Nel paesino in cui sono nata, le maschere le facevano le mamme. La mia era molto estrosa, usava delle patate e ce le metteva in bocca, delle cose tremende (sorride). Noi andavamo in giro casa per casa e il divertimento più grande era proprio quello di non farsi riconoscere, come accade nella nostra trasmissione. Penso anche ai grandi carnevali, Rio come Viareggio. In trasmissione è bello giocare, ma è altrettanto divertente guardare queste maschere bellissime, fatte con molta cura.

Come si trova nei panni dell’investigatrice?

Sono una ridanciana, la butto sempre sullo scherzo, ma bisogna essere seri. Il mio ruolo è quello di indagare, di scoprire, cosa non proprio semplice. Ci danno degli indizi, ma secondo me sono proprio fasulli…

Bisogna fare attenzione ai depistaggi…

Loro vogliono depistare, perché non avrebbe senso che noi indovinassimo subito chi canta dentro la maschera. Ce ne sono alcune, come quella del Cigno svelata la prima sera, in cui cantava Sandra Milo, che hanno un’impronta inconfondibile: era proprio Sandra. Poi ce ne sono altre molto difficili da individuare.

Che giudizio dà alle qualità vocali dei concorrenti?

Ce n’è uno che pur sforzandosi non riesce a cantar male, se ben ricordo l’ippopotamo, deve essere un cantante bravo. Ce ne sono altri che secondo me cantano male (ride), diciamo la verità. C’è da dire che se un cantante è bravo riesce anche a stonare, avendo grande padronanza della voce. Quando c’è un professionista vero lo capisci.

La vediamo divertirsi…

Bisogna indagare seriamente, quando vedo il maialino e le altre maschere mi vien da prenderla “in caciara”, ma il mio ruolo di presidentessa della giuria mi impone di esser seria.

Come investigatrice, si sente più vicina alla “Signora in giallo” o alla nostra Imma Tataranni?

Alla Signora in giallo, la adoro. Vorrei essere come lei che scopre sempre tutto, non so come faccia. Avanti le nonne con l’esperienza. Potrei essere la “Signora in rosa” (sorride).

Che cos’è per lei la leggerezza?

È quella cosa che ti fa vivere bene. Non significa non prendere sul serio ciò che succede, ma cercare di sentire sempre la brezza, il venticello che ti aiuta a sopportare anche i dolori, che ti aiuta a far sì che le offese non ti colpiscano troppo. La leggerezza e l’allegria sono una cosa buona.

C’è un complimento del suo pubblico che le fa particolarmente piacere?

Ultimamente, dopo aver fatto “Ballando con le Stelle”, accade spesso che a fermarmi siano i ragazzi. Mi chiedono una fotografia, vogliono che racconti una barzelletta. Avere questi giovani che mi seguono è un vero miracolo, è galvanizzante, mi definisco una nonna rock.

Questa nonna rock è una donna felice?

Faccio di tutto per esserlo. Mi reputo un po’ anche una comica, pur avendo fatto per tutta la vita la cantante. Nel mio DNA c’è anche questa vena, proprio come mia nonna Rosa, una donna semplicissima, ma adorata da tutte le altre donne del paese per la sua capacità di far ridere. Penso di assomigliarle. Quando vedo che la gente ride alle mie battute sono felice (sorride). Certamente, come tutti i comici, vivo anche momenti di grande tristezza e depressione, cosa che il pubblico forse non immagina. Avendo una certa età certi pensieri vengono alla mente, come pensare alla fine, cosa che ti lascia malinconia. È normale e giusto pensare anche alle cose meno piacevoli.

Facciamo passare alla svelta questa malinconia. Le andrebbe di raccontarci una barzelletta?

Oddio quale posso raccontare… mi ha preso alla sprovvista, non voglio mica raccontarne una sporca… adesso ne cerco una pulita, raccontabile… eccone una…

  • Senti, ma se io vado a letto con tua moglie, dopo siamo parenti?
  • No, siamo pari.

Ne ho anche un’altra…

  • A te piacerebbe fare l’amore in tre?
  • Porca miseria se mi piacerebbe…
  • Allora corri subito a casa da tua moglie, che forse fai ancora in tempo.

Grazie Iva…

Adesso vado a fare la spesa con mio marito al supermercato…

Cosa comprerà?

Da oggi inizio l’ennesima dieta (sorride). Facciamo la dissociata, a mezzogiorno pollo o pesce e un po’ di verdura. Alla sera 80 grammi di pasta con il pomodoro e un cucchiaio d’olio. E naturalmente il parmigiano.

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