Il saluto affettuoso e ironico del direttore artistico Amadeus alla 73esima edizione, apprezzata da molti milioni di italiani
SANREMO 07 FEBBRAIO 2023 1 SERATA DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA
NELLA FOTO AMADEUS
Permettetemi ora di poter dedicare un
pensiero a questo indimenticabile 73esimo Festival di Sanremo. Hai accolto per
la prima volta il nostro amato Presidente della Repubblica e ci hai messo di
fronte alla Costituzione Italiana, portandoci a riflettere; la tua musica ha
fatto sì cantare, ma ha anche parlato alle nostre vite. Questo palcoscenico ha
visto rose spezzate, rifiorire; cantanti e ospiti, scendere le scale…. Entrare,
ma mai uscire di scena. Hai ricordato, reso omaggio e dato un’opportunità in
una società che purtroppo delude, dimentica ed esclude. Con i tuoi SUPEREROI
hai sconfitto ancora una volta il MOSTRO dei cattivi ascolti, facendoci
fare l’ALBA con UN BEL VIAGGIO nel MADE IN ITALY e
oltrepassare DUEMILAMINUTI di FURORE. Nonostante il MARE DI
GUAI in cui versa il mondo con la POLVERE e la CENERE di
guerre e Diritti Umani negati che dividono in DUE e portano a dare L’ADDIO
a troppe vittime innocenti… NON MI VA di pensare che IL BENE NEL MALE,
quando TI MANCA IL FIATO, siano PAROLE DETTE MALE, che STUPIDO
fanno sentire. SE POI DOMANI farai SPLASH, riemergi sempre e SALI
sopra tutte le difficoltà, perché a passo di TANGO, smetterai di
inseguire le CAUSE PERSE. E poi che dirti? Grazie a tutti i protagonisti
che ti hanno dato vita, rendendoti unico; nessuno è stato EGOISTA. Io mi
sono fatto in “quattro”, ma posso affermare con orgoglio che sei più che mai VIVO.
Non a caso la LETTERA 22 dell’alfabeto internazionale è la V di Vittoria…
quindi caro Festival LASCIAMI dire con un TERZO CUORE in gola,
che DUE VITE non bastano a me, per ringraziarti Sanremo 2023.
Dal 14 febbraio nelle sale il nuovo film di Alessandro Siani, regista e interprete di una commedia che unisce divertimento, ironia e tenerezza. Nel cast del film coprodotto da Rai Cinema, Max Tortora, Matilde Gioli, Maria Di Biase
L’amicizia che c’è e l’amicizia che manca, l’amicizia tradita, quella che
dura una vita e quella di pura convenienza. Alessandro Siani indaga e fotografa
l’amicizia con la sua nuova commedia coprodotta da Rai Cinema, nelle sale dal
14 febbraio. Un film che regala sorrisi e spunti di riflessione, partendo da
uno dei mali più diffusi dell’era moderna: la solitudine. «‘Tramite amicizia’
non è solo un grido di dolore, nel nostro Paese se cerchi un lavoro, oppure un
posto per ricoverarti in ospedale, lo puoi trovare solo tramite amicizia… –
dice Siani – ma è soprattutto una riflessione su un sentimento che insieme
all’amore e alla felicità resta la più grande condizione di affetto di cui non
possiamo fare a meno mai».
Come è nata l’idea di questa storia?
Avevo letto diverso tempo fa un articolo che
parlava di un’agenzia che procurava amici in affitto a Tokyo. Questa notizia mi
aveva sempre lasciato un forte desiderio di indagare più a fondo e così dopo il
lockdown ho deciso di scrivere un copione sull’argomento in collaborazione con
Gianluca Ansanelli e Fabrizio Testini. Avevo già affrontato in alcuni miei film
precedenti certi temi come la felicità (“Mister Felicità”), i miracoli
(“Si accettano miracoli”) e l’amore (“Il principe abusivo”)
e questa volta ho tenuto presente l’esigenza di parlare di amicizia cercando di
dare spazio ai momenti brillanti, ma anche lasciando grandi margini ai
sentimenti. In questa occasione mi sono trovato ancora una volta nella duplice
veste di regista e interprete, ma essendo un attore che doveva fare recitare
altri colleghi, ho cercato sempre di dare il meglio di me e di far venire fuori
il meglio da tutti gli altri, soprattutto quando ero in scena insieme a loro.
Che cosa ha scelto di raccontare questa volta?
Una storia ambientata a Ferrara in cui si
seguono le vicende di Lorenzo, il
proprietario di un’agenzia chiamata “Tramite amicizia” che offre amici a
noleggio a chi ha bisogno di conforto, di compagnia o solo di un consiglio per
lo shopping. Si presenta affabile, premuroso e gentile, sempre in grado di
rappresentare l’amico perfetto… Un giorno si rivolge all’agenzia sua cugina Filomena (Maria Di Biase) molto
preoccupata perché suo marito (Yari Gugliucci) rischia di essere licenziato
dalla florida fabbrica di dolciumi in cui lavora: il suo capo, Alberto Dessè
(Max Tortora) vuole lasciare tutto e vendere l’azienda, non tanto per motivi
economici, ma perché si sente un uomo solo, infelice e scoraggiato. Lorenzo
viene così spinto ad avvicinarsi ad Alberto per offrirgli la sua amicizia,
ridargli fiducia e ottimismo, spingerlo a vincere la sua depressione e a
ripristinare la funzionalità della fabbrica per garantire agli operai un lavoro
per loro determinante. Tra Lorenzo e Alberto nascerà col tempo un rapporto di
vicinanza e di familiarità reale e non costruito.
Come entrano in scena i personaggi
interpretati da Matilde Gioli, Cecilia Dazzi e Maria De Biase?
Matilde Gioli recita la parte di Maya, una
sorta di “vagabonda” che prova mille espedienti per andare avanti
nella vita e che per un caso si ritroverà a collaborare con Lorenzo con
conseguenti piccoli risvolti sentimentali. Matilde ha una forte personalità, il
suo non era un ruolo da commedia, ma lei lo ha affrontato e reso con grinta e
anche con dolcezza rivelandosi perfetta per il suo personaggio. Cecilia Dazzi
interpreta invece un’amica di adolescenza di Alberto che era andata a vivere a
Parigi e che lui vorrà di nuovo incontrare a distanza di tanti anni. È
un’attrice con cui avevo sempre voluto lavorare senza mai trovare un ruolo che
fosse adeguato a lei: questo film mi ha permesso finalmente l’occasione di
iniziare una collaborazione con lei che è sempre molto brillante e molto
spiritosa, un vero asso nella manica. Quanto poi a Maria De Biase ho ritrovato
un’amica, avevamo già lavorato insieme in passato e ci siamo ritrovati
felicemente, è un incredibile talento comico.
Come si è trovato con Max Tortora?
Avevo già lavorato con lui anni fa nel
programma tv “Bulldozer”, è stato bello ritrovarsi, è un attore che
può contare sia su corde comiche che su quelle drammatiche e si è rivelato
subito perfetto, è un vero animale da commedia, un interprete completo in grado
di passare dai film brillanti con Carlo Verdone a quelli drammatici come quello
dei fratelli D’Innocenzo o di Vincenzo Marra. Per il personaggio di Alberto era
necessaria una presenza scenica importante e Max aveva il “phisique du
role” perfetto.
(intervista da portale 01 Distribution-Rai
Cinema)
Nella serie di Rai 2 è il rampollo della famiglia camorrista Conte. L’attore campano è tra i protagonisti più amati di “Mare Fuori” sin dalla prima stagione. Da mercoledì 15 febbraio in prima serata
Come ha vissuto il ritorno a “Mare
Fuori” in questa terza stagione?
È stato un po’ come tornare a casa,
questa volta con un po’ di malinconia in più perché nel cast c’erano dei grandi
assenti e ho sentito la loro mancanza. E poi, per tutti noi, il regista Ivan
Silvestrini è un punto di riferimento, è un po’ il padre di una grande
famiglia. Nel cast sono arrivati nuovi ragazzi con cui abbiamo legato molto, si
sono inseriti bene. Abbiamo passato tanto tempo con loro, soprattutto in casa,
visto che è diventato abbastanza complicato girare tutti insieme per le strade
di Napoli.
La serie come ha cambiato la sua
vita?
Sono grato a “Mare fuori” per avermi
dato l’opportunità di avere un ruolo da protagonista, sul quale ho potuto
lavorare, che ho potuto approfondire. Ma il cambiamento vero è avvenuto con la
messa in onda della serie, quando mi sono
confrontato con l’attenzione del pubblico, quando in strada hanno
cominciato a riconoscermi. Trovarsi gli occhi addosso delle persone, che ti
guardano come se ti conoscessero da sempre, non è mai semplice da gestire, all’inizio
mi sentivo un po’ in imbarazzo, ma con il tempo ho trovato equilibrio.
Com’è cambiato, nel tempo, il
rapporto con il suo Edoardo Conte?
All’inizio ci fu una fase di
conoscenza, poi entrammo in sintonia. In questa terza stagione l’ho trovato un
po’ in crisi. Da attore ho cercato di trovare qualcosa di nuovo in lui, sono
andato a scavare sempre più a fondo. Ho conosciuto una parte più fragile di
Edoardo, sta diventando adulto ma al tempo stesso vorrebbe restare ragazzo. Si
trova a crescere e per lui non è facile.
Le è capitato di trovarsi in
disaccordo con il suo personaggio?
Non posso mai approcciarmi a un
personaggio prendendo le distanze da quello che è. Per me ha sempre ragione.
Anche quando ha atteggiamenti nei quali non mi ritrovo, da attore cerco di
capire. Diventiamo un po’ i loro avvocati difensori, anzi, andiamo oltre.
L’avvocato difende, l’attore dà anche
corpo e voce. Edoardo ha il suo modo di pensare, agisce in rapporto a
ciò che sente.
Cosa significa portare in scena
Napoli?
Da salernitano è stata una bella
sfida, ho cercato di osservare la città e le sue dinamiche, di capire la sua
gente. Ho studiato l’atteggiamento delle persone, l’ho fatto per le strade come
nei bar, ho ascoltato, trovando una città dai mille colori.
La sigla di “Mare fuori”, di cui è
autore, è molto popolare tra tutti i telespettatori…
Anche tra chi non ha visto la serie (sorride).
Come sono nati testo e musica?
La musica accompagna da sempre la mia
vita. Venivo da un lavoro approfondito sul personaggio di Edoardo, giravamo da
circa un mese e un giorno, facendo la doccia, mi è uscito il ritornello. Ne
parlai con il mio producer, che lavorò alla base, e così nacque la struttura
poi riarrangiata da Stefano Lentini. Dopo qualche giorno, feci sentire la
canzone ai ragazzi e a loro piacque, quindi arrivò al regista che mi disse che
il brano sarebbe diventato la sigla della serie.
Cosa ha imparato da questa esperienza?
Lo capirò meglio e lo metabolizzerò nel tempo. Ho sicuramente
imparato che con il lavoro e con il sacrificio arrivano risultati che vanno
anche fuori la nostra immaginazione. Ho imparato che il legame con gli altri
attori, l’affiatamento di scena, è sempre positivo. E che la qualità fa la
differenza.
Cosa c’è dentro al suo cassetto dei
desideri?
Ci sono tanti progetti. Sto crescendo,
ho voglia di raccontare anche nuovi personaggi, di trasmettere emozioni attraverso
la musica. Spero anche di ritornare a teatro. Ma c’è soprattutto voglia di
continuare a sognare.
La profiler della polizia, già amata protagonista del romanzo omonimo di Ilaria Tuti, sta per incontrare il pubblico di Rai 1 e di RaiPlay nella serie in partenza il 13 febbraio. Il RadiocorriereTv ha incontrato la scrittrice, l’interprete principale, Elena Sofia Ricci, e il regista Carlo Carlei
Ilaria
Tuti
Dal romanzo alla serie Tv, che
viaggio è stato?
Un viaggio fantastico e molto
fortunato, che mi ha cambiato la vita portando cose meravigliose. Il libro è
nato da un personaggio, quello di Teresa Battaglia. Da lettrice sentivo il
bisogno di raccontare una donna un po’ diversa da quelle che solitamente si
trovano nei romanzi di genere. Ero abituata a leggere di donne giovani, molto
belle e attraenti, che giocavano su questo potere di attrazione, e volevo
proporne una diversa. Così è nata Teresa, commissaria di polizia quasi
sessantenne, malata di diabete, fuori forma, per nulla attraente e che non fa
nulla per esserlo, una donna che ha tanto da dire, come le donne mature che ho
incontrato nella mia vita che hanno avuto tanto da dire e tanto da dare perché
forti di un’esperienza eccezionale.
Teresa Battaglia porta con sé un
grande segreto…
Nasconde un passato di dolore. Il
thriller è un plot che ho usato per parlare di tante cose diverse, tra cui la
violenza di genere, quella che si consuma dentro le case, nelle famiglie.
Teresa è una donna che ha sofferto, che è stata abusata dal marito, che ha
pagato un prezzo altissimo per essere libera e che si porta queste ferite
dentro. Per raccontarle amo citare Alda Merini: queste ferite sono diventate un
fuoco di dolore che in qualche modo le ha rese incandescenti e trasformate in
amore per gli altri. Teresa usa la compassione per capire le vittime e per
capire anche i carnefici.
I telespettatori ritroveranno la
stessa Teresa narrata dal romanzo?
Nel personaggio televisivo c’è tutta
Teresa. Ci sono la sofferenza, la grandissima empatia, sono state rispettate e
portate con grande bravura da Elena Sofia Ricci, che ha amato e capito il
personaggio da subito, con grande intelligenza e sensibilità. Accettare di
portare la compassione nella propria vita significa accettare anche di soffrire,
perché compassione vuol dire sentire il dolore degli altri e farlo proprio.
Ecco perché si chiama “Fiori sopra l’inferno”, da una citazione di Kobayashi
Issa, importantissimo poeta giapponese del passato. Noi abbiamo dei filtri
mentali che ci permettono, nella vita, di accantonare il dolore, le paure e
andare oltre. Non vediamo l’inferno su cui tutti, chi più chi meno, stiamo
camminando, ma vediamo i fiori sul terreno. Teresa va oltre, accetta di far
cadere questi filtri per capire gli altri e vede l’inferno che c’è sotto. Si fa
carico del dolore degli altri per aiutarli e per andare avanti.
Carlo
Carlei
Com’è avvenuto il suo incontro con
questa storia?
Per me è stata una storia d’amore che
non si è realizzata immediatamente. Avevo letto il romanzo quando era uscito,
mi era piaciuto tantissimo, volevo prendere i diritti ma erano già stati presi.
Dopo tre anni, il progetto era di nuovo libero e quando l’ho saputo mi ci sono
buttato sopra. È stato un
incontro magico, sapevo già come adattarlo. Ho sempre pensato che potesse
diventare una serie di grande successo, ci ho trovato tutti gli elementi
necessari: un bel personaggio protagonista, due co-protagonisti tra loro agli
antipodi ma che si integravano perfettamente, e quattro bambini di undici anni,
elemento fondamentale per fare avvicinare la protagonista alla verità.
Chi è Teresa Battaglia?
Teresa, arrivata alle soglie dei
sessant’anni, come tutti noi si porta dentro delle ferite che sono più o meno
laceranti. La sua professione è fatta soprattutto di intuito, di perseveranza,
di un’intelligenza sopraffina, che purtroppo vengono messi in pericolo da
un’incipienza di Alzheimer, ancora agli inizi, ma che Teresa comincia a sentire
proprio nel momento in cui sta affrontando il caso più spinoso della sua
carriera. È
fondamentale il timing di questo racconto: vediamo Teresa in difficoltà,
fa affidamento a tutte le sue qualità per venire a capo di un caso terribile, quello
di un serial killer che si aggira per le montagne e punisce adulti che in un
certo senso si sono macchiati di un peccato capitale, che è quello di abusare
l’infanzia.
Da regista
cosa ha chiesto a Elena Sofia Ricci?
Più che
chiederglielo io, la volontà, in questo momento della sua carriera, era quella
di resettarsi, di fare tabula rasa di tutte le piccole sicurezze che a poco a
poco si affastellano nel momento in cui fai un personaggio per tanti anni. La
volontà di Elena Sofia era di calarsi nei panni di un personaggio che a poco a
poco risente di uno sfasamento con la realtà. Lei è stata eccezionale,
l’equivalente di un attore americano che usa il metodo Stanislavskij. Ha sorpreso tutti, non perché non conoscessimo il
suo talento. Elena è un’attrice che ha vinto dei David di Donatello ed è una
professionista esemplare.
Elena Sofia Ricci
Che tipo di rapporto ha avuto con il
romanzo?
Quando inizialmente mi chiamarono per
questo progetto confesso che non avevo letto i romanzi, ma me ne avevano
parlato tante amiche. Mi sono sentita subito ignorantissima e mi sono
precipitata, e mi sono innamorata come tutti di Teresa Battaglia. Ho capito
perché Ilaria Tuti abbia avuto così tanto successo, in Italia e all’estero. Il
personaggio è entusiasmante perché è diverso, controverso, ruvido, a tratti
antipatico, virile, tranne con i bambini e con il killer. Esprime la sua parte
più femminile quando ha a che fare con i bambini e con quell’omicida che deve
essere stato un bambino ferito, con delle forti fragilità. Usa la sua mente, il
suo cuore, per cercare di capire chi possa essere e trovarlo. L’altro tratto è
l’altro mostro con il quale si trova a dover combattere, che non è più quello
fuori di sé, ma la malattia della quale comincia a soffrire. Per una donna che
ha scelto una solitudine quasi forzata, l’Alzheimer diventa un mostro difficile
da combattere.
Nel nostro vivere scegliamo spesso di
vedere i fiori e non l’inferno, come cammina Teresa?
Si cammina sull’inferno. A volte si
decide di andarci dentro e di scoprirlo, altre, su questi ghiacci, si vede solo
il riflesso del cielo o di un fiore senza andare in fondo. Teresa va in fondo,
dopo avere conosciuto il suo di inferno. Sa bene di cosa parla, per questo è
così capace di vedere e comprendere l’inferno altrui, di averne quasi cura.
Chiaramente dovrà prendere il killer, dovrà capire che cosa è successo, ma lei
va dentro.
La storia giusta al momento giusto?
Queste storie sono sempre giuste.
Perché chi di noi non ha un inferno dentro di sé, chi non ha attraversato
momenti bui, difficili? Il personaggio di Teresa è estremo, veramente
spigoloso, duro. Si nasce soffrendo, si cresce soffrendo, è anche attraverso il
dolore che si evolve nella vita.
La profiler della polizia, già amata protagonista del romanzo omonimo di Ilaria Tuti, sta per incontrare il pubblico di Rai 1 e di RaiPlay nella serie in partenza il 13 febbraio. Il RadiocorriereTv ha incontrato la scrittrice, l’interprete principale, Elena Sofia Ricci, e il regista Carlo Carlei
Dalla borgata romana al convento di “Che Dio ci aiuti” su Rai 1. La sua Sara, che ha esordito nella settima stagione della serie, è già entrata nel cuore dei telespettatori. Al RadiocorriereTv l’attrice parla del suo personaggio: «Ho trovato piacevole la sua leggerezza, il suo voler essere libera» e del suo futuro extraprofessionale: «Voglio pensare anche alle cose più concrete della vita, come prendere la patente»
“Che Dio ci aiuti” porta da anni il
sorriso nelle case degli italiani. Come è stato confrontarsi con il registro
della commedia?
Quando scegli questo lavoro la cosa
che ti auguri di più è di poter fare sempre cose totalmente diverse le une
dalle altre. Mi è sembrato di essere stata molto fortunata perché il
personaggio di Sara è bellissimo, sfaccettato, è un po’ una boccata d’aria
fresca. Lei non ha sovrastrutture, è come la vedi. Certamente ha dei segreti,
ha un passato oscuro, cose che si scopriranno verso la fine della stagione. Il
desiderio di essere felice e la gioia di vivere la portano a nascondere il
passato.
Cosa ha pensato di Sara alla prima
lettura del copione?
I nuovi personaggi all’inizio erano
molto caratterizzati, sono entrati a gamba tesa. Il pubblico ha capito da
subito chi fossero. Sara è romana, un po’ eccentrica, ama curare la propria
immagine, è un po’ naif, genuina. Io, essendo molto “pesantona” ho pensato che
ci sarebbe stato molto da lavorare per lasciarmi andare (sorride). Poi,
entrando nel personaggio, ho trovato piacevole la sua leggerezza, il suo voler
essere libera.
Sara è una ragazza determinata, è un
tratto distintivo che vi accomuna?
Lo vedo di più in lei, anche perché
ha una storia diversa. Sara è orfana, ha dovuto trovare la forza in se stessa,
non ha avuto una famiglia al suo fianco. La sua bellezza è data anche dalla sua
determinazione. Anche io sono stata molto determinata per poter fare questo
mestiere.
Come nasce la passione per la
recitazione?
Da bambina i miei genitori mi
portarono a vedere uno spettacolo musicale, era “Aggiungi un posto a tavola” di
Garinei e Giovannini, e mi innamorai totalmente di ciò che vidi. A sette anni chiesi
poi di fare teatro, ed ebbi la fortuna di incontrare un’insegnante pazzesca che
mi ha cresciuta per un decennio quasi come una figlia, curando la mia
artisticità. Dopo il liceo riuscii ad entrare al Centro Sperimentale di
Cinematografia. Amavo il fatto di poter essere lì con tante classi diverse,
c’era chi faceva costume, chi fotografia, chi sceneggiatura. Stare in mezzo a
quell’arte, a quell’aria di cinema, era pazzesco. Sono stati tre anni di grande
crescita, artistica e personale, nonostante dal secondo anno in poi il covid
abbia in parte condizionato le attività di gruppo, quelle più fisiche
Che significato ha la parola talento?
Ci si nasce, è una fortuna ma non una
garanzia, da solo non basta, bisogna aiutarlo. È certamente importante ma deve essere sostenuto dal lavoro.
Per crescere un attore deve anche “rubare
il mestiere” ai colleghi di maggiore esperienza, cosa le hanno insegnato Elena
Sofia Ricci e Valeria Fabrizi?
Mi ha colpito il gioco. Elena Sofia e
Valeria sono incredibili, fanno cose anche molto buffe senza giudicarsi. Al
Centro Sperimentale ci dedicavamo per molte ore al “gioco dell’attore”, che per
me era la cosa più difficile. Ci misi quasi un anno per sciogliermi e capire
che cosa significasse. Con Elena ho fatto una delle prime scene, mi ha aiutato
a lasciarmi andare. Valeria ha un’energia incredibile e mi ha trasmesso la
felicità di fare questo mestiere, il nostro è un lavoro dinamico, ti consente
di imparare ogni volta qualcosa di diverso.
Come ci si prepara a un nuovo personaggio?
L’approccio cambia di volta in volta,
dipende da quali mie corde tocca, da quanto gli sono vicina o gli sono lontana.
A volte vado più di empatia, altre cerco distacco. Nel caso di Emma in “Mental”(serie
realizzata da RaiPlay) ho lavorato sulla sua forza, tenendo dentro
l’emotività. Con Sara gli elementi sono invece quelli dell’esplosività, del
gioco. Lei è energia pura.
Ha dei modelli ai quali si ispira?
Rubo. Ci sono attrici, penso a Kate
Winslet, che insegnano in ogni loro film. Guardi la tecnica, il metodo,
percepisci emozioni.
Un attore è chiamato a dare molto di
se stesso, dove ricerca nuovi stimoli?
Quello di avere alti e bassi è un po’
il cliché degli attori, c’è il momento un po’ depressivo in cui pensi sia tutto
fermo e c’è quello di euforia. La ricerca è sempre l’equilibrio. Mi sono data
degli obiettivi e spero di mantenerli: voglio ricominciare a fare canto, danza,
e poi le cose più concrete della vita, come prendere la patente, perché ancora
non ce l’ho (sorride).
Premiata dagli ascolti e dalla critica. La 73esima edizione del Festival vinta da Marco Mengoni ha visto i giovani ancor più protagonisti, sul palco e tra il pubblico. Secondo e terzo sul podio Lazza e Mr.Rain. A Colapesce Dimartino il premio della Critica “Mia Martini” e quello della sala stampa “Lucio Dalla”
SANREMO 07 FEBBRAIO 2023 1 SERATA DEL 73 FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA
NELLA FOTO GIANNI MORANDI – AMADEUS – CHIARA FERRAGNI
Un Festival
che legge il presente e guarda con attenzione al futuro, nei testi delle
canzoni, negli stili musicali, nei momenti di spettacolo e di riflessione. Il
quarto Sanremo di Amadeus conferma la solidità di un progetto che vede in campo
l’intera Rai in piena condivisione con il mondo discografico. Obiettivo,
mantenere il rapporto già consolidato con il pubblico televisivo, ed aprirsi
sempre più nei confronti dei giovani, anche attraverso il web e i social media.
Perché la musica uscita dal Festival
conquisterà le hit nel giro di pochi giorni per portarci fino all’estate e
oltre. Il podio ben racconta come Sanremo abbia già imboccato una nuova via:
sul gradino più alto Marco Mengoni con “Due vite”, quindi Lazza con “Cenere” e
Mr. Rain con “Supereroi”. Nella cinquina che ha affrontato la sfida finale al
televoto anche Ultimo, quarto con il brano “Alba”, e Tananai, quinto con
“Tango”. Assegnato dalla Sala Stampa il
Premio della Critica “Mia Martini” alla canzone “Splash” di Colapesce Dimartino.
A loro 29 voti dei giornalisti accreditati. Al secondo posto Gianluca Grignani
con 23 voti, al terzo Coma_Cose con 11. A premiare i due musicisti siciliani
anche la Sala Stampa “Lucio Dalla”. Il Festival 2023 ha conquistato sera dopo
sera il pubblico televisivo, quello radiofonico e i tantissimi che hanno
seguito la gara su RaiPlay. Nella serata conclusiva Sanremo ha avuto un ascolto
complessivo di 12 milioni 256 mila spettatori con uno share del 66 per cento
tra le 21.25 e l’1.59. La prima parte (21.25 – 23.54) è stata seguita invece da
una media 14 milioni 423 mila spettatori, con uno share del 62.7 per cento. Il
picco di ascolti si è registrato alle 22.01 con 15 milioni e 674 mila quando
sul palco si esibivano i Depeche Mode. Grande anche il successo della
piattaforma della Rai, la diretta streaming della serata conclusiva ha generato
2,6 milioni di visualizzazioni, in crescita del 26% rispetto al 2022. Boom di
ascolti anche tra il pubblico giovane per tutti i programmi che nel corso della
settimana hanno raccontato il Festival e i suoi protagonisti: da “Uno Mattina”
a “Oggi è un altro giorno”, da “La vita in diretta” a “BellaMa” e a “Italia
Sì”. «Il Festival di Sanremo ci ha
raccontato un universo giovanile che sta attraversando una fase di dirompente
fermento creativo – ha dichiarato Carlo Fuortes, amministratore delegato della
Rai – ha fatto esprimere voci di una generazione che si è messa in movimento
per crescere, per dimostrare di avere potenzialità enormi, per fare in modo che
l’Italia sia sempre più protagonista in Europa e nel mondo con la musica e la
cultura. Un patrimonio enorme che dobbiamo saper usare nella maniera migliore. Sanremo
2023 ha messo in scena questo patrimonio con un’ampiezza mai vista prima. Il
numero dei cantanti che hanno partecipato al Festival, come concorrenti, come
ospiti, come protagonisti di mille iniziative parallele è stato eccezionale.
Perché quest’anno, come non mai, tutta la musica italiana è stata protagonista
del Festival, con star di ieri e di domani che sono diventate, per una
settimana, tutte star di oggi». Il ruolo della Rai si conferma fondamentale. «Il patrimonio costruito in oltre
settant’anni di lavoro sta dando, ancora una volta, come e meglio di ciò che è
accaduto nella storia del Festival, frutti notevoli per effetto del lavoro
dell’Azienda, la quale ha sempre reso Sanremo uno dei punti centrali della sua
programmazione» ha
concluso.
Otto nuovi appuntamenti con
le inchieste di Riccardo Iacona e della sua squadra. Da lunedì 6 febbraio alle
21.20 su Rai 3
Dal 6 febbraio, ogni
lunedì, alle 21.20 su Rai 3, tornano le inchieste di “Presa diretta”. Otto
nuovi appuntamenti per conoscere e per capire la realtà che ci circonda.
E’ cominciato un anno pieno di sfide da affrontare.
“PresaDiretta”, con la sua ostinata voglia di approfondire e di raccontare,
entrerà nelle questioni più attuali per provare a capire un mondo sempre più
complesso: dalla guerra in Ucraina alla povertà che avanza, dalle urgenze
dettate dal cambiamento del clima alla crisi della sanità pubblica, dalle
crescenti tensioni tra le grandi potenze agli scandali che hanno investito
l’Unione Europea. E poi ancora inchieste sull’acqua, il bene più indispensabile
che però non basta più, sui social e gli
algoritmi che si stanno prendendo la vita dei più giovani, sulla plastica
trovata persino nel sangue umano, sulla
guerra dei chip e sul fatto che non possiamo più farne a meno.
“PresaDiretta”
è unprogramma
di Riccardo Iacona e di Cristina De Ritis, con la collaborazione di
Giulia Bosetti, Lisa Iotti e Raffaella
Pusceddu.
Popolarissima nella sua Germania, con “Black-Out” ha conquistato il pubblico italiano nel ruolo di Claudia Schneider. L’attrice al RadiocorriereTv: «Percorrere questa strada con Claudia è stato un grande viaggio interiore capace di darmi forza». E sul suo rapporto con l’Italia: «Conosco il Paese tramite il mio lavoro e mi connetto con le persone in modo diverso rispetto a come farei da turista, cosa che allarga immensamente il mio orizzonte»
Come ha vissuto l’incontro con il personaggio
di Claudia Schneider?
Claudia è una donna con una personalità
complessa: è diretta, energica e diligente, ma anche molto sensibile, empatica
e accogliente. Aiutare gli altri è il centro della sua vita: lavora come medico
d’urgenza. Questi medici lavorano in un costante clima di crisi e credo che non
tutti sarebbero capaci di affrontarlo. Ammiro la sua forza e il suo coraggio,
la sua empatia e il senso della giustizia. A rendere il personaggio di Claudia
così interessante è il suo lato fragile. La vita nella protezione dei testimoni
è molto dura e solitaria. Claudia cerca di vivere normalmente, specialmente per
sua figlia, ma ha vissuto un grande trauma. Ecco perché diventa dipendente dai
tranquillanti, non è in grado di affrontare il trauma e se stessa. Almeno non
ora… Claudia è un personaggio molto profondo, un grande dono per me come
attrice.
Nel sottotitolo “vite sospese” c’è
forse la chiave di questo mistery-drama… cosa significa vivere “in
sospensione”?
“Blackout” si apre subito con una
tragica catastrofe. La normale quotidianità, in cui l’elettricità, il cibo, le
cure mediche e le telecomunicazioni sono date per scontate, non esiste più.
Quindi le vite dei protagonisti sono “in sospensione“. Questa crisi rivela
anche la loro situazione interiore. Lottano non solo con il disastro naturale,
ma anche con i propri limiti interiori e lati oscuri. Quindi le loro maschere cadono,
a poco a poco… Penso che durante il periodo della pandemia abbiamo vissuto
una situazione simile, una “vita in sospensione”. E per quanto terribile
sia stato, abbiamo anche iniziato a mettere in discussione noi stessi e il modo
in cui viviamo. Questa è, come per i nostri protagonisti, anche un’opportunità.
Una donna che si nasconde da chi
la vuole morta e che, al tempo stesso, cerca la strada per rinascere… le è
capitato di mettersi nei panni di Claudia?
Penso sia inimmaginabile ciò che
una persona subisce nel programma di protezione dei testimoni. Perde la sua
quotidianità, le sue relazioni, la sua identità. Claudia non dubita di aver
fatto la cosa giusta e cerca di mantenersi in piedi per il suo senso del dovere.
Per non spezzarsi reprime il suo trauma. E solo quando si trova con le spalle
al muro è costretta a guardarsi dentro. Ricomincia a sentirsi se stessa, sente
le sue paure, ma anche i suoi desideri. Paradossalmente, per Claudia la
disgrazia della valanga diventa un’occasione per sentirsi di nuovo viva. Torna
a fare il medico, occupandosi dei feriti e circondandosi di persone. In questo modo anche il suo cuore sembra
trovare una nuova vita… Percorrere
questa strada con Claudia è stato un grande viaggio interiore, capace di darmi
forza.
La vicenda si svolge in Italia,
che rapporto ha con il nostro Paese? Come è stato vivere le montagne del
Trentino?
È molto arricchente poter conoscere l’Italia
attraverso il mio lavoro. Mi immergo nelle storie che muovono il paese,
politicamente e culturalmente, e mi connetto con le persone in un modo molto
diverso rispetto a come farei da turista, cosa che allarga immensamente il mio
orizzonte. Ho avuto la fortuna di vivere più a lungo in Sicilia qualche anno fa
per il progetto “Maltese – Il Romanzo del Commissario”, per “Blackout” sono
andata nel nord Italia. Il magico paesaggio delle Dolomiti, la montagna in
generale ha un grande fascino. La montagna non si muove, resta lì, sempre.
Eppure, cambia tutto attorno a lei, il tempo, le nuvole, i colori, la luce. La
montagna non muta, pur non rimanendo mai la stessa… Una metafora meravigliosa
per l’essere umano, per la vita stessa e anche per quella dei nostri
personaggi.
Italia e Germania, due diverse “temperature”
di approccio alla vita… cosa le piace del vivere italiano?
Vorrei cercare di non nominare alcun cliché (sorride).
Ma hanno un fondo di verità: la luce calda, la gentilezza, la bellezza della
natura dalle montagne al mare, la ricchezza culturale dell’Italia, sono tutte
cose che rendono il mio cuore felice. E anch’io ho un cliché tedesco da
offrire: mi piace cenare alle 18, i miei amici italiani lo trovano un po’
strano, ma le differenze rendono la vita interessante! Vivere uno scambio
culturale e imparare gli uni dagli altri è generalmente un’esperienza
meravigliosa.
Che cosa la attrae del nostro modo di
raccontare la realtà attraverso cinema e serialità televisive?
Penso che le storie raccontate in televisione
e al cinema siano fondamentalmente una chiave cruciale per comprendere un Paese,
la sua mentalità, la sua gente e per provare empatia con loro. Ecco perché abbiamo
tanto bisogno del cinema, ci connette. Abbiamo bisogno di storie che sondino le
profondità delle nostre anime, in modo drammatico o umoristico. Soprattutto nel
frenetico mondo moderno in cui siamo spesso costretti a nascondere i nostri
veri sentimenti.
Che cosa abbiamo da imparare dal cinema del
Nord Europa?
Secondo me è positivo che il Sud e il Nord
Europa abbiano stili o firme narrative cinematografiche differenti, perché
questo mostra la diversità e quindi la ricchezza dell’Europa. Forse sarebbe interessante
raccontare insieme ancora più storie europee, per superare ulteriormente la
separazione tra “Nord e Sud Europa”. Mi piace anche questo di “Blackout”: in
questa situazione chiusa, attraverso i nostri protagonisti, si trova una sorta
di piccola Europa. Ci sono gli italiani, una tedesca, una bielorussa, un
francese e anche un ragazzo migrante dall’Africa. E tutti devono superare una
crisi, insieme. Una metafora molto bella.
Che tipo di rapporto si è creato sul set con
Alessandro Preziosi e Marco Rossetti?
Sono molto grata per questi due colleghi
fantastici. Alessandro è un attore straordinario. Oltre a quella del suo
personaggio, ha sempre una visione d’insieme concreta e totale. Ed è sempre
alla ricerca della vera profondità del momento. Qualcosa che è molto importante
anche per me: la verità di un momento. Tra i nostri personaggi, Giovanni e
Claudia, c’è una forte attrazione, forse anche perché tra loro c’è un oscuro
segreto. Ma non possono davvero parlarsi, soprattutto Giovanni non può mostrare
il suo vero volto a Claudia. Qualcosa che genera una relazione delicata.
Scoprire l’essenza del rapporto tra Claudia e Giovanni insieme ad Alessandro è
stato un processo intenso e molto bello. Con Marco, senza esserci mai
incontrati prima, c’è stata subito fiducia. È stato
bello, visto che nella serie abbiamo una storia: Marco e Claudia hanno una
figlia insieme e sono divorziati. È stato semplice
creare con lui la familiarità necessaria
per portare sul set una relazione con un passato complicato. Lui è veramente
meraviglioso, recita in modo molto intelligente e sensibile.
Si considera una donna coraggiosa?
Il mio coraggio non è dato dal fare bungee
jumping o gli sport a rischio. Anche se, come attrice, ho dovuto camminare più
volte sui tetti dei grattacieli nonostante la mia paura dell’altezza (sorride).
Penso di essere relativamente forte dentro, coraggiosa nei rapporti con le
persone. Non faccio giochi o tattiche. Mi mostro sinceramente, comunico i miei
sentimenti, sostengo i miei errori e le mie debolezze. Inoltre, non ho paura
dei sentimenti o dei difetti degli altri. Posso essere molto forte per qualcuno
che sta soffrendo. Mi piacciono l’autenticità e la profondità per incontrarsi e
conoscersi. Questo è essenziale nella vita.
Come si confronta con la paura?
Rifletto, chiedendomi se la paura abbia
un’origine reale o sia una fantasia selvaggia nella mia testa. È così che
decido se proteggermi meglio dalla paura o affrontarla. La paura è anche una
sorta di indicatore che ci aiuta a valutare le situazioni. Ma a volte non ho
tempo per pensare. Il lavoro di attrice mi presenta spesso sfide psicologiche e
fisiche e non c’è tempo per riflettere. In questo caso assumo la prospettiva
del ruolo, come uno scudo protettivo. Spesso è solo dopo una scena che mi rendo
conto di quanto ero nervosa. Immaginare di essere qualcun altro non è un
cattivo modo di affrontare la paura (sorride).
Ognuno di noi può trovarsi a vivere una
situazione di black-out, come si reagisce?
Io cercherei di unirmi agli altri. Sono
situazioni che si superano solo in gruppo. Bisogna aiutarsi, condividere e
scaldarsi a vicenda. Un blackout del genere alimenta paure ed egoismo e trovo
fondamentale rimanere solidali. Credo che molte persone agirebbero così. In
situazioni di pericolo non si mostra solo il peggio delle persone, ma anche la
loro bellezza e la loro capacità di aiutare e amare.
Che cosa le rimarrà di questo lavoro?
È stata un’esperienza molto speciale che ha
lasciato molti ricordi e tracce nella mia anima. Nel mio cuore rimangono soprattutto
le persone. Una ripresa a 3.000 metri in montagna è molto ambiziosa, abbiamo
affrontato molte situazioni impegnative. Ogni volta porto con me anche un
piccolo pezzo del mio ruolo. Claudia è una donna di una forza eccezionale, e
penso che mi abbia fatto crescere anche come persona.
Ospiti, canzoni, backstage, aneddoti e curiosità: un podcast daily
con Gino Castaldo su RaiPlay Sound, dal 7 al 12 febbraio
Un
podcast daily in 6 puntate da 15 minuti, presentato da Gino Castaldo, voce di
Rai Radio2, per raccontare il Festival e curiosare nella Kermesse musicale più
attesa dell’anno. Insieme a lui, come spettatori privilegiati, si potranno seguire
gli estratti delle canzoni in gara, le esibizioni degli ospiti, i momenti
migliori della serata, i retroscena e gli aneddoti più curiosi della settimana.
Un racconto da un angolo speciale per trasmettere le emozioni del momento e tutte
le imperdibili novità, come in una chiacchiera da caffè del giorno dopo.
“Caffè
Sanremo” va alla ricerca dei luoghi e delle sonorità caratteristiche del
Festival: dalla sala stampa, ai bar e agli alberghi, passando per il foyer
dell’Ariston e il suggestivo lungomare, e attraverso la voce di Gino Castaldo
vivere appieno la festa più cult del paese e le sue particolarità. Al centro
del podcast di RaiPlay Sound anche i suoni della città in preparazione, le 28
canzoni, gli incontri con i diversi ospiti, i momenti più divertenti del
backstage e quelli della diretta.
Il
podcast Caffè Sanremo, è un daily di RaiPlay Sound in collaborazione con Rai
Radio2, online dal 7 febbraio al 12 febbraio su https://www.raiplaysound.it e sull’app RaiPlay Sound, alla pagina https://www.raiplaysound.it/programmi/caffesanremo
Tratta dall’omonimo romanzo di Ilaria Tuti (Longanesi) la serie Tv con Elena Sofia Ricci, Gianluca Gobbi, Giuseppe Spata è diretta da Carlo Carlei. In tre serate, in prima visione su Rai 1 da lunedì 13 febbraio
Un piccolo paese di montagna.
Paradiso apparente che nasconde tra i suoi vicoli silenzi e inconfessabili
segreti. Un killer che si lascia alle spalle una efferata striscia di sangue
per difendere un gruppo di bambini ignorati e maltrattati da chi dovrebbe proteggerli.
“Fiori sopra l’inferno”, serie tratta dal romanzo omonimo di Ilaria Tuti
(Longanesi), ci conduce in un luogo magico e misterioso, le Dolomiti friulane.
Qui troviamo Teresa Battaglia (Elena Sofia Ricci) esperta profiler di quasi
sessant’anni, arrivata dalla città assieme alla sua piccola squadra, la sua
famiglia, nella quale si è appena insediato il giovane Ispettore Massimo Marini
(Giuseppe Spata), in fuga da se stesso e dal proprio passato. Forte, tagliente
e caparbia, trovare le risposte è il mestiere di Teresa. Ma cosa accade quando,
a causa dei primi sintomi dell’Alzheimer, sono le domande a sparire? E se
Teresa, il cacciatore, scopre di avere più di un motivo per empatizzare con la
sua preda, pur non potendola assolvere in alcun modo? Le rarefatte atmosfere
della montagna fanno da cornice alla prima avventura della protagonista che
deve combattere due nemici: il killer a cui dà la caccia e il mostro che
rischia di rubarle tutto ciò che ha, il suo intuito, la sua mente cristallina,
i suoi ricordi, se stessa. «Sotto la neve di questo racconto invernale e con
venature alla Stephen King – afferma il regista Carlo Carlei – pulsa il
cuore caldo del tema della maternità, della fondamentale importanza che la
presenza di una madre ha nella formazione della personalità degli esseri umani
e degli effetti devastanti generati dalla sua assenza. L’elemento dark, rappresentato
dalla presenza di un killer misterioso che vive nei boschi, viene
controbilanciato nella storia dall’energia vitalistica di quattro ragazzini,
ognuno alle prese con problematiche familiari diverse, che nel corso
dell’indagine aiuteranno Teresa a mettere insieme i pezzi mancanti del
complicatissimo puzzle. Madre mancata trent’anni prima per tragici motivi,
instaura con i quattro bambini un rapporto di affetto e fiducia reciproci». In
onda da lunedì 13
febbraio in prima serata su Rai 1.
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